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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

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Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

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domenica 24 marzo 2013

Violentato "Il Campo della Memoria"


di Mario M. Merlino



Nella notte del 15 marzo ‘i soliti ignoti’ (si sospettano del furto una banda di romeni) sono penetrati all’interno de Il Campo della Memoria, in Nettuno, scavalcando facilmente il cancello o aprendosi un passaggio nella rete di protezione, e hanno asportato le cento targhe d’ottone con su incisi i nomi dei caduti del btg. Barbarigo della X Mas sul fronte di Anzio. Fra i primi ad indossare l’uniforme grigio-verde e riprendere le armi ‘per l’Onore d’Italia!’. Dicono che l’ottone è ben pagato sul mercato nero e, poi, in tempi di crisi tutto diviene monetizzazione. Cosa può fregare a degli zingari del valore simbolico del carico di emozioni e ricordi di quel luogo di quei nomi? Cento giovani e giovanissimi, sei di loro ignoti, che avevano trovato sepoltura nella tomba di famiglia di Raffaella Duelli al cimitero Il Verano di Roma. Era stata proprio lei, già ausiliaria del medesimo battaglione, a raccoglierne i resti, sparsi nell’Agro pontino, nell’immediato dopoguerra. Morti di nessun interesse, morti a cui non si riconosceva dignità e valore, morti che si preferiva ignorarne perfino l’esistenza. Così, mentre gli alleati si adoperavano a edificare un cimitero monumentale e i tedeschi, pur fra le rovine del loro paese devastato, con meticolosa cura si apprestavano ad erigere il loro in località Pomezia, l’Italia accattona e miserabile trasformava una sconfitta in festa con il 25 aprile, ignorava il 10 febbraio del 1947 (data della firma del Trattato di pace dove il governo italiano, già cobelligerante e resistente, veniva omologato alla Germania e al Giappone), stabiliva che una parte di italiani doveva essere cancellata scelta ragioni valore. Insomma, per far citazione letteraria, un Winston Smith in grande, cioè il protagonista di 1984 di George Orwell che si adopera a modificare di volta in volta la storia secondo le indicazioni del Grande Fratello.


Il Campo della Memoria, nome suggerito da Mario Tedeschi (btg. Barbarigo sul fronte di Anzio e successivamente in Piemonte direttore de Il Borghese senatore del MSI prima e poi artefice della scissione di Democrazia Nazionale); disegnato dall’architetto Alessandro Tognoloni (già s.ten. di vascello, dato per disperso in combattimento nei pressi di Cisterna nel tentativo di arrestare con il suo plotone l’avanzata degli Sherman USA, insignito di medaglia d’oro e salvato dagli americani, che lo raccolsero dopo due giorni con il fianco squarciato, in possesso della penicillina); con il contributo dei reduci dell’Associazione Decima Mas-RSI. Per anni luogo ‘privato’ finchè, dopo una lunga battaglia con l’Onorcaduti, divenuto sacrario di guerra. (Nei prossimi giorni, sul mio profilo di fb e su Ereticamente verranno  indicate le modalità con cui contribuire, tramite l’Ass. Campo della Memoria, per ricomprare e rifondere nuove targhe).

Nel 1996 vi portai gli alunni della VB, che dovevano sostenere gli esami di maturità, al termine di un breve ciclo di incontri sulla guerra civile in Italia. Credo di averne già scritto su Ereticamente in altra occasione. Non credo, però, di aver riportato il testo della lettera che Alessandro Tognoloni volle inviarmi e che, incorniciata, si trova a fianco della libreria: ‘Caro professore, con ritardo vengo a ringraziarla per l’atto commovente compiuto dalla sua classe al Campo della Memoria, che ha inteso onorare i Caduti di una guerra ingenerosamente ignorata, ma che fu guerra di giovani che non si sottrassero fino all’ultimo ad ammainare una bandiera alla quale avevano sotteso i propri ideali. Noi, involontari sopravvissuti, intendiamo ringraziare i suoi studenti, sia quelli di uguale fede che gli altri legittimamente distratti da quei valori, perché ben sappiamo quanto sia difficile interpretare le realtà passate e presenti. La loro presenza ci conforta perché in questa Italia dove tutto diventa cronaca il Campo della Memoria possa diventare Storia, storia della Repubblica Sociale Italiana ma, soprattutto, perché si possa sperare l’indissolubile unità di questo meraviglioso paese’.

