Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

Visualizzazione post con etichetta Neri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Neri. Mostra tutti i post

lunedì 5 novembre 2012

1700esimo anniversario della battaglia di Ponte Milvio. La rivincita di Massenzio

Giulio Romano_La Battaglia di Ponte Milvio
di Moreno Neri



Quando Costantino entrò a Roma il 29 ottobre 312, dopo il suo famoso e presunto sogno di due notti prima della croce affiancata dalla scritta in hoc signo vinces (che avrebbe finito per rappresentare il miracoloso trionfo del cristianesimo sulla paganità), senza dubbio entrava in un territorio nemico, dove chi vi abitava non sapeva quello che ai loro discendenti sarebbe aspettato. Negli ultimi sei anni l’Urbe era stata governata da Massenzio, cognato e collega imperiale di Costantino.

L’avvento della nuova religione monoteista coincise con un altro cospicuo cambiamento: l’abbandono di Roma come regolare residenza dell’Imperatore. Nel secolo seguente, tra la disfatta di Massenzio nel 312 e il sacco di Roma condotto dai Visigoti di Alarico nel 410, solo per una manciata di tempo – circa due anni – fu presente un Imperatore a Roma: un’assenza che avrà notevoli implicazioni politiche, sociali e culturali.


Massenzio aveva, all’opposto, fondato la sua politica sulle più arcaiche tradizioni di Roma e sul ripristino della sua grandezza e dei suoi dèi. Campione e protettore dell’Urbe (conservator urbis suae), il suo richiamo all’orgoglio di Roma preannunciava il ritorno dell’Urbe al legittimo e tradizionale posto come centro dell’Impero. La sua politica della Romanitas fu fisicamente enunciata dal suo vasto programma edilizio del centro della città, dalla Basilica al Tempio di Venere e di Roma, alla statua di Marte con Romolo e Remo nel Foro, alla sua stessa monetazione, solo per fare alcuni esempi. La sua missione era di far ritornare Roma la vera capitale imperiale intorno alla persona di un Imperatore residente. Così non doveva essere. Il 28 ottobre 312, il trentanovenne Imperatore di Roma fu sconfitto al Ponte Milvio, a pochi chilometri dalle mura della sua città che aveva contribuito a ricostruire, uscendo da esse perché preferì scontrarsi direttamente con Costantino. Dopo la rotta della sua armata, mentre si ritirava con i suoi pretoriani verso Roma un ponte di barche apprestato sul Tevere (l’attuale Ponte Milvio) cedette; a causa della sua pesante armatura Massenzio annegò con centinaia dei suoi seguaci; il suo corpo fu recuperato e decapitato, la sua testa fu infissa in una picca e portata il giorno dopo in parata per le vie della città.

La memoria di Massenzio fu demolita dall’immediata propaganda costantiniana. Massenzio sarà demonizzato come un tiranno con tutti i suoi stereotipi negativi (rapacità, avarizia, crudeltà, stravaganza, superstizione, lussuria). Invece di essere associato alla figura di Romolo al quale era specialmente devoto, verrà dipinto come un nuovo Tarquinio il Superbo. Eusebio di Cesarea, che nella sua biografia di Costantino ricorda il suo trionfo nel segno di Cristo, nella sua Storia Ecclesiastica paragona la disfatta dell’esercito di Massenzio e il suo annegamento nel Tevere all’apertura delle acque nel Mar Rosso e all’abbattimento del Faraone e dei suoi carri, con ciò suggerendo che non solo Costantino era un nuovo Mosè, ma anche che la sua vittoria era prefigurata dalla Bibbia. Se Massenzio divenne “il tiranno”, per analogia Costantino fu “il liberatore” (liberator urbis) e “restauratore dell’Urbe” (usurpando per appropriazione molti degli edifici costruiti o iniziati a costruire da Massenzio). La storia, con la sua immancabile ironia, seppe poi dimostrare quale liberazione Costantino portò a Roma. Come scrive l’amica Silvia Ronchey: «Costantino traslocava l’impero romano sul Bosforo, spostandone il baricentro a Est, in quel ciclico slittare degli equilibri e riassestarsi del peso da Oriente a Occidente e viceversa che scandisce come un pendolo tutta la nostra storia, nell’onda lunga della nascita e morte degli imperi, del separarsi e rifondersi delle civiltà.» (S. Ronchey, “Costantino, nel segno della Realpolitik”, in La Stampa, mercoledì 24 ottobre 2012).

