Presentazione di EreticaMente

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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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lunedì 13 agosto 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 11 Agosto us


di FRANCO G. FREDA


          Eroici, perfino. A sfidare i quaranta gradi garantiti del brindisino nei suoi momenti più hard. Sono circa un migliaio gli studenti che si sono ritrovati a Ostuni nel Riot Village, campeggio impegnato e – pare - svincolato dall’ingerenza dei partiti, a preparare la lotta dell’autunno per una scuola migliore. No alle tasse per i fuoricorso. Dicono. Sì alle borse di studio. È evidente che il dramma della scuola sia per loro di ordine economico. Magari fosse solo così. Saremmo a posto. Invece, il vero problema è che la scuola di oggi è del tutto incapace di cavalcare la tigre del presente e troppo intimamente contaminata per incentrarsi, limpida, serena e severa, su essenze intemporali e paradigmi superbi.


          O si fa in modo di cambiare questo mondo o deve per forza cambiare la scuola. Oppure, strada più impervia e virtuosa, occorre essere così audaci e attenti e abili da usare la scuola per cambiare il mondo. Come? Andando controcorrente. Ma in maniera decisa. Rileggendo il Nietzsche di Sul futuro delle nostre istituzioni educative. I suoi infiammati e duri discorsi sul genio. Altro che Gramsci. Questo è già il mondo di Gramsci e lo vediamo il risultato. Altro che i cantanti, anche se bravi, a modo loro: Janis Joplin, De André, Gaber. Altro che le musiche facili. Troviamo uno spazio a scuola per un’onestà davvero completa e meditiamo su questa sgradevole verità: «Lo stupido istruito ha solo un campo più vasto per praticare la sua stupidità» (Nicolás Gómez Dávila). Riuscireste a dimostrare che non è così, voi ragazzi del Riot Village?

          La scuola dovrebbe porsi un obiettivo fondamentale: permettere a ciascuno di «diventare quello che è». Il resto è spreco di tempo, disturbo, delirio. Dovrebbe smetterla il prima possibile di affliggerci con quello che è estraneo al nostro carattere, alla nostra natura. Già dalle medie, già dalle elementari, perfino. Basta con l’enciclopedismo, che è un travestimento del qualunquismo. Ogni studente è bene coltivi le proprie vere inclinazioni e ci lavori su. Senza disperdersi in un sapere generico, superficiale. Lì solo ci potrà essere profitto: per lui e per la comunità.

          E chi non ha il minimo amore per lo studio che possa smetterla il prima possibile con la farsa e andare a fare mestieri e servizi manuali. Dite che è un ritorno alla brutalità, ragazzi del Riot Village? No: è rispetto. Cercate di pretendere che la scuola dia a ciascuno di voi la possibilità di fare la propria strada. Non è decente che chi va al Liceo classico perché  ha passione per le lettere e odio per i numeri si ritrovi a dover studiare chimica con le ossidoriduzioni. Garantito che lo sfortunato le dimenticherà appena finito il quadrimestre e, intanto, però, avrà perso l'occasione di leggersi Proust, Rilke, Virgilio, Tagore (o di imparare a mettere a posto tubi e tapparelle).

          Il qualunquismo è il malanno grave della scuola italiana, villaggio vacanze che, se non hai la fortuna di incontrare un insegnante illuminato, poi ti sputa nel mondo impreparato dal punto di vista pratico e sballato da quello interiore. E basta con la storiella che l’accesso alla scuola sia il massimo dono che uno Stato possa offrire ai suoi cittadini. Il massimo dono, da parte di uno Stato, è assicurare ai cittadini di poter seguire le proprie vocazioni, di poter esprimere il miglior io. Io-ciabattino o io-filosofo, non ha importanza. Ogni perfezione è perfetta, in questo mondo imperfettissimo.    

venerdì 27 luglio 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 28 luglio us

di FRANCO G. FREDA
         

          O bestie impotenti:/ per chi non ha denti/ è fatto a pennello/ un Giulio Giorello! È inutile: continua a venirti in mente, pagina dopo pagina, e devi scacciarla come una mosca, la canzonetta risorgimentale con cui Giuseppe Giusti sfotteva quell’altro campione di nerbo e schiena dritta, Carlo Alberto: Il Re Travicello. Oh comodo, oh bello/ un Giulio Giorello. No, così non si fa, il nostro Ipse è pur sempre un epistemologo, cioè un filosofo della scienza, illustre cattedratico all’Università di Milano e firma d’occasione del Corriere della Sera.



