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martedì 7 agosto 2012

La Via Iniziatica dell’Ermetismo in America Latina

di Roberto Sestito

      Nel mese di giugno 2012, solstizio d’inverno, è stata rifondata in Brasile l’Accademia Latino-Americana della  Fratellanza Hermetica fondata in Argentina nel 1928 da Manlio Magnani. ( www.fratellanzahermetica.org )
Un alone di mistero circonda la figura di Manlio Magnani, nato a Parma nel 1881 e morto a San Paolo in Brasile nel 1943. Come mai? Perché?
      Manlio Magnani fu un maestro di ermetismo, dotato di grandi doti filosofiche e magiche che per qualità e realizzazioni lo pongono su un piano di parità con i maestri suoi contemporanei che vissero e operarono in Europa. Esperto di cabala e di magia, lo accompagneremo, nel corso di questa mia esposizione, nelle sue vicissitudini che dall’Italia, dove nacque e visse le sue prime esperienze iniziatiche, lo condussero in America Latina dove concluse la sua esistenza terrestre e dove lasciò al maestro Amedeo Armentano un legato spirituale di somma importanza, vivificato in questi ultimi mesi dai suoi eredi spirituali, con il risveglio in Brasile della Fraternidade Hermética, che era entrata in sonno dopo la morte di Magnani e dei suoi ultimi discepoli.



