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mercoledì 15 maggio 2013
Il maggio radioso della liberazione
di Enrico Marino
Sul Sole 24 Ore del 18 aprile Sergio Luzzattoricostruisce l’epos resistenziale che, alimentato dagli articoli di Italo Calvino, elevò i fratelli Cervi a icone dell’antifascismo e santini della liberazione. La“lezione” dell’articolo è che “durante la guerra civile del 1943-45, i partigiani rossi erano stati vittime delle belve nazifasciste molto più che carnefici di agnelli innocenti”. Ma se l’aprile 1945 fu il mese delle radiose giornate è a maggio che si consumarono alcune delle pagine più efferate del dopoguerra. Ecco la storia dei sette fratelli Cervi e quella sconosciuta dei fratelli Govoni e da queste due storie si può vedere qual’era la differenza tra la violenza fascista, criminalizzata come bestiale, e quella partigiana, normalmente premiata con una medaglia d’oro. I Cervi sono antifascisti e prendono da subito le distanze dal regime.
Alla fine degli anni ’20 Aldo viene imprigionato nel carcere di Gaeta per tre anni, legge Gramscie Marx e, rientrato, estende questa esperienza a tutti gli altri fratelli. Quando le restrizioni alla libertà si fanno più dure i Cervi iniziano atti di sabotaggio agli ammassi imposti dal regime, alle linee dell’alta tensione che alimentavano le fabbriche reggiane di armi, fanno volantinaggio, distribuiscono clandestinamente l’Unità, la loro diventa una casa dove si fanno riunioni segrete, si organizzano attentati contro i fascisti e si ospitano renitenti alla leva e militari alleati dispersi. Casa Cervi viene messa a ferro e fuoco dai fascisti la notte fra il 24 e il 25 novembre 1943. I sette fratelli, catturati, verranno portati al carcere dei Servi di Reggio Emilia e verranno fucilati senza processo all’alba del 28 dicembre 1943, al Poligono di tiro di Reggio Emilia. Il più vecchio Gelindo ha 42 anni, il più giovane Ettore 22 anni. L’azione dei fascisti è un’azione di guerra e di rappresaglia: i Cervi vengono infatti accusati di aver complottato per l’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia). E anche nelle “esecuzioni” si riconoscono due Italie differenti e contrapposte, due stili esistenziali antitetici anche nei modi di intendere le contrapposizioni radicali e irriducibili che dettano le regole di comportamento tra nemici in una guerra.
La famiglia Govoni, di antico ceppo contadino, era una delle più numerose di Pieve di Cento, un grosso borgo quasi al confine con la provincia di Ferrara. La componevano Cesare Govoni, sua moglie e 8 figli: sei maschi e due femmine. Il primogenito si chiamava Dino, si era iscritto al Partito fascista repubblicano, comportandosi sempre correttamente. Quando lo ammazzarono aveva compiuto da poco i 41 anni. Dopo Dino veniva Marino,di 33 anni, era coniugato e aveva una figlia. Combattente d’Africa, aveva aderito alla R.S.I., contro di lui non pendevano accuse. Terzogenita una donna, Maria,nata nel 1912. Fu l’unica a salvarsi degli 8 fratelli perché, dopo sposata, si era trasferita con il marito. Veniva poi Emo, di anni 32, che non aveva aderito alla R.S.I. e viveva in casa con i genitori. Il quintogenito, Giuseppe,di anni 30, coniugato, faceva il contadino ed abitava nella casa paterna. Nemmeno lui era iscritto al P.F.R, quando lo uccisero, era diventato padre da tre mesi. Il sesto e il settimo dei fratelli Govoni erano Augusto, di 27 anni, e Primo, di 22 anni, ambedue ancora celibi e contadini, non si erano mai interessati di politica. L’ultima nata si chiamava Ida, aveva 20 anni, si era sposata da un anno ed era diventata mamma solo da due mesi. La strage dei 7 fratelli Govoni non fu un’azione di guerra né il frutto di un odio furibondo accumulato nei mesi di lotta fratricida, ma fu la conseguenza di un piano freddamente e cinicamente attuato in base alle direttive del Partito Comunista con lo scopo di seminare il terrore. I partigiani non furono che gli esecutori di queste direttive che insegnavano, tra l’altro, come il terrore lo si semini maggiormente con i fulminei prelevamenti, le silenziose soppressioni, il segreto assoluto sulla sorte toccata alle vittime e sul luogo della loro sepoltura.