           Giulio Giorello, con quell’allitterazione infantile e polposa, gi gi, e uno svagato sound anni ’30. Ora è in libreria la sua ultima fatica, Il tradimento (Longanesi), pacco (bomba?...) di 277 pagine, copertina noir, che, a dispetto delle apparenze, non è un’autobiografia. 

          Fa tanto bordello/ un Giulio Giorello? Eh, sì che ne fa. Eccome. Intende infatti sostenere questa tesi: che il tradimento non è la cosa orribile che credevamo. Che, anzi, il traditore è un paladino della spontaneità e tradire con puntualità ci evita di far inceppare il tapis roulant del progresso. Il tradimento favorisce le conquiste dell’umanità. È sintomo di libertà (era ora che esplicitassero il nesso subdolamente taciuto dai tempi della Grand Révolution). Senza il tradimento non ci sarebbe stato nemmeno il Cristianesimo (roba da mettersi a piangere a dirotto, mancava solo quella). E, naturalmente, cosa ti allega Giulio Giorello come dimostrazione paradossale della validità del proprio enunciato? Il codice sassone ripreso dalle SS: «Il nostro onore si chiama fedeltà». Di questa fedeltà - dice, con un sorriso sgamato - non ne abbiamo certo bisogno. Piuttosto, viva Giuda e viva Jago. Un fenomeno, lo Jago shakespeariano, il più creativo e brioso di tutti i traditori: l’unico che tradisca solo ed esclusivamente per il gusto di tradire, perché quel pivello di Bruto pugnalò invece Cesare solo per amore di Roma, non per genuina e gratuita delizia e sincero e radicale spirito di libertà...Se non avessi il libro tra le mani non ci crederei, ma tant’è. Giuro (senza incrociare le dita dietro la schiena).

           Giulio Giorello l’amore è bello vicino a te? Ma proprio neanche un po’, dato che le corna sono come minimo assicurate. E la politica, orgia collettiva non meno complessa e delicata dell’amore, non ne parliamo. D’altronde, occorre ben dare una spintarella decisa a ’sto progresso, se si vuole che l’agnello possa dormire accanto al lupo e la palude ingoiare tutto, eleggendo infine come unico re (Travicello) il topo. Sennò si va avanti, sì, ma a velocità di crociera (magari con il comandante Schettino in plancia - e non si capisce perché sul libro di Giorello non compaia una dedica esplicita a questo eroe della Liberazione Assoluta). Basta con il complesso dell’8 settembre. Il nostro epistemologo vuole chiudere per sempre le pagine incresciose de La pelle di Malaparte, quelle riaperte con sarcasmo amaro da Romano Bracalini in Paisà, che se non ti fanno fremere di orrore non sei degno di dirti uomo. Evidentemente lui ha superato l’obsoleta condizione di uomo - l’uomo che lo vedi dalla parola, come il bue dalle corna. E via! Via tutti, filosofi e no, a rotta di collo verso il progresso dei progressi: l’entropia totale, la notte in cui tutte le vacche sono nere e i tori sono a farsi fare un’operazione a Casablanca.

          O bestie impotenti:/ per chi non ha denti/è fatto a pennello/ un Giulio Giorello!

venerdì 20 luglio 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 21 luglio us

di FRANCO G. FREDA






Lo dice con chiarezza estrema Virgilio quali dovrebbero essere l’ambizione dell’arte e i suoi effetti nel mondo. La Bucolica VI introduce un personaggio del tutto antiretorico per insegnare la via ai poeti: Sileno, zampe di capra e membro colossale, ancora zuppo del vino con cui si era ubriacato la sera prima.

Eppure, appena il satiro comincia a cantare -e c’è tutto, nel canto, l’origine del mondo e il suo destino di trasformazione, odio, amore, il ritmo delle stagioni, i miti attraverso cui l’uo -mo può riconoscere se stesso (ovvero diventare quello che è) - seduce bestie e dèi, al punto che l’Olimpo intero si indigna quando scende la sera interrompendo i suoi versi.