La vittoria di Costantino avrebbe messo in moto i processi che fecero del cristianesimo la religione di stato dell’Impero Romano e che in seguito portarono a una Chiesa Cattolica Romana e a una Greco Ortodossa e, soprattutto, all’identificazione, in larga misura, della storia della cristianità occidentale con la storia moderna.

Se avesse vinto Massenzio Costantinopoli non sarebbe mai venuta alla luce e neanche l’Impero Bizantino sarebbe mai esistito. In questa possibile storia alternativa o ucronia, oggi esisterebbero centinaia di sette cristiane che non sarebbero state perseguitate e impedite di esistere dopo il Concilio di Nicea. Massenzio non fu mai anticristiano e, allo stesso modo del generoso imperatore Giuliano, avrebbe certamente tollerato i cristiani, così come aveva fatto a Roma sotto il suo regno, e, tuttavia, il culto di Mitra, una gnosi spirituale militare, avrebbe mantenuto la sua importanza. La storia del mondo occidentale (e dell’Europa) –e del lungo monopolio del cristianesimo sulla modernità – sarebbe stata molto diversa.

Quello che invece è probabile e anzi è certo, come ci ha sinteticamente spiegato Silvia Ronchey nel menzionato articolo, è che quella di Costantino, se di conversione si trattò, fu dettata da motivi di opportunismo politico, da Realpolitiker. Ma il problema più grave fu un altro e lo osservava il ghibellino Dante in una sua invettiva: Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre! (Inferno XIX, vv. 115-117). Nell’inarrestabile pendolo della storia vera, bisognava attendere il declino e la successiva caduta di Costantinopoli, perché Lorenzo Valla nel 1440 dimostrasse che la donazione di Costantino al Papa di Roma, non volendo mantenere la sede imperiale là dove  risiedeva il successore di Pietro, era «falsa ma ritenuta a torto vera», denunciando l’illegittimità del potere temporale del Papato basato su un documento apocrifo; e ciò con un rigoroso esame filologico, partendo dal banalissimo errore della menzione di Costantinopoli che non era ancora stata fondata. Su di essa, come ci ha ricordato Silvia Ronchey, «si basò per tutto il Medioevo, e si basa ancora, quell’anomalia della politica globale che ancora condiziona la nostra politica attuale: il costituirsi in Stato della Chiesa d’Occidente». Il falso documento era inoltre, con tutta evidenza, fortemente antibizantino, perché impediva agli unici e veri eredi di Roma ogni possibilità di rivendicazione.

Se tutti ricordano il sogno di Costantino alla vigilia della Battaglia di Ponte Milvio, a causa della damnatio memoriae di Massenzio e della sua infelice sorte, pochi sanno che, secondo il racconto derivato dalla tradizione, Massenzio, prima della decisiva battaglia, consultò i Libri Sibillini e da essi ricevette questo responso: che nel giorno dell’anniversario della sua ascesa a imperatore (il 28 ottobre ricorreva il sesto) «il nemico di Roma sarebbe stato sconfitto».