La Piccola Caprera, a Ponti sul Mincio, è una tenuta agricola trasformata in spazio d’incontro per le varie formazioni in armi della RSI. Il suo proprietario, il comandante del btg. Giovani Fascisti Fulvio Balisti, già legionario fiumano, vicino agli anarchici in Svizzera, sostenitore entusiasta e indomito de ‘la guerra del sangue contro l’oro’,  mutilato della gamba a Bir el Gobi, morendo e qui sepolto con la moglie, volle appunto che vi fosse un momento di raccoglimento re-incontro riflessione, da poeta, chè lo Spirito della Repubblica vi aleggiasse e si rinnovasse nella mente e nel cuore dei reduci e dei loro familiari e amici convenuti. Qui, la prima domenica di maggio del 2001, al termine della cerimonia al campo, fu proprio l’architetto Tognoloni a consegnarmi la tessera della XMas, omaggio del comandante Mario Sannucci, btg. Lupo. E, quando fanno il mio nome, annota con sorriso ironico e accattivante: ‘E’ un nome che ho già sentito…’. Figura solitaria ostica ascetica. In un mattino grigio e a tratti di pioggia, tra due ali di anziani e giovani attenti e raccolti. Parole e gesti ed emozioni di pochi attimi eppure partecipi immarcescenti.

Più volte sono stato suo ospite nei pressi di Porta San Pancrazio, nel suo studiolo circondato da libri su Roma quadri e gufi d’ogni forma materiale provenienza. In una di queste occasioni mi confida, mostrandomi una medaglia d’oro incorniciata e accanto la poesia di Walt Whitman ‘Gloria ai vinti…’: ‘Alla Piccola Caprera, davanti a tutti noi reduci, il comandante Nino Buttazzoni dei N.P. (nuotatori-paracadutisti) mi ha appuntato l’unica medaglia che per me conta’. Poi, abbassando il tono di voce: ‘ Se lo stato italiano mi avesse riconosciuto quella assegnatami dalla Repubblica Sociale, mi troverei ad essere accomunato alla Carla Capponi, agli assassini di via Rasella’. Mi risuona in mente l’esortazione Etiam si omnes, ego non. Sempre a sfida della mutevolezza del tempo e contro l’arroganza dei vincitori. Sempre e comunque tolemaici. E, in altra occasione, avendogli espresso l’inquietudine la ribellione ‘l’assalto al cielo’ che mi animano, mi ha guardato severo: ‘Professore, lei ed io non abbiamo le stesse idee…’. E’ vero: per troppo amore essi hanno sacrificato la loro vita, hanno visto infangare la dignità e offendere l’onore della propria esistenza, amore per la Patriatradita dalla fuga del Re, dall’8 settembre. Io, non so se per amore o meno, non riesco ad amare questo mio paese…

sabato 19 gennaio 2013

Operazione Shingle

di Mario M. Merlino



Winston Churchill, parlando alla Camera dei Comuni, ebbe a dire con il suo linguaggio colorito: ‘Io avevo sperato di lanciare sulla spiaggia un gatto selvatico, mentre invece ci troviamo sulla riva  con una balena arenata’. Si può così sintetizzare lo sbarco di Anzio, avvenuto alle prime ore del mattino del 22 gennaio 1944. Cinquantamila soldati della VI Armata con il supporto di 500 cannoni e 400 carri armati, mezzi da sbarco, navi da battaglia fra cui 5 incrociatori, protezione dal cielo di 2600 tra caccia e bombardieri. Al comando l’americano maggiore generale John Porter Lucas con la sua pipa ricavata da un tutolo di granoturco e i molti, troppi dubbi sulla validità e riuscita dell’operazione. Una operazione, nome in codice Shingle, fortemente voluta dal premier inglese che considerava l’Italia il ‘ventre molle’ in quella che lo storico Eric Morris ha definito ‘la guerra inutile’. Prendere alle spalle i tedeschi, fortificati intorno all’abbazia di Montecassino, e giungere lesti a Roma, immagine propagandistica dell’inesorabile vittoria degli alleati. A ciò contribuiva l’insistenza di Stalin che si aprisse un nuovo fronte tale da alleggerire il peso del conflitto sostenuto dalle armate sovietiche. E, forse, attraverso l’umiliazione del nostro paese, colpire Mussolini ‘unico colpevole’ del disastro, fino a cercarne e ottenerne la morte per non portarlo davanti ad una Norimberga italiana nel timore di quelle carte, mai ritrovate e di cui il Duce non si separava mai, considerandole il mezzo per essere assolto dalla storia…


Storici e testimoni si sono divisi nel valutare l’operato di Lucas nell’usuale gioco tra detrattori e suoi difensori. Rimane il fatto che egli preferì attestarsi per rafforzare la testa di ponte lungo il litorale di Nettunia – Anzio e Nettuno, divenuti oggi due comuni a se stanti -, invece di procedere rapidamente attraverso la pianura pontina dirigendosi verso i colli Albani, Valmontone e Velletri, dove transitavano i rifornimenti per Cassino e la linea Gustav. Tre giorni che consentirono al maresciallo Kesselring di racimolare truppe sufficienti per stringere in una sorta d’assedio gli alleati. Infatti nell’entroterra i tedeschi erano ben pochi e impreparati a contrastare uno sbarco nemico.

