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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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martedì 12 marzo 2013

La lunga marcia del ’68 – da Valle Giulia a piazza San Giovanni


di Mario M. Merlino


Drieu la Rochelleinvitava l’intellettuale a collocarsi là dove non vi è arrivato ancora nessuno. Una sorta di apripista in un territorio infido sconosciuto predisposto ad ogni insidia. Come nei romanzi di Emilio Salgari dove il battitore che stana la tigre è, sovente, il primo ad esserne sbranato. E, ma credo che si sia già usata questa similitudine, il rimando doveroso è al funambolo dello Zarathustra. Non solo, del resto, ciò impegna colui che va, attraverso la parola, a costruire nuovi scenari. Il passaggio da ciò che è noto a ciò che è ignoto può aprirsi al rischio dell’abisso o, per dirla con i miei ‘amici’ filosofi, trovarsi davanti il nulla invece dell’essere. Martin Heidegger intitola Sentieri interrotti una raccolta di saggi, Holzwege (‘Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco ci sono sentieri che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto’, come lo stesso filosofo ci spiega). E siamo, allora, costretti a deviare il percorso per raggiungere la radura o uscire dal bosco stesso se non vogliamo perderci in esso.


Era mia intenzione prendere le mosse dall’affermazione di Drieu  per introdurre quanto, suppongo, andrò a illustrare al convegno dal titolo ‘La lunga marcia del ’68 – da Valle Giulia a piazza San Giovanni’ dove, invitato a tenere una relazione, l’ho intitolata ‘Anarcofascismo nella cultura di destra’ (e i francesi, quali Drieu la Rochelle e Robert Brasillach e Louis Ferdinand Céline ci sguazzano comodamente, e non solo loro anche se non a tutti si può applicare la definizione a me cara). Forse ai lettori di Ereticamente potrebbe interessare di più rispetto alle divagazioni che, al contrario, mi accingo a scrivere. Appunto deviato nell’errare di qua e di là (sempre Heidegger: ‘Wer gross denkt muss gross irren’. E, va da sé, questo mi consola giustifica gratifica)…

Una domenica d’inverno – il termometro è sceso abbondantemente sotto zero – prendo il tram fino al capolinea, all’estrema periferia. Da qui parte una strada asfaltata che, con ampie curve, sale in cima al monte Taunus. In effetti si tratta di un rilievo montuoso, il Grosser Feldberg non raggiunge i 900 metri, che si estende ad est del Reno e raggiunge il basso corso del Meno. In automobile è una passeggiata e, nel piazzale in alto, vi è una Gaststaette in legno, modello baita alpina, con la birra di Francoforte, la Binding, panini imbottiti di wuerstel caldi caffè con tanta panna e fette di torta alla crema di burro. Vi sono anche diversi sentieri nel bosco, contrassegnati da cerchi o quadrati bianchi e rossi su pietre e tronchi. E’ mattina presto, umida e nebbiosa. Gli scarponi affondano nel terreno reso scivoloso dalla pioggia, da strati di foglie marce. Qua e là macchie di neve. C’è una atmosfera da fiaba, di gnomi nascosti in qualche anfratto e di elfi addormentati in attesa di ridestarsi con la natura in primavera. Ritrovo il gusto del camminare, della solitudine, della montagna. Fa parte della mia pelle. L’animo si spaura e, al contempo, respira la presenza del mistero nel silenzio, rotto solo dal vento sibilante tra i rami. Non dico di Dio che, come avvertiva Drieu la Rochelle, rimanda a figure antropomorfe, a debolezze e bisogni umani troppo fragili e precari. Ci si sente svincolati da ogni forma di razionalità da ogni elaborata riflessione, in uno stato di identificazione elementare e immediata con le cose, manifestazione di energia e musica e colori di una Totalità (o Nientità che sia) ben oltre ogni sforzo di trovarle un nome.

