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giovedì 28 marzo 2013
Bersagli seduti
di Mario M. Merlino
Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941 il sommergibile italiano Scirè, comandato dal Tenente di Vascello MOVM Junio Valerio Borghese, si porta all’imboccatura del porto di Alessandria, alla cui fonda sono ancorate due corrazzate inglesi ed altro naviglio militare e mercantile. Tre ‘maiali’ con due piloti ciascuno superano la rete d’acciaio a protezione ed infliggono la più pesante sconfitta nel Mediterraneo alla flotta britannica. Sei piloti, sei medaglie d’oro. La settima al sommergibile. Una impresa entrata nella leggenda, invidiata, ineguagliata. Il principe Borghese la descrive in Decima Flottiglia Mas, libro entrato in adozione e di studio nelle Accademie militari di gran parte degli Stati nel mondo. Non in Italia, va da sé. Quando a Yuri Gagarin, il primo astronauta sovietico, fu chiesto quale libro italiano conoscesse, rispose senza esitazione ‘quello del Comandante Borghese’. Con imbarazzo dei cronisti accompagnatori autorità.
Libro che si conclude, dopo aver ricordato come avesse appreso casualmente, accendendo la radio ‘dalla gracchiante voce’, dell’armistizio: ‘Nessuno dei miei numerosi superiori diretti o indiretti aveva ritenuto necessario darmene, sia pure riservatamente, preventiva comunicazione. Mi sembrò strano’ (E con questa espressione il libro tutto diviene poesia, come gli riconosceva il poeta americano e fra i più grandi del Novecento Ezra Pound).
La Marina italiana, nell’anniversario di quell’impresa, sessantatre anni dopo, ne ha voluto farne perenne ricordo dando il nome di Scirè, appunto, ad un nuovo sommergibile. Madrina del varo Elisabetta, figlia di Emilio Bianchi, allora novantaduenne ed ultimo ancora in vita di quella pattuglia di ardimentosi. Per l’occasione, con una lettera alla stampa, l’Ammiraglio di Squadra Sergio Biraghi, Capo di Stato Maggiore della Marina, ha ricordato l’avvenimento. Ebbene: accanto a tutta una serie di proposizioni di dubbia interpretazione, non una volta ha citato il Comandante Borghese che di quella impresa fu animatore e guida. Timoroso, forse, di ricordare chi, dopo l’8 settembre del ’43, volle mantenere alto sul pennone della caserma di San Bartolomeo, a La Spezia, quello stesso tricolore frettolosamente ammainato dal re e il suo sodale Pietro Badoglio in fuga. Nessuna novità, si badi bene, nessuno scandalo. L’Ammiraglio Biraghi fa il suo mestiere, in un Paese dove la memoria collettiva è monca e, di conseguenza, anche le Forze Armate rappresentano questa divisione. (Non tornerò su la mia lezione alla scuola di fanteria a Cesano).
Mi piace, però, a commento, raccontare questo episodio, raccolto dalla viva voce del Comandante. Anni dopo la guerra egli e sua moglie, la principessa russa Donna Daria, durante un viaggio in Inghilterra, furono invitati nell’esclusivo Club dell’Ammiragliato inglese. Al termine della cena l’Ammiraglio Cunningham, presidente del Club e già Comandante della flotta inglese dal 1940 al 1942 nel Mediterraneo, levò il bicchiere per il tradizionale brindisi all’ospite. E aggiungendo queste testuali parole: ‘Comandante Borghese, quando sapevamo che Lei e i Suoi uomini eravate in mare, ci sentivamo dei sitting ducks’ (dei bersagli seduti che, in gergo della marina equivale ad essere sotto tiro e senza difesa alcuna).
