Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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mercoledì 17 aprile 2013

Le Avanguardie rivoluzionarie



di Mario M. Merlino
 


In una vecchia fotografia, ritagliata dal quotidiano Il Tempo, nell’aprile del 1969, consunta dagli anni, si vedono quattro giovani seduti, due in alto e due in basso, sui banchi degli imputati. Processo per direttissima, accusa di adunata sediziosa e resistenza a pubblico ufficiale. Cinque giorni a Regina Coeli per i due maggiorenni; per gli altri due nel carcere minorile, sempre cinque giorni. Il motivo o pretesto per il corteo e gli inevitabili scontri con le guardie a via Arenula, davanti al Ministero di Grazia e (in)Giustizia, ponte Garibaldi, per le vie di Trastevere. In Sicilia, ad Avola, durante una manifestazione di protesta, la polizia aveva sparato e ucciso due contadini. Condanna a due mesi con la condizionale.


Fra i quattro spicca Paolo Ceriani Sebregondi, di nobile casato, condannato anni dopo all’ergastolo per l’uccisione di Carmine De Rosa, carabiniere e successivamente capo servizio sorveglianza della FIAT di Cassino. Poi il 10 novembre, alle ore 8,45, a Patrica, nel cuore della Ciociaria, mentre transita con la sua 128 Fiat, le Formazioni Comuniste Combattenti tendono un agguato al procuratore della Repubblica del tribunale di Frosinone Fedele Calvosa, all’autista e all’agente di scorta. Sull’asfalto si contano 21 bossoli. Cade, anche lui colpito a morte, uno del commando, si direbbe oggi, da ‘fuoco amico’. Giorni dopo viene arrestato, il Sebregondi in qualità di complice. Altra condanna. La fuga dal carcere di Parma, con la più classica delle evasioni, un lenzuolo annodato e i complici in strada con il motore acceso, l’Africa, l’esilio dorato di Parigi, dove ha qualcosa da  insegnare agli studenti della Sorbona, infine l’arresto internazionale nel 1987 e, credo, relativa estradizione.

La mattina del 1 marzo 1968 Adriano Romualdi venne sulle scalinate di piazza di Spagna, coerente all’assunto dell’intellettuale militante, per dissuaderci a partecipare al corteo per riprenderci la facoltà d’Architettura, occupare l’università, essere parte della contestazione giovanile ecc.ecc…, pur consapevole che oramai s’era deciso con o senza di lui. Non che egli fosse contrario ad una rivolta contro l’esistente, anzi, ma riteneva che, nello specifico, gli studenti fossero ‘i pulcini usciti dall’uovo marcio della borghesia’. Con altri accenti, dopo Valle Giulia, si esprimerà Pierpaolo Pasolini, ma medesimo è il dispregio verso quella gioventù che ancora indossa giacca e cravatta: ‘Avete facce di figli di papà./ Buona razza non mente./ Avete lo stesso occhio cattivo./ Siete paurosi, incerti, disperati/ (benissimo) ma sapete anche come essere/ prepotenti, ricattatori e sicuri:/ prerogative piccolo borghesi, amici./ Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti,/ io simpatizzavo con i poliziotti!/ Perché i poliziotti sono figli di poveri…’.

Erano in errore entrambi perché, in attesa di una rivolta di Destra (la scriveva con la maiuscola proprio per non confonderla con il mondo della borghesia cialtrona e vile), Adriano correva il rischio di confondere se stesso, le sue analisi, il rigore morale con  gli attivisti che il 16 marzo del ’68 accorsero alla Sapienza, richiamati dal MSI con la falsa motivazione di sostenerci nell’occupazione di Giurisprudenza e, di fatto, per essere ancora una volta lo strumento di sostegno per ogni reazione paternalistica mediocre conservatorismo ipocrita perbenismo. E Pasolini perché le rivoluzioni, anche quelle compiute in nome della plebe e del proletariato, richiedono delle avanguardie in cui la coscienza culturale è l’humus da cui ricavare il senso della propria missione. E, certo e però, esprimevano quei timori che si sarebbero concretizzati con l’esplodere del terrorismo delle sue implicanze derivazioni conseguenze, tragiche e terribili, tali da ficcare in un imbuto di perversione ideali speranze nobili battaglie…

Fra i quattro sul banco degli imputati, il più bello, con gli occhiali scuri i capelli mossi senza baffi e barba (per un pacchetto di sigarette lo scopino del carcere mi ha rasato per evitare d’essere riconosciuto da due poliziotti bastonati con l’asse di recinzione lavori in corso. Precauzione totalmente disattesa perché entrambi: ‘E’ lui anche se si è tagliato barba e baffi’). Lascio al lettore chi sia quel giovane d’allora, destinato ai clamori della cronaca e ai fasti della cultura…. E lascio al lettore trarne, ammesso che vi sia, una morale…



