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Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

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Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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lunedì 25 marzo 2013

L’egoismo

di  Leo Valeriano



La nostra società attuale si basa sull’egoismo. Anche se, ufficialmente, tutti ci proponiamo come altruisti, paladini della socialità, del volontariato gratuito, dell’amore per il prossimo. Tutto questo viene declamato ovunque: nei media, nella letteratura, nei proclami politici. Insomma, nelle astrazioni. Nella realtà, invece, trionfano i più egoisti. E, se ci riflettete bene, persino le religioni fanno leva sul sentimento dell’egoismo. È l’idea di salvazione, di sopravvivenza nell’eternità a dare linfa vitale alle religioni. Ma proviamo ad esaminare a fondo questa caratteristica della specie umana: l’egoismo, appunto. Come mi è già capitato di affermare, guardare all’umanità con una puntina di prevenzione, è un esercizio difficile. Spesso, doloroso. Purtroppo è necessario, se vogliamo realmente andare al fondo delle cose.

Per esempio, ci accade di parlare di egoismo, di falsità, di cupidigia, come se fossero caratteristiche che riguardano solo gli altri. Eppure dovremmo sapere, e quindi ammettere che almeno una minima parte di queste cose riguarda anche noi. L’egoismo, è noto, è quel sentimento che fa pensare prima a noi stessi rispetto agli altri. Visto da questo punto di vista è una cosa assolutamente normale. Magari andrebbe corretto con atti di generosità, ma è un difetto naturale. Per la falsità vale lo stesso discorso. Se uno sa che rivelare la propria idea politica, per esempio, lo può danneggiare, abitualmente non lo fa. Sto parlando della maggioranza delle persone, naturalmente, non dell’elite. Ed egoismo può anche avere lo stesso valore della cupidigia. Che poi significa semplicemente desiderare cose che ci piacciono. Se non andiamo a rubare, se non violentiamo nessuno per prendercele, il desiderio resta un semplice desiderio. Potrebbe persino diventare un incentivo per migliorare le nostre qualità. Lavorare di più, impegnarsi per ottenere dalla vita qualcosa che la vita non ci da naturalmente, non è affatto negativo. Inoltre, dobbiamo riconoscere che almeno qualche volta l’egoismo è persino utile. In minima parte, naturalmente. E, sempre a proposito dell’egoismo, dobbiamo ricordare che ogni individuo è un essere unico e dotato di capacità proprie e personalità propria. E che in ognuno esiste un sistema di autodifesa che spinge a mettere se sessi sempre al sicuro. Quindi è comprensibile che ogni essere umano sia portato a pensare di più a se stesso preoccupandosi meno degli altri.

Naturalmente, esistono in natura elementi di estrema generosità, come quelli che fa una madre per i propri figli, l’amico per l’amico, qualche individuo per la comunità, l’eroe per la Patria. Ovviamente, questi sono meravigliosi esempi di generosità, ma non riguardano la maggioranza delle persone. E ci sono casi di generosità che riguardano la ricerca della strada verso la propria evoluzione. E dovremmo fare anche una distinzione. Si può parlare di egoismo, quando ci si preoccupa “solamente” di se stessi. Se, per raggiungere uno scopo, danneggiamo realmente qualcuno. Non se cerchiamo di amare di più noi stessi, seguire le nostre passioni, i nostri talenti, i nostri desideri, se vogliamo costruire la nostra vita indipendentemente da quello che vorrebbero gli altri. E, a questo proposito, vorrei ricordare che nessuno può conoscere quale siano realmente le nostre potenzialità e verso cosa sono dirette. Nessuno, né madri, né padri, né amici, né insegnanti, solo noi lo possiamo sapere e solo noi siamo in grado di sentire dentro noi stessi quello che è giusto per noi e per la nostra vita. Per questo mi spingo ad affermare che, qualche volta, i consigli degli altri possono solo disorientarci e, magari, crearci insicurezze e paure purtroppo dannose per la nostra evoluzione, per la nostra crescita. Quindi, diventa importante sentire ciò che abbiamo dentro nel nostro profondo e seguirlo, ascoltare il nostro “io” per potere arrivare ad essere più realizzati e, quindi in definitiva, anche più gradevoli per chi ci sta vicino. Ma questo, non è egoismo. Quindi, lo ripeto, non bisogna lasciarsi condizionare totalmente dai voleri altrui, dalle idee che altri, magari in perfetta buona fede, riservano per noi. Ovviamente se ci danno un buon consiglio, ne dovremmo fare tesoro, ma sempre seguitando a seguire i nostri reali ideali. Continuando a camminare sulla nostra strada, a seguire le nostre scelte, ad ascoltare il nostro mondo interiore, quello che ci dice la nostra anima. Ecco, per qualcuno, anche questo può essere considerato egoismo. Ma, ammesso che lo sia, si tratta di un egoismo sano. Invece, quando parliamo dell’egoismo dannoso, facciamo riferimento a un sentimento che tiene conto solamente di se stessi, sempre, ed esclude tutti gli altri. E questo non solo negli aspetti economici. C’è poco da fare, l’egoismo impera e scivola come un'anguilla tra le pieghe di ogni relazione, in continua disputa con il suo antagonista: la generosità.

