Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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lunedì 22 aprile 2013

Sandro e Laura, una storia che va rispettata

di Mario M. Merlino



Sandro e Laura annunciarono l’arrivo della primavera, una primavera che calò rapida in autunno con i suoi colori grigi cupi il dilatarsi delle ombre l’umidità nelle ossa il bavero alzato della giacca. E le vampate improvvise  atroci delle bombe l’urlo prolungato delle sirene e quel sangue generoso e quello ignaro confusi sull’asfalto mentre il gelo attanaglia il cuore e la follia domina la mente l’abbaiare delle pistole i lacrimogeni e le molotov. I sogni, i soli che ci rendono liberi, si trasformarono in incubi perversi e gli ideali, soffocati dall’odio ideologico, strapparono dalla viva carne e resero decrepita la giovinezza. (I romanzi, quelli venuti del dopo, su cui ci stiamo intrattenendo forse troppo a lungo, hanno anche questo: recuperare, tramite i sentimenti e le emozioni, ‘il paradiso perduto’, un’età dell’oro negata da quella del piombo).


Sandro e Laura una premessa mancata e recuperata, pur se tardivamente, viva icona, l’incipit disattivato, a cui venne tolta la spina. (Ed io aggiungo, senza vanto o presunzione alcuna, come fummo nonostante tutto i più forti i più generosi i più capaci di stare in piedi fra le rovine rispetto ai nostri coetanei avversari che dovettero fare i conti, terribili sotto il peso della ideologia, tra l’azione collettiva e il personale esperire. Ed anche questa è una lezione che si può ricavare dall’epilogo della loro storia. Il mondo così folto di graziosi falliti, come sosteneva Drieu la Rochelle, l’abbiamo poco condiviso e per fortuna).

Nel corridoio del terzo piano Angela piange silenziosa e imbarazzata. Mi ha fatto chiamare dal bidello. Ed ora cerca le parole per ringraziarmi in quanto, unico fra i professori della figlia, ho cercato di difenderla da una sorta d’antipatia generatasi nei suoi confronti. I presunti miei colleghi, more solito, abbisognano di un capro espiatorio, di un tribunale del popolo, dell’ombra della ghigliottina e del colpo alla nuca. Ovviamente con rigida motivazione didattica e dintorni. Cialtroni… Sono ben conscio che una ragazzina di sedici anni, graziosa disattenta impertinente, possa entrare nella linea di fuoco della cattedra registro ammonizioni.

Essere insegnanti, però e in primo luogo, equivale essere fra coloro che lasciano un segno di merito e non la ferita putrescente della tortura. Un tempo, sano, si parlava di modelli educativi e di vocazione all’insegnamento… D’altronde, ‘là dove il sapere non è una sapienza trasmessa in una esperienza, chiunque è abbonato a un’università che è una casella postale’ (Roberto Calasso, La rovina di Kasch). E cosa possono condividere, oltre la campanella l’aula la lavagna e i gessetti colorati, quegli esseri inutili che, pretendendo senza autorità se non di carte bollate professarsi professori, vorrebbero mettere a confronto la banalità del loro quotidiano, travestito con la barba di Marx il pizzetto di Lenin e i baffoni di Stalin?

Al telefono: ‘Se pensi di uscire con me solo per una pizza e una scopata, lascia perdere. Ho una storia che va rispettata. Se domani diranno che sono la donna di un nero, non me ne frega niente; ma non voglio che dicano che sono la puttana di un fascista’. E mi raccontavi di quando, studentessa di liceo, urlavi contro il cielo muto le finestre serrate e i marciapiedi deserti il mio nome maledetto. Poi, in un tardo pomeriggio autunnale, abbiamo affondato il passo sulla spiaggia abbandonata all’onda silenziosa e al vento che ci portava odore di terre lontane. Avevi freddo. Ti ho avvolto con la mia sciarpa. Fragile riparo, lo so. E ancora la trama dei giorni, la resa al quotidiano… Quanti tradimenti sono stati perpetrati contro il linguaggio del corpo in nome dello sventolio di bandiere rosse pugni chiusi le dita ad imitare la canna della rivoltella mentre, di notte, mi guardavi sorpresa e spaurita di fronte a sensazioni che ti erano e avevi negato. Anche questo appartiene al detto non detto nella memoria narrante come rossi e neri si odiarono si combatterono e seppero anche, in alcuni casi, amarsi…

