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giovedì 11 aprile 2013

Tra islam e Occidente



di Fabio Calabrese



L'ultima, soltanto l'ultima trovata in ordine di tempo del fondamentalismo islamico: adesso se la prendono con la LEGO, la famosa azienda dei mattoncini giocattolo. L'ultimo prodotto della LEGO ispirato alla serie di Guerre Stellari, “il palazzo di Jabba” presenterebbe secondo alcuni una vaghissima somiglianza con la moschea di Santa Sofia a Istanbul (Jabba è un personaggio negativo della serie), e le indignate proteste dei mussulmani hanno costretto la LEGO a ritirare il prodotto “offensivo per l'islam” dal commercio.

Siamo, lo si vede bene, alla pura follia. A prescindere dal fatto che Santa Sofia non può in nessun modo essere considerata un prodotto dell’arte islamica – l’edificio di culto è nato come chiesa cristiana quando Istanbul era ancora Costantinopoli prima dell’invasione ottomana, era anzi la principale chiesa della capitale bizantina – qui veramente si vede che gli estremisti islamici (e, ricordiamolo, non esiste un islam moderato), si attaccano al nulla, danno corpo alle ombre per esigere quel rispetto che, da parte loro, non sono disposti a concedere a nessun altro.


Se è possibile fare un paragone fra le culture e la personalità dei singoli, il modo di agire e di pensare degli islamici ricorda fortemente quegli individui – e quanti ne ha conosciuti ciascuno di noi! – che tanto meno valgono intrinsecamente, tanto più sono permalosi, rancorosi e portati a darsi delle arie, perché – diciamolo – l'aspetto teologico dell'islam, del cristianesimo, di quello che volete, è irrilevante di fronte al fatto che l'islam è la bandiera religiosa di genti allogene, non-europee, culturalmente deprivate, estranee al nostro modo di essere, che l'immigrazione ci porta in casa, e che non aspettano nemmeno di essere diventati una minoranza consistente (in qualche disgraziata nazione europea come la Svezia e l'Olanda peraltro lo sono già) per imporci con l'arroganza, approfittando della nostra cedevolezza, il loro fanatismo ignorante.

Oggi sono riusciti a vietare il palazzo di Jabba, domani il consumo di carne suina e di alcolici e lo studio delle scienze naturali là dove non concordano col testo coranico, poi imporranno il velo alle donne, la preghiera tre volte al giorno col sedere in aria e la distruzione del nostro patrimonio artistico in nome del divieto islamico delle immagini. Credete che si tratterrebbero dal far fare alle sculture di Michelangelo o a quelle del Canova la stessa fine dei buddha di Bamjan che i talebani hanno distrutto a cannonate?

L'Europa, non scordiamocelo mai, ha definito la sua identità attraverso la lotta per resistere all'islam: Poitiers, Kossovo Polje, Lepanto. Oggi capita spesso di sentire, soprattutto da sinistra, piagnistei sulle crociate e su quanto sarebbero stati cattivi i nostri antenati crociati e colonialisti. Al fondo di questi piagnistei c'è uno spirito anti-europeo, il “cupio dissolvi” tipico della sinistra e in perfetta armonia con gli interessi del grande capitale finanziario internazionale che oggi favorisce e PROVOCA i flussi migratori planetari per arrivare a un'umanità interamente meticcia dove non vi siano popoli, tradizioni, culture, nulla che possa opporsi al “mercato globale”.

In realtà, un minimo di conoscenza storica dovrebbe essere sufficiente per capire che le crociate non sono state altro che una momentanea controffensiva rispetto alle aggressioni che gli Islamici hanno continuamente lanciato contro l'Europa lungo l'arco di un millennio, dai tempi di Carlo Martello all'invasione ottomana dei Balcani fermata sotto le mura di Vienna. Di questa lunghissima scia di devastazioni, saccheggi, violenze, incursioni che ha rischiato più volte di sommergere e stritolare il nostro continente, i “compagni” piagnucolosi e masochisti non fanno nessunissimo conto. 

Oggi alcuni popoli islamici (non certo tutti, e nemmeno la maggioranza) sono in prima linea nella lotta contro il potere mondialista nella specie americano-sionista: gli Arabi palestinesi a cui l'entità sionista nega né più né meno che il diritto di esistere, e l'Iran, questa nazione indoeuropea di antichissima civiltà che ha subito la disgrazia dell'islamizzazione. La nostra solidarietà nei loro confronti è ovvia e fuori discussione, ma essa richiede di aprire all'Islam? Siamo solidali anche con il Venezuela degli eredi di Hugo Chavez, ma allora, se l'America latina non fosse stata cristianizzata, dovremmo per questo aderire alla religione incaica con annessi sacrifici umani? Il filo-islamismo rischia di lasciarci psicologicamente disarmati nei confronti dell'immigrazione, che non ci porta in casa il nobile popolo iranico, ma le infime masse magrebine. 

Nei nostri ambienti è diventato di moda parlare di Eurasia. Io sulla questione “eurasiatica” ho espresso varie volte il mio pensiero, ma sarà il caso di ripetersi una volta di più tanto per essere chiari: se per Eurasia intendiamo un contesto europeo “allargato” comprendente la Russia inclusa la sua parte asiatica fino a Vladivostok e alla Kamchatka, è un'idea che mi trova pienamente consenziente. La Russia è Europa (compresa la sua parte geograficamente asiatica), e non è solo questione di spazi geografici e di masse umane. Chiunque abbia letto ad esempio le opere di Aleksandr Solgenitsin si rende conto della forza profonda dell'anima russa non scalfita minimamente dalla sovietizzazione, la forza soprattutto morale per resistere allo svuotamento dell'animo e della cultura dei popoli oggi rappresentato dal mondialismo, dalla globalizzazione, dagli appelli mediatici al meticciato.

Solgenitsin rappresenta l'esempio di un intellettuale che è riuscito a non cedere al fascino ambiguo e letale dell'americanismo neppure quando resisteva alla tirannide sovietica, ma non si può concepire un'Europa senza Tolstoj e Dostoevskij come non la si può concepire senza Dante, Shakespeare, Beethoven e Verdi.


Altra e diversissima cosa è quando si parla, si auspica (a prescindere dalla fattibilità) un'Eurasia estesa al mondo islamico o magari alla Cina (tra l'altro tuttora comunista, non solo, ma portatrice di un comunismo dove i diritti umani sono calpestati con un'estensione e una ferocia che surclassa di gran lunga la scomparsa Unione Sovietica). In questo caso si potrebbe – forse – parlare di un'aggregazione geopolitica o geo-strategica ma sicuramente di nessuna affinità di civiltà. 

Nella mente di molti, il problema sembra oggi ridursi alla scelta fra due alternative, un aut aut fra due corni del dilemma ciascuno dei quali può  trafiggere in maniera spietata, due scelte comunque errate: “Eurasia” o Occidente: in altre parole e senza infingimenti, sudditanza – almeno psicologica – o all'islam o al dominio USA-israeliano. L'ultimo esempio addirittura tragico o grottesco è rappresentato da Franco Cardini, l'autore di “Quell'antica festa crudele” che nella smania di “aprire” all'Islam è arrivato addirittura a rompere con i suoi amici tradizionalisti cattolici. Da un certo punto di vista, è il non senso totale: non si può essere “filo”-islamici, una religione/cultura intollerante come l'islam non può ammettere fiancheggiatori, esiste solo la conversione/sottomissione piena oppure nulla (per la cronaca, “islam” significa appunto “sottomissione”).

Amara parabola di un intellettuale già evoliano, poi cattolico, ora islamofilo: ricorda il percorso di René Guenon a condizione di tenere a mente le parole di Karl Marx (qualche volta aveva ragione anche lui): “La storia si ripete sempre due volte, la prima volta in tragedia, la seconda in farsa”.

Il concetto che sostengo non è originale, perlomeno nel senso che lo sto ripetendo da anni: scoprire di trovarsi presi fra due fuochi non è piacevole, ma nascondere la testa nella sabbia per non vedere la realtà non è mai stato una buona politica. La mia idea in proposito è semplice e lineare: né “Eurasia” né “Occidente”; Europa e soltanto Europa. “Occidente giudeo-cristiano” e islam sono i due volti dell'anti-Europa.

L'idea dello scontro di civiltà era molto “gridata” nell'era Bush, ai tempi delle invasioni dell'Afghanistan e dell'Irak. Oggi con Obama le cosa sono molto più “soft”, ma rimane una componente strutturale del giudeo-cristianesimo americano “occidentale” come il concetto di jihiad, di “guerra santa” permanente nei confronti dei non islamici lo è di quella mussulmana. Si tratta, è facile capirlo, di un'idea completamente falsa. L'invasione non dichiarata islamica e delle genti del “sud del mondo” (mussulmane o no che siano) dell'Europa risponde ai piani della globalizzazione mondialista che vuole cancellare popoli etnie e culture per trasformare il pianeta in un unico “mercato globale”, tanto quanto Al Qaeda è chiamata oggi a recitare il ruolo psicologico di succedaneo dell'Unione Sovietica come permanente minaccia che giustifica a livello interno e internazionale il potere americano. Ma che cos'è realmente Al Qaeda? Al Qaeda nasce come organizzazione creata dalla CIA ai tempi dell'invasione sovietica dell'Afghanistan allo scopo di raccogliere volontari islamici contro i Russi, poi questa legione straniera islamica è stata impiegata nelle guerre della ex Jugoslavia a supporto dell'aggressione NATO-islamica contro la Serbia, poi è avvenuto l'11 settembre 2011 e il pupazzo si è rivoltato contro il burattinaio. O forse no, i dubbi che quello delle Twin Towers non sia stato un auto-attentato, come sostenuto da Maurizio Blondet, si sono tutt'altro che dissipati.

