Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

lunedì 19 agosto 2013

Due parole, prima di cominciare…

di Giacinto Reale

Conto di iniziare, subito dopo ferragosto, la mia collaborazione con “Ereticamente”, che seguivo con interesse già da un po’… Lo farò – in un’ottica inevitabilmente “eretica” – con delle notarelle su un argomento che un po’ conosco, che mi appassiona e che credo meriti di essere meglio conosciuto da chiunque di cose di storia, di politica o anche di semplice cronaca/attualità si interessi: la storia del fascismo delle origini, del quadriennio 1919-22, dello squadrismo, per intenderci.

Aldilà del continuo riferimento che – a sproposito – si fa a fatti, personaggi e “clima” dei quali parlerò (il termine “squadrista” continua ad essere forse il più usato nella polemica politica giornaliera), vi è la mia personale convinzione che lì, in quegli anni c’è tutto il fascismo, o, meglio ancora, ciò che il fascismo avrebbe potuto/dovuto essere nelle intenzioni dei suoi iniziatori Lì vi sono poi gli uomini del ventennio successivo (praticamente tutti, e anche qualcuno in più che poi si perderà per strada) e le polemiche che dureranno – magari sottotraccia – per tutto il regime e saranno poi riprese durante la RSI: monarchia/repubblica, ruolo dei sindacati (poi corporazioni), funzione degli intellettuali, valorizzazione della gioventù, destino dell’Italia, e altre ancora.

Ho detto “ottica eretica”, e mi pare basti: evito, pertanto, ogni ulteriore riferimento a “revisione scientifica” (che avrebbe esclusivi fini di conoscenza) e “revisionismo” (che avrebbe, invece, fini politici e di propaganda). Mia convinzione è che il “fascismo” sia stato un fenomeno irripetibile, geograficamente circoscritto all’Italia e cronologicamente compreso nel periodo che va dall’interventismo al 25 aprile del ’45: i riferimenti a movimenti e regimi consimili, spesso accomunati nella tragica fine, non aiutano a capirne la vera natura, e il richiamo a miti e valori preesistenti e tuttora perduranti (le civiltà guerriere, Roma, la Tavola rotonda, i Templari, il Bushido e quant’altro vi pare) può riuscire fuorviante.

Emilio Gentile, che è, se non il migliore, il più prolifico scrittore attuale di “cose” fasciste, ha scritto: “Si può studiare la storia del fascismo dal basso o dall’alto, da destra o da sinistra; si può mettere a fuoco l’aspetto politico, istituzionale, sociale, economico o antropologico; si può dare risalto agli individui, ai gruppi o alle masse; si può scegliere una prospettiva di lungo o breve periodo; si può preferire l’analisi individualizzante o la sintesi comparativa; si può indagare sulle “intenzioni” o sulle “funzioni” degli attori politici. Ciò che conta, alla fine, è la capacità della storiografia di condurci verso una conoscenza sempre più realistica e complessa della natura del fascismo, nei suoi molteplici aspetti, come fenomeno situato nel tempo e nello spazio, e non come la mera denominazione verbale di una entità metastorica che trascende il tempo e lo spazio”.

Sono sostanzialmente d’accordo, e ne traggo spunto per una finale indicazione metodologica: le “notarelle” avranno cadenza settimanale e lunghezza di una cartella (in qualche caso potranno essere sdoppiate e separatamente pubblicate di seguito); la “traccia” sarà dettata dall’ordine cronologico dei “fatti significativi”, che non sono sempre i più “noti” (sarà esclusa, per esempio, l’avventura fiumana).

Inizierò, quindi, dalla contestazione a Bissolati l’11 gennaio del 1919 per arrivare fino alla vigilia della “Marcia”), senza nessuna “astrazione metastorica che trascenda il tempo e lo spazio”, proprio come scrive Gentile

giovedì 20 giugno 2013

Mario M. Merlino:‘Ai confini del nero’

di Mario M. Merlino

Ho davanti a me, su questa scrivania, dove arrangio anche questo ‘pezzo’, l’ultimo dei miei figli (forse, più esattamente, un ennesimo me stesso ove contemplarmi e compiacermi)… Ai confini del nero, il suo titolo con la copertina grigio-scura e la fotografia realizzata da Simone e ridefinita da Marco. Copertina nata mentre si percorreva la via Tiburtina, poco dopo il complesso carcerario di Rebibbia. Ad altro era rivolta la nostra attenzione, poi questo edificio alto scheletro dismesso senso di abbandono fine di un mondo desolazione (Bakunin rilevava che nello spirito della distruzione si annidano già le premesse dell’edificazione; Nietzsche, filosofo e poeta dal linguaggio asciutto ed abissale ammoniva che ‘là dove ci sono sepolcri, là vi sono resurrezioni’).

Ora del tramonto, tripudio e incendio di luci gioco di ombre… L’ora in cui per il filosofo Platone si addensano i pensieri e Giulio Cesare invita, nel silenzio della tenda, di prendere tavoletta e stilo e misurare quanto e come si è vissuto il giorno. Poi Martin Heidegger annota, dopo aver trascorso la notte ospite di un suo ex allievo, mentre, su Friburgo, le bombe alleate si divertono a devastare, annientare, radere al suolo quanto di cultura tedesca ed europea aveva sfidato per secoli il mondo: ‘Il tramontare è diverso dal perire. Ogni tramonto resta al sicuro nel sorgere’.

Una copertina che può apparire decadente, con la mia immagine da hippie che non favorisce i colori dell’arcobaleno le api che succhiano il polline le formichine laboriose i bambini che saltellano sul marciapiede… Forse una provocazione, non so. Però non è così: ho sempre a mente il testimone che Robert Brasillach ci ha lasciato, poco prima di essere portato davanti al plotone d’esecuzione, a conclusione di Lettera a un soldato della classe ’40 quella fierezza e quella speranza a cui abbiamo tentato di tenere fede. E la gioia di vivere, senza la quale non vi sarebbe premio, la fierezza finirebbe in testardaggine e la speranza in illusione…

Dunque la copertina si offre al mio sguardo e, se fossi capace di usare lo skanner (?), l’avreste anche voi… beh, magari venite a qualche prossima presentazione o l’ordinate in libreria… mi darete ragione. La luce che filtra e colora d’una calda aurea atmosfera il luogo abbandonato alla nientità non può evocare funerei pensieri, lande desolate, malevoli storie. E la luce del sole, pur nel volgersi alle ore della sera, ben corrisponde a quella luce che pervade le storie che compongono il contenuto del libro. Cinque in tutto, come furono in Atmosfere in nero, con qui delle dediche più lunghe e un fuori programma tutto personale.

