Presentazione di EreticaMente

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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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lunedì 10 giugno 2013

Il Regno del Terrore


di Gianluca Padovan

L’aumento esponenziale delle violenze e dei crimini ad ogni livello coglie impreparata ogni persona che non li commette. La palpabile reazione è di chiedere a gran voce migliori e maggiori misure di sicurezza. Ma questo non è, nel modo più assoluto, il rimedio. La repressione non è la cura sana. La comprensione e il perdono sono impostazioni mentali e spirituali degne di essere coltivate, ma neppure loro costituiscono il rimedio. Una via verso il rimedio, ma non il rimedio stesso, è la consapevolezza di chi noi siamo e per quale motivo noi si sia qui, su questa Madre Terra.


Se analizziamo con quanta cura i media ci suggeriscono i molteplici modi di impostare la nostra vita e, soprattutto, di come occupare il nostro tempo libero, ci accorgiamo che dispensano falsità. Suggeriscono cose vane e, soprattutto, devianti. In pratica cercano di deviare gli utenti dal raggiungimento della consapevolezza. A ben vedere, le metafore sulla vita vista come la scalata di un monte, o il passaggio vittorioso attraverso un fitto bosco o un labirinto, colgono appieno il senso, ovverosia lo scopo, di questa nostra vita terrena.

In pratica, il distoglimento è parte integrante del gioco. Azzardando, visto che la Terra è un pulviscolo nell’Universo, noi tutti, nel nostro piccolo, partecipiamo ad un Grande Gioco. Ma il filosofeggiare e lo speculare non portano alla risoluzione pratica ed immediata del fattore enunciato in apertura: l’aumento esponenziale di violenze e crimini, porta aperta per l’instaurazione del Regno del Terrore.

Personalmente non ho la ricetta vincente nel palmo della mano. Tutt’altro! Sono confuso e perplesso pur’io. Posso solo cercare di mantenere un pensiero positivo e riportare un passo non mio, di circa duemilacinquecento anni fa:

«Quanto più numerose sono le proibizioni e le interdizioni
Tanto più gli esseri intristiscono
Quanto più il popolo si arma (contro l’autorità che interviene e vieta)
Tanto maggiore è il disordine nel regno
Ricorrendo all’abilità
Si fa nascere l’astuzia
Più si promulgano ordinanze e leggi
Più si diffonde il delitto
Per cui l’Uomo Reale dice:
Seguire il non-agire
E il popolo si svilupperà secondo la sua natura
Non agitarsi
E il popolo troverà la giusta via
Non darsi da fare
E il popolo prospererà da sé
Non voler nulla (escludere piani razionalizzanti e programmi)
E il popolo tornerà alla spontaneità naturale»
(Lao-Tze, Il libro del principio e della sua azione. Tao – Tê – Ching, a cura di Evola J., Edizioni Mediterranee, Roma 1979, 57).

A mio avviso il Regno del Terrore non esiste. O, meglio, e più esattamente, il Regno del Terrore può esistere solo nella misura in cui noi ci facciamo terrorizzare da coloro i quali (e sono pochi!) desiderano indurre ogni singolo individuo terrestre a credere che il Regno del Terrore esista. In parole povere: il Regno del Terrore è un insieme di fantasmi inconsistenti, i quali si cibano del nostro terrore potendo così acquistare consistenza. Ma i più forti siamo noi terrestri in quanto in carne ed ossa e con forti e positivi sentimenti.

Non lasciamoci condizionare: pensando e riflettendo con la nostra testa siamo già in grado di allontanare da noi buona parte degli spettri terrorizzanti. Lasciamoli quindi a digiuno: o muteranno la loro natura terrorizzante o saranno costretti ad estinguersi per inedia.


giovedì 23 maggio 2013

Uomo Bianco non avrai il mio scalpo!



di Gianluca Padovan


- «Ci avete invasi e deportati». Ci avete rubato le donne, gli uomini, il petrolio, i diamanti, le terre, i fosfati e pure l’acqua. Avete portato la rovina e la miseria nelle terre che erano dei padri dei nostri padri. Ora ci avete dichiarato una guerra mascherata da «missione di pace», facendoci anche combattere tra di noi e piazzandoci in casa governi-fantoccio al vostro servizio. Ora noi siamo a casa vostra e facciamo quello che chi comanda vuole nella taciuta realtà: non ci integriamo. E facciamo quello che vogliamo. Voi avete minato la nostra società, ora noi miniamo la vostra.