Ho sfogliato di recente Tibet ignoto di Giuseppe Tucci fra i più illustri e stimati conoscitori della cultura indiana e, nello specifico, di quella tibetana. Giovanni Gentile lo volle alla guida del costituitosi Istituto di studi del medio ed estremo oriente. Trovo scritto: ‘L’uomo… è soprattutto l’immenso tumulto dell’irrazionale da cui salgono improvvise le fantasie e le immaginazioni, dove egli ritrova se stesso e abbraccia l’infinito…’ (Poco più che adolescente accompagnai, in un pomeriggio di tarda primavera, mia zia Ada al Colle Oppio, che voleva presentarmi un anziano professore, secondo lei un po’ strampalato con tutte le storie che raccontava di viaggi in Oriente. Era appunto Giuseppe Tucci che portava a spasso una coppia di aristocratici levrieri afghani. Un giorno volle mostrarci la sua abitazione all’interno di palazzo Brancaccio, sede dell’ISMEO e del relativo museo. Una sorta di museo, essa stessa, con oggetti sparsi, frutto dei suoi innumerevoli viaggi in Tibet negli anni Trenta. Allora poco ne capivo e poco erano capaci di destare la mia curiosità. Gli occhi, però, hanno la straordinaria capacità di raccogliere e proteggere, attraverso oscure e insondabili vie, i tesori per il tempo a venire…).

Comincio a salire, un’ora, forse due, il fiato si addensa in piccole forme grigie e disperse nell’aria, le gambe si fanno pesanti, mi perdo fra alberi rugosi e cespugli invadenti. Anche la vista si appanna con gli occhiali che trasudano umidità. Ho voglia di darmi dello ‘stronzo’, brutto segno, sto forse andando in paranoia? Mi fermo, regolo il respiro, ritrovo il giusto equilibrio… Mi trovo a fianco un vecchio signore dal cappello a visiera, feldgrau. Comparso all’improvviso, silenzioso, ad ispirare immediato calore, fiducia. Egli conosce con passo sicuro il percorso, m’accompagna fino al limitare del bosco. Mi giro per ringraziarlo. Se n’è andato svanito nel gioco delle ombre, nel grigiore di una domenica d’inverno. Dopo una sosta, un panino, ridiscendo costeggiando, questa volta, la strada.

domenica 24 febbraio 2013

Ancora su...bastoni e barricate


di Mario M. Merlino


Ricordo bene. Ritrovo un articolo di Pierre Drieu la Rochelle del 3 marzo 1939, pubblicato su Je suis partout (la rivista più radicale del fascismo francese e di cui Robert Brasillach fu capo redattore durante gli anni della collaborazione). Titolo: Ancora e sempre Nietzsche. Cercavo un episodio di quando era in guerra, dove racconta d’aver messo nello zaino da fante, una sorta di viatico, la copia del Così parlò Zarathustra, dono di sua madre. Scrive: ‘Nella battaglia di Charleroi, fui ferito e dovetti liberarmi dell’equipaggiamento. (In effetti, dopo un momento esaltante ed eroico in cui aveva guidato alla carica gli altri fanti del suo plotone, sotto le raffiche delle mitragliatrici e della fucileria nemica, la paura era subentrata e con lei la fuga). Fu così che il mio Zarathustra rimase con lo zaino, come un trofeo, sul sentiero di un boschetto a qualche chilometro dalla frontiera belga. Fu bruciato o raccolto da qualcuno? Immagino uno studente tedesco in uniforme fare quella piccola scoperta e scuotere il capo. Decifra qualche nota a margine e si ritrova mio fratello di spirito e tutto sommato anche di sangue’.


Nel 1963, avevo diciannove anni, quando esce in edizione italiana La Commedia di Charleroi, ‘il capolavoro narrativo dello scrittore proibito’, come recitava la fascetta gialla sulla copertina, e la vicenda di cui sopra vi è raccontata con quella capacità di denudarsi interiormente, folle e disperato, che tanto affascina il lettore attento e coinvolto di Drieu. Credo che vi siano state ristampe presso altre case editrici in tempi più prossimi. Su uno scaffale vi sono tutte le opere degli scrittori francesi che scelsero, a vario titolo, l’ardua e odiata via della collaborazione con il tedesco, nel giugno del ’40, vincitore. Altri partirono, nel 1941 e successivamente, per il fronte dell’Est fino ad essere gli estremi difensori dell’Europa fra le macerie di Berlino. Là dove, per dirla con Adriano Romualdi, si consumò la ‘finis Europae’ e che Saint-Paulien ha descritto magistralmente ne I leoni morti… (Il libro che portai con me a Berlino per cercare, al di là del muro, le tracce e i luoghi di quell’epopea; libro che avevo prestato e che avrei voluto recuperare il pomeriggio di quel 12 dicembre mentre rientravo a casa… ma questa è altra storia, ormai inessenziale).