venerdì 5 aprile 2013

La fierezza e la speranza



 di Mario M. Merlino


Sull’Idea di Stato in Platone s’è detto, ricordando fra l’altro il contributo dato da Adriano Romualdi che ricordava, fra l’altro, quanto esso fosse stato lodato dagli studiosi nazional-socialisti. Hueter des Lebens (custode della vita), ad esempio. In particolare l’eugenetica, la selezione dei migliori, affascinava i cultori della razza nordica. Tema questo già riproposto ne La Città del Sole di Tommaso Campanella mentre trascorreva, fingendosi pazzo e sottoposto a periodiche terapie di tortura, ventisette anni nelle carceri spagnole di Napoli. Una idea, un Platone affascinati dalle virtù guerriere di Sparta, l’ideale della kalos-kai-agathia (una sorta di equivalente del romano ‘mens sana in corpore sano’), di cui erano particolarmente cultori i giovani dell’aristocrazia greca. Anche se l’insistere troppo su questa influenza mi solleva qualche perplessità – e lo stesso Platone, consapevole delle difformità, ne evidenziava alcune -. Intanto egli è un ateniese, critico severo e coinvolto nei confronti di quella democrazia che ha portato il disordine e l’assassinio di Socrate, ma pur sempre un ateniese e cioè cittadino della Polis (un arroccamento identitario e, potremmo dire, alquanto provinciale). E Sparta è la rivale che, se non la si è battuta con le armi, la si può dispregiare per i suoi primitivi e incolti costumi. Nel Novecento abbiamo appreso ad usare lo stesso metro, ad esempio, verso i tedeschi, guerrieri sì indiscussi ma di barbara ferocia… Inoltre egli intende trattare di ciò che è vero e bello e giusto, di quel mondo delle idee, che porta in sé la perfezione non contaminata né contaminabile dall’imperfezione della natura degli uomini, ‘pallide ombre di sogno’.


La grandezza di Platone sta proprio in questo. Egli sa offrirci uno scenario ove ognuno di noi può trovare linfa vitale proprio perché ha saputo elevarsi oltre il suo presente in nome di un principio più solido di solida pietra. Certo lo possiamo disattendere criticare dispregiare (immaginate, ad esempio, un nichilista e anarco-fascista quanto possa essere sospettoso e irridente!), ma non c’è concesso metterlo sullo stesso piano degli omuncoli che, simili ai giocatori delle tre carte, si arrogano il diritto di turlupinare la nostra esistenza e intelligenza con piani quinquennali governi tecnici grandi piccole coalizioni e ‘american way of life’…

A definirlo ‘un cane morto’, che, se ci s’imbatte per strada, lo si evita e ci si affretta a scavalcarlo, fu uno dei suoi discepoli postumi, giovane ed arrogante (con il tempo non si migliorerà il carattere). Quel Carlo Marx che, svogliato e bighellonando all’università di Bonn, si soffermò su alcuni suoi scritti e tanto si sentì coinvolto che se ne andò a Berlino a studiare filosofia, disattendendo le aspirazioni paterne di farne un avvocato par suo. E, non volendo sborsare ulteriore denaro (le radici non sono acqua nonostante abiure o conversioni di comodo) lo diseredò. E’ di Georg W. F. Hegel, di cui stiamo parlando. Eppure, molti anni dopo, Friedrich Engels ricordava quanto avesse influito su di lui e Marx, allora ‘giovani hegeliani’, la filosofia di Ludwig Feuerbach per lo strappo con il pensiero dello Hegel. Aggiungeva, però, che in quest’ultimo ‘tanto idealistica è la forma, quanto realistico il contenuto’, cioè attraverso un linguaggio apparentemente astratto emergeva la concretezza del reale cosa che, al contrario, finiva per esserne privo del tutto il primo. Icasticamente Lenin, legittimo erede dell’arroganza marxiana, in uno scritto pubblicato nel 1929 così sintetizzava: ‘Non si può comprendere perfettamente il Capitale di Marx e particolarmente il primo capitolo, se non si è compresa e studiata attentamente tutta la Logica di Hegel. Di conseguenza mezzo secolo dopo, nessun marxista ha compreso Marx!’.

Sospettavamo qualcosa del genere, anzi abbiamo avuto la presunzione di pensare che forse lo stesso Marx non solo non avesse inteso Hegel, ma probabilmente neppure se stesso… tutto compreso a bere birra tanto da lasciare al sodale Engels il compito di fidato amanuense! Del resto gli si può perdonare sia l’amore per la birra sia il naufragare nella complessità dei contenuti hegeliani. Inevitabile ricordo personale: studente di filosofia assistetti alle lezioni del prof. Gennaro Sasso su La Fenomenologia dello Spirito e, per tutto il corso, egli ci spiegò (?) le prime sole otto righe di quella Introduzione, che di fatto era una post-fazione.

