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mercoledì 12 giugno 2013
63 anni per la ripresa. Ma esploderà tutto prima
di Michele Rallo
Ricordate "la luce in fondo al tunnel" che qualcuno intravedeva già all'indomani dell'arrivo di Monti a Palazzo Chigi? Si era nell'ultimo scorcio del 2011. Ma, qualche mese dopo, ci si pregò di portare pazienza: se ne sarebbe parlato — si disse — nel 2013. Qualche settimana ancora, e l'asticella venne alzata un pò: non una vera e propria luce, ma un barlume; e non nel 2013, ma nel 2014.
Poi, nello scorso aprile, alla vigilia dell'incarico a Letta, ci pensò lo stesso Monti a dire qualche parola di verità. Negli ultimi giorni del suo governo, ospite di Fabio Fazio nella popolare trasmissione televisiva "Che tempo che fa", il Genio della Bocconi ammise candidamente: «Credo che i prossimi sette anni saranno più difficili dei precedenti». E il riferimento — si badi bene — era ad un settennato non proprio felice: il primo di Giorgio Napolitano (maggio 2006 - maggio 2013), iniziato con la "crisi dei subprime" e con le sue ripercussioni in Europa e in Italia, e concluso con i macabri 17 mesi del gabinetto di flagellazione nazionale presieduto dal Torquemada della Bocconi. Altro che "luce in fondo al tunnel". Immaginate sette anni peggiori del settennio 2006-2013!
Prudentemente, però, il Nuovo Uomo della Provvidenza non si soffermava sugli anni successivi al secondo settennato di Napolitano. A questa pecca ha posto ora riparo la CGIL, che negli scorsi giorni ha reso pubblici i risultati di uno studio condotto dal suo Ufficio Economico sui tempi di una possibile "ripresa" italiana. Lo studio fissa come traguardo un ritorno della nostra economia nazionale ai livelli del 2007, immediatamente prima — cioè — della crisi economica mondiale. Si tratta — quindi — di un traguardo ben misero, considerato che nel 2007 l'Italia aveva già attraversato il quindicennio di dissesti economici e di massacri sociali seguito alla nascita — nel 1992 — dell'Unione Europea: l'attacco speculativo di Soros e compagni che aveva prodotto una svalutazione della lira del 30%, la dismissione di buona parte della nostra preziosa industria di Stato (ceduta agli stranieri a prezzi di saldo), l'entrata in circolazione dell'euro (che aveva dimezzato il potere d'acquisto dei nostri risparmi), l'avvìo della riforma delle pensioni, la "delocalizzazione" di molte industrie italiane in lidi più propizi, i licenziamenti di massa, la criminalizzazione del posto fisso ed il trionfo del precariato, l'invasione migratoria con le sue pesanti ripercussioni su un già dissestato mercato del lavoro, eccetera. Ebbene, per tornare ai livelli di quel miserabile 2007 — secondo lo studio della CGIL — dovremo aspettare ben 13 anni da oggi, cioè fino al 2026. Ma questo — si badi — solo per quanto riguarda il PIL e, naturalmente, a patto di "intercettare la ripresa". Per quanto riguarda l'occupazione, sempre se tutto va bene, gli italiani dovranno avere un pochino più di pazienza: altri 50 anni — e fanno 63 — fino al 2076. Questo — mi ripeto — per gli standard miserabili e da terzo mondo del 2007, con precariato, mobilità, blocco delle assunzioni e concorrenza degli immigrati.
Quello che lo studio della CGIL non dice, è che la nostra società non potrà reggere questi livelli di crisi per altri 63 anni. Si sfascerà tutto molto prima. Quando? quando non saremo più in grado di pagare le rate miliardarie dei nostri pazzeschi "impegni con l'Europa".
