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venerdì 17 maggio 2013
La sinistra, Berlusconi e gli idoli infranti del Pd
di Michele Rallo
La base del PD è in rivolta contro le "larghe intese". Ed è naturale che sia così. Dopo che per un ventennio si è detto a quella base che Berlusconi era il male assoluto, il demonio della politica, colui che governava esclusivamente per tutelare i propri interessi, dopo tutto questo... vai a spiegare all'onesto militante di base che proprio con "lui" si deve fare un governo, perché le Loro Maestà i Mercati vogliono così. La Sinistra italiana, questa Sinistra liofilizzata e omogeneizzata al mondo del peggior capitalismo, paga così un ennesimo scotto al pragmatismo imbecille di chi ha ritenuto di gettare alle ortiche tutto quanto la aveva contraddistinta fino agli anni '90. Tutto ha accettato la Sinistra — e non soltanto in Italia — pur di ottenere dai suoi nemici una patente di agibilità politica nel mondo del dopomuro-di-Berlino: la riforma delle pensioni, la svendita dell'industria di Stato, i licenziamenti di massa, la privatizzazione dei servizi pubblici, il massacro dello Stato sociale, il sostegno alle guerre americane, eccetera, eccetera, eccetera.
E allora? Che cosa di diverso proporre al proprio elettorato per distinguersi da quelli "di destra"? Due cose soltanto: lo sbracamento totale di fronte alla pressione migratoria (nella speranza che i lavoratori non si accorgano che questa pressione minaccia innanzitutto i loro interessi), e — appunto — la guerra a "lui", al Berlusca, al Caimano, al male assoluto. Non c'è che dire. È certamente una trovata brillante per prendere per i fondelli le masse che fino ad ieri si mobilitavano in nome della "difesa degli interessi dei lavoratori". Certo, occorre una buona dose di faccia tosta per fare la guerra al miliardario Berlusconi sotto le bandiere del miliardario De Benedetti, tessera n° 1 del PD oltre che nemico storico del Cavaliere.
E, certo, occorre una faccia ancor più tosta per additare al popolo della sinistra altri modelli, magari da votare per la Presidenza della Repubblica. Chessò, un Romano Prodi, per esempio. Amico stretto del De Benedetti, al quale sarebbe stato disposto a cedere il controllo dell'intero comparto alimentare "di Stato" (una volta) per 437 miliardi di lire (non di euro). Una "muzziata": Star, Cirio, Pavesi, Bertolli, De Rica, Motta, Alemagna, Italgel, Surgela, Supermercati GS, Autogrill, in un colpo solo.., una botta di miliardi, e via. Si tratta — ricordo agli immemori — di quello stesso Romano Prodi che fece avere la laurea "honoris causa" da parte dell'università di Bologna al finanziere internazionale George Soros, massimo responsabile dell'attacco speculativo contro la lira italiana che ci portò — negli anni '90 — a "bruciare" 40.000 miliardi di lire (quarantamila, non quaranta) e poi a svalutare del 30% la nostra moneta. Certo, è comprensibile che una Sinistra del genere abbia dovuto confezionare per i suoi militanti il feticcio di un Nemico da combattere.
Ma si trattava, appunto, di un feticcio, di un idolo, ovvero — secondo la definizione dell'enciclopedia Treccani — di "un oggetto inanimato al quale viene attribuito un potere magico". Dietro e ben nascosto — nei film e nei libri d'avventura della mia gioventù — c'era spesso il furbo di turno, che parlava con voce cavernosa per far credere agli sprovveduti indigeni che il dio totemico fosse incazzato e minacciasse di sterminarli. Nella Sinistra italiana è avvenuto qualcosa di molto simile: i furbi avevano costruito un feticcio che doveva servire a calamitare l'odio delle moltitudini. E, adesso, si ritrovano con un idolo infranto e con gli indigeni furiosi che scagliano frecce in tutte le direzioni. Ah, se avessero letto Salgari!
Nota di Ereticamente
mercoledì 24 aprile 2013
Più furbi di quel che si pensa
Ancora una volta sento un senso di profonda nausea all'idea di occuparmi di quell'immondezzaio che è “il teatrino della politica” italiana, un “teatrino” che tra l'altro non sembra presentare alcun collegamento con la situazione di un Paese in profonda sofferenza, che sta sempre più scendendo la china del declino e, mai come oggi, avrebbe bisogno di una “vera” guida politica, un teatrino che non è altro che la maschera nemmeno tanto difficile da penetrare, di interessi personali e di casta, ma qualcosa a proposito dell'elezione del “nuovo” Capo dello Stato, della riconferma di “Napo, orso capo”, bisognerà pur dire.
Noi ormai dovremmo essere abbastanza smaliziati per sapere che quando l'immagine di un certo evento o di una serie di eventi che ci forniscono i mass-media è del tutto in contrasto con quella che ne si può avere appena fatti due conti, i due conti che la gente comune quando ascolta i commentatori politici di solito non fa, allora abbiamo tutti i motivi per pensare che sotto ci sia un imbroglio ancora più grosso.
APPARENTEMENTE l'esito delle elezioni presidenziali sembra darci l'immagine di una classe politica goffa e un po' bambinesca che, incapace di porre fine ai propri litigi, fa appunto come i bambini costretti a ricorrere alla maestra o al vecchio nonno a fare da paciere. Bene, io credo che quest'immagine non sia per nulla credibile, e il fatto che tutti i mass-media cerchino con insistenza di accreditarla, è di per sé sospetto.
Per prima cosa occorre notare che una classe politica, una “casta” che, come la nostra, in un regime di sedicente democrazia e senza i mezzi coercitivi dei sistemi dittatoriali (o almeno facendone un uso molto discreto, perché poi la sostanza non cambia) è riuscita a moltiplicare i propri privilegi e a mettere le mani sulla ricchezza di un Paese in una misura che nelle altre “democrazie rappresentative” non trova riscontro, può essere composta da tutto meno che da ingenui.
In secondo luogo, Giorgio Napolitano che oggi succede a se stesso, a mio modesto parere può essere considerato tutto meno che una figura super partes. Forse qualcuno se l'è scordato, ma è un uomo che viene dai ranghi del PCI, è stato “magna pars” di questo partito dai tempi resistenziali, l'ha seguito nelle varie trasformazioni di facciata che si sono succedute dopo il 1991, e di esse si è perso solo l'ultima tappa, la confluenza nel bicefalo mostro PD assieme agli ex democristiani, in quanto all'epoca già inquilino del Colle.
