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lunedì 13 maggio 2013
L’Essere e il Nulla…
di Mario M. Merlino
Ieri sera sono stato a cena in un ristorante con annesso maneggio di cavalli, un ristorante di classe con una serie di antipasti e primi piatti raffinati, con clienti di classe in una zona di Roma anch’essa di classe. Insomma tutto il contrario di quel Fascismo ‘immenso e rosso’, di quell’ Italia proletaria e fascista’ di cui parlava il Duce a metà degli anni Trenta e che riprende nel momento in cui annuncia l’entrata in guerra, il 10 giugno del ‘40. Insieme ad amici e camerati affettuosi ospitali intelligenti, con cui ho condiviso parte della mia giovinezza, straordinaria e irrequieta, mai negoziabile nei gesti d’allora né nella memoria.
Ed io, si sa, mi sento prossimo a questo Fascismo, che non è soltanto mani callose ascelle sudate canottiere sdrucite sigarette senza filtro sfilatini con frittata e broccoletti. Certo è il Fascismo dello squadrismo anni Venti forse un po’ becero, dichiaratamente violento, manganello olio di ricino pugnale e bombe a mano, provinciale d’estrazione e forse in prospettiva, con i BL 18 sulle strade sterrate e tutte sassi, a sfidare le città cominciando con l’ammainare le bandiere rosse dai municipi e facendo roghi in piazza con le suppellettili delle sezioni socialiste e popolari. Marcello Gallian, il suo romanzo Il soldato postumo. E’ il Fascismo di Berto Ricci che realizza una delle riviste più interessanti e radicali del Ventennio, L’Universale, e ai sette invitati al suo matrimonio può offrire soltanto un cappuccino in piedi davanti al bancone del bar.
Insomma quel Fascismo, a me ben caro e a cui accompagno una certa irriverenza libertaria senza avvertire eventuali contraddizioni anzi, direi, considerando il suo percorso il più originariamente autentico e carico di molteplici doni per l’avvenire. Certo esso non possiede alcun bagaglio dottrinario, opere o saggi, e neppure chi ne condivida i termini del suo essere fino a negarne l’esistenza storica. (Di questo ne ho fatto una serie di interventi, mi pare sei, che sono stati l’esordio prepotente con gli amici di Ereticamente).
Il tavolo troppo lungo, il vociare di troppa gente mi hanno impedito entrare nella discussione che si è aperta tra Stefano e Mario se l’identità sia una proposizione propositiva (si è perché si è qualcosa e per qualcosa) oppure possa darsi anche per negazione (ciò che non m’aggrada ciò in cui non mi riconosco mi fa sentire prossimo a chi condivide questa avversione questa diversità). Nel cielo dei filosofi lo scontro è tra l’Essere e il Nulla…
Ed è stato (apparentemente) facile – conosco l’incalzare di Stefano, la forza dialettica con cui riesce ad imporre il suo punto di vista, il prendere l’altro per stanchezza e (si incazza quando glielo dico) seguendo una strategia, più che del metodo socratico il suo riferimento mi sembra essere lo spirito ‘giacobino’ della ghigliottina. La cultura dell’Occidente è figlia di Platone ed Aristotele, di quel volo notturno dell’uccello di Athena come lo definiva Hegel, anche lui della medesima partita, dove l’avversario è costretto ad inchinarsi e mostrare la gola (come fa il lupo battuto dal capo-branco) di fronte alla visione unitaria e granitica di cui la dea Ragione fa salda guardia.
(Berlusconi era il banale oggetto del contendere a cui Mario, in spirito anticomunista, ne riconosceva il tratto ‘simpatico’. Che libidine entrare a scuola, m’è apparsa l’immagine plastica e luciferina, dopo l’esito delle elezioni e vedere i volti sfatti le occhiaie il colorito giallognolo e fegatoso dei miei ‘colleghi’ che, tronfi arroganti sicuri e protetti dall’ideologia, la fede non si discute è dogma, prima delle elezioni annunciavano di scavare la fossa al Cavaliere. E, a scanso equivoci, con cui ho da condividere solo la ‘dentiera’ e l’amore immarcescente per le donne!).
