Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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venerdì 24 maggio 2013

L'anteprima de 'Al confine del nero'...




di Mario M. Merlino


Oggi mi sento - e mi propongo - tanto simile ad attori e cantanti quando, intervistati alla radio in televisione sui giornali, parlano della loro ultima produzione come la migliore in assoluto. Non dirò che il libro in uscita a fine giugno sia l’ultimo perché non è l’ultimo e neppure il penultimo. Vi confesso, però, che questa seconda raccolta di racconti darà buon esito perché nata da buon seme. E la copertina… dai, sono grande!

Oggi vi racconto come nasce. Con Marco e Simone, giovani professionisti con l’estro per la grafica e la fotografia, percorriamo la via Tiburtina. Abbiamo bevuto una birra in attesa che si faccia ‘l’ora che volge al desio’ in cerca di uno di quei locali, squallida imitazione di quelli di Las Vegas, tutto luci colorate ed intermittenti. L’idea originaria è che io passi davanti ad uno di essi quale contrasto tra un vecchio (io!?) in declino e la fauna emergente di una subcultura del secondo millennio. Idea, a cui oppongo debole resistenza (forse per vanità segretamente offesa con tutti i miti della gioventù che vanno in frantumi…), perché conservo la convinzione, dal tempo della militanza, che è l’agire il metro di valutazione per la nascita di ruoli e gerarchie.


Percorriamo, dunque, la via Tiburtina e, poco dopo il carcere di Rebibbia, ci colpisce, novelli Siddharta sotto il ficus pippal, una costruzione a più piani, cattedrale laica nel deserto della modernità mai completata o in vana ristrutturazione. Un muretto una rete un cancello un cartello di divieto di transito risvegliano il mai sopito spirito libertario e l’irriverenza fascista, un connubio ormai familiare anche ai lettori di Ereticamente, a cui non so resistere. Fermiamo la macchina, scendiamo.

Apro una parentesi e, da istrione consumato, faccio un rapido resoconto su quanto ho in cantiere in modo che, a voi lettori e amici, l’arduo compito di prepararvi a nuove avventure letterarie inseguendo il fantasioso creativo e magico, va da sé dato il cognome (sapete che ‘merlino’ in lingua francone è lo smeriglio, il più piccolo falco esistente in Europa?), sottoscritto.

(Dopo l’estate dovrebbe uscire una antologia di quarantasei articoli  di Robert Brasillach, apparsi sulle riviste della collaborazione, con un ampio saggio mio e di Rodolfo. Una pubblicazione che riempie, pur se in modo parziale – egli ne scrive uno a settimana o quasi dal 1941 all’estate del ’44 e questo significava almeno due volumi -, una mancanza intorno allo scrittore francese. Non solo egli è il poeta il narratore il cantore della giovinezza e dell’amicizia e della gioia di vivere, dunque, ma si mostra qui polemista aspro acuto e sprezzante, in qualche caso anche velenoso, che sembra volersi tagliare tutti i ponti alle spalle per correre incontro al suo tragico destino, verso quel palo eretto al forte di Montrouge dove, il 6 febbraio del ’45, l’attendono dodici bocche di fuoco avide del suo sangue, che fu infamia per chi volle versarlo).

(A quattro mani, forse a quattro zampe diranno i polemisti di professione che si annidano ovunque e di tutto hanno da sputare sentenza, mi sono imbarcato nell’avventura di scrivere un romanzo con l’amico Roberto su due giovani che vanno ad arruolarsi a La Spezia, dopo l’8 settembre 1943, nel battaglione Lupo della X MAS. Ognuno di noi s’è assunto il compito di svolgere un capitolo in alternanza in modo tale da costruire, con i colori del proprio linguaggio e la personale sensibilità, un percorso unitario e, al contempo, diverso. Sarete informati di come procede, al momento si va, e dell’eventuale sua pubblicazione per il prossimo anno).

Dunque, si tratta di scavalcare procedere fra mattoni e pietre e materiale abbandonato, in precario equilibrio, ma riuscirci nonostante l’ignobile mia pancia le articolazioni che sembrano cedere la vista appannata e incerta… che soddisfazione per il linguaggio del corpo! Quel corpo, che ci chiama ci richiama pretende soffre grida la sua libidine si esprime in ogni attimo e, sovente, noi altezzosi arroganti presuntuosi metafisici intellettuali non gli diamo ascolto lo trascuriamo lo schifiamo tutti compresi a costruire sogni illusioni inganni a rendere banali opinioni in grandiose ed immortali idee a stabilire gerarchie giudizi valori chi i buoni chi i cattivi dove cacciare i reprobi ergere piedistalli e tutta la paccottiglia da rigattieri della mente. E, non contenti, ci perseguitiamo tramite il senso di colpa  e l’angoscia ansie egoismi onanismo…

Infine la fotografia-copertina. Guardare la devastazione. Colui che osserva la decadenza non necessita essere egli stesso decadente. Nietzsche aveva riconosciuto l’avvento del nichilismo e, al contempo, si considerava come colui che, per primo, era andato oltre. E quel raggio di sole al tramonto che promette la resurrezione del giorno a venire nell’alba sicura. Speranza e fierezza…

martedì 21 maggio 2013

Rodolfo Graziani, Onori ad un soldato!...seconda parte


di Mario M. Merlino


C’è un’altra fotografia che ho davanti a me. L’ho ritrovata nel secondo volume di Sette Anni di Guerra, di cui avevo fatto la raccolta al tempo del ginnasio, e che mio padre mi fece rilegare in premio non so più di quale (modesto) risultato scolastico. E’ il primo ottobre del ’43. Il Maresciallo Graziani ha raccolto attorno a sé alcune migliaia di ufficiali, in divisa e in borghese, accorsi alla sua chiamata al teatro Adriano. Poi in fitta schiera a rendere omaggio al Milite Ignoto. Ho scritto più volte che la fisiognomica non è una scienza, forse non è neppure una garanzia, ma quegli uomini, sì, appartengono ad altra razza. Razza dello Spirito che si esprime nel tratto del volto severo compreso spavaldo, dal passo cadenzato e sicuro. Essi sanno, non possono ignorare, che la guerra è perduta, ma sono lì perché un soldato misura se stesso oltre la vittoria e la sconfitta. Vi è Graziani in alta uniforme dell’esercito; si riconosce al suo fianco Renato Ricci in divisa della Milizia; a lato e in borghese Francesco Maria Barracu, nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che finirà contro la spalletta del lago di Como per accompagnare il Duce nell’ultimo suo viaggio.