Le divinità delle fonti e delle selve sono state sradicate e la ‘metafisica del boia’, di cui Nietzsche parla e di cui Marx e Freud si fecero a loro modo profeti, s’è imposta prima che anche il suo orgoglio vendicativo , rivestito di carità e pietà, venisse annientato da quel nulla, che è al contempo di se stesso carnefice e vittima….

E, qui, con altri accenti intenti e motivazioni Shakespeare insegna che ‘il resto è silenzio’ o, per dirla con il mio amico il Califfo, ‘è noia’. Noia, in fondo, come nostalgia di quando eravamo autenticamente vivi nonostante le prigioni dei pregiudizi parole d’ordine miti rispettivi e in conflitto fra loro e prima che si aprissero e si chiudessero quelle formate da sbarre e chiavistelli.

domenica 21 aprile 2013

Neri e rossi... con amore


di Mario M. Merlino


Eppure Sergio Pucciarelli e tutti gli altri che hanno narrato di un ‘nero’ e di una ‘rossa’, confesso e mi sconfesso, hanno delle storie che sono il frutto maturo di una stagione ove tutto ciò poteva accadere e, di fatto, accadde. E che sono, a ben guardare un inno alla giovinezza alla gioia di vivere alla ricerca di una felicità possibile al primato delle emozioni a quel linguaggio del corpo che, troppo spesso, prigionieri di una cultura cristiana marxista e freudiana (si tenga conto della medesima origine), è stato disatteso da sensi  di colpa, macigni insormontabili e schiaccianti e perversi. Qualcuno si ricorderà di Antonello Venditti quando cantava del padre simile a ‘una montagna troppo alta da scalare’ ed anche come, di fronte al liceo Giulio Cesare, ‘Nietzsche e Marx si davano la mano…’.


Non ricordo se qui, su Ereticamente, ho raccontato di Sandro e Laura in quella mattina di annunciata primavera del 1 marzo del ’68, a Valle Giulia. Di sicuro ne ho tratto un capitolo in Ritratti in piedi e riproposto in sintesi in E venne Valle Giulia (mi faccio un po’ di pubblicità gratuita per un libro che, pur stampato nel 2008 e quest’anno in seconda ristampa, non ha perso di vivacità interesse attualità. Chi vuole trarne conseguenza, io sono pronto per una ulteriore presentazione. E dai…). Mi sopportino, dunque, i lettori (non dico di perdonarmi che è sentimento nobile ma eccessivo per simile occasione) se andrò ripetendomi, ma questa è prerogativa dei vecchi (e dei rincoglioniti!).

Sandro era sceso dai Castelli Romani, capelli lunghi barba occhiali dalla montatura forte camicia a scacchi (un Merlino più bello, meno geniale), membro della Caravella; Laura aveva preso il treno alla stazione di Latina, studentessa del primo anno di Architettura, esile slanciata molto graziosa, partecipe di qualche Collettivo di sinistra. Ebbero la ‘loro’ storia nella storia di quella mattina fatta di scontri tra studenti e polizia, lacrimogeni sirene e caroselli della celere bastoni sassi cariche e corse sui pratoni di Villa Borghese. Beh, Sandro mentre incitava gli altri studenti a non fuggire si prese una sassata in un occhio e Laura, trovandosi nei pressi, lo soccorse asciugandogli il sangue con il suo fazzoletto sorreggendolo e aiutandolo a evitare d’essere fermato dalle guardie. Scoprì così che egli era ‘l’altro’, il fascista, il nemico… Ne nacque una bella vicenda sentimentale, interrotta brutalmente dopo la strage di Piazza Fontana ed il mio arresto. Allora le saracinesche si abbassarono spente le radio ognuno scoperse d’essere ‘o con noi o contro di noi’ in un aberrante gioco al massacro. Solo dopo un decennio si ritrovarono, lei sconfitta nel personale oltre che nell’ideologia, lui ‘un perdente di successo’ per dirla con Giorgio Albertazzi, poi la vita li condusse altrove. Alcuni anni fa Laura è morta per un male incurabile…