Eppure – senza scomodare quelli della ‘mia’ parte (dai sofisti agli scettici, da Nietzsche ad Heidegger, passando per l’Unico di Stirner) – m’è venuto a mente l’arenile di Romagna, ampio sabbioso con l’acqua che pigra lo lambisce, dove si costruiva un montarozzo di sabbia bianca e fine e uno stecco al centro. Il gioco della ‘polenta’, lo si chiamava. Ed ognuno di noi ne staccava una manata fino a pagar penitenza chi lo faceva cadere. Così è l’Essere che si erge orgoglioso e sicuro, ma il cui fondamento è il nostro esperire quotidiano, il prezzo che dobbiamo pagare alla Geworfenheit, quell’essere gettati a caso nel mondo (liquidato da Julius Evola nell’ultima pagina di Cavalcare la tigre con poche aristocratiche righe), tutti, chi pigri accettando chi titani correndo incontro al proprio destino. Noi, granelli di sabbia, vittime dell’inesorabilità del tempo e delle circostanze, destinati a sparire e lasciare sovente una traccia fasulla del nostro passaggio o, più spesso, rapidamente inghiottiti dalla dimenticanza. Noi, eppure e appunto, senza di noi (nelle Upanishad l’atman si confonde con il brahma) come potrebbe l’Essere reggersi e dominare il gioco crudele delle nostre finite esistenze?
lunedì 8 aprile 2013
Vecchi cari compagni che tristezza i vostri nipoti...
di Mario M. Merlino
Da militanti anni ‘60 del MSI (la mia permanenza ebbe breve durata, meno di tre anni) e delle organizzazioni giovanili dentro e fuori del partito avevamo una sorta d’invidia, che si trasfigurava in alcuni in vero e proprio mito, per la formazione dei quadri del PCI. Un’aurea di leggenda, un po’ tenebrosa (il che eccita le anime assetate d’avventura e lettrici di Emilio Salgari), circondava la scuola delle Frattocchie, alle porte di Roma.
Parto subito con un ricordo personale ( ‘E vai!’, si dirà qualche lettore ormai assuefatto a simili esternazioni, mentre io ho il sospetto che questi miei interventi su Ereticamente si stanno trasformando nel lettino dello psicanalista…Il negriero trasformato in Herr Doktor Freud!). Andiamo ad attaccare manifesti, ragazzini ed incoscienti, spingendoci fino in via delle Botteghe Oscure (quale nome appropriato per la sede nazionale del PCI!) e dintorni. Qualcuno ci vede e avverte il servizio d’ordine che staziona in vigile e permanente all’erta. Ne arrivano quattro o cinque, fisico armadio a doppia anta, mani come palanche, naso da mastino napoletano. Gli altri buttano secchio e pennello e scappano. Io no. Non per coraggio o amore della sfida, credo, solo che le gambe non mi reggono… Ho in mano il manico della scopa con cui si arrotolano i manifesti. Ridicolo. Mi si para davanti uno di questi orchi, appena uscito dalla fiaba di Pollicino. In un attimo di autocoscienza mi dico: ‘Ciao, Mario, anzi addio!’. ‘Non voglio menarti.’ – mi soffia sul viso, respiro di sollievo (il mio) – ‘Parliamo. Perché io, che sono proletario, sono comunista e tu, borghese, sei fascista’. Tenta di convincermi, io lo ascolto docile e annuisco con la testa. Non mi ha convinto, ma – lo confesso – sul momento ho pensato che era poco ‘educato’ dissentire…
Morale della storia: quelli erano i compagni, forse ‘trinariciuti’ come li definiva il buon Guareschi, che guardavano all’Unione Sovietica, madre di tutte le rivoluzioni, e che, segretamente dopo il XX Congresso, avevano nel cuore ‘a da veni’ Baffone!’. Quelli che non avevano alcun dubbio, esitazione di sorta, tentennamento. Il sol dell’avvenire era prossimo, stava scritto non nelle stelle ma nei testi di Marx, e sulla terra si sarebbe steso un candido velo per rasserenare l’umanità intera donando ogni bene e sanando ogni bisogno (nel frattempo bisognava accettare i cimiteri sparsi in tante parti del mondo con le loro fosse comuni di milioni di dissenzienti, di nemici del popolo, di traditori al servizio del capitale, di piccoli e grandi borghesi malati di egoismo, di piccoli e grandi proprietari terrieri attaccati alle zolle e al recinto con il bestiame). Erano, diciamolo pure, di una estetica tragica e affascinante; nomadi di un sogno grandioso e brutale; ubriachi ad abbracciare un lampione e confonderlo con la luna. Quelli, sì, con cui misurare le nostre forze i nostri ideali il nostro sogno… non quelli che, oggi, fanno la fila davanti ai gazebo o si sparano canne, emanando sudore e stracci quali bandiere nei centri sociali.