          Le notizie che possediamo sulla vita di Manlio Magnani sono scarse e frammentarie per il periodo “italiano” che va dalla nascita al 1928, anno della partenza per l’Argentina. Sono più abbondanti per il periodo “sudamericano” che va dal 1928 alla morte.
      Era un ingegnere meccanico, specializzato nella progettazione dei sistemi di aria condizionata e climatizzazione. Sposò a Parma Irene Valenti da cui ebbe due figli: un maschio che lo seguì ventenne in Argentina e che morì appena vi giunse ed una femmina, Cleofe, che visse fino alla morte nella casa paterna a Corniglio nelle vicinanze di Parma.
      A Parma il giovane Manlio fu iniziato alla massoneria di Rito Scozzese Antico Accettato, a Palermo all’Antico e Primitivo Rito Orientale di Memphis, lo stesso a cui era stato iniziato Arturo Reghini nel 1902 e in cui raggiunse il grado di Grande Ispettore. Entrò nella Fratellanza Terapeutico-Magica di Myriam probabilmente ammessovi dallo stesso Ciro Formisano, visto che Magnani possedeva il Cordone, la  Pragmatica Fondamentale ed i Riti nell’edizione originale di quegli anni, scritti ed oggetti che  venivano consegnati ai soli affiliati riservatamente e dopo una regolare iniziazione.
      Amico di Arturo Reghini il cui incontro risale presumibilmente alla vigilia della prima guerra mondiale o forse al periodo stesso della guerra, dato che Magnani vi partecipò col grado di ufficiale d’artiglieria, lo stesso corpo in cui militò Reghini. Non possiamo escludere, da alcune tracce presenti nei documenti dell’archivio storico di Amedeo Armentano e nella corrispondenza di Reghini, un’appartenenza di Magnani al Rito Filosofico Italiano e successivamente, subito dopo la guerra,  un’iniziazione alla Scuola pitagorica il cui gruppo operativo soleva riunirsi nella Torre Talao in Calabria di proprietà di Armentano.
      Nell’anno 1924 Reghini assume la direzione della rivista “Atanor”, nel cui comitato di redazione entrano a far parte Giuliano Kremmerz, Amedeo Armentano e Magnani e a quest’ultimo chiede di scrivere il primo articolo intitolato “Il necessario ritorno”, compito che non poteva essere affidato al primo venuto, segno evidente di un rapporto strettissimo di stima, di amicizia e di fratellanza. In questo articolo Magnani, oltre a descrivere le linee d’azione della scuola pitagorica, mostra il suo grande valore di uomo, di iniziato, di maestro.
      Con un appropriato modo di esprimersi Magnani esamina le grandi speranze che si erano create nel mondo scientifico stanco di dipendere dai dogmi della fede e le cocenti delusioni che ne seguirono.
La scienza – chiarisce Magnani – ha il pregio di non fermarsi di fronte al mistero e laddove le sue inquietanti domande non trovano risposte, si spinge in avanti fino ad auspicare “il ricordo di un sapere lontano e dimenticato”, con l’uso di  un metodo sperimentale che in Italia, fin dai tempi di Giordano Bruno, Campanella e Galilei era stato condannato e perseguito, col ferro e col fuoco, dalla Chiesa.
      In codesto procedere in cui la scienza pone l’uomo di fronte al dovere di ricordare, l’esoterista si trova perfettamente a suo agio, si colloca al passo con la scienza, ripudia le religioni intolleranti e dogmatiche che gli avevano chiuso le porte del mistero e non è più cieco e confuso “davanti ai segni manifesti della Grande Opera”.
Esortando infine i lettori di Atanor e gli studiosi di esoterismo ad un approccio più fiducioso verso  persone ed ambienti tradizionalmente indifferenti nei confronti della scienza occulta, Magnani conclude con un ricordo (platonicamente inteso)  ed un augurio: “Come nella primavera crotonese schiere di eletti fuggivano il profanissimo volgo per chiedere l’iniziazione pitagorica, così nel prossimo avvenire gli eletti verranno in più grande numero a domandare il conforto della Sapienza Antica e Immortale”.
In un appunto sulla via iniziatica scritto molti anni dopo in Brasile dice che la Vita Spirituale corrisponde a uno stato dello spirito. Nella terminologia sacra o iniziatica, Spirito è il Divino, cioè lo stato assoluto, l’Essere incondizionato fuori d’ogni relazione. L’uomo completo può assurgere a un contatto con il Divino, contatto di cui la sua coscienza può essere partecipe o no. Quando ne diviene partecipe può l’uomo ricevere la folgorante luce dell’iniziazione. Quando la sua coscienza non ne è partecipe, egli si trova, rispetto all’Illuminazione, in uno stato puramente potenziale.
Per l’uomo che si trova in questa condizione sono utili letture, esempi, pratiche consigliate opportunamente da qualcuno che già abbia la Luce Iniziatica; specialmente se tali utilità sopravvengono  nei momenti in cui l’uomo è più prossimo a separarsi dal mondo o a comprendere la vanità e vacuità assolute  di tutti i valori umani sia fisici, sociali, materiali, intellettuali, psichici, morali, sia quegli stessi essenziali della personalità costituenti il proprio Ego.
Scritti nei quali sono contenuti esempi e pratiche ve ne sono molti, apparsi in tempi e luoghi diversi. Tutti sono identici nell’essenza, ma variano la forma espressiva, la modalità scelta per arrivare a toccare la parte più sottile del lettore, la veste coi colori del pensiero e del sentimento. Le variazioni in parola rispondono ad opportunità di adattamento a tempi, a luoghi, a razze e tipi umani differenti, anche a individui differenti.
Seguendo l’esempio di Amedeo Armentano, che era partito per il Brasile nel 1924, e di altri valorosi esoteristi che avevano lasciato l’Italia più o meno nello stesso periodo, Magnani partì dal suo paese nel 1928. Ignoriamo le ragioni che lo spinsero a scegliere l’Argentina come prima  tappa del suo viaggio; probabilmente qualche buona opportunità di lavoro, prospettatagli da amici e conoscenti che lo avevano preceduto nel viaggio, senza escludere la buona reputazione che le scuole iniziatiche e la stessa massoneria godevano in quel paese dell’America Latina e che lo facevano ben sperare per il suo futuro lavoro e per la sua speciale missione spirituale.
A Buenos Aires era molto attiva una Loggia di rito egiziano fondata alla fine dell’800 da Giovambattista Pessina che in Italia era considerato uno dei progenitori del Rito Filosofico Italiano. Ma nell’ambiente esoterico argentino, specialmente in quello di origine italiana, era vivo anche il ricordo di Giuliano Kremmerz.
Fra le tante storie e leggende fiorite intorno alla figura di Giuliano Kremmerz, quella del viaggio e della permanenza in America Latina è fra le più affascinanti. Sentiamo il dovere di riferirla per sommi capi, giacchè quando parleremo del ruolo di Magnani nella Fratellanza Ermetica latino-americana saranno inevitabili gli accostamenti e i confronti con la Fratellanza di Myriam e quindi con il viaggio dell’ermetista napoletano in Argentina.
Non sono molte le biografie di Kremmerz in circolazione. Una di queste è il fascicolo anonimo “Il mito del Kremmerz” scritto probabilmente da Alfonso del Guercio. Nel capitolo “La permanenza in America” si leggono le seguenti informazioni:
 “Prima di tutto risulta che il Kremmerz è rimasto in America, certamente in Argentina, almeno per un periodo di tempo di circa tre anni e precisamente dal maggio 1889 al marzo 1892.  Ed è stato proprio nell’anno 1892 che deve essere avvenuto il ritorno in Italia, quando l’8 marzo di quell’anno la Commissione Direttiva del giornale “L’Operaio Italiano” di Buenos Aires prendeva atto delle dimissioni del Formisano con la seguente lettera: <Ci facciamo in dovere di partecipare alla S.V. che nella seduta di ieri questa Commissione direttiva, dolente ch’ella abbia presentato le sue dimissioni, per dover rimpatriare, ha deliberato ad unanimità di voti, di ringraziarla vivamente per gli importanti servigi prestati al giornale...>”.
          In una biografia del Kremmerz curata da Arduino Anglisani leggiamo invece che il Formisano “... aveva seguito una spedizione scientifica capitanata da un Principe, della quale facevano parte vari scienziati, nelle foreste del Mato Grosso”.  
Ebbene, chi non conosce lo stato brasiliano del Mato Grosso, al confine con la Bolivia e con il Perù, non può avere la più pallida idea di come  potesse essere questa regione in quegli anni: una selva interminabile abitata da pochi indigeni misteriosi e inavvicinabili e dove era impossibile penetrarvi. E’ indubbio però che il Mato Grosso, come l’intero bacino amazzonico, conservava e conserva alcuni elementi fra i più interessanti di una cultura sciamanica antichissima e della magia naturale, quella magia, basata soprattutto sulla conoscenza ed uso delle erbe, di cui il Kremmerz avrebbe dato prova di essere maestro quando fonderà a Napoli la Fratellanza di Myriam.
Non è azzardato quindi supporre che in quel breve soggiorno sudamericano Kremmerz abbia avuto contatti con qualche raggruppamento o qualche personalità locali e che abbia praticato la terapeutica magica, della quale, a partire dal 1896, con l’inizio della pubblicazione de “Il mondo secreto” si farà banditore nei circoli esoterici italiani.
Un’altra ipotesi, certamente più audace ma che si basa su alcuni elementi che hanno attirato la nostra attenzione, è che il Kremmerz, durante i suoi viaggi sudamericani, abbia rinvenuto in Argentina o forse altrove una fonte o se si vuole un focolaio della tradizione ermetica, la quale prese in Italia, ad opera dello stesso Kremmerz, la direzione e applicazione note sotto il nome di Myriam e in Argentina, ad opera di Magnani,  il nome di Fraternidade Hermetica, e la denominazione comune di Schola Philosofica Hermetica Classica. Elementi che il mago di Portici avrebbe saggiamente integrato nella medicina ermetica della scuola o “Ordine” partenopeo di carattere egizio di cui un rappresentante a Napoli era l’Avv. Giustiniano Lebano, risalente al principe Luigi d'Aquino Caramanico, al Principe Raimondo de Sangro e allo stesso Cagliostro.
Qualche tempo dopo essere giunto a Buenos Aires Magnani scrive una lettera ad Armentano, che da alcuni anni si era già stabilito a San Paolo, nella quale dice di volersi trasferire in Brasile per ragioni di lavoro e accenna alle cose che più interessano il nostro mondo spirituale dichiarando che sotto tale aspetto l’Argentina in generale e Buenos Aires in particolare presentano un curioso interesse. Crediamo che il Magnani con questa espressione si riferisse alla Fraternidade Hermetica da lui fondata e nella quale aveva ammesso alcuni validi fratelli.
L’appello ad Armentano produsse il suo effetto, perchè Magnani decise di trasferirsi a San Paolo. In Brasile con il  fraterno aiuto di Armentano Magnani diede un nuovo impulso alla Fratellanza Ermetica. Interessante l’ adesione dell’Avv. Giulio Romeo, persona bene introdotta nella società civile paulista e nella comunità italiana, cultore della tradizione ermetica e pitagorica. Il Romeo aveva visitato Magnani in Argentina per essere probabilmente iniziato alla scuola. In questo modo il sodalizio si consolidò e svolse i lavori rituali ininterrottamente per molti anni. Armentano continuava come sempre ad essere presente nella sua veste di “superiore incognito” e di “maestro invisibile”.
Il gruppo di Buenos Aires nel frattempo, diretto da Magnani in persona il quale dava ai fratelli argentini istruzioni epistolari, proseguiva nei lavori rituali senza interruzione mantenendo viva e attiva la catena. Nelle numerose lettere che egli scrisse e che sono ricche degli insegnamenti più diversi, spiccano soprattutto gli insegnamenti di carattere terapeutico dove la sapienza della tradizione ermetica emerge in tutta la possanza e virtù.
Si serviva di una carta intestata come questa: “O la vita é un rito o non è nulla”, massima ripresa dalla rivista del Gruppo di UR che era stato creato a Roma da Reghini, Evola e Parise nel 1927, e si firmava con il nome iniziatico che gli era stata assegnato  quando aveva assunto la guida della Fratellanza.
Nel periodo argentino tradusse i riti in spagnolo e quando si trasferì in Brasile scrisse la maggior parte dei saggi i quali, unitamente alla copiosa corrispondenza, hanno fornito il materiale per la pubblicazione del libro “Supremo Vero” edito in Italia dall’Associazione Culturale IGNIS  (www.associazioneignis.it)
Gli argomenti trattati da Magnani nei suoi saggi mirano  interamente ad una conoscenza superiore, - ecco spiegato il titolo “Supremo Vero” che egli diede a questa raccolta. Vanno dall’alchimia al pitagorismo, dallo spiritualismo antico alle manifestazioni più recenti dello stesso, dalla scienza alla politica alle religioni, viste queste ultime come l’espressione di un sapere essoterico, dai misteri all’ermetismo rosacruciano fino alla civiltà e al mistero del nome sacro di Roma  considerata l’espressione più alta dello spirito occidentale. Sul mistero di Roma coincidevano gli interessi  di uomini come Reghini, Armentano,  Magnani e di tutti gli esponenti della Scuola Italica, i quali a  fronte degli ostacoli presenti nei loro percorsi umani, e malgrado le apparenze che non devono trarre in inganno,  si trovavano  saldamenti uniti e affratellati nella venerazione del nome magico di ROMA.
Magnani era “un Fuoco che dà vita a tutti gli esseri animati diretto dal volere degli uomini puri”. Era l’espressione umana di una forza sacra che può farsi risalire all’epoca della Grande Grecia Italica, come Kremmerz era  l’incarnazione umana di un puro genio egiziano.
Negli anni brasiliani consacrò la sua esistenza a scrivere i saggi riprodotti nel volume su citato, fu prodigo di consigli e di istruzioni rituali per i fratelli e scrisse molte lettere con l’intento di migliorare  il livello conoscitivo di ogni iscritto.
Livello di per sé abbastanza alto ma che Magnani si curò di ampliare  consigliando e proponendo la lettura e lo studio di opere elencate in un “Indicatore Bibliografico” messo a punto da lui stesso nonché di una selezione di brani tratti da  libri rari e di non facile consultazione, intitolata “Sulla tradizione occidentale e orientale”, libri diffusi negli ambienti esoterici più qualificati del suo tempo,  come l’Ordine Martinista, il rito di Memphis  e la Società Teosofica.
La sua erudizione era sorprendente, aveva letto e studiato testi di alchimia e di astrologia per quell’epoca di difficile reperibilità e la sua conoscenza della kabala raggiunse altezze di sublime intensità difficilmente riscontrabile in autori che passano per esperti di codesta difficile materia.
Un esempio di questo dinamismo spirituale che fece di San Paolo negli anni ’30 un centro culturale da fare invidia alle stesse capitali europee lo troviamo in una  lettera scritta da Giulio Romeo nel marzo 1933 nella quale oltre a citare autori di libri come il “Mondo Magico degli Heroi” di Cesare della Riviera, testo considerato da molti esoteristi estremamente importante, libri di Elifas Levi, Raimondo Lullo, Romanain Rolland, René  Guénon e altri, giunge a paragonare Armentano, col quale si incontrava regolarmente, un maestro se non superiore sicuramente dello stesso livello di Giuliano Kremmerz. “Eppure – aggiunge Romeo in quella lettera - se lo vedessi, vive modestamente dando lezioni di piano al conservatorio drammatico-musicale e facendo ignorare a chicchessia che egli è un occultista e un grande maestro in occultismo! Mi prega anzi di non parlare di lui con nessuno, e dopo grandi sforzi mi permise di presentargli un giovane ed appassionato cultore di ermetismo di qui il dott. Dafne Ircitas Valle, un mio amico…”.  Ciò conferma che lo stesso Magnani rispettava  scrupolosamente la gerarchia e non parlava con nessuno del grande magistero spirituale di Amedeo Armentano.
“L’educazione ermetica – scrive Magnani – ha per obiettivo preparare ed attingere dal principio-vita universale, ad arricchirsi di esso, sia per ristabilire la salute o l’equilibrio in sé stessi sia per poter aiutare a ristabilirlo in altri”.
Basandoci sulle nostre conoscenze e dopo un attento  esame e studio delle due scuole, la kremmerziana  e la latino-americana,  pur avendo esse un’origine comune, e in comune la terapeutica-magica, si avvalgono di istruzioni e di riti in parte diversi tra loro, dove in Kremmerz è spiccata la componente cabalistico-rosicruciana e in Magnani la componente orfico-pitagorica.
Ciò è bastato per farci rendere conto che la Fraternidade Hermetica latino-americana prepara i discepoli verso uno sviluppo spirituale la cui essenza e finalità non cambiano rispetto alle regole dettate dal Kremmerz nella sua celebre Pragmatica ma che in Magnani si arricchiscono di elementi certamente acquisiti in virtù del contatto e della collaborazione con i Maestri della Scuola Italica, come Armentano e Reghini, e ciò fa della Fraternidade Hermetica un’organizzazione magico esoterica che non ha uguali né in Europa né nelle Americhe.
          Magnani possedeva  una visione della morte degna di un maestro che aveva raggiunto il punto più eccelso dell’iniziazione misterica. Ne sono testimonianza gli scritti che egli dedicò a questo “mistero”, il suo testamento spirituale ed infine il necrologio che pronunciò sulla sua tomba Amedeo Armentano.
Nel testamento affidato al suo maestro, oltre a lasciargli tutti i materiali e i documenti della Fratellanza scrisse: “Lascio la fisica esistenza serenamente, anzi con gioia. Non ho odii, nè rancori. Non ho rimorsi. Intesi l’esistenza umana come un campo di lotta, nel quale unico obiettivo e unica vittoria la liberazione, ossia il pieno, completo risveglio spirituale. Raggiunta questa meta, la terrena esistenza perde ogni attrattiva, diventa un peso che è dolce abbandonare. Ho concepito i miei scritti come una specie di testamento filosofico (…)  e nel terminare lo scritto su "LA MORTE" mi sentivo pronto, molto pronto a lasciare il “mondano rumore”.
          Armentano, degnamente e solennemente lo ricordò, con un’orazione funebre, pronunciata nello stile degli antichi jerofanti con queste parole: “Bene, fratello Magnani; liberati dell' involucro che ancora pesa sul tuo spirito e segui il tuo cammino, afferrati ai raggi magnifici della stella che segue il Sole e dopo... Dopo il salto è breve, la luce dell'astro ardente dell'amore ti attrarrà e tu ti fonderai con la sua eternità luminosa.”.  Era il 23 luglio 1943.
         
