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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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martedì 12 marzo 2013

Razza cialtrona


di Fabio Calabrese


Vi devo confessare che avrei tantissima voglia di voltare del tutto le spalle a quel che si chiama “il teatrino della politica” e di dedicarmi solo a temi metapolitici, culturali e spirituali, come mi riprometto di fare per l'avvenire, ma di fronte a un evento – una catastrofe epocale come la svolta che imporrà all'Italia, prevista, prevedibile ma non per questo meno dolorosa, questa sciagurata ma non certo anomala tornata elettorale del 2013, è impossibile non dire qualche parola. Diciamolo pure: l'Italia ha compiuto un passo decisivo verso l'orlo del baratro.

Io non ho proprio intenzione di vantarmi di aver centrato in pieno tutte le previsioni sull'esito di questa consultazione che ho fatto in “Come la sinistra sta sprofondando l'Italia nel baratro”; erano purtroppo previsioni molto facili da trarre: siamo in tempi di pesante crisi economica, e quando questo succede, per una sorta di atavico riflesso condizionato, l'elettorato tende a schierarsi a sinistra come se la sinistra fosse ancora quella di cent'anni fa, come se la tutela delle classi subalterne, delle classi lavoratrici non fosse l'ultimissima delle sue preoccupazioni.


L'aspetto paradossale di ciò è proprio il fatto che in questo modo le masse popolari tendono precisamente a mettersi nelle mani di coloro che aggraveranno la crisi nella quale si dibattono, e che ne sono quanto meno corresponsabili. Per quale arcano motivo la sinistra (o il centrosinistra, che è la stessa cosa), tutte le volte che ha avuto in mano le redini governative, ha inaugurato una politica di inasprimenti fiscali, cosa che oggi, con un'economia in recessione, non può che comprimere ulteriormente i consumi, mettendo ancor più in difficoltà le aziende e creando nuova disoccupazione, cioè aggravare ancor di più la già pesante spirale recessiva?

In parte questo dipende a mio avviso da una deformazione mentale insita nella mentalità marxista. L'idea è sempre quella di confiscare la ricchezza prodotta da una società per ridistribuirla secondo criteri che si suppongono equi, ma ciò di cui “I compagni” al potere sembrano incapaci di accorgersi, attaccati a una visione ottocentesca del lavoratore come proletario che contrasta con il fatto banalissimo che il lavoratore è anche titolare di beni, fra cui – primario – il possesso dell'abitazione, che non a caso oggi è il bene più tassato. In teoria, molto in teoria, lo stato come lo concepiscono “i compagni” dovrebbe rimettere in una tasca del cittadino-lavoratore sotto forma di servizi quanto gli toglie dall'altra come prelievo fiscale. Nella realtà le cose vanno ben altrimenti, perché in questo passaggio da una tasca all'altra la classe politica esercita una “cresta” davvero pesante, e questo è tanto più vero in Italia dove abbiamo la classe politica, la “casta” più famelica e corrotta dell'intera Unione Europea che solo di “rimborsi elettorali” si prende dieci volte il costo del finanziamento pubblico ai partiti in Germania, Gran Bretagna, Spagna, e non parliamo dei privilegi della casta, le auto blu e via dicendo, solo per limitare il discorso agli accaparramenti alla luce del sole, a fianco dei quali c'è un “sommerso” di mazzette e corruzione quasi sterminato.

Di fatto sappiamo che quando l'Italia è stata governata da governi di sinistra o centrosinistra (compreso il governo “tecnico” di Monti) abbiamo sempre avuto inasprimenti della pressione fiscale di cui hanno fatto le spese soprattutto le classi lavoratrici, fino alla situazione attuale di una fiscalità che “si mangia” oltre la metà (addirittura i due terzi secondo alcune stime) del PIL, ed è causa diretta della recessione e del crollo della nostra economia.

Questa però, come vedremo, è solo una parte della spiegazione.

Devo dire che a livello personale Pierluigi Bersani mi suscita un'antipatia molto inferiore a quella che avverto nei confronti degli ex democristiani che hanno studiato da comunisti e si sono diplomati a pieni voti, come Franceschini e Rosy Bindi (a parte una certa somiglianza con Gargamella, l'arcinemico dei puffi, guarda caso azzurri come si dichiarano gli esponenti del PDL), non credo nemmeno che sia ottuso come persona, a livello privato probabilmente non lo è, è semplicemente il rappresentante più in vista di una classe irrimediabilmente ottusa, quella della nomenklatura, degli apparatcik, dei burocrati di partito. Questo non toglie però che sia un uomo pericoloso tanto quanto le forze che lo sostengono, e la stessa cosa si può dire di Matteo Renzi a cui Bersani sta semplicemente facendo da apripista.

Il nostro destino l'hanno già deciso ed è chiarissimo: l'impoverimento economico progressivo è solo una parte: il resto è dato dalla cessione sempre più massiccia di sovranità nei confronti di “istituzioni europee” che di fatto si riducono alla BCE, cioè un organismo PRIVATO, e dall'inquinamento etnico portato da un'immigrazione che troverà le porte sempre più spalancate, finché del nostro popolo costretto alla senilità e alla sterilità – come degli altri popoli europei, ma prima di altri – non rimarrà più nulla. Non a caso, uno dei progetti più cari a Bersani e al PD è la concessione della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati. Essere o no “italiani” diventerà soltanto una parola scritta su un documento a cui non corrisponderà nessuna sostanza reale.

Rispetto a tutto ciò, la premiata ditta “Cinque stelle”, Grillo, Casaleggio & Co., non rappresenta in alcun modo un'alternativa, ma è un momento della realizzazione di questo piano. A beneficio dei gonzi, si recita la sceneggiata dell'ingovernabilità, e certamente si dovrà faticare a trovare qualche formula, qualche alchimia, “governo tecnico” (di nuovo!), “governo a tempo”, “governo istituzionale”, che serva a mascherare l'accordo sottobanco o – come si dice adesso – l'inciucio.

Il M5S serve precisamente a questo, a canalizzare il dissenso, la rabbia, la disperazione in una direzione “di sinistra” e innocua per il sistema, dando alla gente una falsa alternativa.

Gli indizi in questo senso sono piuttosto chiari: durante la campagna elettorale una candidata “grillina” ha invitato gli elettori a non votarla perché solo dopo aver accettato la candidatura si è accorta che in realtà è tutto un gioco truccato con il Movimento Cinque Stelle già d'accordo in partenza con Bersani e con Monti, ma fanno ancora più testo le parole dello stesso Grillo secondo cui è grazie al suo movimento che la crescente protesta degli Italiani non si è indirizzata verso un equivalente dell' “Alba dorata” ellenica, cioè in una direzione populista e anti-europeista. Egli in sostanza ha ammesso qual'è la sua funzione: canalizzare il dissenso in una direzione inutile alla difesa della sovranità e dell'identità nazionale, quindi inutile anche alla difesa dalla nostra spoliazione economica da parte “dell'Europa”.

La proposta di Berlusconi di un “governissimo” PD-PDL “per tenere fuori Grillo” è stata accolta dal PD formalmente con indignazione, indignazione formale che probabilmente cela in realtà un sorriso di compatimento. Quest'uomo è molto meno furbo di quel che crede di essere, e non ha ancora capito di essere ormai fuori dai giochi. La sua unica funzione possibile è ormai quella di babau, di spauracchio per indurre i grillini ad appoggiare il PD allo scopo di evitare il suo ritorno.