Su quest’uomo che regge il Quirinale da sette anni, e dovrebbe ora continuare per altrettanti salvo interventi di Madre Natura, sarà forse il caso di farsi qualche domanda. Tutti noi ci ricordiamo di Sandro Pertini. Come per l’attuale inquilino del Colle, anche in questo caso l’aspetto di nonno saggio e bonario che incantava una parte dell’opinione pubblica nascondeva una realtà del tutto diversa.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, Pertini era stato uno dei capi partigiani più spietati, e durante il suo settennato diede il via a quella politica di concessioni verso la Jugoslavia che doveva culminare nella vergognosa capitolazione del trattato di Osimo.
Allo stesso modo, neppure oggi è il caso di fidarsi troppo dei presunti nonni bonari quando vengono dalle file della sinistra. Alcune domande sono perlomeno d’obbligo: come mai negli anni della Guerra Fredda, quando a qualsiasi leader comunista di qualsiasi parte del mondo era interdetto l’ingresso negli Stati Uniti, lui vi aveva invece libero accesso? Perché mai nel 2006 il centrodestra che aveva minacciato le barricate se alla presidenza della repubblica fosse stato eletto un ex comunista, ha invece fatto salti di gioia per l’elezione di Napolitano? Ci sono maligni che sospettano che quest’uomo fosse (sia, oggi il PCI non esiste più, ma c’è il PD) l’occulto trait d’union fra PCI e massoneria.
Non si comprende per quale motivo la rielezione di Napolitano dovrebbe essere vista come una vittoria di Berlusconi, tranne per il fatto di avere un pretesto per attribuire una volta di più la responsabilità per i guai dell'Italia a qualcun altro che non sia la sinistra, e l'uomo di Arcore che ha una stima di se stesso ben superiore alla realtà, compiacendosi di questa simbolica vittoria a tavolino che gli viene accordata, si presta una volta di più al gioco.
TUTTI i nomi emersi come papabili per la competizione al Colle (e ricordiamo che si tratta non solo della più alta, ma anche della più longeva carica dello stato italiano, destinata a ingombrare la scena politica per sette anni) sono stati di uomini di sinistra: Marini, D'Alema, Prodi, Amato, Rodotà, oltre ovviamente allo stesso Napolitano. Paradossalmente, la candidatura che avrebbe maggiormente “limitato i danni” sarebbe stata quella di Stefano Rodotà, uomo si di sinistra, ma non legato alla nomenklatura del PD (che infatti non l'ha minimamente preso in considerazione benché fosse forse il solo candidato a godere di un vasto consenso popolare), ma chiedere a quelli del PDL e in particolare all'uomo di Arcore di convergere sul nome proposto dal Movimento 5 Stelle nonostante la rispettabilità della persona, sarebbe stato veramente chiedere troppo alla limitata intelligenza politica di questo movimento e del suo leader.
Il fatto che il leader del centrodestra, di questa “armata Brancaleone” che ha dimostrato palesi sintomi di dissoluzione tutte le volte che ha accennato a farsi un po' da parte, sia sempre lui da un ventennio, tende a nascondercelo, ma andando a fare un paio di conti si scopre facilmente che questo “ventennio berlusconiano” ha conosciuto una presenza maggiore di governi di centrosinistra, eppure, costoro che hanno governato per più lungo tempo rispetto al “cavaliere” possono sempre lavarsene le mani e buttare per intero su di lui e sui suoi la responsabilità sia della gravissima crisi in cui oggi si dibatte l'Italia, sia dell'esteso sistema di corruzione e di malgoverno della cosa pubblica, due cose strettamente collegate e dalle quali i “compagni” non potrebbero obiettivamente chiamarsi fuori.
Pierluigi Bersani è un politico abile soprattutto nell’arte di farsi sottovalutare, di cucirsi addosso il ruolo di eterno perdente, questo gli consente – per usare un modo di dire proverbiale – di “fare lo scemo per non pagare il dazio”.
Si veda la “non vittoria” alle ultime elezioni politiche. Onestamente, è difficile immaginare cosa la sinistra potesse aspettarsi di più di questa “non vittoria”, poiché la maggioranza dell’opinione pubblica non è di sinistra. C’è stata l’immensa, quasi geniale, furbizia del M5S, dei grillini e del loro carismatico leader ex comico, che sono riusciti a portare a sinistra una protesta che voleva essere dichiaratamente anti-sistema ed esprimeva l’insoddisfazione soprattutto del ceto medio.
Beppe Grillo del resto l’ha detto chiaramente più volte: se il Movimento 5 stelle esiste, è per catturare e portare a sinistra un malessere e una protesta che altrimenti potrebbero andare in direzioni “populiste” e “anti-europee” (avverse cioè a QUESTA Europa dei plutocrati che stanno riducendo i popoli europei alla fame), “di destra” sul modello dell’ellenica Alba Dorata. Ma se la gente le cose tanto meno le capisce, quanto più chiaramente le si spiegano, questo non lo si può imputare interamente a Grillo.
Da queste elezioni il PD è uscito il primo partito, con una netta maggioranza alla Camera (effetto dei meccanismi intricati della legge elettorale, il tanto contestato “porcellum”, che si capisce bene perché non si sognino minimamente di riformare, con il bonus ulteriore di avere, grazie a Grillo e all’artificioso M5S, due terzi complessivi del parlamento schierati “a sinistra”, cosa finora per l’Italia del tutto inedita.
Occorre tenere presente che finora tutte le volte che con l’aiuto dei “poteri forti” la sinistra è riuscita a ritagliarsi una maggioranza parlamentare, questo non è mai corrisposto a un reale mutamento dell’opinione pubblica, ma è avvenuto con escamotage al limite del colpo di stato, come dopo la fine del primo governo Berlusconi, quando una fetta di Forza Italia guidata da Lamberto Dini che ne ebbe come premio la presidenza del Consiglio, denominatasi “Rinnovamento italiano” transitò armi e bagagli nel centrosinistra, o quando nel 2006 una formazione aggregata al centrodestra passò al centrosinistra alla vigilia delle elezioni, dando a Romano Prodi una risicatissima maggioranza. Ora le cose sono cambiate e gli Italiani hanno fatto un altro passo verso il suicidio, grazie a Grillo.
Che aria tira, in realtà non occorreva essere dei geni dell’analisi politica per capirlo subito: il PD si è aggiudicato al primo colpo le presidenze delle Camere (compreso il senato con l’aiuto dei grillini) e alle elezioni presidenziali si è subito visto che dei possibili candidati non di sinistra di cui si è osato appena bisbigliare il nome (Gianni Letta, ad esempio) nessuno aveva la minima chance.
