Presentazione di EreticaMente

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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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giovedì 6 giugno 2013

Gli ultimi giorni di Torino



di Mario M. Merlino


Il ramo paterno della mia famiglia viene da Torino. Seguendo l’onda lunga della breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Direttamente da Palazzo Carignano dove mio nonno e le sue sorelle vivevano, essendo il padre maestro di spada dei Savoia, e ricordavano d’aver visto, dai finestroni interni del palazzo, il conte di Cavour che usciva da una porticina laterale, mentre Giuseppe Garibaldi gridava al tradimento per la cessione, sotto le mentite spoglie del plebiscito, della natia Nizza e Savoia. E mio padre, pur essendo nato a Roma, sentiva forte quelle radici anche quando, ad esempio a tavola, ci raccontava di quel Risorgimento ove il re Vittorio Emanuele e il Cavour e lo stesso Garibaldi, in ombra il Mazzini, s’erano adoperati con comunità d’intenti sinceri a fare unita l’Italia (e mi assolvano gli amici borbonici a cui va la mia simpatia, soprattutto a personaggi quale il ‘brigante’ Carmine Crocco). Io vi sono stato, però, per la prima volta soltanto un paio di anni fa, ospite dell’Asso di Bastoni, a presentare il mio libro E venne Valle Giulia.


All’angolo di via Carlo Alberto al numero sei, terzo piano (qualcuno ha ipotizzato che fosse il quarto), ospite pagante per la modesta la cifra di 25 fiorini della famiglia di Davide e Candida Fino, rivenditori di giornali nell’omonima piazza sottostante, il filosofo Nietzsche vi ebbe dimora dal 5 aprile 1888, con breve interruzione nei due mesi estivi, fino ai primi di gennaio dell’anno successivo. E ne intesse tali e tante lodi da suscitare il sospetto che siano possibile frutto della follia montante… Il 3 di quello stesso mese, avendo visto un vetturino maltrattare con frusta e calci un cavallo, egli l’abbracciò, avendolo confuso per il musicista Richard Wagner di cui conservava un rapporto d’amore-odio. Preoccupato dallo strano contenuto delle lettere, i biglietti della follia, uno fra i pochi amici rimasti, il professore Franz Camille Overbech dell’università di Basilea, si precipitò a Torino e lo trovò in stato di esaltata euforia. ‘Io sono il tiranno di Torino’, urlava mentre martoriava i tasti del pianoforte.  Così Nietzsche lascia – e per sempre – la città, reiterando arie napoletane a tutto volume e annunciando alle guardie di sorveglianza all’entrata ed uscita come egli fosse il nuovo re d’Italia…

In quegli ultimi mesi al confine di un equilibrio sempre più precario aveva composto Ecce Homo con sotto titolo ‘come si diventa ciò che si è’. Il poeta Gottfried Benn (di cui ho scritto su Ereticamente e probabilmente già riportando questi versi che, chissà perché, mi sono particolarmente cari nella memoria) scrive, anno 1935, ‘Cammino con le scarpe rotte,/ scrisse questo genio universale/ nella sua ultima lettera – poi/ lo portarono a Jena – psichiatria./ Non posso comprarmi i libri,/ li leggo nelle librerie:/ appunti – poi a prendere l’affettato: -/ questi sono i giorni di Torino./ Mentre la nobile muffa d’Europa/ di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva,/ lui abbracciava due ronzini,/ finchè il padrone non lo trasse a casa’.

Nel 1944 - siamo in pieno conflitto mondiale e in una città in cui la guerra civile si manifesta con particolare ferocia -, ricorrendo il primo centenario della nascita del filosofo, la Federazione del Partito Fascista Repubblicano volle apporre sulla facciata del palazzo una lapide. Un medaglione con la faccia di Nietzsche di profilo e una dedica a cura dello scrittore Antonio Rubino. Vi si legge, fra l’altro, come egli ‘conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe’. E, nonostante che il padre di Zarathustra venisse considerato (a torto, si tende a leggere oggi) un anticipatore del nazionalsocialismo, nessuno ebbe tempo e voglia di scalpellarla dopo il 25 aprile (forse perché troppo occupati a dar la caccia e fare scempio dei fascisti rimasti in città. Le immagini dell’assassinio di Giuseppe Solaro ne sono tragica sintesi, in cui la nobiltà del vinto si eleva ben oltre il ghigno del vincitore). Essa, infatti, è ancora là e si può osservarla nonostante una certa incuria del tempo e il disinteresse degli amministratori locali.

