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domenica 14 aprile 2013

Le sorprese non sono finite


di Fabio Calabrese



Io ho a volte l'impressione che ci sia in giro un'ignoranza spaventosa, che la gente, tranne quelle poche nozioni pratiche e quotidiane che servono per sbrigare il proprio lavoro e le faccende di tutti i giorni, non sappia pressoché nulla. Ma come, dirà qualcuno, nell'era della comunicazione e dell'informazione globale! Ebbene, il problema sta proprio lì, nella massa nella baraonda di informazioni, dati, concetti che ci bombardano quotidianamente appena ci colleghiamo a un qualsiasi pezzo del sistema mediatico: troppi, caotici e in massima parte futili e irrilevanti, che non possono essere assimilati, ma solo  avvertiti per un momento per lasciare posto “all'informazione” successiva, e nel loro insieme disabituano a pensare con profondità.

Platone faceva osservare che è estremamente arduo arrivare alla conoscenza partendo dall'ignoranza totale, occorre avere almeno un barlume che ci indichi cosa dobbiamo cercare di sapere, ed è partendo da questa premessa che ha sviluppato la sua teoria della conoscenza come riminiscenza.


Io non so se possa esistere qualcosa come l'iperuranio platonico con le idee, i modelli delle cose tutti là, pronti ad essere afferrati dalla mente sagace, ma l'universo mediatico ne costituirebbe quasi un accettabile surrogato se disponessimo di una bussola o di un filo di Arianna per muoverci nel labirinto, se non si rischiasse a ogni passo di essere travolti da maree di cose futili e irrilevanti, oppure incoerenti e deliranti. Per trovare la strada occorre per prima cosa sapere cosa cercare e non credo che chi va in internet per erudirsi sulle biografie dei divi o dei calciatori abbia molte possibilità di progredire nella conoscenza.

Guardiamo a quella che è la formazione che nella maggior parte dei casi si riceve nella scuola; a parte il basilare “leggere, scrivere e far di conto” come dicevano i nostri nonni, che anch'esso oggi pare si acquisisca in maniera sempre più imperfetta, le nozioni che vi si apprendono sono perlopiù quelle che AL POTERE fa comodo che la gente abbia. Esiste una curiosa lottizzazione delle competenze: ad esempio, perché mai i libri di testo di storia devono essere TUTTI INVARIABILMENTE di ispirazione marxista e quelli di filosofia con invariabilità altrettanto monolitica tutti di ispirazione cattolica?

La storia è, come è ovvio, il terreno delle maggiori falsificazioni. Pensiamo ad esempio allo PSICODRAMMA che è il racconto della seconda guerra mondiale. Io non voglio dire, ad esempio, che il delitto dei delitti, l'olocausto degli ebrei non sia avvenuto, che sia stata tutta una montatura (anche perché NON POSSO farlo, nella nostra liberissima democrazia sostenere certe opinioni è un reato); dico solo PROVATE A IMMAGINARE PER IPOTESI che non sia avvenuto (anche immaginare ipotesi dichiaratamente fantasiose è un reato?); lo avrebbero certamente inventato per coprire le atrocità compiute dai vincitori: quattro milioni di vittime civili dei bombardamenti terroristici e privi di utilità militare nella sola Europa, più quelli sul Giappone, su cui sono stati anche sganciati due ordigni nucleari quando aveva già chiesto la resa, tre milioni di civili tedeschi massacrati dall'Armata Rossa, decine di migliaia di italiani assassinati dai partigiani jugoslavi in Istria e nella Venezia Giulia. Prigionieri massacrati dopo che si erano arresi, donne stuprate, anziani e bambini torturati prima di venire uccisi, in una galleria degli orrori che è un pozzo senza fondo e di cui i testi scolastici non fanno parola.

Ma la falsificazione risale a molto più addietro, perché la storia contemporanea è costantemente presentata come il progressivo trionfo della democrazia, l'emancipazione delle masse verso un avvenire sempre più radioso. Non viene mai detto che questo grandioso movimento è nel contempo la progressiva ascesa di una classe di capitalismo usuraio che oggi vediamo con quanta forza può strangolare nazioni intere, e che dove sono avvenute le rivoluzioni con la bandiera rossa, non hanno risolto nulla ma hanno anzi peggiorato le cose, sostituendo al capitalista strozzino privato il capitalista strozzino di stato.   

Quanto più si risale indietro nel tempo, tanto più si scopre l'estensione della falsificazione. E' un punto che ho illustrato con ampiezza più volte e vi rimando alla lettura del saggio “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?” suddiviso in quattro parti. Tutta la storia antica ci è stata raccontata in modo da sminuire il ruolo dell'Europa ed enfatizzare quello del Medio Oriente, guarda caso, dei luoghi che fanno da sfondo alla bibbia, in modo da non farci percepire, o farci percepire il meno possibile la religione divenuta sciaguratamente dominante, il cristianesimo, per quello che è, una concezione semitica, estranea alle radici profonde e autentiche del nostro continente.

Ugualmente falsata è ad esempio la storia della filosofia, e il pensiero greco viene ridotto a una sorta di lunga preparazione alla “rivelazione” cristiana, insultando letteralmente Platone, Aristotele e gli altri grandi filosofi dell'antichità che, senza la “rivelazione” non avrebbero potuto compiere il balzo definitivo dalla ragione alla “fede”, si cerca cioè di mascherare il fatto che quel che è avvenuto con l'avvento del cristianesimo e il tramonto del mondo antico, è stato un enorme arretramento dello spirito e della cultura.

Se dalle scienze umane passiamo a considerare le scienze naturali, non è che le cose migliorino. Se non fosse tragico, sarebbe grottesco il tentativo dei “biologi democratici” di esorcizzare ciò che realmente insegna la teoria evoluzionista di Darwin che rimane il centro e il cuore delle scienze della vita: il valore del conflitto e della selezione nel costruire i tipi più elevati, niente altro che questo ha portato dalla mucillagine all'uomo (e non è possibile ignorare la conferma del pensiero di Eraclito, sette secoli prima di Cristo: “La guerra è madre e regina di tutte le cose”) e la tendenza dei viventi a perpetuare nelle generazioni future il proprio genoma, che in ultima analisi è la sanzione scientifica di quelle “brutte cose” che chiamiamo nazionalismo e razzismo, e riduce in maniera spietata democrazia, cristianesimo e marxismo alla dimensione dell'utopia.

(Si veda il mio scritto “La scienza falsata” a proposito del tentativo dei “biologi democratici” di non arrivare a queste conclusioni peraltro ovvie).