Scrivo questo articolo (?) domenica mattina prima che sia dato il via al gioco delle schede di color rosa e quelle gialle e, qui nel Lazio, tanto per non farci mancare nulla, anche verdi. Alla fiera delle vanità… Sarà pubblicato, suppongo, quando dalle televisioni dalla radio carta stampata manifesti e commenti al bar sull’autobus nelle metropolitane al mercato vincitori (?) e vinti (?) plaudiranno o si stracceranno le vesti, tutti politologi tutti ansimanti in schizzi di libidine del politicamente corretto (forse più scorretto vista la magra figura da statisti della classe dirigente dei partiti dei sindacati di associazioni e la voracità dell’abbuffata). Così, non possedendo la palla di vetro o non avendo ereditato la bacchetta magica del mio antenato, mi asterrò da previsioni anche perché – non si sappia in giro – sono stato fin da studente un pessimo conoscitore di numeri cifre grafici ecc.. Però vorrei dire qualcosa, garbatamente, su quelle che sono le mie segrete aspirazioni non del futuro, che è troppo alla mia età, ma di un tempo il più prossimo possibile…

A Valle Giulia tentammo l’impossibile (?), creare un fronte generazionale contro i signori e i loro guardiani a difesa dell’esistente. Ci trovammo contro il mondo adulto, espresso dalle istituzioni e dai partiti di riferimento destra e sinistra. Ne pagammo il prezzo e, nostro malgrado, lasciammo una eredità di lotte odio e sangue sbarre e chiavistelli. Se alcuni di noi sono ancora qui, forse ridicoli e anacronistici, è perché vogliamo essere coerenti con la nostra giovinezza e responsabili delle scelte e delle conseguenze di quelle scelte. E, se qualcuno in un delirio di onnipotenza, pur rappresentando di certo tanta novità e alternativa, ci considera dei superati falliti perdenti, ciò non ci turba né scuote il nostro cuore avventuroso e la mente inquieta… Bastonate e barricate, figlie del kaos, per veder nascere stelle danzanti in un cielo che, parafrasando il vecchio Mao, assiste dall’alto e da lunga data a ‘molta confusione’. In nome di un popolo e non di una plebe servile e accattona, bastonate e non  manganelli molotov e non lacrimogeni barricate e non blindati. Metaforicamente, va da sé, che poco ci vediamo e poco sentiamo e con la dentiera non si morde e il fiato s’è reso corto e la prostata s’è ingrossata… metaforicamente, forse…

Che c’entra, allora, il ricordo di Drieu, lo zaino con lo Zarathustra, un giovane studente in uniforme feldgrau? Già sul fronte della Grande Guerra, poi nella Parigi della notte del 6 febbraio 1934, nella Francia sconfitta con l’illusione di passare dalla collaborazione ad una solida alleanza per un nuovo ordine europeo, sporcandosi i piedi mai le mani, andare là dove nessuno ha ancora osato. Così i Drieu la Rochelle i Robert Brasillach i Rebatet i Céline e i volontari sul fronte dell’Est. Letteratura? Storia? Romanticismo fascista? Atmosfere in nero? Beh, per alcuni di noi qualcosa in più… ‘noi siamo uomini d’oggi – noi siamo soli – non abbiamo più dei – non abbiamo più idee – non crediamo né a Gesù Cristo né a Marx – bisogna che immediatamente – subito – in questo stesso attimo – costruiamo la torre della nostra – disperazione e del nostro orgoglio – con il sudore ed il sangue – di tutte le classi…’. E, poi, avere finalmente l’estrema verifica di chi è contro e di chi non lo è, di chi sta sulle barricate e di chi si rifugia nell’ovattato e protetto mondo borghese…

