Visualizzazione post con etichetta Tovo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tovo. Mostra tutti i post
mercoledì 22 maggio 2013
Sulla dignità
di Flores Tovo
Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale, la legge morale per eccellenza) era da lui considerato come “ein Fact der Vernunft”, un fatto della ragione umana, poiché, se il fondamento fosse stato altro, l’agire umano sarebbe stato condizionato (meglio sarebbe stato dire determinato) e quindi non libero, in quanto dipendente e quindi non autonomo. Persino Dio non poteva essere il nostro fondamento proprio perché saremmo stati da lui dipendenti. Pertanto, scriveva Kant, Dio non sta all’inizio e alla base della vita morale, ma eventualmente alla fine. Si giunge qui al compimento dell’antropocentrismo. A tale conclusione Kant era pervenuto, a dire il vero, per salvare la possibilità di un libero arbitrio umano, all’interno di una natura che egli considerava, come Newton e gli altri scienziati, nient’altro che una macchina. Per questo motivo, e solo per questo motivo, l’uomo possiede una dignità, che è dovuta proprio al fatto di essere un ente razionale che è “superiore ad ogni prezzo”.
Può sembrare strano, ma questo è ancora il pensiero dominante nel mondo attuale, soprattutto da quando col Concilio Vaticano II, preparato culturalmente dal teologo Karl Rahner, la Chiesa cattolica rivolse la propria mente verso la direzione antropocentrica della cultura moderna, che aveva appunto trovato nell’illuminista Kant il suo massimo esponente e che il comunista Marx aveva poi ancor più accentuato nell’affermazione che “la radice dell’uomo è l’uomo stesso”. Nietzsche ebbe perlomeno l’ardire che il fondamento dell’agire, al di là del bene e del male, sarebbe stato il superuomo.
Ora si tratta di guardarsi negli occhi. Di che cosa si sta parlando? Di quale dignità, di quale volontà buona, di quale razionalità si sta continuamente cianciando? Anche coloro che si rendono conto del Pericoloparlano sempre di ecologia, di sviluppo sostenibile, di ritorno al mutuo soccorso, di decrescita felice, di permacoltura e di piantare pomodori o allevare galline nel terrazzo e di tante altre più o meno intelligenti proposte per venir fuori da questo ormai interminabile tunnel in cui ci si è cacciati. Questo tunnel è in realtà un abisso. Nietzsche ammoniva che chi guarda sempre l’abisso, prima o dopo sarà l’abisso a guardare lui. Ma anche questo avvertimento è superato. Nell’abisso ci siamo caduti tutti. Anzi sarà esso stesso ad avere paura di noi. Come potrà egli, infatti, sostenere il peso di 8 miliardi di individui? Come scriveva un buontempone, che si riferiva però solo ai Cinesi, se tutti saltassero da 2 metri di altezza in sincronia, essi provocherebbero uno tsunami che distruggerebbe gli Stati Uniti.
La ragione umana. Essa è sì uno strumento meraviglioso con tutti i suoi principi logici, un dono divino forse. Ma che cosa se n’è fatto di essa? E quanti oggi la usano per il bene comune, semmai esista ancora un bene comune? Nel suo libro “La società sotto assedio” il sociologo Zygmund Baumann sottolineava che le presunte classi dirigenti ormai non controllano più niente: né l’incremento demografico, né il tasso inquinamento, né la deforestazione e lo sterminio degli animali, né il denaro. Niente di niente. Di solito nelle epoche storiche “normali” i mediocri hanno governato, si pensi agli Asburgo, col loro buon senso che era appunto aurea mediocritas. Solo nelle situazioni eccezionali sono emersi i giganti come gli Alessandro, Cesare o Napoleone. Nel mondo attuale dominano invece i pessimi, i maggiordomi, poiché nel mondo della quantità, nel regno del mercato dominano i grandi commedianti, grandi nel recitare la favola bella. “Spirito ha il commediante, ma poca coscienza dello spirito. Sempre crede in ciò con cui riesce a far credere gli altri più fortemente, - far credere in lui stesso” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra). Il razionalismo moderno, che ha avuto origini con Cartesio e che continua con le pseudo-filosofie di oggi (epistemologie, le chiamano), in realtà ha asservito la ragione al potere economico. La volontà di potenza del denaro è riuscita a sottomettere quella facoltà che, a partire da Aristotele, si è sempre ritenuto costituisse la differenza specifica rispetto agli animali. Il capitalismo, l’economia del più-denaro, dapprima si è alleato col sapere scientifico per poi soggiogarlo ai propri scopi. Tutti hanno un prezzo e quindi non c’è più dignità.