Si ha il presentimento che il prossimo passaggio di quel vichiano pendolo della storia, cui allude la Ronchey, paia volgere irrevocabilmente alla rivincita di Massenzio e a nuovi modi di stare nel mondo, non dissimili da quelli degli antichi gentili e al loro rapporto con il sacro, che mai è consistito nell’alterare la realtà con la scusa di un disegno superiore solo a qualcuno rivelato. Il 28 ottobre dei Sibillini è quel giorno che, in modo impressionante, nel 1903 vaticinava d’Annunzio con la scomparsa non solo del segno «vincitore» ma preconizzando anche lo sfratto della Madonna a favore della Venere di cui, insieme a Roma, Massenzio ristabiliva il grandioso Tempio: e la croce del Galileo / di rosse chiome gittata / sarà nelle oscure favisse / del Campidoglio, e finito / nel mondo il suo regno per sempre. / E quella sua vergine madre, / vestita di cupa doglianza, / solcata di lacrime il volto, / trafitta il cuore da spade / immote con l’else deserte, / si dissolverà come nube / innanzi alla Dea ritornante / dal florido mare onde nacque / pura come il fiore salino / portata dai zefiri carchi / di pòlline e di melodia / là dove l’antico suo figlio / approdò coi fati di Roma e disse: “Qui è la patria.” (Gabriele d’Annunzio, Maia -Laus vitae, vv. 8249-8267).

Ma questa è un’altra ucronia: il 28 ottobre del 1922 d’Annunzio era già stato liquidato e messo da parte ed è per questo che ci tocca attendere un altro 28 ottobre per la riscossa di Massenzio. Che non sarà un’ucronia, ma una profezia in attesa della proiezione di un tempo «altro». Ché sempre più persone stanno seguendo l’invito di Arturo Reghini, nell’articolo significativamente intitolato «L’universalità romana e quella cattolica» pubblicato in Vita italiananell’agosto-settembre 1924, a seguire il consiglio dato da Guénon di ricostituire nel nostro paese la gerarchia spirituale per mezzo di quella orientale. Quanto alla Chiesa Cattolica, come dichiarava Reghini, «se veramente ha fede nella propria superiorità, può imporsi colle proprie forze spirituali, senza ricorrere ad espedienti ed ai puntelli dello Stato. L’universalità romana trattava alla pari tutte le religioni, nessuna di esse era dominante sopra altre appena tollerate. Gli imperialisti comincino dall’essere romani in questo. E con un regime di privilegio, di arbitrio e di persecuzione non si renda ancora più penosa e più difficile di quanto non sia già l’opera della ricostituzione della sapienza spirituale in Occidente a coloro che, per lo meno, dimostrano di avere coscienza della esistenza di questo problema e di conoscere i termini in cui va impostato».

Quello che è certo è che la riscossa di Massenzio non dovrà mai realizzarsi nei termini contabili della rappresaglia e del risarcimento, ma per una necessità fatale della piena riemersione – seppure in termini riadattati – della «cultura» filosofica greca e di quella giuridica romana che in questi secoli sono state l’unico argine alle pulsioni autoritarie delle strutture ecclesiastiche e al loro esercizio del potere. «Sia pertanto ai filosofi perfetti questa necessità di prendersi cura dello Stato … lo Stato descritto ci fu, c’è e ci sarà ogni volta che questa Musa della filosofia abbia la signoria della città. Infatti, né è impossibile che ciò accada e nemmeno affermiamo cose impossibili; ammettiamo, però, che non è cosa facile da realizzare» (Platone, Repubblica, VI 499 C-D).






Giulio Romano, La battaglia di Ponte Milvio, Sala di Costantino, 1520-1524, Palazzi Vaticani, Roma.

sabato 21 aprile 2012

Per il Natale di Roma. Alle origini: i figli di Virgilio

Giovanni Ambrogio Figino, Giove e Giunone (1599)
Moreno Neri


I testi classici costituiscono uno straordinario deposito di temi interessanti per la riflessione contemporanea. Anche per questo motivo, sarebbe un grave errore smettere di leggerli, come purtroppo sta sempre più accadendo. Essi, anzi, colmano il vuoto di questi anni e invitano a un ferreo confronto, nella misura in cui permettono, molte volte, di aprire le proprie gabbie mentali e ci consentono di raccontare nuovamente la nostra storia e la nostra Tradizione, liberandoci dal timore di affrontare i propri luoghi oscuri. Ci permettono, in breve, di parlare del passato pensando al nostro presente. Questo vale in particolare per il più grande poema epico dell’antichità romana, l’Eneide di Virgilio, l’iniziato pitagorico, un’opera che è ancora capace di metterci di fronte ad archetipi di grande importanza, anche per ciò che riguarda il rapporto fra Tradizione e identità italica.