Le vicende della ex Jugoslavia ci dovrebbero far capire quanto sia sbagliato ragionare in termini di contrapposizione islam- “Occidente”. I due volti dell'anti – Europa non sono necessariamente contrapposti. Alla base della dissoluzione dello stato jugoslavo che coincide temporalmente in maniera sospetta con la prima guerra del Golfo, c'è stato probabilmente un accordo sottobanco, un “pactum sceleris” fra Stati Uniti e Arabia Saudita e altri Paesi arabi “moderati”: l'isolamento internazionale dell'Irak di Saddam Hussein in cambio della creazione di un'area islamica in Europa (e il discorso su Saddam Hussein ci porterebbe lontano, un altro pupazzo nelle mani degli USA, gonfiato oltre misura per usarlo contro l'Iran, poi diventato scomodo per i suoi padroni). Ovviamente non c'era di mezzo solo l'espansione ideologica dell'islam, ma il controllo di una delle vie illegali più trafficate d'Europa, attraverso la quale passano droga, armi, immigrazione clandestina.

A prescindere dall'immigrazione, nell'Europa balcanica ci sono due regioni islamiche: l'Albania-Kossovo e la Bosnia. In mezzo fra le due, a interrompere la scimitarra islamica puntata dal Bosforo alle sorgenti del Danubio, dritta contro il cuore dell'Europa, c'è la Serbia, la Serbia eroica santa e martire di Kossovo Polje, da secoli bastione dell'Europa contro la marea islamica, che doveva essere annientata, distrutta, ridotta ai minimi termini. E si vede bene anche in che modo gli Stati Uniti calcolano i loro “alleati” europei: servitori che possono essere disinvoltamente sacrificati se le circostanze lo richiedono.

“Occidente”: questa parola ha un senso quando indica il punto geografico dove tramonta il sole, ma quando la si scrive con la maiuscola e/o si pronuncia con afflato retorico, non significa nulla o peggio sottintende un'illusione o una menzogna, l'illusione/menzogna che sulle due sponde dell'oceano Atlantico esista la stessa civiltà. Non è così. Su una sponda esiste una civiltà con una storia trimillenaria di cui fanno parte i maggiori capolavori della storia del pensiero, delle lettere, delle arti, sull'altra una “cultura” che porta in maniera vistosa i segni di decenni di imbarbarimento e rimbecillimento mediatico.

Un tempo, un senso geopolitico la parola “occidente” ce l'aveva, indicava l'insieme costituito dall'Europa e dai popoli di cultura e origine europee (Americhe, Oceania e via dicendo) quando il nostro continente aveva l'egemonia planetaria che ha perduto a seguito della sconfitta nelle due guerre mondiali. TUTTA L'EUROPA ha perso questi due conflitti, anche le nazioni che hanno militato nel campo antifascista e sono risultate formalmente vincitrici, e oggi la retorica “occidentalista” serve precisamente a nascondere l'umiliante sudditanza a cui siamo costretti dalla superpotenza americana, è diventata la menzogna più subdola e devastante.

A chi nutrisse dei dubbi circa il fatto che sulle due sponde dell'Atlantico NON C'E' la stessa civiltà, vorrei consigliare la lettura dell'ottimo saggio di Sergio Gozzoli “L'incolmabile fossato” pubblicato su “L'uomo libero”, l'illuminante libro di Allan Bloom “La chiusura della mente americana”, l'articolo di John Kleeves “Capitalisti con la pistola” pubblicato su “Identità” di Salvatore Francia, le osservazioni su “L'americano, bantù del futuro” sparse nei lavori del nostro Silvano Lorenzoni e anche i miei quattro articoli “Lugubri pagliacci”, “Pagliacci lugubri e sanguinari”, “Pagliacciate sempre più lugubri” e “Political Correctness”, il primo sul sito del Centro Studi La Runa”, gli altri tre su “Ereticamente”.

Ora io non vorrei ripetere cose già dette con ampiezza o trattate da altri forse con maggior efficacia di quel che posso fare io, ma c'è un punto che occorre ancora rilevare.

La religione è notoriamente un buon marcatore per distinguere una civiltà o una cultura da un'altra e coloro che vi appartengono. E' interessante rilevare che gli yankee non sono affatto cristiani, non perlomeno nel senso in cui questa parola è comunemente intesa in Europa.

Può forse essere paradossale che a fare questa osservazione sia io che non credo alla dottrina del Discorso della Montagna da quando ho raggiunto l'età della ragione, che sono un europeo che razionalmente inclina allo scetticismo e i cui sentimenti e istinti sono pagani, ma forse le cose si vedono meglio alla distanza.

Il fatto è che per essere cristiani bisognerebbe credere qualcosa intorno a Gesù Cristo e agli insegnamenti (siano a lui realmente attribuibili o meno) che ci sono stati tramandati nei vangeli, tenere questi ultimi in una qualche sorta di considerazione (Su questo converrebbe – penso – persino Hns). Ebbene, è chiaro che ciò che negli Stati Uniti passa per religione, la “religiosità” yankee non ha praticamente nulla a che fare con ciò, ma è pressoché interamente veterotestamentaria, è quindi qualcosa di molto più marcatamente e nettamente EBRAICO di quanto lo sia il cristianesimo europeo, non credo sarebbe sbagliato definirla un neo-giudaismo.

Questo dipende dal fatto che sebbene negli Stati Uniti la religione – o ciò che viene chiamato religione – sia gestita da una miriade di sette, “chiese”, conventicole, l'elemento dominante che dà “il tono” a tutto l'insieme è il calvinismo e, come fa notare il nostro Silvano Lorenzoni: “Un calvinista è un ebreo in tutto fuorché nel nome”.

“Occidente giudeo-cristiano”? E' piuttosto di giudeo-americanismo che si dovrebbe parlare in tutta onestà, ma una terminologia così chiara farebbe capire subito che è qualcosa con cui noi Europei non possiamo avere nulla a che spartire, che ci è non meno estraneo dell'islam.

C'è un buon motivo per tutto ciò. Uno scrittore inglese del seicento inventò la favola che gli anglosassoni sarebbero i discendenti delle dieci tribù perdute di Israele basandosi su di una discutibilissima etimologia: “Anglo-Saxons = Isaac's Sons” che fa a pugni con tutto quanto sappiamo dalla storia, dalla linguistica, dall'antropologia. Non so quanto questa sciocchezza abbia avuto circolazione in Inghilterra, ma negli Stati Uniti è diventata il mito fondante della loro non-nazione, un'identità fittizia per questo “popolo” senza etnia che si ritiene il “Nuovo Israele” sempre a fianco di quello antico e rinato, e pronto a sostenerlo in ogni sua porcata.

C'è di mezzo l'altro delirio (se riduciamo le entità politiche ai termini delle psicologie individuali, non vi è dubbio che gli Stati Uniti possono essere definiti una “nazione” paranoica-psicopatica) del “destino manifesto”; in altre parole, prendendo a modello i passi più sanguinari dell'Antico Testamento, gli yankee ritengono o si sforzano di ritenere che un Dio disgustosamente parziale avrebbe dato loro “in pasto” i Nativi Americani (i cosiddetti pellirosse) come già gli antichi Cananei e gli altri popoli della Palestina agli Ebrei biblici.

Si tratta in sostanza di un grottesco tentativo di auto-giustificazione di uno dei più orrendi genocidi della storia. Se Hns o qualche altro cristiano mi vorrà replicare che ciò che costoro chiamano “Dio” non è altro che il loro mostruoso sciovinismo etnico, sappia fin d'ora che per una volta sono pienamente d'accordo con lui.

Cristiani? Certamente no, in questa prospettiva giudaizzante il Nuovo Testamento diventa un'appendice superflua.

Islam e giudeo-americanismo: i due volti dell'anti-Europa, DEL NEMICO. La constatazione di trovarsi fra due fuochi è sgradevole, ma la consapevolezza di una verità spiacevole è sempre meglio delle illusioni perniciose. Occorre la determinazione a non mollare nella difesa della nostra identità europea, ma anche una piena coscienza di per che cosa e CONTRO CHI si lotta.

venerdì 29 marzo 2013

Political Correctness



di Fabio Calabrese


E' come una miniera: più si scava, più gemme si portano alla luce. Il miglior modo per comprendere cosa sta alla base della mentalità degli statunitensi, di coloro che oggi rappresentano dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica l'unica superpotenza di questo pianeta, è analizzare i “messaggi” del sistema mediatico, considerando inoltre il fatto che esso costituisce il principale veicolo per cancellare le differenze culturali e americanizzare il mondo intero.

Dopo tre articoli dedicati ad analizzare quel che il sistema mediatico ci rivela della mentalità americana sul piano del costume (la serie dei “Lugubri pagliacci”) è forse il caso di dire qualcosa sul terreno più propriamente e strettamente politico.


Un concetto elementare della psicologia ci spiega che ciò che è familiare, abituale, ciò che abbiamo sempre sotto gli occhi, viene per ciò stesso percepito come naturale. Della politica americana abbiamo costantemente sotto gli occhi la rappresentazione mediatica, al punto da sentircene direttamente coinvolti. Anni fa gli Europei si dividevano in pro o contro George W. Bush; oggi soprattutto gli intellettuali, talmente anticonformisti da essere indistinguibili l'uno dall'altro, da sembrare fatti a stampo, sono sostenitori sfegatati di Obama, con un consenso che difficilmente il “presidente nero” trova in casa propria. Peccato che non sia stato concesso loro il diritto di votare negli USA!