Insomma, è chiaro che tutta la nostra cultura è stata stravolta e falsata in modo da andare in appoggio o almeno non contraddire le ideologie dominanti: democraticismo, liberalismo, marxismo, cristianesimo.

Come è possibile allora giungere alla verità sapendo che dappertutto ci vengono scodellate menzogne, talvolta grossolane, talvolta sottili?

In una qualche misura, tenendo presente quanto è modesto il raggio dell'esperienza diretta di ciascuno di noi, può soccorrere l'esperienza personale, se la memoria non è atrofizzata, come sembra succeda sempre più spesso alla gente (altro miracolo del sistema mediatico). 

Vi faccio un esempio. E' nozione comune che il leder democristiano Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse, sia stato un martire e un eroe. Sfortunatamente, non avendo la memoria atrofizzata e avendo un ricordo piuttosto chiaro di quei giorni, so benissimo che non fu affatto così: le lettere inviate dal leader democristiano dalla prigione brigatista erano chiarissime e dicevano in sostanza: “Trattate, trattate, ho famiglia, non importa quel che succede dello stato”. Un leader di livello nazionale che fin allora aveva goduto di tutti i privilegi del potere, non riteneva di dover applicare a se stesso quello spirito di sacrificio che si esige dall'ultimo poliziotto, da chiunque vesta una divisa.

Aldo Moro fu un vigliacco, come lo fu un insigne comunista, Laurenti Beria, il capo della polizia segreta di Stalin che, caduto in disgrazia alla morte del dittatore, prima di essere fucilato pietì miseramente quella clemenza che lui non aveva avuto per nessuno. Un caso opposto fu quello di Alessandro Pavolini, “l'ultima raffica di Salò”, che affrontò gli invasori a bordo di un'autoblinda L6 nell'estremissima resistenza ai vincitori. Il democristiano e il comunista morirono da vigliacchi, il fascista affrontò la sua sorte da eroe. Sarà stato un caso?

Il raggio d'azione dell'esperienza personale rimane comunque limitato.

Occorre avere accesso a fonti di informazione privilegiate o aver sviluppato una grande capacità di riflessione personale, o qualcosa che si pone in qualche punto a mezza strada fra queste due possibilità.

“Chi sa non parla, chi parla non sa”, ma a volte si ha l'impressione che qualcuno di “quelli che sanno” (per accesso a fonti d'informazione privilegiate, per acume, per saggezza) si sia lasciato scappare di più di quanto intendesse dire.

Un esempio addirittura eclatante in questo senso mi sembra un documento di cui – non a caso – vi ho parlato più volte, perché è proprio uno squarcio fra le nubi che si apre e ci fa vedere un panorama altrimenti inedito, la “famosa” intervista rilasciata dal filosofo Massimo Cacciari a Maurizio Blondet e da quest'ultimo riportata nel libro “Gli adelphi della dissoluzione” (per la cronaca, l'intervista è del 1997 e il libro è del 2000). In essa, il filosofo sindaco di Venezia metteva in evidenza due punti fondamentali: il cristianesimo ha avuto un ruolo centrale nel dissolvere l'ethos, il sistema di valori, la cultura, il mondo antichi; ed è sempre questo elemento nichilista proprio del cristianesimo, espanso fuori dalla Chiesa che in qualche modo aveva cercato di controllarlo, a partire dalla riforma protestante, è alla radice di tutti i fenomeni patologici della modernità.

La cosa notevole è che queste tesi noi non le troviamo in bocca a un Nietzsche o a un Evola: Cacciari e Blondet sono entrambi cattolici e questo aspetto dissolutivo, nichilista, distruttore della religione più diffusa in Occidente appare loro un “danno collaterale” nell'ambito di un piano divino globalmente salvifico. Per una volta ammissioni così compromettenti vengono DA PARTE CATTOLICA.

Recentemente, Blondet è tornato su questo argomento illustrando un concetto presente nell'intervista a Cacciari, quello di “Katechon”, ciò che impedirebbe, almeno per ora, all'anticristo di manifestarsi e di arrivare così alla fine dei tempi. 

Questo concetto che deriva da san Paolo e su cui vari teologi a cominciare da Tommaso D'Aquino si sono sbizzarriti per secoli, per un non credente non avrebbe nessuna rilevanza, ma Blondet che al tempo della famosa intervista riteneva che il “Katechon” fosse genericamente “la fede cristiana, la Chiesa, i sacramenti”, ha mutato il suo pensiero al riguardo identificandolo in una forza non religiosa, precisamente lo stato romano ai tempi evangelici e, per estensione, qualsiasi stato che, come quello romano sia uno stato di diritto basato sulla legalità, e per questa via propone una conciliabilità, una compatibilità fra romanità e cristianesimo, cercando di risolvere in modo ingegnoso ma che in definitiva non regge, il grande problema contro cui vanno a sbattere inevitabilmente i tradizionalisti cattolici, il carattere sovversivo ab origine del cristianesimo, l'effetto demolitore che esso ha avuto sull'antichità, sul mondo romano e sui suoi valori. Ho esposto in “Nella mente dei guelfi” i motivi per cui questo tentativo di conciliare l'inconciliabile non può approdare a nulla, e ad esso vi rimando.

Aveva indubbiamente ragione Nietzsche: “Roma contro la Giudea, la Giudea contro Roma”, e il cristianesimo non ha mai reciso le proprie radici giudaiche, non può farlo senza cessare di esistere.

Ultimamente mi è capitata sott'occhio una versione dell'intervista a Massimo Cacciari più ampia di quella finora in mio possesso (si, lo confesso, non ho acquistato “Gli adelphi della dissoluzione”), e devo dire che davvero le sorprese di questo testo che ci offre una prospettiva inedita sulla nostra storia, non sono finite.

Come ho detto, si ha la sensazione che Cacciari (un iniziato?) si sia lasciato sfuggire più di quanto intendesse dire, ebbene, questa è stata esattamente anche l'impressione di Blondet:

“Mi stupì la sua foga, e ancor più il fatto che subito dopo parve
pentirsi, come se la parola gli fosse sfuggita ... La nostra conversazione, fino a quel momento, non faceva prevedere quell'esito”.

Nei passi che finora non avevo avuto modo di leggere, che il cristianesimo sia alla base delle degenerazioni della modernità, è affermato con ancora maggiore energia di quelli già a me noti e che ho citato in “Un documento controverso” (l'articolo che ho dedicato a commentare questa intervista):

“In apparenza antagonisti, l'Illuminismo libertino di cui subiamo gli esiti
estremi, e la Chiesa, avrebbero in realtà la stessa radice”.