Chi sono i protagonisti di questa raccolta se non, salvo in un caso, persone esistite o ancora esistenti, pur nell’arbitraria rielaborazione di un momento della propria esistenza. Il vero il verosimile la libertà dello scrittore. E ci insegnano che si può avere un animo grande. Si può scegliere, comunque e nonostante tutto, con uno scatto di reni, un attimo di follia, per un sì o per un no e magari senza sapere cosa si cela dietro l’uno o l’altro. Intensità o durata… Negli ultimi anni dietro la cattedra avvertivo l’astrattezza delle idee dei concetti delle teorizzazioni delle visioni sistematiche protese ad essere onnicomprensive e finire per essere divoratrici dell’esistente. E, al contrario, la vecchia storia piena di aneddoti, di uomini e di donne, e dei filosofi che abbracciano i ronzini percorrono le vie di Koenigsberg con il medesimo passo e alla medesima ora cercano l’immortalità bevendo la polvere del ferro limato…

Abbandoniamo il mio libro al suo destino… Ogni lettore lo renderà a se stesso con la propria sensibilità attenzione interesse oppure lo respingerà fuori dal proprio mondo. Era forse per questo che Socrate non volle avere nulla a che fare con la parola scritta e Platone rimprovera il dio egizio Toth per aver insegnato agli uomini l’uso della scrittura. Avremmo trovato la nostra strada anche su un libro dalle pagine bianche… Eppure, eccomi qui a scrivere, scrivere per vincere la morte, scrivere per sentirmi meno solo, scrivere per lanciare ponti verso gli altri la natura e, chissà, qualche oscura divinità, scrivere per vanità per dispetto per riderci sopra o per rabbia, per essere fedele ai ‘confini del nero’ dove ho collocato ‘la torre del nostro orgoglio e della nostra disperazione’.

mercoledì 19 giugno 2013

Gay-paga


di Luigi Cardarelli

Esplode il caldo opprimente dell'estate, intanto che i grillini s'azzuffano per pontificare se si deve andare al mare in autobus o con la motocicletta. Beppe Grillo la sua fatal missione l'ha compiuta. Quella di rinsaldare la maggioranza per davvero. Scrivevo appena un anno fa, che Lui era l'uomo che doveva far finta di cambiar le cose affinché non arrivasse qualcuno che le trasformasse seriamente. Si direbbe una "bufala". La sua ridicola e farlocca armata Brancaleone dopo averlo sconsacrato, è  divenuta soltanto un grosso serbatoio di riserva del pd: uno strapuntino a gratis, da utilizzare all'uopo in casi d'emergenza. Una minaccia latente non di certo per il sistema o la casta o contro il brigantaggio del politicante, ma solamente per lo spento e logorato pdl.


Al punto tale che Silvio Berlusconi ogni giorno vieppiù blinda ed omaggia questo esecutivo come fosse suo, fatto assieme a coloro che per 20 anni circa sono stati presentati nelle vesti di persecutori e demoni. Guardando di qua e di là in ogni zona del paese, nessuno riesce a distinguere bene se esista una reale opposizione a codesto governo Letta-maio. Magari fra tre mesi a settembre spunterà Casini, o forse il nipote di De Mita. Non si può escludere a priori un ritorno di Veltroni ma neanche un Napolitano tris! La gente onesta se non si suicida, è impegnata strenuamente con le notti magiche del calcio. Quindi non resterebbe meravigliata affatto se Matteo Renzi divenisse il nuovo capo della destra e Brunetta Renato il feroce pasdaran della sinistra.

Così c'erano un tempo le vacanze, adesso cacchio le fanno esclusivamente loro. Gli eletti. Nella spasmodica attesa dell'erede al trono di Albione, passeremo le poche ferie sconsolati chiedendoci beoti con chi andrà a cena in agosto Matteo il Magnifico. Allora, con Luxuria o con la D'Urso? Nel mentre la Concia poverina s'è democraticamente sistemata a Mediaset. Gay-paga…

martedì 18 giugno 2013

Abracadabra


di Fabio Calabrese

Ripensando alle osservazioni che ho inserito in “I due volti della modernità”, un'ulteriore considerazione mi è venuta – viene – spontanea. Proviamo solo a immaginare che la frase di Ernst Haeckel che ho citato sia stata detta da qualche ricercatore della nostra epoca invece che del XIX secolo, che se le differenze che constatiamo fra bianchi e neri si trovassero fra due chiocciole nessuno avrebbe esitazioni a classificarle in due specie diverse. Che cosa succederebbe?

Non è difficile da capire: la censura democratica scatterebbe immediatamente: questa persona sarebbe aggredita da tutte le parti, lo si accuserebbe di essere un fascista e un razzista; se fosse un docente, gli si impedirebbe di tenere lezione, se osasse tenere una conferenza sarebbe aggredito e svillaneggiato, le riviste rifiuterebbero i suoi articoli, gli editori i suoi libri, in breve il suo posto di lavoro sarebbe a rischio, sarebbe ridotto al silenzio, forse alla fame, e potrebbero scattare per lui anche implicazioni penali, perché in democrazia certe opinioni sono un reato.

Io non vorrei adesso aprire un dibattito sulle differenze fra gli uomini, che esse esistano, comprese quelle razziali, mi pare che dovrebbe essere del tutto pacifico, se non si insistesse a imporci forzatamente il dogma democratico dell'uguaglianza. Vorrei adesso piuttosto porre l'attenzione sull'ampiezza, la capillarità, l'efficienza del sistema repressivo democratico, largamente basato sul fatto di trovare ampie e zelanti collaborazioni fra i campioni della democrazia stessa che, quanto più si pongono “a sinistra”, tanto più sono ostili a qualunque forma di pensiero che non ubbidisca ai dogmi di un rigido conformismo.

