Presentazione di EreticaMente

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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

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Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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sabato 15 giugno 2013

Gli industriali e la crisi: "chi è causa del suo mal pianga sé stesso"

di Michele Rallo

L'allarme è venuto dall'assemblea dei giovani imprenditori: «senza prospettive per il futuro, l'unica prospettiva diventa la rivolta.» Subito dopo, anche il presidente dei "grandi" si è espresso con lodevole chiarezza: «c'è il rischio di esplosioni violente.» Gli industriali, dunque, sembrano essersi resi conto — almeno loro — che questa politica eurocratica e globalista stia precipitando l'Italia nel baratro. Meglio tardi che mai, perché la classe imprenditoriale è certamente corresponsabile dell'attuale crisi italiana. Due, almeno, i torti — gravissimi, imperdonabili — degli industriali.

Il primo torto è stato quello di aver perorato — già da molto tempo prima della nascita dell'Unione Europea — la riforma delle pensioni, non rendendosi conto che questa, diminuendo drasticamente il numero delle nuove assunzioni, sarebbe stato il primo passo sulla strada della riduzione della platea dei consumatori; con ciò determinando una crisi progressiva del commercio e delle attività imprenditoriali — e sono la maggioranza — che producono per il mercato interno e non per l'esportazione. Questo semplice meccanismo gli imprenditori italiani non l'avevano e — temo — non l'hanno ancora capito. Sempre speranzosa che, riducendo le spese per la previdenza, lo Stato potesse liberare risorse da destinare all'ausilio alle attività produttive, la Confindustria è stata in primissima linea nel richiedere a gran voce la riforma delle pensioni e, con essa, "le riforme" (ma sarebbe più esatto dire "le controriforme") che avrebbero dovuto avvicinare il nostro Paese ai "paradisi" del liberismo, primo fra tutti gli Stati Uniti. Adesso, giunti alfine in un paradiso similstatunitense, gli industriali cominciano a sospettare di essere finiti all'inferno.

Il secondo grande torto è stato di aver accettato con malriposto entusiasmo la logica della globalizzazione e della mondializzazione dell'economia. Consci del loro valore (gli imprenditori italiani sono tra i migliori al mondo), i nostrani capitani d'industria si sono gettati con gagliardo entusiasmo nel "mercato globale", convinti che le loro qualità li avrebbero fatti spiccare, li avrebbero fatti emergere anche fuori dai confini nazionali. Non avevano considerato — gli ingenui — che la globalizzazione non funziona così. Nessuna piccola impresa italiana o di altro paese — per brillante che sia — può reggere la concorrenza di un grande complesso industriale (non importa se americano o cinese o brasiliano) che abbia costi di produzione notevolmente inferiori (e mi riferisco in primo luogo ai costi della manodopera) e, soprattutto, che abbia alle spalle un forte supporto finanziario. Questo vale soprattutto per le piccole imprese: chi può vendere a 1.000 euro, in Italia, un divano costruito con tutti i crismi dai nostri bravissimi maestri mobilieri della Brianza, quando un divano con le stesse caratteristiche (almeno apparentemente) viene prodotto in Cina e viene proposto sul mercato italiano a 200 euro?

Spero che la nostra imprenditoria prenda finalmente atto di questa realtà; spero che si decida a far pressione sulla politica non tanto per qualcuno dei soliti pannicelli caldi, bensì perché venga finalmente imboccata la strada difficile ma necessaria dell'uscita dalla globalizzazione. E dalla miseria.

Nota di Ereticamente


Ringraziamo l'Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani

mercoledì 12 giugno 2013

63 anni per la ripresa. Ma esploderà tutto prima



 di Michele Rallo

Ricordate "la luce in fondo al tunnel" che qualcuno intravedeva già all'indomani dell'arrivo di Monti a Palazzo Chigi? Si era nell'ultimo scorcio del 2011. Ma, qualche mese dopo, ci si pregò di portare pazienza: se ne sarebbe parlato — si disse — nel 2013. Qualche settimana ancora, e l'asticella venne alzata un pò: non una vera e propria luce, ma un barlume; e non nel 2013, ma nel 2014.