Un documento, dunque, di utilità estrema per chi vuole comprendere quale sia il vero volto del mondo moderno e quali ne siano le origini, e che spazza via le illusioni dei tradizionalisti cattolici proprio per bocca di uno dei più considerati pensatori cattolici contemporanei.

Là dove però l'intervista crolla miseramente, è nella sua conclusione, ci dice infatti Cacciari:
“Anche contro la Chiesa [il sistema estetico-economico borghese] non esiterà a usare la più inaudita violenza, se la Chiesa si rifiuta di diventare un semplice supporto della società borghese. Ciò che la Chiesa non può fare: perché il cristiano è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretenda autonomo. Già negli Stati Uniti si teorizza come l'avversario irriducibile sia l'Islam. Anche contro la Chiesa il conflitto diverrà sempre più drammatico.

Da una parte la Chiesa e l'Islam, e dall'altra una "etica" laicista sempre più occasionale, e nello stesso tempo sempre più radicalmente universale, nella sua pretesa di essere l'unica valida”.

Commenta a questo punto Blondet:
“Purtroppo credo abbia ragione. Forse viviamo davvero sull'orlo dei tempi ultimi. Sappiamo che cosa aspetta i credenti: la resistenza eroica al di là di ogni umana speranza, il martirio. La Chiesa lo sa: è scritto nella sua tradizione”.

Pie (è proprio il caso di dirlo) illusioni. A parte l'idea risibile e suicida dell'alleanza con l'islam (e si veda in proposito il mio “Tra islam e Occidente”), la Chiesa è oggi GIA' pienamente integrata nel sistema di potere mondialista. Certamente hanno ubbidito ai suoi diktat oltre a riscoprire le mai rinnegate origini del loro credo, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI quando sono andati a prosternarsi nelle sinagoghe, e sicuramente non fa nulla di sgradito al potere mondialista quando invita all'accoglienza verso gli immigrati clandestini, come nulla di sgradito a esso fanno i “compagni” che non vedono l'ora che il nostro popolo sia sostituito da un'ibrida torma multietnica, ma meglio di tutto sono le ultime vicende del soglio pontificio che fanno capire come stiano le cose.

Già allo scorso conclave, quello dopo la scomparsa di Giovanni Paolo II, Jorge Bergoglio, il cardinale candidato dei progressisti, il cardinale di sinistra era giunto subito dietro Joseph Ratzinger, ma qualcuno doveva aver sbagliato qualche calcolo e non l'avevano spuntata. Non hanno avuto neppure la pazienza di aspettare che Benedetto XVI (peraltro alquanto anziano) morisse, per costringerlo all'abdicazione e imporci il successore. Peraltro, siamo abbastanza sicuri che Bergoglio non commetterà l'errore di papa Luciani, guarda caso scomparso improvvisamente dopo aver annunciato di voler ripulire il marciume delle gerarchie ecclesiastiche. Francesco farà una Chiesa povera e umile DI FACCIATA come piace alle sinistre di tutto il mondo senza scalfire minimamente i poteri reali. Scommettiamo?

Di una cosa siamo sicuri: lottare oltre ogni speranza per difendere quanto rimane della nostra cultura e della nostra identità di europei, è un compito che non spetta a loro ma a noi, e di certo non avremo come alleata una Chiesa che diventa sempre più mondialista e multietnica ogni giorno che passa.

venerdì 18 gennaio 2013

Con coraggio e mente libera


di Joe Fallisi



Nulla dei FONDAMENTI della narrazione ebraica, ovvero di quelli relativi alle vicende del Pentateuco, ha ricevuto una qualche comprova archeologico-storica. A cominciare dalle figure dei "Patriarchi" e in primis di "Abramo", per arrivare allo stesso "Mosè", all'"esodo dall'Egitto", alla "traversata del Mar Rosso", a "Giosuè" e alla "conquista di Canaan", alla "monarchia di Salomone"... L'intera triade delle religioni monoteiste mediorientali poggia su basi essenzialmente mitiche, scelte e stabilite dai prominenti di Giuda (in particolare da Ezra intorno al 458 a. C. (1)) con lo scopo di dare un cemento ideologico unitario alle loro sparse tribù seminomadi, che in realtà avevano avuto, sino all'esilio in Babilonia, una storia oscura e  mediocre ed erano state politeiste(2). Idem dicasi per "la Verità Rivelata che si fa carne". Ciò che ai "cristiani" sembra autoevidente ad altri può appare come delirio. Il quale ultimo in altri tempi sarebbe stato imposto con la tortura e il rogo. Oggi, perlomeno questa mostruosità non è più possibile. Rispetto ad ogni questione di verità ce n'è una - mentre molte possono essere le menzogne. Si tratta, appunto, di vedere con coraggio e mente libera cosa sia vero e cosa sia falso.

