di Mario M. Merlino
Il
ramo paterno della mia famiglia viene da Torino. Seguendo l’onda lunga della
breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Direttamente da Palazzo
Carignano dove mio nonno e le sue sorelle vivevano, essendo il padre maestro di
spada dei Savoia, e ricordavano d’aver visto, dai finestroni interni del
palazzo, il conte di Cavour che usciva da una porticina laterale, mentre
Giuseppe Garibaldi gridava al tradimento per la cessione, sotto le mentite
spoglie del plebiscito, della natia Nizza e Savoia. E mio padre, pur essendo
nato a Roma, sentiva forte quelle radici anche quando, ad esempio a tavola, ci
raccontava di quel Risorgimento ove il re Vittorio Emanuele e il Cavour e lo
stesso Garibaldi, in ombra il Mazzini, s’erano adoperati con comunità d’intenti
sinceri a fare unita l’Italia (e mi assolvano gli amici borbonici a cui va la
mia simpatia, soprattutto a personaggi quale il ‘brigante’ Carmine Crocco). Io
vi sono stato, però, per la prima volta soltanto un paio di anni fa, ospite
dell’Asso di Bastoni, a presentare il mio libro E venne Valle Giulia.
All’angolo
di via Carlo Alberto al numero sei, terzo piano (qualcuno ha ipotizzato che
fosse il quarto), ospite pagante per la modesta la cifra di 25 fiorini della
famiglia di Davide e Candida Fino, rivenditori di giornali nell’omonima piazza
sottostante, il filosofo Nietzsche vi ebbe dimora dal 5 aprile 1888, con breve
interruzione nei due mesi estivi, fino ai primi di gennaio dell’anno
successivo. E ne intesse tali e tante lodi da suscitare il sospetto che siano
possibile frutto della follia montante… Il 3 di quello stesso mese, avendo
visto un vetturino maltrattare con frusta e calci un cavallo, egli l’abbracciò,
avendolo confuso per il musicista Richard Wagner di cui conservava un rapporto
d’amore-odio. Preoccupato dallo strano contenuto delle lettere, i biglietti
della follia, uno fra i pochi amici rimasti, il professore Franz Camille Overbech
dell’università di Basilea, si precipitò a Torino e lo trovò in stato di
esaltata euforia. ‘Io sono il tiranno di
Torino’, urlava mentre martoriava i tasti del pianoforte. Così Nietzsche lascia – e per sempre – la
città, reiterando arie napoletane a tutto volume e annunciando alle guardie di
sorveglianza all’entrata ed uscita come egli fosse il nuovo re d’Italia…
In
quegli ultimi mesi al confine di un equilibrio sempre più precario aveva
composto Ecce Homo con sotto titolo ‘come
si diventa ciò che si è’. Il poeta Gottfried Benn (di cui ho scritto su
Ereticamente e probabilmente già riportando questi versi che, chissà perché, mi
sono particolarmente cari nella memoria) scrive, anno 1935, ‘Cammino con le scarpe rotte,/ scrisse questo
genio universale/ nella sua ultima lettera – poi/ lo portarono a Jena –
psichiatria./ Non posso comprarmi i libri,/ li leggo nelle librerie:/ appunti –
poi a prendere l’affettato: -/ questi sono i giorni di Torino./ Mentre la
nobile muffa d’Europa/ di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva,/ lui abbracciava
due ronzini,/ finchè il padrone non lo trasse a casa’.
Nel
1944 - siamo in pieno conflitto mondiale e in una città in cui la guerra civile
si manifesta con particolare ferocia -, ricorrendo il primo centenario della
nascita del filosofo, la
Federazione del Partito Fascista Repubblicano volle apporre
sulla facciata del palazzo una lapide. Un medaglione con la faccia di Nietzsche
di profilo e una dedica a cura dello scrittore Antonio Rubino. Vi si legge, fra
l’altro, come egli ‘conobbe la pienezza
dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe’.
E, nonostante che il padre di Zarathustra venisse considerato (a torto, si
tende a leggere oggi) un anticipatore del nazionalsocialismo, nessuno ebbe
tempo e voglia di scalpellarla dopo il 25 aprile (forse perché troppo occupati
a dar la caccia e fare scempio dei fascisti rimasti in città. Le immagini
dell’assassinio di Giuseppe Solaro ne sono tragica sintesi, in cui la nobiltà
del vinto si eleva ben oltre il ghigno del vincitore). Essa, infatti, è ancora
là e si può osservarla nonostante una certa incuria del tempo e il disinteresse
degli amministratori locali.
Mi
torna a mente come, essendo venuta meno quella ‘guerra fredda’, che tanto aveva
pesato sulle vicende interne degli stati europei, sottomettendoli alla logica
di Yalta e al predominio USA-URSS, simbolicamente con il crollo del muro di
Berlino (nella pochezza di tre righe mi si perdoni essere riduttivo ché le cose
sono ben più complesse), lo studioso Lorenzo Mondo pubblicò su La Stampa l’esistenza di un ‘taccuino segreto’, ventinove fogli
scritti a penna o a matita, dello scrittore Cesare Pavese, che proprio a
Torino, in un alberghetto nei pressi della stazione, si era suicidato il 28
agosto 1950. Per circa trent’anni non ne aveva dato notizia, su indicazione di
Italo Calvino, perché non si dovevano turbare i sogni dell’antifascista casa
editrice Einaudi e preservare l’immagine di Pavese d’una sorta di ragazzo
cresciuto e mai divenuto adulto, mai trascinato nei giochi della politica,
mestiere atto ai soli ‘grandi’… ‘Dignità
vuol dire essere se stessi. Ma quando succede che si cambia idea? S’indaghi
bene, si vedrà che non si cambia idea, ma che sotto sotto si aveva già
presentito il pensiero nuovo. Che certe tue idee del passato non fossero quel
che sembravano, ti risulta dal fatto che allora credevi di averle, ma non te ne
interessavi (il tuo disinteresse per la politica, famoso!). Ora che nelle
tragedie hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica?
Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero
interesse, che non è più le sciocche futili chiacchiere, ma il destino di un
popolo di cui fai parte. Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo
trovare la vera espressione. Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco?
Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del
subcosciente a entrare in una nuova realtà.
Un destino. Amor fati’…












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