***

          Sotto gli occhi vigili e discreti di Amedeo Armentano la Fraternidade  continuò a vivere nei fratelli che erano sopravvissuti a Magnani. Romeo era morto due anni prima di Magnani e i fratelli argentini  mantennero per qualche tempo contatti epistolari. Poi venne il momento in cui anche il grande spirito di Armentano si liberò dalla prigione terrestre e la Fraternidade entrò in sonno custodita degli eredi del maestro calabrese.
          Dal 1943 sono trascorsi fino ad oggi quasi 70 anni. Finalmente gli dei hanno voluto che la Fraternidade tornasse a rivivere in Brasile per merito soprattutto di alcuni giovani elementi dotati di grande volontà e preparazione.
          I numi tutelari e i maestri hanno permesso qualcosa di più e di meglio: che la Fraternità tornasse attiva e operativa attraverso la fondazione di una Accademia che è stata chiamata Accademia latino americana.
          Il lavoro spirituale dell’Accademia si basa esclusivamente sugli insegnamenti terapeutico-magici del maestro Kremmerz e del maestro Magnani. L’Accademia ha già dato il via a un programma editoriale di traduzione in portoghese e pubblicazione dell’Opera Omnia di Kremmerz e dei saggi di Magnani.
L’iniziazione ermetica che permette l’integrazione dell’essere al servizio di una fratellanza terapeutica è un lungo viaggio dell’uomo verso la rinascita e si compie attraverso la puntuale esecuzione di un corpo rituale pro salute populi.
I giovani aderenti brasiliani, in una corrente di amore e di solidarietà, sanno che la rinuncia a qualsiasi egoismo e tornaconto personale e a qualsiasi forma di edonismo é la condizione essenziale per la riuscita di questo lavoro e per alleviare le sofferenze di quanti si rivolgono all’ Accademia in cerca di aiuto.
          Forte delle esperienze del passato e determinata a non ripetere alcuni degli errori che furono commessi soprattutto in Italia dove la Fratellanza di Myriam è nata e si è sviluppata agli inizi del ‘900, l’Accademia procederà con la stessa accortezza dei maestri fondatori che hanno trasmesso il mandato di agire con cuore puro e senza distaccarsi dalle finalità che erano state fissate fin dal 1909 dalla Pragmatica Fondamentale.
          Concludo citando alcune frasi di una celebre circolare del Kremmerz del 1914. Egli scrisse che la Myriam avrebbe avuto: “la forma più' semplice e più' elementare possibile. Un centro di pochissimi elementi fattivi, una diramazione (ROSA) di una catena progressiva di anime oranti. Scopo: primo, unico, solo scopo la realizzazione benefica nella vita pratica e sociale delle teorie esposte nel "Mondo Segreto", medicina delle infermità' fisiche e delle infermità morali: realizzazioni di una fratellanza laica ed esclusivo uso di tutti gli aderenti.”.

giovedì 29 marzo 2012

Arturo Reghini tra fascismo e tradizione


Roberto Sestito

1. Mi propongo con questo scritto di prendere in considerazione le opere di Arturo Reghini (1878-1946) che riguardano il campo meta-politico.
Altrove mi sono occupato della vita e dell'opera filosofica e matematica di questo scrittore e rimando il lettore desideroso di approfondire ai volumi elencati nel sito dell'Associazione Culturale IGNIS: ( http://www.ignis.xpg.com.br )
L'esame di alcuni testi di carattere politico mi permetterà di esaminare gli aspetti del pensiero di R. sulla tradizione in generale e di evidenziarne i punti di contatto e di divergenza col pensiero di Julius Evola (1898-1974) e di Rene Guenon (1886-1951) che sono considerati insieme a Guido De Giorgio (1890-1957) gli autori più versati negli studi tradizionalisti.
Nella maggior parte dei casi ho preferito un'esposizione testuale e lasciare la parola allo stesso Reghini. Si tratta in realtà di testi difficili da riassumere e i brani riportati permetteranno al lettore di rendersi conto da solo della lucidità e della profondità del pensiero reghiniano.