La strage dei 7 fratelli venne preceduta da molti massacri; nessuno però ne parlava, anche se tutti sapevano. Al tramonto del 10 maggio 1945, iniziarono i prelevamenti dei fratelli Govoni. Era giorno fatto quando i prigionieri, raggiunsero un podere dove in un grande camerone adibito a magazzino, cominciò a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci e colpi di bastone.. Non è possibile riferire tutto ciò che accadde in quelle ore; basti dire che nessuna delle vittime morì per arma da fuoco, le loro urla strazianti risuonarono per molte ore e, quando vennero ritrovati, tutti i cadaveri avevano fratture in più punti e risultavano legati col filo spinato. L’Italia era stata “liberata”.
sabato 11 maggio 2013
La diffusione della lingua inglese e la colonizzazione culturale dell' Europa
di Michele Rallo
In principio era il latino, lingua dell'Impero Romano e poi, nel Medio Evo, lingua dotta e - nella sua versione "volgare" - lingua franca di tutti i popoli europei e africani ed asiatici che dell'Impero Romano avevano fatto parte.
In seguito, parallelamente al consolidarsi di diverse lingue "volgari" (cioè parlate dal volgo, dal popolo), il latino andava perdendo gradualmente il ruolo di lingua universale. Le lingue "parlate" diventavano - più o meno rapidamente - anche le lingue "scritte" dei popoli e, attraverso gli strumenti letterari (come da noi la "Divina Commedia"), si affermavano come lingue "nazionali". Rimaneva, comunque, l'esigenza di una lingua universale, di una lingua - cioè - che potesse essere usata nei rapporti diplomatici da tutte le nazioni e che fosse veicolo di cultura e strumento di comunicazione nei traffici internazionali.
Questa lingua avrebbe potuto essere la italiana, erede diretta della latina.
Ma il nostro ritardo nel raggiungimento dell'unità nazionale (ottenuta solo a metà '800) e poi la ridottissima espansione coloniale ci ponevano all'ultimo posto nella graduatoria delle nazioni neolatine: dopo la Francia, dopo la Spagna, dopo - addirittura - il piccolo Portogallo che poteva vantare un immenso impero coloniale, esteso dal Brasile all'Africa Australe.
La nuova lingua franca dei rapporti internazionali diventava dunque la francese: per secoli saranno redatti in francese sia i trattati diplomatici che gli accordi commerciali internazionali; e, per secoli, chiunque aspirasse a far parte della classe dirigente (politica, culturale, imprenditoriale) di qualunque nazione appartenente al "consorzio dei paesi civili" doveva necessariamente conoscere "il gallico idioma". A noi italiani la cosa andava abbastanza bene: il francese era una lingua affine alla nostra, con una grammatica simile, con tanti vocaboli che avevano una comune radice di derivazione latina, ed era - per gli studenti italiani - di facile apprendimento; contrariamente all'inglese ed alle altre lingue del ceppo germanico, con le loro grammatiche aliene, con i loro vocabolari incomprensibili, con i loro suoni aspirati e gutturali.
La primazia della lingua francese, però, era nient'affatto gradita dall'altra superpotenza europea, la Gran Bretagna. Non soltanto quell'idioma appariva ostico agli inglesi (per motivi speculari a quelli che lo rendevano familiare a italiani, spagnoli e portoghesi), ma tutto intero il "sistema" britannico soffriva per il primato linguistico di Parigi: per ragioni di prestigio, certamente; ma anche per ragioni pratiche, per esigenze commerciali, per aspirazioni culturali che avrebbero avuto evidenti ricadute in àmbito politico.
II momento della riscossa per Londra giungeva con la prima guerra mondiale e con l' ufficializzazione dell'alleanza di ferro con un lontano paese di lingua inglese: gli Stati Uniti d'America. Prendeva forma un blocco intercontinentale di lingua e di cultura anglosassone, formato dall'Impero Britannico con tutte le sue colonie e con i suoi grandi Dominionssemi autonomi (Canada, Australia, Sud Africa, eccetera) e, appunto, dagli Stati Uniti. Era quella che il generale Smuts - Ministro della Guerra sudafricano - chiamava "la federazione britannica delle nazioni" e che considerava estranea al consorzio europeo: «Tenete presenze che, dopo lutto. l'Europa non è casi grande e non continuerà ad apparir tale in avvenire... - affermava Smuts - Non è l'Europa soltanto che dobbiamo prendere in considerazione, ma anche l'avvenire di quella grande confederazione di Stati alla quale noi tutti apparteniamo.»
Ma era con la Conferenza della Pace (aperta a Parigi il 18 gennaio 1919) che il blocco anglofono portava l'attacco decisivo alla lingua francese. Il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson - non la conosceva. Probabilmente, in qualsiasi paese europeo uno come lui non sarebbe mai diventato Capo di Stato o di Governo; e, se ciò fosse accaduto, si sarebbe precipitato a prendere lezioni di francese. Nel paese dei cowboy, invece, l'arroganza imperava e il signor Wilson non si preoccupava di presentarsi ad un alto consesso internazionale senza conoscere la lingua parlata dai rappresentanti di tutte le altre nazioni (Gran Bretagna compresa). O, forse, era lutto calcolato.