Ma non avviliamoci troppo: il concetto di egoismo è antico quanto la storia degli uomini. E ancora oggi, nonostante che il mondo occidentale, almeno a parole, lasci molto spazio a nozioni come solidarietà e beneficenza, l'egoismo mantiene una presenza assoluta. Fa parte del paesaggio generale e, in particolare, non esita a comparire appena entra in gioco qualche fatto legato all’economia o al potere. Entra in tutti i settori della vita e lo ritroviamo nella madre possessiva, nel maschio prevaricatore, nella ragazza troppo gelosa, passando per il manager arrivista, l’attricetta che vuole affermarsi, per terminare con coloro che per un pugno di soldi inquinano terra ed aria e perfino con il giocatore che non passa la palla ai compagni solo per emergere a livello personale e così via.

Ma non è semplice affermare che una persona che si comporta in questa maniera è sempre e sicuramente egoista. Potrebbe esserlo solo in certe circostanze. Se la persona generosa si nota con una certa facilità, quella egoista un po’ meno. Questo perché, probabilmente, siamo talmente abituati all’egoismo che non ci facciamo più nemmeno caso. Diamo per scontato che la gente debba pensare solo a se stessa e al massimo ai propri parenti e al proprio partner. Addirittura, e abbastanza spesso, il generoso rischia di essere preso per fesso. Lo sappiamo che, nella società di oggi, fare un favore disinteressato ad un’altra persona suona quasi stonato. Eppure non facciamo che parlare di solidarietà. Spesso, per nobilitarlo, l’egoismo viene anche chiamato individualismo. Praticamente è la stessa cosa, solo che la parola assume un valore diverso. Più nobile. Certamente più accettabile. Infatti, per individualismo si intende, in generale, un atteggiamento filosofico, politico o morale che enfatizza il valore dell'individuo rispetto a quello della comunità o della società. E se non è egoismo questo! Ma è un aspetto dell’egoismo che ci riesce più facile accettare. In genere, certi livelli dell’egoismo sono tollerati, se non completamente accettati. Se siamo con la macchina in panne, sul ciglio della strada, sappiamo benissimo che saranno pochissime le persone che si fermeranno per darci una mano. A meno che ad essere in panne non sia una bella ragazza. Mentre se siamo a fare una fila e abbiamo un problema reale ed impellente, non è difficile che ci sia qualcuno che ci fa passare avanti.

È indubbio che le cose andrebbero meglio se ci fosse meno egoismo, ma resta il fatto che l’egoismo è una caratteristica che ci riguarda un po’ tutti e che, tutto sommato, non è facile metterlo da parte. Innanzitutto perché l’egoismo funge anche come salvaguardia di se stessi e, in questi casi, si tratta di un egoismo non solo accettabile ma necessario. Poi anche perché molti altre caratteristiche umane portano il segno dell’egoismo. La gelosia, per esempio. Ma, se vogliamo, anche l’amore passionale. Però, se nell’amore è ammissibile anche una parte di egoismo, nel senso che vogliamo quella determinata persona tutta per noi, lo straripare di questo egoismo può anche far finire quello stesso amore a cui teniamo tanto. L’amore ha la capacità di durare, solo quando diminuisce in maniera notevole l’egoismo e a questo subentra l’altruismo, nei confronti del nostro partner. È un tipo di altruismo assolutamente necessario, se si vuole consolidare un rapporto. Sappiamo che, quando si inizia una conoscenza, che non è ancora amore ma può diventarlo, si è pronti ad accettare tutto. All' inizio di una storia, si è disposti a qualunque bugia. “Se vuoi non fumo più, se vuoi mi vesto come vuoi tu, se vuoi cambio abitudini.” Ci fa piacere dirlo, perché vogliamo conquistare quella persona in qualsiasi modo. Poi, magari, ci si innamora veramente e si deve dimostrare come si è realmente. Ma anche l’altra persona si mostra come è. Spesso questo nuovo confronto è stridente e può stancare. Perché? Perché quel rapporto nasce sulla base di due egoismi. Egoismi che sarebbe bene accantonare per entrare in un modo di esistere più costruttivo, anche se più difficile da accettare. Quello dell’onestà, della comprensione, della stima, dell’accettazione dei difetti dell’altro. Se non si fa questo, l’amore presto si consuma. Soprattutto se non si ha avuto la pazienza di aspettare, si cerca la strada più breve: l’insofferenza e poi la rottura. Invece, per far durare un rapporto è necessario sempre lo stesso impegno e la stessa intensità dell'inizio. Bisogna superare gli egoismi, vivere ogni momento con la stessa passione, far sentire alla persona che ci sta vicino tutto il bene che c'è.