Mi torna a mente come, essendo venuta meno quella ‘guerra fredda’, che tanto aveva pesato sulle vicende interne degli stati europei, sottomettendoli alla logica di Yalta e al predominio USA-URSS, simbolicamente con il crollo del muro di Berlino (nella pochezza di tre righe mi si perdoni essere riduttivo ché le cose sono ben più complesse), lo studioso Lorenzo Mondo pubblicò su La Stampa l’esistenza di un ‘taccuino segreto’, ventinove fogli scritti a penna o a matita, dello scrittore Cesare Pavese, che proprio a Torino, in un alberghetto nei pressi della stazione, si era suicidato il 28 agosto 1950. Per circa trent’anni non ne aveva dato notizia, su indicazione di Italo Calvino, perché non si dovevano turbare i sogni dell’antifascista casa editrice Einaudi e preservare l’immagine di Pavese d’una sorta di ragazzo cresciuto e mai divenuto adulto, mai trascinato nei giochi della politica, mestiere atto ai soli ‘grandi’… ‘Dignità vuol dire essere se stessi. Ma quando succede che si cambia idea? S’indaghi bene, si vedrà che non si cambia idea, ma che sotto sotto si aveva già presentito il pensiero nuovo. Che certe tue idee del passato non fossero quel che sembravano, ti risulta dal fatto che allora credevi di averle, ma non te ne interessavi (il tuo disinteresse per la politica, famoso!). Ora che nelle tragedie hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica? Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero interesse, che non è più le sciocche futili chiacchiere, ma il destino di un popolo di cui fai parte. Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo trovare la vera espressione. Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà.
Un destino. Amor fati’…

mercoledì 22 maggio 2013

Sulla dignità



di Flores Tovo

Kant riteneva che il fondamento dell’agire  fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale, la legge morale per eccellenza) era da lui considerato come “ein Fact der Vernunft”, un fatto della ragione umana, poiché, se il fondamento fosse stato altro, l’agire umano sarebbe stato condizionato (meglio sarebbe stato dire determinato) e quindi non libero, in quanto dipendente e quindi non autonomo. Persino Dio non poteva essere il nostro fondamento proprio perché saremmo stati da lui dipendenti. Pertanto, scriveva  Kant, Dio non sta all’inizio e alla base della vita morale, ma eventualmente alla fine. Si giunge qui al compimento dell’antropocentrismo. A tale conclusione Kant era pervenuto, a dire il vero, per salvare la possibilità di un libero arbitrio umano, all’interno di una natura che egli considerava, come Newton e gli altri scienziati, nient’altro che una macchina. Per questo motivo, e solo per questo motivo, l’uomo possiede una dignità, che è dovuta proprio al fatto di essere un ente razionale che è “superiore ad ogni prezzo”.

Può sembrare strano, ma questo è ancora il pensiero dominante nel mondo attuale, soprattutto da quando col Concilio Vaticano II, preparato culturalmente dal teologo Karl Rahner,  la Chiesa cattolica rivolse la propria mente verso la direzione antropocentrica della cultura moderna, che aveva appunto trovato nell’illuminista Kant il suo massimo esponente e che il comunista Marx aveva poi ancor più accentuato nell’affermazione  che “la radice dell’uomo è l’uomo stesso”. Nietzsche ebbe perlomeno l’ardire che il fondamento dell’agire, al di là del bene e del male, sarebbe stato il superuomo.

Ora si tratta di guardarsi negli occhi. Di che cosa si sta parlando? Di quale dignità, di quale volontà buona, di quale razionalità si sta continuamente cianciando? Anche coloro che si rendono conto del Pericoloparlano sempre di ecologia, di sviluppo sostenibile, di ritorno al mutuo soccorso, di decrescita felice, di permacoltura e di piantare pomodori o allevare galline nel terrazzo e di tante altre più o meno intelligenti proposte per venir fuori da questo ormai interminabile tunnel in cui ci si è cacciati. Questo tunnel è in realtà un abisso. Nietzsche ammoniva che chi guarda sempre l’abisso, prima o dopo sarà l’abisso a guardare lui. Ma anche questo avvertimento è superato. Nell’abisso ci siamo caduti tutti. Anzi sarà esso stesso ad avere paura di noi.  Come potrà egli, infatti, sostenere il peso di 8 miliardi di individui? Come scriveva un buontempone, che si riferiva però solo ai Cinesi, se tutti saltassero da 2 metri di altezza in sincronia, essi provocherebbero uno tsunami che distruggerebbe  gli Stati Uniti.

La ragione umana. Essa è sì uno strumento meraviglioso con tutti i suoi principi logici, un dono divino forse. Ma che cosa se n’è fatto di essa? E quanti oggi la usano per il bene comune, semmai esista ancora un bene comune? Nel suo libro “La società sotto assedio” il sociologo Zygmund Baumann sottolineava che le presunte classi dirigenti ormai non controllano più niente: né l’incremento demografico, né il tasso inquinamento, né la deforestazione e lo sterminio degli animali, né il denaro. Niente di niente. Di solito nelle epoche storiche “normali” i mediocri hanno governato, si pensi agli Asburgo, col loro buon senso che era appunto aurea mediocritas. Solo nelle situazioni eccezionali sono emersi i giganti come gli Alessandro, Cesare o Napoleone. Nel mondo attuale dominano invece i pessimi, i maggiordomi, poiché nel mondo della quantità, nel regno del mercato dominano i grandi commedianti,  grandi nel recitare la favola bella. “Spirito ha il commediante, ma poca coscienza dello spirito. Sempre crede in ciò con cui riesce a far credere gli altri più fortemente, - far credere in  lui stesso” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra). Il razionalismo moderno, che ha avuto origini con Cartesio e che continua con le pseudo-filosofie di oggi (epistemologie, le chiamano), in realtà ha asservito la ragione al potere economico. La volontà di potenza del denaro è riuscita a sottomettere quella facoltà che, a partire da Aristotele, si è sempre ritenuto  costituisse la differenza specifica rispetto agli animali. Il capitalismo, l’economia del più-denaro, dapprima si è alleato col sapere scientifico per poi soggiogarlo ai propri scopi. Tutti hanno un prezzo e quindi non c’è più dignità.