Ultima immagine. Sono in aereo per Cagliari. All’università si tiene un convegno sul ’68. Sono tra i relatori. Accanto a me siede il giornalista ed amico Sandro Provvisionato. Fine anni ’90, mi sembra di ricordare. Mi dice, riferendosi proprio alle Frattocchie, del suo fallimento se, dopo i D’Alema, vi sono dirigenti come i Folena i Fassino… Nostalgia di quella classe politica che era stata capace di sopravvivere nella Mosca di Stalin e ai ricorrenti processi e purghe (si legga, ad esempio, Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler); che s’era costruita titoli di merito con il colpo alla nuca e la tortura nella Spagna della guerra civile (si legga, ad esempio, Omaggio alla Catalogna di George Orwell); che nella ‘nostra’ guerra civile era stata la più agguerrita e brutale fino allo scannamento e allo scempio di piazzale Loreto (ai miei alunni Armando Cossutta disse esplicitamente, riferendosi alle carrette cariche di fascisti assassinati a Sesto San Giovanni, nell’aprile del ’45, che costoro ‘non erano neppure uomini’).
Anche questo va rimproverato al nostro tempo: averci tolto il nemico da guardare negli occhi o, come diceva Nietzsche, ‘voi dovete essere soltanto nemici cui si convenga l’odio, non il disprezzo’. Oggi sappiamo, certo, chi sono i nostri nemici, ma non li vediamo. I consigli d’amministrazione, i detentori delle grandi banche, l’usura elevata a norma, i finanziatori delle testate giornalistiche. E, in televisione, ci appaiono compresi nella serietà del ridicolo le loro maschere… E quel comunismo, di cui rifuggimmo in modo subitaneo e definitivo le lusinghe, dov’è andato ad infrangersi? Non tra le macerie di Berlino difesa da un pugno di volontari europei e da quei ragazzini con il panzerfaust, no, per qualche lattina di coca-cola per un concerto di musica rock all’Est e, da noi, la cravatta intonata ai calzini la pelliccia e i salotti bene di Roma dal ventre caldo e le cosce accoglienti…
domenica 17 marzo 2013
L' arco e la freccia
di Mario M. Merlino
Devo premettere come questo mio intervento nasca da un aforisma di Nietzsche – forse a me ignoto o abbandonato dalla memoria - , che l’amico Giacinto R. ha messo su FB e dandomi così il destro a fare quattro chiacchiere a distanza con i lettori di Ereticamente. E, come ormai sanno e sopportano (mi auguro), prenderò da lontano l’argomento e, va da sè, con divagazioni dell’immarcescibile Io-Io-solo Io-sempre Io… Da bambino e, poi, da ragazzotto ardito e fiero (si fa tanto per non perdere il vizio!), ero assiduo frequentatore di tutte le sale cinematografiche ove si proiettassero film western o kolossal pseudo-storici o, ancora, di forzuti eroi mitologici. Insomma la ricerca di miti e modelli a compensare un fisico scadente e un profilo assai bruttino premessa, se vogliamo dare al destino un ruolo significativo, a quella spranga e bottiglia immortalate nel celebre poster su Valle Giulia, 1 marzo del 1968 (se avete pazienza, suvvia!, cum lento pede – suppongo pessima citazione latina – arriveremo a giustificare il suo riferimento).
Ricordo, ad esempio, Sinuhe l’egiziano, anno 1954, tratto dal romanzo dello scrittore finlandese Mika Waltari, anno 1945, di cui credo avere ancora una copia se non abbandonato, al quanto mal volentieri, insieme ad altri tre o quattrocento libri durante il trasloco di casa in casa. E, con l’ultima citazione latina, ‘omnia mea mecum porto’, attribuita da alcuni a Simonide, mi consolo, pur rosicando interiormente… Va be’, sia il libro che il film sono libere trasposizioni de Le avventure di Sinuhe, fra le più importanti opere della letteratura dell’Antico Egitto tanto da divenire oggetto di studio nelle scuole, per cui abbiamo innumerevoli reperti in cocci pietre manoscritti, pur se frammentari. Fra l’altro si narra di come gli egiziani venissero battuti dagli Ittiti, popolazione indo-europea, di certo meno raffinata e colta, ma in possesso dell’uso d’armi di ferro e del carro da guerra (si pensi a quell’episodio fondamentale all’interno del poema epico indiano Mahabharata, la Bhagavad-Gita , ove il dio Krishna parla attraverso il cuore ad Arjuna sul campo di lotta. Arjuna, valente guerriero, guida un carro da battaglia e viene descritto abile arciere. Caratteristiche, dunque, comuni alle genti Arya. Inoltre, alle esitazioni ‘umane, troppo umane’ contro l’uccidere in guerra, Krishna insegna – e anche qui siamo all’interno di quell’universo valoriale degli indo-europei – l’impersonalità dell’agire, quel senso del dovere a cui deve adeguarsi ogni giusto comportamento dell’uomo).