Scrive ne La filosofia del diritto (l’unica opera che pubblica, giunto a Berlino in qualità di professore in quella università e di cui diverrà figura dominante): ‘lo stato è la realtà dell’idea etica’, e in altro paragrafo, ‘lo stato è l’ingresso di Dio nel mondo ( Der Gang Gottes in der Welt)’. Attraverso l’ampio e articolato dibattito riflessione opinioni in contrasto, che si snodano nel tempo l’idea di stato, enunciata da Platone, trova in Hegel una ridefinizione forte, attenta a non cadere nel contingente negli interessi particolari, capace di proporsi al di là e al di sopra della storia pur essendo della storia il momento più alto. Certo i suoi avversari sono numerosi ed agguerriti. Penso al caro vecchio amico Max Stirner (amico in quanto fu oggetto mancato della mia tesi), a Marx, a Nietzsche che lo definiva ‘il più freddo dei mostri freddi’. Ma anche i suoi estimatori e, qui, il mio pensiero rispettoso si volge a Giovanni Gentile, alla sua vita spesa per dare all’Italia una visione unificante attraverso un progetto complessivo di riforma scolastica, al suo stupido assassinio nei tempi cupi della guerra civile…

Di questo, dello Stato etico da Hegel a Gentile, faremo a Latina, il 26 aprile, presso l’a.c. Passepartout un momento di enunciazione ripensamento di critica con il supporto del prof. Roberto Mancini. Una conversazione di rigorosa filosofia, certo, ma che non può esimersi d’essere un confronto con il nostro malo presente. Guardandoci attorno siamo costretti a pensare che lo stato sia soltanto una leva di potere per gestire poltrone prebende favori, sì, ma – forse e soprattutto per questo – dobbiamo portare rispetto e un pizzico d’invidia per quegli uomini quelle idee quei tempi quelle battaglie ove ci si poteva illudere che la Patria non fosse morta, che la Nazione fosse ‘una unità di destino nell’universale’, che lo Stato rappresentasse in dignità e giustizia le aspirazioni e i bisogni d’un popolo redento…

Siccome – concedetemi una conclusione un po’ retorica ma non troppo azzardata -  abbiamo raccolto a testamento da Robert Brasillach ‘la fierezza e la speranza’, beh, confidiamo che vada formandosi – e presto – ‘quella prima generazione di combattenti ed uccisori di serpenti, che precede una cultura e un’umanità più felici e più belle’, come auspicava Nietzsche…

giovedì 28 febbraio 2013

Un monito per questo volgare presente



di Mario M. Merlino


Al termine della guerra franco-prussiana, che stabilì la nascita del Secondo Impero nella sala degli specchi a Versailles (18 gennaio 1871) e la supremazia della Germania nell’Europa continentale, la città di Parigi, che aveva sostenuto un durissimo assedio da parte delle truppe prussiane, insorse contro il governo borghese che aveva sottoscritto una umiliante pace. Si determinò un movimento popolare, noto con il nome di ‘la Comune’, che alzò la bandiera rossa a proprio vessillo ed istituì un governo popolare di stampo socialista. Carlo Marx ebbe parole d’elogio per l’avvenimento e scrisse espressamente La guerra civile in Francia, 30 maggio 1871, pochi giorni dopo il suo tragico e feroce epilogo. Il principe russo Michele Bakunin, di fatto padre del’anarchismo moderno, affermò ‘c’è la vera anarchia!’, conoscendo i progetti e le realizzazioni intraprese. (Mi esento di farne una storia dettagliata, visto che altro è l’intento di questo mio scritto). Anni dopo, nel 1888, su testo di Eugène Pottier e musica (molto coinvolgente) di Pierre Degeyter, fu creato a sua memoria quel canto, l’Internazionale (‘Su compagni lottiam – nostro fine sarà – l’Internazionale – futura umanità’), che divenne l’inno ufficiale del movimento comunista.


La Comune ebbe vita breve, dal 18 marzo al 28 maggio del ’71, accerchiata Parigi dalle truppe del governo Thiers e guidate dal maresciallo Mac Mahon. In premio fu poi nominato presidente della repubblica, 1873, espressione dei conservatori dei clericali dei filo-monarchici. Fu un secondo assedio, ancor più brutale di quello tedesco. Il 21 maggio i soldati riuscirono ad aprirsi una serie di brecce e penetrare in città. La lotta si trasformò in una carneficina indiscriminata. Strada per strada, casa per casa. La ‘settimana di sangue’ vide oltre ventimila fucilati senza contare quelli dei giorni successivi, i processi, le condanne durissime nei bagni penali, l’esilio dei sopravvissuti. Gli ultimi combattimenti si ebbero all’interno del cimitero di Pére Lachaise, all’arma bianca fra le tombe scoperchiate dal tiro alzo zero dell’artiglieria. Lungo il muro di cinta è possibile, oggi, vedere il luogo ove un centinaio di superstiti vennero passati per le armi e dove, scavata una fossa, vi furono gettati gli assassinati portati con le carrette da ogni parte della città. Costoro andavano alla morte e gridavano in faccia ai plotoni d’esecuzione: ‘à demain la liberté!’…