Seicento giorni dopo alcuni di loro cadranno sotto la mannaia di feroci e improvvisati boia, figli della guerra civile; altri nelle carceri o dietro il filo spinato degli alleati. E quei plotoni d’esecuzione, l’agguato e il colpo alla nuca, le sbarre e i chiavistelli e il filo spinato saranno la premessa di come questo paese s’è ridestato alla libertà, alla democrazia. Un regalo che, dopo anni di beotica acquiescenza, mostra ora tutto il suo volto…Avete fatto attenzione alla faccia dei candidati nelle ricorrenti e riavvicinate tornate elettorali che ci sorridono, tronfi di sé, da larghi manifesti colorati? Quanta materia per Cesare Lombroso e discepoli…

(E i cretini, ovviamente, avendo compreso d’essere figli di quella razza e che, dunque, sono deputati al successo, si adoperano a mostrarsi in ogni circostanza, anche in commenti su queste pagine. Ad esempio, il convegno al Parco dei Principi, 1965, sulla guerra rivoluzionaria in cui vi avrebbero preso parte i torturatori della R.S.I. che ruolo gioca nell’aver evocato gli ufficiali massacrati a Lecco o le fotografie che ritraggono il Maresciallo Graziani nel campo di prigionia a Cap Matifou?... Mistero. A chi, poi, si mostra, attraverso l’insulto, bipede inferiore là dove all’ arrogante e presuntuosa incapacità di contestare i contenuti s’accontenta di ripetere luoghi comuni e superati, espressione di malafede o ignoranza, contro lo scrivente, beh, ‘faccia al sole e in culo al mondo!’ E, qui, vi assicuro, si chiude ogni dettata polemica presente e per l’avvenire).

L’11 gennaio del 1955, alle ore 5,30, Rodolfo Graziani muore in una clinica della Capitale dove era stato ricoverato. Consapevole della fine imminente aveva chiesto di essere vestito con la giubba sahariana, che aveva indossato durante il processo, e il cappotto militare della prigionia. E a coloro, che erano intorno al capezzale, aveva mormorato: ‘Se oggi è il giorno che mi devo presentare al giudizio di Dio, credo di poter andare sereno perché mi pare di aver sempre fatto il mio dovere. Ho sempre amato la famiglia e ho amato tanto, tanto gli italiani’.

Il ministro della Difesa Taviani, a cui era stata rivolta esplicita richiesta di tributare gli onori militari, aveva espresso la ‘impossibilità’ in applicazione delle leggi vigenti. Nessun riconoscimento ai combattenti della R.S.I., nonostante la sentenza del Tribunale Supremo Militare, 26 aprile 1954, che al contrario aveva decretato la piena legittimità.  Insomma il valore della scelta il senso del dovere sono patrimonio di una parte, quella che ha stabilito la morale manichea dei vincitori e dei vinti. Forse è stato bene così: da una parte le istituzioni con i loro decreti leggi norme, istituzioni sempre più vuote e defenestrate dall’indifferenza e dal discredito, dall’altra una folla immensa, vecchi soldati di tutte le guerre, giovani che non hanno fatto in tempo ad imbracciare le armi e ne sentono inguaribile nostalgia, uomini e donne che sono un popolo e non più atomi dispersi in masse indistinte, una folla che ha voluto essere presente in chiesa in piazza nelle strade e, poi, scortarne la salma fino al comune di Affile, in Ciociaria. E il popolo ha sempre ragione quando mette in gioco i propri sentimenti… La famiglia aveva chiesto che i funerali fossero celebrati nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo tradizionalmente deputato ad esequie ufficiali. Il permesso è stato negato perché, nella stagione della desacralizzazione, anche la Chiesa finisce per fare scelte immanenti e di parte.

11 agosto 2012 un sacrario militare ad Affile, promesso, costruito in parte e finanziato dai soldi della Regione Lazio… ora revocati. ‘…ma il suo spirito, la sua opera, i suoi insegnamenti sono e saranno sempre più vivi che mai’ (gen. Arconovaldo Bonaccorsi, Ass. naz. Arditi d’Italia). Non è stato così, nulla forse rimane, forse non meritiamo nulla, forse non siamo più un popolo, forse siamo ormai solo poca cenere, polvere da disperdere al vento… eppure ‘Egli dal cielo, alla testa dei suoi battaglioni, dei suoi reggimenti, delle sue armate con le Bandiere della Patria spiegate al vento quale ronda tutelare che proteggerà l’Italia, alimenterà la nostra fiamma, il nostro amor di Patria per indurci ad essere sempre più degni…’.

domenica 19 maggio 2013

Maresciallo Rodolfo Graziani, Onori ad un soldato!


di Mario M. Merlino


Ho davanti a me una fotografia dove si vede un uomo, con il volto segnato, i capelli folti e bianchi, con il pastrano militare privo di spalline e gradi e decorazioni. Un volto che racconta di antiche ed estreme battaglie, di certe vittorie e di inevitabili sconfitte, un volto severo di chi sa rimanere in piedi tra le rovine, preservare se stesso ed il proprio mondo interiore di valori. Il volto di un soldato, di come dovrebbe essere ogni volto di soldato. Alle sue spalle la tenda del prigioniero, la sabbia del deserto, un cielo grigio e sporco. Ha avanti a sé un microfono: ‘…abbiamo operato virilmente, come abbiamo operato, perché abbiamo creduto che quella fosse la nostra missione nel supremo agone della Patria, che questo spirito nostro, agitato e sconvolto, possa trovare l’imperativo morale sul quale appoggiarsi all’avvenire… Io, vostro Maresciallo, sono presente al campo e quindi rappresento spiritualmente tutto e tutti; la Patriae la razza’. Asciutto e sintetico chè a un soldato non si chiede il ben parlare, si chiede, questo sì, d’essere degno dell’uniforme che indossa in guerra e in pace.