- La Gente Comune è quella che vive e desidera vivere in comune e in armonia. È la gente che costituisce ogni nostro Comune e forma la Nostra Comunità. E desidera vivere in pace e in prosperità, prendendosi cura del nucleo familiare, crescendo i propri figli, accudendo gli anziani e aiutando gli indigenti. Ma potrebbe ribellarsi e fare fronte comune contro coloro i quali desiderano tutto (e questi individui sono «i pochi»), a discapito degli altri (che sono «i molti»). E per fare questo «i pochi» mirano a destabilizzare la base del nucleo familiare dalle plurimillenarie tradizioni sociali e religiose, fomentando le devianze. Oltre a sesso, alcol, droga e televisione imbonitrice, si creano nuove comunità tra la Gente Comune: saranno queste nuove comunità l’elemento determinante nella creazione della tensione che genera il caos. Nel caos la Gente Comune è disorientata, può creare problemi solo a «bassa intensità» e non riesce ad opporsi al generatore del caos. E la Comunità tende a disgregarsi.

- «Uomo Bianco non avrai il mio scalpo e ti sommergerò con la mia onda». Intanto t’impongo le mie religioni, i miei costumi, le mie donne e i miei uomini. Così ti annienterò, così ti cancellerò dalla faccia del Pianeta Terra. Il caos avanza e io lo galoppo. O, almeno, io ho la sensazione appagante di galopparlo. Poco importa se qualcun’altro galoppa me: io non lo vedo. Ma vedo il bianco del tuo volto e l’obiettivo è chiaro: «Uomo Bianco io avrò il tuo posto!».

domenica 5 maggio 2013

25 aprile... 1945!

di Gianluca Padovan


Che cosa si ricorda il 25 aprile? Cosa si ricorda del 25 aprile? Ditemelo un po’ voi, che scendete in campo con le bandiere dell’uno, dell’altro o di chissà quale colore. Io prendo in mano, ancora una volta, un libro a me caro: «I Leoni Morti». Se avete voglia e tempo, con me ricordate.

Il 25 aprile, alle porte di Berlino, ad ovest del bosco di Gruenewald, i resti della XXXIII SS Waffen Gren Division “Charlemagne” si preparano. Questi Francesi ricevono l’ordine di rimanere uniti ai resti della XI SS Frw Pz Gren Division “Nordland”, comandata dal generale Friedenberg. L’XI Divisione è composta da Volontari Danesi, Norvegesi e Svedesi, ma oramai conta solo poco più di millecinquecento uomini. Ma di valore. Sono, anche loro, Volontari, come tutti gli appartenenti alle Waffen SS (Schütz Staffel). Il compito della Charlemagne e della Nordland è di difendere il settore di Berlino prossimo alla Cancelleria del Reich. E saranno poi tra gli ultimi a deporre le armi. Si dice che sotto la Porta di Brandeburgo un Volontario italiano esaurì le munizioni prima di ritirarsi.


Il Capitano Gauvin passa in rassegna gli uomini schierati, pronti per la partenza alla volta della capitale tedesca, circondata dalle truppe comuniste sovietiche: «Sotto l’elmetto d’acciaio avevano lo sguardo vuoto delle statue. Se Gauvin rivolgeva la parola ad uno di loro in tenuta di combattimento, riusciva a stento a cogliere un guizzo in quegli occhi che subito tornavano a fissare il nulla a sei passi davanti a loro. L’immobilità di questi soldati aveva qualcosa d’affascinante. Le mascelle contratte esprimevano una risolutezza feroce. Il sussulto improvviso d’un muscolo dei mascellari era l’unico segno di vita che si potesse cogliere sul loro volto. Indossavano la tuta leopardo o erano avvolti in teli da tenda impermeabili chiazzati di rossastro, di marrone e di giallo, che davano loro l’aspetto di grandi felini con gli scarponi. Condottieri d’una rivoluzione europea (...)» (Saint-Paulien, I Leoni Morti. La battaglia di Berlino, Ritter, Milano 1999, p. 41).