La morale ci dovrebbe insegnare che essere egoisti è sbagliato. Eppure la società in cui viviamo fa dell’egoismo il perno fondamentale dell'economia. La verità è che, come ho affermato prima, egoisti lo siamo un po' tutti. Come già affermato, è nella natura dell'uomo pensare a se stesso. Solo che c'è chi lo fa meno, chi lo fa più frequentemente e chi lo fa sempre. E, inoltre, va detto che troppo spesso proprio quelli che accusano di egoismo gli altri, sono coloro che vorrebbero che noi fossimo e agissimo come fa più comodo a loro. L’idea secondo cui l’egoismo e l'amare eccessivamente sé  stessi limita la possibilità di amare gli altri non è nuova. Non essere egoista: è una delle frasi che ci accompagnano fin dall’infanzia. Chi non se lo è mai sentito dire? Ma cosa significa, in realtà, questa frase? Non essere egocentrico, sconsiderato, privo di interesse per gli altri perché tutto questo implica la volontà di fare ciò che si vuole, fregandosene di chiunque altro. Ma non significa anche "non amare te stesso", "non essere te stesso", ma semplicemente sottomettiti ad un qualcosa di più importante di te, il "dovere". E di questo ho già parlato. Eppure la società in cui viviamo ci impone la dottrina opposta: cerca di trovare il massimo profitto, agisci secondo quello che tu ritieni più remunerativo, perché ciò facendo agirai anche nell’interesse degli altri. Questo non è vero, naturalmente, perché se uno pensa solo a se stesso (lo dice la frase stessa) non può pensare anche e contemporaneamente agli altri Questo risultato contraddittorio è dovuto alla confusione in cui si trova l’umanità, divisa fra molte dottrine che convivono insieme oggigiorno e che sono una l’opposto dell’altra.

Se volessimo fare un ragionamento serio, e io vorrei farlo, dovremmo innanzitutto ricordare che ogni individuo è un essere unico, dotato di talenti propri e personalità proprie. Anche se a volte succede che un certo tipo di educazione, di società, di falsa moralità tendono a conformare il singolo essere umano con tutti gli altri, sopprimendone i talenti individuali. Questo mi sembra persino innaturale. E allora va detto che un po’ di sano egoismo va assolutamente mantenuto. Valorizzare le proprie  qualità, non è egoismo. Volersi distinguere dagli altri, non è egoismo. Desiderare di primeggiare in qualche disciplina non è egoismo. La persona realmente egoista è colei che non ha il minimo interesse nei confronti degli altri, che vuole tutto per sé, che trova più piacere nel ricevere che nel dare e vede sé stesso come centro di tutto. È una persona che giudica cose e persone solo in base all’utilità che hanno per lei; una persona che è fondamentalmente incapace di amare. Perché amare, come ho detto significa altruismo. Ma se tutto questo è vero va ribadito con forza che l’egoismo è fortemente negativo se, per soddisfare noi stessi, danneggiamo realmente qualcuno.

Voglio ripeterlo: non siamo egoisti se cerchiamo di volere bene a noi stessi, seguendo le nostre passioni, i nostri talenti, i nostri desideri, la via della nostra vita, indipendentemente da quello che pensano gli altri. Tutto questo non ci impedisce di amare e di essere generosi. E, parlando di amore, mi sembra ovvio che amare una persona, non significa rinunciare totalmente alle proprie aspirazioni, ai propri desideri, ai propri sogni. Significa semplicemente accettare anche le aspirazioni, i desideri e i sogni dell’altra persona. Insomma, le coppie si fanno in due. O non si fanno.

L’egoista non è necessariamente un cattivo. È uno che ha paura e cerca di reagire pensando in primo luogo a sé stesso. Si concede a tutti e a nessuno, perché pochi lo conoscono realmente. E, per lui, va bene così perché chi lo conosce sa anche come ferirlo. Non rinuncia a vivere con gli altri. Possiede un esasperato istinto della sopravvivenza. E allora sceglie il momento in cui vuole ritagliare fuori di sé il resto delle cose. È un individuo che sa bene quando può farcela a sopportare i colpi  della vita e,  questo in positivo e in negativo, quando essere cinico. L’egoista non ha a cuore il bene della “società umana”: ne usufruisce. Ma l’egoismo non paga mai. Nessun egoista vive bene in fondo. La generosità, invece, è estremamente generosa. Questa è una cosa che vi posso assicurare e che fa parte delle mie esperienze. E poi, chi è generoso si può permettere il lusso della verità. L’egoista, necessariamente, vive solo di bugie.

Ecco, miei giovani amici, sto semplicemente cercando di stabilire, insieme a voi, cosa dobbiamo aspettarci dalla maggioranza del genere umano. E questo discorso vale anche per altre cose come la viltà, la paura, l’odio e così via. Tutti, in minima parte soffrono di queste cose, ed è persino logico se ci riflettiamo bene. Se riconosciamo questi evidenti difetti umani, riconosciamo anche i limiti della nostra umanità e di quella degli altri. Questo ci permette non solo di comprendere ma anche di stare in guardia quanto è necessario. E, conoscendo questi difetti abituali, come crescere, migliorare, dare un senso reale alla nostra vita. Anche per non prendere troppe fregature.