La sera scende, sempre. Il miracolo non può mai essere quello che vorrebbe davvero: una palingenesi totale. Ma per il tempo che dura, le querce si spostano e i fauni e le fiere danzano insieme, e la pietas poetica vede tutto, riconosce tutto, come «intrecciato, incatenato, innamorato », esattamente allo stesso modo dello Zarathustra nietzschiano (che infatti si può comprendere mille volte di più attraverso Virgilio che attraverso Heidegger e gli altri scoliasti incapaci dei «pensieri-del-cuore»).

Così l’accadimento di proporzioni enormi, il furto del fuoco da parte di Prometeo, viene accostato all’accidente minuto, tenuissimo: il rapimento di un giovane da parte di una ninfa dell’acqua che se lo inghiotte nelle proprie correnti.

Il canto trascina il poeta e una piccola sventura può prendergli la mano per versi e versi, come quando racconta del folle amore di Pasifae, la moglie di Minosse, per un toro bianco. Tutto quello che Sileno, che Virgilio tocca si trasforma in oro. Più potente di un dio, il poeta: l’Olimpo è lì che ascolta trasognato, anche se il tempo continua a galoppare verso il baratro della notte.

La Bucolica VI ci insegna le accortezze necessarie quando parliamo di «grande stile», quando tiriamo fuori questo aggettivo pericolosissimo, odiatissimo, temutissimo: grande. Grande è anche il piccolo o il piccolissimo, se contemplato ad una certa altezza.

È inutile: il vero legislatore dovrebbe essere il poeta, che sa queste cose, a patto che fosse un vero (e completo) poeta, non un semplice scriba dalla vena musicale con gli occhi supini verso la falce di luna. Il languido Stil novo (ottimo titolo per un libro che raccoglie un mare di fuffa) lasciamolo a Matteo Renzi.

Occorre di più, per muovere le querce e far danzare le fiere, per scalzare tutto questo malaffare, per tappare i buchi trentennali che si aprono sul corso centrale di Avellino, per uscire dallo stallo annichilente della politica prosaica. Occorre lo slancio del poeta virgiliano, del filosofo greco, di chi sia capace di un fare vigilato dalle regole dell’arte e di volere oltre l’evidenza paralizzante dei guai attuali (mica anime belle - intendiamoci - anche se «il bello », per Rilke, «non è che l’inizio del tremendo»).

In esseri del genere doveva confidare il duro acume di Vilfredo Pareto, quando scriveva con amarezza e disincantata maturità: «Lo scopo è unico ed è di evadersi dalle ideologie democratiche della sovranità della maggioranza. A questa rimanga l’apparenza, poiché essa lusinga potenti sentimenti, ma vada la sostanza ad una élite, poiché è per il meglio oggettivamente».

Non penso proprio che il marchese Pareto avesse in mente questi surreali prestigiatori della finanza.

venerdì 13 luglio 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 14 luglio us

di FRANCO G. FREDA

         
Giurerei che Paola Ferrari, promotrice di un’avanguardistica crociata a colpi di carte bollate contro gli insulti che le venivano rivolti a quintali su Twitter, se beccasse adesso uno dei «filosofi dell’ottimismo» gli farebbe un occhio nero. «Filosofi dell’ottimismo» sono quei tipini convinti che parlano di naturale tendenza al bene dell’uomo, cui Georges Sorel, il grande ispiratore dei due duci dell’antidecadenza nel XX secolo (Mussolini e Lenin), rideva in faccia già ai primi del Novecento. Udite udite: «Nonostante quel che ruminano e affermano i filosofi dell’ottimismo, il genere umano non è assolutamente incline, per natura propria, a quanto sia nobile e maestoso.


Anzi, si potrebbe addirittura sostenere che la nostra autentica natura avverte una sorta di ripugnanza per il capolavoro, contro il quale essa scatena i propri istinti inferi più dissolventi. Ce lo insegna la storia: l’eredità dei grandi maestri non può essere a lungo custodita senza la tensione di una volontà che ha dell’eroico. Ciò che si chiama decadenza non è altro che l’erompere di tenebrose potenze originarie, primordiali, le cui manifestazioni ordinarie e volgari erano state provvisoriamente contenute, represse e soffocate da un ordine, artificiale, imposto dal Genio. Ne risulta che, nell’universo degli uomini, il vero è spaventosamente vacillante e incerto, mentre il nostro fondo maligno genera sempre il falso».