Nessuna resa al nemico, semmai l’onore delle armi a dei vinti che seppero essere dei valorosi. Non intendo sposare la causa a cui, dopo un secolo di effetti sovente devastanti e disastrosi, la storia ha decretato la parola ‘fine’ (e con ignominia se pensiamo alle motivazioni e modalità della caduta del muro di Berlino). Anche se i Nicolino Bombacci e i Berto Ricci preferirebbero i comunardi – ed io con loro – ai reazionari conservatori borghesi fautori dell’ordine costituito falliti pavidi tirapiedi portaborse benpensanti, che di fatto non pensano bene, anzi non pensano affatto… Volevo solo ricordare, con un accento forse un po’ troppo pedante e didascalico, che la storia dei partiti comunisti, dei teorici e dei rivoluzionari bolscevichi, di tutti coloro che credevano inesorabile l’avvento del socialismo e si sacrificarono lottarono furono brutali con gli avversari e con se stessi per questa grande speranza (perché comunque fu grande anche se la si legge ormai come illusione ed inganno e noi avemmo la fortuna ed il buon gusto di non cadere nella sua trappola) prendevano le mosse, vivendola nell’immaginario quale episodio eroico collettivo e antesignano, da una sconfitta, sanguinante ferita mai rimarginata.

Ho ritrovato fra libri e riviste la fotografia di un carro armato sovietico, con un grappolo di soldati festanti, che percorre una strada disselciata nel centro della capitale tedesca. Sono gli ultimi giorni di aprile del ’45. Sul muro qualcuno ha vergato con la vernice bianca e a caratteri cubitali ‘Berlin bleibt deutsch’. Sulla battaglia di Berlino Adriano Romualdi scrisse Le ultime ore dell’Europa, stampato nel 1976 (Adriano era morto già da tre anni) e ristampato nel 2004, quale raccolta di scritti vari sul medesimo tema a lui tanto caro. Fra le macerie della città si compie il destino dell’Europa, la Finis Europae, e non soltanto del nazionalsocialismo e del suo Capo, volutamente prigioniero del bunker e pronto a non cadere vivo nelle mani del vincitore. I volontari francesi scandinavi spagnoli e di tante altre nazionalità, tutti appartenenti a quell’esercito nato e concepito non soltanto in funzione anti-bolscevica, ma premessa e promessa in armi di un nuovo ordine, che fu le Waffen-SS, non si battevano certo per quel piccolo uomo dallo sguardo magnetico e i buffi baffetti a spazzola. Saint-Paulien ne I Leoni morti lo esplicita chiaramente. Essi si battevano perché duemila anni di civiltà non venissero spazzati via dal vento proveniente da oltre gli Urali, mentre un altro vento, altrettanto se non più minaccioso e invadente, aveva attraversato le acque agitate dell’oceano Atlantico. Quella battaglia, quella sconfitta, dovevano divenire – questo era l’auspicio di Adriano – il mito fondante la rinascita e la rigenerazione della gioventù europea. Come per il solstizio d’inverno che sembra avvolgere nelle tenebre la luminosità del sole e, al contrario, sempre comunque e nonostante tutto esso è destinato a vincere…

Dicono che la storia nulla ha da insegnare e che gli uomini ripetono i medesimi errori, simili al tormento di Sisifo e della pietra eternamente rotolante. Si potrebbero portare molteplici esempi e per chi ha coltivato, fin da adolescente, il suo studio lo sa bene. A differenza del filosofo Hegel, che intendeva la storia il luogo principe ove si realizzano i fini della ragione, il mio nichilismo mi rende diffidente e vi trovo, al contrario, lo spazio deputato all’errore al kaos alla nientità. Non per questo mi faccio preda dello sconforto della disperazione dell’inanità. Nel pubblicare I Proscritti Ernst von Salomon volle apporre, nella parte terza, una considerazione di Ernst Juenger ‘al cuore si può sempre applicare il vecchio detto: le rovine non bastano a seppellire gli impavidi’. Ed io ricordo ancora quanto affermava un giovane ufficiale delle SS e che, cioè, l’aristocratico combatte anche quando è sicuro di perdere. Ivan Morris ha scritto La nobiltà della sconfitta sull’etica del bushido, dei samurai in Giappone. Ma, se preferite, anche questo non è il punto perché, va da sé, la scelta è patrimonio personale ed ognuno decide se salire sulle barricate o restarsene a casa…

La tragica fine della Comune non ha impedito al comunismo di rendersi una forza e per un secolo rappresentare una spinta per milioni di uomini nel tentativo (certamente vano perché fondato su premesse errate della condizione umana ben più complessa del solo appagamento delle necessità materiali) di realizzare un mondo capace di risolvere i bisogni dell’uomo. Così La battaglia di Berlino, pur nell’annichilente crepuscolo degli dei, nella demonizzazione dei suoi uomini idee e motivazioni, noi avvertiamo che fu una splendida ed esaltante avventura, mai intesa come epilogo, fondamento di tanta parte della nostra identità e volontà di lottare. E vogliamo credere che una notte, intorno al fuoco, su qualche spuntone di roccia,  con il corpo infreddolito e l’animo ardente, sopra di noi le stelle, sentiremo lento e inesorabile il rullo, prima impercettibile e lontano, di cento e mille tamburi e la voce dei ‘nostri’ che ci chiamano ed esigono che si rinnovi l’eterna guerra del sangue contro l’oro. Antichi dei per nuovi guerrieri…