Lo stesso trattamento, infatti, viene riservato, ovviamente, a chi contesta una qualsiasi delle convinzioni che l'ideologia democratica vuole imporci a ogni costo: a chi avanza dubbi sull'entità dell'olocausto, a chi vorrebbe in qualsiasi modo riabilitare il fascismo, a chi osa avanzare il sospetto che alle differenze anatomiche tra uomo e donna possano corrispondere differenze psicologiche e comportamentali che non siano il prodotto dell'educazione, e da un po' di tempo anche a chi trova qualcosa di anomalo, di innaturale nel matrimonio fra persone dello stesso sesso. La libertà di pensiero concessa dalla democrazia si riduce ogni giorno di più, e i “compagni” sono i censori più zelanti, il loro fine sembra essere quello di rendere la gente incapace di pensare.

Sarà per questo che comportamenti e atteggiamenti che in altri tempi sarebbero sembrati irrazionali o francamente stupidi, oggi sono accettati come la normalità. Nel mio articolo precedente come in altri già comparsi su “Ereticamente” o in altre sedi, ho illustrato l'aspetto superstizioso e stregonesco del “pensiero” democratico, ma è un argomento sempre suscettibile di ulteriori approfondimenti, anzi si può dire che più si scava, meno se ne vede il fondo.

Prendiamo un campo che in apparenza dovrebbe essere quello quanto più razionale e oggettivo possibile, che riguarda più strettamente le condizioni reali di vita della gente: l'economia. Ho già evidenziato in altri miei scritti che questo terreno, che dovrebbe essere quello della massima razionalità, per come viene trattato dal pensiero dominante è a tutti gli effetti una pseudo-scienza che si basa su due presupposti impliciti, non dichiarati e assolutamente falsi, che esista qualcosa di definibile come l'interesse globale della società e che le vicissitudini economiche, l'andamento dei mercati, siano qualcosa di imprevedibile e indipendente dai comportamenti umani, come se parlassimo di meteorologia.

E' invece vero che all'interno di qualsiasi società esistono interessi in conflitto, che una ristretta minoranza di persone appartenenti allo strato più alto del capitalismo bancario e finanziario può agire e di fatto agisce per il proprio personale tornaconto a danno dell'interesse, del benessere, del futuro di tutti gli altri, e che le crisi sono provocate e manipolate allo scopo di impadronirsi delle risorse prodotte dalla società, di trasformare il lavoro di molti nella ricchezza di pochi.

Ad avviare la società italiana e quelle del resto dell'Europa sulla strada di quella che ormai dal 2008 non è più una crisi ma, a meno di radicali cambiamenti, un declino irreversibile, a creare le premesse di questo declino, i “compagni”, i marxisti, quella sinistra verso la quale per atavica abitudine una parte dei ceti lavoratori da ancora il proprio appoggio ignara del fatto che essa ha smesso di tutelare da gran tempo i loro interessi, ha dato e continua a dare un contributo non disprezzabile. Per decenni hanno fatto una guerra senza quartiere agli imprenditori, ignorando o facendo finta di ignorare che il tessuto produttivo italiano è composto principalmente di piccola industria, e che ogni ditta che fallisce significa decine o centinaia di lavoratori sul lastrico, permettendo così ai grossi gruppi industriali, alle grandi catene di distribuzione, alle banche, alla finanza di acquisire più facilmente le aziende, e oggi che il grande capitalismo bancario e finanziario mascherato dietro le istituzioni “europee” con cui sono sempre stati complici, sferra il suo attacco decisivo alla proprietà, al benessere al futuro di tutti, fanno finta di non vedere e proclamano per bocca del loro guru Walter Veltroni che “la lotta di classe non esiste”.   

Il dominio dell'economia che dovrebbe essere quello della massima razionalità, è invece dominato da componenti irrazionali, scaramantiche, superstiziose, stregonesche. Prendiamo quello che ha tutta l'apparenza di un dato oggettivo, il famoso (o famigerato) PIL. Oggi che siamo in recessione, il nostro PIL è regredito, è tornato – ci dicono – al livello di vent'anni fa. La nostra situazione economica è uguale a quella di allora? Ne siamo sicuri? La mia è – credo – una famiglia tipica: quattro persone e due redditi da lavoro. Venti-venticinque anni fa avevamo figli piccoli pagavamo la baby sitter e il mutuo e si riusciva a mettere qualcosa da parte. Oggi si stenta ad arrivare a fine mese. Io credo che chiunque abbia più di trent'anni non fatichi a ricordare situazioni dello stesso genere.

Il PIL di alcuni Paesi del Terzo Mondo come il Brasile o l'India registra – ci dicono – incrementi tra il 5 e il 10% l'anno. Se il dato fosse reale, costoro dovrebbero aver ormai raggiunto il livello di benessere dei Paesi industrializzati. Mah! Se andate a vedere alla periferia di Rio De Janeiro o a quella di Calcutta, trovate le stesse favelas, le stesse bidonville  miserabili che c'erano venti, cinquanta, settanta anni fa, dove vive un'umanità in condizioni di degrado ai limiti della sopravvivenza, e sia chiaro che – come nel passato – ci entrate a vostro rischio e pericolo.

Io ho l'impressione che questo famigerato PIL sia un indice fittizio o per meglio dire manipolato, la cui esistenza serve a veicolare l'essenza dell'ideologia progressista: sono possibili occasionali e temporanei ritorni all'indietro, come sta avvenendo in Europa dal 2008, ma la tendenza globale sul lungo periodo è ascendente: se le cose oggi non vanno meglio di ieri, vanno pur sempre meglio dell'altro ieri e domani saranno ancora migliori.

Io mi domando come sia possibile pensare che in un mondo che non aumenta certo di dimensioni, ma ogni giorno è come se si riducesse, sempre più sfruttato, inquinato, devastato, impoverito, e dove la specie umana continua la sua espansione demografica, sia possibile una crescita della disponibilità di risorse pro capite. La logica e il semplice buon senso ci dicono che se si deve dividere una torta fra più persone, aumentando il numero dei commensali, si ridurrà la fetta di ciascuno. Ma la logica e il buon senso non sembrano avere corso tra i “maghi” dell'economia.