In ogni caso, accampando la non conoscenza del francese da parte di Wilson (e non curandosi della non conoscenza dell'inglese da parte del Primo Ministro italiano), gli anglosassoni imponevano l'inglese come lingua della Conferenza. E questo` malgrado la Conferenza si svolgesse a Parigi e malgrado il francese fosse - come abbiamo visto - la lingua ufficiale della diplomazia mondiale. Cosi, mentre affermavano l'ingle
se come nuova lingua delle relazioni internazionali. gli anglo-americani iniziavano la colonizzazione culturale dell’Europa. La Francia non sembrava accorgersi di questa vergognosa manovra di spoliazione. Il Primo Ministro francese Clemenceau preferiva ostacolare le legittime aspirazioni italiane (per Fiume, per il Montenegro, per una posizione di prestigio nell’Europa Orientale), non rendendosi conto che - cosi facendo - candidava Parigi al ruolo di cameriera dell'Inghilterra (come dirà Mussolini).I frutti di quel nefasto gennaio |919 sono sotto gli occhi di tutti: la lingua inglese non ha soltanto soppiantato la francese come strumento di comunicazione diplomatica, scientifica e commerciale, ma è anche diventata veicolo di penetrazione culturale per gli Stati Uniti verso tutti i paesi del mondo e. segnatamente, verse i paesi europei.
Naturalmente. la penetrazione culturale è automaticamente uno strumento formidabile di penetrazione (e talora di colonizzazione) politica. La lingua è infatti veicolo di cultura scientifica, ma anche - e forse soprattutto - di cultura spicciola, popolare. La diffusione della lingua significa cinema, musica, letteratura; significa proporre l'immagine di un modello culturale e politico da far acquisire come “positivo” dalle popolazioni che si vogliono egemonizzare. Ecco, così, che accanto alla musica rock e alla festa di Halloween, i popoli europei hanno acquisito anche la mentalità dell` «arrivano i nostri», la convinzione che gli americani siano sempre i «buoni» della situazione, i «liberatori» impegnati ad esportare la democrazia - come ieri in Europa - in Vietnam, in Nicaragua, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria e così via.
Al di là comunque. Degli aspetti politici (che potranno successivamente essere oggetto di altra disamina), gli effetti pratici di una tale colonizzazione culturale sono evidenti. Si va dai nomi propri rielaborati in chiave anglica (Tonio diventa Tony, Maria diventa Mary, eccetera) ai titoli dei film che oramai ci vengono proposti direttamente in inglese: Pretty Woman (Bella Donna), Ghost(Fantasma), Star Trek, (Viaggio Stellare), Predator (Predatore) e via discorrendo.
E la pubblicità televisiva? Una volta si accontentavano di sovrapporre qua e là una frase in inglese, o di americanizzare le sigle: by Giorgio Armani per esempio. Adesso sono arrivati al punto di proporci George Clooney in uno spot tutto in inglese con sottotitoli in italiano. Avete capito? A noi, a casa nostra, sono riservati i sottotitoli: come se fossimo una tribù indiana in via di estinzione. Forse è questo il futuro che vogliono riservare alia nostra lingua? Da erede del latino, da lingua di Dante e di Petrarca a dialetto da riserva indiana?
Perché non reagiamo?
Perché non iniziamo. per esempio, a non comprare i prodotti che sono pubblicizzati in inglese?
mercoledì 8 maggio 2013
Racconti di...verità!
di Mario M. Merlino
Confesso che il mio primo libro di racconti, Atmosfere in nero, mi ha dato delle soddisfazioni e di questo lo devo ringraziare. E di questo ‘grazie’ ne faccio partecipi i lettori di Ereticamente. E’ come se ci si sedesse intorno al camino in un giorno in cui i vetri tremano per le raffiche del vento e sottili strati di ghiaccio si formino ai bordi della finestra. Siccome le giornate si sono rese ormai più che primaverili, immaginiamoci di stare sulla spiaggia di Mondello (e chi voglia intendere, vi riconosca una richiesta esplicita di invito!) all’ombra di una vela a mezzogiorno, mentre spira un’arietta che porta odore di mare, salsedine e promessa di terre lontane.
(Dicono sia in atto un fenomeno di alterazione irreversibile del clima del Mediterraneo, rendendo quest’ultimo simile a luogo tropicale, soggetto a caldo umido e a repentini e violenti acquazzoni. Del resto ho memoria di quando, ragazzo, mi inerpicavo per i sentieri dell’entroterra riminese a fine stagione, tra Carpegna e Pennabilli, in cerca di fossili, tante le conchiglie e una volta un granchio con un pesciolino tra le chele. Insomma un tornare ai primordi, quando, ad esempio, come ci narra il poeta latino Lucrezio, era sufficiente afferrare per i capelli qualche amabile fanciulla e trascinarla in una caverna, offrendole un corbezzolo o, al massimo, un frutto. Tempi da trogloditi, l’ammetto, tempi però, mi si permetta, essere sotto l’ordine naturale delle cose…ahahah…).