Preso atto del fallimento politico e dello sconfortante epilogo che il pensiero evoliano e in parte anche quello guenoniano hanno avuto tra i militanti di destra, con questo saggio mi propongo di fornire specialmente ai più giovani, senza alcuna distinzione di destra o sinistra, anzi nello spirito di un superamento di queste fittizie contrapposizioni ideologiche, uno strumento di meditazione e di azione meta-politica col quale ricominciare la ricostruzione morale e politica dell'Italia, umiliata dalla sconfitta militare dell'ultima guerra e governata da regimi politici succubi dello straniero occupante.
2. Ecco i pilastri del pensiero politico reghiniano:
a. il paganesimo, gioioso e tollerante, eclettico e pragmatico e più particolarmente il pitagorismo e la tradizione dei Misteri;
b. l'imperialismo, con un' estensione storica e politica che include il ghibellinismo, il pensiero di Dante e il concetto di "gerarchia";
e. il nazionalismo che non si oppone all'idea imperialista e la cui origine va ricercata nella tradizione di Roma e nell'unità geografica e politica dell'Italia.
Il tutto sotto l'usbergo di una Scuola o tradizione italica che non è altro che la continuazione, a volte palese, a volte occulta, della Scuola Pitagorica.
Eviterò di parlare della massoneria filosofica perché, per quanto essa abbia avuto grande importanza nella vita di Reghini, da questi era vista in maniera diversa dai massoni del suo tempo, come una derivazione degli antichi misteri pagani e della dottrina pitagorica e quindi funzionale al suo disegno politico imperialista.
Ai suddetti tre termini positivi Reghini oppone:
a. il cristianesimo, triste e intollerante, dogmatico e sentimentale, asiatico;
b. il guelfismo e il clericalismo che rappresentano l'invadenza della religione negli affari dello Stato, la democrazia e l'umanitarismo, questi due ultimi creature della rivoluzione francese;
e. l'internazionalismo, spesso identificato a quello della Chiesa e dei gesuiti, in risposta ai nazionalisti guelfi che identificavano l'internazionalismo soltanto a quello della massoneria.
Cercherò adesso di riassumere la sua visione meta-storica. La tradizione per eccellenza è la "tradizione occidentale" , intesa come una forma appartenente ai popoli europei ed opposta pertanto alle tradizioni orientali asiatiche, levantine,semitiche con tutte le varie sfumature che le caratterizzano.

La "tradizione occidentale" risale alla tradizione primordiale, iperborea, da cui discende attraverso i canali del pitagorismo, del mondo greco, egiziano poi ellenistico, fino a Roma, l'ultima manifestazione, la più alta.
Vinta, ma non annientata dal cristianesimo, la tradizione occidentale pagana ha continuato a vivere come una potente corrente sotterranea, facendo da supporto a movimenti politico-spirituali come il ghibellinismo nel Medio Evo, una sorgente inesauribile a cui attinsero diverse organizzazioni iniziatiche: ermetisti, templari, Fedeli d'Amore, Rosa-Croce, massoni ecc. i cui diversi esponenti furono sistematicamente perseguitati dalla chiesa.
Tradizione, sia ben chiaro, presente in tutte le nazioni d'Europa anche se l'Italia, ci tiene a precisare Reghini facendo suo il mito di Saturno, ha conservato e nel quale si è occultato il centro propulsore.
Roma, infatti, è stata la capitale di un Impero ed il cristianesimo, nemico di quell'Impero e dei culti che in esso si praticavano, si oppose sempre, con l'aiuto di potenze non italiane come Francia, Germania, Spagna ecc, alla riunificazione politica dell'Italia.ed alla proclamazione di Roma capitale d'Italia.
E poiché Pitagora, benché di lingua e di cultura greca, si riteneva fosse di origini toscane ed in Italia aveva fondato la sua Scuola, la "tradizione occidentale" è una "tradizione italica" e Napoleone, di famiglia italiana, è esaltato come una delle ultime espressioni della tradizione imperiale e pagana.
Tra questi due casi estremi dal punto di vista cronologico Reghini fa i nomi di numerosi uomini celebri e dichiara nell'infuocato clima politico di allora che un vero nazionalista "deve volere al disopra di tutto il bene della nazione ".
"Se l'Austria resta sempre la vecchia Austria clericale, in ottimi rapporti con la Compagnia [di Gesù], la Francia, dopo aver corso di cadere nelle mani dei clerico-militaristi a causa dello sfortunato caso Dreyfus, è anch'essa nemica dell'Italia, anche se ora manovra per il tramite della massoneria e della democrazia" ("Imperialismo Pagano" Atanor, 1924).
"Il papato è un 'istituzione essenzialmente internazionale, ufficialmente cattolica, e i clericali, nella vita politica di tutti ipopoli, rappresentano l'esercito di questa istituzione; diventare dei nazionalisti, è per loro perdere la loro stessa natura ".
E ancora: "Con Dante la concezione monarchico-romana, divenuta la tradizione imperiale italica riprende visibilmente e integralmente coscienza di se stessa. Questa grande idea unisce infatti tra loro Numa, Pitagora, Cesare, Virgilio, Augusto, Dante e gli altri grandi italiani venuti dopo ".
Aggiunge: "Dante non era cattolico e il suo imperialismo era pagano e romano! " "Dante si atteneva alla grande e immortale Tradizione della Scuola Italica, cronologicamente e essenzialmente anticristiana", (idem, 1924).
3. Quanto a Machiavelli, è esaltato da Reghini perché il segretario fiorentino ha visto il pericolo rappresentato dalla divisione politica dell'Italia; mentre gli altri popoli si costituivano in unità politiche Machiavelli invocava per l'Italia la venuta di un principe capace di compiere l'opera di unificazione.
Altri gloriosi italiani: i neo-pitagorici Giordano Bruno, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella, precursori e iniziatori della moderna filosofia europea, davano origine alla cultura laica occidentale che "disinfetterà lentamente dal cristianesimo la mentalità europea ".
Siamo quindi arrivati alla Rivoluzione Francese, "risultato, si sa, dell'opera pratica delle società segrete, della massoneria e dell'illuminismo, tutte animate da uno spirito profondamente anticristiano" , ma è necessario guardare a fondo nell'opera "di un altro grandissimo italiano, Giuseppe Balsamo, più conosciuto come conte di Cagliostro, meraviglioso rappresentante dell'esoterismo italiano". (AR, Cagliostro, Ignis, 2006).
Ed era ancora "un altro grande italiano [che] arginava e dominava la Rivoluzione francese, facendo di essa lo strumento dell'immensa energia scatenata per realizzare l'Impero".