In occasione di questo 2765esimo Natale di Roma vorrei perciò affrontare un tema che non riguarda direttamente la fondazione dell’Urbe, bensì i prodromi del suo solco quadrato, a più di tre/quattro secoli prima e ai capostipiti della stirpe di Romolo.

Alla fine dell’Eneide, nel XII libro, Giove e Giunone, prima della sconfitta di Turno, si incontrano per siglare la pace. La dea, fino a quel momento implacabile nemica dei Troiani – sia per il giudizio di Paride che aveva disprezzato la sua bellezza, sia perché favorevole ai Cartaginesi, e ora schierata dalla parte dei Latini –, si arrende al volere del proprio fratello/marito: non le resta infatti che accettare il fatto compiuto. Prima della resa definitiva, però, Giunone pone alcune condizioni, relative al futuro che attende Troiani e Latini dopo che la guerra si sarà conclusa. Si realizza in alto, finalmente, l’indispensabile pax deorum olimpica. Oggi diremmo che Giunone e Giove definiscono, attraverso reciproci patti, quale sarà l’identità della gente che sorgerà dalla futura fusione tra i due popoli. Ecco il testo di Virgilio, nella classica traduzione di Annibal Caro:

«… E sol di questo / desio che mi compiaccia (e questo al fato / non è soggetto), che per mio contento, / per onor de’ Latini, per grandezza / e maestà de’ tuoi, quando la pace, / l’accordo e ’l maritaggio fia conchiuso / (che sia felicemente), il nome antico / di Lazio e de le sue native genti, / l’abito e la favella non si mute: / né mai Teucri si chiamino o Troiani. / Sempre Lazio sia Lazio, e sempre Albani / sian d’Alba i regi, e la romana stirpe / d’italica virtù possente e chiara. / Poiché Troia perì, lascia che pèra / anco il suo nome …».

[Virgilio, Aeneis, XII, vv. 820-828: … pro Latio obtestor, pro maiestate tuorum: / cum iam conubiis pacem felicibus (esto) / component, cum iam leges et foedera iungent, / ne uetus indigenas nomen mutare Latinos / neu Troas fieri iubeas Teucrosque uocari / aut uocem mutare uiros aut uertere uestem. / Sit Latium, sint Albani per saecula reges, / sit Romana potens Itala uirtute propago: / occidit, occideritque sinas cum nomine Troia.]

Giunone, in sostanza, chiede che quando Troiani e Latini si sposeranno fra loro, figli e nipoti possano restare Latini, a dispetto della parte troiana. Vediamo in sintesi i punti principali della sua richiesta.

- Il nome. Nonostante la mescolanza fra i due gruppi, il nome del popolo deve rimanere quello dei «nati sul luogo» (indigenae): dovranno chiamarsi Latini, non Troes o Teucri.

- La lingua. I discendenti dei matrimoni misti dovranno mantenere il patrius sermo dei Latini, la lingua paterna. In altre parole essi dovranno continuare a parlare latino, non dovranno adottare la lingua dei Troiani.