Da ragazzo m’ero dilettato, senza successo alcuno e racchiudendoli nel cassetto, a buttar giù qualche esile raccontino e, in età di ondate ormonali, al confine della pornografia. Altrettanto dicasi dall’eremitaggio di Regina Coeli (ondate ormonali comprese e represse). Poco ancora nei successivi anni, febbrilmente coinvolto nel ruolo di docente (d)emerito di storia e filosofia (con relativa prosopopea e arrogante superomismo). Ecco che mi vien fuori il ghiribizzo di cimentarmi nella narrativa, di cui ero stato certo solerte lettore ma considerandola figlia di un dio minore. In questo – e ne faccio testimonianza – sollecitato dalle conversazioni pacate e intelligenti, in tardi pomeriggi e nei pressi di Fontana di Trevi, con Ugo Franzolin, già corrispondente di guerra della XMAS, giornalista de Il Meridiano d’Italia e de Il Secolo, scrittore.
Così raccolgo la bella storia, tragica, ma io l’avverto tutta d’amore di Mila ed Emilio, il cui destino è racchiuso in quel fazzoletto sporco di sangue, di cui il tenente Bernardino Bernardini aveva fatto dono, poco prima d’essere fucilato nello stadio di Lecco con gli altri quindici ufficiali. E la vicenda di Alima, giovane etiope, e di Marco nelle terre aspre dell’Impero alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale, con una appendice nell’oggi, in questo presente così squallido e triste nonostante - o soprattutto – le luci variopinte del consumismo. Ancora altre storie tra spezzoni di vite reali, come quella dell’ausiliaria Gina o del comandante Sannucci, e il ‘flusso ebbro’ che scaturiva nelle notti trascorse a corrente alternata.
In primo luogo una sfida con me stesso. Quel dare dignità ad altra forma di linguaggio, superando le pretese della filosofia e le analisi della storia di esser loro, tramite il saggio, le uniche a meritare attenzione. Mettersi in gioco nel reiterato chiedersi: ‘cosa farò da grande?’, perché, sì, mi rendo conto che non posso più dilazionare quanto l’anagrafe pretende. E rendersi conto che ci vuole sudor di gomito, scrivere scancellare e riscrivere, nitore della parola che deve esser tutta ‘tua’ e, al contempo, ‘di tutti e per tutti’. E oggi, andando dall’editore, sapere alfine se, ai primi di giugno, potrò dare voce al seguito con Ai confini del nero, ulteriori cinque racconti.
La storia, le storie di uomini e donne che ci hanno insegnato, dimostrando di possedere un animo grande, che valeva la pena di scegliere per non essere scelti e di scegliere per sempre. Soprattutto essere fra coloro che possiedono quello ‘spirito anticonformista per eccellenza, (quell’essere) antiborghesi sempre, irriverenti per vocazione’, come voleva fossero i giovani fra le due guerre Robert Brasillach. Non poco direi, anzi tanto e, qualche volta confesso, troppo… Sempre nella consapevolezza, gioiosa e raramente amara, d’essere ‘i cattivi dalla parte dei buoni’ (come ho scritto in E venne Valle Giulia), mai ‘dalla parte sbagliata’ e incuranti se i fessi i malevoli e gli opportunisti ci definiscono ‘male assoluto’…
Il 18 maggio sono stato invitato a proporre il libro a Lecco dove venne posta, nello stadio di via Cantarelli, una lapide a ricordo della fucilazione (assassinio premeditato e vigliacco) dei sedici ufficiali della Leonessa e del btg. Perugia, fra cui il padre di Mila. Una lapide riparatrice, sovente picconata da anonimi-conosciuti amanti del buio, che oggi la nuova giunta comunale vuole rimuovere e collocare in altro luogo e riscrivere per dare fondamento di (il)legittimità a quella mattanza.
E, probabilmente, degno compimento di tante presentazioni, di amici o di sconosciuti lettori, di coloro che mi hanno accompagnato in questa mia personale ‘avventura’. A tutti costoro va il mio ‘grazie’, soprattutto – e mi ripeto e lo ripeto per quelli che hanno condiviso e condividono le nostre idee le nostre battaglie il nostro cammino, magari avendo un momento di fiato grosso, di stanchezza, di esitazione – a chi ha ispirato questo libro, facendo sì che le parole fossero ossa carne e sangue al servizio e ‘per l’Onore!’.
domenica 5 maggio 2013
25 aprile... 1945!
di Gianluca Padovan
Che cosa si ricorda il 25 aprile? Cosa si ricorda del 25 aprile? Ditemelo un po’ voi, che scendete in campo con le bandiere dell’uno, dell’altro o di chissà quale colore. Io prendo in mano, ancora una volta, un libro a me caro: «I Leoni Morti». Se avete voglia e tempo, con me ricordate.