"L'aquila romana prendeva dunque dì nuovo il volo con le legioni napoleoniche e l'Italia tornava alla libertà (...). Dopo la caduta dell'Impero, il cristianesimo, con i suoi rami cattolico, protestante e greco-ortodosso ricominciava, grazie alla Santa Alleanza, a pesare su tutta l'Europa. Tuttavia, due giovani generali agitavano nel loro spirito l'antica idea immortale: Giuseppe Mazzini, il veggente genovese, il quale diceva che l'Italia era predestinata da Dio a dominare sui popoli, a dare al mondo, dopo Roma, la luce di una terza civiltà; e Giuseppe Garibaldi, che aveva una visione chiara dell'importanza trascendentale di Roma per il destino dell'Italia" (Imp. Pag. Atanor 1924).
Reghini consacra un vero culto a Mazzini e Garibaldi, per essere non solo i "padri della patria" ma per le loro doti particolari. Nello scritto "Del Simbolismo e della Filologia" (1914) parlando dell'oro "simbolo del tesoro metafisico, della divina luce" e del suono emesso dall'oro, ricorda "certe voci, armoniose e pure, misteriosamente affascinanti - come quella che aveva Garibaldi" e che sono dette "voci d'oro".
Quindi esclama: "Oh, possa l'esempio di questi grandi uomini non sospetti di cristianesimo essere seguito dai repubblicani che hanno abbandonato lo spiritualismo mazziniano per le teorie materialiste importate dalla Germania! ".
E se questa nazione è biasimata per il suo materialismo e l'Austria per il suo clericalismo, nemmeno la Francia ha motivo di rallegrarsi visto che Mazzini aveva "avvertito gli Italiani di non fidarsi della Francia". La conclusione non è meno netta: Reghini rivendica "l'immutabile paganesimo dell'imperialismo italiano", di una "tradizione, vecchia di trenta secoli, puramente italica" opposta a "una religione esotica che non ha smesso di essere, per venti secoli, la disgrazia dell'Italia".
4. Discorso più complesso è la critica della democrazia con cui R. sapeva di dover affrontare problemi di enorme portata e con i quali tutte le forze politiche e sociali del suo tempo erano impegnati.
Tra Bruto che aveva assassinato Cesare e Cesare caduto vittima di una congiura, Reghini non aveva esitato a mettersi dalla parte di Cesare che si accingeva a compiere "la grande opera romanamente concepita". Bruto pugnala Cesare in nome di presunti ideali di libertà che accendevano i cuori dei democratici e dei massoni, mentre Cesare il dittatore era visto come il simbolo della tirannide e dell'impero.
Reghini conduce la sua critica della democrazia partendo dalla matrice ideologica degli "immortali principi dell' '89" visti come il vessillo contro-iniziatico innalzato dagli illuministi francesi per combattere "la monarchia, la nobiltà e il clero, in nome di fantastici diritti naturali dell'uomo".
In buona sostanza, un problema della società francese di rapporti tra il ceto popolare e le avidi classi feudali della nobiltà e del clero, viene elevato a dimensioni universali e col supporto della massoneria locale aspira a legittimazioni iniziatiche e spirituali.
Eppure, la massoneria inglese, chiarisce Reghini, era nata nel 1717 senza quelle pretese rivoluzionarie.
"Il suo rispetto per il governo costituito è esplicitamente e tassativamente affermato dalle Costituzioni ed è sempre stato osservato in due secoli di storia "
"Ma quando la massoneria nel 1730 circa passò dall'Inghilterra in Francia...trasportò nel campo sociale il concetto del brotherly love e della uguaglianza iniziatica... ".
Ciò non poteva che peggiorare le cose e soprattutto non poteva che aprire le porte a quelle potenti forze sovversive già pronte a irrompere in tutte le istituzioni e a dare il colpo di grazia all'assetto politico europeo minato dall'interno.
"La massoneria italiana, inoltre, come quella francese, più che determinare l'indirizzo intellettuale dell'ambiente profano, ne seguiva e ne subiva tutte le correnti. Il pregiudizio del Progresso le creava la preoccupazione di mantenersi all'altezza dei tempi, di non farsi superare (piccola collezione di frasi cretine di cui P areto ha mostrata l'inconsistenza), e colla massima

incoscienza dimentica e rinnega la sapienza iniziatica tradizionale dell'Ordine e la propria privilegiata superiore posizione filosofica spiritualista, al di fuori e al di sopra di credenze, scuole, teorie, religioni e partiti; e si lasciava trainare alla deriva dall'ateismo, dal materialismo, dal positivismo, dall'evoluzionismo, dal comunismo, dal determinismo economico, dall'umanitarismo, dal pacifismo, dalla religione del libero pensiero, e da tutti i sogni e le pazzie dell'ideologia insipiente e profana". ("Libertà e Gerarchia", 1923).
Trasformandosi infine in un'Associazione internazionalista dove convivono uomini che ordiscono le più aberranti scalate al potere politico ed economico.
La frattura che si verificò nel mondo massonico alla vigilia della prima guerra mondiale aveva convinto Reghini a dedicarsi alla creazione di un'istituzione prettamente italiana, come d'altronde stavano facendo gli altri paesi europei che fortificavano le proprie logge in senso accentuatamente nazionalista ed espansionista.
Mentre però in Italia l'operazione non ebbe successo per una serie di ragioni che non è qui il caso di ricordare, in Francia e soprattutto in Inghilterra il riassetto riuscì perfettamente e le istituzioni massoniche presero il carattere "moderno" e "democratico" che tuttora conservano e difendono.
5. La "riforma" che auspicava Reghini era di natura ben diversa da quella operata in Europa e in America. Per questa ragione non poteva che suscitare consensi nelle forze giovanili che si stavano risvegliando in Italia e che emergevano dalle profonde scaturigini della nostra terra.
Più che una "riforma" voleva essere un "ritorno" alla tradizione pura.
Gli inglesi furono i primi a capire che qualcosa bolliva in pentola e a percepire i primi segnali di un risveglio politico e spirituale dell'Italia. Infiltrarono subito organizzazioni come la Società Teosofica, l'Ordine Martinista, l'O.T.O con loro agenti fiduciari (valga su tutti il caso di Aleister Crowley), mentre l'America sfornava i primi rosa-croce dell'AMORC (fondata nel 1909 da H. Spencer Lewis) e sguinzagliati anche in Europa.
Reghini, bene informato su questi "movimenti", si era posto lo stesso problema e si sforzava di studiare in che modo creare uno spazio e, ove fosse possibile, fronteggiare la situazione dando vita ad un movimento italiano che si inserisse nella dinamica sociale politica e culturale di allora..
Per Reghini occorreva "risalire alle confraternite pitagoriche per trovare delle oligarchie e delle aristocrazie iniziatiche socialmente costituite. Il miglior governo è quello dei più sapienti, quindi il governo gerarchico nel senso etimologico del termine. E' la concezione iniziatica pitagorica e dantesca, che fa poggiare l'ordine sociale monarchico sull'analogia con la monade dell'universo. Ed è veramente la concezione politica, iniziatica, italiana, quella che Pitagora, Platone, Cesare, Augusto, Giuliano, Dante, Campanella e altri sostennero non soltanto in teoria, ma tentarono di applicare sul piano pratico con risultati diversi ".
6. Nel quadro di una stretta analisi della situazione italiana pre-fascista, R. attacca il sistema tirannico dei partiti i quali, entrati in una "folle competizione per meglio servire il signor proletario", hanno finito per fare "comprendere alla stessa massa il carattere necessario e fatale di un regime gerarchico ".
La situazione era arrivata ad un punto tale che "la scelta non era tra regime democratico e regime gerarchico, ma tra la dittatura comunista, la dittatura di don Sturzo e quella di Mussolini. La coscienza degli italiani non poteva esitare ed è stato l'istinto collettivo, assistito dall'intuizione di quelli che erano coscienti, che ha dato la vittoria al fascismo", (idem, 1923).
La sua intuizione lo induce ad affermare che "le delizie della libertà hanno fatto liberamente desiderare un regime fortemente gerarchico" e basandosi sulle sue conoscenze giunge a stabilire il seguente confronto: "Come Dante, aspettando il Veltro, invocava e accettava Arrigo, così si può augurare il benvenuto a Mussolini... ". In poche parole Mussolini avrebbe dovuto aprire la strada al profetato Veltro "l'uomo divino che, data la costituzione del mondo, deve fatalmente manifestarsi presto o tardi". (Il Veltro, 1923).