(Tutto questo è lo scenario ove si svolge l’azione del racconto Il piccolo Badoglio, che appartiene al prossimo libro in uscita prevista primi di maggio. Dunque, mi si consenta evitare anticipazioni… se no chi se lo compra e dove finiscono i miei ‘lauti guadagni’?).
Durante i mesi che seguirono – solo il 23 maggio l’offensiva alleata riuscì ad aprirsi la strada verso Roma e costringendo le truppe tedesche a ritirarsi verso Nord in quell’inesorabile lenta, straziante per la popolazione civile sottoposta ai bombardamenti alle rappresaglie, avanzata che sarebbe culminata solo alla fine di aprile dell’anno successivo – sul fronte di Anzio apparvero i primi soldati dell’Italia che non voleva arrendersi alla logica dell’8 settembre. Il btg. Barbarigo della Decima Flottiglia Mas, mille e cento uomini al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli. In tre mesi di combattimento, ritirarsi e riconquistare le posizioni – sovente buche scavate nel terreno o al riparo di casali semidiroccati -, assalto all’arma bianca, duecento morti, un centinaio di dispersi e ancora feriti e mutilati. Oggi cento di quei caduti riposano in piccole cassette di zinco nel Campo della Memoria, reso cimitero di guerra dall’Onorcaduti dopo anni di burocrazia carte bollate impedimenti istituzionali e ostilità politiche. Un progetto strenuamente voluto da tutti i reduci della XMAS che si sono adoperati alla sua realizzazione. In primo luogo dall’ausiliaria Raffaella Duelli che, nell’immediato dopoguerra, andò a raccogliere i resti dispersi e pietosamente custoditi nella tomba di famiglia al cimitero del Verano. E dall’architetto Alessandro Tognoloni, che ha disegnato la struttura, già sottotenente che con il suo plotone respinse i mastodontici Sherman a bombe a mano, decorato di medaglia d’oro alla memoria, dato per morto e recuperato con il fianco squarciato dagli americani, curato e portato negli Stati Uniti, nel campo di prigionia di Hereford per non cooperatori.

E il btg. Degli Oddi, inquadrato nelle SS, seicento cinquanta uomini in grigioverde con le mostrine e l’elmetto tedesco, che dopo l’8 settembre s’era immediatamente schierato con l’alleato germanico. Al gagliardetto del battaglione fu concessa la medaglia d’argento al valor militare. Fra i pochi sopravvissuti il conte Pio Filippani Ronconi, orientalista di fama, che si presentava alle cerimonie commemorative con il suo berretto a visiera delle SS. Ricordo che, in una di queste occasioni, tre giovani camerate mi chiesero se potevo presentarle e lui: ‘Siate degne madri di futuri eroi!’… E i barchini d’assalto e gli aerosiluranti, fra cui il capitano pilota Carlo Faggioni. E i paracadutisti che si batterono fino alle porte di Roma dove, a Castel di Decima, cadde il loro comandante, il maggiore Mario Rizzatti. Si era lanciato contro un carro armato con il mitra e scagliando una bomba a mano. Gli fu concessa la medaglia d’oro così come al diciassettenne Ferdinando Camuncoli, il cui padre Ezio era un noto letterato e direttore di giornali nella RSI. (Era stato proprio Ezio Camuncoli a diffondere la notizia del bombardamento del Tempio Malatestiano di Rimini e dell’episodio, forse immaginario, della ragazza romagnola che aveva portato su un campo minato dei soldati canadesi e che aveva ispirato il poeta Ezra Pound per Corrispondenza Repubblicana, uno dei due Cantos scritti direttamente in italiano).

Ultima annotazione. Sono nato il 2 giugno 1944, nelle prime ore del mattino. Due giorni prima che gli alleati entrassero a Roma. Raccontava mio padre che, mentre nascevo, una sottile fila di soldati tedeschi sfilava lungo i muri di via dell’Olmata per raggiungere alcuni camion sulla piazza di Santa Maria Maggiore e, su questi, ritirarsi verso Nord. Con i fucili puntati verso i tetti e le finestre nel timore d’un attacco partigiano, che in effetti non vi fu. L’ultimo della fila, arrivato di fronte al portone della clinica di Santa Elisabetta, retta da suore tedesco-polacche, abbandonò il fucile e vi cercò rifugio. Per lui la guerra era finita. Ho sempre voluto credere, con immotivata presunzione, che qualcuno – e quel qualcuno ero io – dovesse raccogliere l’arma abbandonata. Per il Fascismo, per l’Europa…