Per quanto ci siano molte persone che studiano e si sforzano di progettare alternative più o meno radicali rispetto  all’attuale sistema, non c’è più avvenire. Del resto, la distruzione delle certezze sociali lavoro-salute-pensione, la precarietà imposta senza colpo ferire, hanno serrato le dimensioni della temporalità ad un unico presente sempre identico a sé, che è poi la temporalità vissuta dagli animali, come ha rivelato con grande profondità un giovane prodigio  della filosofia italiana, Diego Fusaro, nel suo libro “Essere senza tempo” edito da Bompiani.

Quali dovrebbero essere, infine, le vie d’uscita? Quelle di un socialismo rivoluzionario ancor più spietato di quello del passato? Quelle di un nazifascismo rimodernato, magari più antiborghese (ma dov’è la borghesia oggi?) ed anticapitalistico? Emile Cioran profetizzava che nel ventunesimo secolo Hitler e Stalin sarebbero sembrati due chierichetti. Comunque nulla di nuovo.

O forse bisogna sperare nel ritorno al pensiero di un  Rousseau padre  della democrazia diretta che oggi viene prefigurata dal MoVimento5stelle, una democrazia che si dovrebbe attuare (Casaleggio dixit) con l’uso di internet? Ma Rousseau è in realtà  una contraddizione vivente, poiché se da un lato propugna l’uguaglianza fra tutti gli uomini (uno vale uno dice Grillo), dall’altro afferma che la moltitudine popolare non sempre capisce o vede il proprio bene, in quanto il suo giudizio non sempre è illuminato e pertanto si rende necessaria, non tanto la figura di una èlite, bensì di una figura carismatica e demiurgica che egli chiama il Legislatore (Grillo stesso o chi per lui?).

A questo punto, per chi crede nella ciclicità delle ere, è lecito ritenere che non conviene più cercare di ritardare la fine del Kali-yuga, semmai di accelerarlo. Forse sarà preferibile vivere come l’anarca che si ritira nel boschetto e vive nascosto fra amici, amori, libri e vino. Oppure per chi non crede neppure in questo, poiché è approdato ad un nichilismo assoluto in cui anche il superuomo è morto,  fare come l’anziano professore Calguès nel libro “Il campo dei Santi” di Jean Respail: morire combattendo quando sarà giunta l’ora.

domenica 17 marzo 2013

L' arco e la freccia


di Mario M. Merlino


Devo premettere come questo mio intervento nasca da un aforisma di Nietzsche – forse a me ignoto o abbandonato dalla memoria - , che l’amico Giacinto R. ha messo su FB e dandomi così il destro a fare quattro chiacchiere a distanza con i lettori di Ereticamente. E, come ormai sanno e sopportano (mi auguro), prenderò da lontano l’argomento e, va da sè, con divagazioni dell’immarcescibile Io-Io-solo Io-sempre Io… Da bambino e, poi, da ragazzotto ardito e fiero (si fa tanto per non perdere il vizio!), ero assiduo frequentatore di tutte le sale cinematografiche ove si proiettassero film western o kolossal pseudo-storici o, ancora, di forzuti eroi mitologici. Insomma la ricerca di miti e modelli a compensare un fisico scadente e un profilo assai bruttino premessa, se vogliamo dare al destino un ruolo significativo, a quella spranga e bottiglia immortalate nel celebre poster su Valle Giulia, 1 marzo del 1968 (se avete pazienza, suvvia!, cum lento pede – suppongo pessima citazione latina – arriveremo a giustificare il suo riferimento).

Ricordo, ad esempio, Sinuhe l’egiziano, anno 1954, tratto dal romanzo dello scrittore finlandese Mika Waltari, anno 1945, di cui credo avere ancora una copia se non abbandonato, al quanto mal volentieri, insieme ad altri tre o quattrocento libri durante il trasloco di casa in casa. E, con l’ultima citazione latina, ‘omnia mea mecum porto’, attribuita da alcuni a Simonide, mi consolo, pur rosicando interiormente… Va be’, sia il libro che il film sono libere trasposizioni de Le avventure di Sinuhe, fra le più importanti opere della letteratura dell’Antico Egitto tanto da divenire oggetto di studio nelle scuole, per cui abbiamo innumerevoli reperti in cocci pietre manoscritti, pur se frammentari. Fra l’altro si narra di come gli egiziani venissero battuti dagli Ittiti, popolazione indo-europea, di certo meno raffinata e colta, ma in possesso dell’uso d’armi di ferro e del carro da guerra (si pensi a quell’episodio fondamentale all’interno del poema epico indiano Mahabharata, la Bhagavad-Gita, ove il dio Krishna parla attraverso il cuore ad Arjuna sul campo di lotta. Arjuna, valente guerriero, guida un carro da battaglia e viene descritto abile arciere. Caratteristiche, dunque, comuni alle genti Arya. Inoltre, alle esitazioni ‘umane, troppo umane’ contro l’uccidere in guerra, Krishna insegna – e anche qui siamo all’interno di quell’universo valoriale degli indo-europei – l’impersonalità dell’agire, quel senso del dovere a cui deve adeguarsi ogni giusto comportamento dell’uomo).