Quest’uomo, questo soldato, che è stato ricoverato nell’ospedale militare di Algeri ma che, successivamente, ha chiesto ed ottenuto d’essere rinchiuso dietro i reticolati del 211 Pow Camp per condividere il comune destino con quei soldati che, come lui, avvertirono il richiamo dell’Onore, questo soldato è il Maresciallo Rodolfo Graziani.

Sono rientrato questa domenica pomeriggio da Lecco, grigia e piovosa, dove mi sono immerso – e ricostruito con il coinvolgimento del cuore – nei luoghi ove si consumò la tragedia culminata con il massacro dei sedici ufficiali del btg. d’assalto Perugia della G.N.R. e del btg. Leonessa perché venissero risparmiati i loro centosessanta uomini, tutti giovanissimi. Ho visto il luogo dell’agguato partigiano e della breve resistenza, la scuola ove vennero ristretti depredati sottoposti a vessazioni inenarrabili, lo stadio in cui si consumò l’atto finale, i cadaveri ammucchiati sotto poche palate di terra, dissepolti e sui loro corpi vi pisciarono sopra ad estremo ludibrio. E la nuova targa a ricordo dove tutto questo orrore viene mascherato da atto di guerra legittimo perché i boia trovino riposo nelle loro comode tombe e tutta la città si lavi la coscienza. Ho proposto il mio libro Atmosfere in nero, dove narro di questa vicenda e della bella storia, sì, della bella storia d’amore tra Mila ed Emilio.

Sabato prossimo, 25 maggio, sarò nei pressi di Frosinone tra i relatori al convegno dedicato appunto al Maresciallo Rodolfo Graziani, che nacque e trovò sepoltura in terra di Ciociaria. Incontro doveroso e reso più urgente dal momento che la nuova giunta regionale di sinistra, di fronte alla crisi dell’occupazione della sanità della viabilità, ha ritenuto opportuno di tagliare i fondi destinati a completare lo spazio in via di edificazione a ricordo del Maresciallo Graziani, nel comune di Affile. Insomma, a quasi settant’anni di distanza dalla fine del secondo conflitto mondiale, vi è chi ritiene doverosa mantenere la rigida divisione tra vincitori (i buoni) e vinti (i cattivi). Dalla crisi delle ideologie, simbolicamente rappresentata dal crollo del muro di Berlino, vi è chi ancora ne fa un uso strumentale e menzognero per negare l’universalità e atemporalità del valore, i vincitori (tutti eroi e martiri, capaci di donare libertà e democrazia al nostro paese, trascurando il supporto della V e VIII Armate alleate) e i vinti (tutti, va da sé, numericamente insignificanti e tutti torturatori sadici venduti e asserviti al tedesco invasore).

Ho davanti a me un’altra fotografia, tratta dall’inserto de Il Secolo d’Italia, febbraio 1955. Si vede piazza Verdi, una ampia piazza di Roma nei pressi del quartiere Parioli, riempita da una folla immensa da migliaia e migliaia di braccia tese da tricolori e labari da un popolo di più generazioni (si parlò di oltre duecentomila persone) e, portata a braccia, si intravede la bara del Maresciallo Graziani, dopo la funzione religiosa celebratasi nella chiesa di San Roberto Bellarmino, la mattina del 13 gennaio. Credo (ma vi tornerò sopra in un prossimo contributo) quale ultima grandiosa autentica visione  del Fascismo ‘immenso e rosso’. Dopo ci fu ‘il neofascismo’ che non è – e non solo in senso cronologico e terminologico – il Fascismo (questo va consegnato alla storia, l’altro alla cronaca, ad esempio). E, proprio sulla sua morte, sul funerale, su quella manifestazione vorrei incentrare il mio intervento al convegno del 25 maggio.

sabato 19 gennaio 2013

Operazione Shingle

di Mario M. Merlino



Winston Churchill, parlando alla Camera dei Comuni, ebbe a dire con il suo linguaggio colorito: ‘Io avevo sperato di lanciare sulla spiaggia un gatto selvatico, mentre invece ci troviamo sulla riva  con una balena arenata’. Si può così sintetizzare lo sbarco di Anzio, avvenuto alle prime ore del mattino del 22 gennaio 1944. Cinquantamila soldati della VI Armata con il supporto di 500 cannoni e 400 carri armati, mezzi da sbarco, navi da battaglia fra cui 5 incrociatori, protezione dal cielo di 2600 tra caccia e bombardieri. Al comando l’americano maggiore generale John Porter Lucas con la sua pipa ricavata da un tutolo di granoturco e i molti, troppi dubbi sulla validità e riuscita dell’operazione. Una operazione, nome in codice Shingle, fortemente voluta dal premier inglese che considerava l’Italia il ‘ventre molle’ in quella che lo storico Eric Morris ha definito ‘la guerra inutile’. Prendere alle spalle i tedeschi, fortificati intorno all’abbazia di Montecassino, e giungere lesti a Roma, immagine propagandistica dell’inesorabile vittoria degli alleati. A ciò contribuiva l’insistenza di Stalin che si aprisse un nuovo fronte tale da alleggerire il peso del conflitto sostenuto dalle armate sovietiche. E, forse, attraverso l’umiliazione del nostro paese, colpire Mussolini ‘unico colpevole’ del disastro, fino a cercarne e ottenerne la morte per non portarlo davanti ad una Norimberga italiana nel timore di quelle carte, mai ritrovate e di cui il Duce non si separava mai, considerandole il mezzo per essere assolto dalla storia…


Storici e testimoni si sono divisi nel valutare l’operato di Lucas nell’usuale gioco tra detrattori e suoi difensori. Rimane il fatto che egli preferì attestarsi per rafforzare la testa di ponte lungo il litorale di Nettunia – Anzio e Nettuno, divenuti oggi due comuni a se stanti -, invece di procedere rapidamente attraverso la pianura pontina dirigendosi verso i colli Albani, Valmontone e Velletri, dove transitavano i rifornimenti per Cassino e la linea Gustav. Tre giorni che consentirono al maresciallo Kesselring di racimolare truppe sufficienti per stringere in una sorta d’assedio gli alleati. Infatti nell’entroterra i tedeschi erano ben pochi e impreparati a contrastare uno sbarco nemico.