I filosofi dell’ottimismo di oggi certi argomenti non li possono proprio sentire. Pur con un’aria nera nera addosso, svolazzano senza tregua tra kermesse e festival e premi letterari, e fanno di tutto per un unico scopo: occultare ogni elemento «doloroso ma vero» dello scibile. Per loro non ci si deve permettere neanche di sospettare un’inclinazione alla malvagità del genere umano. L’uomo lo scompongono in mille variabili e complicazioni, i chimici truffaldini, finché si perde di vista completamente il punto di partenza. E quell’aria nera nera che hanno: perché? Ma per l’orrore delle circostanze: la scuola che boccia gli ignoranti crassi rinunciando a lottare per cavar oro dalle rape, la discriminazione, l’intolleranza, l’omofobia, il femminicidio (oltre che chimici sono pure alchimisti e ti scombiccherano dei neologismi da non credere, sofisticati e vuoti come loro), Berlusconi e le sue sollazzevoli istorie. Chi più ne ha più ne metta - di alibi. Perché l’uomo, prima di Berlusconi, prima di Mussolini, prima dei primi tiranni (dunque quando?), per loro era una pasta d’uomo, gioioso di farsi educare e ansioso di comprendere.

E se adesso è così canaglia su Twitter e su Facebook è per colpa della democrazia imperfetta, non perché così lo hanno fatto mamma e papà (che si chiamano, senza ombra di dubbio, l’uno, Tersite, l’altra Servetta Tracia). E abajo gli eroi: guai al paese che ha bisogno di eroi - tuona il profeta dell’ottimismo a ogni costo, ché gli eroi gli stanno proprio sullo stomaco (non sempre immune da ulcere e gastriti).

Ma chi sarebbero poi questi due padri ignobili della malignità moderna, questi due campioni invitti e un po’ svitati della Schadenfreude, la «delizia delle disgrazie altrui»? Tersite era lo storpio inguardabile che invidiava e oltraggiava i maestosi eroi omerici. La Servetta Tracia era invece la donnicciola che scoppiò a ridere di gusto quando vide il grande filosofo Talete, il capostipite del pensiero occidentale, cascare in un fosso perché troppo intento a guardare il cielo e a interrogarlo. Figuratevi che Nichi Vendola, un ottimista coi fiocchi, ebbe l’impudenza di indicarla come esempio da seguire (forse della famosa, e ormai insopportabile tanto è citata da tutti, «leggerezza» di cui parla Italo Calvino nelle «Lezioni americane»). Tersite e la truce Servetta Tracia: i velenosi ascendenti dell’uomo moderno. Be’, allora vediamo di non scandalizzarci troppo quando qualcuno, piuttosto, preferisce essere figlio di buona donna.

sabato 7 luglio 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 7 luglio us

di FRANCO G. FREDA

A qualcosa dovrà pur servire tutta questa roba che tanto vi incanta - fa una vocetta stridula fuori campo. Dico qualcosa di pratico, -aggiunge - di concreto. È sicuro che ci arrendiamo a lui, il demonietto. Che apriamo le braccia e ammettiamo che la sapienza e la bellezza, in fondo, non combinano proprio niente nel campo della materia. E invece no. A me basta aprire un vecchio catalogo Electa sull’arte giapponese e mi passa perfino il caldo. Meglio dell’aria condizionata. Dice Cristina Campo, addirittura, che una delle poche cose che vale la pena portarsi in galera per non impazzire sia un tappeto persiano, coi suoi mille simboli diventati arabesco. Non una scatola di ansiolitici. Buoni anche i tappeti tibetani antichi da preghiera, comunque.


Apri la finestra e senti il chiasso: la rabbia di gola del diesel, l’isteria dei clacson. Apri il catalogo d’arte giapponese e non senti più niente. Neanche te stesso; ed è per questo che le vendite dell’editoria sono in calo. Troppo individualismo, in giro, troppo narcisismo, troppa egolatria. Le vendite dei cosmetici non vanno mai giù: quelle dei libri precipitano. Certo, un po’ è anche che se ne stanno stampando di esageratamente indegni per non giustificare almeno in parte la disattenzione del lettore. Però non basta. L’imperatore di oggi, il popolo sovrano, tra la libreria e la profumeria manda a morte la libreria. E intanto soffre il caldo, suda e impreca.