E a proposito di persone che non si rendono conto di essere fuori dai giochi, devo fare una rettifica rispetto a quanto ho scritto in precedenza: le listine dell' “Area” presenti a queste elezioni non erano tre ma quattro. Oltre a “La Destra”, il MSI-FT e “Forza nuova” era presente anche Casapound, e tutte insieme hanno totalizzato appena l'1% o poco meno. Torno a ripeterlo: io non penso che questo insignificante 1% costituisca tutto il nostro elettorato potenziale. A Trieste alle scorse elezioni amministrative era presente una sola lista dell' “Area” che conseguì un rispettabile 10%. Certo, si deve fare la tara di situazioni locali e della differenza fra amministrative e politiche, ma presentarsi in maniera così frazionata, un frazionismo che esprime solo la litigiosità e l'egocentrismo dei capetti dell' “Area”, è in ogni caso un invito a non dare un voto che andrebbe comunque sprecato.

Recentemente, prima dell'inizio delle consultazioni ufficiali, c'è stato un lungo incontro tra Monti e Matteo Renzi i cui contenuti sono stati tenuti riservati ma sono facili da intuire: un passaggio di consegne fra il vecchio premier dimissionario da novembre ma tuttora in carica, e il suo probabile erede destinato a catturare le simpatie dei grillini nel caso che Bersani non riuscisse a persuaderli. Come volevasi dimostrare!

Forse non occorrerebbe nemmeno preoccuparsi di dimostrare questo punto, ma è un fatto che l'atteggiamento del premier-senatore a vita che nessuno ha eletto, che nessuno al di fuori della casta ha voluto, è stato e continua a essere di totale malafede nei confronti del popolo che è stato messo sotto i suoi artigli; ne è un esempio eclatante proprio l'IMU, l'imposta più odiata da lui introdotta. Monti ha più volte sostenuto che l’IMU sarebbe un’imposta che era stata già prevista dal precedente governo di centrodestra. In realtà si tratta di una falsificazione (relativamente) ben congegnata: sotto questa sigla, infatti, il governo precedente intendeva unificare una serie di tributi locali preesistenti, e non meditava di introdurre la feroce gabella sulla casa del professore bocconiano. Monti ha mentito, così come mente e ha sempre mentito prospettando una ripresa sempre dietro l’angolo e sempre rinviata.

Io ammetto di non essere stato preciso nel titolo che ho dato a questo articolo; infatti non ci dobbiamo occupare di una sola razza cialtrona ma di due. La prima è ovviamente “la casta” dei nostri ineffabili politici, ladri e parassiti quanto ignoranti e incompetenti; l’altra il grande capitale bancario e finanziario internazionale, predoni della stessa voracità di un branco di squali.

Tra l’una e l’altra, per la verità, esistono molti raccordi: lo stesso Mario Monti, Romano Prodi ex funzionario della Goldman Sachs (ma non si esce mai davvero da quei circoli), il grande maneggione della finanza Carlo De Benedetti che è anche il grande sponsor della sinistra radical-chic.

Se la sinistra, e non solo in Italia, è diventata il complice più entusiasta del capitalismo finanziario, soprattutto in questa fase in cui esso attivamente spogliando delle loro ricchezze i popoli europei, questo non dipende solo dal fatto che essa è prigioniera di una visione anacronistica e deformata dei rapporti sociali, incapace di considerare il fatto che i lavoratori sono anche titolari di beni.

Dal 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, la sinistra ha scoperto la convergenza molti dei suoi presunti ideali con gli obiettivi del grande capitale mondialista: il mondialismo favorito dall’immigrazione e il meticciato etnico, lo sradicamento di etnie, culture, nazionalità. Anche questa spiegazione tuttavia è molto parziale. Il fatto è semplice: SONO LORO!, lo stuolo dei figli dell’alta borghesia radical-chic che hanno iniziato facendo i contestatori nel ’68 e poi sono diventati funzionari di partito e/o hanno proseguito le carriere familiari. Naturalmente, esiste anche un buon numero di illusi che credono che la sinistra sia ancora quella operaia di un secolo fa, ma quelli contano quanto il due di picche.

Alla fine, tutto si tiene, e la possibilità di evitare il baratro dipende dalla rinascita di uno spazio “euroscettico” (scettico verso QUESTA Europa in mano agli usurai), populista e identitario. Per ora siamo molto lontani da ciò, ma non si sa mai dove può portare la disperazione.

sabato 2 marzo 2013

Considerazioni personali sul voto delle politiche ed il percorso di un’area che non c’è più


NOTA DI ERETICAMENTE

Riceviamo da un nostro lettore il seguente post che pubblichiamo per dovere di cortesia premiando le buone intenzioni (da noi non condivise) di una giovane intelligenza.
Ereticamente, appunto, prende le distanze dalla soluzione posta dal Nostro.
Ereticamente non è un progetto politico e lo dimostra la presenza trasversale di taluni collaboratori.
Ereticamente nasce come avamposto culturale per difendere e sostenere la Cultura e la Tradizione italica nonchè tutto il Kosmos Indoeuropeo rappresentando una palestra culturale in cui formare lo spirito sincero e genuino dei giovani sani e non condizionati dalla modernità.
La spina dorsale di Ereticamente ha abbandonato da tempo alcuni percorsi tracciati dalle forze politiche della cosiddetta area radicale perché li ritiene limitativi e autocastranti per sviluppare temi e idee incompatibili con la società contemporanea.

Ereticamente non proporrà mai un progetto politico perché le ambizioni della testata sono quelle di ridare dignità e rispetto a storia e cultura che hanno caratterizzato il percorso di crescita e lo stato di potenza della nostra Nazione.
Ereticamente sosterrà solo quei progetti dove appunto questa storia sia raccontata con rispetto e dignità e questa verità venga imposta come pregiudiziale nel proprio progetto politico. Ciò vale anche per la libertà di pensiero, di culto, affinché questa possa trovare terreno fertile dove farla valere e non venir soppressa perché non in linea col pensiero unico.
Per questo riteniamo che un perimetro tracciato dalla connotazione destra/sinistra passando dal centro sia fortemente limitativo.
Ereticamente per tutto questo ritiene inoltre che la radice dei problemi sociali, economici e culturali sia diversa da quelli falsamente individuati dalla globalizzazione e certamente non individuiamo nei nomi proposti dal nostro amico speranze politiche o culturali cui aggrapparsi perché consideriamo questi signori fortemente connotati da una influenza di sistema e quindi condizionati per il raggiungimento del proprio interesse personale e carrieristico.


Considerazioni personali sul voto delle politiche ed il percorso di un’area che non c’è più