Nota di Ereticamente
Ringraziamo l'Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani
63 anni per la ripresa. Ma esploderà tutto prima
di Michele Rallo
Ricordate "la luce
in fondo al tunnel" che qualcuno intravedeva già all'indomani dell'arrivo
di Monti a Palazzo Chigi? Si era nell'ultimo scorcio del 2011. Ma, qualche mese
dopo, ci si pregò di portare pazienza: se ne sarebbe parlato — si disse — nel
2013. Qualche settimana ancora, e l'asticella venne alzata un pò: non una vera
e propria luce, ma un barlume; e non nel 2013, ma nel 2014.
Poi, nello scorso
aprile, alla vigilia dell'incarico a Letta, ci pensò lo stesso Monti a dire
qualche parola di verità. Negli ultimi giorni del suo governo, ospite di Fabio
Fazio nella popolare trasmissione televisiva "Che tempo che fa", il
Genio della Bocconi ammise candidamente: «Credo che i prossimi sette anni
saranno più difficili dei precedenti». E il riferimento — si badi bene — era ad
un settennato non proprio felice: il primo di Giorgio Napolitano (maggio 2006 -
maggio 2013), iniziato con la "crisi dei subprime" e con le sue
ripercussioni in Europa e in Italia, e concluso con i macabri 17 mesi del
gabinetto di flagellazione nazionale presieduto dal Torquemada della Bocconi.
Altro che "luce in fondo al tunnel". Immaginate sette anni peggiori
del settennio 2006-2013!
Prudentemente, però, il
Nuovo Uomo della Provvidenza non si soffermava sugli anni successivi al secondo
settennato di Napolitano. A questa pecca ha posto ora riparo la CGIL, che negli
scorsi giorni ha reso pubblici i risultati di uno studio condotto dal suo
Ufficio Economico sui tempi di una possibile "ripresa" italiana. Lo
studio fissa come traguardo un ritorno della nostra economia nazionale ai
livelli del 2007, immediatamente prima — cioè — della crisi economica mondiale.
Si tratta — quindi — di un traguardo ben misero, considerato che nel 2007
l'Italia aveva già attraversato il quindicennio di dissesti economici e di
massacri sociali seguito alla nascita — nel 1992 — dell'Unione Europea:
l'attacco speculativo di Soros e compagni che aveva prodotto una svalutazione
della lira del 30%, la dismissione di buona parte della nostra preziosa
industria di Stato (ceduta agli stranieri a prezzi di saldo), l'entrata in
circolazione dell'euro (che aveva dimezzato il potere d'acquisto dei nostri
risparmi), l'avvìo della riforma delle pensioni, la
"delocalizzazione" di molte industrie italiane in lidi più propizi, i
licenziamenti di massa, la criminalizzazione del posto fisso ed il trionfo del
precariato, l'invasione migratoria con le sue pesanti ripercussioni su un già
dissestato mercato del lavoro, eccetera. Ebbene, per tornare ai livelli di quel
miserabile 2007 — secondo lo studio della CGIL — dovremo aspettare ben 13 anni
da oggi, cioè fino al 2026. Ma questo — si badi — solo per quanto riguarda il
PIL e, naturalmente, a patto di "intercettare la ripresa". Per quanto
riguarda l'occupazione, sempre se tutto va bene, gli italiani dovranno avere un
pochino più di pazienza: altri 50 anni — e fanno 63 — fino al 2076. Questo — mi
ripeto — per gli standard miserabili e da terzo mondo del 2007, con precariato,
mobilità, blocco delle assunzioni e concorrenza degli immigrati.
Quello che lo studio
della CGIL non dice, è che la nostra società non potrà reggere questi livelli
di crisi per altri 63 anni. Si sfascerà tutto molto prima. Quando? quando non
saremo più in grado di pagare le rate miliardarie dei nostri pazzeschi "impegni
con l'Europa".