L’imperatore giapponese, invece, era anche lui un poeta, come notava Abel Bonnard, già ministro dell’Istruzione nella Repubblica di Vichy, uno che di certe cose poteva proprio occuparsi data la quantità di elegia che ha ospitato in vita. Straordinario l’apologo che raccontava in un suo scritto: «L’imperatore Murakami volle sostituire un susino morto nel suo giardino. Ne vide uno che lo tentò, nel giardino di un poeta della corte, e lo fece trapiantare nel suo. Ma la figlia del poeta compose un poemetto, che lasciò attaccato a un ramo: “Poiché è l’ordine del Mikado, / obbedirò con la gioia più grande. / Ma che cosa risponderò / quando la capinera ritornerà / a chiedere della sua vecchia dimora?” Murakami rimase così colpito da quei versi che fece subito riportare l’albero al suo primo posto - e nulla è più giapponese di quest’aneddoto che riconnette l’uno all’altro: un susino, una fanciulla, una capinera e l’imperatore».

È inutile che, adesso, il termostato segni 31,5. Chi ci crede? Leggo un haiku: «Tre eravamo nella camera,/ una peonia, un usignolo, e noi due!» Si fa beffe di tutte le leggi della fisica, la bellezza! E vuoi mettere tra gli integratori salini e le dita d’oro del Buddha congiunte ad anello, a disegnare il simbolo che i matematici hanno assegnato all’infinito. I mandala: una vertigine concentrica. Le armature dei samurai, che se non sapessi cosa sono scambieresti per paramenti sacri (e lo erano, sacri, quando la guerra era ancora liturgia e non veniva affidata, com’è oggi, a prosaici bodyguard). L’acqua che fluttua intorno ai templi e alle pagode («Nobilissima è l’acqua» - echeggia uno dei nostri giapponesi, da leggere e rileggere, se possibile in originale: il greco Pindaro). L’acqua che scompone il mondo in miriadi di rifrazioni, mostrandocelo nella sua vera natura, effimera e fluttuante, e basta un colpo di vento a disperderlo. I fiori di ciliegio, miniature finissime sul codice della vita.

C’è uno schizzo fatto da Abel Bonnard che dice tutto di lui e tantissimo a noi. Raffigura tre barche a vela. Tre barchette quasi naïf, dolcemente in fuga nella brezza. Ah, trovargli un porto a quelle tre vele! Nessun archistar si offre per il progetto? (A proposito, piccolo dubbio non proprio fuori tema: ci va o non ci va l’apostrofo tra «nessun» e «archistar»? Sarà maschile o femminile? Chissà. Magari è un neutro, via.)

sabato 30 giugno 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 30 giugno us

     Due massime sul frontone del tempio di Delfi, due precetti essenziali che il dio della compostezza, Apollo, offriva agli uomini: il celeberrimo «Conosci te stesso» e l’assolutamente negletto «Nulla di troppo». L’uno precisa e completa l’altro. Ora, «Conosci te stesso» è diventato uno dei motivetti di successo di oggi. Lo trovi dappertutto, inteso come istigazione a coccolarsi (e a dilatare a dismisura) il proprio io, con tutte le sue emozioni finzioni omissioni, e dimissioni. Figuriamoci i Greci. Se avessero solo sospettato che il loro diktat si sarebbe trasformato in un sospiro svenevole, lo avrebbero fatto fuori a colpi di scalpello. Damnatio memoriae piuttosto. Lo trovi sulle magliette, sulle riviste per signore, sulla facciata di un centro commerciale o sui finestrini del tram. E sempre scagliato nella direzione opposta rispetto a quella destinata dall’arco di Apollo.