Il voto delle ultime politiche ha sancito un verdetto in più dei seggi assegnati ai vari partiti, ovvero ha sancito l’apertura di una nuova fase storico-politica del nostro Paese. Questa fase è ancora in definizione, siamo alle origini, ma già possiamo dire che non ci sarà spazio per i partiti tradizionali, forse già superati nella seconda Repubblica, e che assolutamente non ci sarà spazio per la nostra cosiddetta “Area” a destra della destra. Anzi, la nostra “Area” già non esiste più. Dal voto, insieme avremmo raggiunto a malapena uno scarso 1%, ma considerando che in politica il risultato della somma non è mai il totale, probabilmente nemmeno a così poco saremmo arrivati. Bisogna prenderne atto ed ammettere che non c’è più nulla da unire e nessuno a cui rivolgersi. L’area è morta, è finita, dal radicalismo di Forza Nuova a La Destra di Storace, dagli ultimi missini della Fiamma Tricolore, ai giovani di Casa Pound. Non c’è nessun nuovo che avanza, c’è solo un mondo che ha avuto tante possibilità di riscatto ma che si è suicidato tutto, e quelle poche isole verdi non possono bastare a dare una prospettiva, soprattutto nazionale. Da questo quadro, che è tragico, sembra non esserci più speranza, e che la migliore cosa da fare sia finalmente sciogliere le righe e ritirarsi a vita privata, ma non è così. Stiamo entrando in una nuova fase politica che rigetta i vecchi apparati ed i vecchi modelli politici, ma non per questo rifiuta le nostre idee e quei pochi uomini validi rimasti. Bisogna, però, sapere riproporli in maniera vincente e convincente attraverso uno strumento (il partito o movimento) nuovo, e soprattutto attraverso un’estetica ed una propaganda nuova, adeguata a cavalcare questa rinnovata stagione e pronta ad occupare lo spazio politico che fra qualche anno lasceranno vuoto i fenomeni Grillo e Berlusconi. Seppur estremamente differenti da noi e da quello che noi possiamo rappresentare, lo spazio che attualmente loro occupano prepotentemente forse è l’unico che potremmo rimpiazzare. Ma per farlo occorre un percorso medio-lungo non di unità ma di rinnovamento, appunto, totale. La prima cosa da fare è rigettare totalmente il nostalgismo, anche quello rinnovato con formule belle ma inadeguate, come l’autarchia europea o lo squadrismo mediatico. Rifiutare il nostalgismo non significa rinnegare come hanno fatto altri, ma significa dare nuova spinta alle proprie idee, significa saperle veicolare meglio nella società italiana del terzo millennio. Non è tempo più né di fasci né di fiamme, e nemmeno di “destre”, oggi è tempo di qualcosa di totalmente rinnovato mantenendo ben sale le nostre radici storiche, politiche e culturali. Quando parlo di nuovo, effettivamente nemmeno io so di preciso di cosa sto parlando, ma immagino sia un percorso da costruire partendo dallo scioglimento di tutti i movimenti e partiti della cosiddetta ex-Area (facendo eccezione di alcune realtà locali la cui specificità e originalità vanno salvaguardate, come CasaPound ed il Foro 753 a Roma o il Cervantes a Catania), finché esisteranno delle bandierine permarranno divisioni e legami ad un passato ormai finito. Gli stessi dovranno lanciare una Costituente non di Area, ma di un progetto politico nuovo che sappia interpretare le sfide politiche del terzo millennio, che dalle proprie radici culturali sappia trovare riflessioni moderne, che abbandoni i nostalgismi per una estetica rinnovata. Anche per questo i vari leader, Fiore, Iannone, Romagnoli, Storace, devono fare un passo indietro e lasciare spazio dalla base ad altri, giovani come Mario Vattani e perché no anche Giorgia Meloni, ma soprattutto occorre coinvolgere ampiamente il mondo della cultura con personaggi come Augusto Grandi e Pietrangelo Buttafuoco, o altri che magari propriamente fascisti non sono ma che possono dare un importante contributo per la formazione di una rinnovata base culturale sta come Massimo Fini e Marco Tarchi ed altri ancora. È, brevemente, questo percorso il mio augurio e la mia immagine per la rinascita delle nostre idee, questa costruzione di un nuovo blocco, trasversale, identitario, comunitario, sociale, alternativo e moderno.