lunedì 4 febbraio 2013

Bastoni e barricate

di Mario M. Merlino


Pochi mesi addietro mi trovavo a cena d’amici con altri ospiti. Fra costoro un giornalista de Il Sole 24 Ore di cui non rammemoro il cognome, sebbene sia considerato un analista di valore. Inevitabile che il conversare abbia seguito la piega verso l’attuale crisi economica e finanziaria di carattere mondiale. Qualcuno, memore di letture scolastiche marxiane e forse nostalgico della propria giovinezza trascorsa negli anni della contestazione, faceva riferimento alle ricorrenti cicliche crisi del sistema capitalista. Altri al ‘giovedì nero’ del 1929 quando dagli Stati Uniti si sparse a macchia d’olio una crisi che alimentò, secondo alcuni storici, l’affermarsi del totalitarismo e la convinzione che fosse suonata la campana a morte del capitalismo. La convinzione sempre più diffusasi - e mi tornavano a mente le considerazioni dell’amico Giano Accame - come le ‘demoplutocrazie’ fossero rappresentate da governi imbelli e asserviti alle lobbyes ebraiche (perché oggi, no?) e ormai composte da una popolazione svirilizzata e senile. Errore fatale perché nell’eterna guerra del sangue contro l’oro quest’ultimo è pronto a tutto pur di salvare se stesso, riaffermare il proprio predominio e potenziarsi. Fu il presidente USA Roosevelt ad incaricare i suoi consiglieri, che portavano il cognome di Rothschild e Morgenthau, di verificare quanta pericolosità vi fosse nell’espansione del fascismo in Europa. La risposta fu che, se entro dieci anni non si fosse posto rimedio, l’America sarebbe stata estromessa dal Vecchio Continente. Il rimedio: dal 1938 una ‘sana’ politica di riarmo, poi con il Lend-Lease Act rifornimenti bellici all’Inghilterra e successivamente all’Urss, volgendo contemporaneamente la sua attenzione verso il Pacifico e il Giappone…

Non mi andava di fare ‘il grillo parlante’, anche perché la cucina della padrona di casa meritava una attenta rispettosa meticolosa cura (spaghetti all’’n’duja polpette di carne e di melanzane contorno di cipolle funghi peperoni gratinati soppressata e silano, insomma una cena leggera della tradizione calabrese…). Così, dando soddisfazione al giornalista che avvertiva, un po’ tronfio di sé, d’essere il ‘piatto forte’, gli ho chiesto – con la modestia il tono sommesso quasi timidamente com’è nella natura del mio animo schivo (!?) – quando e in che termini prevedevano gli economisti, in Italia e all’estero, il superamento, l’uscita dalla crisi.

‘Non ci preoccupiamo troppo perché prevediamo che, entro tre o quattro anni, ci sarà una guerra…’. Pausa d’effetto, modulazione della voce, sguardo profetico di chi vede cose non percepibili da noi comuni mortali, immersi nella mota dell’ignoranza. ‘Non una guerra convenzionale, carri armati e cannoni. Una guerra di bastoni e barricate…’.

Rodolfo, nel proporre i temi cari ad Adriano Romualdi – e, in particolare, l’opera postuma, riedita in questi giorni, Il Fascismo come fenomeno europeo -, ricordava come egli si fosse inserito nel dibattito storiografico, tra Renzo de Felice e richiami al pensiero di Evola, perché convinto che bisognasse portare un contributo scientifico allo studio appunto del fenomeno fascista per evitare che la memorialistica il reducismo la nostalgia finissero per prevalere e ingabbiare ogni proposta di lettura e rilettura alternativa. Ne abbiamo parlato sabato pomeriggio presso l’a.c. Raido che si propone sempre con incontri stimolanti e,in un certo senso, ‘trasgressivi’. Duole, quando si rammenta un amico scomparso e figura sicuramente di riferimento e di crescita, dover dissentire. Io credo, però, ad esempio con Mishima, che le emozioni precedano il ragionamento e che, con Drieu la Rochelle, il ruolo dell’intellettuale sia di collocarsi là dove altri non sono ancora arrivati, magari sporcandosi i piedi e cercando di evitare di sporcarsi le mani… Fu sulle scalinate di piazza di Spagna che si consumò, anche in modo plastico, la frattura, 1 marzo 1968, e poche ore dopo fummo avanguardia di lotta, bastoni e molotov, a Valle Giulia. Alla ricerca di… ‘tu chiamale se vuoi emozioni’, cantava Lucio Battisti.