Verso la fine dell'articolo Reghini, anticipando le vedute del fascismo, afferma che la corrispondenza tra la concezione del Santo Impero e quella di Dante aveva operato in una direzione ben precisa e si era manifestata fin dal 1911 dentro il Rito Filosofico Italiano di cui Reghini stesso era stato uno degli esponenti più prestigiosi.
La conclusione è eloquente e la dice lunga sui contenuti metafisici della politica reghiniana: "Non bisogna dimenticare che esiste un 'arte regia, fondata su conoscenze ignorate dai profani. Il meccanismo pensante dell'uomo lo rende sensibile alle correnti del pensiero, e i saggi hanno dunque sempre la possibilità di farsi ascoltare e di esercitare la loro influenza. In ultima analisi al disopra degli uomini e degli iniziati, ci sono i grandi fati, destini superiori agli stessi dei; gli iniziati non possono che augurarsi di conoscerli e collaborare coscientemente e intelligentemente alla loro manifestazione nel mondo dei mortali ".
In un articolo dello stesso anno, nel parlare di Mussolini a cui aveva dato un appoggio sincero e disinteressato, ricorda, lodandolo, il sociologo Vilfredo Pareto che era stato maestro di Mussolini all'Università di Losanna.
Pareto aveva pubblicato un articolo sulla rivista "Gerarchia" diretta da Mussolini e Reghini dopo averne esaltato i meriti di pensatore nella demolizione degli errori e dei pregiudizi: critica dell'umanitarismo e del cristianesimo, dei miti del progresso , della libertà e della morale protestante, dell'ideologia hegeliana, dei positivisti e della follie comuniste, rileva che nell'articolo intitolato "Libertà" Pareto se la prende soprattutto col feticcio della libertà e con le ideologie che vi si riferiscono.
Si sofferma soprattutto sulla parte dell'articolo in cui Pareto mette in guardia contro alcune rivendicazioni esagerate del partito cattolico che potrebbero produrre effetti negativi analoghi ai movimenti clericali in Francia sotto la restaurazione.
Nello stesso tempo si indigna per la campagna subdola condotta dai massoni cosiddetti democratici contro i massoni che appoggiano Mussolini, e chiarisce: "Non possiamo tacciare Mussolini di gesuitismo perché segue una politica conciliante. Comprendiamo bene che Mussolini si ponga di fronte alla chiesa cattolica in posizione diversa da quella tenuta da una associazione come la Massoneria. Egli è un uomo di Stato e dal punto di vista della scienza o dell'empirismo politico deve tenere nel debito conto, per il bene della nazione, che la religione cattolica ha tutt'ora una grande importanza in Italia ".
L'articolo "L'intolleranza cattolica e lo Stato" del 1923 è un attestato di fiducia nei confronti dell'uomo di Stato alle prese con un'eredità geo-politica complessa e pericolosa, aperta a differenti sviluppi e imprevisti.
Questa fiducia è ribadita nel brano che segue: "Bastano dunque delle considerazioni sociali e patriottiche per giustificare il proposito di Mussolini di vivificare i valori spirituali, capaci di rinsaldare la compagine sociale e di aumentare la forza morale nazionale. E il nostro Ordine, che ha per base la conoscenza spiritualistica iniziatica e il sentimento patriottico, è tratto per la sua stessa natura a favorire ogni intendimento di questo genere".
Le cose andarono diversamente perché "Mussolini agì spinto dai grandi fati" e cedendo sul terreno umano e patriottico fu spinto a sottoscrivere un accordo politico con gli antichi nemici dell'impero e della nazione italiana.
7. Reghini aveva fatto del suo meglio per aprire gli occhi a Mussolini e nello stesso articolo gli ricordava che occorre tenere conto dell'esistenza in Italia di una "tradizione spirituale indigena, pura, pitagorica, romana, non esotica per origine e per carattere. E' una gloriosa catena spirituale che da Pitagora, Virgilio, Ovidio, Boezio, Dante, Bruno, Campanella, sino al Caporali, si perpetua ancor oggi ".
E poco dopo aggiunge: "L'Imperoper essere degno del nome, per essere giustamente erede e continuatore dell'Impero Romano, occorre che si riallacci coscientemente a tutta quella vita imperiale, pagana, profondamente spirituale che, sommersa sedici secoli or sono dalla barbarie nordica e dalla democrazia ebraica, ancora permane nell'intimo della stirpe".

La via quindi era tracciata, l'Italia avrebbe dovuto tenersi lontana da modelli di vita estranei alla sua stirpe e alla sua tradizione, avrebbe dovuto creare un corpo di leggi ed un'organizzazione sociale su basi proprie, autonome, e nell'appoggiare ed incoraggiare liberamente Mussolini che ha fibra di costruttore, conclude additando l'esempio di Napoleone il quale "sentiva e sapeva servendosi del Concordato ".
8. H 20 settembre 1925, anniversario della breccia di Porta Pia, festa nazionale, Reghini pronuncia un discorso solenne pubblicato su "Era Nuova".
Esaltando la concezione imperiale dantesca e più generalmente la concezione gerarchica tradizionale, Reghini afferma che essa "si basa sulla concezione monistica iniziatica dell'universo. Alla monade pitagorica corrispondono, sul piano politico, l'unicità e l'unità della più alta autorità governativa,cioè la monarchia nel senso etimologico del termine, che si ritrova anche in Orinete con la concezione islamica (Califfato), indù (il Cakravartiri), e l'idea imperiale presso cinesi e giapponesi.
In un'analisi molto interessante Reghini fa un confronto tra l'idea imperiale romana e la concezione del Santo Impero propria ad organizzazioni iniziatiche più o meno leggendarie come i Templari e i Rosa Croce. Ritorna quindi a parlare dell'italiano Napoleone il quale "ricostituendo l'Impero, piegando l'autorità del papa alla sua, dando a suo figlio il nome augurale di Re di Roma, facendo celebrare nel 1813 l'anniversario della distruzione del Tempio, mostrò tutta la sua comprensione del dovere da compiere e sembrò quasi ispirarsi alla tradizione imperiale dantesca quando al momento dell'incoronazione, con un gesto studiato, tolse dalle mani del prete officiarne la corona di ferro e se la posò sulla testa con le sue mani affermando così che Dio (e non una qualunque autorità) gliela aveva data". (1)
Torna a parlare nuovamente di Giuseppe Garibaldi e di Giuseppe Mazzini, infiammati di amore ardente per la patria e ribadisce da parte sua la ferma volontà di non voler sacrificare in nessun modo e per nessuna ragione ad alcuna autorità il suo dovere nei confronti della patria.
Ribattendo le accuse che gli erano state rivolte di vagheggiare la venuta di un imprecisato Santo Impero di obbedienza massonica afferma che la sua aspirazione tradizionale ed iniziatica non ha niente a che vedere con le correnti profane internazionaliste del bolscevismo, del pangermanismo, dei "Saggi anziani di Sion" e dell'universalismo cattolico.
9. "L'Imperatore, quello auspicato da Dante, il Veltro, non si nutrirà ne di terra ne di peltro, ma di Sapienza, di Amore e di Virtù (2)".
Subito dopo, nello stesso articolo dedicato al Veltro, fa un paragone lusinghiero e trasparente tra la marcia su Roma di Cesare e quella che ha portato al potere il fascismo. E così conclude: "Oggi l'Italia sta per ristabilirsi. Le virtù antiche riaffiorano. Il sacro suolo della Patria esprime le superbe legioni fasciste che amava Augusto; le masse stanno per guarire dal morbo asiatico. Roma locuta est... E in verità il popolo saprà vivere in modo austero, virtuoso, se il Duce ha fede e reverenza romane per gli Dei della Patria; ci sia permesso,in questo anniversario del giorno Natale di Roma, di leggere i segni, secondo i costumi dei nostri Padri, e di dichiarare augurali i presagi ".
Ma quando il Duce perse la fede negli dei della patria incominciarono i guai. "...Certi pezzi grossi della sua molto profana gerarchia, dovevano produrre i frutti che i nostri lettori conoscono in parte e che sono culminati nella tragedia di Matteotti... "
Quel che è accaduto dopo è noto ed è nelle pagine di storia.

10. Infine, come risposta all'ostracismo che gli era stato dato dai tanti nemici della "Scuola Italica" dopo la firma dei Patti Lateranensi nel 1929, scrisse il saggio sul fascio littorio premiato dall'Accademia d'Italia nel 1936.
Ultima testimonianza della sua fedeltà a Roma formulata in questi termini: "Felicissimo di vedere il fascio littorio riannodarsi alla gloria, fascio che noi veneriamo profondamente, con cuore pagano, esente da infezioni esotiche, gli auguriamo sorte favorevole; auguriamo un ritorno sempre più cosciente e profondo alla romanità, in tutto e per tutto, senza submittere fasces a influenze avverse o diverse".
11. Riassumendo e concludendo: da queste poche pagine l'intento di Reghini appare chiaro, egli mirava a dotare Mussolini e il fascismo di alcuni strumenti sacrali, tradizionali, spirituali, di origine prettamente italiana e di cui il giovane fascismo aveva assolutamente bisogno.
Naturalmente, il suo era un intento più che ambizioso: occorrevano uomini, mezzi, scuole, laboratori e quanto di meglio un paese può offrire in termini culturali e sociali per la realizzazione di un programma come questo.
Quel sogno, realizzabile o meno che fosse, fu interrotto dalle leggi speciali contro le società segrete del 1925, concepite ufficialmente per mettere fuori legge la massoneria, mentre nella realtà stroncarono sul nascere il rinascente spiritualismo italiano.
Ciò che fu lasciato sopravvivere e vivacchiare, dopo quel terremoto, in termini di tradizione e di tradizionalismo non doveva dispiacere alla religione di Stato e agli alleati politici del fascismo. E nell'immediato secondo dopoguerra si è mostrato utile e funzionale al ruolo atlantico di un determinato schieramento politico.
La massoneria, dopo la sconfitta dell'Italia, è ritornata più forte di prima e manda avanti i propri affari con l'appoggio interessato delle "fratellanze" internazionali.
Sul Vaticano non faccio commenti, perché la sua presenza nella politica italiana è ben nota e si commenta da sola.
E quindi? Non resta che il progetto di Reghini a cui ricollegarsi per un altro rinascimento italiano. Il fascismo della prima e dell'ultima ora ha lasciato una grande eredità storica e morale. Ma se ifati prima e gli dei poi lo vorranno, è alla tradizione italica e romana che occorre tornare per nutrire un briciolo di speranza e ricominciare da dove il lavoro è stato interrotto.