Se non fosse per questo, se avessimo la capacità di considerare queste cose con un minimo di distacco, probabilmente ci renderemmo conto che quella che negli USA passa per governo della cosa pubblica, per politica, E' UNA FOLLIA DELIRANTE. Non è che la nostra sia molto migliore: nessuno che abbia un minimo di realismo si aspetta che i cosiddetti rappresentanti del popolo siano lì per fare altro che I PROPRI interessi, alla faccia dei fessi che hanno perso tempo e si sono scomodati per andare a votarli, ma almeno questo squallido mercato delle vacche è basato su motivazioni realistiche anche da parte degli elettori che continuano a subire soprattutto perché non vedono alternative.

Quello che domina negli Stati Uniti è invece IL DELIRIO PURO, o meglio la rappresentazione mediatica che ha totalmente sostituito la percezione della realtà.

Basta pensare a una circostanza: l'opinione pubblica statunitense è divisa più o meno a metà fra democratici e repubblicani, con occasionali fluttuazioni a favore ora dell'uno ora dell'altro dei due gruppi. Bene, quel 50% all'incirca degli elettori che votano repubblicano, perseguono con ammirevole masochismo gli interessi di quel ceto alto-borghese la cui consistenza sarà forse l'1% della popolazione, ma probabilmente anche meno e che “The Greath Old Party” tutela con una sfacciataggine che nessuna destra europea si potrebbe permettere.

Se passiamo nel campo democratico, non è che la musica cambi di molto: i democratici sono la sinistra negli USA, ma una sinistra corrispondente al segmento meno socialeche si possa concepire fra le sinistre europee, quello radical o radical-chic, i cui cavalli di battaglia sono i temi che da noi talvolta con un eccesso di generosità sono definiti etici: legislazione quanto più permissiva possibile in campo sessuale, legalizzazione dell'aborto, accettazione degli omosessuali, matrimonio gay. I temi sociali sembrano proprio non esistere, eppure dal 2008 è in corso negli Stati Uniti una crisi economica galoppante, e anche quella che l'Europa sta attraversando è una conseguenza di quella americana, ma questo – oltre Atlantico – sembra non interessi nemmeno a coloro che vedono il loro posto di lavoro a rischio e il loro potere d'acquisto ridursi ogni giorno di più.

Non parliamo della politica estera dove, tra democratici e repubblicani non esiste, non è mai esistita alcuna differenza, una politica estera che, soprattutto dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica, sembra avere un unico leitmotiv: proteggere Israele, impedire alla comunità internazionale di esprimere giustificate proteste per le sopraffazioni dell'entità sionista contro il popolo palestinese, imbarcarsi nelle imprese più assurde e dispendiose per sventare possibili minacce all'entità sionista stessa, come sono state le occupazioni dell'Irak e dell'Afghanistan, trattare a ogni modo il mostriciattolo ebraico come se fosse chissà quale gioiello prezioso, al punto che se un americano non è disposto a prodigarsi in ogni modo a favore dell'entità sionista, si mette in dubbio la sua lealtà come suddito (scusate, volevo dire “cittadino”) statunitense.

Si chiama “Political Correctness” e la sua traduzione letterale, “correttezza politica”, rende ben poco l'idea: in pratica si tratta di una serie di paletti e interdizioni messi a ciò che “è bene” o “non è bene” dire e pensare, e funziona così bene che gli americani sono costantemente sottoposti a un lavaggio del cervello mediatico che fa loro assorbire quella che è a tutti gli effetti la propaganda di un'ideologia totalitaria, pur credendo – illudendosi – di essere liberi di pensare ciò che vogliono. Non solo, ma grazie al sistema mediatico, questa ideologia totalitaria, la “political Correctness” oggi tracima a livello planetario. Nella storia umana, finora non è mai successo che così grandi masse umane siano state inquadrate e plagiate sotto il segno totalitario di un'unica ideologia, e tutto questo sotto la maschera fasulla della “democrazia” e della “libertà”. Credo che strappare questa maschera e mostrare cosa c'è sotto, sia d'importanza vitale.

Cominciamo di nuovo con l'osservare il sistema mediatico, ed è incredibile quanti messaggi certamente non innocenti, certamente non neutrali passino sotto l'alibi dell'intrattenimento. 

Un genere che qualcuno prevedeva sarebbe stato in serie difficoltà o sarebbe divenuto obsoleto dopo la caduta dell'Unione Sovietica, è il genere spionistico; invece, almeno nei telefilm e nelle serie televisive continua alla grande, semplicemente sostituendo Al Qaeda al KGB come avversario dei “bravi” ed “eroici” agenti americani. A tutti gli effetti, è peggio che ridicolo, perché l'opposizione agli Stati Uniti nei Paesi islamici, che sono Paesi poveri e culturalmente arretrati non ha certo dalla sua gli strumenti, le raffinate tecniche d'infiltrazione, di “intelligence”, di manipolazione, le conoscenze un tempo appannaggio del KGB e della STASI tedesco-orientale che erano effettivamente i migliori servizi segreti del mondo, che hanno spesso imposto alla CIA tremende figuracce.

Verrebbe da pensare a un semplice artificio narrativo per consentire la sopravvivenza di un genere diventato nei fatti anacronistico, ma se così fosse, non si capirebbe perché non compaiano ogni tanto ambientazioni di fantasia, futuristiche o basate su di un passato storico che in effetti è molto più recente della seconda guerra mondiale, ma ci debba essere questa persistente ossessione islamica che fa pensare all'elefante terrorizzato dai topi.

La realtà è semplice: il potere USA HA BISOGNO di questa ossessione, della convinzione che “l'Occidente giudeo-cristiano” sia assediato da nemici terribili, sia per plagiare la propria opinione pubblica interna, sia per tenere legati a sé “amici” e “alleati” che, in una condizione storica radicalmente mutata rispetto ai tempi della Guerra Fredda, devono rendersi conto il meno possibile di essere solo vassalli e servi.

Un elemento che almeno sul piano interno favorisce ottimamente tutto ciò, è che l'americano medio è totalmente ignorante circa il mondo che esiste fuori dai confini USA. Una recente ricerca ha dimostrato che ad esempio l'80% degli yankee è incapace di individuare la Francia su una carta geografica.

Piccolo particolare su quale ci si guarda bene dal fare chiarezza: CHE COSA E' Al Qaeda? Al Qaeda è un'organizzazione che è stata creata dalla CIA per raccogliere volontari nel mondo islamico da mandare a combattere in Afghanistan ai tempi dell'invasione sovietica, una specie di legione straniera dell'islam sotto l'egida della CIA che ha avuto il suo momento di splendore nei conflitti della ex Jugoslavia come strumento della canagliesca aggressione NATO-islam contro la Serbia, poi tra il fantoccio mezzalunato e il suo puparo a stelle e strisce deve essere sorto qualche dissapore e (non si butta via niente), è stato usato per coprire l'auto-attentato dell'11 settembre 2001.  
Nella politica americana le operazioni di “false flag”, cioè condotte sotto una falsa bandiera per farne ricadere la responsabilità su altri, sono prassi ricorrente, e nemmeno sacrificare disinvoltamente la vita dei propri cittadini per ricavarne un vantaggio politico, è estraneo alle tradizioni yankee. Per tutti, basta ricordare Pearl Harbor, quando i comandi USA, perfettamente al corrente dell'imminente attacco giapponese, misero in salvo le portaerei necessarie per lo svolgimento del conflitto, lasciarono le obsolete corazzate a fare da bersaglio: quelle navi erano molto più utili sotto che sopra il mare, e quegli uomini molto più utili morti che vivi, per creare nell'opinione pubblica l'ondata d'indignazione che serviva all'amministrazione Roosevelt.

Dire che l'attentato del World Trade Center presenta una serie di stranezze inspiegabili se la dinamica degli eventi è quella raccontata dalla versione ufficiale, è un eufemismo. Per prima cosa, in un Paese dove c'è l'altissima sorveglianza dello spazio aereo che c'è negli USA è inconcepibile che quattro aerei di linea siano dirottati e che per ore nessuno si preoccupi di intercettarli. Poi osservate bene i filmati del crollo delle Twin Towers: tranne che per i piani più alti, non sembra proprio dovuto all'impatto degli aerei: le torri cadono IN VERTICALE. Sarebbe stato normale che le esplosioni si allargassero a imbuto, invece le torri cadono verticalmente, un piano dopo l'altro, un piano sull'altro fino a quando le rovine si ripiegano su di un'area non molto maggiore da quella occupata dagli edifici integri, ESATTAMENTE COME AVVIENE NELLE DEMOLIZIONI PER MEZZO DI ESPLOSIONI CONTROLLATE. Nei resti del World Trade Center sono state trovate tracce di termite, un esplosivo usato per demolizioni e che sicuramente non si trovava a bordo degli aerei.

Il giornalista Maurizio Blondet ha raccolto questi altri elementi in un libro, “Auto-attentato in USA” che è riuscito a vedere la luce solo sotto forma di file che è riuscito a girare un po' in internet superando gravi blocchi censori, e che in compenso gli è costato la perdita del posto di lavoro a “L'Avvenire”. Ora, teniamolo sempre presente e ricordiamocelo anche a proposito dei revisionisti dell'Olocausto: non si censurano e si perseguitano le farneticazioni, ma le verità scomode.