Così il Capitano delle SS Gauvin arringa i Volontari: «Riconosco in mezzo a voi i vecchi combattenti che, alle porte di Mosca, hanno rasentato la vittoria ed hanno visto, sul cielo grigio e nero, stagliarsi le torri del Cremlino. Adesso sono qui. Non i Russi li hanno vinti. È stato il freddo. Proprio il giorno di quell’offensiva che avrebbe dovuto abbattere per sempre la Mecca rossa, il termometro è sceso da meno venti a meno quaranta gradi. Ve lo ricordate, amici? È a voi che mi rivolgo ora. Poco ci importerebbe di difendere la capitale tedesca, ma non è Berlino con le sue rovine che difendiamo, è il cuore di questa Europa, senza la quale il mondo non è nulla. La battaglia di Berlino non è l’estremo combattimento di questa guerra, ma il primo di quella lotta decisiva che si concluderà un giorno, ne sono fermamente convinto, con lo sfacelo del Bolscevismo» (ibidem, p. 46).

Perché il Bolscevismo, ricordiamolo, è: «La dottrina e il movimento bolscevico in Russia; nell’uso corrente è sinonimo di comunismo» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della lingua Italiana, Vol. I, Roma 1986, p. 492). Dove bolscevico è l’«appartenente alla frazione di maggioranza del partito socialdemocratico russo costituitosi durante il secondo congresso (Londra, 1903), che rappresentava, sotto la guida di Lenin, la corrente più rivoluzionaria e intransigente» (ivi). Nikolaj Lenin, ricordiamo anche questo, è il nome del rivoluzionario ebraico Vladimir Il’ic Uljanov, uno dei fautori della rivoluzione comunista russa dei primi del Novecento e della trasformazione dell’impero russo in Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

E ancora: «Nel frastuono delle armi erano giunte alle loro orecchie solo parole d’ordine strane e contraddittorie: socialismo biologico, difesa della cristianità, lotta contro l’internazionale rossa del Bolscevismo, l’internazionale gialla del giudaismo, la potenza dell’oro ed il capitalismo internazionale, ed infine contro l’internazionale nera dei Gesuiti! (Nero, giallo e rosso, i colori della bandiera della repubblica di Weimar!) Lotta, anche, alla Frammassoneria...» (Saint-Paulien, op. cit., p. 42).

Oggi abbiamo un presidente della repubblica che non ha fatto gli interessi dello stato e per il quale i Cittadini Italiani hanno pagato. Ho scritto in minuscolo il tutto perché questa non è una repubblica, ma quello che resta di una Nazione, quella Italiana, atterrata dalle banche e dai banchieri promotori e servi dell’«usura», anche di bolscevica memoria. Noi abbiamo il diritto e il dovere di ricordare e di commemorare coloro i quali sono poi stati demonizzati da un vincitore apolide, coatto e servo delle banche. Abbiamo il dovere di ricordare coloro i quali, da Volontari, si sono battuti fino alla fine, senza chinare il capo. Abbiamo il dovere di ricordare questi Volontari Vittoriosi, in questo 25 aprile di auspicabile Vittoria.


venerdì 3 maggio 2013

della Essenza


di Gianluca Padovan

della Regalità.
«Il contrario della regalità è la tirannide, perché in quella ogni cosa, in questa nessuna va secondo ragione; dell’aristocrazia l’oligarchia, perché non sono al potere i migliori, ma pochi e scelti tra i peggiori; della timocrazia la democrazia, giacché non gli abbienti, ma il volgo ha in mano ogni cosa» (Sallustio, Sugli Dèi e il Mondo, Adelphi, Milano 2000, p. 147, 11,2).


del Nostro Destino.
L’essenza del pensiero raggiunge gli spiriti immortali e vecchi di tempo che in umane spoglie e su questa Terra albergano. Reincontrarsi è capire che qui ci stiamo un solo attimo, che la morte è in realtà un rientro, la vita è una scelta di progressione. Tutto è fittizio, tranne l’energia che ci anima.
Molti sono desti perché da soli hanno aperto gli occhi o le muse terribili, quelle del pensiero, della poesia, del canto, hanno aperto loro innanzitutto l’involucro che li conteneva segregandoli. E si sono trovati così, consapevolmente, prigionieri nelle spoglie umane. Terribile destino terrestre, quello della consapevolezza: destinata a sanguinare ad ogni sopruso, ad ogni incoerenza, ad ogni perfidia, ad ogni atto teso a svilire l’anima, la mente e il corpo.