Roberto Sestito
Note
1 Quanto a Napoleone, Evola aveva dato un giudizio negativo sull'Imperatore. Evola voleva dimostrare il carattere fondamentalmente ìlleggittimo e prevaricatore del cesarismo e del bonapartismo, prodotti, a suo vedere, di caste inferiori, siano a no italiane.
2 La stessa "triade" di cui parla Campanella nella Città del Sole.

Articolo tratto dalla FNCRSI

http://fncrsi.altervista.org/Arturo_Reghini.htm

mercoledì 14 marzo 2012

Dante e i Fedeli d'Amore

Premessa 

L’organizzazione (giudaica) Gherush92, consulente dell’ONU, ha dichiarato “Dante antisemita e islamofobo. La Divina Commedia va tolta dai programmi scolastici”. Ne ha dato notizia nei giorni scorsi il “Corriere della sera”, riportando le affermazioni di questa benemerita setta mondialista nell’articolo seguente: http://www.corriere.it/cultura/12_marzo_12/divina-commedia-eliminare-gherush92_674465d8-6c4e-11e1-bd93-2c78bee53b56.shtml . Non è il caso di ribattere alle ridicole accuse di soggetti che vomitano parole sotto l’usbergo dell’ONU per infamare la figura e l’opera del Sommo Poeta, sommo non soltanto per aver “inventato” la lingua italiana, ma per aver dato all’umanità l’opera poetica più “divina” che uomo possa concepire.



Desideriamo ribadire la nostra “fedeltà d’amore” per Dante pubblicando la “lettura” che presentammo  alcuni anni fa all’Istituto Italiano di Cultura di  San Paolo in occasione dell’inaugurazione dei corsi di letteratura italiana. E’ uno scritto dedicato allo studio di Reghini sui Fedeli d’Amore e in cui il pitagorico fiorentino dimostra che il cristianesimo di Dante era di facciata, mentre sotto “il velame delli versi strani” Dante non faceva che affermare una visione imperialista e pagana, confermata dal fatto che il “maestro” che elesse e a sua guida nella Commedia non è il patriarca Abramo, o  il profeta Maometto  o il giudeo convertito Paolo di Tarso, ma il pagano, imperialista e romano Virgilio.   

Roberto Sestito



             Nel 1928 Arturo Reghini, fiorentino come Dante, attirava l’attenzione degli studiosi della Divina Commedia sull’opera di Luigi Valli “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”, libro che inaugurava, nel campo degli studi danteschi, una nuova, interessante e affascinante via di ricerca sulla lingua del sommo poeta e sulla misteriosa setta esistita a Firenze nel XIII° secolo.

            Citando ampi brani dello scritto di Arturo Reghini intitolato: IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FEDELI D’AMORE  apparso sulla rivista UR con lo pseudonimo Pietro Negri, ci occuperemo di un argomento che oggi come allora ha avuto scarsi approfondimenti, nonostante abbia suscitato e continui a suscitare in Italia e in Europa una varietà di commenti e a sollevare appassionati dibattiti. Come avviene in casi come questi, da una parte troviamo gli scettici che reagiscono irritati di fronte alle novità e i negazionisti  per partito preso, dall’altra i ricercatori assetati di verità: in una riedizione in chiave moderna dei guelfi e ghibellini essi si combattono senza esclusioni di colpi.

            Lo stesso Luigi Valli, nel 1926 (due anni prima della pubblicazione del “Linguaggio Segreto”) aveva già messo in subbuglio l’ambiente letterario conservatore  con il libro “La chiave della Divina Commedia”; procedendo felicemente lungo la linea interpretativa tracciata dal Foscolo, seguita dal Rossetti, dal Perez, dal Pascoli, era riuscito a porre in evidenza trenta simmetrie tra l’Aquila e la Croce ed a rintracciare, almeno in parte, sotto il velame delli versi strani la dottrina nascosta di Dante.

             Secondo il Valli, il pensiero di Dante abilmente occultato nel suo linguaggio, sarebbe sinteticamente questo: la Croce si è dimostrata impotente a redimere di fatto l’umanità, e non può redimerla da sola. Occorre il concorso dell’Aquila, ossia dell’autorità e della giustizia imperiale; occorre ristabilire l’Impero, ritogliere alla chiesa l’infausta dote datale da Costantino; avrà fine  senz’altro la corruzione del clero e l’umanità, grazie alla doppia virtù della croce e dell’aquila potrà finalmente salvarsi.

            Dante denunciava apertamente i predicatori di ciance che non possedevano il verace intendimento dato da Cristo al suo primo Convento, e pensava all’intervento dell’Aquila imperiale per salvare l’umanità. Questa concezione ardita e per quei tempi eterodossa inspirava non solo gli scritti ma l’azione stessa di Dante, intesta a realizzare il programma con l’intervento dell’Ordine del Tempio prima e dello stesso Imperatore poi.

            Seguendo il filo di questo studio, la storia e le lotte di quei tempi, oggetto de “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore”, prendono un aspetto inaspettato ed insospettato. Con un lavoro paziente, metodico ed imponente l’autore, riprendendo l’opera incompresa e negletta di Gabriele Rossetti, dimostra l’esistenza nella letteratura italiana degli inizi di un linguaggio segreto, di un gergo settario, il gergo dei Fedeli d’Amore. Ne decifra il senso, l’allegoria dottrinale settaria e politica e riporta alla luce un movimento, ispirato alla tradizione italica, pitagorica e neo-platonica.

             Di conseguenza, i poeti d’amore (tra i quali eccellono Dante e Cecco d’Ascoli), gli scrittori del “dolce stil novo”, che sembravano perduti nel canto di un loro amore assurdo, manierato e inconsistente, si trasformano in paladini della loro Fede Santa.

            L’amore di cui ardeva il cuore dei Fedeli d’Amore ricorda i versi mistici della poesia persiana e quelli del “Cantico dei Cantici”. Gabriele Rossetti lo fa discendere dal mistero dell’amor platonico che, nonostante la trasparente bellezza e la sublime perfezione, continua ancor oggi a sollevare curiosi dubbi e indecenti interrogativi.

            Il Valli ha dimostrato che la rosa, il fiore, la donna, l’unico oggetto di questo amore sotto vari nomi, è l’intelligenza attiva che innamora di sé l’intelletto possibile; è, come canta Dino Compagni nella poesia L’Intelligenza:

L’Amorosa Madonna  Intelligenza

Che fa nell’alma la sua residenza 

Che con la sua beltà m'ha innamorato

o, come Dante, che al principio della Commedia parla della

... divina potestate, la somma sapienza e il primo amore,

ponendo il suo amore in una triade simile alla sephirot della Cabala: kether, cochma, binah, ossia la Corona, la Sapienza e l’Intelligenza, sulla quale alcuni secoli dopo Tommaso Campanella costruirà la sua Metafisica.

            Se questa è la donna, la domina dei Fedeli d’Amore, appare logico che Francesco da Barberino nei suoi “documenti d’Amore” ponga la docilitas, la docilità, per prima tra le dodici virtù che l’Amore deve risvegliare.