Ho visto sempre nella loro vicenda il paradigma del Sessantotto, di quello che poteva essere (una rivolta generazionale, l’irrompere della fantasia del passo lieve di danza del dio Dioniso – e il rimando a Nietzsche è scontato – del regno del possibile contro le regole e le prigioni della necessità). Nel loro fallimento la sconfitta in nome delle dicotomie ideologiche politiche (meglio: partitiche) del mondo adulto con le sue ragioni né nobili né eque di meccanismi da proconsoli della colonia Italia (l’ipotetico scenario di guerra fredda, forse solo tiepida o con Yalta neppure guerra, tra Oriente ed Occidente). Non è casuale che, con il terrore delle stragi e delle P38, si è parlato di ‘anni di piombo’. Anni definiti dal peso di gravità, che spinge verso il basso, là dove regnano gli oscuri meandri del magmatico informe stato della quantità, a tarpare le ali (cosa sono le nostre scapole se non ali rapprese e avvilite, ma anche annuncio e premessa del sogno di Icaro di volare incontro al Sole?).

Sandro e Laura furono carne ossa e sangue, i romanzi che sono seguiti sono parole scritte sulla carta. Del resto, ci è stato insegnato da Martin Heidegger a pensare che ‘l’uomo abita nella casa del linguaggio’… E, allora, là dove si realizza il dominio della parola, quale ascolto dell’Essere, ben vengano quelle storie narrate che rinnovano in noi, nonostante il nostro nichilismo radicato e non domo, il sorgere della domanda su ciò che volevamo poter divenire e come avremmo potuto far sì che il mondo di fatto divenisse. Almeno nella libertà creativa dei sentimenti…
Forse continua…

venerdì 19 aprile 2013

Oh, conosco questa storia di scrivere sempre troppo o troppo poco...


di Mario M. Merlino



Venerdì 3 maggio, alle ore 20,30, al Gandalf di Ostia mi hanno chiesto di presentare il libro Il Nero e la Rossa, edizioni Gremese, con sottotitolo ‘una storia d’amore negli anni di piombo’. L’autore, Sergio Pucciarelli, è al suo primo romanzo. Un pub, il Gandalf, dove una ristretta comunità non si schernisce davanti al tentativo di realizzare alcuni momenti d’incontro di ascolto di riflessione di dibattito. Lodevole sotto tutti i punti di vista. A Delio, dunque, il nostro grazie. Vi ho portato alcuni dei miei libri insieme a Rodolfo. E, sempre, ne ho tratto sicuro conforto e, se volete, una radicata ostinazione nel credere come il vecchio motto mussoliniano che il libro e il moschetto rendano il fascista perfetto. Sì, vale ancora d’essere proposto, nonostante del moschetto si possa e si debba fare a meno ed anche (nel presente di certo, forse domani chissà) della spranga della molotov che ci fecero compagnia quando eravamo giovani ed altri erano i tempi.

Primo romanzo, si diceva, e l’autore, Sergio, proprio quest’anno compie cinquant’anni. Tardiva decisione di darsi alla narrativa? Non mi sembra anche se l’essere opera prima si percepisce da alcuni passaggi ove il linguaggio indugia s’orienta prosegue poi cercando d’essere più agile e spedito. Affermava Giacomo Leopardi che, dopo aver scritto, si necessita ‘tagliare tagliare tagliare’… Ora noi, con il latinista e stalinista Luciano Canfora, condividiamo come tante considerazioni di quella mezza tacca di Recanati siano simili al retrobottega del barbiere dove si discute del mondo e si conosce soltanto la piazzetta la fontana il bar all’angolo. Insomma il De Sanctis lo privilegia allo Schopenhauer e, diversi anni fa, s’è tentato di trasformarlo quasi un compagno di strada di Nietzsche. Bah, con il complesso verso le donne perché gli puzzava il fiato… non si va lontano e si corre il rischio di finire dall’amico(!?) Ranieri a contemplare le ginestre sul Vesuvio.