(Tutto questo è lo scenario ove si svolge l’azione del racconto Il piccolo Badoglio, che appartiene al prossimo libro in uscita prevista primi di maggio. Dunque, mi si consenta evitare anticipazioni… se no chi se lo compra e dove finiscono i miei ‘lauti guadagni’?).
Durante i mesi che seguirono – solo il 23 maggio l’offensiva alleata riuscì ad aprirsi la strada verso Roma e costringendo le truppe tedesche a ritirarsi verso Nord in quell’inesorabile lenta, straziante per la popolazione civile sottoposta ai bombardamenti alle rappresaglie, avanzata che sarebbe culminata solo alla fine di aprile dell’anno successivo – sul fronte di Anzio apparvero i primi soldati dell’Italia che non voleva arrendersi alla logica dell’8 settembre. Il btg. Barbarigo della Decima Flottiglia Mas, mille e cento uomini al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli. In tre mesi di combattimento, ritirarsi e riconquistare le posizioni – sovente buche scavate nel terreno o al riparo di casali semidiroccati -, assalto all’arma bianca, duecento morti, un centinaio di dispersi e ancora feriti e mutilati. Oggi cento di quei caduti riposano in piccole cassette di zinco nel Campo della Memoria, reso cimitero di guerra dall’Onorcaduti dopo anni di burocrazia carte bollate impedimenti istituzionali e ostilità politiche. Un progetto strenuamente voluto da tutti i reduci della XMAS che si sono adoperati alla sua realizzazione. In primo luogo dall’ausiliaria Raffaella Duelli che, nell’immediato dopoguerra, andò a raccogliere i resti dispersi e pietosamente custoditi nella tomba di famiglia al cimitero del Verano. E dall’architetto Alessandro Tognoloni, che ha disegnato la struttura, già sottotenente che con il suo plotone respinse i mastodontici Sherman a bombe a mano, decorato di medaglia d’oro alla memoria, dato per morto e recuperato con il fianco squarciato dagli americani, curato e portato negli Stati Uniti, nel campo di prigionia di Hereford per non cooperatori.

E il btg. Degli Oddi, inquadrato nelle SS, seicento cinquanta uomini in grigioverde con le mostrine e l’elmetto tedesco, che dopo l’8 settembre s’era immediatamente schierato con l’alleato germanico. Al gagliardetto del battaglione fu concessa la medaglia d’argento al valor militare. Fra i pochi sopravvissuti il conte Pio Filippani Ronconi, orientalista di fama, che si presentava alle cerimonie commemorative con il suo berretto a visiera delle SS. Ricordo che, in una di queste occasioni, tre giovani camerate mi chiesero se potevo presentarle e lui: ‘Siate degne madri di futuri eroi!’… E i barchini d’assalto e gli aerosiluranti, fra cui il capitano pilota Carlo Faggioni. E i paracadutisti che si batterono fino alle porte di Roma dove, a Castel di Decima, cadde il loro comandante, il maggiore Mario Rizzatti. Si era lanciato contro un carro armato con il mitra e scagliando una bomba a mano. Gli fu concessa la medaglia d’oro così come al diciassettenne Ferdinando Camuncoli, il cui padre Ezio era un noto letterato e direttore di giornali nella RSI. (Era stato proprio Ezio Camuncoli a diffondere la notizia del bombardamento del Tempio Malatestiano di Rimini e dell’episodio, forse immaginario, della ragazza romagnola che aveva portato su un campo minato dei soldati canadesi e che aveva ispirato il poeta Ezra Pound per Corrispondenza Repubblicana, uno dei due Cantos scritti direttamente in italiano).

Ultima annotazione. Sono nato il 2 giugno 1944, nelle prime ore del mattino. Due giorni prima che gli alleati entrassero a Roma. Raccontava mio padre che, mentre nascevo, una sottile fila di soldati tedeschi sfilava lungo i muri di via dell’Olmata per raggiungere alcuni camion sulla piazza di Santa Maria Maggiore e, su questi, ritirarsi verso Nord. Con i fucili puntati verso i tetti e le finestre nel timore d’un attacco partigiano, che in effetti non vi fu. L’ultimo della fila, arrivato di fronte al portone della clinica di Santa Elisabetta, retta da suore tedesco-polacche, abbandonò il fucile e vi cercò rifugio. Per lui la guerra era finita. Ho sempre voluto credere, con immotivata presunzione, che qualcuno – e quel qualcuno ero io – dovesse raccogliere l’arma abbandonata. Per il Fascismo, per l’Europa…

