Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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venerdì 3 maggio 2013

L’ Onore e i quattro elementi


di Mario M. Merlino


30 gennaio 1945, cella dei condannati a morte, carcere di Fresnes, Parigi, con il pennino ficcato nel beccuccio della pipa scrive: ‘Alla culla del giovane Onore – sono state viste due fate recare – i loro doni per il giovane Onore: - il coraggio e la gaiezza. – A che cosa serve un dono come il vostro – si chiede alla prima. – Quasi a nulla, essa risponde: - a dare coraggio agli altri. – L’altro, si chiede alla seconda, - non è forse di troppo per l’Onore? – Un fanciullo, risponde la fata, ha sempre bisogno di un fiore’. Poi, a sette giorni di distanza, dodici bocche di fuoco, avide del suo sangue, gli lacereranno la carne, illuse di strappargli l’anima. Così viene fucilato Robert Brasillach.

Voglio provare a raccontarvi una storia, una fiaba forse, cara a Pietrangelo Buttafuoco, che l’ha saputa raccontare meglio di me, erede di quel mondo di cantastorie che incantavano bambini ed adulti con l’opera dei pupi. In ricordo di Mario Castellacci, del Bagaglino di ‘Forza venite gente’ de La Memoria bruciata e, soprattutto, di quella Canzone strafottente che tutti abbiamo cantato con il suo primo endecasillabo ‘le donne non ci vogliono più bene’.


Mi confidava Franck Coppola, don Ciccio, mentre si passeggiava avanti e indietro nel piccolo cortile di Regina Coeli, come il povero puparo venisse assediato nella sua dimora perché il traditore Gano di Maganza non pagava il giusto per il suo reato, il più infame, quello a cui non può darsi perdono  e tanto era lo sdegno che lo si costringeva a cambiare il finale…

Una sera il vento raggiunse il giardino di periferia della grande città dove, da una fontanella, sgorgava lenta e sicura la sua amica, l’acqua. A ridosso, su una panchina dalle assi consunte e la vernice scrostata, sedeva l’Onore. Le ombre del tramonto quasi ne confondevano il tratto d’eterno fanciullo. Era l’ora di chiusura del grande cancello di ferro battuto e l’ultimo ospite, un piccolo cane condotto al guinzaglio da un anziano signore appoggiato al bastone, si avviava all’uscita.

‘Sono in ritardo, lo so, amici miei. Però non dovete mai diffidare. Ovunque voi andiate, sempre mi trovate vicino. Basta che sollevate il coperchio di una minuscola scatola di fiammiferi ed anche lì, impercettibile, io ci sono. In ogni luogo, in ogni gesto sarò a farvi compagnia’. Aggiunse l’acqua con voce cantilenante: ‘Oh, compagno di tante avventure, ricordi quante volte hai riunito le nuvole e le hai addensate in cielo? Ecco che io apparivo sotto forma di pioggia, di gocce sempre più fitte. E piegavi le cime degli alberi e scrollavi le foglie di colore d’oro mentre io scorrevo dai monti verso il piano. Ovunque tu sei, io sono. Non c’è dubbio’. Fu, allora, che l’Onore si passò le dita fra i capelli mossi, sollevò il capo e con un filo di voce, quasi un sussurro, ammonì: ‘Fate attenzione a non distrarvi perché, una volta che mi avete perso, poi non mi trovate più…’.

A questa storia, che in fondo è poco più di una favola, forse si potrebbero aggiungere ancora, a far loro compagnia, altri due elementi: la terra ed il fuoco. ‘Le radici profonde non gelano mai’ sosteneva Tolkien. Beh, anche  loro necessitano di solida terra ove avventurarsi e rendersi forti. Così, ove il passo e il destino s’impongono e ci conducono, esse vengono con noi e solo noi possiamo reciderne il tratto. Ricordate i solstizi d’inverno, intorno al fuoco e, in piedi con le braccia in posizione di riposo, il canto che si levava in attesa del risorgere del sole, quel Domani appartiene a noi e ‘La terra dei Padri, la Fede immortale…’?