Come l'amministrazione Roosevelt ebbe bisogno di Pearl Harbor, così quella Bush Jr. ha avuto bisogno dell'11 settembre per ricreare la psicosi dello stato d'assedio messa in crisi dalla scomparsa dell'Unione Sovietica.

La psicosi dello stato d'assedio è forse il tratto che accomuna di più yankee e sionisti. E' noto che durante il loro secondo “bar mizvah” rappresentato dal pellegrinaggio nei luoghi del cosiddetto olocausto, ai giovani israeliani viene impedito in ogni modo di avere contatti di qualsiasi genere con le popolazioni locali. I loro accompagnatori lo ritengono diseducativo e potenzialmente in grado di mettere in crisi la convinzione loro sapientemente instillata di essere odiati da tutto il mondo, e dell'assoluta necessità che uno stato che ha all'incirca le dimensioni della regione Piemonte disponga del quarto esercito e della seconda forza nucleare su scala planetaria.

Si ascolti bene ciò che i personaggi dei media americani, e sempre tenendo presente che si tratta di concezioni elaborate anche (e forse soprattutto) ai fini dell'esportazione, ripetono con impressionante monotonia su queste due tematiche, l'11 settembre e l'olocausto: chi osa avanzare dubbi sulle versioni ufficiali di questi eventi, è necessariamente o un pazzo o un criminale. Che si possa magari dissentire in buona fede, non è un'ipotesi che possa essere nemmeno lontanamente presa in considerazione, certe opinioni sono GIA' DI PER SE' aberranti e criminali. Demonizzazione, criminalizzazione, psichiatrizzazione del dissenso; almeno in linea di principio è esattamente quel che accadeva nell'Unione Sovietica di Breznev, dove per i dissidenti c'era il manicomio criminale.

Che la democrazia sia, non solo negli USA, giunta alla negazione di tre secoli di tradizione liberale-libertaria, potrebbe anche non sconvolgerci troppo finché non pensiamo che insieme ad essa sono di fatto negati e cancellati due millenni e mezzo di pensiero dialettico europeo, da Platone in poi.

Noi vediamo che il “libero pensiero” made in USA, la democrazia che costoro cercano di esportare in tutto il mondo, è un imbuto sempre più stretto, dove non è consentito dubitare del diritto degli yankee a dominare il pianeta in conseguenza della vittoria nella seconda guerra mondiale, né delle minacce che assediano “l'Occidente giudeo-cristiano” nel quale siamo forzatamente arruolati, né della bontà del progetto teso a distruggere popoli, etnie e culture trasformando tutto in un'informe pappa multietnica, meticcia, dallo stile di vita americanizzato.

Questo è un altro aspetto della “political Correctness” su cui occorre soffermarsi. Che ciascuno vada trattato in base al suo comportamento e non in base alle sue origini o appartenenza etnica, su questo possiamo anche convenire (salvo il fatto, che si cerca in tutti i modi di negare, ma rimane chiaro come la luce del sole, che l'appartenenza etnica e razziale di ciascuno è un buon strumento predittivo del suo livello intellettivo e dei suoi comportamenti, uno strumento di cui ci si  impone in tutti i modi di privarci), ma passare da questo alla conclusione che l'appartenenza etnica, razziale, culturale di ciascuno non abbia alcuna importanza, e che sarebbe magari auspicabile arrivare a una società multietnica e imbastardita su scala mondiale, ce ne corre parecchio.

A prescindere da quanto ciò sia artificioso, tuttavia non sfugge il fatto che “la regola” ha interessanti eccezioni, vi sono dei gruppi automaticamente esclusi dalla dottrina della political correctness, e il primo che tocca segnalare ci riguarda molto da vicino: gli Italiani.

Tanto per fare un esempio, non molti anni fa, le indignate proteste della comunità italo-americana contro un serial televisivo, “I Soprano” che ha rimesso in circolo i peggiori stereotipi sull'italiano mafioso e mandolinaro, sono cadute letteralmente nel vuoto.

Una volta tanto, però, sospetto che la colpa non sia degli yankee ma nostra.

Nel XIX secolo gli Italiani godevano all'estero di una generale stima e apprezzamento, la nostra lotta per recuperare dopo un lungo arco di secoli la libertà e dignità nazionali, godeva quasi universalmente di rispetto e simpatia. Il prestigio dell'Italia nel mondo ha raggiunto il suo massimo nel ventennio fra le due guerre  mondiali, sotto il regime fascista. Tutto ciò è crollato in una volta sola, verticalmente, miseramente con il voltafaccia dell'8 settembre 1943; una macchia incancellata sul nostro onore di nazione che ci ha fatti diventare uno zimbello planetario.

Quello che ne è seguito, la cosiddetta resistenza, vera e propria gara di slealtà per saltare quanto più in fretta possibile sul carro del vincitore, credo che non abbia mai realmente ingannato nessuno. Ancora oggi, noi abbiamo la classe politica più corrotta d'Europa, e non c'è da stupirsene: sono i figli di quel tradimento. Ancora oggi noi celebriamo ogni anno il 25 aprile, la sconfitta nella seconda guerra mondiale, come se si fosse trattato di chissà che vittoria. E' abbastanza ovvio che sia così, perché da ciò, dalla sedicente resistenza la classe politica più screditata d'Europa trae la sua sempre meno credibile legittimità, ma immaginate quanto questo sia all'estero causa ricorrente di compatimento, di derisione, di disprezzo.

Altre eccezioni sono rappresentate da popoli infinitamente meno responsabili (una responsabilità del resto che, dipendendo da eventi accaduti prima della nostra nascita, non ci tocca sul piano personale, e dalla quale potremmo liberarci una volta per tutte BUTTANDO NEL CESSO l'antifascismo). In cima alla lista, i superstiti dello sfortunato popolo amerindio, nativo americano che gli yankee hanno quasi completamente sterminato e soppiantato, con un genocidio del quale si parla molto poco, ma che per ampiezza, crudeltà, sistematicità, non fu per nulla inferiore al cosiddetto olocausto che pare invece tutto il mondo debba continuare a espiare per l'eternità. Ancora oggi i nativi americani sono gli ultimi, i più sfavoriti, i più discriminati, i più penalizzati nell'accesso ai servizi essenziali, all'istruzione, alla sanità, pare quasi che gli yankee vogliano rimuovere il senso di colpa nei loro confronti rimuovendoli definitivamente dall'esistenza.

Un altro popolo che non ha – ovviamente – il diritto di esistere, sono gli Arabi palestinesi, una presenza “ingombrante” che all' “amica” entità sionista è concesso il diritto di rimuovere con una sorta di genocidio al rallentatore di cui ogni tanto anche le amministrazioni americane fanno finta di scandalizzarsi, salvo tornare alla prima occasione a proclamare il legame indissolubile tra USA e Israele, e questo dimostra che i diritti umani  per costoro sono solo un pretesto che fa comodo quando può essere invocato per dar fastidio a qualcuno sgradito ai governi statunitensi.

La political Correctness ha anche altre conseguenze che sotto un certo punto di vista appaiono ancora più perverse. Tra le “differenze immodificabili” ci sono quelle razziali, ma ovviamente anche quelle di sesso. Se un uomo e una donna vengono alle mani, è più probabile che sia l'uomo ad avere la meglio per una semplice questione di maggiore forza fisica muscolare. Il cinema e le serie televisive americane con un malinteso senso di correttezza hanno fatto il possibile per negare questo fatto esibendo una serie di virago che sopravanzano gli uomini sul terreno della forza fisica. Si arriva all'assurdo di una serie televisiva come “Buffy” dove vediamo una fanciulla dall'aria fragile e delicata sottomettere a calci e pugni addirittura mostruose entità soprannaturali. E' femminismo questo, e soprattutto è un buon servizio reso alle donne? Non credo proprio: non dobbiamo mai sottovalutare il potere della rappresentazione mediatica di sostituirsi alla percezione della realtà. Quando una ragazza convinta di poter tenere testa agli uomini sul piano della forza fisica va a cacciarsi in una situazione che una donna di altri tempi avrebbe attentamente evitato, e subisce uno stupro, chi la risarcisce, Buffy?

Parlando di sesso e di comportamenti sessuali, negli Stati Uniti negli ultimi decenni sono state spese cifre enormi e condotto un mucchio impressionante di ricerche allo scopo di trovare cause genetiche o comunque congenite all'omosessualità. Fatica sprecata, se esistesse un gene dell'omosessualità, per i suoi effetti negativi sulla riproduzione, la selezione naturale l'avrebbe eliminato da un pezzo. A cosa si deve questo costoso accanimento? Al fatto che se fosse possibile provare una base genetica per l'omosessualità, essa rientrerebbe fra le differenze immodificabili come l'appartenenza a un sesso o a una razza, e secondo la dottrina della political correctness dovrebbe quindi essere accettata come un comportamento normale. E' proprio ciò a cui si vuole arrivare, sebbene finora da ricerche scientifiche serie non sia emerso nulla che vada in questa direzione.

Le poche ricerche scientifiche serie sull'argomento mostrano che non è possibile identificare cause di tipo genetico né congenito né ormonale, ma è piuttosto a un'anomalia degli input educativi precoci che bisogna guardare, quando un bambino non trova un genitore del proprio sesso, o una figura di riferimento analoga, in grado di offrire un modello identificativo valido, e una circostanza di questo tipo è destinata a diventare sempre più frequente, da un lato e dall'altro dell'Atlantico in società che stanno crescendo generazioni di “fatherless”, di ragazzi senza padre.