Apparentemente, la candidatura di Romano Prodi al Colle, finita come sappiamo, per Bersani è stata un clamoroso autogol, e lui stesso non ha fatto nulla per attenuare quest’impressione, l’ha anzi accentuata con dichiarazioni drammatiche:
“Uno su quattro (dei grandi elettori del PD) è un traditore”. Certo, il nostro livello etico è peggiorato, visto che duemila anni fa era un traditore uno su dodici.
E’ invece verosimile che questa candidatura sia stata da parte di Bersani una mossa estremamente abile, un vero match ball. Il segretario del PD non poteva non sapere che quella di Prodi era una candidatura impresentabile anche agli occhi del suo stesso partito: Romano Prodi è l’uomo che ha sfasciato l’IRI e svenduto le aziende di stato a Carlo De Benedetti, l’uomo legato alla Goldmann Sachs che ha pilotato la transizione dalla lira all’euro nella maniera peggiore per l’economia italiana, che dal 2006 al 2008 è stato alla guida del governo più incapace, paralitico e immobile della storia, fino a quando la maggioranza che lo sosteneva non è implosa, permettendoci così di anticipare di due anni quella crisi economica che nel resto del mondo è arrivata con lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime negli USA, e nella quale ci stiamo ancora dibattendo.
Il fatto è che dopo quella per il Colle riprende la partita momentaneamente sospesa per palazzo Chigi. Il sollievo per la mancata elezione di Prodi e il fatto che i mass-media ne attribuiscano a Berlusconi il merito (lavorando, ovviamente, sulla vanità dell’uomo, incapace di rendersi conto di essere ormai tagliato fuori dai giochi VERI) dovrebbero indurre il PDL a sostenere un governo incentrato sul PD scambiandolo per quel governo “di larghe intese” di cui vanno delirando dall’inizio della legislatura.
Forse si arriverà a concedere al PDL qualche sottosegretario o un paio di ministri, in questo caso potranno condividere con Berlusconi la responsabilità dei disastri a venire per gli Italiani, o magari attribuirli all'influenza di quest'ultimo, anche se è un gioco pericoloso: le “larghe intese” potrebbero dare ai cittadini l'impressione di vedere tutta “la casta” schierata contro Grillo con ovvi benefici elettorali per quest'ultimo, ma un governo di “non larghe” intese potrebbe evitare un inconveniente del genere e “pescare” nel PDL quella decina o dozzina di voti che mancano al PD per avere la maggioranza anche al senato.
Sicuramente la mancata elezione di Prodi ha portato un po' di scompiglio all'interno del PD, e Bersani dovrà almeno per il momento passare la mano, ma non è un'eventualità a cui la dirigenza del PD non fosse preparata: si veda il sibillino incontro Monti – Renzi avvenuto ancora prima che Napolitano avviasse le prime consultazioni, che ha dato tutta l'impressione di un passaggio di consegne. Se Renzi, come è verosimile, succederà a Bersani alla guida del PD, sarà anche il successore di Monti a palazzo Chigi.
I giochi, come si vede, sono ampiamente fatti. Ricordiamo che il governo Monti, tuttora in carica anche se dimissionario da novembre, è a tutti gli effetti un “governo del presidente” voluto da Napolitano in ottemperanza ai diktat “europei” e che, se dopo un anno di disastri e macelleria sociale, il PDL ha deciso di dissociarsi, il PD gli ha testimoniato la propria lealtà fino all'ultimo minuto. L'avversario da battere, in Italia come altrove, è “il populismo” cioè la tendenza “anti-europeista” che si manifesta in coloro che non vogliono che i popoli europei siano spogliati di tutti i loro averi dagli usurai di Bruxelles.
Da dove viene questa alleanza fra il capitalismo usuraio e una sinistra che ha del tutto tradito le sue origini operaie e le classi lavoratrici, non è difficile da capire, l'ho spiegato più volte e ora non ci torniamo se non molto rapidamente: in parte si tratta di una coincidenza di status sociale: i lavoratori ci sono sempre, ma chi comanda non sono loro, ma gli apparatcik di partito, quelli che hanno fatto il '68, quasi tutti di estrazione alto-borghese che oggi si guardano bene dal mandare i figli alla scuola pubblica ma li mandano dalle suore o nei collegi svizzeri, che hanno studiato all'estero e sono più a loro agio con l'inglese che con l'italiano (un nome per tutti: Laura Boldrini), i professori bocconiani, gli intellettuali anticonformisti tutti uguali fatti con lo stampino, svezzati a “Espresso” e “Repubblica” (proprietà De Benedetti, toh guarda!), sono LE STESSE PERSONE o vengono dallo stesso ambiente umano (si fa per dire!) dell'alta borghesia finanziaria.
E non è difficile nemmeno capire i motivi per cui quella parte della sinistra che non è di questo tipo di estrazione, nutra un'attrazione suicida per un'ideologia che oggi è un'arma rivolta contro il nostro popolo, i motivi del mondialismo, delle ideologie universaliste presunte umanitarie che preludono all'estinzione degli europei nativi partendo dal mito illuminista del “citoyen du monde”, i motivi di chi crede di essere originale ripetendo l'aria fritta e rifritta di tutti gli utopisti.
I presidenti delle due Camere, la riconferma del capo dello Stato, probabilmente la guida del governo, a livello amministrativo il centrodestra messo al tappeto dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia, sono questi i risultati che la sinistra ha ottenuto PARENDO sconfitta, grazie all'apporto di Beppe Grillo e dei suoi “compagni di rincalzo”.
Un buon colpo o una serie di buoni colpi messi a segno con una furbizia che contrasta con il dilettantismo del centrodestra e con l'abnorme e grottesca autostima del suo leader.
Un altro passo avanti dell'Italia verso il baratro.
martedì 12 marzo 2013
Razza cialtrona
di Fabio Calabrese
Vi devo confessare che avrei tantissima voglia di voltare del tutto le spalle a quel che si chiama “il teatrino della politica” e di dedicarmi solo a temi metapolitici, culturali e spirituali, come mi riprometto di fare per l'avvenire, ma di fronte a un evento – una catastrofe epocale come la svolta che imporrà all'Italia, prevista, prevedibile ma non per questo meno dolorosa, questa sciagurata ma non certo anomala tornata elettorale del 2013, è impossibile non dire qualche parola. Diciamolo pure: l'Italia ha compiuto un passo decisivo verso l'orlo del baratro.
Io non ho proprio intenzione di vantarmi di aver centrato in pieno tutte le previsioni sull'esito di questa consultazione che ho fatto in “Come la sinistra sta sprofondando l'Italia nel baratro”; erano purtroppo previsioni molto facili da trarre: siamo in tempi di pesante crisi economica, e quando questo succede, per una sorta di atavico riflesso condizionato, l'elettorato tende a schierarsi a sinistra come se la sinistra fosse ancora quella di cent'anni fa, come se la tutela delle classi subalterne, delle classi lavoratrici non fosse l'ultimissima delle sue preoccupazioni.