La Torah comprende, nella sua definizione propria, i libri di "Mosè", ovvero il Pentateuco: Genesi(3), Esodo(4), Levitico(5), Numeri(6) e Deuteronomio(7). E' evidente perché questo complesso di scritti costituisca il fondamento del giudaismo. La figura mitica del capo-legislatore e la sua fantasaga nazionale centrata sul "Patto" che per suo tramite Yahweh avrebbe stipulato con gli Ebrei sul "Monte Sinai" (divenendo da quel giorno loro Monodio razziale) è la base identitaria stessa di tale religione. Il Talmud (palestinese e babilonese) non rappresenta altro che l'infinita successiva interpretazione rabbinico-sofistica di quei cinque Libri, a fini giudicativi-prescrittivi-normativi dell'intera vita quotidiana degli "eletti". Anche se, effettivamente, nel corso dei secoli esso ha assunto un'importanza perfino maggiore dei testi biblici. Pure il Talmud è oggi disponibile in internet(8). Ognuno può farsene un'idea. Certo di speculazioni "esoteriche" ad usum Delphini ne sono state prodotte a iosa e altre ne verranno (per chi scrive già bastano e avanzano quelle chassidico-cabalistiche). E' un classico meccanismo della falsa coscienza: quando qualcosa non piace o non corrisponde a schemi precostituiti, l'ermeneutica interviene sino alla deformazione più fantastica, più chimerica. L'unico aspetto, se si vuole, "positivo" in tutto ciò è che si conferma la potenza inventiva e creativa dello spirito umano.
La figura, d'origine zarathustriana, del Monos imperscrutabile il cristianesimo cattolico apostolico romano la ereditò  (ancorché "maternalizzandola", orientalizzandola(9)) dal "mosaismo" giudaico(10) - le virgolette sono d’obbligo, non essendo per nulla certo sia mai esistito neppure Mosè(11).
Per poterla imporre a tutto il mondo ci si dovette sbarazzare delle sette cristiane di origine gnostica, e ciò nel corso di secoli di lotte e persecuzioni sempre più terribili, dagli editti contro Marcione fino allo sterminio dei Catari(12).
Che cosa sostenevano la maggior parte di questi eretici? Che era IMPOSSIBILE il Dio universale di bontà, perdono e misericordia testimoniato dall'angelo-messaggero Gesù coincidesse con lo spietato arconte del Vecchio Testamento, di "proprietà" degli ebrei. Anzi, che quest'ultimo regnava sulla materia e sul male, il primo sullo spirito e il miglior destino - il vero telos - dell'uomo. E' chiaro che le visioni teologiche dualistiche (nonché, ovviamente, quelle politeistiche) possono dar conto in maniera più sensata del dolore e del male nel mondo. Si tratta di due principi, tenebra e luce, indipendenti e opposti ma complementari, presenti anche nel cuore umano, che si bilanciano e combattono da sempre. Con esito incerto. Compito dell'uomo è di fare in modo che questo conflitto si estingua nella vittoria della luce. La tirannica idea del Monos giudaico ha invece prevalso, come sappiamo, e in tutti i sensi e ambiti. E ora, infatti, viviamo immersi nel "pensiero unico": una sola tenebra avvolge tutto il mondo.
Il "Testamento" appare sempre più, allo sguardo della ragione, come un insieme di libri d'autonarrazione mitologizzante di alcune tribù, scopiazzato in buona parte (dai mesopotamici, dai persiani, dagli egizi) e messo insieme nell'arco di un centinaio di anni dopo il ritorno in Palestina dall'esilio babilonese. Le sue basi storiche sono fragili come sabbia del deserto. La pretesa dei rabbi e dei loro seguaci-concorrenti del cristianesimo ufficiale che Yahweh, lo specifico demiurgo giudaico, sia il Monos all'origine e padrone del mondo è qualcosa che appartiene più alla psicopatologia (per quanto di massa) che alla "fede". D'altro canto, come dimenticare che sono esistite - e ancora vivono - religioni, estranee al monoteismo mediorientale (il buddhismo, il giainismo...), che non sono mai state all'origine di nessuna persecuzione intraspecifica e concepiscono il rapporto dell'uomo con la natura e gli animali non umani in modo anti-tirannico? Il "peccato dell'uomo" è peccato di un essere che il sinistro arconte ha modellato "a sua immagine e somiglianza", come "compimento", anzi, della "creazione" stessa. A CHE PRO fornirlo di "libero arbitrio" per poi doverlo spazzare via o, bontà sua, sopportare? Gli indiani, quei grandi, parlano di lila, di gioco originario divino. Ma qui siamo di fronte a un pazzo sadico che meglio avrebbe fatto, anche prima del sabato, a riposarsi e dormire in eterno.
Quanto alla "storicità" della figura di Gesù imposta dalla Chiesa, è vero che l'ambito anticlericale e ateo vede una forte, profonda presenza giudaica - in funzione essenzialmente anti-cattolica. Ma bisogna essere equanimi e badare alla verità (alla ricerca senza paraocchi della medesima). La favola di "Cristo" cui siamo abituati sin dall'infanzia fa davvero acqua da tutte le parti. E non ha praticamente riscontro che non sia autoreferenziale, tautologico, cioè "neotestamentario". In Italia esistono studiosi seri che se ne sono occupati criticamente e ai cui scritti e interviste o conferenze si può accedere online. Mi riferisco, soprattutto, a Emilio Salsi(13) e a Giancarlo Tranfo(14). Può darsi che anche l'ipotesi di "Giovanni di Gamala" si riveli inattendibile - nessuno sa ancora con esattezza come e da chi venne elaborato il mito di "Gesù". Ma è senz'altro più razionale di quella che ci viene spacciata come verità storica e teologica - oltre a tutto con il corredo dei vari dogmi che la completano (relativi, persino, alla nascita "immacolata" di Maria!...). In ogni caso è sicuro che in nome di "Gesù", per almeno mille anni, dai "cristiani" al potere sono stati commessi delitti tremendi (nessun'altra religione si è macchiata di atrocità simili e così prolungate(15)). Già solo questo dovrebbe far pensare in modo decisamente critico riguardo a tutto l'edificio e alla sua stessa fondazione. Si diventa sempre ciò che si è.
E' lo stesso cristianesimo, in tutte le sue varianti, ad essere composto, intessuto di nebbie e chimere e apposite menzogne-furti-assemblaggi-manipolazioni. La scelta filologica e la lettura dei testi operata da Marcione aveva la medesima legittimità/arbitrarietà di quella cristallizzata in seguito dai suoi avversari a loro uso e consumo(16). D'altronde non è neppure sicuro che "Paolo di Tarso", il principale organizzatore del cristianesimo, sia un personaggio storico e non, invece, un'apposita invenzione (tesi niente affatto peregrina sostenuta da Emilio Salsi(17)).
Quel che proponeva la corrente cristiana dualista che dai marcioniti, passando attraverso i pauliciani, i tondrachiani, i bogomili, arrivò sino al martirio e al vero e proprio olocausto dei boni homini, MAI  avrebbe condotto agli orrori che si realizzarono sulla base della sua eradicazione. E' sufficiente, ai miei occhi, per guardare a quelle comunità cristiane con rispetto e sincera ammirazione. Fra le due, meglio senz'altro la favola che non si trasforma in incubo.

NOTE







(8)    "Si legga la spiegazione fornita dal Talmud riguardo alla differenza ontologica fra eletto e gentile: 'Perché sono immondi i goyim? Perché essi non erano presenti sul Monte Sinai.   Infatti, quando il serpente entrò in Eva, egli le infuse l'immondizia. Ma gli ebrei furono purificati da ciò sul Monte Sinai; i goyim, comunque, che non erano sul Monte Sinai, non furono purificati.' (Abhodah Zarah, 22b) E, in effetti: 'Dio li creò in forma d'uomini per la gloria di Israele. Ma gli Akum furono creati per il solo scopo di servirli [gli ebrei] giorno e notte. Né essi potranno mai essere sollevati da tale servizio. E' conveniente che il figlio di un   re [un israelita] sia servito da animali nella loro forma naturale e da animali sotto forma di esseri umani.' (Midrasch Talpioth, 225d)"

(9)       Quello babilonese:
            cfr. http://www.come-and-hear.com/talmud/index.html