Ed eccoci all’aforisma di Nietzsche: ‘Solo chi ha la freccia e l’arco è capace di assidersi silenzioso: tutti gli altri sono chiacchieroni litigiosi’. Grazie, Giacinto, ma ora cammino con le mie gambe… Proverò a dare ad esso una duplice risposta così come ho rilevato, in precedenza il duplice motivo di superiorità delle genti Arya, cioè il possesso di strumenti da combattimento superiori (si pensi alla falange macedone o alla legione romana) e ad un atteggiamento di disciplina di fronte alla vita (basterà qui rinnovare l’immagine del soldato romano, tanto cara ad Oswald Spengler, rimasto fedele alla consegna durante l’eruzione del Vulcano che distrusse Pompei ed Ercolano). L’arco è arma da usare a distanza e la freccia il mezzo che colma questa distanza. ‘Prendere le distanze’, come il ‘lasciare la presa’ per gli orientali, indica una consapevolezza più grande, un’audacia più grande, una visione più grande, simile all’aquila amica di Zarathustra. Ed è il presupposto per  quell’’amor fati’ con cui Nietzsche ci avverte e ci ammonisce: amare il proprio destino equivale a stare in piedi fra le rovine, danzare a passo lieve come il dio Dioniso, andare al di là del bene e del male, accettare l’esistenza quale ‘eterno ritorno’… Scegliere per non essere scelti (o, se si preferisce con maggiore correttezza filologica, dato che siamo scelti, facciamo ‘nostra’ questa scelta) e, ancor più con il merlinite linguaggio, ‘faccia al sole e in culo al mondo’…

Varrà la pena ricordarlo e farne lezione quando e se verranno ulteriori mala tempora. Se, poi, tutto questo a cui siamo sottoposti è nichilismo (‘l’oggi appartiene alla plebe’, ricorda sempre Nietzsche), noi nichilisti attivi, per cui aderimmo al Fascismo ‘immenso e rosso’ quale volontà di reazione/rivoluzione trasformando le masse in popolo, bene saremo ‘bastonate e barricate’ ideali se non abbiamo più l’età per battere ‘in piazza il calpestio delle rivolte’, per dirla con il poeta futurista russo Majakovskij.

Al convegno di mercoledì 13 marzo, all’Universale, dal titolo La lunga marcia del ’68 (ecco svelato il riferimento a Valle Giulia), parlando dell’anarcofascismo della cultura di destra, esprimevo il mio augurio che, dopo il populismo, autentico o meno che sia, del fenomeno Grillo, si aprisse la stagione dove ognuno di noi deve stabilire se stare su posizioni di retroguardia a difesa, di fatto, di banche urne borghesi timorosi magistrati inquisitori manganelli manette e lacrimogeni oppure quel ‘vivere in costante pericolo’ e, cioè, essere comunque e nonostante tutto esseri in cammino esseri contro, incuranti di chi possano essere i compagni di strada il colore delle loro bandiere magari il vetero anacronistico linguaggio, da cui non riescono a liberarsi, perché solo così incontreremo ‘in quantità di sacrificio ed amore’ il popolo…

E ancora una considerazione: se, poi, l’arco e le frecce fossero la forza con cui il potere di sempre, l’oro contro il sangue, si manifesta tramite banche ed urne, che almeno si sia capaci di guardare avanti a noi e vedere lo scoccare e il sibilo e il giungere della freccia letale senza giustificazioni lagne consolazioni (ancora una volta ho sentito dire il solito ritornello che abbiamo intuito ragionato capito, ma sono stati gli altri a scippare intuizioni ragioni capacità di tradurre in atto le nostre analisi dotte e precise!). Soprattutto evitiamo di fare come i topi che abbandonano la nave… A Campo di Fiori la cupa statua di Giordano Bruno ci ricorda come un cronista del tempo ricordasse che il filosofo accettò di essere arso al rogo nella pubblica piazza perché ‘martire e volentieri’. E noi – io credo e lo credo fermamente – siamo e possiamo essere della razza dei vincitori… nel nostro cuore, nella mente, con stile e, se occorre, in piazza.

lunedì 11 marzo 2013

Mio Zarathustra, ti amo.

                                               
Testo di Mario M. Merlino

(Al centro del palcoscenico, su fondale buio, una fune o qualcosa di simile pende dal soffitto).
(Nietzsche immobile, avvolto in un camice bianco a impedirgli qualsiasi movimento, siede su una semplice sedia con spalliera, a lato).