Per comprendere meglio certi atteggiamenti e per valutarli, comunque, bisogna conoscere le situazioni in cui le persone si muovono. Ovvero gli ambienti sociali, le possibilità che questi possono offrire, le individualità che ne fanno parte, che ci vivono, che ci lavorano. E naturalmente bisogna ricordarsi sempre, e lo ripeterò fino alla nausea, che non siamo tutti uguali. Anche se, talvolta, possiamo essere abbastanza simili. Stesse abitudini, stessa civiltà, stessa religione, stessa cucina, stessa tradizione, possono renderci più simili. Mai uguali. E, ovviamente, ci sentiremo maggiormente diversi da coloro che hanno culture, tradizioni, religioni differenti. Possiamo avvicinarsi a quella parte di umanità che sentiamo più distante solo con la conoscenza. Imparando a conoscere la vita, le abitudini, i perché, il modo di pensare  di quella che consideriamo “altra gente”, ci aiuta a capirla. Non sto dicendo niente di eccezionale, lo so. Sto facendo un discorso semplice per evitare di accantonare considerazioni elementari che, comunque, è bene tenere presenti prima di affrontare discorsi più rilevanti. E so che questo è necessario. Solo conoscendo di più gli altri possiamo sperare di arrivare a un mondo meno litigioso. Non dico che dobbiamo diventare tutti fratelli, perché so che non è possibile. Sarei un ipocrita se dicessi questo. Ma se non proprio fratelli, si può diventare almeno cugini!

E poi, la conoscenza è cultura. Un uomo saggio diceva: La pace è nelle mani degli uomini. Ma degli uomini che conoscono le cose perché se non hai cultura non hai niente. La cultura, intendiamoci, non è solo quella che si apprende a scuola. Anzi. Forse, la vera cultura nasce dalla vita stessa, dalle tradizioni, dal ragionamento, dal confronto. A tutti piacerebbe arrivare a situazioni ideali, ma purtroppo irrealizzabili, in cui tutti sono buoni, si vogliono bene e perseguono una giustizia sociale astratta e livellatrice. Forse sarebbe bello, ma è assolutamente irrealizzabile. Anche perché e per fortuna siamo uomini e non formiche. E poi, detto tra di noi, sarebbe una rottura di scatole terribile. Immaginatevelo solo: dover fare tutti i giorni la stessa cosa, con le stesse persone, nella stessa maniera, senza un brivido di emozione o di sentimento. Le formiche lo fanno, noi no.

venerdì 8 marzo 2013

Un' Avventura lunga tutta la vita



di Leo Valeriano


Giorni fa, mi sono improvvisamente reso conto di avere superato i 75 anni! Ho scritto diverse canzoni, molti articoli, fatto radio, eppure ho dovuto convincermi che non avevo detto neppure la metà di quello che avevo da dire. Soprattutto, nel momento in cui un ragazzo mi ha fatto delle precise domande su ciò che pensavo sui valori della vita. E allora ho deciso che a lui, ma anche a tutti gli altri giovani che vorranno leggere queste righe, voglio regalare quello che resta dei miei pensieri. Ben sapendo che non si tratta di filosofia ma solo di sprazzi di riflessioni fatte lungo il corso di una vita movimentata, in cui sono riuscito ad essere sempre onesto con me stesso.

Mio giovane amico, in un tempo come questo in cui, dalla maggioranza delle persone sembrano essere  maggiormente graditi i beni materiali, io provo a lasciarti una parte delle mie esperienze. Forse non te ne fregherà niente e seguiterai a vivere una vita da pedina o, sempre forse, ti servirà per ragionare e prendere decisioni da uomini liberi. Dipende solo da te, dalla tua sensibilità e dalla tua intelligenza. Quella, io non posso trasmettertela. Comunque, ti racconterò di argomenti importanti come la solitudine, il coraggio, la timidezza, l’arroganza, la fedeltà, l’amore, l’amicizia e così via. Insomma, ti parlerò dei sentimenti umani, della loro importanza, di come affrontare le diverse situazioni che i sentimenti innescano. Sono discorsi fondamentali che possono apparire persino pesanti, da rottura di scatole insomma. Io tenterò di affrontarli in maniera semplice, senza pretendere di dire chissà che cosa. Come si fa spesso parlando tra amici. Quindi, non allarmarti. Ma, comunque, prova a leggere quanto ho scritto: ti servirà. Ed accennerò anche ad altri argomenti, a situazioni particolari, a quelli che sono i miei pensieri su cose che io ho ritenuto importanti nel corso di questa mia movimentata vita.


Quello che scrivo, avrebbe potuto trasmetterlo qualsiasi tizio della mia età. Qualcuno avrebbe potuto scrivere anche meglio e di più Ma visto che sono io  a scrivere, devi contentarti.

QUANDO VERRA’ LA NOTTE E ME NE ANDRO’ NON PORTERO’ MOLTO CON ME. FORSE NEL MIO TASCAPANE NON CI SARA’ NEMMENO UNA LIRA, MA CI SARANNO TUTTE LE COSE CHE HANNO CONTATO NELLA MIA VITA: UN GESTO, UN PENSIERO, UN SORRISO, QUALCHE PAROLA E UNA GRANDE SPERANZA CHE E’ VISSUTA CON ME. LO VEDI, SONO COSE LEGGERE, PER GLI ALTRI NON CONTANO NIENTE, MA SONO LE COSE CHE HANNO FATTO LA MIA IDENTITA’.  QUANDO VERRA’ LA NOTTE E ME NE ANDRO’ IO POTERO’ I MIEI SOGNI CON ME.