(10)     Il personaggio misterico della Madonna (che dà alla luce Gesù come vergine, è essa stessa nata da "immacolata concezione" - aggiunta, quest'ultima, tardiva: dogma cattolico proclamato da Pio IX nel 1854 con la Bolla Ineffabilis Deus - e viene assunta in cielo al momento della morte) ha un'importanza inconcepibile nell'ambito rigidamente patriarcale veterotestamentario. Essendo la Trinità cristiana un unicum, Maria, in quanto madre del   Figlio, risulta progenitrice pure del Padre, nonché dello Spirito Santo, che però magicamente la ingravida, rendendola "sposa di Dio". Ora, la pretesa discendenza del Nazareno dalla Casa           di Davide si giustifica solo per via di Giuseppe. Ma se costui non intervenne col suo seme, questa medesima discendenza non esiste. Motivo in più per vedere, con gli occhi di   Marcione, uno iato radicale tra Vecchio e Nuovo Testamento. Si aggiunga, a proposito della "Santissima Trinità", che trattasi di idea particolarmente arbitraria, e foriera infatti di ogni possibile impazzimento ermeneutico (particolarmente arduo, per esempio, dimostrare appunto come la Madonna sia insieme madre e sposa - nonché figlia, in quanto creatura        umana - e di Gesù e del Padre e dello Spirito Santo). Altra cosa è la Trimurti indiana, che indica le tre forme, i tre aspetti della divinità: Brahma il Creatore, Vishnu il Conservatore, Shiva il Distruttore. Sono i principi all'origine della manifestazione, che si rinnova in eterno.    Una visione niente affatto irrazionale 

(11)     Yahweh, parola che definisce il (tardivo) Dio unico d'Israele senza volto e senza nome (meglio: Shem HaMeforash, di "nome ineffabile"), sembra derivi dalla radice ebraica hawah (hawa in arabo), donde i sostantivi howah (Ezechiele, Isaia II, xlvii) e hawwah (Salmi, Proverbi, Giobbe), "disastro, calamità, rovina". Dio del fulmine e della    tempesta, d'origine edomita, fu adottato da "Mosè" dopo la "rivelazione" sul "Monte Sinai" e imposto alle tribù ebraiche sino ad allora politeiste (Yahweh, cui vien tolta la compagna Asherah, soppianta gli originari Elohim, ovvero le divinità in tutte le lingue semitiche) come loro proprio dio nazionale, "Guerriero Divino" degli "eletti". A partire dal deutero-Isaia si    riscontra l'affermazione della sola esistenza di Geova e dell'inesistenza degli altri dei, i cui seguaci vanno combattuti. L'"originalità" del monoteismo giudaico consiste nella fantasia dell'"elezione". Per il resto, concettualmente, esso deriva dall'influenza esercitata dal primo   zoroastrismo, secondo il quale all'azione creativa di Ahura Mazdâh nulla viene escluso, neppure le tenebre. 




(15)  Cfr. http://www.yeshua.it/index.htm (tre altri siti in italiano pieni di informazioni e             argomentazioni con cui non ci si può non confrontare sono quello di Luigi Cascioli, da poco           scomparso, http://www.luigicascioli.eu/index.php, quello di Davide Donnini,             http://www.nostraterra.it/cristianesimo.html, e http://www.jesusneverexisted.com/scholars-italian.html).