Ciò che occorrerebbe davvero, sarebbe di ripensare seriamente i nostri modelli familiari, culturali, educativi non soltanto sotto questo riguardo. E tenere ben presente che la “Political Correctness”, come tutto ciò che ci arriva da oltre l'oceano Atlantico, non è altro che veleno.       

venerdì 22 marzo 2013

Filippo Manetta un italiano sostenitore dei confederati e della supremazia bianca


 “, e se fosse vero che i Greci sono andati in rovina a causa della loro schiavitù, molto più sicuro sarebbe l’opposto, che noi andremo in malora a causa della mancanza della schiavitù” F. Nietzsche <Lo Stato dei Greci>AR, Padova, 2006, pag.23.


Filippo Manetta, chi era costui? Ecco una domanda cui vorrei poter dare una risposta! Di questo nostro connazionale si sa soltanto che viaggiò nelle Americhe, scrisse una grammatica della lingua spagnola e si interessò ai metodi della lavorazione del cotone, a questo scopo passò sei anni negli Stati meridionali degli USA e altri cinque in quelli del Nord.(1) Questa esperienza de visu fece di lui un ardente sostenitore della Secessione confederata, della supremazia bianca, un convinto assertore dell’inferiorità della razza negra nonché un difensore di quella che era definita la <peculiare istituzione> allora vigente nel Sud degli USA: il sistema schiavista. Credo comunque che possa essere di un certo interesse ricordare un altro sostenitore di un’altra <causa persa> che, con altri, diede del Sud schiavista un quadro certamente, in parte, forzato, che poi si riflesse, ad esempio in <Via col Vento>.


Del misterioso Manetta ho tra le mani quella che pare essere stata la sua opera più notevole “La Razza Negra nel suo stato selvaggio in Africa e nella sua duplice condizione di emancipata e di schiava in America”Edita nel 1864 dalla Tipografia del Commercio a Torino (dunque mentre il conflitto nord americano era ancora in corso: la gloriosa armata del Generale Lee avrebbe capitolato ad Appomatox il 9 IV 1865) (2).

Il Manetta inizia dicendosi conscio che “certe idee da me espresse in questo mio lavoro siano piuttosto impopolari” e prega il lettore di astenersi a trarre delle conclusioni fino alla fine della lettura. E inizia: “La guerra d’America ha dato una maggiore intensità dì agitazione alla questione dei NEGRI. Gli Stati federali, o per esprimermi meglio, il Governo di Washington, cui premeva cattivarsi l’opinione dell’Europa in generale, conscio che colla sua politica di aggressione veniva a ledere il principio fondamentale del diritto pubblico moderno, e cioè quel diritto inalienabile che ogni popolo ha di scegliere quella forma di governo che più gli talenta,.., il governo di Washington ebbe ricorso a un colpo teatrale per togliere alla guerra quel carattere odioso che naturalmente vestono  tutte le guerre di conquista, e dichiarò solennemente che gli Stati Uniti si facevano i crociati di una casta oppressa, e che altro non avevano di mira fuorché l’emancipazione dei Negri.”  (In realtà è noto che i sistemi economici del Nord e del Sud erano sempre più in contrasto fra di loro)

Dunque una trovata propagandistica che avrebbe nascosto ben altri intenti, trovata particolarmente efficace in Italia dove poteva ricollegarsi ai sentimenti di emancipazione fioriti nel <Risorgimento>. Solo pochi intesero che (pag.9) “..lo scopo della guerra è puramente e semplicemente il mantenimento dell’Unione, e che l’emancipazione degli schiavi non è che un mezzo per ottenere questo mantenimento, per cui miglioramento della razza africana è affatto fuori di questione.”Opinione certamente <forzata>, ma non del tutto campata in aria!

In realtà, per l’Autore, gli stessi ideali risorgimentali avrebbero dovuto spingere gli Italiani a parteggiare per i Confederati “…era agevole venire alla conclusione che il popolo confederato si battesse pro aris et focis, ed il popolo del Nord per ambizione di potere…Ridotta la questione a una guerra aggressiva, e di conquista per parte del Nord, e ad una lotta di difesa e di indipendenza nazionale per parte del Sud, era naturale che la vera stampa liberale conservatrice riconoscesse nel Sud il diritto di separarsi da un’Unione e a lui invisa e di reggersi ad una forma di governo di tutta sua scelta.”(pag.9).

Inoltre (ibidem) “Quanto strenuamente poi abbia lottato il popolo del Sud per meritarsi questa sua indipendenza, chiaramente lo dimostra l’epopea sanguinosa dello scorso quadriennio. Io…,.. dirò solo che il popolo confederato, sia per l’unanimità di proposito da esso spiegata, sia per l’obbedienza da esso  prestata alle leggi, sia per l’ordine mantenuto durante quel ciclo luttuoso, sia per i sacrifici compiuti in tesoro di vite e di denaro, sia per l’eroismo di cui fece prova tutta la nazione, e finalmente per la costante ed inalterata serenità con cui sostenne in mezzo ai suoi molti trionfi e dopo i pochi, ma terribili, rovesci, il suo divisamento di diventare libero. si è meritata la sua indipendenza, come pochi fra i popoli inciviliti se la sono meritata.”

In effetti noi possiamo porre l’ eroica lotta dei Confederati a fianco delle epopee di Germania e Giappone nella Seconda Guerra Mondiale.(3)

Ma considerato che la questione negra è stata messa in primo piano, il Manetta ritiene opportuno trattare di questa razza in rapporto a quella bianca. Qui a noi interessa più il difensore dei Secessionisti che il <teorico razziale>, d’altra parte le concezioni espresse dal Nostro, e soprattutto dagli autori a cui egli si richiama, a codesto riguardo andrebbero messe in confronto con la scienza (e, se vogliano, con i pregiudizi) del suo tempo ed, eventualmente, con studi più recenti; diamone, comunque, una breve scorsa, magari col proposito di ritornarvi in futuro.
Il Generale R. LEE

Secondo il Manetta, gli italiani, per mancanza di studi, erano all’oscuro della natura e delle qualità della  razza negra, così  sarebbe necessario ricorrere agli scritti di viaggiatori e studiosi di altri paesi. Egli evita di  impelagarsi nella questione se le varie razze umane siano sorte separatamente o siano scaturite da un unico ceppo. Riconosciuto che l’Africa è abitata da varie razze egli specifica(pag.13) “Per negro intendo quella creatura umana, alla quale non scorre nelle vene la benché menoma stilla di sangue europeo, asiatico, moresco o barbaresco; intendo esclusivamente il tipico africano, l’essere dalla chioma lanosa, che di generazione in generazione ha costantemente conservato il suo carattere in adulterato, sia che abbia sempre dimorato nella sua Africa natale o che, trasportato  altrove, non abbia patito veruna alterazione per il contato di altre razze”.

Soprattutto una cosa preme sottolineare al nostro: contrariamente all’opinione dei più, le differenze tra il bianco e il negro non si riducono certo al colore della pelle!Vengono così considerate alcune particolarità anatomiche che distinguerebbero, in media, il negro dal bianco. Ad esempio (pag.21) “Riguardo alla capacità del cranio del Negro, la maggioranza degli Antropologi s’accorda nell’ammettere che essa è inferiore alla capacità del cranio Europeo…” Inoltre (pag.24) “…riguardo alle circonvoluzioni del cervello è unanime la testimonianza che le circonvoluzioni del cervello del negro sono meno numerose e più massicce che in quello dell’europeo.(4)

Alla pag.43 si legge la professione di fede del Manetta: “Io sono di parere che il dogma dell’Eguaglianza dell’uomo sia un dogma dannoso alla nostra civiltà.”  Mi piace qui citare M. Bardeche (“Fascismo 70°”pag.148): "La morale sudista mette capo….a una politica oligarchica. In tutti i popoli vi sono portatori  di quelle qualità naturali che le grandi civiltà hanno messo al primo posto di tutti i valori.” ( 5)

Inoltre (pag.44) continuava il Manetta : “Non vedo il perché si abbia a rifiutare di ammettere che fra razza e razza vi possa esistere la stessa relativa differenza, che sentiamo e sappiamo esistere fra uomini della stessa razza. Non vedo il perché abbia a essere reputato ingiusto o sconveniente il dire che questa razza è distinta da quella in virtù di qualche speciale adattabilità, più che non lo sia il dire che quest’ uomo è superiore od inferiore a quello.

Poi il Manetta inizia una carrellata di opinioni di studiosi e viaggiatori tendenti a provare l’inferiorità dei negri soprattutto con l’osservazione delle condizioni <primitive> delle popolazioni africane.