Poi, nello scorso aprile, alla vigilia dell'incarico a Letta, ci pensò lo stesso Monti a dire qualche parola di verità. Negli ultimi giorni del suo governo, ospite di Fabio Fazio nella popolare trasmissione televisiva "Che tempo che fa", il Genio della Bocconi ammise candidamente: «Credo che i prossimi sette anni saranno più difficili dei precedenti». E il riferimento — si badi bene — era ad un settennato non proprio felice: il primo di Giorgio Napolitano (maggio 2006 - maggio 2013), iniziato con la "crisi dei subprime" e con le sue ripercussioni in Europa e in Italia, e concluso con i macabri 17 mesi del gabinetto di flagellazione nazionale presieduto dal Torquemada della Bocconi. Altro che "luce in fondo al tunnel". Immaginate sette anni peggiori del settennio 2006-2013!

Prudentemente, però, il Nuovo Uomo della Provvidenza non si soffermava sugli anni successivi al secondo settennato di Napolitano. A questa pecca ha posto ora riparo la CGIL, che negli scorsi giorni ha reso pubblici i risultati di uno studio condotto dal suo Ufficio Economico sui tempi di una possibile "ripresa" italiana. Lo studio fissa come traguardo un ritorno della nostra economia nazionale ai livelli del 2007, immediatamente prima — cioè — della crisi economica mondiale. Si tratta — quindi — di un traguardo ben misero, considerato che nel 2007 l'Italia aveva già attraversato il quindicennio di dissesti economici e di massacri sociali seguito alla nascita — nel 1992 — dell'Unione Europea: l'attacco speculativo di Soros e compagni che aveva prodotto una svalutazione della lira del 30%, la dismissione di buona parte della nostra preziosa industria di Stato (ceduta agli stranieri a prezzi di saldo), l'entrata in circolazione dell'euro (che aveva dimezzato il potere d'acquisto dei nostri risparmi), l'avvìo della riforma delle pensioni, la "delocalizzazione" di molte industrie italiane in lidi più propizi, i licenziamenti di massa, la criminalizzazione del posto fisso ed il trionfo del precariato, l'invasione migratoria con le sue pesanti ripercussioni su un già dissestato mercato del lavoro, eccetera. Ebbene, per tornare ai livelli di quel miserabile 2007 — secondo lo studio della CGIL — dovremo aspettare ben 13 anni da oggi, cioè fino al 2026. Ma questo — si badi — solo per quanto riguarda il PIL e, naturalmente, a patto di "intercettare la ripresa". Per quanto riguarda l'occupazione, sempre se tutto va bene, gli italiani dovranno avere un pochino più di pazienza: altri 50 anni — e fanno 63 — fino al 2076. Questo — mi ripeto — per gli standard miserabili e da terzo mondo del 2007, con precariato, mobilità, blocco delle assunzioni e concorrenza degli immigrati.

Quello che lo studio della CGIL non dice, è che la nostra società non potrà reggere questi livelli di crisi per altri 63 anni. Si sfascerà tutto molto prima. Quando? quando non saremo più in grado di pagare le rate miliardarie dei nostri pazzeschi "impegni con l'Europa".


Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani

mercoledì 5 giugno 2013

"IUS SOLI" ovvero: come annullare l'identità italiana nel giro di cento anni



di Michele Rallo

 
II primo fu Gianfranco Fini, l'ex alfiere della destra dura e pura nonché coautore della famigerata Legge Bassi-Fini sull'immigrazione, improvvisamente folgorato sulla via di Damasco dell'integrazione razziale. Fu lui, qualche anno fa, a proporre per primo che ai figli degli immigrati nati in Italia venisse attribuita automaticamente la cittadinanza italiana: «Antistorico sostenere che si è italiani solo in ragione del cognome o del colore della pelle.»(1)

Segui, a ruota, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nel 2011 non temette di entrare direttamente nel dibattito politico, affermando candidamente: «Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri. Negarla è un'autentica follia, un'assurdità. »(2)

Buon'ultima, la ministra italo-congolese Cécile Kyenge: «L'Italia è meticcia, accettatelo».(3)  

L'andazzo,  in sostanza,  è stato quello di far accettare all'opinione pubblica come un fatto scontato che chiunque nasca in Italia diventi automaticamente cittadino italiano. Così come scontati, acquisiti come ovvii e naturali devono essere gli altri passaggi che "qualcuno" ha immaginato per distruggere le fondamenta della civiltà europea: per esempio — lo dico con il massimo rispetto per chi ha orientamenti sessuali diversi — una legge che riconosca alle coppie gay il diritto di sposarsi e di adottare dei figli. Il passo successivo sarà quello di far passare chiunque si opponga per un razzista o, quanto meno, per un retrogrado, per uno che non sa stare al passo coi tempi.