Queste eco di carattere storico contengono una morale? Non sono un confessore non sono uno psichiatra non sono più dietro la cattedra… forse solo un monito per questo volgare presente. Che in ogni veleno si annida anche il suo antidoto…

giovedì 31 gennaio 2013

La luce del Nord



di Fabio Calabrese


Adriano Romualdi è stato uno dei più competenti e lucidi intellettuali dei nostri ambienti. Se un destino cinico e baro non ce l'avesse strappato fin troppo precocemente, sono certo che sarebbe potuto diventare un Maestro nel senso più alto del termine, e in ogni senso per tutti noi.
Una delle cose più interessanti e “dense” che ci ha lasciato, è probabilmente l'introduzione a “Religiosità indoeuropea” di Hanns F. K. Guenther nella versione pubblicata dalle edizioni di AR, un vero e proprio saggio che ben meriterebbe di essere editato come pubblicazione indipendente.
In questa ampia introduzione-saggio c'è un'osservazione che mi fece riflettere parecchio quando lessi questo scritto per la prima volta decenni or sono, e che mi dà da pensare anche adesso. Secondo Romualdi, l'Europa è percorsa da una duplice tensione, la “nostalgia del sud” e la “nostalgia del nord.

La prima è probabilmente la più facile da capire. Per genti settentrionali che vivono al di sopra dell'arco alpino, “il sud” rappresenta l'inevitabile attrattiva di un clima più mite e di una natura più rigogliosa, ma naturalmente non c'è solo questo: c'è l'attrattiva delle tracce di grandi civiltà del passato: le testimonianze della civiltà greca, romana, di quella dell'Italia rinascimentale. Sulle orme di Goethe e del suo “Italienische Reise”, il viaggio in Italia per i rampolli delle famiglie centroeuropee benestanti dell'età romantica fra settecento e ottocento era considerato una parte essenziale del “grand tour” che si riteneva indispensabile alla loro educazione.
C'è probabilmente anche dell'altro. Anni fa mi capitò di vedere un reportage televisivo sull'isola greca di Santorini che è una sorta di Pompei ellenica. Qui in età minoica una violenta eruzione vulcanica, come a Pompei, distrusse un fiorente abitato ma ne conservò i resti tramandandoli “congelati nel tempo” alla posterità. Ancora oggi l'antica Santorini è stata riportata alla luce solo in minima parte.
La cosa interessante però, era che la troupe venuta a girare il documentario intervistò una signora tedesca sposata ad un greco che abitava lì. Fu chiesto alla signora, che era nativa di Amburgo, come aveva potuto adattarsi a vivere in un piccolo centro che durante la stagione invernale, quando non venivano turisti, si riduceva a essere abitato da non più di qualche centinaio di persone.
“E perché no?”, rispose la donna, “Quando esco per strada, conosco tutti quelli che incontro, è come essere tutti una grande famiglia”.
Indubbiamente, per chi è abituato alle grandi conurbazioni dell'Europa centrale, riscoprire un altro modo, un altro ritmo più naturale del vivere, può essere un altro motivo di fascino. Mi è venuto da pensare che noi stessi, se riteniamo la grande città coi suoi ritmi frenetici, l'assenza di tranquillità, l'interagire principalmente con una folla di estranei sconosciuti magari dalle fisionomie multietniche, un modo “normale” o addirittura gradevole di vivere, significa che ci siamo americanizzati ben oltre quel che avevamo immaginato.  
Ora, è senz'altro vero che le grandi conurbazioni si trovano soprattutto nell'angolo nord-occidentale del nostro continente tra Benelux e Renania, mentre l'Europa mediterranea presenta ancora angoli di natura relativamente incontaminata (che però tra inquinamento, cementificazione, incendi boschivi di origine dolosa, pare si sia ansiosi di distruggere), ma qui la contrapposizione nord-sud c'entra poco, è in gioco piuttosto l'antitesi fra la modernità e i suoi modi e ritmi di vita frenetici, e ambienti più tradizionali che hanno ancora conservato una dimensione e una possibilità di vivere a misura umana.
La nostalgia del nord è una cosa diversa, qualcosa che sembra toccare soprattutto certi ambienti intellettuali, tuttavia la sua presenza è del pari innegabile. Non è strano che il fascino del nord si riveli soprattutto agli appassionati e agli autori di letteratura fantastica; ne sono un esempio due critici  fra i più quotati del fantastico italiano, Luigi De Anna e Massimo Berruti che hanno scelto la Scandinavia come loro terra d'elezione. De Anna, ad esempio, è docente da molti anni all'università di Turku, Finlandia.
Anche per chi non ha compiuto la scelta radicale di trasferirsi a quelle latitudini, l'interesse per il mondo nordico di una parte della nostra letteratura, è tuttavia evidente, ne è un esempio un romanzo che anni fa per qualche tempo è stato un piccolo best seller, opera di un autore fin allora sconosciuto, “L'ultimo dei Vostiachi” di Diego Marani, un romanzo che narra la vicenda dell'ultimo superstite di un immaginario popolo ugrofinnico scampato ai campi di concentramento staliniani, ultimo custode di un linguaggio la cui conoscenza potrebbe svelare alcuni misteri della linguistica ugrofinnica e indoeuropea, che si trova a essere conteso tra vari linguisti e glottologi in un congresso scientifico dal sapore surreale (dove Marani mette bene in luce quanto poco oggettiva e quanto intessuta di interessi personali, rivalità e gelosie sia la ricerca scientifica).