mercoledì 2 gennaio 2013

Nullius in verba



di Fabio Calabrese


 Se mi capitasse di farmi un ex libris o magari, che so, uno stemma araldico o di altro tipo, qualunque cosa su cui si possa collocare un bel motto latino, penso che vi apporrei quello che considero il motto che sintetizza un po' tutto il mio atteggiamento intellettuale: NULLIUS IN VERBA, cioè: (non giuro) sulle parole di nessuno. Il che significa essere intimamente persuaso delle ragioni che sostengono le opinioni che si professano, aver cercato di penetrarle quanto più profondamente possibile, non credere nulla solo perché ci viene affermato da un maestro che ci appare autorevole. Questo implica anche non considerare rilevante quanti siano a sostenere una determinata opinione, e non avere paura di assumere posizioni che si sanno essere anche fortemente minoritarie se si è convinti della loro giustezza.
Ora voi immaginate, un giovane che negli anni ’70 approda ai movimenti politici “di estrema destra” spinto da un generico patriottismo e anticomunismo, e qui viene a contatto con il pensiero tradizionalista di Evola e Guenon, una visione del mondo ben altrimenti articolata che sembra avere le risposte praticamente a tutto.
Ce n’era a sufficienza da rimanerne affascinati, ci sarebbe voluto parecchio tempo per accorgersi che questa Weltanschauung presenta quanto meno una grossa falla; dopo aver vagato nei meandri delle ipotesi sul “pensiero primordiale”, la tentazione di appoggiarsi infine a una “tradizione positiva” che nelle circostanze storiche nelle quali viviamo non può essere altro che quella delle religioni abramitiche.
In un suo articolo di qualche anno fa che però a me è capitato di leggere recentemente, Adolfo Morganti riferiva di un convegno su Julius Evola cui aveva partecipato scoprendo che quasi tutti i partecipanti erano – come lui – tradizionalisti cattolici ex evoliani.
Tralascio qui l’esempio che trovo particolarmente penoso di René Guenon, questo maestro del pensiero tradizionale approdato addirittura all’islam, e ancora adesso il guenonismo sembra essere una delle poche vie che hanno portato degli europei ad abbracciare la religione del Profeta.
Ribadisco una volta di più la mia convinzione, ciò che è evidente a chiunque di noi non si sia fabbricato dei robusti paraocchi ideologici: l'islam non è soltanto una religione rozza, fanatica, violenta, misogina, brutalmente anti-intellettuale, adatta a genti culturalmente deprivate, ha anche un evidente marchio etnico non-europeo, e un europeo che possa considerare la conversione all'islam un'ipotesi accettabile, o accettabile l'idea della convivenza con consistenti comunità islamiche allogene sul nostro suolo, o è in profonda contraddizione con se stesso, o ha in sé qualcosa di decisamente non-europeo.
Certo, alcune realtà islamiche possono incontrare la nostra simpatia per l'opposizione all'american-sionismo: l'Iran e il popolo palestinese in lotta per la propria sopravvivenza contro la mostruosità sionista in primo luogo, ma questo non deve spingerci fino al punto da considerare accettabile un'islamizzazione dell'Europa, lasciarci psicologicamente disarmati nei confronti dell'immigrazione, così come la minaccia islamica non deve spingerci a gettarci nelle braccia dei nostri oppressori american-sionisti alla maniera della defunta e non certo rimpianta Oriana Fallaci. Ci troviamo fra due fuochi e non abbiamo altra scelta che o nascondere la testa nella sabbia o accettare battaglia su due fronti.
Senza arrivare all'aberrazione cui è pervenuto il guenonismo, forse avrei potuto percorrere la stessa china di Morganti, di Gulisano, di Polia se fossi stato dotato di un minor spirito critico, se non avessi avuto la convinzione che non dovevo pensare in ogni caso con la testa di Julius Evola, di René Guenon, di Elemire Zolla, di qualsivoglia maestro della tradizione o di chicchessia, ma con la mia.
Io non so quale percorso intellettuale abbiano seguito Morganti, Gulisano, Polia e quant’altri, ma per quanto mi riguarda le idee semplici, ritengo, sono quelle che hanno la maggiore probabilità di essere vere: l’origine ebraica del cristianesimo rappresentava e rappresenta a mio parere una pregiudiziale insormontabile contro l’accettazione di qualsiasi forma, specie o variante di dottrina che si richiami in qualche modo al Discorso della Montagna. Questi signori catto-tradizionalisti con tutte le loro elucubrazioni non possono essere altro che in errore.
La nostra visione del mondo è un plesso di idee che forse è più facile vivere che descrivere: la qualità contro la quantità, la selezione contro l'informe, l'identità storica ed etnica contro il mondialismo. Si può avanzare il dubbio che il modulo tradizionalista sia il più adatto a rendere conto di tutto ciò. In fin dei conti, il fascismo non l'ha inventato Julius Evola, se non ricordo male, ma un certo Mussolini.
Una persona a cui penso dobbiamo non poca gratitudine per l'impegno profuso da anni nel mettere a disposizione di quanti appartengono alla nostra Area testi e documenti che forniscono importanti spunti di riflessione, è Luigi Leonini. Ultimamente Leonini ha fatto circolare uno scritto molto interessante, “Il senso ultimo della nostra battaglia” di Diego Binelli, nome che peraltro non ricordo di aver finora mai incontrato, ma ciò non toglie che si tratta di un “pezzo” di notevole interesse, molto utile per fare chiarezza, anche se suppongo che non si tratti di uno scritto recentissimo: la data più recente citata nella bibliografia è infatti del 1999, ma non credo che la cosa conti poi molto. 
L'articolo si presenta come una sorta di recensione del libro “Come gli Ebrei cambiarono il mondo” dell'americano Thomas Cahill. Quest'ultimo è, prevedibilmente, un incensatore dell'ebraismo e, come rileva – a mio parere molto acutamente – Binelli, noi possiamo servirci dei nostri avversari come dei maestri al contrario: l'indicazione dei “Gifts”, dei “doni” che l'ebraismo ha fatto alla “cultura occidentale” ci serve precisamente a rilevare ciò di cui ci dobbiamo liberare nell'ottica di una rinascita, di una ri-europeizzazione della nostra cultura al di là del mefitico influsso semitico-mediorientale. 
Binelli infatti ci ricorda che:
“Ad essere scritta nel nostro codice genetico è la nostra natura di indoeuropei, e che la concezione occidentale è una sovrapposizione culturale, quindi rimovibile così come ci è stata appiccicata”.
Più che giusto, a patto però di non dimenticare che la natura biologica di una popolazione non è un'immutabile idea platonica ma un fatto storico concreto, e che oggi è proprio la nostra natura di (indo)europei a essere messa sotto attacco attraverso il declino demografico programmato, l'immigrazione, il meticciato, e che sbarrare la strada all'immigrazione, espellere fuori dai nostri confini il sangue estraneo, invertire le politiche di desertificazione sociale che provocano la denatalità, dovrebbe essere la prima, la primissima delle nostre emergenze.
La verità molto semplice contro la quale i tradizionalisti cattolici non possono altro che andare a sbattere, il muro su cui sono destinati a spiaccicarsi, è il fatto che il flusso di idee ebraiche che ha creato la cultura “occidentale”, ha infettato l'Europa attraverso il cristianesimo e la cristianizzazione forzata, imposta come sappiamo con il terrore e la violenza, del nostro continente.
I “doni” dell'ebraismo quelli che hanno plasmato la bastarda “cultura occidentale” (basata interamente nelle sue idee di fondo su di un vecchio libro orientale) allontanando l'Europa dalle sue radici, l'hanno trascinata attraverso bagni di sangue costati milioni di morti, le hanno fatto perdere la sua centralità mondiale sottomettendola agli imperi americano e sovietico, e preparano oggi la sua definitiva decadenza etnica, la sparizione dell' “homo europeus”, si riducono a due basilari elementi di fondo: il monoteismo e la concezione lineare del tempo.