Se qualcuno sostenesse di possedere una formula magica, un abracadabra pronunciando il quale si possono risolvere tutti i problemi, non credete che in altre epoche meno “evolute” e più sagge, costui sarebbe stato guardato con comprensibile scetticismo?

Nella nostra epoca “progredita” la gente sembra diventata più credula, TERRIBILMENTE più credula, ed ecco che qualcuno è venuto fuori con la formula magica, l'abracadabra per risolvere tutti i problemi economici e –  quel che è più tragico – è stato preso sul serio: la formula dell'abracadabra è semplice, di una semplicità sconcertante: privatizzare, privatizzare, privatizzare.

Di mezzo c'è senza dubbio il fallimento dello statalismo dirigistico, dell'economia di piano che caratterizzava il sistema sovietico e gli altri Paesi del “socialismo reale” dell'Europa dell'est. Poiché un eccesso non funziona, allora mettiamoci a giurare e spergiurare sull'eccesso opposto. Mi chiedo se davvero occorra essere laureati e avere un master in economia alla Bocconi per ragionare in maniera così rozza.

Su di un piano di pensiero appena leggermente superiore (come passare dallo scimpanzé al bonobo, ma siamo ancora molto lontani dall'homo sapiens), l'attuale tendenza neo-liberista viene giustificata così: l'offerta di beni e servizi da parte di una pluralità di imprenditori privati li pone in concorrenza fra loro, quindi ognuno di loro tenderà a offrire il servizio o il prodotto migliore possibile al prezzo più contenuto possibile. Questa concezione neo-liberista è oggi considerata talmente forte, talmente persuasiva, talmente vincente da essere stata proclamata dagli economisti il PENSIERO UNICO a cui tutti dovrebbero giocoforza adeguarsi, eppure tutte le volte che è stata applicata all'economia reale, non ha prodotto altro che disastri.

In realtà, le obiezioni che si possono sollevare contro di essa sono parecchie. Per prima cosa, siamo sicuri che in condizioni di sedicente libero mercato l'utente abbia davvero libertà di scelta? Un qualsiasi accordo fra i produttori di un settore che decidono di offrire lo stesso prodotto agli stessi prezzi può vanificare questa libertà, così come si è scoperto qualche anno fa essere accaduto fra le compagnie di assicurazione riguardo alle polizze automobilistiche, gioco in questo caso tanto più facile perché il cliente è legalmente obbligato all'acquisto, ma il discorso va ben oltre questo caso, e lo riprenderemo fra poco.

Un'altra rilevante obiezione, è che ci sono dei servizi per i quali l'esborso dell'utente può coprire soltanto una parte dei costi e che, se lasciati in mani private, avrebbero un costo che li renderebbe accessibili solo a una parte della comunità, quella più economicamente avvantaggiata. Gli esempi più rilevanti sono l'istruzione e la sanità: quando in questi comparti si lascia spazio all'iniziativa privata, si manifestano evidenti effetti distorsivi, così ad esempio abbiamo scuole private riservate ai figli di un' élite di privilegiati che nel tentativo – si suppone – di allargare la fascia di coloro che vi hanno accesso, godono di ingenti agevolazioni e finanziamenti pubblici, mentre la scuola pubblica presenta segni di degrado piuttosto evidenti. Per la sanità vale un discorso analogo, con la differenza – forse – che qui un maggior numero di persone è costretta almeno occasionalmente ad accedere obtorto collo alla fascia alta perché quando si tratta della salute non si bada a spese. Abbiamo il paradosso di medici che esercitano intra moenia, cioè che lavorano nelle strutture pubbliche e all'interno delle stesse possono esercitare attività professionale privata. Come tutti sappiamo, si può accedere alla stessa visita o allo stesso esame compiuto dallo stesso medico “in privato” o attraverso la struttura pubblica; nel primo caso, si paga considerevolmente di più, nel secondo i tempi di attesa diventano biblici, quasi infiniti.

In questi casi, scuola e sanità, l'iniziativa privata non migliora il servizio ma sottrae risorse, contribuisce a degradare il servizio pubblico, che è poi quello che resta accessibile alla maggior parte dei cittadini. Il meccanismo della sanità, poi, è particolarmente perverso, perché l'iniziativa privata si concentra sui settori più “interessanti” economicamente e lascia alle strutture pubbliche la gestione di quelli che lo sono di meno, e la sanità italiana, soprattutto nelle regioni meridionali, è diventata una voragine senza fondo che inghiotte denaro pubblico offrendo un servizio sempre più degradato.

Esistono poi settori nei quali l'intervento pubblico coincide con l'esercizio della sovranità e l'infiltrarsi dell'iniziativa privata significa la perdita dei residui diritti che rimangono ai cittadini: difesa nazionale, ordine pubblico, giustizia. Il giorno che una polizia mercenaria arresterà un cittadino per farlo comparire davanti a un tribunale privato a rispondere a un codice di giustizia privato, il sogno liberista si sarà trasformato nel più atroce incubo kafkiano. Noi ci siamo ancora lontani, sembra, ma negli Stati Uniti mica tanto.

Non occorre girarci attorno all'infinito, fino agli anni '40 del XX secolo si sono confrontati in Europa e nel mondo oltre alle società a economia di mercato capitalista, due modelli di socialismo, uno disfunzionale, che ha finito per essere il più gigantesco aborto della storia, l'altro invece che funzionava eccome, ed è proprio questo il motivo per il quale capitalismo e “socialismo deforme” con la falce e martello si sono coalizzati per distruggerlo scatenando la guerra più gigantesca della storia umana. Non è davvero possibile credere che queste forze non abbiano preparato e intenzionalmente provocato la seconda guerra mondiale attirando la Germania in una trappola, inducendo i Polacchi a rifiutare qualsiasi trattativa sulla questione di Danzica, esattamente come nel 1914 GLI STESSI REGISTI OCCULTI avevano approfittato della comprensibile reazione dell'Austria all' assassinio del proprio principe ereditario per provocare il primo conflitto mondiale.