E Tirteo, maestro di scuola e zoppo, innamoratosi di Sparta, ammonisce con il verso i guerrieri di calcare la terra e non aver paura, con il piede ben fermo e solido scudo. Infine il fuoco, quello che arde nella mente e nel cuore in primo luogo, senza il quale vana si rende ogni nostra impresa…

L’aria l’acqua la terra ed il fuoco, i quattro elementi tanto cari al filosofo Empedocle che, guarda caso, viveva all’ombra del vulcano e guardando l’azzurro intenso del mare. Perché senza l’Onore essi sono misera cosa e noi con loro…

venerdì 26 aprile 2013

L' ignaro pastore e il rametto di fico


di Mario M. Merlino



A metà degli anni Ottanta, tutte le mattine, prendevo una malconcia e male odorante corriera per arrivare fino ad Artena ed insegnare con incarico a tempo determinato a degli scalmanati ragazzini e giustamente privi di alcuna motivazione nella scuola media Serangeli. Cittadina rasa al suolo e con il simbolico spargimento del sale perché terra di briganti al tempo del dominio del Papa e resa famosa dagli studi del discepolo del Lombroso sulla sua popolazione che esprimeva nel tratto, appunto, le caratteristiche inesorabili d’essere soggetti a delinquere. Un tempo anche per la sagra delle ciliegie, ma i costi per la mano d’opera l’avevano fatta scomparire – come molte tradizioni del mondo contadino – e rimaneva la fioritura di primavera e i rami che mi portavano gli alunni conoscendo la mia passione per l’etica del bushido.

(Ebbi il sospetto che trovassero ‘particolare’ questa mia richiesta e che si passassero la voce di possibili mie tendenze femminee, giustificate anche dall’ostinazione di portare i capelli lunghi… Dei samurai porto tatuata sul braccio destro in ideogrammi la frase ‘fra i fiori il ciliegio fra gli uomini il guerriero).

Artena possiede un palazzo in pessimo stato di conservazione di proprietà della famiglia Borghese. Vi ero stato una sera ad una cena organizzata per i decumani e pochi altri dal principe Junio Valerio, seconda metà degli anni Sessanta. Siedo al medesimo tavolo con Franco Grazioli, btg. Lupo, che, in una notte a Milano, pur di non farsi sottrarre la pistola da un gruppo di gappisti, s’è beccato un colpo a bruciapelo in un polmone, prigioniero degli alleati nel 211 P.O.W. nei pressi di Algeri e poi a Taranto, nella legione straniera a Dien Bien Phu e durante la rivolta in Algeria. Arriva Luca Scafardi, suo commilitone, una gamba amputata sul Senio, fra i primi ad avvicinarsi al PCI tanto da essere invitato a prendere la parola a Napoli nel novembre 1948, durante la prima Conferenza nazionale dell’Alleanza Giovanile, di cui era presidente Enrico Berlinguer. Fra i due sprizzano scintille, si alza il tono della voce, stanno per venire alle mani. Interviene Borghese: ‘Io sono il Comandante della Decima ed io solo decido chi invitare o meno. Adesso vi stringete la mano e sedete allo stesso tavolo’. Li doma con il suo carisma. Sono tornati ad essere dei marò…

Tramite uno dei bidelli che ha il cugino pastore vado a comprarmi una forma di pecorino fresco. Lo prepara davanti a me in un pentolone che gira continuamente con un mestolo. Poi mi offrirà in una scodella la ricotta calda con il siero. Dentro ci sono dei rametti legati fra loro. Sono curioso e gli chiedo se servono per cagliare il latte. ‘No. Sono di fico. Per cagliare usiamo le interiora delle bestie. Ma così faceva mio nonno, così mio padre.

E io continuo a farlo…’ (Penso con l’arroganza del cittadino che in ciò c’è qualcosa d’ottuso, una superstizione che lo spirito dei Lumi non è riuscito ad estirpare. Una cretineria, ovvio, la mia).

Pochi anni dopo compro una raccolta di frammenti dei filosofi fisiocratici in una traduzione che, per volersi distinguere ad ogni costo, si rende quasi illeggibile. (Appartiene, di conseguenza, ormai a quelle centinaia di libri che ho disperso con il trasloco. Stupida necessità, lo so, di spazio). Spero che l’introduzione possa confortare l’acquisto. Poco o nulla. Però… ecco che l’autore cita l’Iliade dove si dice di un guerriero, non ricordo se acheo o troiano, caduto in combattimento e che il suo sangue era stato assorbito rapidamente dalla terra così come avviene con il latte quando i pastori vi mettono rami di fico…

Ci sono molti modi di tradire la terra. Nietzsche ammoniva a non farlo per non cadere nelle grinfie della metafisica. Questo è uno dei modi in cui noi, ormai prigionieri del cemento e capaci solo di calcare l’asfalto, rinunciamo alla linfa vitale della terra madre e, al contempo, sebbene eretti nel corpo, siamo dimentichi di quel dio che ci prende per i capelli. Un libro vede le sue pagine ingiallire e disperdersi in poca polvere; un ignaro pastore e un rametto di fico ‘trasmettono’ attraverso i secoli la voce del mistero e delle sue origini… Noi, i veri trogloditi, a quali miserabili e caduchi graffiti siamo condannati?