Vorrei sottolineare che, certo, fu gesto di cortesia, ma anche – e soprattutto – un atto di sincero riconoscimento al valore e al merito verso l’avversario d’allora. E Cunningham non poteva ignorare come Borghese avesse combattuto anche dopo l’armistizio, nella RSI, in nome della fedeltà alla parola data e all’Onore, che divenne il motto della Decima, accanto all’alleato tedesco. Un atto di cortesia; un gesto di nobile cavalleria tra vecchi avversari. Di stile, appunto, di quello stile che, con la sua sciocca omissione, è mancato all’Ammiraglio Sergio Biraghi.
Episodio questo, nel suo complesso, che m’è tornato a mente ascoltando (anch’io casualmente) la radio l’altro giorno. Alla Camera parlano della vergognosa vicenda dei due marò, La Torre e Girone, il Ministro degli Esteri Terzi e quello della Difesa l’Ammiraglio Di Paola (quanti, purtroppo, ammiragli abbiamo avuto… a cominciare da quel Carlo Pellion di Persano che si dimostrò incompetente e imbelle nella battaglia di Lissa il 20 luglio del 1866, passando per Franco Maugeri che, al termine del conflitto, venne decorato di alta onorificenza USA per il contributo fornito alla causa degli alleati). Quest’ultimo, in contrasto con il dimissionario Terzi, dichiara di restare sulla nave fino all’ultimo…
Ed io penso a quegli ufficiali, questi sì eredi e testimoni d’antiche virtù marinaresche, che vollero e seppero restare sulla loro nave e con essa immergersi nelle acque mortali di una notte senza stelle. Penso, ad esempio, al comandante del sommergibile Tazzoli, Carlo Fecia di Cossato, che per fedeltà al Re aveva obbedito e portata la sua nuova unità, l’avviso-scorta Aliseo, a Malta dopo l’8 settembre. Resosi conto, però, di essere stato ‘indegnamente’ tradito e d’aver commesso ‘un gesto ignobile’, si suicidava a Napoli il 28 agosto ’44. ‘Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è più con loro che con i traditori e i ladruncoli che ci circondano’(dalla lettera indirizzata alla madre e datata il 21 agosto). Quei traditori e quei ladruncoli che abbiamo imparato a conoscere e disprezzare fuori e dentro le istituzioni…
domenica 24 marzo 2013
Violentato "Il Campo della Memoria"
di Mario M. Merlino
Nella notte del 15 marzo ‘i soliti ignoti’ (si sospettano del furto una banda di romeni) sono penetrati all’interno de Il Campo della Memoria, in Nettuno, scavalcando facilmente il cancello o aprendosi un passaggio nella rete di protezione, e hanno asportato le cento targhe d’ottone con su incisi i nomi dei caduti del btg. Barbarigo della X Mas sul fronte di Anzio. Fra i primi ad indossare l’uniforme grigio-verde e riprendere le armi ‘per l’Onore d’Italia!’. Dicono che l’ottone è ben pagato sul mercato nero e, poi, in tempi di crisi tutto diviene monetizzazione. Cosa può fregare a degli zingari del valore simbolico del carico di emozioni e ricordi di quel luogo di quei nomi? Cento giovani e giovanissimi, sei di loro ignoti, che avevano trovato sepoltura nella tomba di famiglia di Raffaella Duelli al cimitero Il Verano di Roma. Era stata proprio lei, già ausiliaria del medesimo battaglione, a raccoglierne i resti, sparsi nell’Agro pontino, nell’immediato dopoguerra. Morti di nessun interesse, morti a cui non si riconosceva dignità e valore, morti che si preferiva ignorarne perfino l’esistenza. Così, mentre gli alleati si adoperavano a edificare un cimitero monumentale e i tedeschi, pur fra le rovine del loro paese devastato, con meticolosa cura si apprestavano ad erigere il loro in località Pomezia, l’Italia accattona e miserabile trasformava una sconfitta in festa con il 25 aprile, ignorava il 10 febbraio del 1947 (data della firma del Trattato di pace dove il governo italiano, già cobelligerante e resistente, veniva omologato alla Germania e al Giappone), stabiliva che una parte di italiani doveva essere cancellata scelta ragioni valore. Insomma, per far citazione letteraria, un Winston Smith in grande, cioè il protagonista di 1984 di George Orwell che si adopera a modificare di volta in volta la storia secondo le indicazioni del Grande Fratello.