Un discorso di questo genere ci porterebbe lontano. In questa sede, limitiamoci a notare che i cambiamenti economici e sociali non avvengono con la stessa rapidità dei mutamenti politici. Sia pure in maniera meno radicale ed efficiente del nazionalsocialismo tedesco, anche il fascismo italiano aveva creato un sistema di protezioni sociali a vantaggio delle fasce più deboli della popolazione e un sistema economico basato sull'integrazione fra pubblico e privato, e purtroppo non è arrivato a vedere i frutti di questo lavoro, perché il boom economico degli anni '60, l'ingresso a pieno titolo dell'Italia fra le nazioni a economia industriale, è stato una conseguenza del lavoro fatto precedentemente dal fascismo, i buoni semi piantati che sono infine germogliati nonostante la gelata della guerra.

Un dato fra tutti mi sembra di particolare rilievo: tutti gli indici economici mostrano che le differenze fra nord e sud della nostra Penisola fra 1920 e 1970 hanno cominciato a ridursi, ma dopo tale data “la forbice” ha ripreso ad allargarsi, visibile conseguenza del ritorno a politiche liberiste che arricchiscono i ricchi e impoveriscono ulteriormente i poveri.

L'efficiente sistema delle partecipazioni statali creato dal fascismo che aveva consentito la ripresa dopo i disastri della guerra e il boom economico degli anni '60, è stato progressivamente smantellato a partire dagli anni '80 e '90, e nella demolizione di questa “bieca” eredità del “bieco ventennio” si sono distinti i governi guidati da Giuliano Amato e da Carlo Azelio Ciampi e soprattutto Romano Prodi che è stato il grande demolitore dell'IRI, quell'Istituto per la Ricostruzione Industriale creato dal fascismo e che era stato il volano della nostra ripresa economica dopo il primo e dopo il secondo conflitto mondiale. Tutti e tre questi gentiluomini sono uomini di sinistra, il segno forse più evidente del fatto che alla sinistra delle condizioni di vita delle nostre classi lavoratrici, in ultima analisi non gliene importa un tubo.

Ai “maestri” dell'economia di solito manca qualcosa che dovrebbe essere invece a disposizione anche di chi non ha fatto la Bocconi, un po' di cultura storica. Per comprendere quali siano le conseguenze a lungo termine dell'attuale trend, basterebbe esaminare con un po' di attenzione la storia italiana dove troviamo un esempio di situazione economica che presenta fortissime analogie con la situazione europea attuale: anche in questo caso, vi fu un'estesa privatizzazione e il controllo delle dinamiche economiche passò nelle mani delle banche, cui lo stato affidò ogni cosa, compresa l'emissione di moneta.

Nel 1266 Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia fu invitato dal papa a invadere il regno di Sicilia che allora comprendeva tutta l'Italia meridionale, per toglierne la corona a Manfredi figlio dell'imperatore Federico II, poiché la Chiesa era decisa a distruggere la dinastia sveva. Poiché Carlo era praticamente un privato, ricorse a massicci prestiti dei banchieri genovesi e pisani, lasciando loro in cambio la gestione dell'economia del regno una volta ottenuta la corona siciliana.

Bisogna notare che fin allora, cosa che sicuramente è ignota a Bossi e Maroni, il meridione era la parte più avanzata della nostra Penisola, favorito dalla sua posizione di ponte naturale con Bisanzio e il Medio Oriente: i Normanni e poi gli Svevi vi avevano costruito uno stato efficiente e moderno, non permettendo all'anarchismo feudale o comunale di prendere piede. Con le tabulae melfitanae Federico II l'aveva dotato della prima costituzione moderna. Rimangono testimonianza di quel periodo le splendide cattedrali di Palermo e Monreale, la corte palermitana dove iniziò la letteratura italiana in lingua volgare, la scuola di medicina di Salerno e l'università di Napoli che ancora oggi porta il nome del grande imperatore svevo, le prime istituzioni europee di livello universitario, prima di Oxford e della Sorbona.

La conquista angioina segnò il passaggio delle attività economiche nelle mani di banchieri forestieri che non avevano alcun interesse a sviluppare l'economia del regno, ma solo a sfruttarla quanto più possibile. Questo, oltre al trapianto di un baronato parassitario di origine francese, provocò il crollo del nostro meridione che precipitò in un abisso di arretratezza dal quale si può dire non sia del tutto uscito nemmeno oggi a otto secoli di distanza, e ci dà l'esatta misura del destino che la BCE sta preparando per noi.

Quale considerazione abbiano i banchieri per la loro clientela, lo dimostrò il potentissimo banchiere e lobbista Enrico Cuccia definendo i piccoli risparmiatori “il parco buoi”. Questo siamo noi per loro: bestiame da sfruttare.

Ma c'è di più: torniamo al nostro argomento iniziale: tutto il pensiero liberista si basa sul presupposto che l'utente abbia una libertà di scelta fra operatori tra i quali esiste una concorrenza reale che tenderebbe a migliorare l'offerta di beni e servizi. E se questa libertà di scelta fosse totalmente falsa e apparente? In questo caso, tutto il PENSIERO UNICO crollerebbe come un arco cui sia stata tolta la chiave di volta. EBBENE, A QUANTO PARE, E' PROPRIO COSI'.

Qualche anno fa alcuni ricercatori economici hanno condotto una ricerca il cui esito importantissimo per tutti noi, è caduto sotto una pesante censura, e che sarebbe andato del tutto perduto se non fosse per l'incontrollabilità del web che sfugge alle intenzioni censorie che percorrono la democrazia.

Come sappiamo, la proprietà di qualunque cosa tranne i nostri effetti personali (ma anche delle nostre case gravate da mutui ipotecari) è legata a un gioco praticamente infinito di scatole cinesi; non esiste un'azienda che non sia partecipata da altre aziende le cui azioni sono controllate da banche e altre aziende, talvolta dalle banche statali che però a loro volta sono partecipate da privati, e via dicendo.