Qui Binelli sottolinea un fatto sorprendente: senza accorgersene, Cahill evidenzia proprio quegli elementi ricorrenti nella critica “nostra”, “fascista”, ossia la derivazione delle idee “occidentali”, “moderne”, “rivoluzionarie”, disgregatrici della tradizione europea: liberal-capitalismo, marxismo, democrazia, da quell'eresia ebraica che si è inopinatamente trasformata in religione universale:
"Non possiamo neanche immaginare i grandi movimenti di liberazione della storia moderna senza fare riferimento alla Bibbia...Oltre a questi movimenti, che hanno frequentemente preso il Libro dell’Esodo come loro programma, ci sono altre forze che hanno modellato il nostro mondo, come il capitalismo e il comunismo e la democrazia. Il capitalismo e il comunismo sono entrambi figli bastardi della Bibbia, poiché entrambe sono fedi progressive, modellate sulla fede biblica, che chiedono ai loro seguaci di conservare sempre nel loro cuore un credo nel futuro e di tenere davanti agli occhi la visione di un domani migliore, sia che quel domani contenga un maggiore prodotto interno lordo o il paradiso degli operai”.
Questa “visione di un domani migliore”, naturalmente è un'illusione, un'illusione per la quale i popoli, soprattutto ma non solo europei, hanno pagato un prezzo altissimo di sangue, e a denti stretti quasi lo ammette lo stesso Cahill:
“Ma dato che il capitalismo e il comunismo sono entrambe fedi progressive senza Dio, ognuna rappresenta una forma di follia: una fantasia senza garanzia".
"La democrazia sgorga direttamente dalla visione israelitica degli individui, soggetti di valore perché immagini di Dio, ognuno con un unico e personale destino. Non avrebbe mai potuto essere lampante che tutti gli uomini sono stati creati uguali senza l’intervento degli Ebrei".
Qui Binelli introduce una distinzione sulla quale non si può che convenire e su cui è importante riflettere:
“Mentre non è attribuibile all’ebraismo la paternità del concetto di libertà (attribuibile invece all’anima nordica), è possibile farlo per la concezione di eguaglianza di tutte le anime di fronte al dio unico”.
Sarà per questo motivo, perché è in definitiva un concetto estraneo alla mentalità ebraica su cui è basato “l'Occidente” giudeo-cristiano, ma la libertà è qualcosa che tende a sparire e trova nei movimenti democratici “moderno-occidentali” il suo principale nemico. E' ben visibile che il comunismo non è stato, non è dove è ancora al potere, null'altro che una tirannide sacrale di tipo mediorientale, con il potere saldamente ed esclusivamente in mano della casta sacerdotale degli adoratori del “dio immanente della storia” e la sua incompatibilità con l'idea stessa di libertà non ha certo bisogno di essere dimostrata, ma per quanto riguarda la democrazia, lo sviluppo è visibilmente simile: soprattutto dopo la caduta del comunismo sovietico, nelle democrazie si sono moltiplicati i reati d'opinione e i divieti alla libertà di pensiero; nello stesso tempo la “crisi economica” che travaglia tutto il “mondo occidentale” e che con ogni probabilità non dipende dai meccanismi ciechi e impersonali dell'economia ma è stata accuratamente pianificata, immiserisce i popoli, aumenta la distanza fra le classi sociali e la rigidità delle barriere fra una classe e l'altra rendendo le ex “società aperte” delle democrazie occidentali ogni giorno più simili alle piramidali società “socialiste” del defunto impero sovietico.
Come giustamente rileva Binelli:
“Per quanto riguarda la "libertà" nelle "democrazie" moderne, in realtà il tanto sbandierato "pluralismo" occidentale non è che un permettere alle diverse varianti del giudeo-cristianesimo di occupare la totalità della scena, lasciando accuratamente fuori ogni vero avversario di questa veduta, e quindi escludendo un autentico pluralismo”.
Esiste, è ovvio, un preciso legame fra la nostra lotta politica e il rifiuto della visione del mondo giudaico-cristiana e quindi la riscoperta delle nostre radici pagane. L'ho detto e ripetuto più di una volta: non si può essere fascisti e cristiani senza essere in totale contraddizione.
Binelli rileva che è:
“Ben diversa la reazione nei confronti dei morti (veri o presunti) del nazionalsocialismo, poiché quest’ideologia viene sentita – e a ragione – come un qualcosa di profondamente altro dal giudeocristianesimo, la prima forma politica non giudaico-cristiana dopo due millenni”.
Forse qui il giudizio è un tantino troppo duro: anche negli altri movimenti fascisti sono emerse tendenze che cercavano di ricollegare l'Europa alle sue vere radici, quelle che stanno al di fuori del cristianesimo, tendenze di rinascenza pagana, certo in maniera meno pura, frammista a compromessi ed equivoci rispetto al nazionalsocialismo, ma non certo al punto da dover gettare tutto alle ortiche. Consideriamo una realtà come il “Gruppo di Ur” o un intellettuale come Julius Evola. Di fronte al proliferare odierno di pseudo-intellettuali che dopo essersi proclamati suoi discepoli, sono corsi a genuflettersi nella prima chiesa: Morganti, Polia, Gulisano, la sua reazione sarebbe stata probabilmente più di derisione che d'irritazione.
Per dire la verità, e senza voler togliere nulla all'analisi di Binelli, c'è un terzo elemento della mentalità ebraica che è diventato costitutivo della “cultura occidentale” ed evidenzia ancora di più l'anomalia rappresentata dall'ebraismo rispetto alla pressoché totalità del mondo antico, un elemento i cui costi non abbiamo ancora finito di pagare, e con ogni probabilità pagheremo ancora a lungo in ragione della sua intima connessione con l'aberrazione “progressista”, la concezione della non-sacralità della natura.
L'uomo antico pre-cristiano aveva un rispetto “religioso” per il mondo naturale, ben consapevole dei legami che lo univano ad esso, ben consapevole di farne parte, esso era il teatro, “l'habitat” dell'azione di molte divinità maggiori o minori, o la natura era una divinità essa stessa. L'infezione mentale giudaico-cristiana ha profondamente obnubilato questa consapevolezza. Nella bibbia “Dio” da all'uomo il dominio su tutte le creature e la libertà di sfruttarle come crede per il proprio tornaconto. Forse il disprezzo per il mondo naturale dell'antico libro sacro è il risultato di una mentalità formatasi nell'ambiente desertico che vede la natura come uno spazio vuoto e ostile.
Fino a quando non sono stati disponibili i mezzi tecnologici moderni, questo atteggiamento non è riuscito a produrre grossi danni ma, nella nostra epoca, saldandosi con la mitologia progressista incapace di accorgersi che “il progresso” così come si è sviluppato a partire dagli anni '60 del XX secolo è stato soprattutto il progresso nell'avvelenare e nel distruggere le basi della vita su questo pianeta, abbia prodotto danni devastanti molto difficili o impossibili – come nel caso dell'estinzione di una specie – da rimediare.
Non è un caso che in Germania negli anni '30 poco prima dell'avvento del nazionalsocialismo si diffondettero movimenti ecologisti ante litteram come i Wandervogel, “uccelli migratori”. Ancora oggi, tolti gli industriali inquinatori, non esiste gruppo più ostile o indifferente alle tematiche ecologiste e animaliste degli ecclesiastici: costoro sospettano – assolutamente a ragione, secondo me – dietro l'amore per la natura una forma di paganesimo.