Un racconto lungo che mette bene in luce un singolare amore per le bianche solitudini del nord, è anche l'opera di un autore prettamente fantastico quale Alessandro Fambrini, “Le strade che non esistono”, che narra la storia di un giovane docente italiano partito per l'Islanda sulle tracce di un'amica misteriosamente scomparsa. Il mondo di ghiacci eterni solcato da piste enigmatiche, “strade che non esistono” esercita un fascino strano e irresistibile, al punto che il protagonista è sul punto, forse, di essere inghiottito dallo stesso abisso nel quale è scomparsa la sua amica. Un merito di questa storia è anche quello di metterci in contatto con una realtà che da noi si preferisce ignorare: il paganesimo scandinavo sopravvissuto in Islanda a secoli di persecuzione e che oggi ha finalmente ottenuto un riconoscimento ufficiale.  
Quanti ritengono che il paganesimo sia stato completamente sradicato dall'Europa e che, in conseguenza di ciò, qualsiasi rifarsi alle tradizioni più antiche del nostro continente sia qualcosa di artificioso e nullo, beh, sono nettamente in errore. Fambrini è opportunamente ambiguo: sono i sacerdoti di un'antica religione ad apparire a un certo punto sulla scena, o è una manifestazione degli stessi dei?
Il racconto è stato pubblicato dalla Perseo Libri diversi anni fa in un'antologia dallo stesso titolo. Un altro bel racconto, “Perimeni”, che in greco moderno significa “lui attende”, ci mostra la polarità opposta, mediterranea. In un'isola greca apparentemente tranquilla avviene una serie di eventi inesplicabili. L'isola e i suoi abitanti sono in realtà posseduti da un'entità estremamente simile alle divinità del pantheon mostruoso creato da H. P. Lovecraft.
L'enorme difetto dell'antologia, è che gli altri racconti non sono assolutamente all'altezza di questi due, scritti come riempitivi e per giustificare la collocazione del libro in una collana di fantascienza, genere per il quale Fambrini non è assolutamente tagliato.
Parlando di fantascienza, si potrebbe ricordare pure un racconto del più importante autore fantascientifico italiano scomparso qualche anno fa, “Lettera dalla Norvegia” di Lino Aldani.
Io non  so quanto possa essere fondata da un punto di vista scientifico, ma certamente è una testimonianza di un legame che si avverte con il mondo nordico, anche l'ipotesi avanzata da Felice Vinci in Omero nel Baltico. Secondo questa ipotesi, gli avvenimenti che sarebbero alla base dei canti poi raccolti nell'Iliade e nell'Odissea si sarebbero verificati prima della discesa degli Achei nel Mediterraneo, quando ancora erano insediati nelle terre settentrionali in cui avrebbero avuto origine, poi, una volta giunti nella Penisola ellenica, costoro avrebbero adattato le antiche narrazioni al nuovo ambiente. Vinci, a supporto della sua tesi fa un puntuale confronto della toponomastica omerica con l'ambientazione mediterranea e quella baltica, e quest'ultima in effetti sembra corrispondere meglio; cita poi ad esempio il fatto che Omero descrive una battaglia che sarebbe durata un'intera notte: cosa impossibile nell'ambiente mediterraneo, ma possibilissima in quello settentrionale dove, durante l'estate artica il sole non scende mai al disotto dell'orizzonte. Il problema di questa suggestiva ipotesi è la mancanza del supporto di prove archeologiche.
Il fatto rilevante è che tutte queste persone, in genere, non dimostrano di condividere i nostri orientamenti politici. Nei nostri ambienti, l'attrazione verso il nord si manifesta in maniera forse più epidermica, con il riferimento a nomi come “Thule” o all'uso della simbologia runica, ma ci sono pure da noi in Italia ambienti che si rifanno all'odinismo o all'asatru (“fedeltà verso di Asi”), al punto che è legittimo porsi la domanda: da dove viene questa attrazione che ci fa puntare verso il nord come gli aghi magnetici delle bussole?
L'Italia ha avuto nei quindici secoli che separano la scomparsa dell'impero romano dalla sua rinascita come stato nazionale unitario, momenti in cui ha manifestato un'eccellenza difficilmente eguagliabile e di fatto ineguagliata in campo letterario e artistico: si pensi a quel monumento alla civiltà comunale che è l'opera di Dante Alighieri, alla grandezza dell'umanesimo e del rinascimento, ma in campo politico ha avuto una storia perlopiù penosa di divisioni, lotte fratricide e invasioni nel corso delle quali a un dominatore straniero ne subentrava un altro. Fra le poche figure che si staccano da questo sfondo ben poco esaltante, forse l'unica, è rappresentata da un uomo “nordico” di padre tedesco e madre normanna, che sembrò per un momento sul punto di ridarci quella dimensione di stato nazionale venuta a mancare per un così vasto arco di secoli, Federico II di Svevia, ammirato dai suoi stessi nemici e chiamato “stupor mundi”, stupore del mondo, e la cui memoria è ancora oggi oggetto di una vera e propria venerazione. Questa spiegazione tuttavia non può che essere molto parziale.