Nei nostri cuori, nel nostro animo,  esiste la concezione dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande, e questo anche se non ne siamo sempre completamente consapevoli. Di conseguenza, il nostro animo dovrebbe sempre essere aperto, in modo del tutto naturale, a dare ed a ricevere. Soprattutto per quanto riguarda la conoscenza, la comunicazione di esperienze, lo scambio di idee. Detto questo, va fatta una considerazione. Se ci pensate bene, non c’è nessuno che può rivelarvi nulla di fondamentale, per voi stessi, oltre a  quello che già si trova in stato di dormiveglia nella vostra coscienza. Spesso, qualcuno pretende di insegnarvi come dovrebbero essere i vostri comportamenti e lo fa avendo come metro, i suoi valori personali. Ma se questo può essere accettabile da un punto di vista etico e sociale (per esempio le leggi, i costumi, le regole stabilite dalla comunità) non lo è per quanto riguarda valori più personali dell’individuo come la sensibilità, l’intelligenza, il coraggio. Per quanto riguarda questi valori, nessun essere umano è uguale ad un altro e di conseguenza ciò che vale per una persona può non valere per un’altra. Eppure, nel nostro mondo, assistiamo ad una vera e propria gara per imporre le proprie idee agli altri.

L’oppressione che deriva dall’imporre le idee in maniera violenta, come fa una certa pubblicità (ma non solo), esercita un effetto addirittura deleterio nelle nostre coscienze. Certamente, c’è un abisso tra il voler imporre il proprio pensiero e l’insegnare. L’insegnamento è comunque e sempre positivo ma la sua capacità di coinvolgimento dipende dalla capacità dell’insegnante di non apparire arrogante, con il suo sapere. Se vuole ottenere effetti autentici, l’insegnante dovrebbe essere sempre disponibile e aperto nel confrontarsi con chiunque. L'insegnante che cammina fra i suoi discepoli, se è veramente conscio della sua funzione, non trasmette solo la sua sapienza, ma anche un sentimento di fraternità condivisa. Se è veramente saggio, non introdurrà chi lo ascolta direttamente nel terreno del suo sapere, spesso ostico per i più giovani, ma lo accompagnerà alla soglia della mente affinché sia l’allievo stesso a trovare la strada per l’apprendimento. Non vorrà essere lui, a trascinarci su una strada nuova ma gli basterà mostrare le diverse strade che, liberamente, ognuno di noi potrà seguire. Amici miei, guardatevi bene dall'uomo (o dalla donna) che proclama di essere lui stesso una fiaccola che vuole illuminare il cammino degli altri. E invece, ben venga l'essere umano che cerca il suo cammino insieme alla luce degli altri. È fondamentale il saper sempre rimettersi in gioco anche quando si è assolutamente convinti delle proprie ragioni. Quando si agisce con tale semplice e sincera naturalezza, tutto quello che abbiamo dentro inevitabilmente si riflette fuori. E gli altri, fosse solo per istinto, se ne accorgono. 

E, a proposito di istinto, dobbiamo avere presente che quello che noi chiamiamo istinto può essere uno strumento veramente formidabile. Ma come tutti gli strumenti, ovviamente, bisogna imparare ad usarlo. Se uno ha un trapano, non è che si mette a fare buchi dappertutto. Ci sono cose che non devono essere affatto bucate, ce ne sono altre che invece hanno bisogno di un forellino, e ce ne sono ancora altre che hanno bisogno di un bel buco. Così vale per tutto. L’istinto non può essere usato sempre alla stessa maniera. Ci sono volte che non bisogna dargli retta perché nasce da esperienze che non si adattano ai nuovi avvenimenti che stiamo vivendo. Ci sono altre volte che ci serve per riflettere meglio sulle situazioni che abbiamo davanti, e ci sono anche altre volte in cui dobbiamo veramente dare retta al nostro istinto. Come? Imparando a conoscere i momenti in cui possiamo farne uso. Molte soluzioni, quasi istantanee, vanno prese (appunto) d’istinto, senza ragionarci troppo, per non perdere l’istante favorevole. Quella istintiva è una forma di conoscenza troppo alta e troppo vasta per essere imprigionata nel momento presente e troppo profondamente immersa nella sfera spirituale per piegarsi a quella reale. Eppure, non è giusto applicare l’istinto alle cose immateriali come le idee, le religioni, la filosofia e così via. Infatti per istinto, in molti casi, siamo portati a ritenere assolutamente giuste le cose in cui crediamo. È logico. Ma stiamo parlando di un istinto basato soprattutto sulla nostra educazione. Ed è soprattutto in casi come questo che dovremmo trovare la forza di pensare: Quello che io credo è giusto. Ma esiste almeno una probabilità che anche quello che dice l’altra persona possa essere giusto. A quel punto, basta spostare l’angolo di osservazione, l’ottica con la quale si guardano certe cose e troveremo il modo di essere disponibili verso gli altri. Pronti ad accettare un confronto sereno e senza pregiudizi. Per farlo, è necessaria molta forza interiore. La strada, mi sembra chiaro, è sempre quella dell'abbandono dei nostri atteggiamenti egoistici, per aprirci alla comprensione del pensiero e degli atteggiamenti altrui. Questo non è affatto remissivismo, perché dobbiamo sempre essere pronti a difendere le nostre ragioni e le nostre idee, ma ci aiuta a vivere meglio e a definire più esattamente il senso della nostra vita. In questo senso, la partecipazione è importantissima. Ma torneremo parecchio sul concetto di partecipazione che è l’elemento base della convivenza in una comunità operativa. Per ora ci è sufficiente riconoscere quanto è valido l’imparare a considerare un po’ di più chi ci circonda, assumendo una visione più allargata del nostro esistere. Il senso della vita è nascosto in noi stessi, ma si riflette anche nella nostra comunità e quindi è legato alla comprensione, all’amicizia, alla disponibilità verso gli altri. Quando queste cose vengono a mancare per qualunque motivo, ecco che il mantello grigio dell’incomprensione e della falsità, ma anche della noia e dell’abbandono, torna ad avvolgerci. A quel punto non esistono soluzioni di lunga durata, ma solo piccole soddisfazioni materiali, che alla lunga deprimono solamente. 