    
     Apollo, che mentre pizzica le corde della sua lira pensa a come seppellire di frecce un esercito. Non è certo un dio veniale, un dio leggero, un dio facile. Ecco quindi che «Conosci te stesso » ha un significato tanto preciso da essere acuminato e violento. Vuole dire: sappi chi sei e soprattutto chi non sei. Sappi che posto ti compete nell’armonia del mondo e della società. Sappi che se hai l’insolenza di crederti un dio uscendo dai ranghi (i ranghi essenziali), per te sono pronte morte, distruzione, follia cieca. Perché l’armonia sociale, umana, di cui Apollo, dio della suprema armonia, è pur sempre custode, non può sopportare il capriccio, la confusione. «Conosci te stesso»: fa ciò per cui sei nato, fino in fondo, senza vergogna e senza spavento. Accorda la tua ambizione al tuo destino. Impegnati a riconoscere i segni del fato, che accompagna la tua nascita e fissa il solco del tuo stare al mondo. Niente di più, «Nulla di troppo». «Ti ha scoperto, tuo malgrado, il tempo che vede tutto», dice il coro tragico a Edipo, il forsennato travalicatore.

     Per secoli la sapienza si è impegnata a parlare di essenza, di destino: questo crinale che distingue e congiunge l’uomo e i suoi dèi, l’unico luogo in cui il divenire non smentisca l’essere e non si ponga come sua alternativa. E si sono precipitati, i sapienti, a consegnare all’uomo massime che gli insegnassero la compostezza e il rispetto: di sé nel tutto. «Conosci te stesso» significa riconosci il tuo miglior te stesso e, dinamicamente, opera in modo da raggiungerlo (la vita, in quest’ottica, è ricognizione che perviene a un riconoscimento). Certo, mai e poi mai vorrà dire fai la pace con le tue espressioni peggiori. «Nulla di troppo»: non farti contaminare dagli adescamenti di una vanità fatua quanto fragile se vuoi incamminarti sulla via per il «grande sì», il «grande stile», di là dalle regole ma nutrita di regole.

     L’italianista Gianfranco Contini ha avuto un’espressione di rara felicità mentre parlava della poesia di Dante, una formula che può dire questo paradosso, questa alchimia classica nutrita di regole ma di là dalle regole: «il furore dell’esercizio».

     «Conosci te stesso» è il recto. «Nulla di troppo» il verso. O viceversa. Cambierebbe qualcosa se sulle t-shirt si cominciasse una buona volta a stampare la massima dimenticata? Beh, pensate alle fanciulle che potrebbero sfoggiarla sopra una seconda di reggiseno...«Nulla di troppo».

venerdì 22 giugno 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 23 giugno us

Sandro Bonvissuto, nel suo Dentro (Einaudi), prova a parlare del carcere.

Ne dà una descrizione dura, cupa, quasi strangolata dal male che ci trova, dentro. Un male fisico: di pietra, di cemento. Impastato del misto di sudori che imbeve i cuscini nelle celle e costringe il protagonista ad avvolgere il proprio con la maglia per potercisi appoggiare sopra e dormire. Tra le righe del racconto c’è tutta l’asfissia di dentro.

Non c’è, però, un’intelligenza completa di questo stranissimo inferno, troppo umano e troppo sconveniente da narrare. Perché il carcere è un’imprecazione: per quanto poco di straordinario ci sia lì dentro. È la conferma che la vita è sempre quella: caos e mucchio (a parte i miracoli in cui fidava il poeta meno illuso del Novecento, Montale). Mai che ti regali una scansione netta delle cose, per cui se non ti va bene il bianco c’è il nero a consolarti, a (cor)risponderti.



La galera è semplicemente grigia. Come il mondo di fuori. Non è che se fuori è lo schifo a imporsi, dentro ci siano quelli che, opponendosi allo schifo, siano diversi, di un’altra pasta. Proprio no. Di ottimismo e pietas è bene essere parsimoniosi. L’orrore della galera non è il muro, che Bonvissuto investe di un significato fatale. Non è il tempo immobile che può volgere in minuti i tuoi pensieri, come immaginava Shakespeare nel Riccardo II. È la fauna che pullula, dentro. Il mondo di fuori che si rovescia immutato, dentro.