Ed eccoci all’aforisma di Nietzsche: ‘Solo chi ha la freccia e l’arco è capace di assidersi silenzioso: tutti gli altri sono chiacchieroni litigiosi’. Grazie, Giacinto, ma ora cammino con le mie gambe… Proverò a dare ad esso una duplice risposta così come ho rilevato, in precedenza il duplice motivo di superiorità delle genti Arya, cioè il possesso di strumenti da combattimento superiori (si pensi alla falange macedone o alla legione romana) e ad un atteggiamento di disciplina di fronte alla vita (basterà qui rinnovare l’immagine del soldato romano, tanto cara ad Oswald Spengler, rimasto fedele alla consegna durante l’eruzione del Vulcano che distrusse Pompei ed Ercolano). L’arco è arma da usare a distanza e la freccia il mezzo che colma questa distanza. ‘Prendere le distanze’, come il ‘lasciare la presa’ per gli orientali, indica una consapevolezza più grande, un’audacia più grande, una visione più grande, simile all’aquila amica di Zarathustra. Ed è il presupposto per quell’’amor fati’ con cui Nietzsche ci avverte e ci ammonisce: amare il proprio destino equivale a stare in piedi fra le rovine, danzare a passo lieve come il dio Dioniso, andare al di là del bene e del male, accettare l’esistenza quale ‘eterno ritorno’… Scegliere per non essere scelti (o, se si preferisce con maggiore correttezza filologica, dato che siamo scelti, facciamo ‘nostra’ questa scelta) e, ancor più con il merlinite linguaggio, ‘faccia al sole e in culo al mondo’…
Varrà la pena ricordarlo e farne lezione quando e se verranno ulteriori mala tempora. Se, poi, tutto questo a cui siamo sottoposti è nichilismo (‘l’oggi appartiene alla plebe’, ricorda sempre Nietzsche), noi nichilisti attivi, per cui aderimmo al Fascismo ‘immenso e rosso’ quale volontà di reazione/rivoluzione trasformando le masse in popolo, bene saremo ‘bastonate e barricate’ ideali se non abbiamo più l’età per battere ‘in piazza il calpestio delle rivolte’, per dirla con il poeta futurista russo Majakovskij.
Al convegno di mercoledì 13 marzo, all’Universale, dal titolo La lunga marcia del ’68 (ecco svelato il riferimento a Valle Giulia), parlando dell’anarcofascismo della cultura di destra, esprimevo il mio augurio che, dopo il populismo, autentico o meno che sia, del fenomeno Grillo, si aprisse la stagione dove ognuno di noi deve stabilire se stare su posizioni di retroguardia a difesa, di fatto, di banche urne borghesi timorosi magistrati inquisitori manganelli manette e lacrimogeni oppure quel ‘vivere in costante pericolo’ e, cioè, essere comunque e nonostante tutto esseri in cammino esseri contro, incuranti di chi possano essere i compagni di strada il colore delle loro bandiere magari il vetero anacronistico linguaggio, da cui non riescono a liberarsi, perché solo così incontreremo ‘in quantità di sacrificio ed amore’ il popolo…
E ancora una considerazione: se, poi, l’arco e le frecce fossero la forza con cui il potere di sempre, l’oro contro il sangue, si manifesta tramite banche ed urne, che almeno si sia capaci di guardare avanti a noi e vedere lo scoccare e il sibilo e il giungere della freccia letale senza giustificazioni lagne consolazioni (ancora una volta ho sentito dire il solito ritornello che abbiamo intuito ragionato capito, ma sono stati gli altri a scippare intuizioni ragioni capacità di tradurre in atto le nostre analisi dotte e precise!). Soprattutto evitiamo di fare come i topi che abbandonano la nave… A Campo di Fiori la cupa statua di Giordano Bruno ci ricorda come un cronista del tempo ricordasse che il filosofo accettò di essere arso al rogo nella pubblica piazza perché ‘martire e volentieri’. E noi – io credo e lo credo fermamente – siamo e possiamo essere della razza dei vincitori… nel nostro cuore, nella mente, con stile e, se occorre, in piazza.