            Questa verità era conosciuta fin dai tempi più antichi, perché ne troviamo l’impronta in più di una lingua. In latino (e in italiano) la parola disciplina ha il duplice senso di scienza e di costrizione. Alla voce discere che significa apprendere, è dunque intimamente legato il concetto che nel linguaggio cristiano denominava disciplina il tenore rigoroso di vita e la regola monastica dei religiosi. La voce docile che esprime la mansuetudine di carattere, la remissività dell’animo, viene dal verbo docere che vuol dire insegnare; è docile, cioè atto ad essere istruito, chi è docile di carattere. La passività della coscienza è dunque conforme alla docilità di carattere. Nè questa conformazione si limita all’antichissima sapienza italica che Vico ricercava nelle origini della lingua latina.

            La parola sanscrita yoga , il metodo, la regola, la pratica per raggiungere la conoscenza è affine alla parola jugum di cui parla Gesù nel Vangelo (Matt.II, 24-30).

            Luigi Valli riteneva che Gabriele Rossetti, nella sua imponente opera in 5 volumi su “Il Mistero dell’Amor platonico nel Medio Evo”, attingesse alla conoscenza di antiche tradizioni segrete e soprattutto allo studio sistematico del gergo settario medievale.

            Abbiamo veduto che l’Amore è l’Intelligenza attiva ed è, dice Dante nell’ultimo verso della Commedia, l’Amor che move il sole e l’altre stelle.

             Nell’intelletto possibile del Fedele d’Amore questa intelligenza è desta ed attiva, mentre nel profano è dormiente e inoperosa. Conseguentemente, nel gergo settario dormire significa essere nell’errore, essere lontano dalla verità. E’ il simbolismo usato da Dante negli ultimi canti del Purgatorio, in cui all’immersione nel fiume Lete, il fiume del sonno e dell’oblio, segue quella nell’Eunoé, in virtù della quale, come pianta novella (neo-fita) rinnovellata di novella fronda, Dante diviene puro e disposto a salire alle stelle, ossia capace si ascendere al “regno dei cieli”.

            Com’è noto si tratta di un simbolismo pagano, adoperato da Virgilio e da Platone, e che si ritrova nell’orfismo e nei misteri eleusini. Ivi al fiume Lete che travolge la coscienza degli uomini, è contrapposta la fresca sorgente della Memoria o la virtù mnemonica del melograno, che dona il risveglio e l’immortalità.

            L’anamnesi platonica, il ricordo, si identifica con la conoscenza e, di conseguenza, la verità, la a-leteia, si ottiene con la negazione, col superamento del Lete. Il conseguimento della verità è una conquista della coscienza sopra il sonno e la morte; occorre mantenere la continuità della coscienza attraverso il sonno e la morte.

            L’amore ha dunque la capacità di sottrarre il neo-fita al sonno e alla morte, dando al Fedele d’Amore una vita nuova.

            Ciò si raggiunge per gradi di perfezionamento successivo, come è provato nei “Documenti d’Amore” di Francesco da Barberino, dove nei primi gradi il Fedele d’Amore è rappresentato trafitto dal dardo d’amore e negli ultimi è rappresentato con delle rose in mano.

            Interessanti analogie ci è dato di scoprire inoltre tra il simbolismo dei Fedeli d’Amore con l’ermetismo e l’alchimia, ciò che prova certamente un legame poco esplorato tra le confraternite medievali e le correnti sapienziali italiane.

            L’affinità tra il simbolismo d’amore e quello ermetico ed il legame tra le due tradizioni  risultano manifeste per la presenza del Rebis ermetico in uno dei disegni  che illustrano i “Documenti d’Amore” di Francesco da Barberino.

             La figura del Rebis o androgino ermetico riprodotta dal Valli risale al tempo di Dante, ma la più antica rappresentazione dell’ermafrodito ermetico e la sua connessione con l’alchimia viene attribuita a Zosimo di Panopoli filosofo vissuto tra il III° e il IV° secolo dell’era volgare.

            Altre concordanze col simbolismo e con la terminologia alchemica si ritrovano nei versi di un oscuro poeta d’amore, Nicolò dei Rossi, il quale in una sua canzone esprime i gradi e la virtude del vero amore. Questi gradi sono quattro: il primo si chiama liquefatio, che si oppone – dice il de Rossi – alla congelazione;  il secondo grado si chiama languor, il terzo zelus e nel quarto l’amore attinge il punto sommo mediante l’estasi o excessus mentis.

            Si comprende dunque come una delle più importanti opere della letteratura d’amore, il “Roman de la Rose” (di cui il  “Fiore” è la versione italiana dovuta quasi sicuramente a Dante), tratti esplicitamente di alchimia e venga catalogato nella letteratura alchemica. Questa rosa cantata con così commovente accordo da tutti questi poeti, a cominciare da Ciullo d’Alcamo, la candida rosa dantesca, è evidentemente affine, se non identica, alla rosa ermetica dei Rosacroce.

             Tutti i dantisti inoltre ammettono, anche quando non lo comprendono, un valore notevole al simbolismo numerico contenuto nei versi della Divina Commedia. Basti ricordare l’importanza data da Dante al tre ed al nove e con quanta frequenza il nove ricorra nella  Vita Nuova. Il Valli cita dei versi in cui Jacopo da Lentini, anche questi rimatore d’amore manifesta il medesimo grado di padronanza della numerologia riferita alla poesia amorosa.

             Dante nella Via Nuova fa morire Beatrice nel  nono giorno del mese di giugno del 1281, avendo cura di specificare che in Siria il mese di giugno è il nono e che Beatrice era morta quando lo perfetto numero nove volte era compiuto nel terzo decismo secolo,ossia nel 1281. Per quanto riguarda l’81 Dante aveva scritto nel “Convivio”: Platone, del quale ottimamente si può dire che fosse maturato... vivette ottantun anno...” considerata l’età ottimale per morire.

             Scrive Gabriele Rossetti nel “Il Mistero dell’Amor Platonico” (V° Vol. pag.1626): “... poichè 81 era perfezione, secondo l’età  per Platone, secondo il secolo per Beatrice. Dante dunque, (se vogliamo stare alla lettera) volle indicare che la sua Beatrice  nove si partì nell’anno 81 di quel secolo, quando il perfetto numero (9) era compiuto nove volte (81) in quel centinaio (Vita Nuova), cioè nel 1281”.

            Vale la pena infine accennare all’unica Fenice di cui si fa un continuo parlare nella letteratura amorosa del Medio Evo, che come dimostra il Valli, rappresenta i Fedeli d’Amore e la tradizione spirituale da essi incarnata, sempre rinascente in mezzo alle fiamme che di volta in volta la divorano.

            La purpurea fenice, simbolo alchemico dell’opera al rosso, vive tra le fiamme del fuoco filosofico, come il Fedele d’Amore ardendo di santo zelo, lo zelus di Niccolò de Rossi, rinasce alla vita nuova mediante l’excessus mentis.

  Amore e il cor gentile sono una cosa...

  dice Dante prendendo da Virgilio lo bello stile che si esprime con il latin sangue gentile.

            Per concludere questa lettura che affronta solo in maniera sintetica un movimento filosofico ed esoterico di portata universale, mi è doveroso ricordare che è stato Dante  nel Convivio a sostenere che nel linguaggio allegorico fossero quattro i sensi da considerare, corrispondenti forse ai quattro gradi della setta.

            Di questi quattro significati il più importante, a mio vedere, è l’ultimo, ossia il senso anagogico.

            Naturalmente questo senso speciale che si riferisce al perfezionamento spirituale dell’uomo, non può essere inteso e talora semplicemente intraveduto fuori dall’esperienza personale: intender non lo può chi non lo prova, dice Dante. Ed è per questo che esso è sfuggito quasi sempre all’attenzione di coloro che si sono occupati sin ora dei Fedeli d’Amore.

            A differenza del senso che potremmo chiamare sinagogico, dove, per esempio dormire significa allegoricamente vivere nell’ignoranza, nell’inerzia dell’intelletto, moralmente significa non partecipare al lavoro della setta, anagogicamente la incoscienza durante il sonno, l’incapacità a raggiungere la coscienza estatica.

            Il senso anagogico è necessariamente nascosto sotto il velo del simbolismo, e per interpretarlo occorre possedere l’esperienza degli stati di coscienza cui si riferisce e la conoscenza dei simboli tradizionalmente adoperati per indicarli. Per questa ragione il vero e supremo significato del linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore rimane e rimarrà sempre un mistero per tutti coloro che dormono e seguiteranno a dormire.