martedì 6 novembre 2012

A coloro che in qualche modo m’importano…



 di Mario M. Merlino


2 novembre. C’è un sole, timido e pallido, nel cielo apertosi dopo giorni grigi di pioggia. Una leggera brezza porta odore di mare. Le foglie si accartocciano e giocano con l’erba alta del prato. Siamo qui, piccola comunità raccolta e commossa, con la bandiera della Repubblica, quella sola a cui va la memoria e gli affetti, e con il gagliardetto azzurro e al centro il teschio ridente con la rosa rossa fra i denti. Qui, dopo inesauste battaglie e insistenze burocratiche, l’Onorcaduti ha concesso che venissero sepolti in cassette di zinco cento marò del btg. Barbarigo, caduti sul fronte di Nettuno. C’è Alberto Spagna della I Compagnia, di anni 18, il giorno stesso in cui si sono dislocati nelle buche lungo il canale Mussolini, 5 marzo 1944, alza la testa incuriosito e un cecchino, nascosto fra i ruderi di una casa, lo centra in fronte. C’è Umberto Bardelli, Capitano di Corvetta e comandante del battaglione. Riposa fra i suoi giovani soldati, sebbene sia stato ucciso in Piemonte, nella piazza di Ozegna, l’8 luglio ’44 dal tradimento partigiano e il suo corpo fatto scempio. Ci sono sei di loro rimasti ignoti, un siciliano di certo che a Raffaella Duelli, l’ausiliaria che s’era presa cura di raccoglierne le spoglie, malamente sepolte in sacchi di tela e poche palate di terra, scrive il figlio ricordando di non aver mai conosciuto il padre, egli era ancora nel grembo materno, ma di sapere che indossava la divisa della Decima ed era stato dato per disperso sul litorale laziale.


Ci sono le autorità del luogo. Il vicesindaco di Anzio con vigili in uniforme e cuscino di fiori, rappresentanze d’arma in divisa e non. Dopo la benedizione e un breve saluto del vicesindaco, breve e insignificante, leggo il messaggio inviato da Franco Grazioli, III Compagnia btg. Lupo a ricordo dell’amico Ugo Franzolin.

‘Caro amico, camerata di molti anni trascorsi in un sodalizio di ideali e di fede. Noi che conserviamo integro nel nostro animo lo spirito della nostra terra che fino all’ultima battaglia abbiamo difeso pietra su pietra, zolla dopo zolla, e, al termine, la sconfitta che ci ha fatto piangere. Tu, soldato ora silente nell’eterno riposo, in questi momenti di amore patrio e di fratellanza oggi dolente, ci riporti a vivere la nostra storia rimasta scolpita nei cuori di noi combattenti. Amico, ora che il dialogo con te continua, affiora il ricordo di quel giuramento che in noi è maturato incondizionato negli anni. Ricordi? Noi non saremo mai diversi da quello che siamo stati. Amico, fratello dei tempi d’oro della nostra esistenza e del nostro passato di guerra, di lavoro, di famiglia e di poesia… Accogli in questo mio saluto, che non è un pianto, bensì, fratello, un perenne ricordo di te’.

Franco Grazioli, tornando in caserma lungo una strada buia di Milano, pochi giorni prima che il suo battaglione partisse per il fronte del Senio, Linea Gotica, viene aggredito da sconosciuti che, puntandogli la pistola al petto, pretendono di impossessarsi della sua. Al rifiuto un colpo che gli trapassa un polmone. Al risveglio, in ospedale, la sua prima preoccupazione è che non vi siano riusciti. Il campo di prigionia, il ritorno a casa, il senso di estraneamento, l’arruolamento nella Legione Straniera, l’Indocina, Dien-bien-fu, l’Algeria…

Tante storie che corrono il rischio di essere trascinate via, simili appunto alle foglie che si accartocciano e giocano con l’erba alta del prato. Tante storie, al contrario, di coloro che ci hanno preceduto e a cui dobbiamo l’eredità di idee lotte esempi testimonianza, senza di loro saremmo stati più poveri dispersi vittime dell’oggi, di questo presente così vile e squallido…
Le autorità se ne vanno presto, devono onorare altri cimiteri, ad esempio, quello americano. E’ già tanto che sono venuti, magari perché ci si predispone alla campagna elettorale… Se ne vanno le rappresentanze militari, i carabinieri, la macchina di polizia che sostava oltre il muro. Restiamo soli. No… ecco che arriva Terenzio Manni, con i familiari, portato dal figlio nell’urna cineraria. Silenzioso discreto garbato com’è stato in vita, come lo s’incontrava qui, al Campo della Memoria, ogni volta che ci si radunava, che c’era una cerimonia. Terenzio Manni, classe 1927, che si arruola direttamente nella Wehrmacht, divisione Hermann Goering. Divisione corazzata che s’era battuta in Sicilia, a Sorrento, sulla linea Gustav ed anche intorno a Cisterna e lungo la dorsale dei Castelli Romani. Ed ora ha chiesto che le sue ceneri vengano disperse in questo luogo per poterlo condividere con i suoi camerati, con coloro che hanno fatto dell’Onore cifra in vita e in morte.

Torno a Roma. Sono seduto al tavolino del bar, nella piazza vicino casa, un bar che fu storico ritrovo del cameratismo negli anno ’50 e ’60. A qualcuno giunge una telefonata… Vi sono morti ai quali deve andare il nostro debito proprio perché ci hanno insegnato ad essere ‘in piedi fra le rovine’ e riposano ovunque è stato possibile dare loro sepoltura… vi sono altri a cui, senza rancore e rispetto comunque, non possiamo non vogliamo non dobbiamo elevarne la memoria a testimonianza del nostro essere qui ed ora e per sempre uomini in cammino uomini contro uomini in camicia nera…

giovedì 18 ottobre 2012

Una Patria, una Nazione, un Popolo. Alcune domande a Pietro Cappellari



Pietro Cappellari s'è fatto da solo, appoggiandosi alla curiosità e all'ostinazione. Anche fisicamente dà l'idea di qualcosa di solido. L'ho incontrato più volte al Campo della Memoria, a Nettuno, dove sono stati traslati i resti dei marò del btg Barbarigo caduti nella difesa del litorale romano. Poi, il 13 ottobre, siamo stati entrambi invitati a Cerea, nei pressi di Verona, ad una festa organizzata da Progetto Nazionale. Pietro ha parlato del suo libro antologico e ha accettato il dibattito con il pubblico, segno questo di vivacità intellettuale dall'una e dall'altra parte. Ora sintetizza alcuni punti della sua attenzione impegno voglia di dare alla storia quel 'più luce!', che furono le ultime parole del poeta Goethe.