Uno che ha letto Jünger: «Meglio un criminale che un borghese» - se gli capita di finire dentro, cosa fa? Si dispera? Macché. Pensa subito di poter organizzare una banda. Un seminario, addirittura, di ribellione. Sbagliato. Sbagliatissimo. Povero illuso. Il detenuto, il coatto, spesso è ancora più vigliacco e piagnone del suo alter ego di fuori. Sono tutti innocenti, dentro. Tutti vittime di drammatici errori giudiziari. Scorrono fiumi di lacrime, dentro. E fioriscono,  vegetazione malata, le stesse invidie cieche di fuori: di un’aula di scuola, di un asilo, di un ufficio, di una faida familiare. Lo stesso malanimo, esaltato fino al parossismo dalla promiscuità. Striscia per i corridoi, incupendoli. Rende gli stanzoni irrespirabili. I muri li abbracceresti, purché ti separassero da tutti.

Per me, la beatitudine, in galera, è la cella singola. E la vera tortura è la nuova pedagogia che impone i momenti di socializzazione. Raccontare del carcere per filo e per segno vorrebbe dire sparare alzo zero contro tutte le teoriette attuali che rifiutano di ammettere che il carattere dell’uomo è il suo destino. Lasciare da parte la beata illusione che il bene si possa insegnare, indurre, anche in assenza di predisposizione naturale. Ecco, per questo Bonvissuto non ha proprio il fegato. O l’esperienza del malvissuto.

Preferisce disegnare graziosi arabeschi gnomici, sentenziosi, che però della notte del tremendo non raccontano nemmeno il crepuscolo e subito si disfano in nulla. Come quelle fiammelle, «vaghissime», che a San Vittore erano il codice dell’amore a distanza. Tra la sezione maschile e quella femminile c’era un cortile largo. Ci si vedeva appena, sagome deformate dai capricci delle mattonelle di vetro. Ma in carcere il bisogno è tanto e l’ingegno più che acuto.

Pari a quello di Puccini quando inventò la propria opera più buia, Il tabarro. Lì, la luce del fiammifero rischiara la desolazione dello scaricatore di porto e della sua vogliosa amante; poi tradisce lei, che si consegna al dentro del tabarro del marito per essere uccisa.

Là, in galera, l’accendersi del fiammifero comunica lo sbocco sorgivo del piacere, vittoria mutilata dalla distanza, dall’assenza.
Infuocarsi, allora, non è retorica: è conio dantesco, come «imparadisare », «indiarsi», «inmillarsi ». È diventare fuoco, fuocherello, fuoco più fatuo che mai, fuoco di fiammifero, perché non c’è altro spazio dove stare, dove raccogliersi, tra i mille muri di dentro.

venerdì 8 giugno 2012

Franco G. Freda: dalla rubrica "L'inattuale", su Libero del 9 giugno us


Ci sarà qualcuno pronto a considerare con onestà l’appello di Marcello Veneziani per la rigenerazione di ciò che, ovviamente semplificando, chiamiamo ‘destra’? Il suo scritto non manca di ragionevolezza. Il momento è perfetto per chi volesse – cito appunto Veneziani – “fare sul serio”. L’occasione d’oro. Non c’è più niente di decoroso, in giro. Da nessuna parte e di nessun colore. Squagliati gli uomini, squalificate le organizzazioni. Restano solo, sospese a mezz’aria, una rabbia vibrante e una nostalgia vaghissima. E una disperazione che non trova di meglio che pisciare cocaina e psicofarmaci nei fiumi. L’Arno, il Tevere, pure il mitologico Po portano i segni delle pasticche che la gente ingurgita a raffica per tirare avanti. Ma twittando twittando non è che si faccia molta strada – lo sanno tutti. Rovesciando bile sul web, come petroliere ebbre e devastate.

La finzione rischia di sostituirsi alla realtà. Il mentire a sé stessi all’azione. Finirà che gli uomini diventeranno fantasmi, preda a loro volta dei propri fantasmi, spettri all’ennesima potenza, e non è la guerra metafisica dell’‘oltre’ cantata ne “Gli incendiati” di Antonio Moresco. Qua si smuore piano, goccia a goccia (prostaticamente…); ogni giorno una diminuzione. A ‘destra’, ma pure a ‘sinistra’ – però quelli non meritano che ci diamo la pena di mortificarci per loro, tanto hanno mentito per decenni e celebrato la sguaiata gioia di avercela fatta a sopravvivere malgrado tutto. Malgrado, cioè, la resa del buongusto e dell’equilibrio etico alla scaltrezza più selvaggia, al risentimento più meschino. E, per giunta, senza fare praticamente mai “sul serio”. Ma non ci curiamo di Tersite, bruttoecattivo.