(Lento si leva il preludio dal Tristano e Isotta di Wagner, durata10,59 minuti).

(Nietzsche, alle prime note, volge la testa verso l’alto, poi la protende a destra e sinistra come se volesse meglio ascoltarne il suono). Mormora una volta, poi una seconda come urlo strozzato:

Quest’uomo… sì, io quest’uomo l’ho molto amato…’.


(Dall’altro lato esce una figura femminile e si avvia verso il leggio, posto sempre dalla sua parte). Legge:

E’ notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche la mia anima è una fontana zampillante.
E’ notte: ora soltanto si destano tutte le canzoni degli amanti. E anche la mia anima è una canzone di un amante.
Sento in me qualcosa di inappagato, di inappagabile, che vuole farsi ascoltare. E’ in me un desiderio d’amore, che parla esso stesso il linguaggio dell’amore.
Io sono luce: ah, potessi essere notte! Ma la condizione della mia estrema solitudine risiede proprio nell’esprimere la prepotenza della luce.
Ah, se potessi divenire tenebre simili alla notte! Solo allora potrei nutrirmi, avido, alla luce!
E potrei benedirvi, piccole stelle luccicanti, splendenti lucciole! – e trarre beatitudine dal dono della luce che sapete diffondere.
No, no… io esisto della mia stessa luce e mi nutro delle mie stesse fiamme.
M’è negata la felicità di colui che riceve… così, più volte, sognai che la felicità consiste nell’essere animale da preda più che nell’attendere doni.
Tutto il mio strazio ha questa sorgente, mai stanco la mano nel donare; il mio struggimento , nel vedere occhi in attesa e le notti illuminarsi dal desiderio’ (Pausa).

Allora Nietzsche rialza la testa e con tono ardente e disperato:

Il vero amore è quello inappagato!’.

(Ecco apparire l’acrobata che con passo lento e lieve di danza, agitando le braccia sulla testa, si avvicina alla fune e vi gira intorno).

La voce femminile riprende il suo leggere dal leggio:

È notte: ahimè, perché sono condannato ad essere luce!? Assetato da ciò che è notturno, vivere della mia solitudine?
E’ notte e il desiderio dal mio animo, simile allo zampillare, sgorga alla ricerca della parola.
E’ notte: ora si levano alte le voci delle fontane zampillanti. Ed anche l’anima mia s’è resa fonte zampillante.
E’ notte: ora ecco ridestarsi ogni canzone d’amanti, e anch’io sono una canzone d’amore’.
(Esce di scena, mentre la musica del Tristano e Isotta si va spegnendo lentamente).

Di nuovo in Nietzsche riprende la forza della voce:

Voglio edificare tutti i gradini – che mi restano per la muta follia – voglio farli brillare uno per uno -  con i variegati colori del contrasto – voglio narrare della tristezza del padre di Zarathustra – e centellinare l’ebbrezza – del dio Dioniso che è in me – l’angoscia la mia angoscia - è non saperle ormai più distinguere’. 

(Si leva di nuovo la musica, ancora Wagner con La cavalcata delle Walkirie, durata 4,48).
(L’acrobata inizia lenta a salire sulla fune e volteggiare).
(Luce su tutto il palcoscenico).

Entra Zarathustra:

Io vi annunzio il superuomo… Ascoltatemi: io vi insegnerò il superuomo!
Il superuomo è il senso della terra.
L’uomo è una corda, tesa tra il bruto e il superuomo – una corda tesa sopra un abisso.
Pericoloso l’andar di là, pericolosa la traversata, pericoloso il guardar indietro, pericoloso il rabbrividire, pericoloso l’arrestarsi.
Ciò che è grande nell’uomo, è l’essere egli un ponte e non già uno scopo: ciò che in lui è pregevole è l’essere egli una transizione ed un tramonto…’.

Allora si leva acuto l’urlo di Nietzsche:

Io sono il tiranno di Torino! Immortale! Il tramontare è altro dalla morte. Suo rifugio è nell’aurora a venire’.

(Dissolvenza della musica).

(Riemerge la figura femminile e di nuovo si volge verso il pubblico da dietro il leggio). Legge:

Non so creare – visioni d’apocalisse – né cantare sommosse – vivo della passione dell’ora – bevo ebbro il furore che travolge – che ferma in me ogni tempo – e la vita tornata normale – non la so più vivere’. (Esce di scena)

(Nuovo crescendo della musica).
Zarathustra riprende a parlare:

E’ tempo che l’uomo si proponga una meta.
E’ tempo che l’uomo getti il seme della sua più alta speranza.
Il suo terreno è ancora abbastanza ricco, per ciò. Ma un giorno sarà impoverito e sfruttato e non potrà crescervi nessun albero di alto fusto.
Guai!
Bisogna possedere in sé ancora del caos per veder generare una stella danzante…

(La musica s’interrompe improvvisa).
(Entrano dai due lati due figure). Strillano, ironici sguaiati gesticolanti:

‘Abbiamo ascoltato fin troppo il funambolo, vogliamo ora che egli si manifesti!’.
‘Se dai a noi gioia ricchezza felicità, noi ben faremo a meno del tuo superuomo!’.
‘Come piccoli uomini abbiamo svaghi per il giorno e quelli per la notte…’.
‘Nessun pastore e unico il gregge! Vogliamo tutti la stessa cosa, tutti siamo l’un l’altro uguali!’.