(a cura di Mario M. Merlino)


1 - come è nata l'attenzione per la storia e, nello specifico, sulle vicende sovente sconosciute e ancor più denigrate della Repubblica Sociale?

La passione per la conoscenza e la sfrenata curiosità di sapere mi hanno introdotto nel mondo della ricerca storica. Come un esploratore, il ricercatore si spinge in quei territori poco conosciuti, lanciando una sfida, prima di tutto verso se stesso. Quando si parla di storia, quella del Fascismo e, in particolar modo, quella della RSI, sono storie ancora tutte da scrivere. Un ricercatore, allora, non può non accettare la sfida, lanciarsi alla scoperta dell’ignoto.

2 - qualche curiosità, scoperta, sorpresa nel tuo lavoro di ricerca?

Ogni ricerca, alla fine, porta a una scoperta. In questi quasi venti anni di esperienza nello studio della storia di sorprese ne ho avute tante. Costituiscono il carburante per andare avanti nei momenti di difficoltà. Permettono di superare gli ostacoli insormontabili, andare oltre il “limes” segnato dalla storiografia ufficiale. Se devo parlare di emozione, certamente non posso non ricordare la scoperta, nel 2004, della cosiddetta “fossa di Leonessa”, quando durante un’esplorazione archeologica, insieme al Prof. Mario Polia, ci imbattemmo in dei resti umani presumibilmente risalenti al periodo della Repubblica Sociale Italiane e, altrettanto presumibilmente, riferentisi ai corpi di persone “scomparse” durante quei drammatici mesi. Purtroppo, la Magistratura ha preferito archiviare il caso, Del resto, le associazioni antifasciste erano già sul piede di guerra. Infatti, quella zona è ancora “misteriosa”: sono diverse le persone scomparse e mai più ritrovate: semplici Camicie Nere, civili accusati falsamente di essere delle spie e, addirittura, uno dei più importanti Comandanti partigiani del Reatino, tale Mario Lupo, non-allineato al PCI e “volatilizzatosi” nel nulla in quella Primavera del 1944.
Come vedete c’è ancora tutta una storia da scrivere… e, lo promettiamo, la scriveremo!

3 - recente è una pubblicazione da te curata e dal titolo 'Una Patria, una Nazione, un Popolo'.

Proviamo ad essere provocatori: la patria è un concetto ormai desueto? Si può ancora pensare la nazione come unità di destino? Un popolo o un aggregato amorfo di plebe rancorosa e di borghesi egoisti?
Il libro in questione ha una funzione, certamente non politica. La funzione che abbiamo voluto dargli è stata quella di “re-inquadrare” il Risorgimento italiano in un ottica storica precisa, senza confonderci nelle speculazioni politiche tipiche di una impostazione gramsciana o liberale. Il Risorgimento fu senza dubbio l’ascesa della Nazione italiana. Contrabbandarlo per “altro” è solo un’opera di manipolazione politica della storia.
Oggi che l’Italia è ridotta in stato di servaggio, priva di una propria sovranità, in balia di corrotti e corruttori, vano è parlare di Patria e anche di Nazione, in specie dopo i fenomeni di immigrazione e di regionalismo-federalismo. Senza contare che il Popolo – il quale, raramente, si è “imposto” nella storia d’Italia – è solo una massa informe di individui lobotomizzati e standardizzati, privi di ideali e di radici, ben lontano dalle filosofie mazziniane.
Se la realtà è questa – e difficilmente cambierà nel breve termine – è doveroso continuare a parlare di Patria e Nazione – ma anche di Popolo! – per tutti coloro che questi valori sentono come propri. E, come diceva Mazzini, vi è una Patria, una Nazione, un Popolo, solo quando questi valori sono interiorizzati e fatti propri. Parlare di questi “ideali” è, oggi, un dovere, in alternativa e in opposizione alla società liberal-democratica multietnica.


4 - dacci qualche anticipazione su eventuali tuoi lavori in opera... grazie e a presto!

Siamo in uscita con tre lavori molto interessanti.
Il primo è una raccolta fotografica dell’esperienza in Africa Orientale Italiana di un Ufficiale dei Carabinieri. Importante perché dobbiamo riappropriarci della nostra storia, della nostra missione. Anche attraverso questo spaccato di vita, si può ricostruire l’impresa in Abissinia sotto una luce diversa da quella dei soliti denigratori, riscoprire un passato di cui essere orgogliosi.
Secondo lavoro è quello sul fascismo ad Anzio e Nettuno tra il 1919 e il 1939, uno studio che – per la prima volta – illustra i successi del Regime in queste cittadine del Lazio; l’adesione delle masse e la loro crescita politico-culturale durante il Ventennio; e – non ultimo – la costruzione di un razionale impianto urbanistico che fa, ancora oggi, di Anzio e Nettuno due città moderne.
Ultimo lavoro in uscita è un’opera in tre volumi sulla Milizia fascista tra il 1943 e il 1945, dalla crisi militare del Regno d’Italia alla Repubblica Sociale Italiana, passando per il 25 Luglio, l’8 Settembre, la nascita della Guardia Nazionale Repubblicana e la lotta antipartigiana.

mercoledì 10 ottobre 2012

Carlo Panzarasa, un volontario di Francia

di Mario M. Merlino




Arrivo alla stazione di Trieste a mezzo pomeriggio. Il viaggio è, come sempre, lungo, troppo, ma come sempre ne vale la pena. Superato il piazzale antistante, con il giardino le panchine la statua dedicata all’imperatrice Elisabetta d’Austria, la Sissi storica e non quella un po’ stucchevole dei film, s’apre via Ghega. Al secondo piano del numero civico 2, l’Istituto Carlo Panzarasa. Suono salgo le scale nella penombra mi aprono la porta blindata mentre, curiosa ed asettica, la telecamera di sorveglianza registra la mia presenza. Gli amici, i camerati mi accolgono con quella spontanea e gioiosa ospitalità che è caratteristica dei triestini. Come se la bora, il vento imperioso proveniente dai Balcani sapesse spazzare via inquietudini problemi tristezza…

 Nei locali si terrà, per il secondo anno, il convegno ‘tutta un’altra Storia’. Oggi, venerdì 5 ottobre si apre la mostra, nella sala apposita, sulla Folgore con cimeli unici e significativi accompagnati dalle liriche che il comandante Edoardo Sala, alla guida dei paracadutisti della R.S.I., ha scritto a ricordo dei suoi commilitoni che si sono spinti oltre e prima ‘in quell’angolo di cielo…dove vivono in eterno santi, martiri ed eroi’.

