Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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martedì 11 giugno 2013

Evola, Superuomo o anti-uomo??

di Mario M. Merlino

  
Il 10 luglio, per espressa volontà, il suo corpo viene cremato; poi un fidato gruppo di fedelissimi spargerà le ceneri, anche in questo caso seguendo le sue indicazioni, in un crepaccio del ghiacciaio del Lys, sul Monte Rosa, a quattromila metri d’altezza. (Mi torna a mente quanto Nietzsche scrive in  Ecce Homo: ‘A 6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo’. E di questa relazione ebbi idea, trovandomi nella zona di Feltre, risalendo il sentiero che porta all’eremo di Sant’Agapito). Il filosofo Martin Heidegger rileva come ‘è della natura del pensare muoversi nella solitudine’. Ardito etimo: sol et solus si nutrono alla stessa mensa, si abbeverano alla stessa fonte?


Sto facendo riferimento a Julius Evola di cui ricorre, l’11 giugno del 1974, il trentanovesimo anniversario della morte. In piedi, sorretto, per vedere le cime degli alberi del Gianicolo con il vento che gioca fra i rami.

Gli avevo telefonato pochi mesi prima. La voce mi proviene da lontananze che non si rivestono più di sembianza umana. Prossimo il giorno in cui egli vorrà ritrovare quella medesima attitudine alla sfida che l’aveva spinto a percorrere le vie di Vienna, fra le macerie e sotto i bombardamenti, ‘di non schivare, anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte’. E’ come se fosse presago, in tacita attesa di quella che, esplodendo a lui vicino, lo scaraventerà a terra ‘con uno schianto, non con una lagna’ e gli impedirà di conoscere l’avventura del cammino, ma gli concederà la visione dell’Essere… Gli telefono per chiedergli di Carlo Michelstaedter che era divenuto oggetto della mia tesi di laurea, durante la permanenza nel carcere di Regina Coeli.

Da Il Cammino del Cinabro: ‘Il Michelstaedter aveva parlato della ‘via della persuasione’, intesa come quella dell’essere che consiste in sé, che possiede in sé il proprio principio e il proprio valore, che non scarta, che non sfugge alla propria deficienza esistenziale ma l’assume e la risolve. Opposta a tale via era quella della ‘retorica’, cioè di colui che fugge al possesso attuale di sé, che si appoggia ad altro, che cerca l’altro, che si rimette ad altro per ‘persuadersi’ in una fuga dal tempo, secondo una oscura necessità ed un incessante bramare, indefinitamente, il cedimento iniziale escludendo ogni arresto del processo in un possesso’.

Davanti alla libreria Tombolini, via Quattro Novembre, incontro Adriano Romualdi, casualmente e per l’ultima volta. Pochi giorni dopo moriva dissanguato nella macchina, chissà come finita in un fosso, lungo la via Aurelia, alla vigilia di Ferragosto. E’ lui ad avermi procurato un appuntamento a casa di Evola, in Corso Vittorio Emanuele, insieme ad un paio d’altri camerati. Inizio anni ’60. Le nostre vanità la presunzione della giovinezza una certa arroganza nel proporci con il punto esclamativo, mentre il punto interrogativo si necessitava con una buona dose di umiltà intellettuale, il ‘Barone’ seppe tacitarle, renderle nel giusto ambito dell’ironia e del ridicolo… Allora non capimmo, offesi e delusi.

Nessun Maestro, niente discepoli. Che ognuno scopra in sé la misura del proprio itinerario esistenziale e se appartiene o meno a coloro che, avendo scelto di vivere in un mondo altro, sanno discernere vivere assumere in sè ‘la rivolta contro il mondo moderno’. Da un frammento di Eraclito: ‘Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo il suo logos’.