Il nostro passa poi a trattare dei <mulatti> nati, allora quasi totalmente, da padre bianco e madre negra. Pag.72 “Quando sentiamo parlare i Negri civilizzati dobbiamo restar persuasi che non si tratta di esseri di puro sangue Africano. E’stato osservato che negli Stati Confederati d’America, nelle Indie Occidentali ed in altri luoghi, quei Negri che occupano nelle piantagioni un impiego di fiducia hanno ordinariamente lineamenti europei..”.Dovrebbero cioè la loro relativa superiorità sui Negri <puri> al sangue bianco che scorerebbe nelle loro vene.(6)

Comunque “generalmente parlando, il Mulatto è di natura perversa”. Soprattutto “è un fatto positivo che fra tutti i più crudeli e più inumani padroni che possa avere un Negro, il Mulatto è quello che deve essere annoverato per primo.” Viceversa (pag.73) “..il padrone che vince tutti gli altri pel vero attaccamento affettuoso verso i suoi Negri, e che a dispetto di tutte le calunnie e di tutti gli scritti in contrario, io proclamo apertamente come il vero padrone modello, il padrone cristiano a cui sta a cuore il benessere   materiale e spirituale dei suoi Negri, è l’Americano degli Stati Confederati, o Stati del Sud.,”

Poi il Manetta si scaglia contro il fin troppo noto libello della Harriet Beecher Stowe     (pag.,73) “Vi sono pochi che non abbiano  letto, anche tradotto in  italiano, la  Capanna dello Zio Tommaso . Chi scrisse quel libro fu una donna del Massachusetts, e lo scopo di questa donna non fu di fare una propaganda umanitaria, ma bensì di produrre  una agitazione politica . Quale sia stato il risultato di questa agitazione insensata della Nuova Inghilterra, di cui il Massachusetts è lo Stato più ignivomo, ed a cui vi presero parte e preti, e donne, e trafficanti e perfino gli stessi Capitani di mare che si erano arricchiti colla tratta dei Negri , lo vediamo ora nella guerra fra Nord e Sud, la quale non è che una ripetizione delle guerre  degli antichi popoli nordici europei contro i popoli  del Mezzogiorno per togliere loro le terre ubertose, e scaldarsi al loro fulgido sole.” (7)

Un’interpretazione, questa, del Manetta, che non mancherà di stupire qualche lettore! E il Nostro proseguiva “Ote –toi que je m’y mets!Ecco in poche parole compendiato il programma del Nord, nell’attuale guerra contro il Sud, e l’emancipazione dei Negri è il mantello di questo programma.”

Poi il Manetta crede di trovare punti a favore delle sue tesi dallo stesso libello della Stowe (pag.74) “Per quanto però l’Autrice della Capanna dello Zio Tommaso abbia cercato di accumulare tutto l’odio possibile dell’umanità contro il Sud, non ha potuto fare a meno di convenire che di tutti i padroni l’Americano del Sud è il migliore; e questa prova l’abbiamo nel contrasto fra i due padroni di Tommaso. Il primo che lo tratta bene, e che gli affida perfino la custodia della sua unica bambina, è l’uomo del Sud; il secondo che lo fa lavorare come un mulo,che lo tortura colle staffilate e colla fame, è l’uomo del Nord, il Yankee,il concittadino della Signora Stowe.”

Cito dal Luraghi (pag.111) “Anzitutto Harriet Beecher Stowe non aveva mai conosciuto il Sud né i sudisti né la schiavitù se non per sentito dire: le sue fonti di informazione erano, per sua stessa ammissione, scarse e spesso poco attendibili..,…Coloro che conoscevano a fondo il Meridione non mancarono di osservare che i sudisti e la società meridionale in esso descritti avevano assai poco a che fare con quelli reali.”

Dopodiché possiamo congratularci con noi stessi di non aver mai neppure sfogliato il brutto romanzo della dama nordista!( 8)

Proseguendo il  Nostro ritornava a trattare dei mulatti riportando altri giudizi di studiosi e viaggiatori che oggi paiono una sequela di ingiurie dirette verso codesti ibridi. Seguivano capitoli dedicati alla situazione dei negri  in Brasile (dove ancora vigeva la schiavitù), a Cuba e ad Haiti. Qui si ricordava la famosa insurrezione negra (pag.81) “…i Negri, essendo diventati numerosissimi, credettero giunto il momento di sbarazzarsi dei loro padroni bianchi con una generale insurrezione e con un generale massacro. Ognuno sa quale sia stata la sorte toccata ai poveri coloni francesi e spagnoli, quando l’ora della strage suonò . Né sessi, né età furono risparmiati, ed i Negri rimasero padroni assoluti dell’Isola. Napoleone I tentò di recuperare la perduta colonia; ma la febbre gialla distrusse più di due terzi della spedizione, e l’idea fu abbandonata interamente.” Da quell’epoca l’America centrale visse nella paura di una nuova insurrezione servile…..Poi proseguiva il Manetta “Dal dì che l’Isola di Haiti cadde totalmente in possesso dei Negri, la sua prosperità sparì, il suo commercio si estinse, la sua industria naufragò, e più non vi rimase di bello che il Cielo, giacché questo, per quanto scioperata fosse la condotta degli abitanti, non poteva deteriorare. Le sue terre, tanto feconde per natura, sono ritornate al loro primitivo selvaggio orrore; il clima s’è fatto ancora più esiziale per lo stagnamento delle acque; insomma Haiti è diventata l’Africa delle Antille.”

Poi il Manetta dedicava alcune interessanti pagine alla situazione dei negri emancipati negli stati settentrionali degli USA (pag89). “Ma non si creda che i Negri emancipati, rimasti ad abitare negli Stati del Nord, come pure quelli che potessero venirvi a risiedere in seguito, fossero fatti cittadini liberi al pari dei Bianchi, e messi nel pieno godimento dei diritti, dei privilegi e delle franchigie dei Bianchi. Oh!No!L’emancipazione dei Negri era stata troppo dettata in generale da mere viste d’interesse, perché si pensasse mai, in quel momento, ad altra cosa, fuorché ad una libertà nominale. Dando la libertà ai negri non si ebbe di mira di compiere un atto di giustizia o di fare sparire un male, giacché né la schiavitù era ritenuta una ingiustizia o un torto verso quella razza, né si credeva che lo schiavo fosse infelice; ma si volle unicamente abolire il  lavoro schiavo, per dare agio al lavoro libero di Bianchi di svilupparsi senza concorrenza…..(pag.90) “Adesso gli  Stati del Nord vorrebbero far credere che la loro politica sia guidata da cavallereschi principii di umanità e di filantropia; ma queste virtù sono assunte per gettar della polvere negli occhi dei Governi esteri, e per adescare  i popoli a favorire la loro causa.”

E il Manetta aveva buon gioco a citare delle misure <segregazioniste> prese da alcuni stati nordisti. A pag.91 si legge, infatti, “Del resto, chi ha risieduto parecchi anni negli Stati liberi, o Stati del Nord, come vi ho risieduto io, avrà visto che il Negro,sebbene nominalmente libero,non gode per nulla affatto delle franchigie e dei diritti di un uomo libero…” Penose sarebbero state anche le condizioni dei negri del Sud liberati dai federali: i loro <liberatori>, infatti, li avrebbero lasciati alla loro sorte salvo utilizzarli talvolta come carne da cannone al fronte.

In effetti, il problema di che cosa fare dei Negri liberati preoccupava anche molti nordisti compresi gli stessi antischiavisti. Idea diffusa, e, sembra condivisa anche dallo stesso Lincoln,(9) era  quella di rimandarli in Africa ed è’ pure noto che quelli fatti ritornare al loro continente di origine, in quella che venne battezzata Liberia si installarono come casta dominante fino a pochi decenni or sono, al di sopra dei loro fratelli di razza indigeni. (10)

Il Gen.N.BEDFORD FORREST
Comunque, per il Nostro era chiaro quale fosse la condizione adatta ai membri della <razza negra> in una società dominata dai <bianchi>. In ciò si poteva identificare con prese di posizione più o meno ufficiali di esponenti confederati  H.Nelson Gay scriveva in <Abramo Lincoln, Liberatore-Unificatore(1809-1865)> Firenze, Bemporad, 1920 (in Carlo Bertani <Attraverso tempi e regioni> Sacerdoti, Alessandria, 1925 vol.II Pag.325. ) “Anche Jefferson Davis pubblicò un appello per l’arruolamento di soldati e il Sud si raccolse sotto la bandiera della nuova Confederazione con entusiasmo eguale a quello del Nord. Il motivo originale degli Stati secessionisti per separarsi dall’Unione può essere autorevolmente definito con le parole medesime del loro Vice-Presidente, Alessandro Stephens: <La schiavitù africana quale esiste fra noi, la giusta condizione del negro nella nostra forma di civiltà, è questa la causa immediata della recente scissura e della presente rivoluzione. Le fondamenta del nostro governo e la sua pietra angolare poggiano sulla grande verità che il negro non è uguale all’uomo bianco e che la schiavitù- subordinata alla razza superiore è la sua condizione naturale e normale>. Lo Stato del Mississippi, in un’ assemblea solennemente adunata fece una proclamazione simile, in questi termini: <La nostra posizione s’identifica perfettamente con l’istituto della schiavitù.. Un colpo alla schiavitù è un colpo al commercio e alla civiltà. Non v’è per noi altra scelta: o sottometterci alle prescrizioni degli abolizionisti, o  sciogliere l’Unione>”(11)

Conclusa la sua carrellata etno-antropologica, il Manetta ritornava alla sua appassionata difesa del Sud chiedendosi appunto (non sappiamo quanto sinceramente), quale sarebbe stato il destino dei negri strappati all’usuale vita delle piantagioni, si sa, come si è detto, che anche al Nord ci si interrogava su che fare degli ex schiavi oltre a tutto illusi dalle promesse più o meno demagogiche dei propagandisti dell’abolizionismo.