Nota di Ereticamente
Ringraziamo
l'Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani
venerdì 7 giugno 2013
Gli ultimi giorni di Torino
di Mario M. Merlino
Il ramo paterno della mia famiglia viene da Torino. Seguendo l’onda lunga della breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Direttamente da Palazzo Carignano dove mio nonno e le sue sorelle vivevano, essendo il padre maestro di spada dei Savoia, e ricordavano d’aver visto, dai finestroni interni del palazzo, il conte di Cavour che usciva da una porticina laterale, mentre Giuseppe Garibaldi gridava al tradimento per la cessione, sotto le mentite spoglie del plebiscito, della natia Nizza e Savoia. E mio padre, pur essendo nato a Roma, sentiva forte quelle radici anche quando, ad esempio a tavola, ci raccontava di quel Risorgimento ove il re Vittorio Emanuele e il Cavour e lo stesso Garibaldi, in ombra il Mazzini, s’erano adoperati con comunità d’intenti sinceri a fare unita l’Italia (e mi assolvano gli amici borbonici a cui va la mia simpatia, soprattutto a personaggi quale il ‘brigante’ Carmine Crocco). Io vi sono stato, però, per la prima volta soltanto un paio di anni fa, ospite dell’Asso di Bastoni, a presentare il mio libro E venne Valle Giulia.
All’angolo di via Carlo Alberto al numero sei, terzo piano (qualcuno ha ipotizzato che fosse il quarto), ospite pagante per la modesta la cifra di 25 fiorini della famiglia di Davide e Candida Fino, rivenditori di giornali nell’omonima piazza sottostante, il filosofo Nietzsche vi ebbe dimora dal 5 aprile 1888, con breve interruzione nei due mesi estivi, fino ai primi di gennaio dell’anno successivo. E ne intesse tali e tante lodi da suscitare il sospetto che siano possibile frutto della follia montante… Il 3 di quello stesso mese, avendo visto un vetturino maltrattare con frusta e calci un cavallo, egli l’abbracciò, avendolo confuso per il musicista Richard Wagner di cui conservava un rapporto d’amore-odio. Preoccupato dallo strano contenuto delle lettere, i biglietti della follia, uno fra i pochi amici rimasti, il professore Franz Camille Overbech dell’università di Basilea, si precipitò a Torino e lo trovò in stato di esaltata euforia. ‘Io sono il tiranno di Torino’, urlava mentre martoriava i tasti del pianoforte. Così Nietzsche lascia – e per sempre – la città, reiterando arie napoletane a tutto volume e annunciando alle guardie di sorveglianza all’entrata ed uscita come egli fosse il nuovo re d’Italia…
In quegli ultimi mesi al confine di un equilibrio sempre più precario aveva composto Ecce Homo con sotto titolo ‘come si diventa ciò che si è’. Il poeta Gottfried Benn (di cui ho scritto su Ereticamente e probabilmente già riportando questi versi che, chissà perché, mi sono particolarmente cari nella memoria) scrive, anno 1935, ‘Cammino con le scarpe rotte,/ scrisse questo genio universale/ nella sua ultima lettera – poi/ lo portarono a Jena – psichiatria./ Non posso comprarmi i libri,/ li leggo nelle librerie:/ appunti – poi a prendere l’affettato: -/ questi sono i giorni di Torino./ Mentre la nobile muffa d’Europa/ di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva,/ lui abbracciava due ronzini,/ finchè il padrone non lo trasse a casa’.
Nel 1944 - siamo in pieno conflitto mondiale e in una città in cui la guerra civile si manifesta con particolare ferocia -, ricorrendo il primo centenario della nascita del filosofo, la Federazione del Partito Fascista Repubblicano volle apporre sulla facciata del palazzo una lapide. Un medaglione con la faccia di Nietzsche di profilo e una dedica a cura dello scrittore Antonio Rubino. Vi si legge, fra l’altro, come egli ‘conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe’. E, nonostante che il padre di Zarathustra venisse considerato (a torto, si tende a leggere oggi) un anticipatore del nazionalsocialismo, nessuno ebbe tempo e voglia di scalpellarla dopo il 25 aprile (forse perché troppo occupati a dar la caccia e fare scempio dei fascisti rimasti in città. Le immagini dell’assassinio di Giuseppe Solaro ne sono tragica sintesi, in cui la nobiltà del vinto si eleva ben oltre il ghigno del vincitore). Essa, infatti, è ancora là e si può osservarla nonostante una certa incuria del tempo e il disinteresse degli amministratori locali.