Eppure ha ragione nel richiedere che l’immagine e la frase si risolvano come una pennellata veloce, a forti tinte, o depositarsi sul foglio in quella forma di leggerezza, di cui Robert Brasillach è stato maestro. Detto questo, come una sorta di preambolo, chiarisco subito che mi sono accostato alla lettura con una certa prevenzione e ne sono riemerso con un giudizio verso la storia lusinghiero. E mi spiego (del libro non tratto, un libro, soprattutto se di narrativa, si invita a leggere e non si racconta. E questo è libro che vale la pena non avere soltanto sul comodino prima d’addormentarsi). Dopo il solitario intrigante  prossimo a quelli della mia generazione romanzo di Antonio Pennacchi Il Fasciocomunista ( la Littoria di Accio Benassi e lo stesso protagonista ci sono familiari), c’è stato un lungo silenzio per poi essere rotto da diverse opere tutte sul medesimo tema e con medesimo impianto narrativo. E, nel cassetto, abbiamo il dattiloscritto, titolo Cuore Nero, dell’amico Nello Gatta che ci dispiace essere rimasto inedito perché ci piace, sì, ci piace molto… Non le citerò, va da sé, se non perché estraneo alla ‘nostra’(?) area il romanzo di Giuseppe Culicchia Il Paese delle meraviglie e quel Baci e Bastonate di Augusto Grandi, strafottente scanzonato irriverente come il suo autore con cui ho condiviso più di una birra all’Asso di bastoni di Torino.

Cosa rimprovero, bonariamente s’intende, a questi libri. Che essi seguono sostanzialmente uno schema ‘blindato’, cioè la trama vede sempre un giovane di ‘destra’ e una ragazza di ‘sinistra’ (e Il Nero e la Rossa non si sottrae). Ora che il femminino si sia ritrovato sotto le bandiere rosse, i pugni chiusi, l’illusoria convinzione che prossima era la instaurazione del regno di Bengodi è nell’ordine naturale delle cose. La piazza diviene lo spazio sostitutivo del lavatoio e dei terrazzi ove stendere i panni (e qui mi urge precisare che l’ironia del linguaggio e delle immagini nasconde un radicato e radicale rispetto verso l’altra metà del cielo). Quando, però, si scrive, è alla ricerca del difforme che ci si deve affidare per non cadere nel reiterato conformismo. Una giovane di ‘sinistra’ (quanto ancora c’è da apprendere dalla lezione di Giorgio Gaber!) che finisce, lei più che lui, ad innamorarsi di quell’’altro’ che le sprigiona ondate ormonali forse memore della favola della bella e del mostro… Insomma, sulla carta si compensa una certa invidia per essere stati all’ombra dell’onanismo, sovente elevato a nobiltà del dominio maschilista, finendo per dare una falsa immagine di sé e ragione a certo psicologismo becero ‘mostri del Circeo e dintorni’…

Questa notte mi rendo conto essere malevolo e forse ingiusto e certamente in stato confusionale (vi assicuro che non ho cercato conforto nell’alcool, io nichilista, che mi difendo in terra e in cielo da ogni pretesa consolante e giustificatoria). Cosa c’entra – o sì? – con il libro di Pucciarelli, libro che, di fatto, ho letto e trovato gradevole, anzi in qualche tratto ‘irritante’ per aver rinnovato la nostalgia verso la comune giovinezza?

‘Ho ricevuto dal cielo tanti doni benedetti, ma li ho rovinati e fatti a pezzi a forza di ragionare. Mi basta toccarlo con la punta delle dita, e il polline cade dal fiore’, così il vecchio Knut Hamsun. Forse un giorno racconterò la storia (vera) di un nero (io) e di una rossa…