Questi ricercatori hanno cercato di ricostruire una mappa del potere economico mondiale risalendo le ingarbugliate catene delle partecipazioni e dell'azionariato, chi controlla che cosa, un'impresa simile a quella di costruire una mappa virtuale dell'intero pianeta, come è stato fatto con Google Earth. Alla fine si sono accorti con vera sorpresa che tutto converge verso un unico nucleo: una ventina di famiglie strettamente imparentate deterrebbe qualcosa come l'80% della ricchezza mondiale, e i loro nomi, Rotschild, Goldmann Sachs e via dicendo, fanno pensare molto più alla circoncisione che non al battesimo. Anche in questo nucleo ristretto alcuni sarebbero più importanti di altri, e la famiglia Rotschild possiederebbe da sola all'incirca metà della ricchezza dell'intero pianeta.

E' chiaro che cosa abbiamo di fronte: un potere con il quale gli stati nazionali stentano a competere, e se, in ossequio al dogma liberista, rinunciano a esercitare un controllo sull'economia, non possono che diventarne docili e ricattabili strumenti.

Alla fine tutto si tiene: anche il fenomeno dell'immigrazione non è, insieme alla crisi economica, altro che l'altra branca della tenaglia destinata a stritolarci, perché il progetto di dominazione mondiale di cui l'accaparramento della ricchezza planetaria è una parte, vuole un mondo ibridato e imbastardito, dove non vi siano popoli, nazioni e culture che possano opporre resistenza, un ibrido “mercato globale” planetario. Non è tempo di ubbie liberiste e democratiche, di abracadabra ma di lotta per la nostra sopravvivenza.

In campo economico, questo significa buttare a mare i dogmi liberisti, il sedicente pensiero unico, e ritornare a percorrere la via del socialismo nazionale.  

lunedì 17 giugno 2013

Intervista a Renato Del Ponte per Ereticamente

a cura di Luca Valentini

  1) Professor Renato Del Ponte, è universalmente riconosciuta la sua vicinanza, sia a livello personale sia tramite Arthos, storica rivista da Lei diretta sin dal lontano 1972, alla figura di Julius Evola, la cui attualità è spesso messa in discussione, da ambienti diversi.  Quale è il suo pensiero in proposito?

Ovviamente non concordo sull’inattualità, al contrario l’attualità degli insegnamenti di Evola consistono soprattutto nell’avere previsto – e analizzato nei particolari con grande anticipo sui tempi, le caratteristiche della crisi attuale sintomatica la sua nota definizione “demonia dell’economia,  la quale non è peraltro, di sola natura economica, ma investe una disamina più organica delle fenomenologie globali del mondo moderno ed oltre; copre, cioè, tutti i piani dell’esistenza, ed è soprattutto di natura “spirituale”. E’ lì che va colta l’origine di tutto il male ed è lì che Evola pone i suoi distinguo e le possibili terapie. Pubblicata per la prima volta nel 1961 (ma concepita assai prima) Cavalcare la Tigre, opera non ben compresa nella sua portata sino a pochi anni fa, ora (e dovrei dire “purtroppo”) fa sentire nella sua immediatezza i reali termini del dilemma della crisi contemporanea e le sue possibili e difficili soluzioni. Ma esse possono nascere solo dal cuore dell’uomo e dal suo necessario “risveglio”.

2)      Quale è stato nel corso degli anni il rapporto tra la sua personale pubblicistica e l’intera raccolta degli scritti evoliani?



La maggior parte della mia produzione pubblicistica ha come lievito spirituale la lettura e l’approfondimento del pensiero di Evola, ma, almeno in apparenza, essa vi fa assai raramente riferimento diretto. Tuttavia, il libro mio ultimo (uscito nel Maggio 2012), che si intitola Nella Terra del Drago. Note insolite di viaggio nel Regno del Bhutan (Edizioni del Tridente, Treviso), recensito anche dal “Corriere della Sera” e dal “Foglio”, pur se Evola vi è citato solo una volta, ispirandosi, nella descrizione di certi asceti himalayani, alla evoliana Dottrina del Risveglio o, forse, anche allo Yogao, piuttosto, a L’Uomo come Potenza, si specchia nelle riflessioni sul Buddhismo tantrico care al primo e all’ultimo Evola. Riflessioni che (e in questo mi ripeto) sfoceranno, guarda caso, in Cavalcare la Tigre: una espressione ricavata proprio da un concetto estremo orientale.


3)      Noi abbiamo apprezzato il suo libro, ma anche la recensione di Alessandro Giuli su Il Foglio. Può illustrarcene brevemente i contenuti?

E’ il frutto di un mio viaggio effettuato nel 2004 nel remoto regno himalayano del Bhutan, forse l’ultimo paese al mondo in cui si sia mantenuto uno stile di vita fedele ai ritmi della natura, cioè conforme alla Tradizione. Un paese che io definisco “riserva naturale dell’umanità” per la sua illuminata politica di protezione ambientale e la tutela della terapeutica tradizionale. Un paese che (per rimanere ai casi attuali), primo al mondo, ha abolito il Pil: e questo, credo, la dice lunga. Ma è anche una grande “riserva spirituale” per via della trasmissione di dottrine antichissime legate ai primi e maggiori maestri tantrici, come Padmasambhava. Ricorderò, fra l’altro, che il Buddhismo himalayano non nega, anzi riafferma l’esistenza degli Déi e dei dèmoni della precedente tradizione Bön. In appendice al libro, inoltre, traduco La via verso Shambala del III Panchen Lama (1775). Che cosa c' entra questo con la Roma che noi veneriamo? Rinvio allo scritto del compianto Marco Baistrocchi (che firma come “Cesare Romano”) intitolato Roma e Shambala (in “Politica Romana” n°1 del 1994, pp. 63-67), dove si parla dell’eroe Gesar di Glin che giungerà da Shambala. Ora, Gesar è la trascrizione del titolo imperiale romano, Caesar.


4)      Professore, Lei è il fondatore e direttore della prestigiosa rivista di studi tradizionali “ARTHOS”, che è pubblicata per le Edizioni Arŷa di Genova, a cui Lei offre il suo prezioso contributo. Può illustrarci l’orientamento della rivista e le recenti iniziative editoriali?