Per quanto ci siano molte persone che studiano e si sforzano di progettare alternative più o meno radicali rispetto all’attuale sistema, non c’è più avvenire. Del resto, la distruzione delle certezze sociali lavoro-salute-pensione, la precarietà imposta senza colpo ferire, hanno serrato le dimensioni della temporalità ad un unico presente sempre identico a sé, che è poi la temporalità vissuta dagli animali, come ha rivelato con grande profondità un giovane prodigio della filosofia italiana, Diego Fusaro, nel suo libro “Essere senza tempo” edito da Bompiani.
Quali dovrebbero essere, infine, le vie d’uscita? Quelle di un socialismo rivoluzionario ancor più spietato di quello del passato? Quelle di un nazifascismo rimodernato, magari più antiborghese (ma dov’è la borghesia oggi?) ed anticapitalistico? Emile Cioran profetizzava che nel ventunesimo secolo Hitler e Stalin sarebbero sembrati due chierichetti. Comunque nulla di nuovo.
O forse bisogna sperare nel ritorno al pensiero di un Rousseau padre della democrazia diretta che oggi viene prefigurata dal MoVimento5stelle, una democrazia che si dovrebbe attuare (Casaleggio dixit) con l’uso di internet? Ma Rousseau è in realtà una contraddizione vivente, poiché se da un lato propugna l’uguaglianza fra tutti gli uomini (uno vale uno dice Grillo), dall’altro afferma che la moltitudine popolare non sempre capisce o vede il proprio bene, in quanto il suo giudizio non sempre è illuminato e pertanto si rende necessaria, non tanto la figura di una èlite, bensì di una figura carismatica e demiurgica che egli chiama il Legislatore (Grillo stesso o chi per lui?).
A questo punto, per chi crede nella ciclicità delle ere, è lecito ritenere che non conviene più cercare di ritardare la fine del Kali-yuga, semmai di accelerarlo. Forse sarà preferibile vivere come l’anarca che si ritira nel boschetto e vive nascosto fra amici, amori, libri e vino. Oppure per chi non crede neppure in questo, poiché è approdato ad un nichilismo assoluto in cui anche il superuomo è morto, fare come l’anziano professore Calguès nel libro “Il campo dei Santi” di Jean Respail: morire combattendo quando sarà giunta l’ora.
lunedì 24 dicembre 2012
Capitalismo – assoluto ed io – comunità
di Flores Tovo
Nel dare una sua definizione della politica, Giovanni Gentile così scrive: “La politica è l’attività dello spirito in quanto Stato. Non perciò l’attività di una sostanza spirituale che sia Stato, né di un ente oggettivamente sussistente di fronte all’individuo umano. Un ente come tale è stato tante volte creato con l’immaginazione; ma è stata una semplice astrazione alla quale soltanto la fantasia può dar corpo in una ipostasi dotata di una qualsiasi attività. Per noi lo Stato è la stessa autocoscienza del così detto singolo, ossia dell’uomo reale e positivo in quanto volontà universale, e cioè stato”. (G.GENTILE, Genesi e struttura della società, p.109, Gallone Ed., Milano 1997).