(Allora Zarathustra piega un ginocchio a terra e con il braccio si copre il volto). Mormora:

Silenzio – non puoi spiegarlo – né a te stesso né agli altri – silenzio – perché parlano già troppo gli altri – e non serve un’altra voce – silenzio…’.

(Come da lontano per poi avvicinarsi sale la voce di Angela Gheorghiu nell’Habanera dalla Carmen di Bizet, durata 4,28).

(E’ a questo punto che l’acrobata cade a terra, restando immobile).
(Zarathustra si alza mentre si ritraggono le due figure. Si accosta all’acrobata. Si china su di lei come per baciarla ne solleva il corpo e iniziano una sorta di danza).

(Nietzsche si solleva dalla sedia, getta via il camice, allargando le braccia verso il pubblico come se potesse abbracciarlo). Grida:

Io amo coloro che non sanno vivere se non volgendosi al tramonto, perché il destino offre loro  l’andare oltre’.

(Poi, invitando con un gesto, la coppia danzante ad avvicinarsi).

Mio Zarathustra, ti amo!’.

(La musica si dissolve).

martedì 29 gennaio 2013

Abbracciato a un cavallo


di Joe Fallisi
"Morale" ed "etica" rimandando a termini (latini e greci) che indicano i costumi, differenti da popolo a popolo e transeunti; insieme, la sovrastruttura ideologica – esattamente nel senso marxiano – che su di essi viene codificata. Di qui la critica, fin troppo semplice, che di questi concetti è stata fatta (per esempio da Nietzsche). 
Essi, in realtà, sono inadeguati o del tutto parziali a giudicare il senso della questione. E, en passant, ribadisco come la dichiarazione stessa di appartenenza al genere Homo sapiens e degli eventuali tabù correlati sia TUTTA CULTURALE, cioè accidentale, empirica, non sostanziale(1). 
Potremmo rifarci a comunità umane le cui usanze e leggi hanno ritenuto inammissibile l’abuso e la reificazione, da parte dell'uomo, degli animali non umani (così come, più in generale, della natura). Ciò non "dimostrerebbe" ancora nulla dal punto di vista filosofico, perché ad esse si potrebbero contrapporre quelle di tante altre nel corso della storia (oltre a tutto la maggioranza).

Paradossalmente, è la psicologia applicata alla "giustizia", concetto cardine, a tutte le latitudini, di ogni etica, che a mio parere meglio consente di intravedere la soluzione. Qui è forse utile una breve digressione storica sull'idea stessa di "giusto" e "ingiusto". L'esigenza di ristabilire l'equilibrio infranto la ritroviamo fin dalla più remota antichità e l'antichità della giustizia ebbe generalmente una concezione naturalistica. Dai pitagorici, che consideravano il numero come simbolo dell'armonia cosmica e le azioni umane come riflesso di questa sulla terra e nel numero elevato al quadrato vedevano l'espressione teorica più pura della giustizia (equità e parità: distribuzione e retribuzione "pari per pari"); a Platone che la riteneva, piuttosto che un concetto astratto, un'entità reale, un'ipostasi, la virtù capace, all'interno e fuori dell'individuo, di produrre l'armonica concordanza fra le tre parti (razionale, irascibile, concupiscibile) dell'anima, così come fra le tre classi sociali che nella sua visione ad esse corrispondono; ad Aristotele che si riferiva (per primo) alle idee di uguaglianza e di "giusto mezzo", per cui la virtù consiste nell'armonia e nell'equidistanza che "media" tra l'eccesso e il difetto(2); agli stoici che ritenevano i rapporti umani regolati da una vera e propria "legge naturale", che come Provvidenza guida e governa il mondo; ai romani che questa stessa legge chiamarono "diritto delle genti". 
E' solo con il torvo avvento del cristianesimo che si affaccia e impone una concezione "spiritualistica" della giustizia, in base alla quale il suo fondamento non è più la legge naturale, ma la "volontà di Dio", secondo i suoi imperscrutabili disegni. "Giusto" è ciò che Dio vuole, secondo S. Agostino, giusto è l'uniformarsi a quella volontà senza volto. La "norma" diviene il comandamento di Dio e l'ossequio ad esso il primo, anzi l'unico, dovere. Interpretato e amministrato, come ben sappiamo, dalla nera pretaglia. 
Ma torniamo alla psicologia. Chiediamoci cosa muova l'animo e il comportamento di chiunque (di un pigmeo, di un hawaiano, di un boscimane, di un finnico, di noi stessi) alla vista o anche alla semplice considerazione di un'ingiustizia palese; oppure, più specificamente e più in generale, quale sia il motivo vero del nostro prendere partito per la "rivoluzione", per la distruzione e il superamento di quest'ordine sociale. Perché diavolo, ab ovo, ci appare intollerabile lo sfruttamento di fabbrica, quell'automatico, materialissimo  prelievo-"furto" del plusvalore su cui tutta la baracca fantasmagorica del capitale si regge e prospera fino al delirio, fino alla pura astrazione? Non ci sembra forse, innanzi tutto e irrevocabilmente, "ingiusto"?… Al proposito, nelle nostre reazioni dirette, non conta un bel nulla il pensiero che si tratti di una forma sociale storicamente "superiore"! (sai quanto ce ne può sbattere se il sangue lo succhia un vecchio padrone o un modernissimo "operatore" in camice bianco!... quello che conta è che in un batter d'occhio ti ritrovi carcassa, vuoto a perdere)... E così è PER TUTTO. Anzi, si può dire che le azioni che noi stessi sentiamo come più degne riguardano SEMPRE la lotta contro qualcosa che ci appare iniquo, ancor di più se esse vanno oltre il misero recinto del nostro ego (quello di Stirner, in fondo, è solo un equivoco idiosincratico). E in tale categoria, rientra perfettamente, a ben vedere, anche tutto ciò che riteniamo falso e laido. 
Nietzsche pensava che la molla del "socialista", dell'"anarchico", eredi ed esecutori testamentari, ai suoi occhi, del nichilismo cristiano, fosse il risentimento e l'invidia mortale – nei confronti dei forti, dei ben formati, dei baciati dagli dei. Molto di quel che storicamente gli è seguito parrebbe confermarlo. E tuttavia la necessità di questa rivolta, se egli avesse potuto astrarsi dalla sua stessa condizione sociale (quella di un aristocratico crepuscolare), se fosse uscito all'aperto, nel grande mondo cangiante, penso che anche ai suoi occhi sarebbe apparsa sotto altra luce... Figurarsi!... l'occhio di Nietzsche, il più cristallino, implacabile, sincero, GIUSTO!... 
Per quanto mi riguarda, l'ultima sua immagine, quella più veritiera è la, nella piazza di una Torino stupefatta, abbracciato in pianto convulso a un cavallo...