Qualcuno propone, dopo l’ubriacatura elettorale di prefissi telefonici invidie ripicche distinguo personalismi steccati, di sedersi finalmente intorno ad un tavolo e, guardandosi negli occhi, cercare nel confronto l’unità d’intenti che tutti auspicano ma che, in fondo, nessuno intende realizzare. I corvi preferiscono pavoneggiarsi con le penne del pavone piuttosto che riconoscere nel volo delle aquile la grandezza di tutti e per tutti… Io stimo, provo affetto, per chi vorrebbe il superamento delle divisioni, soprattutto, in nome di quel ‘realismo eroico’ al quale abbiamo attinto gli ideali e i sogni della nostra giovinezza. Stima affetto rispetto ma non condivisione…

Una dotta conferenza, con relative pubblicazioni, appaga i relatori, soloni del sapere che, con garbo e in punta di penna, credono di cambiare il mondo… Misurare la consistenza del proprio gruppo, magari strappando ad altri qualche brandello di presenze, appaga la vanità del proprio carisma(?) e della sigla e simbolo d’appartenenza. E, poi? In precedenti occasioni –  anche qui su Ereticamente, del resto – abbiamo ricordato l’affermazione del Capitano, Corneliu Zelea Codreanu, ‘la quantità di sofferenza ed amore’. In uno dei primi interventi, divenuto Presidente del Consiglio, Mussolini affermò che si sarebbe battuto perché sulla tavola d’ogni italiano non mancasse il pane. Lo spirito trova se stesso e la misura del proprio valore attraverso l’amore, che è rendere le idee azioni e far sì che queste azioni siano là dove un popolo chiama, magari appunto perché non ha pane sulla tavola. ‘Bastoni e barricate’, con tutti i rischi d’essere dispersi nella marea montante dell’inquietudine della rivolta oppure inesorabilmente trovarsi dalla parte di ‘banche e manganelli’ in sicura e pessima compagnia. E, qui, più che un bagaglio ideologicamente compiuto ognuno di noi dovrà scegliere e mettersi in gioco attraverso le personali emozioni, il proprio buon gusto.

martedì 24 luglio 2012

L’anarcofascismo tanto caro ai francesi e non solo… (quarta parte)


 di Mario M. Merlino


Vicolo della Campanella, a ridosso di via dei Coronari, la strada di Roma degli antiquari, fra piazza Navona e il lungotevere. Un portoncino reso nuovo da una pennellata di vernice, le scale ripide a chiocciola e un ampio, unico stanzone con il palco in legno e il pianoforte a parete, il bancone del bar, tavolini e scomode poltroncine. Odore di sugo all’arrabbiata, specialità della casa a mezzanotte. E’ l’anno 1965, il luogo il Bagaglino, il cabaret pronto a divenire famoso, ideato e realizzato da un gruppo di amici autodefinitisi ‘anarchici di destra’. Fra tutti spicca Mario Castellacci con i baffi spioventi e il cranio lucido sotto i riflettori. E’ stato nella Repubblica Sociale, alla scuola di Orvieto per ufficiali della G.N.R.. Una sera, tornando in caserma con in corpo più di un bicchiere di buon vino, ha composto ‘le donne non ci vogliono più bene’. Definita da Giorgio Bocca la più bella canzone della guerra civile. Una canzone ‘strafottente’, che poi è il suo titolo originario. Ne ho scritto in Atmosfere in nero (mi faccio pubblicità,un libro di cinque racconti ove sperimento la narrativa innestando storie raccolte dalla viva voce della testimonianza diretta), ricordando come vi conobbi Mila Bernardini di Gubbio, il padre fucilato a Lecco dai partigiani che volle divenire moglie di Emilio, milite del btg. Leonessa, che aveva assistito alla sua morte.