In questa straordinaria sintesi è compendiata tutta la filosofia della “Dottrina della scienza” del filosofo idealista Fichte. L’ attività dello spirito è da intendersi come Geist, ossia come spirito del popolo. Epperò lo spirito del popolo non è una sostanza, una realtà in sé eterna ed immutabile, che lo trascende come un’idea platonica, prodotta magari da una fantasia che lo pone come impianto. Lo spirito del popolo è invece il prodotto, dice Gentile, di un io singolo, che trova in sé la volontà universale di un intero popolo: il Geist non è, quindi, la somma di tanti individui separati ed anonimi, ma il prodotto di un Io singolo che è al contempo Io-comunità, che è consapevole di essere consapevole, e cioè di essere autocoscienza. Lo stesso Hegel fa coincidere la nascita storica dello Stato con l’avvento-evento dell’autocoscienza. Lo Stato nasce nel momento in cui le Autocoscienze in uno scontro-incontro (vedasi la figura del servo-signore) decidono di organizzarsi socialmente secondo l’ordine (aperto) delle attitudini. Lo Stato è allora il risultato che gli Io-comunità producono. Esso diventa così quella famiglia in grande in cui nessun io è abbandonato a se stesso e al proprio destino: l’Io-comunità diventa l’atto che Fichte definisce come “Tathandelung”, cioè azione-agente, azione che si fa, in quanto lo spirito di un popolo si compie solo nella tensione che supera gli ostacoli (che Fichte chiama Non-io) al fine di raggiungere il bene comune, che non è solo quello economico, ma quello di un’etica che vuole l’armonia sociale. Lo Stato in cui l’Io sa di appartenere, per dirla in senso vedantico, al Sé.
In questa straordinaria sintesi è compendiata tutta la filosofia della “Dottrina della scienza” del filosofo idealista Fichte. L’ attività dello spirito è da intendersi come Geist, ossia come spirito del popolo. Epperò lo spirito del popolo non è una sostanza, una realtà in sé eterna ed immutabile, che lo trascende come un’idea platonica, prodotta magari da una fantasia che lo pone come impianto. Lo spirito del popolo è invece il prodotto, dice Gentile, di un io singolo, che trova in sé la volontà universale di un intero popolo: il Geist non è, quindi, la somma di tanti individui separati ed anonimi, ma il prodotto di un Io singolo che è al contempo Io-comunità, che è consapevole di essere consapevole, e cioè di essere autocoscienza. Lo stesso Hegel fa coincidere la nascita storica dello Stato con l’avvento-evento dell’autocoscienza. Lo Stato nasce nel momento in cui le Autocoscienze in uno scontro-incontro (vedasi la figura del servo-signore) decidono di organizzarsi socialmente secondo l’ordine (aperto) delle attitudini. Lo Stato è allora il risultato che gli Io-comunità producono. Esso diventa così quella famiglia in grande in cui nessun io è abbandonato a se stesso e al proprio destino: l’Io-comunità diventa l’atto che Fichte definisce come “Tathandelung”, cioè azione-agente, azione che si fa, in quanto lo spirito di un popolo si compie solo nella tensione che supera gli ostacoli (che Fichte chiama Non-io) al fine di raggiungere il bene comune, che non è solo quello economico, ma quello di un’etica che vuole l’armonia sociale. Lo Stato in cui l’Io sa di appartenere, per dirla in senso vedantico, al Sé.
In questa definizione gentiliana che riprende il pensiero dei grandi Idealisti, vi è contenuta la critica più radicale riguardante non solo lo Stato moderno, ma anche la società che lo esprime.
Lo Stato non è più, oggi, la sintesi di Io-comunità, ma soltanto lo somma di tanti io-generici od empirici, la cui caratteristica è quella della solitudine anonima e nomade. Con l’avvento del capitalismo, vi è stata infatti la distruzione totale di tutto ciò che rappresentava un aspetto umano comunitario. Perciò l’epoca attuale può essere anche letta come l’epoca della morte dell’uomo sociale aristotelico.
Tale distruzione è stata preparata, filosoficamente, a partire da Guglielmo d’Ockham, il padre dell’empirismo moderno, il quale ritenne che il solo sapere sensato fosse appunto quello legato ai sensi, negando così qualsiasi valore al sapere metafisico. Questo diventava allora vuota chiacchiera , incapace di esprimere un qualsiasi valore rivelativo della verità. Tale svalutazione di fatto riduceva l’uomo singolo, privato della parte più elevata del suo pensare, che è l’intuizione intellettuale, ad essere poco più di una bestia, in quanto le uniche verità possibili diventavano quelle di fatto, senza che esse avessero, peraltro, alcun legame causalistico, verità che quindi erano di per sé relative, mutevoli e precarie. Guglielmo perciò preconizzava l’uomo scettico di oggi di oggi, che non ha riferimenti, ideologie, religioni: che possiede anzi l’ideologia del vuoto nichilistico. E dopo Ockham, ci sono stati Montaigne, Locke, Hume, in parte Kant, i positivisti, Stuart Mill, Wittgenstein, i neo-positivisti, Popper e tutti gli pseudo-filosofi viventi, espressioni dell’uomo morto e del dio morto.