L'aspetto paradossale di ciò è proprio il fatto che in questo modo le masse popolari tendono precisamente a mettersi nelle mani di coloro che aggraveranno la crisi nella quale si dibattono, e che ne sono quanto meno corresponsabili. Per quale arcano motivo la sinistra (o il centrosinistra, che è la stessa cosa), tutte le volte che ha avuto in mano le redini governative, ha inaugurato una politica di inasprimenti fiscali, cosa che oggi, con un'economia in recessione, non può che comprimere ulteriormente i consumi, mettendo ancor più in difficoltà le aziende e creando nuova disoccupazione, cioè aggravare ancor di più la già pesante spirale recessiva?
In parte questo dipende a mio avviso da una deformazione mentale insita nella mentalità marxista. L'idea è sempre quella di confiscare la ricchezza prodotta da una società per ridistribuirla secondo criteri che si suppongono equi, ma ciò di cui “I compagni” al potere sembrano incapaci di accorgersi, attaccati a una visione ottocentesca del lavoratore come proletario che contrasta con il fatto banalissimo che il lavoratore è anche titolare di beni, fra cui – primario – il possesso dell'abitazione, che non a caso oggi è il bene più tassato. In teoria, molto in teoria, lo stato come lo concepiscono “i compagni” dovrebbe rimettere in una tasca del cittadino-lavoratore sotto forma di servizi quanto gli toglie dall'altra come prelievo fiscale. Nella realtà le cose vanno ben altrimenti, perché in questo passaggio da una tasca all'altra la classe politica esercita una “cresta” davvero pesante, e questo è tanto più vero in Italia dove abbiamo la classe politica, la “casta” più famelica e corrotta dell'intera Unione Europea che solo di “rimborsi elettorali” si prende dieci volte il costo del finanziamento pubblico ai partiti in Germania, Gran Bretagna, Spagna, e non parliamo dei privilegi della casta, le auto blu e via dicendo, solo per limitare il discorso agli accaparramenti alla luce del sole, a fianco dei quali c'è un “sommerso” di mazzette e corruzione quasi sterminato.
Di fatto sappiamo che quando l'Italia è stata governata da governi di sinistra o centrosinistra (compreso il governo “tecnico” di Monti) abbiamo sempre avuto inasprimenti della pressione fiscale di cui hanno fatto le spese soprattutto le classi lavoratrici, fino alla situazione attuale di una fiscalità che “si mangia” oltre la metà (addirittura i due terzi secondo alcune stime) del PIL, ed è causa diretta della recessione e del crollo della nostra economia.
Questa però, come vedremo, è solo una parte della spiegazione.
Devo dire che a livello personale Pierluigi Bersani mi suscita un'antipatia molto inferiore a quella che avverto nei confronti degli ex democristiani che hanno studiato da comunisti e si sono diplomati a pieni voti, come Franceschini e Rosy Bindi (a parte una certa somiglianza con Gargamella, l'arcinemico dei puffi, guarda caso azzurri come si dichiarano gli esponenti del PDL), non credo nemmeno che sia ottuso come persona, a livello privato probabilmente non lo è, è semplicemente il rappresentante più in vista di una classe irrimediabilmente ottusa, quella della nomenklatura, degli apparatcik, dei burocrati di partito. Questo non toglie però che sia un uomo pericoloso tanto quanto le forze che lo sostengono, e la stessa cosa si può dire di Matteo Renzi a cui Bersani sta semplicemente facendo da apripista.
Il nostro destino l'hanno già deciso ed è chiarissimo: l'impoverimento economico progressivo è solo una parte: il resto è dato dalla cessione sempre più massiccia di sovranità nei confronti di “istituzioni europee” che di fatto si riducono alla BCE, cioè un organismo PRIVATO, e dall'inquinamento etnico portato da un'immigrazione che troverà le porte sempre più spalancate, finché del nostro popolo costretto alla senilità e alla sterilità – come degli altri popoli europei, ma prima di altri – non rimarrà più nulla. Non a caso, uno dei progetti più cari a Bersani e al PD è la concessione della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati. Essere o no “italiani” diventerà soltanto una parola scritta su un documento a cui non corrisponderà nessuna sostanza reale.
Rispetto a tutto ciò, la premiata ditta “Cinque stelle”, Grillo, Casaleggio & Co., non rappresenta in alcun modo un'alternativa, ma è un momento della realizzazione di questo piano. A beneficio dei gonzi, si recita la sceneggiata dell'ingovernabilità, e certamente si dovrà faticare a trovare qualche formula, qualche alchimia, “governo tecnico” (di nuovo!), “governo a tempo”, “governo istituzionale”, che serva a mascherare l'accordo sottobanco o – come si dice adesso – l'inciucio.
Il M5S serve precisamente a questo, a canalizzare il dissenso, la rabbia, la disperazione in una direzione “di sinistra” e innocua per il sistema, dando alla gente una falsa alternativa.
Gli indizi in questo senso sono piuttosto chiari: durante la campagna elettorale una candidata “grillina” ha invitato gli elettori a non votarla perché solo dopo aver accettato la candidatura si è accorta che in realtà è tutto un gioco truccato con il Movimento Cinque Stelle già d'accordo in partenza con Bersani e con Monti, ma fanno ancora più testo le parole dello stesso Grillo secondo cui è grazie al suo movimento che la crescente protesta degli Italiani non si è indirizzata verso un equivalente dell' “Alba dorata” ellenica, cioè in una direzione populista e anti-europeista. Egli in sostanza ha ammesso qual'è la sua funzione: canalizzare il dissenso in una direzione inutile alla difesa della sovranità e dell'identità nazionale, quindi inutile anche alla difesa dalla nostra spoliazione economica da parte “dell'Europa”.
La proposta di Berlusconi di un “governissimo” PD-PDL “per tenere fuori Grillo” è stata accolta dal PD formalmente con indignazione, indignazione formale che probabilmente cela in realtà un sorriso di compatimento. Quest'uomo è molto meno furbo di quel che crede di essere, e non ha ancora capito di essere ormai fuori dai giochi. La sua unica funzione possibile è ormai quella di babau, di spauracchio per indurre i grillini ad appoggiare il PD allo scopo di evitare il suo ritorno.