dell’Essenza Divina.
Le Essenze Divine rimangono immote e impotenti innanzi allo scempio delle virtù perché incapaci, in quanto divine, di insozzarsi con le bassezze che fanno forti gli individui a loro somiglianti solo nell’involucro esterno e spesso neppure in quello.
Non ci possono essere né filosofia né politica, perché gli spiriti immortali e guerrieri si riconoscono, si rispettano e potrebbero vivere senza regola alcuna perché la loro essenza stessa è la regola. Naturalmente tutto si ordina, gli animi aperti danno luce propria e autonomamente ogni cosa risplende.

del Pensiero Universale.
Occorre, tuttavia, trovare il pensiero da trasmettere, perché se è vero che si è, altrettanto chiaro è, che come tali, se tali, si può trovare la via della vittoria anche sul terreno predisposto dall’avversario. Solo battendosi è possibile conseguire il merito.
Il pensiero universale, che risveglia e compatta gli esseri di luce, sprona gli altri a diventarlo, battendosi anch’essi come cavalieri d’altri tempi. D’altri tempi o semplicemente di questi tempi. Si dimostra così che in ogni tempo si può diventare cavalieri, si può essere cavalieri e in tutti i tempi esistono cavalieri.

giovedì 2 maggio 2013

Le Gabbie dell’Infinito.


di Gianluca Padovan


Tanti anni fa ho letto un romanzetto di fantascienza, il quale parlava, neanche a dirlo, di guerre tra mondi. O giù di li.

Per andare a conquistare terre, sempre più in profondità nell’universo, i terrestri avevano messo in campo il meglio della tecnologia. Non avevano trovato il sistema di muoversi più velocemente della luce, quello no. Ma avevano inventato delle specie di container da spedire nello spazio. Mi pare di ricordare che tali scatoloni metallici si chiamassero «Gabbie dell’Infinito».

Quando una di queste gabbie, priva di piloti, giungeva su di un nuovo pianeta, si autoinstallava. Diveniva così, a tutti gli effetti, una sorta di stazione. Era una stazione di teletrasporto. Dalla Terra, in una Gabbia dell’Infinito gemella, entravano le truppe d’assalto le quali, in tempi brevissimi, quantificabili nell’ordine dei minuti, venivano teletrasportate dall’altra parte e passavano all’azione.


Chiaramente, chi veniva invaso non era propriamente felice. E così, qualcuno dotato, a sua volta, di tecnologia avanzata, passò al contrattacco. Per farla breve diciamo che il contrattaccante riusciva ad applicare alle Gabbie dell’Infinito un sistema che emetteva onde condizionanti. Tale sistema instillava nel profondo delle truppe attaccanti un sentimento di pace, un desiderio di armonia, un potente anelito di affratellamento, di mescolamento pacifico, di accoppiamento con le popolazioni che, in realtà, era venuto a invadere e a sterminare.

In pratica le agguerrite truppe d’assalto terrestri sbarcavano sul nuovo pianeta e... si facevano massacrare intanto che, gettate le armi, coglievano fiori e predicavano (o tentavano di predicare) la pace.

Non so com’è, ma la situazione politica, militare e sociale attuale mi ricorda, per taluni versi, ma progressivamente sempre più da vicino, i tratti foschi di quel fantascientifico romanzo.

Spedizioni militari di pace invadono stati non loro, ammazzano chi si oppone, rubano donne, avorio, diamanti, petrolio, fosfati, ecc. Al contempo, in patria, si abbattono le frontiere, si accoglie chiunque, magari gli si dà pure importanti incarichi partitici, politici e sociali. Il buonismo e il mondialismo sono le nuove mode, le nuove tendenze, le parole d’ordine delle religioni dominanti.

Gli stranieri, in mezzo alla massa di ottenebrati invertebrati, a poco a poco fanno da padroni. S’impossessano di beni materiali, impongono i loro costumi, i loro culti, come se tutto ciò fosse il massimo bene per la popolazione silenziosamente invasa.