Giorgio Arconte, 27enne dirigente della Fiamma Tricolore di Reggio Calabria

mercoledì 16 gennaio 2013

Il paradosso e l'equivoco



di Fabio Calabrese 


Noi ci dibattiamo da molti anni in un paradosso e in un equivoco. Il paradosso è questo: in tempi che cominciano a essere distanziati dal presente ormai da una generazione e più, all'epoca della Guerra Fredda, quello che fu lo scomparso Movimento Sociale almirantiano riusciva ad aggregare una fetta non trascurabile di consenso. In certi momenti e in certi luoghi siamo stati il terzo partito subito alle spalle dei colossi democristiano e comunista ma, se ci pensiamo, non avevamo una vera funzione politica; data la situazione di allora, non ci restava altro che appiattirci su posizioni atlantiste, filo-occidentali, conservatrici, ridurre all'anticomunismo il nostro unico “ubi consistam”, delle due parti uscite vincitrici dal secondo conflitto mondiale, dei due mali dovevamo forzatamente scegliere quello che allora sembrava il minore.
Oggi ci sarebbe un bisogno disperato della nostra presenza. Vediamo sorgere in tutta Europa movimenti di opposizione identitaria al mondialismo, alla globalizzazione, al capitalismo finanziario internazionale sempre più rapace e all'ibridazione etnica, minaccia diretta alle identità dei popoli europei. L' “Alba dorata” ellenica è forse il più rilavante in questo momento, ma non è certo il solo. Ebbene, ora NOI NON CI SIAMO. E' inutile illudersi: i quattro o cinque movimentini tra l'altro divisi da rivalità insanabili e che raggiungono un consenso elettorale minimo, sono quanto di più prossimo ci possa essere alla totale inesistenza.
E' una bizzarria tutta italiana il fatto che quello che dovrebbe essere lo spazio dell'opposizione identitaria, lo spazio teoricamente NOSTRO sia occupato da un movimento localistico e separatista quale la Lega Nord.
Ultimamente un lettore di “Ereticamente” che si è firmato “Franco” (ma perché, mi domando, quando non si usano termini offensivi ma si fa una critica costruttiva e intelligente, non firmare anche con il proprio cognome?) mi ha obiettato relativamente all'articolo “Nullius in verba”.
“Tutto bene. Tutto a posto. Le idee e la dottrina è sofisticata e di elevata qualità. Ma è come se tutto si svolgesse nella parte alta della persona, nella sua anima segregata, nel cervello. (...). Ma come mai non riusciamo a realizzare nulla (nullius o totius in verba) che non siano poi parole alla fine in questo mondo sensibile e manifesto?”
Certo, siamo sempre e solo sul piano della parola, ma è l'unica arma che abbiamo, vista la dimensione asfittica raggiunta dalla “lotta politica”, dare una testimonianza, magari riuscire un po' a sommuovere le coscienze, tenere accesa una piccola fiammella contro le tenebre che incombono.
L'equivoco è una conseguenza diretta del paradosso: l'equivoco per il quale si confondono le posizioni “nostre” con “la destra” o “l'estrema destra”, il conservatorismo, il liberismo, l'atlantismo, il filo-americanismo, il filo-sionismo addirittura in qualche caso, per una sorta di riflesso condizionato dal quale non ci si riesce a liberare, come se occorresse ancora reagire alla minaccia sovietica scomparsa da un quarto di secolo.
La lacerazione è più grave e più profonda di quello che verrebbe da pensare, perché l'ambigua situazione che ci siamo trovati a vivere negli anni della Guerra Fredda ha comportato un lungo venire a patti con quello che a tutti gli effetti era ed è un nemico non meno insidioso di quello “rosso”, una serie di complicità, di collusioni, di strumentalizzazioni che regolarmente si sono rivolte contro di noi.
Io credo, ho già esposto con ampiezza la mia opinione anche su questo argomento, che la psicanalisi freudiana non abbia nulla di scientifico, ciò nonostante qua e là nelle formule freudiane si può cogliere qualche barlume di saggezza, come quando Freud afferma che il rimosso ricompare come sintomo nevrotico. Questo è vero non solo per i singoli, ma anche per i gruppi umani: c'è un solo modo per liberarsi del passato, non rimuoverlo, ma guardarlo bene in faccia e fare i conti con esso.
Ultimamente il buon Maurizio Barozzi, “Maufil”, esprimendo un generale apprezzamento degli articoli da me pubblicati su “Ereticamente”, ha sollevato una riserva a proposito di “Come la sinistra sta sprofondando l'Italia nel baratro”. Io facevo notare che l'ex premier Silvio Berlusconi è un avversario da combattere con le armi della politica e non con l'accanimento giudiziario, e che inoltre questa magistratura “rossa” è una riprova inquietante del controllo assunto dalla sinistra su svariati apparati dello stato. Questi magistrati, facevo notare, sono gli stessi che negli anni di piombo si sono accaniti contro di noi con teoremi infondati, e inoltre si sono ben guardati dal perseguire gli autori di delitti contro di noi come la strage di via Acca Larenzia e il rogo di Primavalle, di fatto hanno concretizzato il lugubre slogan dei “compagni” di quegli anni: “uccidere i fascisti non è reato”.
Tutto ciò è vero, mi ha fatto notare Maurizio, ma è vero anche che in quegli anni i nostri ambienti si sono lasciati spesso e volentieri infiltrare dai servizi segreti, sempre con l'alibi dell'atlantismo e dell'anticomunismo, e manovrare nella cosiddetta strategia della tensione.
Cosa posso replicare se non che in realtà sono pienamente d'accordo con lui?
A volte capita, quando ci si trova davanti a lavori storici o giornalistici (per la storia fortemente contemporanea, la distinzione fra le due cose sfuma) particolarmente attenti e scrupolosi, che la conclusione che emerge dai fatti in tutta chiarezza non è quella che l'autore intende sostenere. Un esempio in questo senso è il libro di Sergio Zavoli “La notte della repubblica” basato sull'omonima serie televisiva. Contro le interpretazioni dichiarate dell'autore, la realtà sui fatti degli anni di piombo emerge in tutta chiarezza: non è affatto vero che in quegli anni fosse in corso un duplice attacco al cuore dello stato da parte di estremisti di sinistra le Brigate Rosse e di destra, questi ultimi aiutati da spezzoni deviati dei servizi segreti. L'attacco al cuore dello stato era uno solo, quello brigatista.
L'esperienza dell'America Latina, dove pullulavano e pullulano ancora oggi, ma erano diffusi soprattutto in quegli anni movimenti armati di estrema sinistra: tupamaros, montoneros, Sendero Luminoso, zapatisti, eccetera, dimostrava e dimostra che in genere costoro hanno ottenuto un solo risultato, hanno provocato per reazione lo spostamento a destra dell'opinione pubblica. In alcuni casi, questo spostamento a destra ha permesso anche i golpe militari, perché nessun regime riesce a basarsi durevolmente sulla bruta forza costrittiva, ma ha bisogno anche di consenso.
Cosa doveva fare chi voleva impedire un analogo spostamento a destra dell'opinione pubblica italiana? La risposta è ovvia: fabbricare di sana pianta un simmetrico “terrorismo nero” in modo da tenere l'opinione pubblica inchiodata ferma dov'era. Per fare ciò, uomini dei servizi segreti (che non erano affatto deviati: nessuno stato al mondo, nemmeno il più sgangherato, nemmeno la repubblica italiana, puòperdere il controllo su una parte così cruciale dei propri apparati) infiltrati nei nostri ambienti hanno reclutato i camerati intellettualmente meno preparati, più ingenui e condizionabili, e li hanno illusi mettendo loro le bombe in mano, che in tal modo avrebbero potuto fare “la rivoluzione”; esemplare il caso della strage di Brescia; in questo caso l'esecutore materiale, poi ucciso in carcere in modo che non potesse aprire bocca neppure per sbaglio, Ermanno Buzzi, era addirittura un ritardato di mente. Chi si è lasciato strumentalizzare in questo modo non si èverosimilmente reso conto di essere oggettivamente un traditore dell'idea che credeva di sostenere, ma dovremmo porci dei seri interrogativi su di uno stato che ha giocato così disinvoltamente e in maniera così sporca sulla pelle dei propri cittadini.
C'è un punto che dovremmo avere assolutamente ben chiaro: NOI NON SIAMO DESTRA. Con buona pace di Giorgio Almirante, la formula della “Destra nazionale” aveva un senso ai suoi tempi, ai tempi della Guerra Fredda quando l'anticomunismo era in cima alla lista delle priorità. A questo riguardo, sarà bene precisare che almeno personalmente ho trovato sciocche e insensate certe polemiche che si sono rinnovate in occasione della scomparsa di Pino Rauti: Noi non ci dobbiamo scordare che Almirante e Rauti erano uomini di un'altra generazione, che si sono trovati ad agire in un quadro politico molto diverso dall'attuale, e non ha senso giudicarli adesso “col senno di poi”. Tuttavia, sarebbe altrettanto assurdo rimanere oggi ancorati alla mentalità e alle problematiche di allora e non notare il mutamento avvenuto da un quasi secolo a questa parte.
Oggi il nemico non è più l'Unione Sovietica; il nemico è lo sradicamento dell'identità italiana ed europea, l'americanizzazione mediatica che avvelena la nostra cultura, il mondialismo che prelude alla sparizione delle etnie europee in un “melting pot” multietnico, l'espropriazione della ricchezza, della sovranità e infine dell'identità degli stati nazionali a favore dell'alta finanza internazionale, e chi oggi conserva una mentalità atlantista, è obiettivamente schierato dalla parte del nemico.
Ora non è il caso di girarci attorno, di ricorrere a un facile escamotage, di dire che non possiamo essere considerati “di destra” perché “destra” e “sinistra” appartengono al linguaggio di un mondo parlamentare, di un modo di fare politica e di concepire la politica che noi non condividiamo, perché sappiamo bene che questa terminologia ha finito per implicare movimenti politici e regimi che col sistema parlamentare non hanno nulla a che fare, per cui ad esempio non mettiamo in dubbio che il regime bolscevico staliniano o quello cambogiano dei Khmer rossi fossero appunto “rossi”, di sinistra, tendenti all'egualitarismo e al livellamento sociale, anche se palesemente con il parlamentarismo non avevano nulla a che spartire.
“Destra” significa conservatorismo, liberismo economico, immobilismo sociale, filo-americanismo, atlantismo, pseudo-europeismo pro UE (e BCE), tutte cose che non possono avere nulla a che fare con noi.
E' un concetto che ho ripetuto più volte, ma sul quale penso valga la pena di tornare: quella fra destra e sinistra è un'antitesi FALSA: destra significa immobilismo sociale, sinistra ugualitarismo, livellamento: ENTRAMBE negano la vera giustizia consistente nell'attribuire a ciascuno il ruolo che gli spetta in base alle sue attitudini, capacità e meriti.