domenica 3 marzo 2013
Una spiaggia deserta dove fermarsi a riflettere
di Mario M. Merlino
Oggi vi voglio raccontare una storia. Forse un po’ incerta, ma autentica. Quando avrò la possibilità di raccogliere dettagli più precisi, diventerà – è una ideuzza che mi frulla in testa – l’inizio di un libro che dovrei riuscire a scrivere a quattro mani (purchè non si finisca a quattro zampe!). In estrema sintesi: è la vicenda di due giovani che, intrecciando e separando di volta in volta la loro esistenza, partecipano all’esperienza della Repubblica Sociale e agli avvenimenti del dopo guerra fino al ’68. (Ieri era l’anniversario della ‘battaglia di Valle Giulia’, come venne chiamata nel poster in cui il sottoscritto e tanti camerati si fecero valere in prima fila. Avrei dovuto e potuto farne un momento epico rievocativo riflessivo su Ereticamente, ma non ho voluto per non tradire la mia natura di guerriero capace di coltivare in umiltà e silenzio le virtù della spranga e della molotov…).
Torniamo alla storia, che qui m’interessa proporvi. Se, poi, sottintenda una morale e quale essa sia, la lascio all’intelligenza del lettore. Magari collegandola ai due articoli precedenti in clima post-elettorale. Con la premessa che ero un ragazzino quando un vecchio bagnino me l’ha raccontata; da qualche parte poi vidi una fotografia del barcone (con il nome di una santa, mi sembra). Tutto qui.
Vi fu un anno particolarmente freddo sulla costa adriatica e a Rimini in particolare. Siamo durante gli anni Trenta, forse alla fine degli anni Venti. Certo il Fascismo ha conquistato il potere ed ormai l’ha ampiamente consolidato. Cadde una nevicata, quell’inverno, improvvisa fitta imprevista abbondante. A largo una paranza, per il troppo peso della neve, affondò e, nelle acque gelide, perirono tutti i pescatori che erano a bordo. Una tragedia del mare, il rischio di chi sfida il vento e l’onda. Solo il mozzo si salvò. Quella mattina, invece d’essere con gli altri a gettare le reti, si trovava nella piccola cella della stazione dei regi carabinieri.
Era accaduto che, il giorno precedente, mentre erano in navigazione, uno dei marinai s’era fatto vanto delle sue imprese squadriste. In una occasione erano partiti, lui ed altri camerati, per dare una sonora lezione ad un avversario nella zona del ravennate. Costui si trovava a tavola con i familiari in un isolato casale di campagna. All’intimazione di uscire, ben consapevole di cosa l’attendesse, s’era aggrappato al bordo del tavolo cercando di resistere a chi, strattonandolo, cercava viceversa di trascinarlo all’aperto. Allora, aveva proseguito il pescatore, egli aveva estratto il pugnale e l’aveva conficcato sul dorso della mano. A sentir questa storia, il tono della voce, lo sghignazzare, il mozzo s’era fatto rosso d’ira e di sdegno e l’aveva insultato, ricevendo la minacciosa risposta di pagarne le conseguenze al ritorno a terra. Così il maresciallo dell’Arma s’era premunito di rinchiuderlo nella cella di sicurezza – per il suo bene – in modo che si decantasse l’accaduto… La lite le minacce la benevolenza del maresciallo frutto del caso o della necessità? Qui cozzano i marosi del pensiero occidentale in costante contrasto fra loro; su questa plaga deserta vengono ad approdare i rottami del domandare. Forse è superficiale affidarsi ai luoghi comuni dove la saggezza dei fessi, i proverbi ad esempio, suggerisce come dove tutto appare perduto là si annida la salvezza.
(Apro una parentesi personale. Sovente mi dico di essere stato un uomo fortunato. - Ah, oui les femmes non l’argent? -… Mi riferisco all’essere finito fra i primissimi nelle maglie della repressione di qualche strategia interna deviata proveniente d’oltre-oceano o vento gelido degli Urali cortina di bambù interessi dollaro sette sorelle complotti gladio bianche gladio rosse intrigo segreti di Pulcinella massoneria l’ombra d’Israele fascisti su Marte cancrena colonnelli generali sceicchi kamikaze brigatisti brigadieri briganti. Intanto perché ho completato gli studi e mi sono laureato, realizzando nel proseguo e con qualche zeppa di troppo, messami di traverso, l’aspirazione di fare l’insegnante, maturata da adolescente al liceo. Soprattutto perché ho evitato la tentazione di provare la potenza delle mani trasformate in strumenti decisionali di vita e di morte…).