NOTE

(1) A semplice mo' di esempio. Per il cittadino texano un bimbo di una città qualunque della baraccopoli planetaria non "vale" pressocché nulla – se non, eventualmente, come potenziale lavoratore semi-schiavo o futuro consumatore o persino come deposito d’organi – in confronto a un pargolo (della classe medio-alta) di Houston. I due appartengono a "specie" diverse (sempre più nei fatti) e ciò che li apparenta nell'ideologia è puro costrutto mobile culturale.
(2) Per Aristotele la giustizia (da lui distinta in g. distributiva e g. commutativa) è la virtù etica per eccellenza, fra tutte la più elevata e che tutte comprende e coordina. Essa è solo "riferita ad altro", tende cioè a realizzare non tanto il bene del singolo che la esercita, quanto piuttosto il bene di tutti e di ciascuno, e richiede, per essere tale, l'intenzione deliberata e consapevole della volontà. Distinguendosi in ciò dalla mera legalità e dalla consuetudine.

giovedì 6 dicembre 2012

Romualdi e l'Aristocrazia dello Spirito


di Mario M. Merlino


Adriano Romualdi scelse tre pensatori per rappresentare il mondo d’appartenenza a cui una Destra autentica avrebbe dovuto fare riferimento. Evola Platone Nietzsche. Di Evola sappiamo il profondo legame che li univa. Non è casuale che fosse l’unico a cui il Barone desse del ‘tu’ e, forse, non è casuale che la sua morte avvenisse ad un anno da quella di Adriano. Ricordo una conversazione telefonica, l’argomento era Carlo Michelstaedter oggetto della mia tesi, e di una voce stanca, quasi spenta, breve e con pause affannate, pochi mesi prima della sua morte e del suo corpo, ormai poca cenere, sparso sul ghiacciaio del Monte Rosa. Evola che era stato al margine del Regime fascista, da alcuni esponenti osteggiato e minacciato, sebbene Mussolini apprezzasse i suoi scritti sulla razza, che lo storico Renzo De Felice riconosce fra i pochi di spessore e dignità. E, va ricordato, come fosse fra i primi ad accogliere il Duce al suo arrivo a Monaco, dopo la liberazione dal Gran Sasso.
 
Julius Evola diviene un punto di riferimento, in contrasto ad esempio con i seguaci ed estimatori del pensiero di Giovanni Gentile, con tutti coloro che, difendendo la validità dei Patti Lateranensi, si riconoscevano nel cristianesimo e nel trinomio dio-patria-famiglia. E lo diviene nel dopoguerra, ormai lesa la spina dorsale, nel suo appartamento di Corso Vittorio. A lui si rifaranno i giovani dei F.A.R. portati alla sbarra in uno dei primi processi al neofascismo. Poi i cosiddetti ‘figli del Sole’. Insomma una figura al confine dell’eresia o, se si preferisce, ben poco allineato con la storia gli uomini le idee che avevano caratterizzato il Fascismo. Alla ricerca, dopo la sconfitta – e, purtroppo, di sconfitta, il 25 luglio e l’8 settembre, indecente e servile, duole riconoscerlo – di figure che potessero, nella loro sostanziale estraneità, sostituire una paternità sovente indifendibile. E i cui eredi ufficiali reagivano alla presenza di Julius Evola, che consideravano una sorta di intrusione a cui dovevano piegarsi, con critica riflessione, dialettica approfondita, argomentazione di spessore e contenuti… insomma a diffondere la diceria che portasse jella!