Dall’altra parte tale io-empirico è stato esaltato da un’altra corrente di pensiero, quella del razionalismo meccanicista, che con Cartesio per primo ha ritenuto che tale uomo, ego cogitans, privato di qualsiasi legame sociale (Cartesio viveva solo in una sua stanzetta con una stufetta) fosse in grado di legiferare addirittura sulla natura, alla quale applicava l’implacabile legge del meccanicismo, per cui gli esseri viventi erano automi, e la natura in quanto tale era pura estensione geometrica misurabile (res extensa). Una natura de-sacralizzata, privata di qualità, considerata solo come mezzo per lo sfruttamento e il profitto (il “Bestand” heideggeriano). Il pensiero dell’ebraismo e del cristianesimo realizzato scientificamente.
La distruzione dell’Io-comunità si è poi attuata sul piano economico con l’eliminazione graduale dei campi aperti (gli open-fields) per far posto a quelli recintati (gli enclosers), con la soppressione delle corporazioni e degli statuti, e con la liberalizzazione selvaggia di tutto ciò che era pubblico (Adam Smith ne fu il principale promotore). Le stesse rivoluzioni inglese, americana, francese devono essere lette in base a questo filo conduttore che ha avuto lo scopo, in nome della liberazione dell’individuo e dell’affermazione dei suoi diritti, di distruggere in realtà ogni aspetto sociale comunitario che è la caratteristica principale del mondo industrializzato. Sul piano politico Hobbes, Locke, Montesquieu sono stati i teorici dell’individuo isolato che sia sotto un regime assolutistico (Hobbes) o liberal-democratico-rappresentativo (gli altri due) veniva concepito come il detentore di astratti diritti positivi naturali, tra i quali veniva esaltata soprattutto la proprietà privata. Con le rivoluzioni suddette l’uomo diveniva sì libero, però salariato, al servizio del libero mercato e della sua legge aurea della domanda e dell’offerta. Bisogna dire una volta per tutte che l’analisi marxiana scritta in quel capolavoro che è “ Il capitale” rimane per tantissimi versi insuperata: la logica del “plusvalore”, o meglio del più denaro, il feticismo delle merci in cui la principale merce è la forza-lavoro umana, l’alienazione del lavoratore e la distruzione del lavoro creativo artigianale, rappresentano la descrizione perfetta della realtà di due secoli fa che è anche quella attuale. La stessa caduta tendenziale del saggio di profitto, che sembrava costituisse la parte debole della teoria di Marx, in realtà è stata confermata alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, causando uno spostamento enorme dei capitali volti alla produzione a quelli finanziari (si veda il lavoro di A. DE BENOIST, Sull’orlo del baratro, Arianna editrice). Il crollo del muro di Berlino nel novembre del 1989 e la fine dell’URSS il 31 dicembre del 1991 sono le date decisive del nostro tempo. Il capitalismo ha potuto, finalmente, diventare assoluto (un assoluto che deve intendersi in senso hegeliano, in cui e con cui finisce la storia). Nel suo percorso la volontà di potenza dell’io-soggettivo, che aveva trovato la sua essenza o fondamento nella tecnoscienza e nel capitalismo, aveva altresì incontrato diversi e temibili ostacoli, quali il modello organicistico di ispirazione fichtiana ed hegeliana della Germania bismarkiana (Bismark è stato l’inventore attuativo dello stato sociale moderno) e dell’impero asburgico (Karl Lueger, sindaco di Vienna tra l’ ‘800 e il ‘900, creò per primo il sistema delle municipalizzate), il comunismo sovietico (espressione massima della radicalità anticapitalista), e, infine, gli stessi fascismo e nazismo, che pur compromettendosi in parte col capitale perseguivano una via, purtroppo liberticida e comunque insufficiente, in cui la comunità alla fine doveva prevalere.