E a proposito di persone che non si rendono conto di essere fuori dai giochi, devo fare una rettifica rispetto a quanto ho scritto in precedenza: le listine dell' “Area” presenti a queste elezioni non erano tre ma quattro. Oltre a “La Destra”, il MSI-FT e “Forza nuova” era presente anche Casapound, e tutte insieme hanno totalizzato appena l'1% o poco meno. Torno a ripeterlo: io non penso che questo insignificante 1% costituisca tutto il nostro elettorato potenziale. A Trieste alle scorse elezioni amministrative era presente una sola lista dell' “Area” che conseguì un rispettabile 10%. Certo, si deve fare la tara di situazioni locali e della differenza fra amministrative e politiche, ma presentarsi in maniera così frazionata, un frazionismo che esprime solo la litigiosità e l'egocentrismo dei capetti dell' “Area”, è in ogni caso un invito a non dare un voto che andrebbe comunque sprecato.
Recentemente, prima dell'inizio delle consultazioni ufficiali, c'è stato un lungo incontro tra Monti e Matteo Renzi i cui contenuti sono stati tenuti riservati ma sono facili da intuire: un passaggio di consegne fra il vecchio premier dimissionario da novembre ma tuttora in carica, e il suo probabile erede destinato a catturare le simpatie dei grillini nel caso che Bersani non riuscisse a persuaderli. Come volevasi dimostrare!
Forse non occorrerebbe nemmeno preoccuparsi di dimostrare questo punto, ma è un fatto che l'atteggiamento del premier-senatore a vita che nessuno ha eletto, che nessuno al di fuori della casta ha voluto, è stato e continua a essere di totale malafede nei confronti del popolo che è stato messo sotto i suoi artigli; ne è un esempio eclatante proprio l'IMU, l'imposta più odiata da lui introdotta. Monti ha più volte sostenuto che l’IMU sarebbe un’imposta che era stata già prevista dal precedente governo di centrodestra. In realtà si tratta di una falsificazione (relativamente) ben congegnata: sotto questa sigla, infatti, il governo precedente intendeva unificare una serie di tributi locali preesistenti, e non meditava di introdurre la feroce gabella sulla casa del professore bocconiano. Monti ha mentito, così come mente e ha sempre mentito prospettando una ripresa sempre dietro l’angolo e sempre rinviata.
Io ammetto di non essere stato preciso nel titolo che ho dato a questo articolo; infatti non ci dobbiamo occupare di una sola razza cialtrona ma di due. La prima è ovviamente “la casta” dei nostri ineffabili politici, ladri e parassiti quanto ignoranti e incompetenti; l’altra il grande capitale bancario e finanziario internazionale, predoni della stessa voracità di un branco di squali.
Tra l’una e l’altra, per la verità, esistono molti raccordi: lo stesso Mario Monti, Romano Prodi ex funzionario della Goldman Sachs (ma non si esce mai davvero da quei circoli), il grande maneggione della finanza Carlo De Benedetti che è anche il grande sponsor della sinistra radical-chic.
Se la sinistra, e non solo in Italia, è diventata il complice più entusiasta del capitalismo finanziario, soprattutto in questa fase in cui esso attivamente spogliando delle loro ricchezze i popoli europei, questo non dipende solo dal fatto che essa è prigioniera di una visione anacronistica e deformata dei rapporti sociali, incapace di considerare il fatto che i lavoratori sono anche titolari di beni.
Dal 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, la sinistra ha scoperto la convergenza molti dei suoi presunti ideali con gli obiettivi del grande capitale mondialista: il mondialismo favorito dall’immigrazione e il meticciato etnico, lo sradicamento di etnie, culture, nazionalità. Anche questa spiegazione tuttavia è molto parziale. Il fatto è semplice: SONO LORO!, lo stuolo dei figli dell’alta borghesia radical-chic che hanno iniziato facendo i contestatori nel ’68 e poi sono diventati funzionari di partito e/o hanno proseguito le carriere familiari. Naturalmente, esiste anche un buon numero di illusi che credono che la sinistra sia ancora quella operaia di un secolo fa, ma quelli contano quanto il due di picche.
Alla fine, tutto si tiene, e la possibilità di evitare il baratro dipende dalla rinascita di uno spazio “euroscettico” (scettico verso QUESTA Europa in mano agli usurai), populista e identitario. Per ora siamo molto lontani da ciò, ma non si sa mai dove può portare la disperazione.
domenica 6 gennaio 2013
Visione del mondo e ideologia (Perché il marxismo è fallito, e il liberal-capitalismo non promette nulla di buono)
di Fabio Calabrese
Forse vi domanderete una cosa per quanto riguarda gli articoli che finora ho pubblicato su “Ereticamente”. Dopo una panoramica a partire dalla politica e dalla religione, passando per la storia, la scienza, la filosofia, la letteratura e infine l'etica (su ciò però non mi dilungo oltre, mi hanno raccomandato quanto meno di non esagerare nel fare “il riassunto delle puntate precedenti”), perché non compiere un ultimo passo, mettere la chiave di volta di un edificio che ormai sta diventando consistente, e tracciare i lineamenti complessivi di un'ideologia, cioè in ultima analisi chiudere il cerchio e tornare sul piano dell'azione politica, perché una cosa è certa: la conoscenza serve a orientare l'azione, le scelte esistenziali, altrimenti è erudizione morta e inutile.
Io tuttavia preferirei usare il termine “visione del mondo”, “Weltanschauung” se preferite, la parola "ideologia" mi suscita un'irresistibile diffidenza.
Facciamo un esempio classico di ideologia:
“La storia ha una natura intimamente progressiva, il progresso consiste nell'ascesa al potere delle masse, essa è pertanto destinata a culminare nella rivoluzione proletaria mondiale”.
Vi riconoscete in questa concezione? Credo proprio di no: se così fosse, navighereste su altri siti, non su quello di “Ereticamente”.
Il concetto di ideologia ha una storia singolare: i primi a definirsi ideologi furono agli inizi dell'ottocento un gruppo di intellettuali francesi che comprendeva madame De Stael, Benjamin Constant, Alexis De Tocqueville. “Les ideologues”, “gli ideologi” davano a questa parola un significato neutro di “studiosi delle idee”, così come ci sono i sociologi, gli antropologi, gli psicologi e via dicendo.
Tuttavia Karl Marx si impadronì di questa parola dandole un significato affatto diverso. Per Marx (“L'ideologia tedesca”) essa indicava l'insieme di idee FALSE che dominano una società:
“Le idee della classe dominante sono le idee dominanti di una società”.
Cioè quelle che legittimano il sistema, rendendosi conto che nessun sistema può reggersi stabilmente basandosi solo su di un bruto potere costrittivo, ma deve persuadere i sudditi della propria bontà e legittimità, o almeno deve cercare di farlo.