- Le vesti. Il futuro popolo dovrà mantenere l’abbigliamento tradizionale dei Latini. Si tratta di un punto che a noi moderni potrebbe sembrare secondario, perlomeno rispetto a nome e lingua. Per quanto, se si pensa ai conflitti provocati anche in Italia dall’uso del velo femminile, per non parlare del burka – o agli episodi di intolleranza che l’adozione dell’abbigliamento occidentale da parte delle donne provoca simmetricamente all’interno di alcune comunità di immigrati –, si comprende subito che anche al mondo d’oggi il vestire non costituisce affatto una materia neutra. In ogni caso, è bene rilevare che per la cultura romana l’abbigliamento faceva strettamente parte dei mores, i costumi, ovvero modelli culturali che caratterizzano un certo popolo rispetto agli altri. Come sappiamo da Virgilio stesso, i Troiani hanno fama di indossare tuniche fornite di maniche, vesti  di bisso (una sorta di seta naturale marina) fulgenti perché colorate di croco (un giallo zafferano) e di porpora, mitre con nastrini usati per il sottogola. Questo abbigliamento, considerato effemminato, dovrà essere eliminato e sostituito con il mantenimento di quello latino.

- La geografia e la storia, se così si può dire. La dea vuole che continui a esserci il Latium (e non, poniamo, una nuova Troas, come accadde ad esempio a Londra, di cui pochi sanno che il suo antico nome era Troia Nuova, perché fondata da Bruto, figlio di Silvio, nipote d’Ascanio e pronipote d’Enea, costretto a lasciare l’Italia per aver accidentalmente causato la morte dei genitori, finché, secoli dopo, per corruzione della stessa parola divenne Trinovantum o Troynovant); la dea vuole anche che nel futuro ci siano i re di Alba, una parte fondamentale della storia di Roma, tra Enea e la sua fondazione.

- La potenza e la virtù dei posteri. Sit Romana potens Itala uirtute propago: Giunone chiede che la Romana propago, la stirpe ulteriore che avrà nel Lazio le sue radici, possa fondare la sua potenza sulla virtus italica, e non sul carattere troiano. In questo verso virgiliano è esemplarmente racchiuso il medesimo e unico destino d’Italia e di Roma. Dalla riconciliazione dei contendenti e dalla loro fusione, come vedremo, sorgerà quella generazione a cui Giove promette una pietas superiore a quella degli uomini e degli dei e il dominio del mondo.

Le richieste di Giunone sono molto dure. Il contributo che, secondo lei, i Troiani dovranno fornire alla nuova popolazione è praticamente nullo. A dispetto dei matrimoni misti che verranno combinati, il nome, la lingua, i costumi, le caratteristiche morali dei Troiani dovranno scomparire. La cosa ancora più sorprendente, però, è che Giove non solo sorride, comprensivo e orgoglioso, riconoscendo nella fiera indignazione di Giunone il suo stesso sangue, e accetta tutte queste richieste, ma rincara addirittura la dose, rendendo esplicito anche il modo in cui interverrà sulla combinazione fisica dei due popoli per soddisfare le richieste della moglie. Ecco il testo, sempre nella traduzione di Annibal Caro:

… A ciò Giove sorrise, / e così le rispose: «Ah! sei pur nata / ancor tu di Saturno, e mia sorella, / e consenti che l’ira e l’acerbezza / così ti vinca? Or, come follemente / le concepisti, il cor te ne disgombra / omai del tutto. E tutto io ti concedo / che tu domandi, e vinto mi ti rendo. / La favella, il costume e ’l nome loro / ritengansi gli Ausoni, e solo i corpi / abbian con essi i Teucri uniti e misti. / D’ambedue questi popoli i costumi, / i riti, i sacrifici in uno accolti, / una gente farò ch’ad una voce / Latini si diranno. E quei che d’ambi / nasceran poi, sovr’a l’umana gente, / si vedran di possanza e di pietade / girne a’ celesti eguali; e non mai tanto / sarai tu cólta e riverita altrove».