Il 25 aprile, alle porte di Berlino, ad ovest del bosco di Gruenewald, i resti della XXXIII SS Waffen Gren Division “Charlemagne” si preparano. Questi Francesi ricevono l’ordine di rimanere uniti ai resti della XI SS Frw Pz Gren Division “Nordland”, comandata dal generale Friedenberg. L’XI Divisione è composta da Volontari Danesi, Norvegesi e Svedesi, ma oramai conta solo poco più di millecinquecento uomini. Ma di valore. Sono, anche loro, Volontari, come tutti gli appartenenti alle Waffen SS (Schütz Staffel). Il compito della Charlemagne e della Nordland è di difendere il settore di Berlino prossimo alla Cancelleria del Reich. E saranno poi tra gli ultimi a deporre le armi. Si dice che sotto la Porta di Brandeburgo un Volontario italiano esaurì le munizioni prima di ritirarsi.
Il Capitano Gauvin passa in rassegna gli uomini schierati, pronti per la partenza alla volta della capitale tedesca, circondata dalle truppe comuniste sovietiche: «Sotto l’elmetto d’acciaio avevano lo sguardo vuoto delle statue. Se Gauvin rivolgeva la parola ad uno di loro in tenuta di combattimento, riusciva a stento a cogliere un guizzo in quegli occhi che subito tornavano a fissare il nulla a sei passi davanti a loro. L’immobilità di questi soldati aveva qualcosa d’affascinante. Le mascelle contratte esprimevano una risolutezza feroce. Il sussulto improvviso d’un muscolo dei mascellari era l’unico segno di vita che si potesse cogliere sul loro volto. Indossavano la tuta leopardo o erano avvolti in teli da tenda impermeabili chiazzati di rossastro, di marrone e di giallo, che davano loro l’aspetto di grandi felini con gli scarponi. Condottieri d’una rivoluzione europea (...)» (Saint-Paulien, I Leoni Morti. La battaglia di Berlino, Ritter, Milano 1999, p. 41).
Così il Capitano delle SS Gauvin arringa i Volontari: «Riconosco in mezzo a voi i vecchi combattenti che, alle porte di Mosca, hanno rasentato la vittoria ed hanno visto, sul cielo grigio e nero, stagliarsi le torri del Cremlino. Adesso sono qui. Non i Russi li hanno vinti. È stato il freddo. Proprio il giorno di quell’offensiva che avrebbe dovuto abbattere per sempre la Mecca rossa, il termometro è sceso da meno venti a meno quaranta gradi. Ve lo ricordate, amici? È a voi che mi rivolgo ora. Poco ci importerebbe di difendere la capitale tedesca, ma non è Berlino con le sue rovine che difendiamo, è il cuore di questa Europa, senza la quale il mondo non è nulla. La battaglia di Berlino non è l’estremo combattimento di questa guerra, ma il primo di quella lotta decisiva che si concluderà un giorno, ne sono fermamente convinto, con lo sfacelo del Bolscevismo» (ibidem, p. 46).
Perché il Bolscevismo, ricordiamolo, è: «La dottrina e il movimento bolscevico in Russia; nell’uso corrente è sinonimo di comunismo» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della lingua Italiana, Vol. I, Roma 1986, p. 492). Dove bolscevico è l’«appartenente alla frazione di maggioranza del partito socialdemocratico russo costituitosi durante il secondo congresso (Londra, 1903), che rappresentava, sotto la guida di Lenin, la corrente più rivoluzionaria e intransigente» (ivi). Nikolaj Lenin, ricordiamo anche questo, è il nome del rivoluzionario ebraico Vladimir Il’ic Uljanov, uno dei fautori della rivoluzione comunista russa dei primi del Novecento e della trasformazione dell’impero russo in Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).
E ancora: «Nel frastuono delle armi erano giunte alle loro orecchie solo parole d’ordine strane e contraddittorie: socialismo biologico, difesa della cristianità, lotta contro l’internazionale rossa del Bolscevismo, l’internazionale gialla del giudaismo, la potenza dell’oro ed il capitalismo internazionale, ed infine contro l’internazionale nera dei Gesuiti! (Nero, giallo e rosso, i colori della bandiera della repubblica di Weimar!) Lotta, anche, alla Frammassoneria...» (Saint-Paulien, op. cit., p. 42).
Oggi abbiamo un presidente della repubblica che non ha fatto gli interessi dello stato e per il quale i Cittadini Italiani hanno pagato. Ho scritto in minuscolo il tutto perché questa non è una repubblica, ma quello che resta di una Nazione, quella Italiana, atterrata dalle banche e dai banchieri promotori e servi dell’«usura», anche di bolscevica memoria. Noi abbiamo il diritto e il dovere di ricordare e di commemorare coloro i quali sono poi stati demonizzati da un vincitore apolide, coatto e servo delle banche. Abbiamo il dovere di ricordare coloro i quali, da Volontari, si sono battuti fino alla fine, senza chinare il capo. Abbiamo il dovere di ricordare questi Volontari Vittoriosi, in questo 25 aprile di auspicabile Vittoria.
giovedì 2 maggio 2013
Immortale
di Luigi Cardarelli
"era scritto nel destino, che ti ha reso immortale il 2 maggio a Berlino".