Mi dicono che qualcuno propone di fare un passo indietro, nella galassia prossima al numero zero, per il bene della causa comune (o propria?); altri che indugiano in dotte giustificatorie analisi dove ci si assolve – in clima di aspirata restauratio ecclesiae - e si delega ad altri ogni responsabilità. Non ricordo se Pinocchio tirò contro il grillo parlante una ciabatta… Un tavolo di confronto ove sedersi, con animo scevro da personali tatticismi, per trovare – ennesima aspirazione con reiterato tentativo – l’unità dell’area, magari senza chiedersi preventivamente se siamo ancora su terreno edificabile o dissestato dal terremoto o reso fanghiglia. Tutti, in fondo, timorosi d’essere relegati a un ruolo secondario rispetto a quello di custodi del niente…
Avevo anticipato che non avrei fatto della morale; che avrei lasciato al lettore cercare le possibili coordinate con il presente. Vedo che sto scivolando in questa direzione. Nietzsche scrisse ‘al di là del bene e del male’, poi, però, cercò la via ove realizzare la trasmutazione d’ogni valore e solo la follia, l’abbracciare un ronzino a piazza Carlo Alberto a Torino, lo salvò da proporsi novello Mosè con la tavola delle leggi in mano… Allora mi fermo alla storia che vi ho raccontato. Al possibile libro che ho in mente – e che, intanto, da modesto piazzista comincio a reclamizzare -. Alla Rimini che, in anni successivi, mi avrebbe visto crescere, imparando prima a nuotare e andare in bicicletta che a camminare sicuro e senza dande. Mi fermo là dove, con un confronto tutto personale, affido alle sbarre e ai chiavistelli, più che alla mente e al cuore, il cammino che m’ha reso amico, come lo Zarathustra, l’aquila e il serpente, la sfida e la prudenza (nei punti esclamativi! Nelle certezze di adamantino nitore! In ogni atto giustificatorio ed assolutorio sulla straordinaria leggerezza del nulla contro ogni pesantezza dell’essere!)…
giovedì 28 febbraio 2013
Un monito per questo volgare presente
di Mario M. Merlino
Al termine della guerra franco-prussiana, che stabilì la nascita del Secondo Impero nella sala degli specchi a Versailles (18 gennaio 1871) e la supremazia della Germania nell’Europa continentale, la città di Parigi, che aveva sostenuto un durissimo assedio da parte delle truppe prussiane, insorse contro il governo borghese che aveva sottoscritto una umiliante pace. Si determinò un movimento popolare, noto con il nome di ‘la Comune’, che alzò la bandiera rossa a proprio vessillo ed istituì un governo popolare di stampo socialista. Carlo Marx ebbe parole d’elogio per l’avvenimento e scrisse espressamente La guerra civile in Francia, 30 maggio 1871, pochi giorni dopo il suo tragico e feroce epilogo. Il principe russo Michele Bakunin, di fatto padre del’anarchismo moderno, affermò ‘c’è la vera anarchia!’, conoscendo i progetti e le realizzazioni intraprese. (Mi esento di farne una storia dettagliata, visto che altro è l’intento di questo mio scritto). Anni dopo, nel 1888, su testo di Eugène Pottier e musica (molto coinvolgente) di Pierre Degeyter, fu creato a sua memoria quel canto, l’Internazionale (‘Su compagni lottiam – nostro fine sarà – l’Internazionale – futura umanità’), che divenne l’inno ufficiale del movimento comunista.