Poiché “ideologia” è per Marx sinonimo di falsità, è un fatto molto significativo che subito dopo la sua morte si sia cominciato a parlare da parte dei suoi esegeti di “ideologia marxista”, un'implicita confessione della falsità del marxismo. Questo non è avvenuto certamente a caso: il marxismo, come è stato formulato dal suo enunciatore e predicatore, conteneva una serie di predizioni essenziali per la sua visione politica, e che si sono rivelate del tutto errate: che vi sarebbe stato un crescente immiserimento e “proletarizzazione” delle società industriali con la scomparsa del ceto medio, che il mondo si sarebbe sempre più diviso in due campi contrapposti: da una parte la schiera sempre più esigua dei ricchissimi e potenti, dall'altra un'enorme massa di nullatenenti che a un certo punto si sarebbe ribellata e avrebbe annientato i primi. Al contrario, quello che si è verificato, è stata l'espansione delle classi medie e il crescente imborghesimento del ceto operaio, assieme a un generale miglioramento delle condizioni di vita durato fino alla fine del XX secolo.
L'evoluzione del marxismo dopo Marx è stata forse l'esempio più brillante del potere delle ideologie di sopravvivere alle smentite della realtà: l'ideologia è stata riformulata in modo da non tenere conto della realtà, e diventasse essa stessa il criterio per decidere ciò che è “vero” e ciò che non lo è. Qui c'è un'analogia che salta agli occhi allo storico smaliziato, eppure sulla quale si evita perlopiù di soffermarsi. Storicamente, il cristianesimo è andato incontro a un'evoluzione del tutto analoga.
Basta leggere i vangeli con un po' di attenzione per accorgersi che il fondatore della religione cristiana riteneva imminente il Secondo Avvento e la fine (o la rigenerazione) del mondo allora conosciuto e, accessoriamente, la fine del dominio romano e la rinascita di Israele sotto una dinastia davidica. “Alcuni di voi non gusteranno la morte prima che tutto questo sia avvenuto”.
Profezie che la storia si incaricò presto di smentire; ecco quindi che i cristiani riformularono la loro dottrina staccandola dal messianismo ebraico facendone una religione universale e rendendola inattaccabile dalla realtà. In questa forma il cristianesimo è durato fino al tempo presente e dura tuttora. Quanto più si confrontano marxismo e cristianesimo, tanto più se ne scoprono sorprendenti analogie. Potremmo forse dire che questa religione venuta dall'oriente che oggi alcuni identificano con la tradizione, è stata il bolscevismo dell'antichità.
Torniamo al marxismo. Per tutto il XIX secolo e il primo ventennio all'incirca del XX, “sinistra” significava essere dalla parte dei ceti popolari, dei democratici, dell'allargamento del suffragio, delle riforme sociali. A partire dal colpo di stato bolscevico avvenuto in Russia nel 1917 e falsamente noto come “rivoluzione d'ottobre”, il significato di questa parola ha cambiato completamente segno passando a indicare, oltre ai suoi alleati, una delle più feroci autocrazie della storia, una tirannide che non ha concesso ai suoi sudditi alcun diritto e alcuna libertà, oltre e tentare di espandersi per l'intero pianeta come un cancro.
Sarebbe sbagliato pensare che i bolscevichi abbiano tradito le idee di Marx; in effetti non hanno fatto altro che applicarle alla lettera, attribuendo al popolo lavoratore la proprietà TEORICA dei mezzi di produzione e a se stessi il controllo effettivo di essi e della vita sociale e politica di un Paese, abolendo tutti gli strumenti di mediazione sociale e politica, si crea una nuova autocrazia dotata di potere illimitato, mentre al popolo non restano né diritti né strumenti per soddisfare i propri bisogni, però è vero che in tal modo il plusvalore scompare.
E' sintomatico che per la “nuova classe” dei bolscevichi al potere non si sia potuto trovare un nome meno pudico/ipocrita di “Nomenklatura” che nel gergo antecedente “la rivoluzione” indicava la lista dei “compagni di sicura fede”.
Una controprova del resto è facile da farsi: dovunque “la ricetta” di Marx è stata applicata: dalla Russia alla Cina, alla Jugoslavia, a Cuba, al Vietnam, alla Cambogia (ve li ricordate i Khmer rossi?), all'Etiopia, all'Angola, al Mozambico, ha dato dovunque GLI STESSI risultati.
Per i marxisti, l'emergere fra le due guerre mondiali dei movimenti fascisti, fu un fenomeno imprevisto e inspiegabile, si inventarono la tesi strampalata del “cane da guardia del capitalismo”. Possibile che milioni di uomini in tutto il mondo fossero plagiati o prezzolati? Il fatto è che prendere atto della semplice verità avrebbe avuto conseguenze auto-distruttive sulla loro ideologia e loro stessi, perché quei milioni di uomini appartenenti in massima parte alle classi lavoratrici, si rendevano conto benissimo di ciò che loro non volevano vedere: che il “paradiso dei lavoratori” che costoro avevano realizzato in Unione Sovietica e che minacciavano di estendere al mondo intero, era un inferno spaventoso soprattutto per la gente del popolo, priva di libertà e di diritti, e stremata fino alla fame, e intendevano impedire con ogni mezzo che questa mostruosità proseguisse oltre.
“Cane da guardia del capitalismo”, ma che pastore è quello che a questo povero cane non riserva altro che bastonate e calci, e fa entrare il lupo nell'ovile con tutti gli onori?
Una conoscenza appena approfondita dei fatti smentisce “la vulgata” storica ufficiale che per motivi diversi marxisti e liberal-capitalisti hanno fatto propria. Già all'inizio degli anni '30 negli Stati Uniti il “New York Times”, il più autorevole quotidiano americano attraverso la penna di una delle sue firme allora più prestigiose, Walter Duranty, diffondeva presso l'opinione pubblica un'immagine idilliaca dell'Unione Sovietica di Stalin, mentre l'amministrazione Roosevelt concedeva alla stessa aiuti di ogni sorta nonostante gli Stati Uniti stessi stessero appena uscendo da una crisi economica senza precedenti, nella dichiarata convinzione di favorire in tal modo il passaggio – ritenuto imminente – alla liberal-democrazia del colosso sovietico. Roosevelt non nascose mai la sua simpatia per Stalin che definiva “Un ometto pieno di dignità”. Tutto ciò contrastava in maniera schiacciante con l'odio feroce che veniva predicato nei confronti della Germania nazionalsocialista non appena Hitler diventò cancelliere, e verso la stessa Italia fascista dopo l'impresa d'Etiopia (che palesemente non fu che un pretesto considerato che in fatto di domini coloniali l'Inghilterra era arrivata a possedere quasi un terzo delle terre emerse del Globo, la Francia poco meno e gli stessi Stati Uniti possedevano colonie quali Cuba, Portorico e le Filippine, per non parlare del West dove si erano “fatti largo” massacrando cinque milioni di Americani nativi “pellirosse”).