Mi torna a mente come, essendo venuta meno quella ‘guerra fredda’, che tanto aveva pesato sulle vicende interne degli stati europei, sottomettendoli alla logica di Yalta e al predominio USA-URSS, simbolicamente con il crollo del muro di Berlino (nella pochezza di tre righe mi si perdoni essere riduttivo ché le cose sono ben più complesse), lo studioso Lorenzo Mondo pubblicò su La Stampa l’esistenza di un ‘taccuino segreto’, ventinove fogli scritti a penna o a matita, dello scrittore Cesare Pavese, che proprio a Torino, in un alberghetto nei pressi della stazione, si era suicidato il 28 agosto 1950. Per circa trent’anni non ne aveva dato notizia, su indicazione di Italo Calvino, perché non si dovevano turbare i sogni dell’antifascista casa editrice Einaudi e preservare l’immagine di Pavese d’una sorta di ragazzo cresciuto e mai divenuto adulto, mai trascinato nei giochi della politica, mestiere atto ai soli ‘grandi’… ‘Dignità vuol dire essere se stessi. Ma quando succede che si cambia idea? S’indaghi bene, si vedrà che non si cambia idea, ma che sotto sotto si aveva già presentito il pensiero nuovo. Che certe tue idee del passato non fossero quel che sembravano, ti risulta dal fatto che allora credevi di averle, ma non te ne interessavi (il tuo disinteresse per la politica, famoso!). Ora che nelle tragedie hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica? Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero interesse, che non è più le sciocche futili chiacchiere, ma il destino di un popolo di cui fai parte. Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo trovare la vera espressione. Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà.
Un destino. Amor fati’…
Gli ultimi giorni di Torino
di Mario M. Merlino
Il
ramo paterno della mia famiglia viene da Torino. Seguendo l’onda lunga della
breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Direttamente da Palazzo
Carignano dove mio nonno e le sue sorelle vivevano, essendo il padre maestro di
spada dei Savoia, e ricordavano d’aver visto, dai finestroni interni del
palazzo, il conte di Cavour che usciva da una porticina laterale, mentre
Giuseppe Garibaldi gridava al tradimento per la cessione, sotto le mentite
spoglie del plebiscito, della natia Nizza e Savoia. E mio padre, pur essendo
nato a Roma, sentiva forte quelle radici anche quando, ad esempio a tavola, ci
raccontava di quel Risorgimento ove il re Vittorio Emanuele e il Cavour e lo
stesso Garibaldi, in ombra il Mazzini, s’erano adoperati con comunità d’intenti
sinceri a fare unita l’Italia (e mi assolvano gli amici borbonici a cui va la
mia simpatia, soprattutto a personaggi quale il ‘brigante’ Carmine Crocco). Io
vi sono stato, però, per la prima volta soltanto un paio di anni fa, ospite
dell’Asso di Bastoni, a presentare il mio libro E venne Valle Giulia.