Il Campo della Memoria, nome suggerito da Mario Tedeschi (btg. Barbarigo sul fronte di Anzio e successivamente in Piemonte direttore de Il Borghese senatore del MSI prima e poi artefice della scissione di Democrazia Nazionale); disegnato dall’architetto Alessandro Tognoloni (già s.ten. di vascello, dato per disperso in combattimento nei pressi di Cisterna nel tentativo di arrestare con il suo plotone l’avanzata degli Sherman USA, insignito di medaglia d’oro e salvato dagli americani, che lo raccolsero dopo due giorni con il fianco squarciato, in possesso della penicillina); con il contributo dei reduci dell’Associazione Decima Mas-RSI. Per anni luogo ‘privato’ finchè, dopo una lunga battaglia con l’Onorcaduti, divenuto sacrario di guerra. (Nei prossimi giorni, sul mio profilo di fb e su Ereticamente verranno indicate le modalità con cui contribuire, tramite l’Ass. Campo della Memoria, per ricomprare e rifondere nuove targhe).
Nel 1996 vi portai gli alunni della VB, che dovevano sostenere gli esami di maturità, al termine di un breve ciclo di incontri sulla guerra civile in Italia. Credo di averne già scritto su Ereticamente in altra occasione. Non credo, però, di aver riportato il testo della lettera che Alessandro Tognoloni volle inviarmi e che, incorniciata, si trova a fianco della libreria: ‘Caro professore, con ritardo vengo a ringraziarla per l’atto commovente compiuto dalla sua classe al Campo della Memoria, che ha inteso onorare i Caduti di una guerra ingenerosamente ignorata, ma che fu guerra di giovani che non si sottrassero fino all’ultimo ad ammainare una bandiera alla quale avevano sotteso i propri ideali. Noi, involontari sopravvissuti, intendiamo ringraziare i suoi studenti, sia quelli di uguale fede che gli altri legittimamente distratti da quei valori, perché ben sappiamo quanto sia difficile interpretare le realtà passate e presenti. La loro presenza ci conforta perché in questa Italia dove tutto diventa cronaca il Campo della Memoria possa diventare Storia, storia della Repubblica Sociale Italiana ma, soprattutto, perché si possa sperare l’indissolubile unità di questo meraviglioso paese’.
Più volte sono stato suo ospite nei pressi di Porta San Pancrazio, nel suo studiolo circondato da libri su Roma quadri e gufi d’ogni forma materiale provenienza. In una di queste occasioni mi confida, mostrandomi una medaglia d’oro incorniciata e accanto la poesia di Walt Whitman ‘Gloria ai vinti…’: ‘Alla Piccola Caprera, davanti a tutti noi reduci, il comandante Nino Buttazzoni dei N.P. (nuotatori-paracadutisti) mi ha appuntato l’unica medaglia che per me conta’. Poi, abbassando il tono di voce: ‘ Se lo stato italiano mi avesse riconosciuto quella assegnatami dalla Repubblica Sociale, mi troverei ad essere accomunato alla Carla Capponi, agli assassini di via Rasella’. Mi risuona in mente l’esortazione Etiam si omnes, ego non. Sempre a sfida della mutevolezza del tempo e contro l’arroganza dei vincitori. Sempre e comunque tolemaici. E, in altra occasione, avendogli espresso l’inquietudine la ribellione ‘l’assalto al cielo’ che mi animano, mi ha guardato severo: ‘Professore, lei ed io non abbiamo le stesse idee…’. E’ vero: per troppo amore essi hanno sacrificato la loro vita, hanno visto infangare la dignità e offendere l’onore della propria esistenza, amore per la Patria tradita dalla fuga del Re, dall’8 settembre. Io, non so se per amore o meno, non riesco ad amare questo mio paese…
