Moriva quel giorno il prode untersharfuhrer Eugène Vaulot, assieme agli ultimi volontari francesi della divisione Charlemagne: a pochi passi appena dal bunker della Cancelleria. I vincitori russi innalzavano alta la bandiera dell'armata rossa sulla cima del Reichstag. Alcuni giorni prima le armate sovietiche del maresciallo Zukov e quelle del generale americano Patton s'erano abbracciate a Torgau, in bassa Sassonia. Svaniva così l'ultimo brandello d'un ideale europeo.
Nel successivo mese di luglio, la conferenza di Potsdam avrebbe sancito la spartizione del nostro continente tra le due grandi potenze mondiali. La terra sublime che era stata per millenni fulcro e demiurgo di civiltà insigne, sarebbe diventata una mera zona d'influenza assoggettata e protetta da forze militari straniere. Non più officina geniale di idee, bensì un grosso supermercato dove smerciare il prodotto a stelle e striscie o le mentecatte teorie marxiste-leniniste.
Da fine esportatore d'ingegno ad importatore netto d'esotica barbarie. Lo sviluppo economico ed il boom che seguì nel dopoguerra, non riuscirono comunque a restituire all'europa spaccata, l'indipendenza, l'autonomia, la forza perduta ed il prestigio d'un tempo. Dopo 70 anni circa le due dottrine economiciste e materialiste capitalismo e comunismo, si sono come fuse dopo la caduta del Muro in una sorta di turboliberismo nella sfera privata e di socialismo reale nell'ambito dell'opprimente macchina burocratica.
Non esiste ordunque altro pensiero, se non il governo dell economia e la riduzione della vita umana alla pura e semplice aspirazione per il consumo. Allora da Roma a tutte le altre capitali vicine, l' è tutto un primaverile fiorir di "larghe intese", di epocali inciuci. La tirannide bancaria sovrintende e gestisce i nostri infimi destini. Alla favola patetica del demos e della democrazia ateniese non crede ormai davvero più nessuno. A meno che non sia coperto da montagne di denaro. Le sorti della tradizione dei Celti e dei greco-romani sono ridotte nelle mani avide delle lobbies, di club esclusivi, di caste e circoli ristretti, delle cricche finanziarie, di saghe e dinasty familiari.
I palazzi del potere romano con i suoi valletti, parlano ora sfrontati di Bildeberg, di massoneria e Trilateral. L'homo resettato e sfregiato al rango vassallo, è rimasto padrone solo di potersi votare un buffone e di premere il tasto del suo telecomando. Suona tragica la profezia del Talmud, "tutti i popoli del mondo saranno incatenati al trono d'Israele".
giovedì 25 aprile 2013
25 aprile: tutti gli anni si festeggia una sconfitta
di Enrico Marino
Tempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Fra queste la ricorrenza del 25 aprile, ma subito da sinistra ci fu una sollevazione di sdegno perchè quella festa doveva restare l’occasione di divisioni e di commemorazioni di parte. Gli agguati dei partigiani e le rappresaglie; una guerra civile che mise gli uni contro gli altri migliaia di italiani; i terrificanti bombardamenti angloamericani; i partigiani giustiziati e la macelleria messicana di Piazzale Loreto; i partiti che tornano alla luce del sole; le vendette e gli assassini partigiani del post-aprile 1945, quando in molti che erano stati dalla parte di Salò vennero braccati e uccisi, spesso innocentissimi; tutto questo doveva rimanere, non come ammonimento, ma solo come occasione per riaprire un fossato e spargere veleni anche fra le giovani generazioni e riproporre, sulla base di assurde equiparazioni fra il presente e il passato, scenari di contrapposizione feroce fra gli italiani. La retorica peggiore sul 1945 è, infatti, quella di chi vorrebbe riesumare pari pari la "Resistenza"nell'oggi, di coloro che radicalizzano scelleratamente il confronto politico e rievocando i luoghi comuni della vulgata resistenziale - dei quali il tempo e gli accadimenti hanno ormai dimostrato la falsità - di quelli che hanno fatto del 25 aprile un feticcio intoccabile e un turpe commercio sul quale continuano a speculare associazioni reducistiche altrimenti marginali. Il 25 aprile continua, perciò, a essere una celebrazione ipocrita, tanto più in quanto non ci fu mai una liberazione, perché non siamo mai stati liberati. La verità è che il 25 aprile è una grossa mistificazione, in cui trionfa semplicemente la retorica comunista, stucchevole e dura a morire, nonostante la storia abbia certificato il suo fallimento politico, culturale e ideologico. Se analizzassimo gli eventi senza condizionamenti di parte, ci renderemmo conto che liberare un popolo da un’oppressione non significa semplicemente eliminare un totalitarismo qualsiasi, ma significa dare a quel popolo l’opportunità di uscire dalla sconfitta a testa alta e con dignità, per riprendere un cammino di progresso. Certamente non significa dividerlo e lasciarlo diviso nella menzogna storica, nella debolezza politica, nel vuoto etico e nella mistificazione di un periodo tragico in cui il “buono” e il “cattivo” vengono presentati in un quadro manicheo come due entità nettamente separate anziché come un tutt’uno, in un contesto nel quale chi lottava per l’una e per l’altra parte aveva ragioni e torti, condivisibili o meno che fossero.