In realtà, il pasticciaccio brutto dello ius solinon è affatto una banale questione di "solidarietà" (come Niki Vendola e il Vaticano vorrebbero farci credere) ma un meccanismo infernale che — oltre ad avere conseguenze drammatiche per l'occupazione delle nuove generazioni italiane — potrebbe facilmente determinare la cancellazione della nostra identità nazionale nel giro di una decina di generazioni. E basta dare un'occhiata all'indice di natalità degli italiani (il più basso in Europa) ed alla gagliarda prolificità della popolazione immigrata, per averne conferma. Cito un solo dato statistico: nell'Italia settentrionale un nuovo nato su quattro ha almeno un genitore straniero.(4)Questo nel 2011; oggi temo che la percentuale sia ben più alta.

E i flussi migratori verso l'Italia — secondo le stime degli organismi internazionali — continueranno almeno per altri vent'anni. Provate un po' ad immaginare, se gli immigrati "ufficiali" in Italia sono oggi circa 6 milioni, quanti saranno fra venti anni; e quanti saranno i clandestini. E quanti figli —gli uni e gli altri — avranno messi al mondo in questi vent'anni.

A meno che — naturalmente — non intervenga nel frattempo una radicale svolta politica che chiuda le porte dell'Italia all'immigrazione. Ma, ove tale svolta non dovesse intervenire, nel giro di un secolo gli italiani-italiani — quelli che si chiamano Giuseppe o Francesco, quelli di razza bianca e di religione cattolica — potrebbero essere sopravanzati dagli italiani-stranieri che si chiamano Ahmed o Abdullhà, di colore scuro e di religione musulmana. Non volere ciò significa essere razzisti? Non credo. Significa semplicemente amare la propria identità, e volere preservarla per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Senza alcuna ostilità per gli altri, per chi ha un colore di pelle diverso dal nostro o per chi adora un Dio diverso dal nostro.

Ritornando allo ius soli, non c'è dubbio che questo verrebbe ad incidere drammaticamente sulla definizione della nostra identità nazionale, trasformando degli ospiti (speriamo, a titolo provvisorio) in residenti stabili e stabilizzati, trasformando degli individui che abbiamo accolto per senso di solidarietà (malintesa) in cittadini italiani a tutti gli effetti.

Proprio per evitare uno snaturamento del genere i nostri antenati concepirono lo ius sanguinis: si diventa — cioè — cittadini di una nazione per diritto di sangue. di discendenza, per essere figlio di un genitore che a quella nazione già appartiene. È sempre stato così ed è ancora così in tutte le nazioni identitarie e, naturalmente, in tutte le nazioni europee. Viceversa, le nazioni nate nei secoli scorsi dalla colonizzazione bianca, che è andata a sovrapporsi alle popolazioni indigene, hanno adottato lo ius soli. Così gli Stati Uniti, il Canada, i paesi dell'America Latina. Perché? Perché quelle nazioni avevano interesse ad attrarre masse di immigrati europei che aumentassero la percentuale di "bianchi" rispetto a quella dei "colorati".

In Italia, peraltro, lo ius sanguinis ha alcuni temperamenti giusti ed altri meno giusti. La legge che regola l'attribuzione della cittadinanza (la n. 91 del 1992) stabilisce che è cittadino "per nascita" chi è figlio anche di un solo genitore italiano (art. 1). Il rapporto di adozione è ovviamente equiparato a quello di filiazione (art. 3): Balotelli — tanto per intenderci — è cittadino italiano a tutti gli effetti. Possono egualmente ottenere la cittadinanza gli stranieri che contraggano matrimonio con un cittadino italiano (art. 5). Fin qui i temperamenti giusti ed opportuni.