In pratica, ecco laddove colgo la similitudine, ahimè, peggiorata e di gran lunga: pochi desiderano i beni di tutti (e non già il loro bene). Tali pochi impiegano le forze guerriere, sperando che poche tornino poi a casa. Ma chi si arricchisce in patria non deve prosperare, altrimenti loro (ovvero “i pochi eletti”) non possono troneggiare su tutti. Danno quindi il contentino di rivalsa agli invasi, lasciandogli via libera per invadere a loro volta. E coloro i quali sono invasi non si devono ribellare, ma accogliere benevolmente chi sarà il loro diretto aguzzino. Così i più paciosi e invertebrati hanno la palliativa sensazione di lavarsi la coscienza. Masse che si scontrano non danno problemi ai “pochi eletti” che imperano. Tanto, mal che vada, pagheranno lautamente metà degli eventuali rivoltosi, affinché questi sparino sull’altra metà.

Cos’altro dire?

Si può assolutamente vivere della propria terra, senza desiderare quella d’altri. Basta togliere il potere a coloro i quali vogliono tutto.

Questi che tutto vogliono, questi “pochi eletti”, per avere effettivamente tutto hanno la necessità di creare guerre, tensioni razziali, mescolamenti forzati e (perché no?) pure una sorta di «Gabbie dell’Infinito»: basta che siano a ciclo continuo e reversibile, a seconda della necessità del momento. 

mercoledì 24 aprile 2013

Un Venticinqueaprile da Leoni!



di Gianluca Padovan



Bordeggio svogliatamente tra le bancarelle della fiera di paese, quand’ecco apparirmi quella dei libri vecchi, usati e «sdrusci». Tra le montagne di caratteri stampati e le copertine ammiccanti mi si staglia la stella fortunata. E la colgo al volo. Si tratta del mirabile libro di Umberto Bocca: «Storia dell’Italia partigiana» (Bocca U., Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943 – maggio 1945, Feltrinelli, Milano 2012).

Lo definisco, a ragione veduta, «mirabile» in quanto è assolutamente difficoltoso comporre, nel campo della letteratura moderna (la quale abbia pretese storiche nonché veritiere), un libro impeccabilmente e smaccatamente parziale. Ovvero di parte.

Ho potuto ammirare la maestrìa di Giorgio Bocca nel lanciare, come in una carica di cavalleria, pagine e pagine di pura esaltazione delle straordinarie truppe combattenti partigiane. Nonché (per quale motivo sottacerlo) di smaccato entusiasmo nei confronti dei cristallini «alleati» e dello specchiatissimo élan (slancio. N.d.A.) liberatorio. Élan che tutt’oggi ancora ci schiaccia con le sue banche private e il signoraggio della moneta, di cui non si deve assolutamente parlare. Difatti, ciò, è politicamente scorretto.


Ma torniamo all’esondante capolavoro bocchesco: la sua dipanazione non incontra alcuno scoglio dove il cacciatorpediniere comunista possa incagliarsi. Tutti bravi, tutti onesti, tutti solidali nel donare al Popolo Italiano una bella repubblica in formato odierno: governata dalla massoneria internazionale. Non un solo accenno ai soldati della parte avversa, arresisi e torturati prima di essere ammazzati. Non una parola a proposito di quelle decine di migliaia di civili italiani d’ambo i sessi e d’ogni età trucidati e magari pure infoibati dal fulgore comunista. Nemmeno una pieghetta sui fatti caratterizzanti il 1943, il 1944, il 1945 e fino al 1947 ed oltre. Allora, mi dico, questo librone è proprio un po’ di parte.

Cosa diranno i giovani e i meno giovani, in questo oramai distante «Venticinqueaprile 2013»? Per capire che cosa siano stati gli anni del cosiddetto fulgore partigiano non si può prescindere dalla lettura dei numerosi libri di Marco Pirina editi dal Centro Studi e Ricerche Storiche «Silentes Loquimur». Non si può ignorare, ad esempio, il libro di Antonio Serena: «I giorni di Caino» (Serena A., I giorni di Caino. Il dramma dei vinti nei crimini ignorati dalla storia ufficiale, Panda Edizioni, Noventa Padovana 1990). Per capire anche solamente che cosa sia successo in Lombardia, nella Brianza, si deve necessariamente leggere il libro di Norberto Bergna: «Sconosciuti» (Bergna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011).

Bergna non è noto come lo è stato Bocca. Ma ha saputo comporre un libro equilibrato, senz’enfasi e inappuntabile dal punto di vista storico. Ovvero è stato in grado di comporre quello che non ha saputo, potuto o voluto comporre Giorgio Bocca.