All’angolo
di via Carlo Alberto al numero sei, terzo piano (qualcuno ha ipotizzato che
fosse il quarto), ospite pagante per la modesta la cifra di 25 fiorini della
famiglia di Davide e Candida Fino, rivenditori di giornali nell’omonima piazza
sottostante, il filosofo Nietzsche vi ebbe dimora dal 5 aprile 1888, con breve
interruzione nei due mesi estivi, fino ai primi di gennaio dell’anno
successivo. E ne intesse tali e tante lodi da suscitare il sospetto che siano
possibile frutto della follia montante… Il 3 di quello stesso mese, avendo
visto un vetturino maltrattare con frusta e calci un cavallo, egli l’abbracciò,
avendolo confuso per il musicista Richard Wagner di cui conservava un rapporto
d’amore-odio. Preoccupato dallo strano contenuto delle lettere, i biglietti
della follia, uno fra i pochi amici rimasti, il professore Franz Camille Overbech
dell’università di Basilea, si precipitò a Torino e lo trovò in stato di
esaltata euforia. ‘Io sono il tiranno di
Torino’, urlava mentre martoriava i tasti del pianoforte. Così Nietzsche lascia – e per sempre – la
città, reiterando arie napoletane a tutto volume e annunciando alle guardie di
sorveglianza all’entrata ed uscita come egli fosse il nuovo re d’Italia…
In
quegli ultimi mesi al confine di un equilibrio sempre più precario aveva
composto Ecce Homo con sotto titolo ‘come
si diventa ciò che si è’. Il poeta Gottfried Benn (di cui ho scritto su
Ereticamente e probabilmente già riportando questi versi che, chissà perché, mi
sono particolarmente cari nella memoria) scrive, anno 1935, ‘Cammino con le scarpe rotte,/ scrisse questo
genio universale/ nella sua ultima lettera – poi/ lo portarono a Jena –
psichiatria./ Non posso comprarmi i libri,/ li leggo nelle librerie:/ appunti –
poi a prendere l’affettato: -/ questi sono i giorni di Torino./ Mentre la
nobile muffa d’Europa/ di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva,/ lui abbracciava
due ronzini,/ finchè il padrone non lo trasse a casa’.
Nel
1944 - siamo in pieno conflitto mondiale e in una città in cui la guerra civile
si manifesta con particolare ferocia -, ricorrendo il primo centenario della
nascita del filosofo, la
Federazione del Partito Fascista Repubblicano volle apporre
sulla facciata del palazzo una lapide. Un medaglione con la faccia di Nietzsche
di profilo e una dedica a cura dello scrittore Antonio Rubino. Vi si legge, fra
l’altro, come egli ‘conobbe la pienezza
dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe’.
E, nonostante che il padre di Zarathustra venisse considerato (a torto, si
tende a leggere oggi) un anticipatore del nazionalsocialismo, nessuno ebbe
tempo e voglia di scalpellarla dopo il 25 aprile (forse perché troppo occupati
a dar la caccia e fare scempio dei fascisti rimasti in città. Le immagini
dell’assassinio di Giuseppe Solaro ne sono tragica sintesi, in cui la nobiltà
del vinto si eleva ben oltre il ghigno del vincitore). Essa, infatti, è ancora
là e si può osservarla nonostante una certa incuria del tempo e il disinteresse
degli amministratori locali.
Mi
torna a mente come, essendo venuta meno quella ‘guerra fredda’, che tanto aveva
pesato sulle vicende interne degli stati europei, sottomettendoli alla logica
di Yalta e al predominio USA-URSS, simbolicamente con il crollo del muro di
Berlino (nella pochezza di tre righe mi si perdoni essere riduttivo ché le cose
sono ben più complesse), lo studioso Lorenzo Mondo pubblicò su La Stampa l’esistenza di un ‘taccuino segreto’, ventinove fogli
scritti a penna o a matita, dello scrittore Cesare Pavese, che proprio a
Torino, in un alberghetto nei pressi della stazione, si era suicidato il 28
agosto 1950. Per circa trent’anni non ne aveva dato notizia, su indicazione di
Italo Calvino, perché non si dovevano turbare i sogni dell’antifascista casa
editrice Einaudi e preservare l’immagine di Pavese d’una sorta di ragazzo
cresciuto e mai divenuto adulto, mai trascinato nei giochi della politica,
mestiere atto ai soli ‘grandi’… ‘Dignità
vuol dire essere se stessi. Ma quando succede che si cambia idea? S’indaghi
bene, si vedrà che non si cambia idea, ma che sotto sotto si aveva già
presentito il pensiero nuovo. Che certe tue idee del passato non fossero quel
che sembravano, ti risulta dal fatto che allora credevi di averle, ma non te ne
interessavi (il tuo disinteresse per la politica, famoso!). Ora che nelle
tragedie hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica?
Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero
interesse, che non è più le sciocche futili chiacchiere, ma il destino di un
popolo di cui fai parte. Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo
trovare la vera espressione. Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco?
Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del
subcosciente a entrare in una nuova realtà.
Un destino. Amor fati’…
