[Virgilio, Aeneis, XII, vv. 829-840: … olli subridens hominum rerumque repertor: / «es germana Iouas Saturnaque altera proles, / irarum tantos uoluis sub pectore fluctus. / Uerum age et inceptum frustra summitte furorem: / do quod uis, et me uictusque uolensque remitto. / Sermonem Ausonii patrium moresque tenebunt, / utque est nomen erit; commixti corpore tantum / subsident Teucri. Morem ritusque sacrorum / adiciam faciamque omnis uno ore Latinos. / Hinc genus Ausonio mixtum quod sanguine surget, / supra homines, supra ire deos pietate uidebis, / nec gens ulla tuos aeque celebrabit honores».]

Nella generazione della futura prole mista fra Latini e Troiani, dunque, la componente troiana è destinata a svolgere un ruolo solo residuale: a emergere sarà solo la parte latina. L’espressione usata da Virgilio in questo passaggio cruciale del poema non lascia dubbi: commixti corpore tantum / subsident Teucri, in altra traduzione «i Teucri saranno mescolati solo nel corpo» della futura progenie. Dobbiamo cioè immaginare che, nella mescolanza (commixti) fra le due stirpi, il contributo troiano sarà di carattere esclusivamente fisico, limitato al corpo dei discendenti. Come se non bastasse, però, Giove aggiunge che questo contributo troiano an­drà a depositarsi «sul fondo» del composto (subsident). Perché questo? Evidentemente è importante che i discendenti abbiano non solo costumi (mores) latini, ma anche corpo il più possibile latino. La parte troiana si depositerà sul fondo del composto (subsidere) proprio come sul fondo si deposita la feccia del vino o la morchia dell’olio: tutti processi per descrivere i quali i Romani impiegavano subsidere, il verbo che indica la separazione della parte di scarto, il deposito, da quella che si vuole limpida e pura. Nel caso di persone lo stesso verbo subsidere significa colui che rimane fermo, chi resta di riserva, chi si arena.

Vi è chi, come Maurizio Bettini (ma non solo), il quale col suo Contro le radici: Tradizione, identità, memoria, il Mulino, Bologna, 2011, pp. 61-77 è stato fonte d’ispirazione per questo contributo, in maniera unilaterale e un po’ offuscata, a mio parere, ha rinvenuto, in questa decisione di Giove riguardo alla futura identità del popolo troiano-latino, un insopportabile sapore di pulizia etnica e c’è anche chi ha parlato di genocidio culturale. Questo perché nella stirpe futura i Troiani non daranno alcun contributo di carattere morale o culturale (lingua, nome, costumi); la loro presenza sarà solo fisica, e per di più ridotta a residuo, a qualcosa che si è per così dire «spiaggiato» e non serve più a nulla. Nome, lingua, costumi e altro dei Troiani, verrebbero recisi con una spietata lama identitaria.

Per inciso, avrete in proposito avuto modo di notare in Virgilio i termini di «lingua patria e costumi degli Ausoni» (sermo patrius atque mores Ausonii) e di «sangue Ausonio» (sanguis Ausonius), con quell’Ausonio che sta per «latino, italico» e che richiama il nome della Loggia Madre “Ausonia”, fondata a Torino l’8 ottobre 1859, alla vigilia del rinato Regno d’Italia. Ma anche questi Ausonii, come ci racconta Virgilio nel libro VIII dell’Eneide, sorprendentemente, non sono originari dell’Italia, indigeni, ma vennero dall’Armenia quasi nel principio dell’Età dell’Argento, all’indomani del felice regno di Saturno.

Ma per quanto impressionante può essere la tesi identitaria, non è questo l’aspetto parziale che più colpisce in questo testo di Virgilio, il quale, come diceva Borges, «spalanca non le porte dell’inferno, ma quelle dell’universo».