Delle Edizioni Arŷa sono il principale collaboratore, nonché ispiratore d’iniziative. Fra le pubblicazioni più recenti ricordo il n°21 della nuova serie di “Arthos”, che festeggia il quarantennale della sua nascita con scritti improntati alla speciale occasione e contributi di saggisti di vaglia sul mondo dell’antico simbolismo. “Arthos” sorge come rivista di studi tradizionali a tutto tondo, dal momento che vi collaborano anche amici cattolici, buddhisti e agnostici (s’intende: non atei…) o, in ogni caso, chiunque vi può scrivere che faccia riferimento all’idea di Tradizione. E vorrei ricordare che era proprio questo lo spirito che animava l’antica romanità, quella di un Quinto Aurelio Simmaco, il quale, nel rispetto e nell’osservanza delle proprie tradizioni, invitava chi non la pensasse come lui ad osservare la volta stellata, che tutti ci racchiude e a tutti è comune. Per le Edizioni Arŷa è uscita nel 2012 l’importante raccolta di saggi evoliani Scritti sulla Massoneria volgare e profana(2° edizione accresciuta con molte appendici) ed entro il Giugno 2013 pubblicheremo (sempre a mia cura) una raccolta di lettere inedite di Adriano Romualdi ad un amico (1967-1971), corredata di documenti e appendici. E’ chiaro che questo testo (introdotto da Alberto Lombardo) avrà un carattere, oltre che storico, metapolitico.


5)      Nell’ambito del mondo del tradizionalismo, di ispirazione classica e italico-romana, varie iniziative si sono svolte in Italia, ma anche a livello internazionale.  Può farci un quadro dell’attuale situazione?

A nome del M.T.R. (Movimento Tradizionalista Romano) ho partecipato nell’Agosto 2010 al Congresso Internazionale del WCER, svoltosi proprio in Italia, a Bologna, e debbo evidenziare come  la situazione generale non sia propriamente entusiasmante. Ognuno si muove su linee diverse perché diversa è la situazione culturale, storica e religiosa dei singoli paesi. Pochi sono i tratti comuni, anche se è possibile un’intesa di massima. Molto meglio della Grecia vedo i Paesi Baltici, come Lituania e Lettonia, e persino slavi (Ucraina e Russia). Vorrei ricordarle che non sono i numeri che contano, ma la preparazione culturale e il livello spirituali di ciascuno: è la qualificazione che conta e, in genere, siamo ad un livello piuttosto basso. In Italia, poi, a tacere di certe deprecabili frange “stregonesche” operanti soprattutto nel Veneto, e che squalificano tutto un ambiente, dopo alcune premesse che parevano buone, la situazione ha subìto ultimamente un’involuzione, anziché svilupparsi e questo per il ben noto difetto nazionale: l’individualismo sfrenato e il pressapochismo. Certe porte che sembravano aprirsi si stanno chiudendo. Pauci optimi conservano tuttavia le linee portanti di una Tradizione che, nonostante tutto, è destinata a perpetuarsi anche nei nostri tempi che, come si è detto, sono sempre più difficili.

6)      Quale il rapporto tra il pensiero tradizionale e la scienza, tra il Mito e le recenti scoperte archeologiche? Quasi tutti credono che personaggi come Romolo ed Enea siano frutto di una fantasiosa e fanciullesca mitologia.

Mi pare che i lavori di Andrea Carandini (suffragati da importanti scoperte archeologiche) dimostrino proprio il contrario per Romolo. Non così la pensa Carandini per Enea, ma il complesso cultuale di Lavinio e altre importanti scoperte e studi portano a differenti risultati. Certamente non si potrà mai trovare una “prova provata” definitiva di quanto affermo, ma vi siamo molto vicini, soprattutto per Romolo. Una disciplina poco frequentata, ma utile per un approccio corretto al problema è quella del diritto sacro romano, dal momento che tutti i documenti rimastici (purtroppo assai scarsi) di quanto concerne il diritto della religione romana rimandano ad un’antichità remota e sono quanto di più serio e autentico la stessa antichità ci abbia trasmesso. E’ per questo motivo che me ne sono più volte occupato in numerosi interventi tenuti in Campidoglio dal 2001 al 2011, nella fausta occasione del Natale di Roma e in libri come La Città degli Déi (Ecig, Genova 2003) e “Favete Linguis!” (Arŷa, Genova 2010) o Ambrosiae Pocula (Il Tridente, Treviso 2011).

7)      Arturo Reghini. Un valente esoterista pitagorico che, tramite i suoi studi, ha voluto e cercato di far rifiorire le origini italiche e pagane della libera muratoria, ma soprattutto tramite l’appartenenza alla Schola Italica di Armentano a Crotone, dove non casualmente il divino Pitagora insegnava. Come valuta Lei la figura di Arturo Reghini? Può raccontarci cosa è successo al Passo del Vestito?

“Arthos” si è occupata della figura di A. Reghini nel n° 20 della sua nuova serie. Ospita gli Atti del Convegno da noi organizzato nel Dicembre 2010 in un rifugio sito proprio nei pressi del Passo del Vestito, sulle Alpi Apuane, nel centenario dell’iniziazione pitagorica di Reghini per opera di Amedeo Rocco Armetano. Che cosa sia successo al Passo del Vestito nel Solstizio d’Inverno del 1910 non si può certo riassumere qui in poche righe, ma lo si può leggere nel mio intervento, dedicato appunto all’ Iniziazione pitagorica di Arturo Reghini in Apuania (alle pp. 7-16 di quel numero). Valuto molto positivamente la figura di Reghini nel quadro del tentativo di restaurazione della tradizione autoctona in Italia verificatosi nella prima metà del Novecento. Ciò, a prescindere da qualche aspetto discutibile del suo carattere o di qualche sua idea, ma nessuno può essere perfetto e lo stesso discorso vale naturalmente anche per Evola e, certamente, per Guénon.

8)      Professore, in Italia i libri di Umberto Eco per le tematiche misteriche ed esoteriche trattate hanno avuto il noto successo. I libri di Valerio Massimo Manfredi sul mondo classico lo stesso. Il suo parere?