Per coloro che hanno più robusti appetiti intellettuali, può senza dubbio entrarci il fatto che ancora oggi la storia antica in particolare dell'Europa settentrionale è molto, molto misconosciuta. E' un tema che ho affrontato altre volte, ma sul quale vale la pena di ritornare: la storia accademica, quella che viene insegnata nelle scuole dalle elementari alle università è una falsificazione, magari non deliberata ma assolutamente reale, che dipende dal peso che hanno ancora oggi il cristianesimo e la bibbia nella cultura cosiddetta “occidentale”: si suppone che la civiltà umana sia nata in Medio Oriente, guarda caso negli stessi luoghi in cui è stata scritta la bibbia, e che da qui si sarebbe poi estesa passando dai Mesopotamici agli Egizi, ai Fenici, agli Ebrei (of course), ai Persiani, infine – buoni ultimi – a Greci e Romani poco prima del declinare dell'età antica. Sebbene si ammetta che l'Europa mediterranea possa avere – in ragione degli influssi mediorientali – goduto di una certa civiltà in età antica, il settentrione del nostro continente viene retrocesso a un'animalesca barbarie. La simpatia, l'attrazione che sentiamo verso il Nord trarrebbe origine dalla solidarietà che si nutre istintivamente verso chi è vittima di un'ingiustizia.
In anni recenti sono emerse prove decisive che questa concezione, che è ancora quella che si insegna nelle scuole ai nostri ragazzi, è del tutto falsa. Parliamo ad esempio delle sepolture che sono state esumate nei pressi del celebre sito neolitico britannico di Stonehenge; in particolare di due: il cosiddetto arciere di Amesbury e, una scoperta del 2005, quella del “ragazzo con la collana di ambra”.
La tomba dell' “arciere” che ha rivelato uno dei più ricchi corredi funerari preistorici conosciuti fra cui un gran numero di punte di freccia, da cui il soprannome, ha restituito i resti di un uomo di mezza età affetto da una zoppia e da un'infezione alla mascella conseguenza di un ascesso dentario. Il corredo funebre è tipico della cultura della ceramica a nastro diffusa dalla Penisola iberica all'arco alpino. L'uomo proveniva dalle Alpi, cosa che è stata dimostrata dall'analisi dello smalto dentario: nello smalto, infatti, rimangono tracce di isotopi di ossigeno e di stronzio che derivano dalla frutta e dalla verdura masticate nel corso della vita, e ogni località ha la sua “firma” caratteristica.
Ancora più sorprendente si è rivelato il “ragazzo con la collana di ambra”: era giovanissimo, di non più di quindici anni, proveniva dal Mediterraneo, mentre la collana che aveva al collo è composta di ambra nordica proveniente dal Baltico. Data la giovane età, si ritiene che non potesse aver compiuto da solo un viaggio così lungo, ma facesse parte di un gruppo familiare di turisti o di pellegrini (considerato il valore sacrale che indubbiamente Stonehenge aveva nella preistoria e nell'antichità), e doveva essere membro di una famiglia benestante, considerato il notevole valore della collana di ambra.
Quasi all'improvviso, ci si disegna davanti agli occhi un'immagine dell'Europa antica molto diversa da quella riportata nei libri di storia: un'Europa molto più civile di quel che ci hanno raccontato, dove le merci e le persone si spostavano viaggiando su grandi distanze, e non isolati avventurieri, ma interi gruppi familiari.
Se dalle Isole Britanniche ci spostiamo alla Germania il quadro di fondo non cambia. Nei pressi di Wevelsburg troviamo Externsteine, un complesso megalitico paragonabile a Stonehenge anche se (ovviamente) molto meno noto. Nelle vicinanze di Externsteine sorge il castello di Wevelsburg dalla caratteristica e unica pianta triangolare, che fu scelto da Heinrich Himmler come “casa madre” dell'ordine delle SS: si tratta indubbiamente di un luogo carico di potenti e “magiche” suggestioni, a cui il comandante delle SS era notoriamente sensibile.
La scoperta forse più significativa, però è avvenuta in tempi recenti, si tratta del cosiddetto disco di Nebra; un disco di bronzo (per dare un'idea delle sue dimensioni, si può ricordare che prima che fosse riconosciuto come un manufatto preistorico, fu usato da un contadino come copertura di un pozzo) che riporta una serie di simboli astronomici allineati che, opportunamente posizionato permette di determinare i solstizi, gli equinozi e forse le eclissi. Se Stonehenge è stato definito, sempre in ragione degli allineamenti astronomici, un computer preistorico, allora il disco di Nebra si può considerare un PC portatile della preistoria.