Grandi uomini che hanno camminato su questo mondo ci hanno insegnato che solo una grande forza di volontà può riuscire a cambiare il destino degli uomini. Comunque, se talvolta ci sono riusciti (almeno in parte) questo è avvenuto attraverso la collaborazione di altri che si sono impegnati insieme con lui. Nessuno di noi può farlo da solo. In assenza di grandi personaggi, comunque, supplisce la comunità. La comunità può operare grandi cambiamenti, se è ben diretta. Qualsiasi cambiamento valido, quindi, potrà essere realizzato solo insieme gli altri. E a gradazioni diverse. Con alcune persone il dialogo potrà farsi più serrato, perché in esse potremo ritrovare una maggiore facilità di comprensione, certamente dovuta a tutti i motivi sopra accennati. Con altri potremo fare un discorso più sfumato e, forse, meno impegnativo. Tuttavia ugualmente costruttivo. 

Saremo noi stessi a insegnarci come, attraverso le esperienze che riusciremo ad acquisire.
Inevitabilmente, la conoscenza si trasforma in esperienza. L’esperienza crea quell’istinto di cui parlavo prima. Questo significa riconoscere quanto è importante conoscere le cose ed assimilare ogni conoscenza che riusciamo ad acquisire facendola diventare nostra. 

Oggi l’uomo si può permettere di leggere, imparare, conoscere, esplorare anche non muovendo un passo; ma ognuno di noi ha bisogno di confronti diretti, per progredire. Questo ci aiuta ad aumentare il nostro bagaglio di esperienze ed a vivere. È fondamentale imparare a parlare con altre persone che, magari, hanno interessi completamente diversi. E anche il rispetto per gli altri è fondamentale e va imparato. Innanzitutto dobbiamo comprendere che se gli altri appaiono, in qualche modo, complicati per noi; noi lo siamo per gli altri. Ecco, dovremmo adottare con gli altri lo stesso atteggiamento che noi vorremmo che fosse adottato con noi. Se pensiamo che chi ci sta di fronte fa qualche fatica a comprendere i nostri ragionamenti, ebbene, dobbiamo tentare di semplificarli. Se non facciamo così, possiamo ottenere solo due risultati. O la persona con la quale stiamo parlando si annoia, oppure non capisce per niente. In entrambi i casi, diventa inutile parlare. Se, invece, riusciamo a semplificare i nostri discorsi e a far comprendere quello che vogliamo affermare, facciamo un favore a chi ci ascolta, ma lo facciamo soprattutto a noi stessi. 

Tutto questo appare facile a dire ma, osservando quello che accade intorno a noi proprio in questi giorni, piuttosto difficile da mettere in pratica. Perché per agire così, è necessaria soprattutto molta buona fede. Non tutti ne fanno uso, anche se si tratta di Uomini tutt’altro che cretini. (?)

venerdì 22 febbraio 2013

Attilio Bonvicini: La Scelta - Ritratto di Attilio


Attilio Bonvicini
La Scelta

Ritratto di Attilio

Da «Lettera aperta al Principe Valerio Borghese»
del partigiano Piero Operti compresa nel volume «Lettere aperte»
edito da Giovanni Volpe Editore


«A Torino nel novembre '44 recandomi al Mauriziano a trovare un amico di recente operato conobbi un giovane ufficiale suo com­pagno di camera, ferito a una gamba, il tenente Affilio Bonvicini di Tremo. Con la mia vecchia pratica d'ospedale e di feriti, al primo sguardo notai che il suo braccio sinistro era affetto da paresi, con limitazione dei movimenti del polso e delle dita, e poiché si trat­tava d'una lesione da tempo consolidata, con quell'invalidità, che Io rendeva inabile al servizio militare, egli doveva esser tornato in guerra e in un secondo tempo aver riportato la nuova ferita, scheg­gia alla gamba destra, della quale era allora degente.