L'utopia marxista non ha mai funzionato perché gli uomini NON SONO tutti uguali. Non solo, ma quanto più ci si allontana dall'idea della società a élite funzionali dove ciascuno abbia un posto corrispondente elle proprie attitudini e capacità, tanto più ci si avvicina all'immobilismo della società di caste, ed è per questo che DI FATTO le rivoluzioni socialiste di tipo “rosso” dovunque si siano affermate, hanno prodotto solo immobili società piramidali capaci di somministrare ai loro sudditi solo oppressione e miseria. L'unico socialismo che ha una reale possibilità di funzionare, è il nostro, ed èprecisamente per questo che capitalismo e comunismo staliniano in combutta hanno scatenato contro di esso l'orrore della seconda guerra mondiale.
Di nuovo il nostro Maurizio ha recentemente richiamato questi concetti in uno scritto che è una sorta di presentazione-sintesi del mio articolo “Visione del mondo e ideologia”:
 Il Comunismo che le destre italiane hanno sempre presentato come un mostro che avrebbe portato i cavalli dei Cosacchi a S. Pietro, di fatto giustificando ogni più ignobile azione tipica della loro collocazione filo – atlantica, in effetti era, si un mostro, ma del tutto strumentale, transitorio e utopico, perché la visione marxista comunista dell’uomo e della società è fuori della portata della natura umana. Fatto questo, seppur ce ne fosse bisogno, dimostrato dal totale fallimento dei regimi comunisti che si sono instaurati nel secolo XX.
(...) I fili che da sempre hanno “legato” l’Alta finanza alle rivoluzioni o agitazioni comuniste sono stati molto più sottili e intensi di quanto si creda. In effetti le agitazioni “rosse”, sottilmente sostenute dalla grande stampa in mano alla Finanza, fin dalla fine del 1800, sono servite per scompaginare e indebolire il vecchio mondo del “capitalismo imprenditoriale” e consentire al capitalismo finanziario di prenderne il posto. Quello che è puntualmente arrivato. I “compagni” (...) non si accorgevano che facevano il gioco del capitalismo finanziario che si impossessava di quelle imprese con la conseguenza che il lavoratore passava dallo sfruttamento di quel capitalista rapace e ingordo, ma sostanzialmente legato alla impresa, da lui creata, ad una proprietà della finanza anonima e fatta di soli numeri e contabilità per la quale il “lavoro” era un semplice segno aritmetico.
Il fatto che gli epigoni del comunismo, siano oggi tutti nelle tasche dell’Alta finanza, traviati oltretutto dalle ideologie neoradicali (il comunista “al caviale” o il “liberal comunista” che ha in tasca La Repubblica e L’Espresso, ne è un esempio emblematico. ha radici molto più antiche di quanto si creda).
 L’esperienza fascista, con i suoi regimi nazional popolari, con il suo modello di Stato dove aveva preminenza il dirigismo di governo e i principi etici e politici su quelli finanziari ed economici, la risoluzione delle controversie sociali in una visione di socialismo da realizzarsi nella nazione ed infine la  valorizzazione di tutti gli aspetti culturali e tradizionali di un popolo, avevano letteralmente dissolto ogni visione marxista comunista, realizzando quel tanto di giustizia sociale possibile sulla terra, e messo alle strette il progetto dell’Alta finanza per un suo dominio mondiale. Era ovvio che il fascismo sarebbe stato il nemico mortale da abbattere come un cane rabbioso, altro che il comunismo.
Qui torna utile segnalare un altro contributo sempre del nostro Maurizio. Rifacciamoci al concetto espresso da Diego Binelli, che possiamo utilizzare i nostri avversari come “maestri al contrario”. Maurizio ha ultimamente proposto, accompagnandolo con un adeguato commento, un articolo apparso sul sito di un (supponiamo) movimento di estrema sinistra, il sedicente “Fronte di liberazione popolare”, “Riflessioni sul neofascismo italiano”, opera di una certa Anna Lami che sarebbe stata dirigente di Forza Nuova prima di passare a tutt'altra sponda. Maurizio ha fatto molto bene a proporre la lettura di questo articolo che in effetti risulta molto utile per capire le contraddizioni del neofascismo viste da qualcuno che lo ha conosciuto dall'interno (senza peraltro capirlo), e fra queste quella fra l'atteggiamento nazional-rivoluzionario di socialismo nazionale anti-capitalismo usurocratico e destrismo atlantista risulta la più lampante, dovrebbe indurci a riflettere e farci capire che siamo obbligati a una scelta.
L'utilità dell'articolo della Lami, del resto termina qui, per il resto si tratta di una collezione di vuote insulsaggini antifasciste che abbiamo già sentito mille volte, e Maurizio vi ha già dato una puntuale risposta, ma qualcosa vorrei aggiungere anch'io.
Io adesso non mi metterò a rispondere punto su punto alle sciocchezze profferite dalla Lami, Maurizio l'ha già fatto egregiamente, ma c'è un'autentica perla sulla quale mi vorrei soffermare:
“[I neofascisti] si propongono come baluardo a difesa “dell’identità nazionale” minacciata dall’ “invasione” migratoria. Per i neofascisti, infatti, l’identità nazionale non appartiene alla sfera culturale, soggetta ai mutamenti della storia, ma èconsiderata come un dato originario, eterno ed immutabile, radicato nell’eredità di sangue e nella dimensione razziale, in una prospettiva completamente a-storica”.
“Magari”, verrebbe da dire, “magari le cose stessero così, che la nazione fosse un'entità a-storica, eterna e immutabile, non minacciata di scomparire nel gorgo delle vicende storiche e a scadenza nemmeno tanto lontana, come invece in effetti è, che la nostra impronta genetica, per l'effetto combinato di denatalità e immigrazione, non fosse destinata a scomparire nel giro di un paio di generazioni, ma qui ora il punto non è tanto questo. Rileggiamo questa frasetta velenosa come un serpentello camuffato dietro un'apparenza innocua:
“Per i neofascisti, infatti, l'identità nazionale non appartiene alla sfera culturale”.
Sottintende che la nazione sia un fenomeno culturale, quando invece è un dato biologico. “Natio” viene da “nasco”. Non ha alcun senso contrapporre “natura” e “cultura” dal momento che è la nostra natura biologica a consentire alla nostra specie, e solo ad essa, di essere produttrice di cultura (e potremmo anche insinuare l'eretico sospetto che patrimoni genetici differenti portino a culture differenti, che la differenza che esiste fra le culture umane potrebbe avere una base genetica). La vita è competizione fra differenti genomi, ma IL DOGMA democratico pretende che questa legge fondamentale della vita non valga per la specie umana, che le uniche differenze che contano siano dovute all'ambiente, all'apprendimento. IN TEORIA potremmo discutere di natura e cultura e del loro peso reciproco. IN PRATICA non lo possiamo fare, dobbiamo dare per assodato che solo l'elemento ambientale appreso sia importante, altrimenti mettiamo in discussione il dogma fondamentale della democrazia, e rischiamo di scoprire che la democrazia stessa, ben lungi dall'essere un modo di pensare spontaneo, è il frutto di un dogmatismo surrettiziamente e sapientemente inculcato.
Quella di prolungare la nostra impronta genetica nelle generazioni future attraverso i nostri figli e discendenti, è l'unica forma di sopravvivenza oltre la vita individuale di cui abbiamo certezza, ed è proprio quello che la democrazia attraverso la dissoluzione del nostro popolo in una turba multietnica oggi ci nega, ma è proprio ciò di cui, ipnotizzati dal mito democratico dell'uguaglianza, non dobbiamo neppure accorgerci. Cos'è la democrazia? In una parola, VELENO.
A volte ci si può permettere di essere ironici.  Io ho dedicato due articoli, “L'altra faccia della stupidità” sul sito del Centro Studi La Runa e “La scienza manipolata” su quello di “Ereticamente” a esaminare i contorcimenti e i funambolismi mentali cui si costringono gli scienziati evoluzionisti democratici per non arrivare alle ovvie conclusioni implicite nella competizione fra i genomi e nella selezione darwiniana, conclusioni esiziali per l'idea democratica. E se la tabe mentale democratica puòdevastare a tal punto quelle che dovrebbero essere le menti migliori della nostra cultura....
Dall'ironia allo sghignazzo, il passo è breve, e infatti avrei quasi avuto voglia di sghignazzare leggendo il truce incipit dell'articolo della Lami:
«Tagliate le teste ai vostri nemici, non per avere nemici senza teste, solo per scoprire quanto esse siano vuote».
Se voleva avere una collezione di teste vuote, a questa gentile (?) signora/ina, bastava guardarsi in giro fra i suoi nuovi compagni.
Anni fa avevo pubblicato su “Ciaoeuropa” del buon Antonino Amato “Benvenuti all'inferno”, un ironico benvenuto ai “compagni” nell'inferno delle idee sconfitte, ma – mi affrettavo subito a precisare – non dovevano illudersi che la loro situazione fosse simile alla nostra. Noi all'inferno abbiamo imparato a starci, sapevamo fin dall'inizio che il nostro impegno era quello di rialzare una bandiera caduta nel fango. Il fascismo è stato stroncato sui campi di battaglia, ben prima di aver potuto dimostrare tutte le sue potenzialità, e per riuscirci è occorsa la più formidabile coalizione di forze che si sia mai vista nella storia umana. Il comunismo è scomparso per implosione, cosa assolutamente inedita nella storia, crollato sotto il suo stesso peso, di fronte alla constatata impossibilità di produrre altro che oppressione e miseria.
Ma soprattutto l'idea progressista è essenziale all'ideologia marxista. Noi possiamo accollarci il ruolo di difensori dell'ultima trincea, loro no, hanno bisogno di vedere la storia come una marcia trionfale dell'idea “rivoluzionaria”. Se svanisce quest'ultima, costoro non hanno più nulla e non sono più nulla. Ebbene, come certi personaggi dei cartoni animati che continuano a inoltrarsi nel vuoto finché non si accorgono di aver passato l'orlo di un precipizio, forse non se ne sono accorti, ma essa è cessata quasi un quarto di secolo fa.
Ma forse mi preoccupo troppo: i “compagni” hanno egregiamente dimostrato di poter sostituire l'esercizio del pensare con la pratica della pura, bruta violenza fisica, come abbiamo visto al G 8 di Genova e in molte altre occasioni, quelli almeno che non si sono imborghesiti e trasformati nello sgabello del più rapace capitalismo finanziario.
Quello che è certo, è che una speranza di rinnovamento non potrà mai venire da loro, ma semmai da noi, nonostante tutto.