Che i negri non venissero trattati male dai loro padroni sarebbe poi dimostrato dal loro essersi moltiplicati enormemente nei tre secoli dello schiavismo. e, argomento all’epoca abituale la loro condizione veniva paragonata a quella di tanti lavoratori <liberi> degli Stati del Nord e della stessa Europa. A pag 148 possiamo leggere “Il trattamento dei Negri nelle piantagioni non lascia nulla a desiderare. Assicuro il lettore che esso è molto migliore di quello che possa toccare in sorte a qualunque classe operaia in Europa.”

Raimondo Luraghi nella sua fondamentale  “Storia della Guerra Civile Americana” citando uno dei maggiori difensori dello schiavismo George Fitzhug scriveva(pag.98): “ Mediante un attento studio della società capitalista egli giungeva a concludere che il sistema schiavista sarebbe stato preferibile, perché le condizioni di vita materiale dello schiavo erano spesso migliori di quelle dell’operaio salariato.”

D’altra parte era l’interesse stesso del proprietario a trattare bene lo schiavo affinché essendo nelle migliori condizioni possibili potesse rendere di più sul lavoro, il che era anche un argomento contro la frequenza e la durezza delle eventuali punizioni corporali Leggiamo a pag.127 “L’accusa che sulle piantagioni si frusti indiscriminatamente, sistematicamente e spietatamente è falsa ed assurda. Se l’umanità contro un simile trattamento, l’interesse lo vieta assolutamente. Potrà darsi che vi sia stato qualche mostro che abbia fatto ciò, ma fra mille piantatori onesti, ed uno malvagio, si deve proprio prendere su il malvagio e mostrarlo come tipo? Questa è una solenne ingiustizia; ed è precisamente questa ingiustizia che gli abolizionisti del Nord hanno scientemente commessa per denigrare i piantatori Confederati.” D’altra parte nelle navi e nelle scuole di Sua Maestà Britannica le cose andavano anche peggio!

Il Manetta cercava di dimostrare codeste sue asserzioni tracciando un quadro da <Via col Vento> del <Vecchio Sud>; soprattutto egli non si stancava di elogiare i piantatori  che molti autori, in effetti, ritengono l’unica aristocrazia sorta nel Nord America. Pag.143 “Secondo me, la casta dei piantatori è formata di uomini istruiti e colti; affabili, ospitali e gioviali, generosi come Cesari e franchi come paladini: eccellenti padri ed affettuosi mariti; umani verso i loro Negri, ed intenti soltanto a promuoverne il benessere secondo i mezzi che la Provvidenza ha loro concessi. E’falso che siano immorali. Il sentimento della propria dignità è talmente sviluppato presso di essi, che crederebbero disonorarsi mantenendo una tresca con una persona inferiore al proprio livello. D’altronde, hanno nozioni troppo definite e troppo precise dei loro doveri come mariti, e dei loro obblighi verso la società, per albergare nel loro animo prave passioni; e se pure non possono impedire alla fragile natura umana di sentire talvolta lo stimolo di un appetito inverecondo, hanno però la forza morale di resistervi, e questo è quanto possa fare un uomo per aver diritto alla stima del suo prossimo. Certo vi è maggior merito nel sapere trionfare delle infermità della natura, mediante sforzi energici della propria volontà, che di conservarsi virtuosi per freddezza di carattere o per insensibilità di cuore.” Esagerazioni? Forse, ma solo in parte. Scriveva il Venner “Le Blanc Soleil.”pag.46 ) “Per quel che riguarda la sorte degli schiavi. È evidente che le famiglie non venivano sistematicamente separate dai mercanti desiderosi di farne commercio. Al contrario, i proprietari di schiavi avevano un interesse economico a mantenere unite le famiglie e a vegliare sulla loro buona condotta morale. Le donne non erano per niente forzate a dividere il letto con i loro padroni…..I negri non erano obbligati a lavorare fino allo sfinimento. Al contrario essi erano piuttosto ben nutriti, ben vestiti, indubbiamente meno per filantropia, che in ragione del loro ruolo essenziale nella produzione, ”

In ogni caso:  “...l’uomo del  Sud predominava...su quello del Nord per la sua superiorità intellettuale”…(B. Michal “Storia vissuta della Guerra di Secessione”Vol. I, pag.29) 
Avviandosi alla conclusione  il Manetta, in difesa della <peculiare istituzione> chiedeva ai lettori di considerare la differenza esistente tra “la condizione degli schiavi in Africa, e quella degli schiavi nell’America Confederata. Negli Stati del Sud si vede il Negro umanizzato e cristianizzato. Nell’Africa lo si vede selvaggio, sanguinario, bestiale e pagano”Dunque tra i vantaggi della schiavitù, per il povero negro vi sarebbe anche quello di essere diventato, a forza, cristiano, chi come noi riconosce a ogni popolo, compresi quelli bianchi, il diritto di avere i propri Dei, non potrebbe che scuotere il capo! Vantaggio? Tutto il contrario!(12) Considerato codesti presunti vantaggi il Manetta si chiedeva quale alternativa vi potesse essere alla <peculiare istituzione>, se vi fosse, arguiva, essa sarebbe gradita anche agli stessi Sudisti (pag.164) “Giacché non si deve punto credere che il popolo Confederato sia ostinato idolatra del suo sistema. Il popolo Confederato sa di aver assunto un’enorme responsabilità in faccia a Dio e avanti agli uomini, a proposito di questi 4 milioni di creature. e sente che tutto il peso di questo colossale fardello gravita sulle sue spalle: Naturalmente, prima di adottare una risoluzione di tanto momento, quale sarebbe l’emancipazione di tante famiglie, ci vuole avere la convinzione che non sia una delle tante teorie, filantropiche, sì, nelle loro intenzioni, ma pure illusorie nei loro effetti. Insomma vuole essere certo di migliorare e non di peggiorare la sorte di questi pupilli, che per caso e non per sua volontà sono caduti nelle sue mani da 3 secoli?” Vi era certo una dose d’ipocrisia in codeste posizioni, ma il problema si poneva: considerando il negro incapace di adattarsi alla civiltà dei bianchi che cosa si sarebbe potuto fare degli schiavi emancipati? La risposta fu il problema razziale che afflisse gli USA per decenni e che neppur oggi, nonostante la presidenza del mulatto Obama e il   dilagare del meticciato, si può dire sia stato risolto del tutto.(13)

Continuava poi il Nostro “Se ci diamo la pena di scorrere con occhio di giustizia e di spregiudicato raziocinio sulle pagine della storia dell’umanità, non possiamo a meno di vedere che ogni qualvolta due razze diverse-una superiore, e l’altra inferiore vennero a contatto l’una dell’altra, la razza inferiore venne ridotta alla ineluttabile alternativa, o di diventare vassalla della superiore, o di sparire per sempre dalla faccia della terra”(14). Come si è riportato in precedenti articoli vi sono autori che vedono come inevitabile in una società multirazziale il prodursi di una stratificazione e il dominio più o meno larvato di un gruppo etnico sull’altro.(15)

E allora, che fare? A pag.166 leggiamo: “Certo, io non voglio arrogarmi la pretesa di stabilire se la peculiare istituzione degli Stati Confederati sia la sola che si confaccia al carattere del Negro. Eh!no!Non sono né tanto presuntuoso, né tanto intollerante per osare di emettere una simile asserzione. Quello che m’importa di mettere in rilievo si è che i fatti son lì per provarci che, perché il Negro sia felice ed utile, è mestieri che sia posto sotto l’immediata tutela di una razza superiore: e che questi fatti-bisogna che lo dica francamente-non ammettono confutazione. D’altronde, tutti coloro che hanno studiato l’indole e l’organismo fisico del Negro lo dichiarano incapace di raggiungere quello sviluppo intellettuale che si richiede per alzarsi al livello della civilizzazione europea.” Dunque, se lo schiavismo doveva cadere, il principio della <supremazia bianca> era irrinunciabile e negli USA, sarebbero stati in molti a continuare a pensarla in codesto modo nei decenni seguenti a partire da quei reduci confederati che si riunirono già pochi mesi dopo la resa di Lee sotto l’insegna della Croce di Fuoco, per continuare la loro lotta.

ALFONSO DE FILIPPI



NOTE

(1) Nel 1862 il Nostro pubblicò una “Guida per la coltivazione pratica del cotone in Italia secondo il metodo Americano.” Un articolo del Manetta che ho potuto leggere è un estratto da < La Rivista> “Cose della Cine I Tae Pings o la Ribellione Cinese”. dedicato alla famosa ribellione dei Tai Ping (1851-1864) scatenata da tal Hong Xiuquan che, similmente al nostro Lazzaretti, si proclamò fratello minore di Gesù Cristo! Alla disfatta di codesta ribellione contribuì anche il britannico Generale C. Gordon destinato poi a cadere in Sudan vittima del fanatismo islamico.

(2) Il titolo completo è di una singolare lunghezza. “La RAZZA NEGRA nel suo stato selvaggio in Africa e nella sua duplice condizione di emancipata e di schiava in America - Raccolta delle opinioni dei più distinti antropologi d’Europa e d’America,non che di celebri viaggiatori,messa assieme e corroborata da osservazioni proprie dal PROF. FILIPPO MANETTA” ), si tratta di un agile volumetto di 176 pagine in 8°. Ricordo qui che vi furono italiani che si batterono su entrambi i fronti del conflitto nord americano Cfr.Emanuele Cassani” “Italiani nella guerra civile americana 1861-1865”Prospettiva ed.Civitavecchia,2006

(3) Durante il conflitto “inoltre i tre milioni di schiavi, anche se non combattono rimangono dei fedeli servitori, e ciò permette ai piantatori di dire:<Vedete che i nostri negri non sono infelici. Se lo fossero stati si sarebbero ribellati ed avrebbero assalito alle spalle i nostri soldati>.Essi non lo fanno,ed attendono passivamente che il conflitto giunga a termina.”B.Michal “Storia vissuta della guerra di Secessione”Vol pag.84,un fatto rilevato anche dal Manetta.