Questo fatto bastava a destare il mio interesse, ma il volto del giovane non era meno eloquente della sua storia riassunta dalle fe­rite, poiché egli aveva quella bellezza che la natura avara concede solo ai suoi privilegiati, come persuasa a un necessario compimento di perfezione, aggiungendola alla vaghezza austera che imprimono tra ciglio e ciglio l'intensità dell'anima e il rovello del pensiero. Affilati dalla lunga costrizione all'immobilità erano i lineamenti purissimi, e nelle orbite incavate i suoi occhi ad ora ad ora tra­sparenti o scuri avevano acquistato la paziente bontà che si affina tra capezzale e sala di chirurgia, mentre le brune palpebre conser­vavano il piglio soldatesco delle volontà rettilinee.
Poiché mi recavo al Mauriziano quasi ogni giorno e quando non vi erano altri visitatori la conversazione si svolgeva a tre, la nostra relazione ebbe tempo di farsi intima e seppi di lui ciò che fin dal principio avevo intuito. Aveva ventitré anni, era iscritto alla facoltà di magistero a Venezia e da quattro anni si trovava alle armi. Oltre alle ferite visibili, riportate la prima in Albania, la seconda in Italia, aveva, dall'Albania, una scheggia penetrata dalla clavicola nel peri­cardio, che lo classificava grande invalido.
L'immediato futuro escludeva in lui ogni pensiero del futuro lontano e i relativi problemi, ma io sentivo che un giorno il suo animo sarebbe conteso fra l'appello sociale d'una vita attiva e la vocazione agli studi metodici e alla conversazione coi Grandi che attraverso i secoli compirono il tentativo di umanizzare l'uomo.
Come per Mameli, Dandolo, Morosini e i loro compagni della difesa garibaldina di Roma, come per Borsi, Serra, Locchi nella prima guerra mondiale, nature votate alla poesia e capaci di tra­sferirla nella vita, le armi erano per Attilio il mezzo messogli nelle mani dall'ora del tempo per un'idea di giustizia che lo penetrava senza residui e che, finita la guerra, egli avrebbe servita in altri modi sino al suo ultimo respiro.
Intorno al suo letto trovavo spesso un gruppo di suoi compa­gni d'armi, tutti giovanissimi. fra i diciassette e i venti anni, ra­gazzi al loro primo servizio militare. Mi sembravano miei scolari del liceo, improvvisamente cresciuti in statura nella divisa di sol­dati, e mi sembrava strano di non doverli interrogare sulla lotta delle investiture o sulla prova ontologica di Sant'Anselmo, ma di interrogarli sui loro singoli drammi, che erano parte del dramma italiano. Qualcosa li accomunava che non era soltanto nell'età e nella personale educazione di cui nessuno d'essi era privo, un me­desimo lievito che insaporiva le loro anime e faceva limpido e fermo il loro sguardo, una stessa aura come di neofiti d'una religione appena rivelata. Giovinezza senza macchia e senza paura, floride spighe italiane cresciute per la falce della Storia.
In quei tempo esercitavo nella Resistenza funzioni di tramite fra alcuni reparti delle formazioni autonome e il CLN torinese, e avevo frequenti contatti col Presidente di questo, «Paolo», il pro­fessor Paolo Greco della nostra Università.
Quei volontari erano miei nemici: ragazzi della Decima Mas.
Non so quale innocente dolcezza si accompagnava alla loro vo­lontà di morire. Non desideravano se non il momento in cui il loro battaglione, il «Lupo», fosse rimandato in linea, per morire; e odia­vano il Comando tedesco che li aveva temporaneamente assegnati alle retrovie. Erano poco teneri anche verso il Governo di Salò, eclissato dal Comando tedesco. Nessuno di essi sperava più nella vittoria, ma questa evidenza aveva semplificato il loro problema. In una spaventosa selva di difficoltà ideologiche, morali e pratiche avevano scoperto la soluzione più semplice e sbrigativa, che li li­berava da ogni dubbio e da ogni quesito. Il cuore aveva preso il posto del cervello e gli prescriveva la propria legge.
Vi era una parola alla quale, udendola, o pronunziandola, un subitaneo irrigidimento passava in essi dall'anima al volto, come in un credente a cui si tocca il dogma supremo: l'onore. «Per l'o­nore». L’onore dell'Italia aveva subito una frattura che solo il san­gue avrebbe potuto cementare. Quell'onore era sentito come un impegno personale; esso esigeva una personale espiazione. Anche le parole «espiazione» e «redenzione» tornavano spesso sulle loro labbra.
Io volevo salvarli. Mi angosciava il pensiero della fine verso cui quelle fiorenti creature della mia terra precipitavano e che per molti di essi non sarebbe stata la vagheggiata morte in bellezza. E parlai loro con l'intento di staccarli dal loro reparto, di strapparli alla loro strenua follia. Non potevano negarmi il patriottismo, neppure quel particolare patriottismo a cui essi erano più sensibili e che si com­misura alle cicatrici. Volevo acquistare la loro fiducia e con cautela graduavo le mie parole. Mi ascoltavano in silenzio. Si risentivano scolari dinanzi al maestro esperto a cercar l'anima dei giovani, a suscitare nelle loro menti la soluzione delle difficoltà. Ma la posta in gioco era ben altra che la critica della ragion pura. Mi segui­vano, ma quando avvicinavo qualche punto della loro dogmatica avvertivo una rispettosa addolorata resistenza. Se un argomento li rendeva perplessi si volgevano al comandante del loro plotone. Attilio, e una sua parola bastava a distruggere la mia opera paziente.