Una delle prime volte che ebbi occasione di soffermarmi a parlare con Adriano fu all’Università La Sapienza. Ero da poco iscritto alla facoltà di filosofia che, in quegli anni e ancora per diversi a venire, avrebbe coabitato all’ultimo piano di Lettere. Egli mi espresse l’intenzione di arrivare ad una pubblicazione su Platone, a cui stava già lavorando, e mi chiese se volevo dargli una mano. Non certo perché ne avesse realmente bisogno, ma perché egli credeva fermamente ad un’idea di militanza che avesse forti basi di formazione culturale. Proprio nello studio sul filosofo greco avrebbe ricordato come egli si ispirasse alla visione aristocratico-guerriera di Sparta, nobilitata da un forte accento culturale. L’ideale della kalos-kai-agathia, l’armonia delle forme con un animo retto, quale premessa di quella Res-pubblica governata dai filosofi. Un Platone politico ed educatore ( sinonimi se si vuole guardare in grande!) più che filosofo della dialettica, delle idee. E, qui, interveniva con l’influenza che Platone aveva esercitato su pensatori nazional-socialisti, tanto da essere considerato una sorta di ‘padre’ del mondo e della vita, con gli studi del Dumézil sulle religioni comparate e in particolar modo con il rapporto esistente ordine del mondo = ordine castale.

 Perché, per Adriano, attraverso il Fascismo, quale fenomeno europeo e, quindi, capace di accogliere la storia fin dai suoi esordi, bisognava arrivare al Nazional-socialismo, luogo di quel Nuovo Ordine incarnato dalle Waffen-SS (si metta a confronto il medesimo sentire di Leon Dégrelle) e il mito che andava proposto della battaglia di Berlino, dove un pugno di francesi scandinavi spagnoli giovani della Hitlerjugend s’erano battuti fra le rovine della capitale del Reich. La finis Europae paragonata al solstizio d’inverno, Juppiter Sol Invictis, dove la coltre mefitica stesa sul nostro continente si sarebbe un giorno dissolta per rinnovare la storia e la cultura che il destino ci ha attribuito.

Infine Nietzsche. Il Nietzsche della grande politica, dell’aristocrazia dello spirito, dei barbari dall’alto, della bionda bestia da rapina, di un ordine modello monastico-guerriero, libero dai bisogni materiali e detentore del potere… Anche qui accogliendo l’interpretazione che ne aveva dato, per primo, il filosofo Alfred Baeumler. Il Nietzsche che reagisce alla mitologia egalitaria, democratica socialista cristiana. Il Nietzsche che rivive in Hitler a cui la sorella del filosofo aveva dato in dono il  bastone da passeggio. Insomma un Nietzsche antidoto, farmaco alla malattia in cui è sprofondato l’uomo europeo.

Tre pensatori, che furono e sono ‘inattuali’, nell’ampia definizione dello stesso Nietzsche. Un Evola ormai abbandonato da una destra (Romualdi la scriveva con la maiuscola, si badi bene!) che ha trasformato la Tradizione nelle feste patronali ove ciò che conta è lucrare, con palestrati in armature di latta da antichi soldati romani, con la bava alla bocca dietro i modelli consumistici borghesi liberal-capitalisti, da fanciulle che riconoscono la loro femminilità solo dalle tette rifatte i culi rassodati i labbroni a forma di cuore… Platone, che avrebbe voluto reagire alla decadenza della città-stato cambiare l’animo dei tiranni e che si salvò a stento da Siracusa e che ebbe la fortuna di morire prima che il suo discepolo Aristotele lo insultasse aprendo una scuola con i soldi dei macedoni, i nuovi dominatori. Solo Nietzsche s’è salvato. Già, ma quale Nietzsche? Un pensatore da lettino di psichiatra capace di lenire le ondate ormonali di adolescenti con brufoli e complessi edipici… E lo stesso Adriano… Con De Felice un Fascismo contenitore vuoto ove Mussolini ne fa l’uso personale e spregiudicato e che altro è – un altro irriducibilmente estraneo e conflittuale – con il Nazismo.

 In quel fosso della via Aurelia, con il cambio conficcato nel costato il sangue che stilla e porta via con sé l’esistenza minuto dopo minuto ora dopo ora cosa avrà pensato? Forse all’ultima pagina di Gilles di quel Drieu la Rochelle che egli amava… Gli dei che muoiono, gli dei che risorgono. Nietzsche affermava che il sangue non è necessariamente un buon testimone. Vero. Eppure, a volte, è migliore dell’inchiostro.