(4) Cito dall’articolo “Differenze razziali o uguaglianza a tutti i costi?”apparso sulla rivista <OP>n.10 del 13 marzo 1979 e poi ripreso nell’opuscolo “Saggi sulle Ineguaglianza Razziali” Edito dal Circolo “Idee in Movimento” di Genova “Poiché il cervello è la centrale principale del comportamento di un individuo, proprio da questo organo il Professor George (W.C.George dell’Università della Carolina del Nord) trasse alcuni studi e alcune conclusioni che lo portarono a capire ed interpretare gli aspetti sociali, politici ed educazionali del problema razziale. Egli dimostrò, per esempio, attraverso una vasta serie di casi esaminati, che in media il cervello di un adulto di razza bianca pesa 100 grammi più di quello di un adulto di razza negra……Le stesse conclusioni furono raggiunte dallo studioso inglese J.H.Sequeria che le pubblicò sul…British Medical Journal. Egli misurò in 1380 grammi il peso medio del cervello di un bianco e in 1249 grammi quello di un negro, ovviamente della stessa età. Il prof .H.C.Gordon….sempre in Inghilterra, portò a termine un lungo studio sulla capacità cubica del cranio di ben 3444 soggetti: il risultato dei suoi accertamenti fu che la capacità cubica del cranio di un negro è mediamente inferiore a quella di un bianco di 165cc…..Maggiore importanza avrebbe lo studio microscopico della struttura cerebrale, non disgiunto da quello delle circonvoluzioni (solchi) della corteccia. Vennero condotti ulteriori studi che dimostrarono come, a parità di altre condizioni, la misura del cervello fosse connessa al livello di intelligenza. Ma dimostrarono altresì che i cervelli di soggetti bianchi e di soggetti negri differiscono profondamente anche nella struttura. Pointer e Keegan provarono..che “le circonvoluzioni del cervello di un congoide sono indubbiamente meno complesse e di più facile interpretazione di quelle del cervello di un caucasoide”.Vint descrisse la corteccia cerebrale di un negro come più sottile di quella di un bianco specialmente negli stati più esterni, che sono gli ultimi a svilupparsi nel bambino e sono direttamente correlati allo sviluppo dello stadio più elevato dell’intelligenza.”

(5) “Alcuni antropologi han voluto insegnarci che tutte le razze umane sono egualmente dotate, ma noi abbiamo aperto il libro della storia e abbiamo risposto loro: E’falso. Le razze umane sia dal punto di vista della qualità che del grado dei loro doni naturali, sono inegualissimamente dotate”Houston Stewart Chamberlain citato da Julius Evola <Il Mito del Sangue> Ar, Padova, 1994, pag. 58.

(6) Negli USA, “il colore della pelle si schiarisce presso i negri man mano che si sale verso categorie di più alto livello sociale, il che conferma che fattori genetici intervengono in un modo o nell’altro, nella determinazione di questo livello.”Arthur Jensen <Genetica, educabilità e differenze tra le popolazioni>in <L’Uomo Libero>n 8 Ottobre 1981. In realtà “nessuno contesta nel mondo scientifico americano, o in quello politico, che i neri abbiano quozienti medi di intelligenza più bassi dei bianchi” Arturo Zampaglione <Sei nero?Allora sei stupido.>in <La Repubblica>10 X 1984.”Statisticamente, la media della popolazione negra appare meno intelligente della media della popolazione bianca”Maurizio Blondet <Sei cretino? E’colpa di papà> in <Il Settimanale>12 XI 1975. Già Raffele Battaglia “La genetica umana  e il metamorfismo razziale”in Renato Biasutti “Le Razze e i Popoli della Terra”UTET,Torino,1967 Vol. I pag.371 aveva scritto:”Nei matrimoni tra Europei e razze negre e negroidi, i figli non raggiungono,di regola, il livello intellettuale dei genitori europei, ma,come nel caso dei Bastardi di Rehoboth, risultano più intelligenti della stirpe materna.”

(7) “Se vogliamo essere fedeli alla verità dobbiamo riconoscere che la <Capanna dello Zio Tom> è un libro scritto male e che l’autrice vi dà prova della più pericolosa demagogia. Il suo principale difetto è quello di far passare come generali alcuni casi che sono veri, sì, ma eccezionali.”Bernard Michel <Storia Vissuta della Guerra di Secessione> Ferni, Ginevra,1973,Vol.I, pag.35

(8) L’immeritato successo de “La Capanna dello Zio Tom>provocò il il sorgere nel Sud della cosiddetta “Anti Tom Literature” :una serie di romanzi tesi a difendere la “peculiare istituzione”.Naturalmente codesto genere ebbe fine con la Guerra di Secessione.

(9) Nel 1858 il futuro presidente aveva dichiarato « Non sono, e non sono mai stato, favorevole a una qualsiasi realizzazione della parità sociale e politica della razza bianca e nera; esiste una differenza fisica tra la razza bianca e nera che credo impedirà per sempre alle due razze una convivenza in termini di parità sociale e politica. E poiché esse non possono convivere in questa maniera, finché rimangono assieme ci dovrà essere la posizione superiore e inferiore, e io, al pari di chiunque altro, sono favorevole a che la posizione superiore venga assegnata alla razza bianca »

(10) Da WIKIPEDIA Il 26 luglio 1847 gli Americo-Liberiani dichiararono l'indipendenza della Repubblica di Liberia. I coloni vedevano nel continente africano, dal quale i loro avi erano stati deportati, la "terra promessa", ma non mostravano intenzione di reintegrarsi nella società e nel metodo tribale africano. Si riferivano a loro stessi come "Americani" e furono riconosciuti come tali tanto dalle autorità tribali africane quanto dalle autorità coloniali britannichedella vicina Sierra Leone. I simboli del loro stato - bandiera, motto e sigillo -, come la forma del loro governo, riflettevano completamente l'esperienza di emigrazione negli Stati Uniti. I costumi e gli standard culturali degli Americo-Liberiani vedevano il loro modello nello stile di vita del Sud degli Stati Uniti. Questi ideali coloravano in modo preponderante le abitudini dei coloni verso gli autoctoni: il nuovo Stato aveva l'estensione superficiale delle terre controllate dalla comunità dei coloni e da coloro che ne erano stati assimilati, per cui grandi porzioni della storia della Liberia trattano i tentativi, raramente coronati da successo, di una minoranza civilizzata di dominare una maggioranza considerata per tanti aspetti "inferiore". Chiamarono il Paese "Liberia", per darle il carattere di "terra degli uomini liberi".

(11) Si può considerare la Confederazione come il primo stato moderno fondato sulla concezione dell’ineguaglianza delle razze umane. Cfr W.Robertson “The Dispossessed Majority” Howard Allen, USA, 1973.

12) Notiamo che il Manetta non fa ricorso ad un argomento caro ad altri difensori della schiavitù, cioè alla constatazione che essa era ammessa nell’Antico Testamento e che, stando ai Vangeli, non era mai stata condannata da Gesù Cristo.

13) Leggo che tra i bianchi degli USA dopo la prima presidenza Obama sarebbero cresciuti i pregiudizi sfavorevoli nei riguardi degli Afro-Americani;possiamo chiederci se codesto fenomeno continuerà con la seconda!

14) Già  Il Conte De Gobineau (“Saggio sull’ineguaglianza delle Razze”Voghera ed.,Roma,1912,pag.194) aveva scritto: “..dappertutto dove vi è schiavitù, vi è dualità o pluralità di razze,vi sono vincitori e vinti e quanto più le razze sono distinte,tanto più l’oppressione è completa.”

15) Come è noto Federico Nietzsche è stato l’unico tra i grandi filosofi moderni a dichiararsi favorevole allo schiavismo  Cito da un interessante volume edito di recente: Massimo De Angelis “Adolf Hitler Una emozione incarnata”Rubbettino, Soveria Mannelli,2013Pag.130 “… pensiero fondamentale di Nietzsche ,secondo cui la civiltà è stata creata,sviluppata e conservata sempre da classi privilegiate e grazie al loro ozio,libero  dalla dannazione del lavoro riservata… agli schiavi, e non avrebbe perciò potuto sopravvivere al movimento dei liberali e dei socialisti. Un pensiero, quello di Nietzsche, che racchiude un elemento di verità storica. E’vero, infatti, che il mondo e il dominio signorile……con  tutta la durezza e persino ferocia ad esso connesse, per lunghe epoche della storia dell’uomo si è rivelato l’unico modo possibile  per far avanzare e conservare la civiltà…”



bibliografia
Bardeche Maurice “Fascismo 70 /Sparta e i Sudisti” Il Borghese, Milano.1970
Catton Bruce “La Guerra Civile Americana” CEPIM,Milano,1975
Luraghi Raimondo “Storia della Guerra Civile americana”Einaudi,Torino,1966
Michal  Bernard “Storia vissuta della Guerra di Secessione”Ferni,Ginevra,1973,2 Voll.
Valli Gianantonio “Il volto nascosto della schiavitù” Effepi, Genova, 2012
Venner Dominique “Le Blanc Soleil des Vaincus” La Table Ronde, Paris,1975