Dove la legislazione vigente appare eccessivamente permissiva è nell'articolo 4, che stabilisce un automatismo del tutto inopportuno: «Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data
Come è facile rilevare, lo ius soli è di fatto vigente già oggi. L'unica differenza rispetto alla proposta di Kyenge e compagni è nella dichiarazione che l'interessato deve fare entro un anno dal raggiungimento della maggiore età. Si vorrebbe — in altri termini — sgravare il diciottenne straniero dal fastidio di riempire qualche modulo.

Personalmente, credo che si debba operare nella direzione esattamente opposta: concedere la cittadinanza italiana solo straordinariamente, a giovani che abbiano dimostrato di amare l'Italia, di non odiarla per la sua appartenenza alla Cristianità ed al mondo occidentale; e — naturalmente — escludere tassativamente ogni elemento sospetto di attività criminale e/o di vicinanza ad organizzazioni politiche fondamentaliste.

Quello che è avvenuto nei giorni scorsi a Londra è un segnale d'allarme che non può essere sottovalutato: ad uccidere a colpi di mannaia un militare in libera uscita non sono stati due terroristi venuti dall'estero, ma due ragazzotti nigeriani nati e cresciuti in Inghilterra. Stranamente, i media non hanno diffuso notizie circa la loro nazionalità. Ma io credo che si tratti di due nuovi cittadini britannici, divenuti tali a seguito di una norma analoga al citato articolo 4 della nostra legge sulla cittadinanza.

NOTE









Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico La Risacca di Trapani


domenica 2 giugno 2013

Amministrative: tra i due litiganti il terzo non gode

di Michele Rallo


Lo aspettavano tutti: dopo il terremoto delle ultime politiche, dopo il boom del grillismo, dopo il governo delle larghe intese propiziato dal Quirinale.., dopo tutto questo, è finalmente arrivato il primo minitest elettorale: Roma e dintorni. L'interpretazione che di questo test danno la maggior parte dei media è — a modo loro — rassicurante. Cresce l'astensione, ma i partiti dovranno fare il loro dovere per "riavvicinare la gente alla politica"; il PD non registra l'atteso tracollo, quindi si può andare avanti con il governo Letta; il PDL non registra l'attesa avanzata, ma nessuno ne fa un dramma; batosta anche per la Lega, ma la cosa può tornare utile per renderla più malleabile; infine, a mo' di golosa ciliegina sulla torta — straperde Grillo, che — a detta delle veline del "politicamente corretto" — pagherebbe così il fio per non aver accettato la mano tesa del PD.


Provo a dare una interpretazione un po' più realistica di questo minitest. Prima considerazione: gli italiani contrari all'attuale gestione della politica e dell'amministrazione sono sempre di più; ma — per fortuna della classe politica — invece di votare "contro", hanno la dabbenaggine di non votare, favorendo così i soliti noti. Seconda considerazione: nella cordiale disfida fra PD e PDL, vince il primo. Perché? Perché ha amministratori più capaci, più credibili, spesso anche meno avvezzi a favorire gli amici e gli amici degli amici. La Lega ha perso l'autobus per trasformarsi da asfittica Lega Nord in una grande Lega Nazionale. L'onesto Maroni si è arroccato in una battaglia egoistica di retroguardia ("prima il Nord"), non rendendosi conto che, anche al Nord, sono sempre in meno a credere in una prospettiva sostanzialmente separatista.

E vengo alla ciliegina sulla torta: la "tramvata" dei grillini. Grillo ha perso innanzitutto per un problema di credibilità di certi candidati sindaci senza arte né parte. La gente, talora, ha preferito un maneggione ex-democristiano ma che sa far funzionare la complessa macchina di un Comune, ad un giovane di belle speranze ma di nessuna esperienza. Ma il Cinque Stelle ha perso anche per motivi politici. Certamente, degli elettori di sinistra lo hanno abbandonato per il mancato sostegno a Bersani; così come degli elettori di destra lo hanno abbandonato per le contumelie a Berlusconi. Essenzialmente, però, ha perso consensi perché è stato incapace di diventare il "partito alternativo" che gli italiani attendevano e attendono: non un partito di destra né di sinistra, ma "avanti". Certamente non un partito che delega le sue scelte ad un pugno di frequentatori dei social network, e nemmeno un partito che dà il meglio di sé quando si parla della diaria dei parlamentari. Ma un grande partito "populista", con una classe dirigente all'altezza della situazione e che affronti innanzitutto i grandi temi al centro delle preoccupazioni degli italiani: il fallimento dell' euro e dell'Unione Europea, il ricatto della speculazione finanziaria internazionale, il ritorno ad una piena sovranità politica, economica e monetaria, come invertire la spirale della miseria impostaci dalle "regole" dell'Europa e della globalizzazione, come arginare una ondata migratoria che ha assunto dimensioni non più sostenibili, come sconfiggere una criminalità che si fa ogni giorno più minacciosa.


Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione



sabato 25 maggio 2013

SIRIA: una aggressione travestita da liberazione

di Michele Rallo


C'erano una volta le guerre: due Stati erano in disaccordo, o uno dei due voleva colpire l'altro, e allora si faceva una guerra. Metodo brutale per risolvere i conflitti internazionali, ma che almeno aveva il pregio della chiarezza. Uno Stato aggrediva un altro Stato, si combatteva, e alla fine uno vinceva ed uno perdeva. È stato — quello delle guerre aperte — un sistema che ha caratterizzato le cose del mondo fino a qualche anno fa, fino — diciamo — alla guerra contro l'Irak, dichiarata dagli USA per impedire che il dittatore Saddam Hussein usasse le "armi di distruzione di massa" che — come è noto — non c'erano.


Dimenticate il modello Irak: guerre come quelle non ce ne sono più. Adesso, quando si vuole colpire uno Stato ostile, si invoca la democrazia per il suo popolo e si armano — direttamente o tramite Stati vassalli — milizie mercenarie che dovranno aggredire lo "Stato canaglia" e suscitarvi una guerra civile per "liberare" una popolazione che non vuole essere "liberata". Solo quando il cosiddetto "esercito degli insorti" rischia di essere fatto a fettine dalle "milizie del regime", intervengono gli Stati Uniti, che mandano gli obbedienti alleati della NATO a bombardare i cattivi di turno: come è accaduto in Libia due anni fa. Adesso è la volta della Siria, colpevole di essere oggettivamente d'impaccio agli alleati mediorientali dell'America.

È d'impaccio ad Israele, perché la Siria è alleata dell'odiato Iran. È d'impaccio alle monarchie petrolifere del Golfo perché la Siria appartiene al medesimo blocco sciita cui guardano le popolazioni (in larga parte musulmano-sciite) di alcune di quelle monarchie (musulmano-sunnite) che, notoriamente, sono un modello specchiato di democrazia. È d'impaccio alla Turchia che, respinta dall'Europa, non può neanche diventare una grande potenza "regionale", perché glielo impedisce il "tappo" meridionale del blocco sciita formato da Iran, Siria e — potenzialmente — da un Irak che gli americani non riescono a "pacificare".

Ma l'interesse a togliere di mezzo Assad non è soltanto politico, bensì anche — e forse soprattutto — economico. Per capire cosa si muova dietro la sporca guerra contro la Siria, si deve sapere che nel 2010 è stato scoperto un colossale giacimento di gas naturale nel Mediterraneo orientale: fra Israele, Cipro, il Libano e — guarda caso — la Siria. Ora, Israele ha già notificato alle diplomazie del mondo intero che considera questo giacimento di sua esclusiva proprietà. Cipro (secondo quanto sussurrano le solite malelingue, ma noi non ci crediamo) potrebbe essere impedita dall'Unione Europea di far valere i propri diritti. La posizione del Libano dipenderà da quel che succederà in Siria. Quanto alla Siria — appunto — se resterà al potere il duro Bashar al Assad, c'è da scommettere che il bieco dittatore farà di tutto per far valere le ragioni siriane (e quelle libanesi). Se, viceversa, prevarranno i fondamentalisti travestiti da democratici, allora — accetto scommesse — costoro si mostreranno dispostissimi a mettere la sordina alle pretese nazionali ed a far sì che i governanti libanesi facciano altrettanto.

Quanto a noi — una volta venuta meno la bieca dittatura di Gheddafi che ci forniva gas a prezzi di favore — prepariamoci ad approvvigionarci di gas democratico israeliano, ed a pagarlo caro e amaro. E questo — sia detto per inciso — spiega, forse, perché alcuni servizi segreti occidentali abbiano favorito certe "primavere" destabilizzatrici sulla riva sud del Mediterraneo.



Nota di Ereticamente


Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione