Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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sabato 8 giugno 2013

Cesare Pavese, ‘Non parole. Un gesto. Non scriverò più’


di Mario M. Merlino


Platone, nelle Leggi, ricorda come siano le più propizie alla riflessione e alla scrittura quelle ore in cui la luce e l’oscurità s’intrecciano più che in conflitto fra loro in una sorta di gioco amoroso. Vi sono film che hanno un senso, un fascino solo perché in bianco e nero ( ad esempio, Fuoco Fatuo di Louis Malle, tratto dal romanzo di Drieu la Rochelle, 1963, e come poteva darsi altrimenti?). E vale per la mente, per il cuore, per le dita che tracciano  segni con la penna con il pennello il carboncino là dove, per dirla con il filosofo Anassagora, l’intelligenza si raccoglie nelle mani. E fu così per Mario Barraco, suggestionato dalla lettura di Cesare Pavese che, da scrittore, trasferì nella parola narrante e poetica quanto sia difficile ‘il mestiere di vivere’. E, già, la morte si sconta vivendo… e volle scrivere con il sangue in una stanza di un alberghetto a Torino dopo aver scritto con l’inchiostro: ‘Non parole. Un gesto. Non scriverò più’. Drieu concludeva il suo romanzo con: ‘Una pistola, è solida, è d’acciaio. E’ un oggetto. Urtarsi finalmente all’oggetto’. Sebbene preferisse il Gardenal ed aprire il tubo del gas, il 15 marzo del 1945. E, dunque, mi sia concesso dedicare a Mario Barraco questo intervento…


Mercoledì 8 agosto 1990. Sulle pagine culturali de La Stampa Lorenzo Mondo, critico letterario, pubblica il Taccuino segreto di Cesare Pavese, accompagnandolo con tre articoli dove ricostruisce la vicenda di questi 29 foglietti di bloc notes, a quadretti, e utilizzando una matita. Nel 1962, in via Lamarmora 35, dovendo traslocare dall’abitazione in cui era vissuto lo scrittore, la sorella Maria Sini, conoscendo la passione e la cura di Lorenzo Mondo per le opere del fratello (nel 2007 pubblica il volume dal titolo Quell’antico ragazzo), l’invita a rovistare fra le carte, abbozzi di poesie e racconti, lettere, appunti, annotazioni. Ed è, qui, che appare il bloc notes con l’inconfondibile grafia di Pavese, di un Pavese inedito inaspettato ‘scandaloso’ per il tono e il contenuto polemico e politico tanto lontano dall’icona dello scrittore ‘cresciuto e mai divenuto adulto, come ho scritto nel precedente articolo su gli ultimi giorni di Nietzsche a Torino (espressione che ho usato sovente nei confronti di Robert Brasillach).

La vicenda in sé non avrebbe che il sapore della curiosità della critica di un approfondimento fra studiosi magari un po’ barbogi dello scrittore, ma, no, qui si tocca il consolidato universo, nobile adamantino spocchioso, della casa editrice Einaudi e del suo entourage di solido antifascismo nel quale il Pavese faceva parte anche se si ironizzava sulle sue inadeguatezze sessuali e, soprattutto, essere egli sprovveduto di maturità politico-militante. E, no, ‘il crepuscolo degli idoli’… Così, avendo mostrato quanto scoperto a Italo Calvino, ed essendo costui sbiancato, s’impose il silenzio. Un silenzio durato per circa trent’anni finché non è venuto giù il muro di Berlino. Difatti come digerire la seguente annotazione (n.45): ‘Solo gli antifascisti sanno il pregio del fascismo: tutto ciò che loro manca. E s’è visto che mancavano di tutto’ che s’accompagna alla lapidaria (n.19): ‘Stupido come un antifascista. Chi è che lo diceva?’.

Brutta razza gli intellettuali ché, nel prendersi troppo sul serio (nella prassi sono consapevoli di realizzare lo zero quasi assoluto, salvo le eccezioni fra cui…!!!), sono malati di fegato, accidiosi, permalosi, intolleranti… e quelli di sinistra, forse in cuor loro vergognandosi d’essere ‘utili idioti’ portati al pascolo, non ne sono esenti ed, anzi, inseguono con successo il primato… Cala la cortina fumogena su Cesare Pavese, lo si studia lo si legge una sua citazione diviene oggetto degli esami di maturità. Poi, se si trova qualche frase sconveniente (come ne La casa in collina o La luna e i falò) sui fascisti caduti in una imboscata partigiana con uno di loro ‘ragazzo di cera coronato di spine’o i morti della Repubblica abbandonati nei boschi, la si giustifica come umano sentimento di pietà (come si diletta Carlo Salinari, fra gli artefici della strage di via Rasella, questo sì limpido esempio di umana pietà se non verso i tedeschi per quella rappresaglia annunciata e il conseguente eccidio alle Fosse Ardeatine)…


Ancora una citazione dal Taccuino segreto, una attenzione che non è astio, rancore, scontento, esprime al contrario una consapevolezza, forse una speranza, di certo una vicinanza: ‘In fondo era un enorme malinteso. Il Manifesto di Verona – purché sia sincero – mostra la tendenza che qualcuno auspicava da anni. Nessuno può negare che di fronte all’inconcludenza di agosto, esso affronti la responsabilità. Purché sia sincero. Perché non dovrebbe esserlo? Siamo in un momento in cui non abbiamo nulla da perdere e tutto da guadagnare. Tutto.’(n.44). Che dire, dunque? Forse, leggendo i suoi romanzi, le poesie di Lavorare stanca, eravamo già inconsapevoli presaghi che un giorno avremmo scoperto come fosse a noi prossimo anche sulla prima linea al servizio dell’Idea…

giovedì 6 giugno 2013

Gli ultimi giorni di Torino



di Mario M. Merlino


Il ramo paterno della mia famiglia viene da Torino. Seguendo l’onda lunga della breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Direttamente da Palazzo Carignano dove mio nonno e le sue sorelle vivevano, essendo il padre maestro di spada dei Savoia, e ricordavano d’aver visto, dai finestroni interni del palazzo, il conte di Cavour che usciva da una porticina laterale, mentre Giuseppe Garibaldi gridava al tradimento per la cessione, sotto le mentite spoglie del plebiscito, della natia Nizza e Savoia. E mio padre, pur essendo nato a Roma, sentiva forte quelle radici anche quando, ad esempio a tavola, ci raccontava di quel Risorgimento ove il re Vittorio Emanuele e il Cavour e lo stesso Garibaldi, in ombra il Mazzini, s’erano adoperati con comunità d’intenti sinceri a fare unita l’Italia (e mi assolvano gli amici borbonici a cui va la mia simpatia, soprattutto a personaggi quale il ‘brigante’ Carmine Crocco). Io vi sono stato, però, per la prima volta soltanto un paio di anni fa, ospite dell’Asso di Bastoni, a presentare il mio libro E venne Valle Giulia.


All’angolo di via Carlo Alberto al numero sei, terzo piano (qualcuno ha ipotizzato che fosse il quarto), ospite pagante per la modesta la cifra di 25 fiorini della famiglia di Davide e Candida Fino, rivenditori di giornali nell’omonima piazza sottostante, il filosofo Nietzsche vi ebbe dimora dal 5 aprile 1888, con breve interruzione nei due mesi estivi, fino ai primi di gennaio dell’anno successivo. E ne intesse tali e tante lodi da suscitare il sospetto che siano possibile frutto della follia montante… Il 3 di quello stesso mese, avendo visto un vetturino maltrattare con frusta e calci un cavallo, egli l’abbracciò, avendolo confuso per il musicista Richard Wagner di cui conservava un rapporto d’amore-odio. Preoccupato dallo strano contenuto delle lettere, i biglietti della follia, uno fra i pochi amici rimasti, il professore Franz Camille Overbech dell’università di Basilea, si precipitò a Torino e lo trovò in stato di esaltata euforia. ‘Io sono il tiranno di Torino’, urlava mentre martoriava i tasti del pianoforte.  Così Nietzsche lascia – e per sempre – la città, reiterando arie napoletane a tutto volume e annunciando alle guardie di sorveglianza all’entrata ed uscita come egli fosse il nuovo re d’Italia…