Passando, invece, tornando alla ‘destra’: come ha potuto trasformarsi nella pappa viscida che è oggi? Perché una ragione essenziale ci dev’essere e non è soltanto la captivitas diaboli, la carognaggine di certi suoi esponenti, invero piuttosto accentuata. Non è la nostalgia segreta del missino tipo: l’ambizione di essere lui e solo lui il Duce – quindi l’individualismo. Quello ha trovato il terreno fertile per esprimersi, sennò non avrebbe vegetato così rigoglioso. Il vero problema è che, per essere restituiti alla circolazione (monetaria?), i missini hanno rinnegato tutto. E così sono diventati niente. Cos’è Fini, oggi? La fine assoluta. Hanno più attrattiva i pettegolezzi sui suoi maneggi e disavventure familiari dei suoi programmi politici. E Fini è l’emblema di un mondo. Non a caso se l’erano scelto per capo.
Incredibile quello che è successo alla ‘destra’. Farsi scippare dalla ‘sinistra’ un tesoro di secoli, di millenni, maturato perfino nella vastità solenne di ere geologiche. Parliamoci chiaro: tutto quello che il genere umano ha fatto di meglio lo deve all’alchimia di una volontà ordinata e amica del vero più che dell’opportunismo. Alla tensione all’ordine, alla perfezione, che è il cardine del pensiero di una ‘destra’ illuminata e luminosa. Alla selezione severa, implacabile, del bello contro il brutto. Tutto quanto. Le colonne doriche, gli esametri di Virgilio (puro ritmo: cioè ordine, cioè rito). Gli endecasillabi di Dante, i boccoli biondi della Venere di Botticelli. Cosa ne possono sapere, capire, indovinare di Dante, di Virgilio, di Botticelli esseri che, non troppo tempo fa, usavano termini come “padronato”, formule come “masse popolari”? E la ‘destra’ se li è fatti fregare, il suo tesoro e il suo giusto orgoglio, solo perché quelli avevano vinto la guerra più recente. Probabilmente per lo shock. Per un incomprensibile complesso di inferiorità. Per la smania vigliacca di farsi accettare. Per essere ‘al passo coi tempi’, anche quando i tempi zoppicavano e inciampavano. Forse perché non si sono neppure accorti che Virgilio, Dante, Botticelli erano i propri paradigmi, il proprio miglior Io.
La ‘destra’ doveva stare, non mutare, non correre ad adeguarsi. Doveva continuare a contemplare le proprie idee. Anche senza parole: certo. Pontificalmente. Doveva essere, non convincere. “Mostrare, non dimostrare”. Effondere la propria autorevolezza con la serenità di chi sa respingere il dialogo, la dialettica, quando le sue premesse siano truffaldine. E fissare il proprio firmamento, precisarne la fisionomia, riconoscerne i canoni, raccontarne, senza volerlo a tutti i costi abbassare, implebeire. Entrare nell’agone politico imbracciando questa massima perfetta: “La politica dovrebbe essere la scienza che definisce le condizioni sociali più propizie alla percezione del valore e alla realizzazione di esso.” Questo è il vero compito, la vera maieutica, la vera ragion d’essere della cosiddetta ‘destra’: capire che cosa abbia valore, quindi che cosa sia il valore, capire come aprirgli la strada per la sua vittoria sul mondo. Non è facile, ma è l’unica meraviglia che possiamo offrire alla storia. Le altre sette sono già polvere, tranne l’ultima, la piramide di Cheope, irrimediabilmente contaminata.
Franco G. Freda

lunedì 1 gennaio 2001



L’Inattuale


L’Inattuale è Colui che guarda l’agire contemporaneo avendo l’Eternità nel Suo Spirito. Eroi,Martiri,Esempi,Maestri,Soldati dello Spirito e Militi Politici. NOI siamo sempre alle Termopili ma scomparsi i Persiani attendiamo, con Disciplina ed i nostri Simboli, la plebaglia del Caos,dell’Informe,del Mondo Moderno,sifilidi che causano la necrosi di ogni Popolo.