Lungo il corridoio, alle pareti o dentro bacheche in vetro, si affastellano elmetti armi documenti divise distintivi sul Fascismo, la conquista dell’Impero e la guerra civile di Spagna, la guerra mondiale, con i suoi alleati e i suoi tanti nemici, e si aprono le stanze degli uffici della biblioteca dei Non Cooperatori che qui, ogni anno, celebrano il loro raduno. In fondo un ampio salone è strutturato per le conferenze e le proiezioni. Nel pomeriggio parlerà un generale degli alpini con un contributo fotografico, il professore Massimo Patanè dell’università di Ginevra sul giornalista svizzero Paul Gentizon, che fu amico personale di Mussolini e dell’Italia, presente la figlia Ada Wild di Losanna. Voglio ricordare come il volume ‘Difesa dell’Italia, pubblicato nell’immediato dopoguerra e ormai introvabile, è fra i documenti più seri e forti sulle vicende durante ed ultime del Fascismo. Inciso: varrebbe la pena la sua ristampa. Chissà… E ultimo Fausto Biloslavo, reporter di guerra e caro amico di tutti noi fin dal tempo in cui condivideva questa passione con il mai dimenticato Almerigo Grilz.

All’Istituto mi accoglie con gesti sobri, signorili ma so di grande affetto, Carlo Panzarasa,presidente dell’Istituto e infaticabile raccoglitore della gran parte del materiale presente. Lucida memoria di una vita spesa a ricordare quei giovani camerati, cresciuti in terra di Francia da famiglie italiane, che avvertirono non ultimi l’esigenza di riscattare l’onore della Patria, magari mai conosciuta, dopo l’8 di settembre. Quei Volontari di Francia, inquadrati nel btg. Fulmine della XMas, che versarono il loro sangue, una rossa dolorosa scia, lungo il percorso dalle Alpi ai confini orientali, a Tarnova della Selva, ove opposero il loro coraggio contro il nemico slavo-comunista, impedendo con il loro sacrificio l’occupazione di Gorizia.

‘Pioveva a dirotto a Venezia il giorno del nostro arrivo. Le barche nei canali erano coperte da teli impermeabili, le calli praticamente deserte, di gondole neanche l’ombra: uno spettacolo davvero triste. Rimanemmo molto delusi, non l’avevamo immaginata proprio così’, ricorda. Ai primi di novembre uscirà un libro di ricordi, suoi e dei suoi commilitoni, curato da un giovane ricercatore, Andrea Vezzè, e di cui ho copia dell’originale stampatomi direttamente su file. Un bel libro, capace di tradurre gli avvenimenti storici con le emozioni, i sentimenti di chi li ha vissuti e ad essi è rimasto fedele.

Tarnova era un isolato paese di poche case al centro dell’altopiano da dove si domina tutta la pianura del goriziano,oggi territorio sloveno. La scorsa primavera vi abbiamo fatto una visita con alcuni camerati francesi nostri ospiti. Carlo era visibilmente e giustamente emozionato. Qui gli uomini del Fulmine e tanti Volontari di Francia hanno scritto una delle pagine più tragiche ed esaltanti della XMas e della storia in armi della Repubblica Sociale. E, se un rimpianto egli si porta addosso, sta nel fatto di non avervi preso parte in quanto in missione per rifornire di armi il battaglione. Credo che ciò abbia accentuato, marchiato a vita, l’impegno di raccogliere proteggere evidenziare il destino eroico dei suoi camerati. Gli uomini d’Onore pagano sempre il debito che hanno contratto, soprattutto se morale…

Dal venerdì 19 gennaio 1945, alle 5 e 40 del mattino, alla domenica del 21 gennaio gli slavi del IX Korpus titino sferrano l’attacco. Non abbiamo cifre esatte sulla loro consistenza numerica, certo non inferiori al migliaio di uomini, con armi ricevute da aviolanci alleati. Di fronte, in modeste postazioni difensive, all’interno di case e cascinali, meno di duecento marò si batterono come disperati, contro ogni logica, sapendo come avvenne che non vi sarebbe stata pietà alcuna neppure per i feriti.

In questo percorso di guerra, di cameratismo, Carlo ebbe la fortuna di salvare la macchina fotografica con cui aveva filmato i momenti delle loro vicende. Dall’arrivo alla base sull’Oceano Atlantico, a Bordeaux, ai resti del btg. Fulmine che, sotto la neve, scendono a valle. E, guardando i volti di quei ragazzi, sotto i diciotto anni in massima parte, simili ad adolescenti alla prima comunione, quei volti di coloro che sopravvissero maturati in fretta dimostrando che la sofferenza sa rendersi un bene più forte d’ogni blandizia. E, nel suo cuore, nella sua mente, in instancabile volontà, andare oltre il confine, scavare ove furono frettolosamente sepolti, raccoglierne i pochi resti, nasconderli in sacchi neri dell’immondizia e rendere loro una tomba nel cimitero di Gorizia.

Che aggiungere oltre, se non ‘grazie, Carlo!’.