domenica 6 gennaio 2013

Visione del mondo e ideologia (Perché il marxismo è fallito, e il liberal-capitalismo non promette nulla di buono)


di Fabio Calabrese


Forse vi domanderete una cosa per quanto riguarda gli articoli che finora ho pubblicato su “Ereticamente”. Dopo una panoramica a partire dalla politica e dalla religione, passando per la storia, la scienza, la filosofia, la letteratura e infine l'etica (su ciò però non mi dilungo oltre, mi hanno raccomandato quanto meno di non esagerare nel fare “il riassunto delle puntate precedenti”), perché non compiere un ultimo passo, mettere la chiave di volta di un edificio che ormai sta diventando consistente, e tracciare i lineamenti complessivi di un'ideologia, cioè in ultima analisi chiudere il cerchio e tornare sul piano dell'azione politica, perché una cosa è certa: la conoscenza serve a orientare l'azione, le scelte esistenziali, altrimenti è erudizione morta e inutile.
Io tuttavia preferirei usare il termine “visione del mondo”, “Weltanschauung” se preferite, la parola "ideologia" mi suscita un'irresistibile diffidenza.

Facciamo un esempio classico di ideologia:
“La storia ha una natura intimamente progressiva, il progresso consiste nell'ascesa al potere delle masse, essa è pertanto destinata a culminare nella rivoluzione proletaria mondiale”.
Vi riconoscete in questa concezione? Credo proprio di no: se così fosse, navighereste su altri siti, non su quello di “Ereticamente”.
Il concetto di ideologia ha una storia singolare: i primi a definirsi ideologi furono agli inizi dell'ottocento un gruppo di intellettuali francesi che comprendeva madame De Stael, Benjamin Constant, Alexis De Tocqueville. “Les ideologues”, “gli ideologi” davano a questa parola un significato neutro di “studiosi delle idee”, così come ci sono i sociologi, gli antropologi, gli psicologi e via dicendo.
Tuttavia Karl Marx si impadronì di questa parola dandole un significato affatto diverso. Per Marx (“L'ideologia tedesca”) essa indicava l'insieme di idee FALSE che dominano una società:
“Le idee della classe dominante sono le idee dominanti di una società”.
Cioè quelle che legittimano il sistema, rendendosi conto che nessun sistema può reggersi stabilmente basandosi solo su di un bruto potere costrittivo, ma deve persuadere i sudditi della propria bontà  e legittimità, o almeno deve cercare di farlo.
Poiché “ideologia” è per Marx sinonimo di falsità, è un fatto molto significativo che subito dopo la sua morte si sia cominciato a parlare da parte dei suoi esegeti di “ideologia marxista”, un'implicita confessione della falsità del marxismo. Questo non è avvenuto certamente a caso: il marxismo, come è stato formulato dal suo enunciatore e predicatore, conteneva una serie di predizioni essenziali per la sua visione politica, e che si sono rivelate del tutto errate: che vi sarebbe stato un crescente immiserimento e “proletarizzazione” delle società industriali con la scomparsa del ceto medio, che il mondo si sarebbe sempre più diviso in due campi contrapposti: da una parte la schiera sempre più esigua dei ricchissimi e potenti, dall'altra un'enorme massa di nullatenenti che a un certo punto si sarebbe ribellata e avrebbe annientato i primi. Al contrario, quello che si è verificato, è stata l'espansione delle classi medie e il crescente imborghesimento del ceto operaio, assieme a un generale miglioramento delle condizioni di vita durato fino alla fine del XX secolo.
L'evoluzione del marxismo dopo Marx è stata forse l'esempio più brillante del potere delle ideologie di sopravvivere alle smentite della realtà: l'ideologia è stata riformulata in modo da non tenere conto della realtà, e diventasse essa stessa il criterio per decidere ciò che è “vero” e ciò che non lo è. Qui c'è un'analogia che salta agli occhi allo storico smaliziato, eppure sulla quale si evita perlopiù di soffermarsi. Storicamente, il cristianesimo è andato incontro a un'evoluzione del tutto analoga.
Basta leggere i vangeli con un po' di attenzione per accorgersi che il fondatore della religione cristiana riteneva imminente il Secondo Avvento e la fine (o la rigenerazione) del mondo allora conosciuto e, accessoriamente, la fine del dominio romano e la rinascita di Israele sotto una dinastia davidica. “Alcuni di voi non gusteranno la morte prima che tutto questo sia avvenuto”.
Profezie che la storia si incaricò presto di smentire; ecco quindi che i cristiani riformularono la loro dottrina staccandola dal messianismo ebraico facendone una religione universale e rendendola inattaccabile dalla realtà. In questa forma il cristianesimo è durato fino al tempo presente e dura tuttora. Quanto più si confrontano marxismo e cristianesimo, tanto più se ne scoprono sorprendenti analogie. Potremmo forse dire che questa religione venuta dall'oriente che oggi alcuni identificano con la tradizione, è stata il bolscevismo dell'antichità.
Torniamo al marxismo. Per tutto il XIX secolo e il primo ventennio all'incirca del XX, “sinistra” significava essere dalla parte dei ceti popolari, dei democratici, dell'allargamento del suffragio, delle riforme sociali. A partire dal colpo di stato bolscevico avvenuto in Russia nel 1917 e falsamente noto come “rivoluzione d'ottobre”, il significato di questa parola ha cambiato completamente segno passando a indicare, oltre ai suoi alleati, una delle più feroci autocrazie della storia, una tirannide che non ha concesso ai suoi sudditi alcun diritto e alcuna libertà, oltre e tentare di espandersi per l'intero pianeta come un cancro.
Sarebbe sbagliato pensare che i bolscevichi abbiano tradito le idee di Marx; in effetti non hanno fatto altro che applicarle alla lettera, attribuendo al popolo lavoratore la proprietà TEORICA dei mezzi di produzione e a se stessi il controllo effettivo di essi e della vita sociale e politica di un Paese, abolendo tutti gli strumenti di mediazione sociale e politica, si crea una nuova autocrazia dotata di potere illimitato, mentre al popolo non restano né diritti né strumenti per soddisfare i propri bisogni, però è vero che in tal modo il plusvalore scompare.
E' sintomatico che per la “nuova classe” dei bolscevichi al potere non si sia potuto trovare un nome meno pudico/ipocrita di “Nomenklatura” che nel gergo antecedente “la rivoluzione” indicava la lista dei “compagni di sicura fede”.
Una controprova del resto è facile da farsi: dovunque “la ricetta” di Marx è stata applicata: dalla Russia alla Cina, alla Jugoslavia, a Cuba, al Vietnam, alla Cambogia (ve li ricordate i Khmer rossi?), all'Etiopia, all'Angola, al Mozambico, ha dato dovunque GLI STESSI risultati.
Per i marxisti, l'emergere fra le due guerre mondiali dei movimenti fascisti, fu un fenomeno imprevisto e inspiegabile, si inventarono la tesi strampalata del “cane da guardia del capitalismo”. Possibile che milioni di uomini in tutto il mondo fossero plagiati o prezzolati? Il fatto è che prendere atto della semplice verità avrebbe avuto conseguenze auto-distruttive sulla loro ideologia e loro stessi, perché quei milioni di uomini appartenenti in massima parte alle classi lavoratrici, si rendevano conto benissimo di ciò che loro non volevano vedere: che il “paradiso dei lavoratori” che costoro avevano realizzato in Unione Sovietica e che minacciavano di estendere al mondo intero, era un inferno spaventoso soprattutto per la gente del popolo, priva di libertà e di diritti, e stremata fino alla fame, e intendevano impedire con ogni mezzo che questa mostruosità proseguisse oltre.
“Cane da guardia del capitalismo”, ma che pastore è quello che a questo povero cane non riserva altro che bastonate e calci, e fa entrare il lupo nell'ovile con tutti gli onori?
Una conoscenza appena approfondita dei fatti smentisce “la vulgata” storica ufficiale che per motivi diversi marxisti e liberal-capitalisti hanno fatto propria. Già all'inizio degli anni '30 negli Stati Uniti il “New York Times”, il più autorevole quotidiano americano attraverso la penna di una delle sue firme allora più prestigiose, Walter Duranty, diffondeva presso l'opinione pubblica un'immagine idilliaca dell'Unione Sovietica di Stalin, mentre l'amministrazione Roosevelt concedeva alla stessa aiuti di ogni sorta nonostante gli Stati Uniti stessi stessero appena uscendo da una crisi economica senza precedenti, nella dichiarata convinzione di favorire in tal modo il passaggio – ritenuto imminente – alla liberal-democrazia del colosso sovietico. Roosevelt non nascose mai la sua simpatia per Stalin che definiva “Un ometto pieno di dignità”. Tutto ciò contrastava in maniera schiacciante con l'odio feroce che veniva predicato nei confronti della Germania nazionalsocialista non appena Hitler diventò cancelliere, e verso la stessa Italia fascista dopo l'impresa d'Etiopia (che palesemente non fu che un pretesto considerato che in fatto di domini coloniali l'Inghilterra era arrivata a possedere quasi un terzo delle terre emerse del Globo, la Francia poco meno e gli stessi Stati Uniti possedevano colonie quali Cuba, Portorico e le Filippine, per non parlare del West dove si erano “fatti largo” massacrando cinque milioni di Americani nativi “pellirosse”).
Il crollo dell'Unione Sovietica e l'apertura degli archivi rimasti impenetrabili per settant'anni ha portato alla ribalta molte cose, ma su di esse il pubblico italiano, pesantemente vittima della censura di informazioni storiche scomode per la sinistra, è stato tenuto all'oscuro. Solo in tempi molto recenti, ad esempio, è filtrata su internet, ma non è certo arrivata al grosso pubblico una recensione apparsa su The Journal of Historical Review del luglio-agosto 1988 a firma di Daniel W. Michaels, dedicata a una serie di libri scritti a partire dal 1992 dall'ex agente del KGB Vladimir Rezun che li ha firmati con lo pseudonimo di Viktor Suvorov, nei quali apprendiamo che l'Operazione Barbarossa prevenne soltanto un imminente attacco sovietico all'Europa occidentale, non solo, ma che gli Stati Uniti fornirono aiuti MILITARI all'Unione Sovietica già alla fine degli anni '30, prima che il conflitto scoppiasse in Europa:
“ Suvorov fa notare che gli Stati Uniti hanno rifornito la Russia sovietica di armamenti pesanti sin dalla fine degli anni 30. Cita lo studio di Antony C. Sutton,  National Suicide (suicidio nazionale), Arlington House, 1973, il quale racconta che nel 1938 il Presidente Roosevelt concluse un accordo segreto con l’URSS per lo scambio di informazioni militari”.
Anche rimanendo nell'ambito dei fatti storici ben accertati e conosciuti, pensiamo a quel vero e proprio preludio alla seconda guerra mondiale che fu il conflitto civile spagnolo. Gli aiuti e le simpatie delle democrazie occidentali andarono tutti alla parte “repubblicana” cioè comunista. Possibile che da parte “liberal-democratica” si sottovalutasse così gravemente il pericolo insito nell'avere due stalinismi convergenti alle estremità orientale e occidentale dell'Europa?
Ancora, dopo l'attacco della Germania alla Polonia, che i Polacchi, falsamente persuasi di un immediato intervento franco-britannico al loro fianco, fecero di tutto per provocare, l'Unione Sovietica aggredì a sua volta la Polonia. Mentre l'attacco tedesco era per gli occidentali un inammissibile gcasus bellih e provocò l'allargamento a dismisura del conflitto, quello sovietico non disturbò minimamente le gsensibili coscienzeh di Parigi, Londra, Washington. Già prima di allora, l'Unione Sovietica aveva tolto la Moldavia alla Romania e la Rutenia subcarpatica alla Cecoslovacchia, aggredito e annesso le tre repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, e si preparava a fare altrettanto con la Finlandia, ma se i tentativi tedeschi di riprendere il controllo dei territori nazionali amputati dalle assurde clausole del trattato di Versailles erano una prova della volontà di espansione planetaria della Germania, le aggressioni sovietiche contro stati inermi e indifesi dimostravano solo la volontà di Stalin di buon vicinato col mondo intero.  
Recentemente, un mio critico mi ha accusato di avere uno stile espositivo “arruffato”, di passare per così dire di palo in frasca, come adesso, che siamo passati da considerazioni di carattere molto generale a questioni storiche in un certo senso più spicciole, ma onestamente non so come si possa procedere altrimenti, perché qui occorre mettere in rilievo un fatto assolutamente centrale che viene negato basandosi su di una serie di distorte interpretazioni “ad hoc” dei fatti storici: dei due “socialismi” che nell'epoca fra le due guerre mondiali  ce n'è uno che il sistema capitalista ha percepito come un pericolo alla sua egemonia, questo non è stato quello marxista-comunista-bolscevico-sovietico, ma quello fascista, che esso ha combattuto con ogni mezzo.
La coalizione antifascista che nel 1945 stritolò l'Europa, facendole perdere non solo l'egemonia planetaria di cui aveva sin allora goduto, ma la sua stessa indipendenza, trasformando gli stati europei in colonie russe o americane, non era come ci è stato dato a credere, un'alleanza momentanea fra nemici fondamentali. Capitalismo e bolscevismo erano due facce della stessa medaglia; è stato piuttosto il periodo della Guerra Fredda, del resto intervallato da lunghe fasi di distensione, a essere qualcosa di anomalo. Lo dimostra il fatto che oggi, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, il capitalismo finanziario internazionale affama-popoli e la cosiddetta sinistra si ritrovano accomunati dagli stessi obiettivi: il mondialismo, la globalizzazione, la scomparsa di nazioni, etnie, culture e stati nella concretizzazione di un'utopia cosmopolita che è nel contempo il perfetto “mercato”.
Potremmo spingerci più in là e pensare che se il pugno di profittatori che sta dietro l'alta finanza mondiale ha scelto fin da subito, dei due socialismi antagonisti della prima metà del XX secolo, di puntare a favorire quello di tipo bolscevico-sovietico, è perché era ben conscio che alla fine esso, nonostante la sua apparente potenza e baldanza, avrebbe finito prima o dopo per implodere, per crollare sotto il suo stesso peso, come difatti è successo. Nello stesso tempo, la diffusione di questa ideologia fra le masse popolari, costituiva il più efficace sbarramento contro una rivoluzione socialista-nazionale.
La mortale sterilità del “socialismo” marxista che alla fine ha portato al collasso perfino un gigante come il colosso sovietico, è – ritengo – qualcosa di intrinseco a questa ideologia: la teoria e la pratica dell'egualitarismo che è il contrario  della vera uguaglianza che significa uguaglianza di opportunità per ciascuno di dimostrare le proprie differenti capacità. Uguaglianza di opportunità e selezione: qualità, non quantità: quando ci si allontana da ciò, non si può approdare ad altro che a una nuova casta di burocrati onnipotente quanto inefficiente e a garantire per la gran massa della popolazione la miseria in un solido tandem con l'oppressione e l'assenza di diritti.