Al disprezzo per la natura fuori di noi si associa il disprezzo per la natura nell'uomo: l'avversione per la sessualità e la misoginia sono innegabilmente tratti costitutivi del cristianesimo, ma non costituiscono un'esclusiva di esso: basti pensare a come l'islam tratta le donne. 
Un costituente di base di tutte le ideologie democratiche, sia che appartengano alla famiglia liberal-capitalista o a quella marxista, è l'idea di progresso; si tratta di un concetto genuinamente ebraico e totalmente falso. Esso deriva dal messianismo ebraico, il concetto di una rivalsa, di una liberazione, del raggiungimento o del riottenimento di uno status edenico in base al realizzarsi di una promessa divina con una violenta rottura dell'ordine esistente o per mezzo di un'ascesa lenta e graduale. Storicamente ha a che fare con lo spirito di rivalsa di un popolo che non ha mai prevalso sugli altri se non grazie all'abilità di sfruttare in modo perverso i meccanismi economici, che ha recitato di volta in volta la parte del nomade, dell'emarginato, del parassita, mai quella del creatore o del signore.
Esaminandola in termini obiettivi, una volta sfrondata dall'alone mistico che essa assume nella mente di coloro che sono suggestionati dalle diverse varietà dell'ideologia democratica, si stenterebbe a dire se l'idea del progresso sia un'idea più folle o più stupida. In questo momento, questo sciagurato pianeta è popolato di una folla strabocchevole di sette miliardi di esseri umani, la maggior parte dei quali vive nel cosiddetto Terzo Mondo, nelle aree povere. Immaginare di portare questa enorme massa umana a livelli di vita paragonabili a quelli dei paesi occidentali, è come proporsi di fare un salto in alto di dieci metri. La questione è molto semplice: le risorse di un pianeta limitato non possono sostenere uno sviluppo illimitato.
Secondo le previsioni degli esperti, poiché i trend della popolazione hanno un andamento lento e prevedibile, “il picco” della popolazione dovrebbe essere raggiunto intorno alla metà del secolo, fra una quarantina d'anni per poi cominciare a declinare: si dovrebbero raggiungere i nove miliardi, che è una stima sensibilmente inferiore a quella che si faceva una trentina di anni fa. Ora provate a immaginare cosa significherà l'aggiunta di altri due miliardi di persone, di altre due Cine a un pianeta già sovrappopolato e sfruttato oltre il sopportabile, dove non ci sono già oggi energia, cibo, acqua pulita a sufficienza per tutti.
Questo concetto, semplice e ovvio, che non è possibile concepire uno sviluppo illimitato all'interno di un sistema limitato quale è il nostro pianeta, fu avanzato in un celebre saggio, “I limiti dello sviluppo” già nel 1970, più di quarant'anni fa da un gruppo di ricercatori italiani riuniti nel Club di Roma. Nonostante costoro non facessero altro che richiamare l'attenzione su di un'ovvietà, furono ferocemente attaccati e zittiti da tutta la sinistra in quel momento in una particolare fase di alta marea (si era appena a due anni dal fatidico e disastroso '68). L'utopia non accettava il richiamo della realtà, si pensava di aver ragione strillando più forte. 
Quando persone per altri versi intelligenti o almeno di intelligenza normale aderiscono a una visione così contraria ai fatti, non si può chiamare in causa altro che il potere suggestivo della “fede”, e in effetti dietro l'anelito utopico-rivoluzionario del marxismo che ne è la versione aggiornata e “moderna”, c'è il messianismo ebraico. Il marxismo è la quarta religione abramitica dopo giudaismo, cristianesimo e islam. Tuttavia è visibile che da questo punto di vista la differenza fra marxismo e liberal-capitalismo è minima o inesistente: il capitalismo ha altrettanto bisogno di sventolare davanti agli occhi dei suoi proseliti l'illusione di un domani sempre migliore, del progresso, mentre diffonde la miseria, approfondisce la distanza fra le classi sociali e saccheggia scriteriatamente le risorse del pianeta, il mito del progresso che è uguale alla carota appesa davanti all'asino, che si allontana tanto più quanto quest'ultimo cerca di avvicinarsi.
In antitesi al mito del progresso, il tradizionalismo fa appello alla concezione ciclica della storia: questa concezione Evola e Guenon la desumono direttamente dall'antico pensiero indiano: la storia del mondo sarebbe divisa in quattro ere, noi oggi ci troveremmo a vivere la fase terminale dell'ultima di esse, quella di livello spiritualmente più basso, il KALI YUGA. C'è qualcosa di sospettamente consolatorio in questa concezione: una volta raggiunto il punto più basso, quello di contatto con il terreno, la ruota non può che risalire: al di là del punto terminale del Kali Yuga la rinascita sarebbe garantita. Di solito, quando si parla di tradizionalisti, se ne sottolinea il passatismo, il fatto di vedere nel mondo attuale null'altro che decadenza; io invece li definirei OTTIMISTI A SCOPPIO RITARDATO.
Il mondo che vediamo è composto di fenomeni reversibili e di fenomeni irreversibili: questa è esperienza comune, quotidiana: se brucio un pezzo di legno, non c'è poi modo di riportarlo allo stadio precedente, se verso del caffè nel latte, le molecole del caffè e del latte non possono poi venire separate. Posso uccidere qualcuno che è vivo, ma non posso riportare in vita un morto. A mio parere, nessuno è mai resuscitato. La storia di Lazzaro e anche quella della resurrezione di Gesù raccontate nei vangeli sono solo favole. La tendenza universale è quella dell'accumulo del disordine e della degradazione dell'energia utilizzabile, è quella che in fisica si chiama entropia: il petrolio che bruciamo oggi per riscaldarci o far muovere le nostre automobili, non ci ritornerà più sotto forma di energia utilizzabile ma semmai sotto forma di inquinamento che minaccia la salute dei nostri polmoni.
La degradazione entropica costituisce un argomento formidabile contro la concezione ciclica della storia; ad esempio, come pensiamo che potrebbe ripresentarsi, diciamo fra qualche migliaio di anni una civiltà tecnologica simile all'attuale, cioè basata sui combustibili fossili,  quando oggi nel giro di qualche decennio stiamo dissipando quelle riserve che la natura ha impiegato miliardi di anni ad accumulare?
Qui occorre fare ricorso a un po' di buona, vecchia e oggi desueta logica aristotelica: il mito del progresso richiede una concezione lineare ASCENDENTE della storia, ma la sua falsità non implica la veridicità della concezione ciclica. La falsità della premessa minore non ci dice nulla circa la premessa maggiore.
Si possono – ritengo – avanzare seri dubbi sul fatto che il modulo tradizionalista sia lo strumento più idoneo per rendere quel complesso di idee che riconosciamo come nostre e mi riferisco – sia chiaro – alla sua versione originale sviluppata da Evola e Guenon, non certo a quella degenerata e bastarda di Morganti, Polia, Gulisano o – gli dei non vogliano – don Curzio Nitoglia. La tendenza di molti esponenti tradizionalisti o sedicenti tali a sprofondare (credo  sia il termine giusto) in una religione abramitica è una forte obiezione contro di esso; le difficoltà sollevate dalla concezione ciclica della storia sono un'altra forte obiezione.
Forse semplicemente la direzione della storia non è prevedibile. Per citare una frase di Hegel che poi Marx ha stravolto come gli conveniva, “La storia cammina sulle gambe degli uomini” e dove si dirigeranno queste gambe, non è scritto a priori. Quello che è certo, è che  qualunque cosa ci aspettiamo dal futuro, il rispetto di noi stessi, la nostra dignità di uomini, ci impongono di restare al nostro posto e continuare la nostra battaglia. Le speranze di successo sono una questione soggettiva, ma il nostro impegno deve rimanere un dato di fatto.