Non sono questioni accademiche: occorre respingere l'idea che esista una “civiltà occidentale” basata interamente su di una antico libro orientale: l'Europa non aveva bisogno di essere civilizzata dal Medio Oriente perché era già civile. Esiste la civiltà europea, e quel che si trova oltre Atlantico ci è non meno estraneo di ciò che si trova oltre gli Urali.
Tutto ciò, però non risponde se non in maniera molto parziale alla domanda sul perché proviamo questa attrazione verso il nord, perché cerchiamo istintivamente la luce del nord. Io avanzerei un'ulteriore ipotesi: perché vi riconosciamo istintivamente una patria ancestrale perduta. Noi siamo indoeuropei dunque in una qualche misura iperborei.
Che l'origine degli Indoeuropei sia da ricercare in un'ancestrale sede iperborea, artica, questa tesi è stata sostenuta fra le due guerre mondiali dallo studioso tedesco Hermann Wirth. Dopo il 1945, come moltissime altre cose, è caduta in desuetudine; non ne è stata dimostrata la falsità, è stata pure essa sconfitta assieme all'orizzonte intellettuale di cui fa parte, sui campi di battaglia. In tempi recenti essa è stata ripresa da un coraggioso intellettuale anticonformista, il nostro Silvano Lorenzoni nei due libri “Involuzione, il selvaggio come decaduto” e “Mondo aurorale”; oltre al fatto che elementi in questo senso si possono dedurre dalla prefazione a “Religiosità indoeuropea” di Romualdi.
Questa concezione – salta subito agli occhi la domanda – non stride con la tesi che oggi sembra andare per la maggiore, dell'origine africana dell' “homo sapiens”? (a parte il fatto che quest'ultima è ben lontana dall'essere definitivamente provata, e pare suggerita più che da prove scientifiche, dalla volontà di farci digerire con le buone l'immigrazione).
Ebbene, se ci pensiamo attentamente, le cose non stanno precisamente così. Ammettiamo in via d'ipotesi l'origine africana della nostra specie; a un certo punto deve essersi verificata una frattura, una separazione fra due gruppi: coloro che migrarono lasciando il continente africano forse attraverso l'istmo di Suez, forse per qualche altra via in cerca di nuove terre, erano i più intraprendenti, i più avventurosi, i più intelligenti, ma la storia naturalmente era solo all'inizio, perché nuovi ambienti più difficili imponevano via via nuove sfide per la sopravvivenza, mentre quelli rimasti in Africa potevano continuare a crogiolarsi in uno stile di vita che tutto sommato non differiva poi moltissimo da quello degli antropoidi da cui si era distaccato il ceppo umano.
Soprattutto per coloro che si spinsero nell'ambiente inclemente del nord dovette valere la spietata legge dell'adattati o muori: le difficoltà forgiarono un nuovo tipo di uomo, in uno col fenomeno per il quale la necessità di assorbire una quantità di radiazione solare sufficiente a evitare il rachitismo doveva portare a epidermidi sempre più chiare. Adattarsi a un ambiente più duro e povero di risorse non significava soltanto sviluppare la resistenza e diventare un cacciatore più abile, ma sviluppare la cura della prole e la socialità, mentre la necessità di conservare risorse per i momenti di crisi favoriva lo sviluppo della preveggenza, la capacità di pensare a lungo termine. Il difficile ambiente nordico forgiò l'uomo europeo che da qui armato di un cervello migliore, di una struttura sociale più complessa, ridiscese poi a conquistare il continente dando origine alle prime grandi civiltà, mentre in Asia il ceppo mongolo diede luogo a uno sviluppo parallelo, cosa che invece  nell'Africa “nera” non si verificò affatto e, fino al colonialismo, non fu mai superata la fase dell'organizzazione tribale.
Le popolazioni europee presentano oggi una notevole varietà, sia per l'adattamento a condizioni locali, sia per la mescolanza con altre popolazioni pre-indoeuropee che abitavano le zone dove esse si insediarono definitivamente, ci sono certamente delle differenze tra uno svedese e un siciliano, ma c'è sempre una linea di sangue nordico per quanto sottile che le congiunge tutte. Quando questo legame di sangue s'interrompe, faceva notare Romualdi, noi non ci troviamo più di fronte a un siciliano o a un andaluso ma a un arabo, non ci troviamo più di fronte a un russo ma a un mongolo.
Fascino dell'Alto Nord apparentemente inesplicabile? Nostalgia di una patria ancestrale. Come indoeuropei, siamo tutti un po' iperborei, e ciò che abbiamo razionalmente dimenticato parla ancora potentemente al nostro inconscio.
Oggi viviamo nell'era della globalizzazione, del mondialismo in cui si prepara l'universale meticciato da parte di coloro che vogliono far sparire popoli, etnie e culture in una massa umana indifferenziata pronta a essere il gregge manipolabile e intercambiabile dei loro servitori, ma io ho fede che alla fine questo sporco gioco da apprendisti stregoni scoppierà loro in mano e in faccia.
Quanto meno, costoro sottovalutano enormemente quanto le nostre radici siano forti, antiche, profonde.