In quegli ultimi mesi al confine di un equilibrio sempre più precario aveva composto Ecce Homo con sotto titolo ‘come si diventa ciò che si è’. Il poeta Gottfried Benn (di cui ho scritto su Ereticamente e probabilmente già riportando questi versi che, chissà perché, mi sono particolarmente cari nella memoria) scrive, anno 1935, ‘Cammino con le scarpe rotte,/ scrisse questo genio universale/ nella sua ultima lettera – poi/ lo portarono a Jena – psichiatria./ Non posso comprarmi i libri,/ li leggo nelle librerie:/ appunti – poi a prendere l’affettato: -/ questi sono i giorni di Torino./ Mentre la nobile muffa d’Europa/ di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva,/ lui abbracciava due ronzini,/ finchè il padrone non lo trasse a casa’.

Nel 1944 - siamo in pieno conflitto mondiale e in una città in cui la guerra civile si manifesta con particolare ferocia -, ricorrendo il primo centenario della nascita del filosofo, la Federazione del Partito Fascista Repubblicano volle apporre sulla facciata del palazzo una lapide. Un medaglione con la faccia di Nietzsche di profilo e una dedica a cura dello scrittore Antonio Rubino. Vi si legge, fra l’altro, come egli ‘conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe’. E, nonostante che il padre di Zarathustra venisse considerato (a torto, si tende a leggere oggi) un anticipatore del nazionalsocialismo, nessuno ebbe tempo e voglia di scalpellarla dopo il 25 aprile (forse perché troppo occupati a dar la caccia e fare scempio dei fascisti rimasti in città. Le immagini dell’assassinio di Giuseppe Solaro ne sono tragica sintesi, in cui la nobiltà del vinto si eleva ben oltre il ghigno del vincitore). Essa, infatti, è ancora là e si può osservarla nonostante una certa incuria del tempo e il disinteresse degli amministratori locali.

Mi torna a mente come, essendo venuta meno quella ‘guerra fredda’, che tanto aveva pesato sulle vicende interne degli stati europei, sottomettendoli alla logica di Yalta e al predominio USA-URSS, simbolicamente con il crollo del muro di Berlino (nella pochezza di tre righe mi si perdoni essere riduttivo ché le cose sono ben più complesse), lo studioso Lorenzo Mondo pubblicò su La Stampa l’esistenza di un ‘taccuino segreto’, ventinove fogli scritti a penna o a matita, dello scrittore Cesare Pavese, che proprio a Torino, in un alberghetto nei pressi della stazione, si era suicidato il 28 agosto 1950. Per circa trent’anni non ne aveva dato notizia, su indicazione di Italo Calvino, perché non si dovevano turbare i sogni dell’antifascista casa editrice Einaudi e preservare l’immagine di Pavese d’una sorta di ragazzo cresciuto e mai divenuto adulto, mai trascinato nei giochi della politica, mestiere atto ai soli ‘grandi’… ‘Dignità vuol dire essere se stessi. Ma quando succede che si cambia idea? S’indaghi bene, si vedrà che non si cambia idea, ma che sotto sotto si aveva già presentito il pensiero nuovo. Che certe tue idee del passato non fossero quel che sembravano, ti risulta dal fatto che allora credevi di averle, ma non te ne interessavi (il tuo disinteresse per la politica, famoso!). Ora che nelle tragedie hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica? Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero interesse, che non è più le sciocche futili chiacchiere, ma il destino di un popolo di cui fai parte. Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo trovare la vera espressione. Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà.
Un destino. Amor fati’…