  

mercoledì 6 febbraio 2013

Platone e l'Amore

Jean Delville (1867-1953), La scuola di Platone, Parigi, Musée d'Orsay

 di Mario M. Merlino


Platone c’insegna che con Amore non si scherza. Se ci afferra, dispettoso fanciullo, demone nell’accezione antica, cioè tra la divinità e l’uomo, non ci molla ci travolge ci stravolge. Ecco perché l’oggetto del nostro amore è sempre bello, mentre colui che ama è sempre brutto. Cesare Pavese: ‘E’ buio il mattino che passa senza la luce dei tuoi occhi’… Banchettano gli dei, se la spassano come comuni esseri mortali, e Poros (l’Espediente, il Possesso), avendo assai bevuto, si sdraia sul prato per farsi un sonnellino e digerire, magari tra un rutto e l’altro, cibo e vino. Ecco che, allora, se ne approfitta Penia (la Povertà), quella che nessuno invita perché troppo racchia e guastafeste. Fino a quel momento ad elemosinare gli avanzi, essa giace a lui accanto e si fa possedere. Così, nel giorno del compleanno d’Afrodite, venne concepito Eros, amante della bellezza e dedito a generare amore. Platone, grande costruttore di miti. Così: ‘E’ bello ciò che piace’, dicono trovando conforto sfigati falliti allupati e non solo loro…


(Avevo un amico, scapolone impertinente, su in Romagna, dove ho trascorso tanta parte della mia giovinezza. L’estate scorrazzava sulla spiaggia nei dancing a fare la posta davanti agli alberghi. Erano gli anni delle tedesche, bionde alte coscia lunga carnagione fior di latte, in cerca di sole mare pizza e magari un flirt guardando le stelle mentre facevano scivolare le mutandine sulla sabbia. Non alto, i capelli arruffati, senza una lira, con una Vespa scrostata e in cerca perenne di un po’ di miscela. Eppure era il nostro mito. Sempre con ragazze top-model… Beh, ormai avendo superato i quarant’anni, una sera al bar Canasta ci raggiunge e fa esplodere la notizia shock: ‘Mi sono sposato. Domani sera tutti a cena da me che ve la presento. E’ uno schianto, mai avuta una donna così bella e brava…’. Bottiglia di spumante paste fiori camicia pulita pantaloni stirati. Ci apre l’eroe dei nostri sogni di erotismo estremo, mentre dalle scale scende un essere alieno e amorfo, insomma un cesso, ‘na cozza. Ammutoliti sconcertati sconvolti ci guardiamo fra noi e lui, serafico con voce modulata e soave: ‘Ragazzi, ho sempre amato i quadri di Picasso!’).

Torno sul dialogo Il Simposio – e non soltanto per l’approssimarsi del 15 febbraio e l’appuntamento con il secondo incontro di filosofia a Latina – perché è quello più distante dall’immagine a tutto tondo del filosofo che della razionalità si fa arma per distruggere gli odiati sofisti e costruire un grande affresco sistematico. ‘Solo la bellezza ci salverà’: è Dostoevskij che parla e aggiunge, nel suo libro più famoso, dopo aver riconosciuto come ‘il mondo è costruito sulle assurdità. Non comprendo nulla, e non voglio comprendere nulla’, che si resta in esso ‘per la furiosa e scostumata sete di vivere’. Grande, troppo grande… E Platone introduce, da narratore esperto, l’arrivo di Alcibiade, il bello invidiato desiderato Alcibiade, a cui tutto è concesso e a cui tutti vorrebbero concedersi. Folle ed ebbro di desiderio per Socrate… consentendo, con il rifiuto di quest’ultimo nell’accettare l’offerta del corpo giovane e prestante, di elevare la bellezza all’Idea del Bello, percorso privilegiato per accedere alla visione universale e necessaria. Mentre la ragione si vede costretta procedere per gradi relazioni connessioni, in una sorta di gioco dell’oca o del gambero – che palle! -, un passo avanti due indietro e ancora un passo…

 Shakespeare, nel Romeo e Giulietta: ‘Chi è che ama se non al primo sguardo’. Su una panchina, nel giardino del castello di Gradara, Paolo e Francesca si smarriscono e si trovano tramite un libro che parla d’amore. In fondo il dialogare intorno alle ‘cose d’amore’ e immergersi nell’arte della seduzione amorosa possiedono labili confini. Il corpo con il sudore e lo sperma, l’animo con i suoi timori e tremori… Prima venne la poesia, ciò per cui si conserva il nome – in Grecia fu Omero, ad esempio, descrivendo Ettore e Andromaca alle porte Scee (qui, su Ereticamente, una delle prime punte di freccia scagliate dall’arco della mia genialità!) -, poi il volo al tramonto dell’uccello caro alla dea Athena, come affermava nei rari momenti lirici il pedante Hegel. Nella cella dei condannati a morte, nella notte del 5 febbraio 1945, il mio fratello più caro verga questi ultimi versi: ‘Les derniers coups de feu continuent de briller/ dans le jour indistinct où sont tombés les nòtres./ sur onze ans de retard, serai-je donc des vòtres?/ je pense à vous ce soir, ò morts de Février’.

Ecco: anch’io, alle prime luci di questo giorno in cui si rinnova il ricordo di quelle dodici bocche avide del tuo sangue, là, nel forte di Montrouge, avverto più prepotentemente lo strazio della tua carne strappata, Robert Brasillach. E avverto come siamo venuti meno in tanti, in troppi, alle virtù della fierezza e della speranza che volesti lasciarci a testamento. E rammento come Jean Anouilh, il commediografo che s’era adoperato a raccogliere le firme degli intellettuali francesi per chiedere la grazia, respinta, al generale de Gaulle, passeggiando con l’amico e attore Paul Fresnay, apprendendo della sua fucilazione, esclamò: ‘Anche noi faremo la nostra lista (di proscrizione)!’. Spiegando che sarebbe stata ‘la lista di coloro a cui non stringeremo più la mano’. E conservo i tuoi Poemi di Frèsnes, che non volli farmi mandare nel carcere di Regina Coeli perché dovevo ritrovarli fra i miei libri come segno della libertà riconquistata. Quelle poesie, strazianti e rasserenanti, che sono la vittoria dell’amore sull’odio, del vinto(?) sull’arroganza del vincitore(?)… e che elevano il poeta là dove Platone collocava la Bellezza tramite Eros…





mercoledì 23 gennaio 2013

Amore amore un corno...



di Mario M. Merlino


Dire che Platone è un grande filosofo è qualcosa di troppo banale, nonostante si possa condividere la critica mossagli, ad esempio, da Martin Heidegger nel XX secolo. E, cioè, che il principio di verità genera, attraverso il mondo delle idee con il loro carattere d’essere e vere e giuste e belle, il fraintendimento tra l’essere e le sue manifestazioni, l’esistente. Quel fraintendimento che caratterizza la storia della metafisica. Fino a Nietzsche che è, al contempo, colui che smaschera e distrugge le fondamenta su cui essa si sosteneva, confidando sulla supremazia delle idee contro la mutevolezza imperfezione ‘pallida ombra di sogno’ dell’opinione,  e l’ultimo dei metafisici nel momento che, con la volontà di potenza, ne rinnova l’illusione o inganno che sia. Noi, nichilisti, preferiamo l’incerto mondo della sera con i suoi rimandi al tramonto che non il sorgere arrogante del sole e la luminosità piena del giorno. E non per una sorta di identificazione tramonto decadenza perire, al contrario, perché attendiamo l’alba futura quale stupore e magica sorpresa. Forse non è casuale che abbiamo sempre sofferto d’insonnia…


Calma. Nessuna inquietudine o sconcerto o sbadiglio. Non ho alcuna intenzione di costringervi ad una (dotta?) lezione su Platone. Costui, riprendendo l’ironia e il gioco dialettico del suo maestro, si divertiva a mettere alle corde i fragili contraddittori ragionamenti dei sofisti, pugili messi al tappeto dopo aver ricevuto colpo dietro colpo. Quel Socrate tanto poco amato dal padre di Zarathustra che seppe evidenziarne il tratto plebeo e democratico e che, però, si scordò di rilevare come, se il vero appartiene alla dimensione interiore di ciascuno di noi, egli gettava pure le basi sull’inesorabilità della diseguaglianza fra gli uomini. Principio quest’ultimo d’ordine aristocratico, non biologico. E qui mi fermo – lo prometto – perché mi accorgo di farmi prendere la mano dal vecchio vizio della cattedra registro lavagna e gesso…

Allora spostiamo la nostra attenzione verso il Platone scrittore capace di trasferire la parola viva espressa nell’agorà o all’interno dell’Accademia in quella scritta con ardite costruzioni invenzioni rapide immagini e tratti descrittivi ove far svolgere la contesa e l’esito scontato in cui gli odiati da lui Sofisti fanno la figura degli imbecilli mentre furono tutt’altro che sciocchi. Ad esempio nel Fedro che vede Socrate e il suo compagno di passeggiata trovare riparo dalla calura del meriggio estivo all’ombra di un frondoso platano, mentre silenziose scorrono le acque del fiume Ilisso. Fra i rami più alti il canto delle cicale ed ecco irrompere la forza ammaliatrice del mito che dà il via alla discussione sull’origine dell’arte e dell’amore. Furono le cicale esseri umani che, avendo ascoltato l’armonia delle Muse e rimasti da esse incantati, finirono per privarsi d’ogni necessità e, di conseguenza, essi vivono senza nulla abbisognare portando, una volta che l’estate finisce, notizia alle Muse di coloro che, con animo puro, si dedicarono all’arte e, di conseguenza, a quali uomini donare l’ispirazione poetica.

E il Socrate bizzarro che ci viene descritto prima di raggiungere il piccolo gruppo di intellettuali intenti a festeggiare nella sua casa il poeta Agatone e a discettare sulla natura d’Amore da cui il titolo del dialogo, il Simposio, divenuto segno distintivo d’ogni incontro su tema specifico. Il giovane Eros, dispettoso scalzo né immortale né mortale, al di là della saggezza e dell’ignoranza, a cui nulla resiste – ‘che al cor gentile ratto s’apprende’, così Francesca nel V Canto dell’Inferno dantesco. (Una donna descrive a Dante la forza inviolata dell’amore ed è una donna, Diotima, che ha educato Socrate ai segreti d’amore).

 Beh, di questo parlerò il 15 febbraio dagli amici dell’a.c. Passepartout a Latina, quindi, nessuna anticipazione perché anch’io, simile a Socrate (bello cioè come un vecchio satiro bavoso!) indosserò la veste dal guizzo folle e vi aggiungerò di mio quella irriverenza, dono questo di Robert Brasillach (chissà, potrei danzare con movenze lascive trasformando le sublimi vette dell’amor platonico in un letamaio da lupanare!)…

Lo sciatto e ingrato discepolo Aristotele dice che il linguaggio di Platone è un passaggio tra la prosa e la poesia. Ezra Pound, che di queste cose se n’intendeva, accosta l’irrompere improvviso di una sua idea al primo tepore d’aprile, aggiungendo che non si discutono, essi sono poesia. Ciò che l’uomo compie per preservare il proprio nome dalla dimenticanza e il mito, la facile via della persuasione contro i ‘lenti e faticosi percorsi della ragione’, affermazione quest’ultima dal vago sapore illuministico… Nella raccolta di scritti brevi e varii, Albero e Foglia, Tolkien suggerisce che nel fanciullo vi è la visione completa del sapere e che, crescendo, la si perde, venendo soffocata dalla ragnatela di causa effetto nessi e connessi. E il nostro Pascoli: ‘Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, chè ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce… Nulla è più proprio della fanciullezza della nostra anima che la contemplazione dell’invisibile, la peregrinazione per il mistero, il conversare e piangere e sdegnarsi e godere coi morti’. E mi viene a mente, a conclusione, una considerazione del Platone, ormai vecchio ma non domo, nelle Leggi e che io considero straordinariamente felice: ‘L’inizio è sempre una divinità e, finchè abita tra gli uomini, salva ogni cosa’. Aprendo la finestra ogni mattina innamorandomi d’ogni giovane donna alla fermata dell’autobus costruendo i miei libri ed anche queste brevi note per Ereticamente biascicando a voce alta a volte e indifferente se con i capelli lunghi e bianchi vengo additato dai bambini come Babbo Natale e, soprattutto, rimandando a domani l’annosa domanda ‘cosa farò da grande?!’…