Sabato pomeriggio conduco l’incontro con la presentazione del libri ‘Il sopravvissuto’ di Roberto Mancini e ‘Fughe’ della dottoressa Valeria Isacchini. Poi un breve filmato su Rinaldo Massi, mistico guerriero, privo d’un braccio a causa dell’esplosione del suo Panzerfaust. A sorpresa ho organizzato uno stacco musicale tramite una giovane concertista giapponese di viola. Kasakawa Megumi, questo il suo nome, ha reso alto e nobile il momento in cui, doveroso momento, ho ricordato coloro che ci hanno salutato in quest’ultimo anno… ‘In Geist, mit uns’…

martedì 18 settembre 2012

Una amica disperata e fiera


di Mario M. Merlino


Anche i ‘maghi’ provano sentimenti e si addolorano. Invecchiando, poi, si diventa più fragili e più soggetti alle emozioni che scaturiscono dal proprio vissuto, dalla memoria. Oggi, dunque, sarò meno fantasioso e più umano. Confidando nella magnanimità dei lettori di EreticaMente.

Il 28 aprile 1945, poco dopo le 17, nello stadio comunale di Lecco vengono fucilati 16 tra ufficiali e sottufficiali. Si sono offerti in cambio della vita dei loro 160 legionari. Da Milano Sandro Pertini ha dato ordine che siano tutti fucilati; l’intervento di alcuni sacerdoti porta al compromesso. Dopo, va da sé, che sono stati spogliati di tutto e massacrati di botte. Fra costoro il tenente Bernardino Bernardini di Gubbio che si regge un occhio cavatogli sotto tortura. Lo stesso giorno la figlia Mila compie due anni. Ulteriore segno di un legame tenace e tragico…

Ho una amica disperata e fiera. La conosco dal tempo dell’università, quando nella sede del FUAN di via Siena o sulle scalinate delle facoltà giovani di ideali e liberi di sogni, ci illudevamo di poter spezzare la catena della storia menzognera. Con i bastoni il braccio levato il canto, faccia al sole e in culo al mondo, contro compagni e guardie, poco importa. E sapevamo cercare, dentro di noi, le ragioni e le passioni della nostra irriverenza, della nostra identità.

Mila non abbisognava di alcun risguardo perché portava nella carne, ferita mai rimarginata, ciò che origina, ciò che permane. Nei giorni d’aprile del ’45, appunto, un reparto della Leonessa e del btg. Perugia cadde in imboscata partigiana. La resa dopo vano combattimento la promessa del salvacondotto il tradimento l’assassinio degli ufficiali.

Noi, dunque, idealmente fedeli a quelle vicende esaltanti e dolorose, avevamo una camerata che di quella storia era testimone viva e coinvolta. Ella, però, per tanti anni, volle portarsi dentro tutto ciò nel timore che divenisse vanto e non coscienza infelice. Solo quando rientrò a Gubbio, accanto alla madre, nell’appartamento e nei luoghi che erano stati di suo padre e di lei bambina, il prepotente bisogno di sapere si fece più forte, feroce d’ogni riservatezza, pudore.

(Della sua storia e di Emilio, legionario della Leonessa, del loro incontrarsi, della struggente e straordinaria storia d’amore ne ho tratto un racconto in Atmosfere in nero).

Disperata nel cuore; fiera nella mente. Negli anni partecipe di quella disperazione, fedele a quella fierezza. Nelle scelte della vita privata, nelle scelte dell’impegno ideale e politico. Puntare il dito contro la cattiva coscienza, la collettiva rimozione, di coloro che prima colpirono impuniti dalla forza del branco e successivamente impuniti dall’icona eretta del vincitore. Eppure, mai doma, Mila tentare lo stesso: aspra e ostinata contro il silenzio il fastidio le carte bollate l’ironia le velate minacce. E volle tentare in nome d’un principio supremo: un giovane ufficiale della Repubblica (l’unica che a noi conta) era caduto da soldato e come tale voleva fosse riconosciuto. Un soldato fidente nella lealtà, leale per natura, dalla parola ricevuta e pronto a sacrificarsi per i suoi giovanissimi uomini. Di contro l’odio l’infamia la viltà la menzogna dell’assassino in armi.

In questa battaglia, che era di Mila e per Mila, ella avvertiva che c’era un mondo, realtà umana e politica, che poteva e doveva esserle solidale, condividere con lei impegno e riscatto.

Le mani levate gli scontri le parole scritte e dette le assemblee la piazza le campagne elettorali la presenza militante i manifesti sui muri erano tutti segni di quella memoria che non si voleva ottenebrare e a cui valeva donare i nostri anni il lavoro la famiglia e, in più occasioni, la vita medesima. Una storia di cuori ardenti di menti vivaci di muscoli tesi…Poi gli anni sono trascorsi veloci, troppo in fretta, e forse s’è faticato tenere loro il passo. Lo specchio, ogni mattina, rimanda il volto ove la speranza si frantuma nell’occhio stanco, in un progressivo reticolo di rughe…

Ho un’amica disperata e fiera. Oggi è un’amica che si sente tradita. E a ragione. La sua battaglia si è infranta contro il silenzio il fastidio le carte bollate l’ironia le velate minacce. Non soltanto del mondo avverso e ostile. Perché molti di noi hanno sposato, per intonare la cravatta ai colori della giacca, proprio tutto quanto era stato il mondo avverso e ostile di Mila.

L’indagine contro gli assassini di Lecco è stata archiviata e scaduti i termini del ricorso. Semplicemente perché si sono dimenticati di avvertirla, distratti da altre cause, altre udienze, altre carte bollate o, soltanto, perché non è più di moda… Qualche vecchio caporione, a cui magari demmo credito e auspicio di rinnovamento, di linee e sfondamenti, ha insinuato che ne faceva questione di soldi e non di pietà filiale…

Una amica disperata e fiera e sola.

Possiamo ancora levare una bandiera al sole e gettare al vento una canzone, che non siano pallide ombre di sogno?

Una amica disperata e fiera. Il 12 marzo 2006 Mila se n’è andata di un male che ci consente solo di cercare di ben morire. Se n’è andata in una bara di legno scuro senza poter avere sopra la bandiera con l’aquila dalle ali spiegate e il fascio fra i rostri. In compenso il sindaco di Gubbio, di Rifondazione Comunista, suo avversario in consiglio comunale, ne ha lodato la coerenza l’onestà lo spirito guerriero…