Il vero è che alla fine della guerra a molti, sia interni al paese sia esterni, piacque l’idea indecente di un’Italia divisa e debole, sempre umiliata, inerme e succube, inoffensiva e pronta a uniformarsi alle scelte dei più forti, asservita all’alleato di turno e incapace di un ruolo alla pari. Insomma, un’Italia serva se non del comunismo totalitario sicuramente dell’americanismo peggiore. In questo, la Resistenza ha servito ugualmente bene due padroni. Il suo pezzente mito è stato abilmente alimentato e pompato dalla cultura comunista per imbrigliare in un permanente e antistorico fronte antifascista tutte le forze democratiche e impedire loro di emanciparsi politicamente emarginando dal potere la sinistra dell’epoca fino a oggi; d’altro canto ha avuto anche un’altra funzione, tenere il Paese sotto tutela ed evitare che riemergesse l’orgoglio nazionale, demonizzato come rigurgito fascista, senza una netta distinzione di colpa in questo tra comunisti, democristiani e socialisti. Tutti hanno avuto chiare e inequivocabili responsabilità in merito, perché hanno permesso che le decisioni sul destino del Paese fossero assunte a Washington o a Mosca, in un disegno volto a erodere l’identità e la sovranità del popolo italiano, affinché la coesione attorno a valori realmente condivisi, come patria e onore, orgoglio e identità nazionale, comunità e famiglia, non tornasse a infiammare il cuore degli italiani, come ancora oggi invece infiamma il cuore dei tedeschi e degli inglesi, dei francesi e degli americani.
Per questo, dunque, il mito della resistenza, la sua liturgia rinnovata di anno in anno, i suoi presunti princìpi di libertà sono solo valori posticci atti a nascondere il vuoto identitario e politico che affligge il nostro paese da decenni, perché il mito del 25 aprile si basa sulla miserabile bugia secondo cui l’Italia avrebbe vinto la guerra in base all’inedita definizione di “co-belligeranza”. Fu invece la sanzione della sconfitta nella Guerra Mondiale e la fine sanguinosa di una guerra civile e nessuna nazione festeggia date del genere. Né le nazioni vinte come la Germania e il Giappone e neppure una nazione vincitrice come si considera la Francia, il cui territorio era diviso in due come l’Italia, che non festeggia l’ingresso delle truppe gaulliste a Parigi e la sconfitta di Petain. L’Italia nata dalla finta vittoria partigiana - che in realtà è una vittoria solo degli Alleati e della loro strapotenza bellica – è inoltre ben diversa dall’Italia che avrebbe dovuto essere. Guardatela oggi, è una nazione patetica, piccola, corrotta, fintamente libera, viziata, apatica, divisa, vile e persino venduta ai poteri della finanza e dello straniero, con il consenso e la connivenza di tutti coloro che ritualmente e supinamente si ritrovano ogni anno in piazza a biascicare ipocritamente di antifascismo e libertà, condivisione di valori e memoria storica.
Ecco perché non si può festeggiare questa data. E’ preferibile chi, con la passione nel cuore, perse la guerra con onore, a coloro i quali quella guerra fecero finta di vincerla. Non si può ricordare come “festa nazionale” una data che ha queste macchie indelebili di faziosità e di menzogna.
Enrico Marino
mercoledì 24 aprile 2013
Un Venticinqueaprile da Leoni!
di Gianluca Padovan
Bordeggio svogliatamente tra le bancarelle della fiera di paese, quand’ecco apparirmi quella dei libri vecchi, usati e «sdrusci». Tra le montagne di caratteri stampati e le copertine ammiccanti mi si staglia la stella fortunata. E la colgo al volo. Si tratta del mirabile libro di Umberto Bocca: «Storia dell’Italia partigiana» (Bocca U., Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943 – maggio 1945, Feltrinelli, Milano 2012).
Lo definisco, a ragione veduta, «mirabile» in quanto è assolutamente difficoltoso comporre, nel campo della letteratura moderna (la quale abbia pretese storiche nonché veritiere), un libro impeccabilmente e smaccatamente parziale. Ovvero di parte.
Ho potuto ammirare la maestrìa di Giorgio Bocca nel lanciare, come in una carica di cavalleria, pagine e pagine di pura esaltazione delle straordinarie truppe combattenti partigiane. Nonché (per quale motivo sottacerlo) di smaccato entusiasmo nei confronti dei cristallini «alleati» e dello specchiatissimo élan (slancio. N.d.A.) liberatorio. Élan che tutt’oggi ancora ci schiaccia con le sue banche private e il signoraggio della moneta, di cui non si deve assolutamente parlare. Difatti, ciò, è politicamente scorretto.