Allora ripiegavo per non compromettere la battaglia. determinato a riprendere domani le operazioni d'approccio.
Con essi volevo salvare Attilio. Volevo salvarlo per l'Italia che non abbonda di anime religiose capaci di liberamente prescriversi una disciplina severa come la regola monastica e ferma come la regola militare; egli apparteneva alla razza trentina dei Bronzetti e dei Battisti; riconoscevo in lui una di quelle coscienze cristalline che non concedono nulla alle circostanze e cercano nell'interiorità più profonda i motivi dei propri atti, uno di quei rari spiriti chia­mati da Cristo il sale della terra. Il primo conflitto mondiale mi aveva insegnato che le convulsioni di ogni dopoguerra. simili ai movimenti incomposti d'un organismo leso nei centri nervosi, di­pendono in misura notevole dalla terribile selezione delle batta­glie, dalla falcidia di valori spirituali che un popolo subisce con la scomparsa della sua migliore giovinezza.
Un pomeriggio in cui il gruppo era completo mi intrattenni più a lungo con i miei giovani amici. Bisognava prima di tutto che io riuscissi ad eliminare ogni sospetto di pusillanimità dal gesto che chiedevo loro. Le bianche pareti della stanza, la nebbia che premeva alle finestre ci isolavano dal mondo. Lo Strazio della Patria, presente nelle carni di Attilio, riempiva i nostri cuori. E l'anima della Patria aleggiava su noi, fatta sensibile dal nostro dolore, ol­tre la tragica antitesi che impersonavamo. oltre le due immagini che di lei ci venivano offerte, entrambe stravolte e irriconoscibili.
Sentivamo tutti di trovarci a un'ora decisiva della nostra vita e nessun pensiero della nostra sorte particolare sussisteva. come negli attimi supremi che tutti avevamo sperimentato, quando ammas­sati nella trincea si abbassa il sottogola c si toglie la sicurezza alle armi nell'imminenza del segnale.
La mia parola aveva finalmente presa su quei fanciulli, incri­nava la loro certezza, schiudeva ai loro occhi orizzonti più vasti. Traendola da tutto il suo passato prospettai loro la visione dell'Italia nella concretezza delle sue zolle ubertose e delle sue morbide ma­rine, delle tombe auguste e delle culle respiranti, e quell'immagine proiettai verso il futuro. patrimonio d'ineguagliata nobiltà che l’aterna vicenda delle umane sorti non poteva né distruggere né me­nomare, e per il quale occorreva a noi l'ardente coraggio di vivere. Fiducioso nel mio successo vibrai l'ultimo colpo conchiudendo: «Per uno Stato viene il momento in cui non esiste altro onore che non sia l'intelligente difesa dei propri interessi».
Con volti smarriti i ragazzi si volsero al loro comandante. Attilio aveva ascoltato senza interrompere, sollevato nel letto. con la mano sinistra sul petto, la nuca appoggiata ai guanciali e gli occhi chiusi. Il suo profilo pareva ricavato in un blocco di alabastro, la sua fronte splendeva come neve.
«Lo Stato, quando c'è - egli disse lentamente senza aprire gli occhi - faccia quello che deve e può; ma per i singoli, onore è sot­trarre la propria condotta alla gravitazione dei fatti. Come la fede religiosa, è una realtà solo per chi lo sente: noi lo sentiamo e ad esso abbiamo consacrato la nostra vita».
I ragazzi ripresero il fiato e il colore. Nel silenzio che seguì la mia sofferenza si acuì in spasimo. Dopo una breve pausa aggiunse: «Il nostro sacrificio è necessario per riscattare colpe che furono com­messe. Cosi vuole la Storia, e la parola redenzione non ha altro significato».
Egli non sapeva di pronunziare, dopo cento anni, le parole di Attilio Bandiera alla vigilia della fucilazione.
Alcuni giorni dopo Attilio venne a salutarmi. Le sue ferite erano da poco rimarginate e si reggeva appena. Sotto la mantellina aveva la mano sinistra infilata nella giubba. Partiva l'indomani col suo battaglione per raggiungere il fronte della Romagna. Sapevamo entrambi che non ci saremmo più riveduti. Lo abbracciai e la parte di me più giovane e viva Io invidiava ardentemente.
Egli fu ferito in uno degli ultimi fatti d’armi sul Senio, quando gli Angloamericani compirono la definitiva avanzata. Passò attra­verso vari ospedali e da ultimo in quello di Merano. Chi è stato ferito grave sa che esiste un momento nel quale il vivere o il mo­rire dipende da un atto di volontà. Attilio volle morire. Egli si spense dopo una lunga agonia il 20 luglio».
PIERO OPERTI