Ne ho fatta di strada, come quel gabbiano di cui cantava Bob Dylan negli anni in cui cercavamo i percorsi del cambiamento… nessuna meta, infine, abbandonando l’illusione del viaggiatore ho scoperto il viandante. Ed ecco perché posso tranquillamente sentirmi distante da Evola, dalle sue opere, dalle sue proposizioni – io, che vado disvelando nel tramontare la nientità del qui ed ora – ed ecco perché, nonostante ciò, non posso non voglio non devo esentarmi dalla sua lezione. In ciò che ho abbandonato sta la dignità di colui che arranca; in ciò che permane la forza del suo insegnamento…


domenica 17 febbraio 2013

Il Fuoco Ardente della Memoria


Limes

“Noi desideriamo la vista massime per questo fine di sapere; e non quell’altra;
Noi desideriamo tra gli altri sensi massime la vista per sapere”
(Giordano Bruno, Spaccio de la Bestia Trionfante, Dialogo Secondo)

* * *

Nella ricorrenza dell’eccidio inquisitorio di Giordano Bruno non staremo qui, in queste sintetiche riflessioni, a perder tempo nell’inutile disputa tra credenti, laicisti e difensori del libero pensiero, bensì vorremo richiamare l’attenzione sul fulcro della Sapienza che il Nolano volle rappresentare con la sua vita e le sue opere, null’altro essendo realmente di nostro interesse.

Rileggendo Bruno spesso ci sovviene alla mente Il Discorso Segreto sulla Montagna tra Ermete e il figlio Tat, piccola ma preziosa sintesi di quelle che sono le componenti essenziali e indispensabili della rigenerazione ermetica, in un cui verso reperiamo utili indicazioni (legate indissolubilmente ai Versi d’Oro di Pitagora), seminate in una espressione lasciata lì, sotto la cenere, accesa sotto la cenere, che può risplendere magicamente. “Questo genere di cose non si insegna, figlio mio, ma quando vuole, Dio stesso ne suscita il ricordo”. Il ricordo pertanto, la riscoperta di una dimensione ontologica già potenzialmente presente, ma non avvertita coi sensi e la ragione. Una funzione che determina la centralità dell’Uomo – come ben evidenzia Giordano Bruno –, ma soprattutto una presenza che va oltre l’attuale e personale esistenza. E nei versi pitagorici, nelle opere del Nolano, al di là dell’organicità gerarchica del Cosmo, dell’etica purificatoria dell’operatore, una pratica viene indicata, quella dell’anamnesi platonica, del recupero prenatale e ancestrale di quella consapevolezza che il Mercurio ridesto e alato conserva, la nostra origine e la nostra rigenerazione ciclica. La pratica del ricordo che non casualmente si affida al confine tra veglia e sonno, perché è lungo quel confine così labile che il mondo, i sensi, svaniscono, approdando in una iniziale nebulosità lunare ove sogni, pensieri, intuizioni sono conservati. Matura, con perseveranza, silenzio e lavoro su di sé, la consapevolezza di far parte di questo mondo ma non solo: di esser stati e di essere anche altrove, in intuizioni, in immagini, in luci che superano lo iato tra uomini, tra uomini e natura, tra uomini e fatalità. Ecco perché fine della trasmutazione ermetica è la risoluzione della dodecade nella decade, della molteplicità zodiacale nell’Uno, la visione unica, in alto come in basso, che come un granchio cammina al contrario, ricorda al contrario, perché ricerca verso il centro di sé, non al di fuori, non verso l’esterno, ma nella propria miniera. Ma nella miniera non vi è luce, anzi regnano le tenebre, almeno apparentemente. E’ la Luce vera che avanza sostituendo quella percettibile ai sensi, il Sole fisico che cede il posto a quello spirituale, l’alba che risplende nell’imbrunire (rubando un’espressione a una bella canzone di Battiato). La Memoria come Conoscenza, il ricordo come chiarore della nebulosità lunare. E’ il Fuoco Ardente che non consuma il corpo terrestre di Giordano Bruno, il 17 Febbraio del 1600 e.v., il lume che vivifica le Idee che ha rappresentato, che ha umanamente vissuto, magistralmente trasmesso. Non al suo corpo, ma alle Idee da lui difese Limes oggi rende omaggio.
“Uomo di rude e di crassa Minerva,
Mente offuscata, ignoranza proterva,
Di nulla lezion, di nulla fruge,
In cui Pallad’ed ogni Musa lugge…”
(Giordano Bruno, Candelaio, Atto Terzo, Scena Sesta)