Ma torniamo all’esondante capolavoro bocchesco: la sua dipanazione non incontra alcuno scoglio dove il cacciatorpediniere comunista possa incagliarsi. Tutti bravi, tutti onesti, tutti solidali nel donare al Popolo Italiano una bella repubblica in formato odierno: governata dalla massoneria internazionale. Non un solo accenno ai soldati della parte avversa, arresisi e torturati prima di essere ammazzati. Non una parola a proposito di quelle decine di migliaia di civili italiani d’ambo i sessi e d’ogni età trucidati e magari pure infoibati dal fulgore comunista. Nemmeno una pieghetta sui fatti caratterizzanti il 1943, il 1944, il 1945 e fino al 1947 ed oltre. Allora, mi dico, questo librone è proprio un po’ di parte.
Cosa diranno i giovani e i meno giovani, in questo oramai distante «Venticinqueaprile 2013»? Per capire che cosa siano stati gli anni del cosiddetto fulgore partigiano non si può prescindere dalla lettura dei numerosi libri di Marco Pirina editi dal Centro Studi e Ricerche Storiche «Silentes Loquimur». Non si può ignorare, ad esempio, il libro di Antonio Serena: «I giorni di Caino» (Serena A., I giorni di Caino. Il dramma dei vinti nei crimini ignorati dalla storia ufficiale, Panda Edizioni, Noventa Padovana 1990). Per capire anche solamente che cosa sia successo in Lombardia, nella Brianza, si deve necessariamente leggere il libro di Norberto Bergna: «Sconosciuti» (Bergna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011).
Bergna non è noto come lo è stato Bocca. Ma ha saputo comporre un libro equilibrato, senz’enfasi e inappuntabile dal punto di vista storico. Ovvero è stato in grado di comporre quello che non ha saputo, potuto o voluto comporre Giorgio Bocca.
«Sconosciuti» è un testo serio, dettagliato e rispettoso dei fatti storici e quindi della Storia. Il libro raccoglie avvenimenti, aneddoti e dinamiche delle esecuzioni sommarie le quali hanno caratterizzato il breve, ma drammatico, momento di dominio dei partigiani comunisti. Vi è la copia, ad esempio, del fonogramma del Comitato di Liberazione Nazionale di Monza «a firma del comunista Buzzelli, per la cessazione delle esecuzioni sommarie». Così recita il fonogramma datato 30 aprile 1945 e diramato su ordine dell’autorità americana: «D’ordine delle autorità Americane occupanti la zona di Monza tutte le esecuzioni devono essere sospese ed i colpevoli devono essere tenuti prigionieri per essere consegnati alle autorità alleate occupanti» (Bregna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011, p. 162). Oggi i criminali sono ancora onorati e incensati. Anche e soprattutto dalla massoneria internazionale. Nonché da chi non sa, da chi non vuole sapere e dagli stolti.
Gli opposti schieramenti dovrebbero battersi (se proprio non possono farne a meno) con lealtà ed onore. Da entrambe le parti taluni lo fecero, altri no. Il senso del mio qui presente scritto non vuole sottolineare le responsabilità di ognuno e le relative manchevolezze.
Desidera invece ricordare che a quasi settant’anni da quegli accadimenti si ha paura di dire la verità. Si ha una coscienza talmente laida che non si sa bene che cosa farne. A quasi settant’anni da quegli accadimenti l’intera popolazione deve essere mantenuta all’oscuro di ciò che realmente fu la Seconda Guerra Mondiale. Si deve mantenere ancora sotto terrore chi i fatti se li ricorda bene, in quanto li ha vissuti, perché potrebbe ancora parlare.
Questo vuole dire che il cosiddetto «vincitore» non è stato tale. Se ha prevalso la vittoria solo ed esclusivamente per via di una schiacciante produzione bellica, tale «vincitore» è rimasto orfano di vittoria sul piano eroico, umano e spirituale. Ed ha paura della Verità.
Deve negare la Storia con ogni mezzo, perché sa di non avere vinto, di non avere liberato alcunché, di essere il semplice mercenario dei banchieri che allora come oggi insanguinano il Mondo con le loro guerre private di potere.
Bocca tesse l’elegìa di chi ancor’oggi usa il terrore e i canali di grande comunicazione per annichilire e al contempo ottundere la popolazione. Tra gli ultimi anni della guerra mondiale e i primi della cosiddetta liberazione molti morirono per mano di briganti i quali volevano solo le proprietà, i beni materiali, di chi andavano ammazzando. Fu il via libera alla rapina gratuita. Torniamo serenamente a quegli anni per capire che cosa stiamo vivendo adesso e che cosa, ancor’oggi, c’impongano di commemorare.
Ricordiamo innanzitutto i morti civili, innocenti. Un tale sterminio non si deve ripetere. Ma ricordiamo anche di parlare al nostro cuore di chi si batté fino all’ultimo, ovvero dei Morti Vittoriosi. A loro la Gloria, anche a loro il nostro imperituro ricordo.





