La Comune ebbe vita breve, dal 18 marzo al 28 maggio del ’71, accerchiata Parigi dalle truppe del governo Thiers e guidate dal maresciallo Mac Mahon. In premio fu poi nominato presidente della repubblica, 1873, espressione dei conservatori dei clericali dei filo-monarchici. Fu un secondo assedio, ancor più brutale di quello tedesco. Il 21 maggio i soldati riuscirono ad aprirsi una serie di brecce e penetrare in città. La lotta si trasformò in una carneficina indiscriminata. Strada per strada, casa per casa. La ‘settimana di sangue’ vide oltre ventimila fucilati senza contare quelli dei giorni successivi, i processi, le condanne durissime nei bagni penali, l’esilio dei sopravvissuti. Gli ultimi combattimenti si ebbero all’interno del cimitero di Pére Lachaise, all’arma bianca fra le tombe scoperchiate dal tiro alzo zero dell’artiglieria. Lungo il muro di cinta è possibile, oggi, vedere il luogo ove un centinaio di superstiti vennero passati per le armi e dove, scavata una fossa, vi furono gettati gli assassinati portati con le carrette da ogni parte della città. Costoro andavano alla morte e gridavano in faccia ai plotoni d’esecuzione: ‘à demain la liberté!’…
Nessuna resa al nemico, semmai l’onore delle armi a dei vinti che seppero essere dei valorosi. Non intendo sposare la causa a cui, dopo un secolo di effetti sovente devastanti e disastrosi, la storia ha decretato la parola ‘fine’ (e con ignominia se pensiamo alle motivazioni e modalità della caduta del muro di Berlino). Anche se i Nicolino Bombacci e i Berto Ricci preferirebbero i comunardi – ed io con loro – ai reazionari conservatori borghesi fautori dell’ordine costituito falliti pavidi tirapiedi portaborse benpensanti, che di fatto non pensano bene, anzi non pensano affatto… Volevo solo ricordare, con un accento forse un po’ troppo pedante e didascalico, che la storia dei partiti comunisti, dei teorici e dei rivoluzionari bolscevichi, di tutti coloro che credevano inesorabile l’avvento del socialismo e si sacrificarono lottarono furono brutali con gli avversari e con se stessi per questa grande speranza (perché comunque fu grande anche se la si legge ormai come illusione ed inganno e noi avemmo la fortuna ed il buon gusto di non cadere nella sua trappola) prendevano le mosse, vivendola nell’immaginario quale episodio eroico collettivo e antesignano, da una sconfitta, sanguinante ferita mai rimarginata.
Ho ritrovato fra libri e riviste la fotografia di un carro armato sovietico, con un grappolo di soldati festanti, che percorre una strada disselciata nel centro della capitale tedesca. Sono gli ultimi giorni di aprile del ’45. Sul muro qualcuno ha vergato con la vernice bianca e a caratteri cubitali ‘Berlin bleibt deutsch’. Sulla battaglia di Berlino Adriano Romualdi scrisse Le ultime ore dell’Europa, stampato nel 1976 (Adriano era morto già da tre anni) e ristampato nel 2004, quale raccolta di scritti vari sul medesimo tema a lui tanto caro. Fra le macerie della città si compie il destino dell’Europa, la Finis Europae, e non soltanto del nazionalsocialismo e del suo Capo, volutamente prigioniero del bunker e pronto a non cadere vivo nelle mani del vincitore. I volontari francesi scandinavi spagnoli e di tante altre nazionalità, tutti appartenenti a quell’esercito nato e concepito non soltanto in funzione anti-bolscevica, ma premessa e promessa in armi di un nuovo ordine, che fu le Waffen-SS, non si battevano certo per quel piccolo uomo dallo sguardo magnetico e i buffi baffetti a spazzola. Saint-Paulien ne I Leoni morti lo esplicita chiaramente. Essi si battevano perché duemila anni di civiltà non venissero spazzati via dal vento proveniente da oltre gli Urali, mentre un altro vento, altrettanto se non più minaccioso e invadente, aveva attraversato le acque agitate dell’oceano Atlantico. Quella battaglia, quella sconfitta, dovevano divenire – questo era l’auspicio di Adriano – il mito fondante la rinascita e la rigenerazione della gioventù europea. Come per il solstizio d’inverno che sembra avvolgere nelle tenebre la luminosità del sole e, al contrario, sempre comunque e nonostante tutto esso è destinato a vincere…