Il capitalismo assoluto, che essendo in sé e per sé non si identifica più nemmeno con la classe sociale che lo sosteneva, cioè la borghesia, sta eliminando ad uno ad uno tutti gli ostacoli residuali del passato. Niente più lavoro sicuro, niente più pensione garantita, niente più contratti nazionali di categoria, niente più sanità o assistenza pubblica. Solo il privato è bello. Il pubblico deve sparire. Tutto in nome delle libertà individuali e della democrazia, che viene a trasformarsi così nella forma più anti-stato mai esistita, portando l’umanità ad una condizione hobbesiana dell’ “homo homini lupus”, che nella realtà storica o preistorica non è mai esistita, se non nel capitalismo delle degli inizi e della sua attuale assolutezza, che sarà però anche la sua fine.
Questo sistema si sta palesando il più totalitario, il più pervasivo e il più subdolamente violento di tutti i sistemi, poiché toglie all’umanità il futuro, rendendo precario, quando va bene, il presente che fra l’altro diventa l’unica dimensione temporale vissuta. Il comunismo ed il nazismo, pur con la violenza, garantivano la sicurezza sociale e prospettavano, in aggiunta, una veduta millenaristica palingenitica esistenzialmente superiore. Il capitalismo sta invece annientando il futuro, annichilendo di conseguenza anche il passato.
Heidegger chiamava, genialmente, l’uomo Da-sein, Esser-ci. Con ciò intendeva dire che l’uomo co-appartiene all’Essere, cioè alla natura e alla comunità. L’Esserci è costitutivamente con-gli-altri (mit-sein), poiché se così non fosse non avrebbe l’autocoscienza, che, come si è detto, è data dal rapporto consapevole che si ha con gli altri. Ebbene oggi il Gestell (l’impianto tecnoscientifico) e il mercato capitalistico hanno ridotto l’uomo ad un semplice Ci privato del suo rapporto con l’Essere: un Ci senza storia, anonimo, parificato nel pensare e nei costumi, meticcio, nomade ed incerto, né angelo, né bestia, senza metafisica, religione o istinti. Un’ameba.
La domanda epocale a cui devono rispondere gli uomini venturi è quindi semplice ed univoca: come ricostituire nella libertà e nell’autorità l’Io-comunità ? Il Platone della “Repubblica”, il Fichte dello “Stato commerciale chiuso”, lo Hegel dei “Lineamenti della filosofia del diritto” sono, a parer nostro, i libri guida per coloro che, consapevoli del pericolo, devono cercare un rivolgimento totale del mondo moderno.
Flores Tovo
f.tovo@libero.itmercoledì 3 ottobre 2012
Gli uomini venturi
Il ritegno è lo stato d’animo fondamentale proprio degli uomini venturi. Secondo Heidegger tale sentimento non è da intendersi come riserbo o discrezione, bensì come disposizione dell’animo di coloro che con coraggio si pongono consapevolmente dentro la situazione emotiva dell’evento (si veda dell’autore l’opera “Contributi alla filosofia – Dall’evento). L’evento è la caduta dell’esserci umano nell’essere-tempo, ovvero esso rappresenta il momento originario in cui l’uomo cessa di vivere in una dimensione puramente zoologica, diventando ente pensante, in quanto la caduta nel tempo implica l’immergersi in quella temporalità che è il senso interno del futuro-passato che ci consente di progettare e quindi memorizzare le nostre azioni e pensieri. Lo stesso principio di ragion sufficiente, che è il principio logico più potente della nostra mente, è possibile solo in virtù dell’evento, in quanto basato sulla successione temporale del prima (la causa) e del dopo (l’effetto). L’ente umano quindi appartiene all’essere, che non solo è il principio di manifestazione, la radura luminosa (lichtung) entro cui gli enti si rivelano, ma è anche il pensiero che pervade la natura vivente, la nostra dea madre.
I fondatori del pensiero europeo Anassimandro, Eraclito e Parmenide avevano ben compreso ciò. L’uomo è un ente della natura (physis) che riceve il dono del logos e della verità (alethèia), che comunque saranno sempre una ragione e una verità limitate, che possono a volte celarsi o disvelarsi come poi è avvenuto a seconda delle epoche storiche. Nel mondo dei fondatori l’immersione della vita umana nella natura era totale. Dionisio ed Apollo erano gli dei che la accompagnavano in un rapporto di complementarietà e compenetrazione. La pienezza della vita si attuava nei momenti di equilibrio fra misura e dismisura (hybris), come nel Tao fra yin e yang.
Nietzsche ed Heidegger, in ultima analisi, sono dei venturi-già-venuti nella cui mente risuona il richiamo profondo dell’essere.
Essi ci insegnano che i sentimenti che nascono nell’avvertire dentro di sé la risonanza dell’essere possono essere heideggerianamente o lo sgomento, che nasce da un profondo turbamento dovuto al contatto, o il pudore, da intendersi come compostezza, talvolta accompagnata, aggiungiamo noi, alla nicciana gioia danzante che ama il destino. Tali sono i sentimenti, a un tempo coltivati per la preparazione e spontanei per l’indole, di coloro, pochi e rari, che ancora sanno, ma soprattutto sentono di appartenere all’essere.
Sentimenti che nascono, appunto, dal ritegno.
Gli uomini venturi, in un mondo spalancato verso l’abisso, non si esibiscono, non partecipano alle corride, non urlano. “Dove cessa la solitudine, là incomincia il mercato e dove incomincia il mercato, là incomincia anche il rumore dei grandi commedianti e il ronzio delle mosche velenose” scriveva Nietzsche in “Also spracht Zarathustra” . I preti e i mercanti sono perciò i bagonghi del non-tragico (la vera tragedia è dionisiaca) circo presente.
Tante domande sorgono. Che cosa potranno fare allora i venturi? L’esposizione, l’intervento, l’ardore sono le “normali” disposizioni emotive del signore che nulla teme rispetto al servo che in tutto trema, come aveva colto Hegel nella sua celebre “figura” storico-concettuale. Ma in questo presente tempo tali propensioni avrebbero ancora un senso? L’azione fisico-spaziale potrebbe ancora riportare de facto l’ordine dei ranghi nel caotico cosmopolitismo di oggi?
Un secolo fa il “che fare” poteva ancora ribaltare il mondo o in una direzione o in un’altra: Lenin, ad esempio, riuscì a sconvolgere l’ordine secolare zarista, con una lucida e fredda determinazione kirilloviana capovolta: egli infatti convinse gli altri a suicidarsi. In Italia Balbo, Mussolini, Gentile, gli arditi seppero proporre gradualmente un disegno, una prospettiva. Si veda e si studi il libro di Sonia Michelacci sul comunismo gerarchico. Il “Progetto” di un mondo davvero nuovo ed antico era già stato annunciato. E’ rimasta la flebile risonanza.
Il regno della quantità annienta e illanguidisce la qualità della vita. Mercato globale, società multirazziale, meticciato, democrazia rappresentativa, omologazione sono le parole guida che vengono somministrate ai popoli. Tuttavia gli attuali cosiddetti potenti, mai sono stati così impotenti. Nulla possono fare per fermare l’avvento del buco nero. Essi sono dei bagonghi, come si diceva, dei bagonghi svigoriti. Il “Gestell” travolgerà anche loro.
Bisogna perciò attendere. Ciò non significa vivere sotto un cipresso ed osservare l’inevitabile consunzione. Nel dominio dell’imposizione tecnica il mondo cambia senza il nostro intervento e indipendentemente dalla nostra volontà, come aveva ben compreso Marx nella celebre Prefazione del 1859 alla “Critica all’economia politica”. Bisogna attendere che la politica diventi rischio, competenza, dirittura etica. Bisogna che le mosche velenose si ritirino nei loro luoghi naturali: i rifiuti e gli escrementi.
Eraclito nel suo frammento numero 7 scriveva che “ se tutte le cose divenissero fumo, le narici saprebbero riconoscerle”. Egli intendeva dire che qualora tutto il mondo cadesse sotto una coltre di nebbia fittissima o in una notte oscura, dove tutte le vacche, dirà Hegel, sembrano nere, le narici, che in questo caso simboleggiano il logos, ossia il pòlemos (la contesa, il conflitto, la guerra, la competizione, ecc.) prima o dopo creerebbe le condizioni affinché le distinzioni e le differenze si affermino nel rispetto della giustizia naturale. Il pòlemos è il principio di ragione divina propria dell’essere che rende alcuni dei, altri uomini, alcuni signori, altri schiavi.
Gli uomini venturi devono saper stare fermi nella calma piatta dell’occhio del ciclone, siano essi degli avatara o degli uomini apparentemente comuni.
Non si diceva un tempo che la calma è la virtù dei forti?
Tovo Flores
e-mail : f.tovo@libero.it


