«Sconosciuti» è un testo serio, dettagliato e rispettoso dei fatti storici e quindi della Storia. Il libro raccoglie avvenimenti, aneddoti e dinamiche delle esecuzioni sommarie le quali hanno caratterizzato il breve, ma drammatico, momento di dominio dei partigiani comunisti. Vi è la copia, ad esempio, del fonogramma del Comitato di Liberazione Nazionale di Monza «a firma del comunista Buzzelli, per la cessazione delle esecuzioni sommarie». Così recita il fonogramma datato 30 aprile 1945 e diramato su ordine dell’autorità americana: «D’ordine delle autorità Americane occupanti la zona di Monza tutte le esecuzioni devono essere sospese ed i colpevoli devono essere tenuti prigionieri per essere consegnati alle autorità alleate occupanti» (Bregna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011, p. 162). Oggi i criminali sono ancora onorati e incensati. Anche e soprattutto dalla massoneria internazionale. Nonché da chi non sa, da chi non vuole sapere e dagli stolti.

Gli opposti schieramenti dovrebbero battersi (se proprio non possono farne a meno) con lealtà ed onore. Da entrambe le parti taluni lo fecero, altri no. Il senso del mio qui presente scritto non vuole sottolineare le responsabilità di ognuno e le relative manchevolezze.

Desidera invece ricordare che a quasi settant’anni da quegli accadimenti si ha paura di dire la verità. Si ha una coscienza talmente laida che non si sa bene che cosa farne. A quasi settant’anni da quegli accadimenti l’intera popolazione deve essere mantenuta all’oscuro di ciò che realmente fu la Seconda Guerra Mondiale. Si deve mantenere ancora sotto terrore chi i fatti se li ricorda bene, in quanto li ha vissuti, perché potrebbe ancora parlare.

Questo vuole dire che il cosiddetto «vincitore» non è stato tale. Se ha prevalso la vittoria solo ed esclusivamente per via di una schiacciante produzione bellica, tale «vincitore» è rimasto orfano di vittoria sul piano eroico, umano e spirituale. Ed ha paura della Verità.

Deve negare la Storia con ogni mezzo, perché sa di non avere vinto, di non avere liberato alcunché, di essere il semplice mercenario dei banchieri che allora come oggi insanguinano il Mondo con le loro guerre private di potere.

Bocca tesse l’elegìa di chi ancor’oggi usa il terrore e i canali di grande comunicazione per annichilire e al contempo ottundere la popolazione. Tra gli ultimi anni della guerra mondiale e i primi della cosiddetta liberazione molti morirono per mano di briganti i quali volevano solo le proprietà, i beni materiali, di chi andavano ammazzando. Fu il via libera alla rapina gratuita. Torniamo serenamente a quegli anni per capire che cosa stiamo vivendo adesso e che cosa, ancor’oggi, c’impongano di commemorare.

Ricordiamo innanzitutto i morti civili, innocenti. Un tale sterminio non si deve ripetere. Ma ricordiamo anche di parlare al nostro cuore di chi si batté fino all’ultimo, ovvero dei Morti Vittoriosi. A loro la Gloria, anche a loro il nostro imperituro ricordo.

lunedì 8 aprile 2013

I Cavalieri e la Battaglia.



di Gianluca Padovan



Vi hanno raccontato che i Cavalieri erano contro il Popolo. Ma di quali cavalieri parlavano? Di quelli che maneggiavano e tutt’oggi maneggiano le monete e gli assegni bancari e non la spada? Vi hanno narrato con ogni mezzo le storie più ridicole e meno probabili che la loro malata e desertificata fantasia ha saputo sviscerare. Vi hanno passato la loro storia sulla fronte come straccio bisunto e sdrucito, fatto di cartoni animati e filmetti di «ollivuddiana» e fallace impronta.
Ora, guardatevi! In ognuno di Voi che non si è piegato, in chiunque ancora ragioni con il proprio cervello e ascolti il proprio cuore, vi è un Cavaliere.
Questo è quello che gli usurai del deserto e i loro servi temono: che ognuno riconosca il Cavaliere che c’è in sé stesso.
Perché, sappiate, in ogni Cavaliere risplende la luce della sua ancestrale divinità.
Tale luce, tale energia, rimane quiescente fino alla chiamata. E il suono del corno che chiama all’adunata è prossimo a farsi udire.