Dicono che la storia nulla ha da insegnare e che gli uomini ripetono i medesimi errori, simili al tormento di Sisifo e della pietra eternamente rotolante. Si potrebbero portare molteplici esempi e per chi ha coltivato, fin da adolescente, il suo studio lo sa bene. A differenza del filosofo Hegel, che intendeva la storia il luogo principe ove si realizzano i fini della ragione, il mio nichilismo mi rende diffidente e vi trovo, al contrario, lo spazio deputato all’errore al kaos alla nientità. Non per questo mi faccio preda dello sconforto della disperazione dell’inanità. Nel pubblicare I Proscritti Ernst von Salomon volle apporre, nella parte terza, una considerazione di Ernst Juenger ‘al cuore si può sempre applicare il vecchio detto: le rovine non bastano a seppellire gli impavidi’. Ed io ricordo ancora quanto affermava un giovane ufficiale delle SS e che, cioè, l’aristocratico combatte anche quando è sicuro di perdere. Ivan Morris ha scritto La nobiltà della sconfitta sull’etica del bushido, dei samurai in Giappone. Ma, se preferite, anche questo non è il punto perché, va da sé, la scelta è patrimonio personale ed ognuno decide se salire sulle barricate o restarsene a casa…
La tragica fine della Comune non ha impedito al comunismo di rendersi una forza e per un secolo rappresentare una spinta per milioni di uomini nel tentativo (certamente vano perché fondato su premesse errate della condizione umana ben più complessa del solo appagamento delle necessità materiali) di realizzare un mondo capace di risolvere i bisogni dell’uomo. Così La battaglia di Berlino, pur nell’annichilente crepuscolo degli dei, nella demonizzazione dei suoi uomini idee e motivazioni, noi avvertiamo che fu una splendida ed esaltante avventura, mai intesa come epilogo, fondamento di tanta parte della nostra identità e volontà di lottare. E vogliamo credere che una notte, intorno al fuoco, su qualche spuntone di roccia, con il corpo infreddolito e l’animo ardente, sopra di noi le stelle, sentiremo lento e inesorabile il rullo, prima impercettibile e lontano, di cento e mille tamburi e la voce dei ‘nostri’ che ci chiamano ed esigono che si rinnovi l’eterna guerra del sangue contro l’oro. Antichi dei per nuovi guerrieri…
Queste eco di carattere storico contengono una morale? Non sono un confessore non sono uno psichiatra non sono più dietro la cattedra… forse solo un monito per questo volgare presente. Che in ogni veleno si annida anche il suo antidoto…
sabato 16 febbraio 2013
Querelle intorno ad un libro non ancora pubblicato: Piero Vassallo e il (suo) “delirio” teologico
di Giovanni Sessa
Quale gradita sorpresa è stata la mattina del 7 febbraio scorso, leggere sulla rivista telematica “Riscossa cristiana” un articolo dal titolo “Andrea Emo e Massimo Cacciari, seminatori del delirio teologico a destra”. Infatti, l’incipit del pezzo in questione è dedicato ad un mio libro, La meraviglia del nulla. La filosofia di A. Emo, non ancora uscito per i tipi dell’editore milanese Bietti e che sarà nelle librerie solo fra qualche mese. Quale onore, mi son detto!
Solitamente, come è noto, non solo non godo di buona stampa, ma ahimè la stessa sorte condivido con quanti, certamente studiosi più seri e meritevoli di attenzione del sottoscritto, non sono inseriti nei circuiti editoriali gestiti dall’establishment culturale del nostro paese. Passata l’iniziale sorpresa provocata dalla vanità intellettuale che, come ben sa l’estensore del pezzo di “Riscossa cristiana”, contraddistingue noi frequentatori dei salotti guénoniani-adelphiani (sic!), ho cominciato ad interrogarmi su come l’autore potesse parlare di un libro che non è stato ancora pubblicato e che quindi non può ancora aver letto. Scorto il suo nome alla fine dell’articolo, l’arcano è stato immediatamente risolto…. Piero Vassallo.
I casi sono due, ho pensato: 1) in questo studioso cattolico, visti i trascorsi evoliani, la conversione non è riuscita a cancellare del tutto il retaggio profondo della cultura d’origine. Pertanto deve essere sopravvissuta, nelle profondità inconfessate del suo spirito, una vocazione “magica” che gli ha permesso di leggere il non pubblicato. Oppure: 2) come in ogni convertito che si rispetti, la volontà di proselitismo e di affermazione della nuova fede, gli ha fatto leggere il mio libro con gli straordinari ma fuorvianti occhiali del pre-giudizio. Ciò lo ha spinto, niente più niente meno, a parlare, pensate un po’, di un titolo.
Del resto, l’incipit dedicato al mio studio “futuribile” sul filosofo veneto, gli ha fornito l’occasione di riciclare un suo scritto, pubblicato il 06/06/2006 sulla rivista telematica “Effedieffe”, nel quale aveva messo con chiarezza in luce la sua lettura totalmente a-teoretica del pensiero di Andrea Emo, protagonista di primo piano della filosofia del Novecento. Ma questo è un altro discorso che, per essere affrontato seriamente, deve prescindere dal livore pre-concetto. E’ quanto abbiamo cercato di fare nel libro La Meraviglia del nulla, al quale rinviamo i lettori, appena giungerà nelle librerie, perché giudichino e valutino. Non del nostro sapere, che è ben poca cosa (a differenza di Vassallo non ci sentiamo né Crociati, né tantomeno Templari) ma della proposta speculativa emiana, meritevole di attenzione e rispetto.




