Su quale sia la situazione che si presenta oggi, a una generazione di distanza dal crollo dell'impero sovietico, non sembra che la chiarezza abbondi, e di certo non lo si può ritenere un caso, dato che chi detiene le leve dell'informazione è in ultima analisi anche chi detiene le leve del potere. Occorre dire che all'epoca della Guerra Fredda in qualche misura liberal-capitalismo e comunismo si bilanciavano impedendosi reciprocamente di arrivare alle conseguenze più estreme che avrebbero spinto i sudditi di un blocco a buttarsi nelle braccia dell'altro. Oggi, questo precario equilibrio si è rotto.
Consideriamo che comunismo e capitalismo non sono mai stati due sistemi che si possano considerare a prescindere da un determinato contesto storico, in qualche modo autosufficienti e auto-fondanti, ma due forma di attacco alla struttura tradizionale dell'Europa; da un lato il sovvertimento politico mirante all'eliminazione di tutte le gerarchie e di tutte le forme in cui si manifestava la cultura tradizionale, dall'altro il sovvertimento economico con la concentrazione della ricchezza nelle mani del ceto più parassitario della società.  A fronte di ciò il socialismo nazionale fascista, quel che oggi del tutto impropriamente viene denominato “destra sociale” (perché in effetti NON E' destra), si presentava/si presenta come una forza ricostruttiva tesa a riannodare il legame organico fra i membri di una società che va concepita più come un'unità, un'impresa comune che come un'arena deputata allo scontro degli interessi contrapposti.
Ciò premesso, siamo in grado di comprendere quel che sta avvenendo oggi. Non è un caso che in un tempo che può apparire lungo sul metro delle nostre esperienze individuali, ma che agli occhi di qualche storico futuro potrà apparire una rapida successione, e di certo è una concatenazione logica quasi fosse – e probabilmente è – la realizzazione di un piano a lungo studiato, al crollo dell'Unione Sovietica siano seguiti, oltre a una politica estera americana tesa a estendere in tutto il mondo “la democrazia”, cioè un sistema di stati vassalli agli stessi USA, la creazione della UE, una pseudo-unione europea il cui unico “potere forte” è costituito dalla BCE, cioè  un'organizzazione bancaria PRIVATA cui è affidato il controllo della moneta, l'introduzione dell'euro, cioè la rinuncia degli stati nazionali europei alla sovranità monetaria, e infine la crisi – programmata – che sta distruggendo le economie occidentali e in primo luogo europee a partire dal 2008.
Non lo dico io questo, lo ha rivelato in un discorso tenuto alla LUISS il 22 febbraio 2011 Mario Monti, il nostro pseudo-presidente del Consiglio, in realtà “commissario” impostoci dalla BCE:
“Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti, i passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario, è chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una comunità nazionale possono essere pronti a queste cessioni sono quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto visibile e conclamata. Abbiamo bisogno delle crisi come il G20 per fare passi avanti, ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento perché si sono messe in opera istituzioni, leggi ecc... per cui non è pienamente reversibile. (...).
In poche parole, le crisi sono strumenti messi in atto per costringere gli stati nazionali a cedere parti sempre più consistenti della propria sovranità. Una volta ceduto al ricatto, gli stati nazionali avranno sempre meno modo di difendersi, e tutti i “rimedi” attuati da Monti e individui della stessa risma che non sono altro che proconsoli della BCE, “rimedi” che consistono nel provocare la recessione aggravando l'imposizione fiscale oltre ogni limite ragionevole, il che equivale a salassare qualcuno che sta morendo per dissanguamento, possono solo avere l'effetto di aggravare la crisi e cronicizzarla.
La distruzione dell'economia europea è solo una delle due ganasce della tenaglia che ci sta stritolando, l'altra è quella del declino demografico programmato e dalla creazione delle condizioni che rendono impossibile frenare l'immigrazione extracomunitaria, allo scopo di far sparire popoli, etnie, culture per lasciare il posto a un'umanità ibridata e indifferenziata senza diversità culturali che ostacolino il suo divenire il perfetto e globale “mercato”.
Ora, si guardi bene che la sinistra italiana, europea, internazionale, ciò che ne rimane dopo il crollo dell'impero sovietico, i comunisti che hanno cambiato nome ma non mentalità e non hanno imparato nulla dai fallimenti passati, è perfettamente allineata con questo piano mondialista. Ostile da sempre agli stati nazionali, da sempre convinta che l'inasprimento fiscale sia il rimedio a tutti i problemi dell'economia, entusiasta dell'idea della creazione attraverso l'immigrazione di una società etnicamente ibrida, infettata di radicalismo al punto da vedere nei matrimoni gay un obiettivo più importante della creazione di posti di lavoro, è nei fatti oggi il miglior supporto politico alla realizzazione delle finalità del grosso capitale internazionale finanziario-parassitario, e che le classi lavoratrici siano le prime a pagare le conseguenze di questo tipo di politica, sembra essere diventato per essa un fatto del tutto marginale.
Si direbbe che la coalizione che ha schiacciato l'Europa nel 1945, provvisoriamente divisa in due campi contrapposti ai tempi della Guerra Fredda, si sia oggi riformata e abbia ripreso la sua distruzione con metodi certo meno cruenti dei bombardamenti che durante il conflitto mondiale uccisero milioni di vittime inermi, ma forse in prospettiva meno rimediabili e più definitivi delle distruzioni di allora.
Ideologia? Se per essa si intende marxisticamente una lente deformante da sovrapporre alla percezione del reale, adattare i fatti alle idee o ai gusti soggettivi, invece che le idee ai fatti, è qualcosa che possiamo lasciare ai “compagni”. A noi basta conoscere la realtà e considerarla per com'è.
Forse a qualcuno potrà sembrare strano che una percezione “giusta” delle dinamiche del nostro tempo e una linea di azione “giusta” si trovino proprio in un'area estremista e non in quella moderata, nell' “aurea mediocritas” che spesso è tutt'altro chaurea. “Un moderato”, ha detto qualcuno, “è una persona che, se ci sono due gruppi, uno dei quali sostiene che due più due è uguale a quattro, e un altro sostiene che è uguale a sei, ne deduce automaticamente che due più due fa cinque”.
Il gergo politico ha la peculiarità di distorcere il significato delle parole. Nel linguaggio ordinario, un moderato dovrebbe essere una persona ponderata e riflessiva. Bene, noi ce la ricordiamo bene la non tanto remota era Bush quando “i moderati” reclamavano la nostra partecipazione alle aggressioni americane contro l'Irak e l'Afghanistan e credevano di avere ragione strillando più forte, mentre “le estreme” avanzavano dubbi e perplessità circa imprese che rispetto ai costi e al prezzo in vite umane che avrebbero – e hanno – comportato, non avrebbero – e non hanno – portato alcun beneficio, tranne forse quello che spesso sono stati dei nostri ragazzi a lasciarci la pelle al posto dei G. I. yankee.
Estremista? Noi non siamo una parte estremista, siamo una parte che uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, ha alle spalle settant'anni di emarginazione e di ostracismo e che, nonostante tutto, continua a indicare l'unica via di salvezza possibile per l'Italia e per il nostro continente.