* * *
Limes


martedì 23 ottobre 2012

Il Prof Mariantoni ci ha lasciato


Ci ha lasciato Alberto Mariantoni. Lo abbiamo avuto ospite lo scorso anno con una intervista dopo di ché è seguita una lunga corrispondenza fatta di invio materiale da studiare, analizzare e condividere. Poi un' incomprensione banale ci ha separato. Questo non ha mai scalfito il valore che gli abbiamo sempre riconosciuto e attribuito, nonché grande personalità e preparazione. Ancora oggi a diffusione interna stampiamo dei suoi quaderni fondamentali per la formazione e crescita delle nuove generazioni militanti.Persona schietta, senza fronzoli, stava portando avanti un progetto politico che poteva trovarci idealmente coinvolti pertanto chiediamo ai suoi collaboratori più stretti di non abbandonarlo e anzi di proiettarlo più avanti possibile.
Caro Prof. La ricorderemo con tanto rispetto e stima come si addice ad una persona autorevole quale lei era!

giovedì 26 aprile 2012


Camerata RINALDO MASSI…. PRESENTE


E’mancato a Triste il camerata Rinaldo Massi valoroso combattente della RSI, yamatologo e impeccabile gentiluomo. Ricordiamo l’edizione da lui curata (Sanno Kai, 1976)del “Bushido”di Inazo Nitobe, e il libro in collaborazione con Dario Zanchi “Ten Chu”(Sanno Kai 1995)
Rammaricandoci di averlo incontrato solo poche volte e che non abbia mai voluto mettere per iscritto le sue memorie belliche come chi scrive ebbe a suggerirli, lo ricordiamo riproducendo l’articolo che gli ha dedicato un foglio della sua città.

trovato senza vita in casa a 88 anni

Morto Rinaldo Massi “anima” del paracadutismo per oltre sessant’anni
“Anima” del paracadutismo giuliano e non solo per più di 60 anni ma anche riconosciuto yamatologo, esperto di tradizioni giapponesi, di ikebana e poeta di haiku, le composizioni di tre strofe tipiche...



“Anima” del paracadutismo giuliano e non solo per più di 60 anni ma anche riconosciuto yamatologo, esperto di tradizioni giapponesi, di ikebana e poeta di haiku, le composizioni di tre strofe tipiche del Sol Levante, veterano di guerra e mutilato: Rinaldo Massi, classe 1924, è morto ieri per cause naturali nella sua abitazione.
I “suoi” paracadutisti la mattina lo attendevano nella sede sociale per importanti lavori di riadattamento e non vedendolo arrivare si sono recati nell’appartamento di via Giulia, del quale lui stesso aveva loro procurato copia delle chiavi, trovandolo senza vita. Di vitalità eccezionale e spirito sempre pronto, solo negli ultimi mesi pareva provato, anche per alcuni problemi cardiaci. Nato nel dicembre del ’24, Massi l’8 settembre 1943 si ritrova alla Casa del fascio di Venezia e sceglie di arruolarsi nel Battaglione bersaglieri Mussolini, con il quale presta mesi di durissimo servizio a Tolmino, nel Goriziano. Durante una licenza, attratto dalla specialità, riesce a farsi aggregare al Battaglione paracadutisti Nembo. Partecipa così a numerosi rastrellamenti. Nel marzo ’45 durante un’esercitazione con un Panzerfaust perde il braccio sinistro. Sopravvive e, fedele ai suoi principi, la costante di tutta una vita, e con l’incoscienza della gioventù, a fine conflitto si reca in uniforme della Repubblica sociale fino a Milano per altre cure. È poi tra i soci fondatori dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia di Trieste, di cui sarà presidente dal ’72 a ieri. Si era brevettato in Svizzera nel ’48 nonostante la mutilazione. Che non gli impedì altri exploit: per scommessa nuotò, sacca dei vestiti tra i denti, da Muggia a piazza Unità.
26 aprile 2012