Il crollo dell'Unione Sovietica e l'apertura degli archivi rimasti impenetrabili per settant'anni ha portato alla ribalta molte cose, ma su di esse il pubblico italiano, pesantemente vittima della censura di informazioni storiche scomode per la sinistra, è stato tenuto all'oscuro. Solo in tempi molto recenti, ad esempio, è filtrata su internet, ma non è certo arrivata al grosso pubblico una recensione apparsa su The Journal of Historical Review del luglio-agosto 1988 a firma di Daniel W. Michaels, dedicata a una serie di libri scritti a partire dal 1992 dall'ex agente del KGB Vladimir Rezun che li ha firmati con lo pseudonimo di Viktor Suvorov, nei quali apprendiamo che l'Operazione Barbarossa prevenne soltanto un imminente attacco sovietico all'Europa occidentale, non solo, ma che gli Stati Uniti fornirono aiuti MILITARI all'Unione Sovietica già alla fine degli anni '30, prima che il conflitto scoppiasse in Europa:
“ Suvorov fa notare che gli Stati Uniti hanno rifornito la Russia sovietica di armamenti pesanti sin dalla fine degli anni 30. Cita lo studio di Antony C. Sutton, National Suicide (suicidio nazionale), Arlington House, 1973, il quale racconta che nel 1938 il Presidente Roosevelt concluse un accordo segreto con l’URSS per lo scambio di informazioni militari”.
Anche rimanendo nell'ambito dei fatti storici ben accertati e conosciuti, pensiamo a quel vero e proprio preludio alla seconda guerra mondiale che fu il conflitto civile spagnolo. Gli aiuti e le simpatie delle democrazie occidentali andarono tutti alla parte “repubblicana” cioè comunista. Possibile che da parte “liberal-democratica” si sottovalutasse così gravemente il pericolo insito nell'avere due stalinismi convergenti alle estremità orientale e occidentale dell'Europa?
Ancora, dopo l'attacco della Germania alla Polonia, che i Polacchi, falsamente persuasi di un immediato intervento franco-britannico al loro fianco, fecero di tutto per provocare, l'Unione Sovietica aggredì a sua volta la Polonia. Mentre l'attacco tedesco era per gli occidentali un inammissibile gcasus bellih e provocò l'allargamento a dismisura del conflitto, quello sovietico non disturbò minimamente le gsensibili coscienzeh di Parigi, Londra, Washington. Già prima di allora, l'Unione Sovietica aveva tolto la Moldavia alla Romania e la Rutenia subcarpatica alla Cecoslovacchia, aggredito e annesso le tre repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, e si preparava a fare altrettanto con la Finlandia, ma se i tentativi tedeschi di riprendere il controllo dei territori nazionali amputati dalle assurde clausole del trattato di Versailles erano una prova della volontà di espansione planetaria della Germania, le aggressioni sovietiche contro stati inermi e indifesi dimostravano solo la volontà di Stalin di buon vicinato col mondo intero.
Recentemente, un mio critico mi ha accusato di avere uno stile espositivo “arruffato”, di passare per così dire di palo in frasca, come adesso, che siamo passati da considerazioni di carattere molto generale a questioni storiche in un certo senso più spicciole, ma onestamente non so come si possa procedere altrimenti, perché qui occorre mettere in rilievo un fatto assolutamente centrale che viene negato basandosi su di una serie di distorte interpretazioni “ad hoc” dei fatti storici: dei due “socialismi” che nell'epoca fra le due guerre mondiali ce n'è uno che il sistema capitalista ha percepito come un pericolo alla sua egemonia, questo non è stato quello marxista-comunista-bolscevico-sovietico, ma quello fascista, che esso ha combattuto con ogni mezzo.
La coalizione antifascista che nel 1945 stritolò l'Europa, facendole perdere non solo l'egemonia planetaria di cui aveva sin allora goduto, ma la sua stessa indipendenza, trasformando gli stati europei in colonie russe o americane, non era come ci è stato dato a credere, un'alleanza momentanea fra nemici fondamentali. Capitalismo e bolscevismo erano due facce della stessa medaglia; è stato piuttosto il periodo della Guerra Fredda, del resto intervallato da lunghe fasi di distensione, a essere qualcosa di anomalo. Lo dimostra il fatto che oggi, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, il capitalismo finanziario internazionale affama-popoli e la cosiddetta sinistra si ritrovano accomunati dagli stessi obiettivi: il mondialismo, la globalizzazione, la scomparsa di nazioni, etnie, culture e stati nella concretizzazione di un'utopia cosmopolita che è nel contempo il perfetto “mercato”.
Potremmo spingerci più in là e pensare che se il pugno di profittatori che sta dietro l'alta finanza mondiale ha scelto fin da subito, dei due socialismi antagonisti della prima metà del XX secolo, di puntare a favorire quello di tipo bolscevico-sovietico, è perché era ben conscio che alla fine esso, nonostante la sua apparente potenza e baldanza, avrebbe finito prima o dopo per implodere, per crollare sotto il suo stesso peso, come difatti è successo. Nello stesso tempo, la diffusione di questa ideologia fra le masse popolari, costituiva il più efficace sbarramento contro una rivoluzione socialista-nazionale.
La mortale sterilità del “socialismo” marxista che alla fine ha portato al collasso perfino un gigante come il colosso sovietico, è – ritengo – qualcosa di intrinseco a questa ideologia: la teoria e la pratica dell'egualitarismo che è il contrario della vera uguaglianza che significa uguaglianza di opportunità per ciascuno di dimostrare le proprie differenti capacità. Uguaglianza di opportunità e selezione: qualità, non quantità: quando ci si allontana da ciò, non si può approdare ad altro che a una nuova casta di burocrati onnipotente quanto inefficiente e a garantire per la gran massa della popolazione la miseria in un solido tandem con l'oppressione e l'assenza di diritti.
Su quale sia la situazione che si presenta oggi, a una generazione di distanza dal crollo dell'impero sovietico, non sembra che la chiarezza abbondi, e di certo non lo si può ritenere un caso, dato che chi detiene le leve dell'informazione è in ultima analisi anche chi detiene le leve del potere. Occorre dire che all'epoca della Guerra Fredda in qualche misura liberal-capitalismo e comunismo si bilanciavano impedendosi reciprocamente di arrivare alle conseguenze più estreme che avrebbero spinto i sudditi di un blocco a buttarsi nelle braccia dell'altro. Oggi, questo precario equilibrio si è rotto.