Molti anni dopo, mi sembra nel 1995, Mario Castellacci venne al liceo dove tenevo un corso, ‘l’un contro l’altro armati’, che mi consentiva di far parlare, forse per la prima volta, dei combattenti ‘repubblichini’ in una scuola della repubblica. Si presentò con un gran barbone sale e pepe, la camicia a quadrettoni bianchi e rossi modello tovaglia da cucina. Si accattivò subito la simpatia degli studenti con: ‘Fatemi delle domande cattive se no non mi diverto…’. E volle invitarmi al salone Margherita alla presentazione del suo libro La memoria bruciata. Parlando dell’8 settembre, ‘su tutte le cose aleggia il colore grigio della vergogna’, che mi ricorda quanto scrive Mishima ne La voce degli spiriti eroici: ‘Il governo dell’Imperatore fu tinto da rosso sangue fino al termine della guerra; successivamente iniziò l’epoca del grigio cenere’…

Nel 1968 esce una raccolta di articoli, più esattamente brevi ed incisivi saggi, di Julius Evola dal titolo L’Arco e la Clava. Dovrei raccontare del mio incontro, tragicomico, con Evola – l’ho già fatto in Ritratti in piedi, in verità -: dell’importanza di Cavalcare la tigre nel contesto di quanto vado scrivendo; del poeta tedesco Gottfried Benn di cui si riporta a conclusione un breve saggio del 1935 in occasione della edizione tedesca di Rivolta contro il mondo moderno… dovrei, ma – ahi, povera Ereticamente! - finirebbe per divenire una sorta di cassonetto differenziato (guarda caso, termine caro ad Evola) dove gettare l’irrefrenabile bla-bla-bla di un Io preda della vanità, atto a trasformare, oltre e comunque, il tutto in un feuilleton fine ‘800… Nel libro c’è un saggio dal titolo La gioventù, i beats e gli anarchici di destra. Non entrerò nel merito, ma mi sembrava indicativo farne cenno. Dimostrazione che vi fu e c’è una cultura, composita e complessa, a cui l’ignavia la malafede l’arroganza hanno tentato di soffocarne la voce ed, oggi, si cerca di estraniarla dal contesto di accadimenti uomini e battaglie di cui fu espressione.

Nella libreria City Lights Bookstore di San Francisco di Lawrence Ferlinghetti, il poeta-editore della beat generation, spicca alla parete una fotografia di Pound giovane con dedica. Ne I Vagabondi del Dharma, che io preferisco al più conosciuto On the Road, Kerouac introduce questo breve dialogo: ‘Alvah: che sono tutti questi libri? Ehm, Pound, ti piace Pound? – Japhy: se si eccettua il fatto che quella vecchia faccia di stronzo ha storpiato il nome di Li Po chiamandolo con il suo nome giapponese e altre simili enormi fesserie, era un buon diavolo, anzi è il mio poeta preferito. – Ray: Pound? Chi è che vuol fare di quel matto presuntuoso il suo poeta preferito?’. E le citazioni potrebbero continuare, accompagnate, che è ben più essenziale, dalle immagini mediate, i concetti raccolti, le proposte implicite… Ed anche qui dovrei aprire uno spazio sulle posizioni, del resto ampiamente note, poetiche ed anti-usurocratiche dell’opera di Ezra Pound ( ulteriore pubblicità, rimando a Inquieto Novecento, scritto con l’amico Rodolfo Sideri).

Ora l’influenza che Evola ha esercitato in più generazioni dal dopo-guerra in poi non può essere denegata, anche se nei primi giorni del ’68 molti di noi fecero una scelta di partecipazione che egli ci contestò. Ricordo il 1 marzo del ’68, scalinata di piazza di Spagna, prima di muoverci in corteo – rossi e neri – per scontrarci con la celere a Valle Giulia. Fino all’ultimo Adriano Romualdi, a cui unico Evola dava del ‘tu’, cercò di dissuaderci, temendo la deriva ‘plebea’ della contestazione.  Si potrebbe affermare che le due voci di una rivolta annunciata, Herbert Marcuse e appunto Julius Evola, furono due profeti inascoltati. Inascoltati, ma pur sempre fondamentali…

Bene. Che mi si crocefigga e mi si dia dello spergiuro. Parlare di Céline, però, implica uno spazio che allungherebbe a dismisura questo intervento. Mi ospitate per una quinta volta? Confidenza… dell’autore del Voyage ho già a mente qualcosa di diverso da proporre… sono certo(!?) che non vi deluderò. A prestissimo!