Ho scritto di ritenere Umberto Eco un pericoloso mistificatore (rimando al mio saggio sul Pendolo di Foucault in Esoterismo e Letteratura, Edizioni del Tridente, Treviso 2005). Del resto egli è un nichilista giudaizzante della peggior specie e per giunta di antica matrice cattolica. La sua conoscenza del mondo dell’esoterismo è puramente strumentale e il suo successo dovuto essenzialmente al grande battage editoriale e mediatico ed alle sue ben note entrature accademiche. In effetti, non comprendo bene come il nome di tale repellente individuo possa figurare nell’ambito di questa intervista. Differente è il discorso per Valerio M. Manfredi, che ho anche conosciuto di persona. Si tratta di uno stimato docente di Storia Classica e un abile narratore di tradizioni a noi care. E’ giusto che abbia avuto un successo (e molto denaro…) coi suoi romanzi e con un film derivato da uno di questi. Ma posso dire che dal punto di vista che a noi interessa, cioè quello tradizionale, tutto si ferma qui, perché anche questo autore fuoriesce (e di gran lunga) da quello che dovrebbe essere il nostro orizzonte.


9)      Ogni anno il 21 Aprile si celebra fondazione e Natale di Roma. In un’Italia narcotizzata dal materialismo e dalla presenza sempre ingombrante del Vaticano, si assiste al solito degradante spettacolo di un Natale di Roma celebrato per vuota etichetta: cosa ne pensa?

Mentre a Roma il ex-sindaco filoisraeliano Alemanno, già seguace di Rauti e consorte di sua figlia (ultra integralista cattolica esaltatrice dei briganti borbonici) ha celebrato a modo suo la farsa di un 21 Aprile da operetta, esiste però chi ancora si premura di seguire le antiche tradizioni. E a questo punto, in mezzo a tanto pessimismo, voglio fornire una nota di speranza. Finché ci sarà in Italia un solo abitante del sacro suolo in grado di celebrare – secondo il giusto rito e con animo puro la santa ricorrenza del Dies natalis Urbis Romae o, altrimenti detta, la festa delle Palilia (e con essa tutte le principali ricorrenze del Kalendarium) – ed io posso affermare che ciò si verifica in più di un focolare di gens italica non tutto potrà essere perduto sul sacro suolo della Terra Italia.


10)   Nel  panorama attuale, è tra i fondatori del MTR e, quindi, gli esponenti più importanti della “Via romana agli Dei”. Vuol parlarcene?

La “Via romana agli Déi” è l’itinerario che, con l’ausilio di una corretta disposizione d’animo e la proposizione di certi riti, predispone al ritorno del’antico culto patrio degli Déi indigeti. Non tutti sono in grado di parteciparvi, soprattutto in questi tempi difficili. Il suo approccio pertiene ad una sfera rigorosamente privata, al più gentilizia e/o collegiale. Di più non posso né voglio dire.

11)   Il MTR è l’organizzazione storicamente più longeva e prestigiosa per tutti coloro che si ricollegano alla cosiddetta Via Romana agli Dei, eppure anch’essa negli ultimi anni ha subito fenomeni di divisione interna e di abbandoni. Senza voler ripercorrere vicende che già sono state trattate, anche da Lei, qui su Ereticamente, le chiediamo se, comunque, consideri certi avvenimenti come segnali di una certa decadenza umana, etica e, diremmo, anche sottile di tutto un certo ambiente e se ciò non abbia legami con una pratica cultuale, che per alcuni non è fondata su di una legittima trasmissione spirituale?



Certamente quella “decadenza umana ed etica” di cui Lei parla si è manifestata in alcune personalità “minori” dell’ambiente, dal momento che (e questo è opportuno sottolinearlo) il MTR non è nato da una realtà univoca, ma è frutto storico di tre differenti componenti con approcci e pratiche diverse e che solo in parte hanno col tempo acquisito iniziative comunitarie, soprattutto nell’organizzazione pratica. E’ pure possibile che una certa pratica “esterna” cultuale, non bene intesa, abbia peggiorato le cose. Ma posso garantire che per quanto riguarda la componente, a cuisin dall’origine, mi riferisco (attiva da oltre quarant’anni), fenomeni del genere non si sono manifestati. E in quanto alla cosiddetta “legittima trasmissione spirituale”, non stiamo parlando qui di pratiche di tipo iniziatico, ma di altro genere e su cui non possiamo qui soffermarci. Per quanto concerne la Tradizione Romana, vorrei proprio sapere chi oggi (salvo forse qualche “ guenoniano” in mala fede) possa dare giudizi del genere e in base a quali sue pretese di “legittimità” spirituale.


12)   Infine, entrando nel merito e nel tecnico, ricordando il pericolo paventato da Piero Fenili su Politica Romana circa la formazione di larve psichiche a seguito di certe ritualità pagane, ma anche l’utilizzo da parte di compiante personalità storiche del tradizionalismo romano come Salvatore Ruta  e Gianfranco Barbera di una sorta di ascesi ausiliaria, spesso associata alle tecniche descritte in Ur o alle meditazioni di uno Scaligero, ritiene sia necessario – anche non dimenticando diversi casi di dissociazione psichica avvenuti in un certo neopaganesimo ultramoderno – un percorso di rettificazione e di centramento animico e sottile, che accompagni la pratica cultuale gentilizia? La ringraziamo del tempo che ha dedicato ad Ereticamente.

Forse Piero Fenili (che molto bene ho conosciuto) parla di esperienze di cui lui ha fatto direttamente prova quando ebbe frequentato (per un certo tempo) il “Gruppo dei Dioscuri”, molti componenti del quale (è cosa assai nota), se non perirono tragicamente, finirono in un vortice psichico. Sono al corrente solo in minima parte delle pratiche un tempo in uso nel Gruppo interno di Salvatore Ruta (peraltro sempre da me molto stimato), pratiche che tuttavia non hanno riguardato né me né componenti della Gens Pico – Martia. Gianfranco Barbera neanche so chi sia o sia stato…Si, ritengo utile e necessario quel percorso di rettificazione a cui Lei accenna, ma posso assicurare che il MTR che io conosco è sempre stato ben lontano da qualsivoglia pratica di deteriore spiritualismo, poiché la Tradizione Romana, nella sua essenzialità, esige estrema chiarezza di gesti e di operazioni e soprattutto (e qui credo di ripetermi) assoluta purezza d’animo e di intenti.