Consideriamo che comunismo e capitalismo non sono mai stati due sistemi che si possano considerare a prescindere da un determinato contesto storico, in qualche modo autosufficienti e auto-fondanti, ma due forma di attacco alla struttura tradizionale dell'Europa; da un lato il sovvertimento politico mirante all'eliminazione di tutte le gerarchie e di tutte le forme in cui si manifestava la cultura tradizionale, dall'altro il sovvertimento economico con la concentrazione della ricchezza nelle mani del ceto più parassitario della società. A fronte di ciò il socialismo nazionale fascista, quel che oggi del tutto impropriamente viene denominato “destra sociale” (perché in effetti NON E' destra), si presentava/si presenta come una forza ricostruttiva tesa a riannodare il legame organico fra i membri di una società che va concepita più come un'unità, un'impresa comune che come un'arena deputata allo scontro degli interessi contrapposti.
Ciò premesso, siamo in grado di comprendere quel che sta avvenendo oggi. Non è un caso che in un tempo che può apparire lungo sul metro delle nostre esperienze individuali, ma che agli occhi di qualche storico futuro potrà apparire una rapida successione, e di certo è una concatenazione logica quasi fosse – e probabilmente è – la realizzazione di un piano a lungo studiato, al crollo dell'Unione Sovietica siano seguiti, oltre a una politica estera americana tesa a estendere in tutto il mondo “la democrazia”, cioè un sistema di stati vassalli agli stessi USA, la creazione della UE, una pseudo-unione europea il cui unico “potere forte” è costituito dalla BCE, cioè un'organizzazione bancaria PRIVATA cui è affidato il controllo della moneta, l'introduzione dell'euro, cioè la rinuncia degli stati nazionali europei alla sovranità monetaria, e infine la crisi – programmata – che sta distruggendo le economie occidentali e in primo luogo europee a partire dal 2008.
Non lo dico io questo, lo ha rivelato in un discorso tenuto alla LUISS il 22 febbraio 2011 Mario Monti, il nostro pseudo-presidente del Consiglio, in realtà “commissario” impostoci dalla BCE:
“Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti, i passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario, è chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una comunità nazionale possono essere pronti a queste cessioni sono quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto visibile e conclamata. Abbiamo bisogno delle crisi come il G20 per fare passi avanti, ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento perché si sono messe in opera istituzioni, leggi ecc... per cui non è pienamente reversibile. (...).
In poche parole, le crisi sono strumenti messi in atto per costringere gli stati nazionali a cedere parti sempre più consistenti della propria sovranità. Una volta ceduto al ricatto, gli stati nazionali avranno sempre meno modo di difendersi, e tutti i “rimedi” attuati da Monti e individui della stessa risma che non sono altro che proconsoli della BCE, “rimedi” che consistono nel provocare la recessione aggravando l'imposizione fiscale oltre ogni limite ragionevole, il che equivale a salassare qualcuno che sta morendo per dissanguamento, possono solo avere l'effetto di aggravare la crisi e cronicizzarla.
La distruzione dell'economia europea è solo una delle due ganasce della tenaglia che ci sta stritolando, l'altra è quella del declino demografico programmato e dalla creazione delle condizioni che rendono impossibile frenare l'immigrazione extracomunitaria, allo scopo di far sparire popoli, etnie, culture per lasciare il posto a un'umanità ibridata e indifferenziata senza diversità culturali che ostacolino il suo divenire il perfetto e globale “mercato”.
Ora, si guardi bene che la sinistra italiana, europea, internazionale, ciò che ne rimane dopo il crollo dell'impero sovietico, i comunisti che hanno cambiato nome ma non mentalità e non hanno imparato nulla dai fallimenti passati, è perfettamente allineata con questo piano mondialista. Ostile da sempre agli stati nazionali, da sempre convinta che l'inasprimento fiscale sia il rimedio a tutti i problemi dell'economia, entusiasta dell'idea della creazione attraverso l'immigrazione di una società etnicamente ibrida, infettata di radicalismo al punto da vedere nei matrimoni gay un obiettivo più importante della creazione di posti di lavoro, è nei fatti oggi il miglior supporto politico alla realizzazione delle finalità del grosso capitale internazionale finanziario-parassitario, e che le classi lavoratrici siano le prime a pagare le conseguenze di questo tipo di politica, sembra essere diventato per essa un fatto del tutto marginale.
Si direbbe che la coalizione che ha schiacciato l'Europa nel 1945, provvisoriamente divisa in due campi contrapposti ai tempi della Guerra Fredda, si sia oggi riformata e abbia ripreso la sua distruzione con metodi certo meno cruenti dei bombardamenti che durante il conflitto mondiale uccisero milioni di vittime inermi, ma forse in prospettiva meno rimediabili e più definitivi delle distruzioni di allora.
Ideologia? Se per essa si intende marxisticamente una lente deformante da sovrapporre alla percezione del reale, adattare i fatti alle idee o ai gusti soggettivi, invece che le idee ai fatti, è qualcosa che possiamo lasciare ai “compagni”. A noi basta conoscere la realtà e considerarla per com'è.
Forse a qualcuno potrà sembrare strano che una percezione “giusta” delle dinamiche del nostro tempo e una linea di azione “giusta” si trovino proprio in un'area estremista e non in quella moderata, nell' “aurea mediocritas” che spesso è tutt'altro chaurea. “Un moderato”, ha detto qualcuno, “è una persona che, se ci sono due gruppi, uno dei quali sostiene che due più due è uguale a quattro, e un altro sostiene che è uguale a sei, ne deduce automaticamente che due più due fa cinque”.
Il gergo politico ha la peculiarità di distorcere il significato delle parole. Nel linguaggio ordinario, un moderato dovrebbe essere una persona ponderata e riflessiva. Bene, noi ce la ricordiamo bene la non tanto remota era Bush quando “i moderati” reclamavano la nostra partecipazione alle aggressioni americane contro l'Irak e l'Afghanistan e credevano di avere ragione strillando più forte, mentre “le estreme” avanzavano dubbi e perplessità circa imprese che rispetto ai costi e al prezzo in vite umane che avrebbero – e hanno – comportato, non avrebbero – e non hanno – portato alcun beneficio, tranne forse quello che spesso sono stati dei nostri ragazzi a lasciarci la pelle al posto dei G. I. yankee.
Estremista? Noi non siamo una parte estremista, siamo una parte che uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, ha alle spalle settant'anni di emarginazione e di ostracismo e che, nonostante tutto, continua a indicare l'unica via di salvezza possibile per l'Italia e per il nostro continente.


