Dietro alle spalle e all’origine dell’Urbe Condita, dodici secoli prima della nostra era volgare – ma lo stesso si potrebbe dire dell’intera umanità 60mila anni fa – c’è una diaspora, una parola greca che significa «dispersione». Significa che i popoli sono naturalmente in movimento: a volte per spirito d’avventura, ambizione di conquista, desiderio di vedere il mondo, a volte perché cercano una vita migliore, cibo più abbondante, a volte perché, come i Troiani, hanno perduto la loro patria o ne sono stati cacciati via o ne sono fuggiti stanchi di lottare per spartirsene le scarse risorse, non necessariamente materiali, ma anche quelle ideali come la libertà e la giustizia. Profughi, conquistatori o «migranti economici», la nostra terra è sempre stata percorsa dai più vari popoli; prima della fase romana si possono ricordare i coloni greci e i misteriosi etruschi, forse provenienti dall’Asia minore; alla fine dell’impero romano, dalle invasioni barbariche (e i tedeschi usano una parola meno insultante: Völkerwanderung, migrazione dei popoli), i cui nomi sarebbe lungo elencare; in seguito, nelle nostre terre si sono succedute innumerevoli popolazioni: arabi, normanni, albanesi, greci, francesi, spagnoli… Significa che nei secoli si sono succedute invasioni e commistioni di ogni tipo. Eppure, a dispetto di tutte queste mescolanze, non macchie ma arricchimenti vitali, pare che l’antico patto di Giove e Giunone, per uno degli arcana fatorum (i segreti del destino e, insieme, l’inflessibile volontà degli Dei che presiede allo sviluppo della storia di Roma), abbia fatto permanere la forza, la limpidezza e la purezza dell’essenza linguistica e culturale della nostra stirpe, consentendo il nostro Risorgimento. Simbolicamente e giustamente preceduto dal ripristino, nel 1849, della tradizione del Natale di Roma, con un agape nei Fori con libagioni augurali, durante la breve esperienza della Repubblica Romana.

In conclusione, l’invenzione letteraria di Virgilio ci offre il modello mitico della costruzione della nostra identità e della nostra Tradizione. Vi è l’idea di un popolo che nasce dalla mescolanza e dalla diversità. È un’idea che io definirei una concezione «progressiva», che va oltre le contrapposizioni, in un necessario incontro, dove la convertibilità è rappresentata dal consenso su valori riconosciuti. In termini contemporanei piuttosto che di «pulizia etnica», mi sembra, a proposito di questo mito, che dovremmo invece parlare di «integrazione» o almeno di «assimilazione». Esiste addirittura un termine tecnico per descrivere questo processo in cui entità politiche precedentemente indipendenti si unificano in una città o in uno stato: sinecismo (dal greco, letteralmente «coabitazione»).

Del resto la natura sintetica della prisca Tradizione italica ci viene confermata anche da Sallustio, che, parlando della fusione tra Troiani e Latini e della fondazione di Roma, afferma:

Come si raccolsero entro le stesse mura, benché di diversa stirpe, dissimili per lingua e viventi gli uni in un costume e gli altri in un altro, si fusero con una facilità che appare incredibile ricordare: così in breve da una turba dispersa e nomade l’unità dei cuori fece sorgere una nazione.

[Sallustio, De Catilinae coniuratione, VI, 1-2: «hi postquam in una moenia conuenere, dispari genere, dissimili lingua, alius alio more uiuentes, incredibile memoratu est quam facile coaluerint: ita breui multitudo diuorsa atque uaga concordia civitas facta erat.»]

E tutto questo diversamente da ciò che avveniva nel mondo greco dove l’unità etnica è il fondamento di una polis, la città, la nazione, che escludeva dal suo corpo civico non solo i non greci, i barbari, ma anche i meteci, gli stranieri greci stabilitisi nella città, che non erano figli di madre cittadina. Come dunque ci confermano Sallustio e Virgilio la nostra Tradizione, che vede unita in un binomio inscindibile Roma e l’Italia, non è fondata su una medesima sostanza etnica, ma su un crogiuolo di differenti stirpi, in una unione sacrale basata su un fatto spirituale (concordia, unità di cuori) anziché strettamente biologico. Tutto ciò doveva fedelmente riecheggiare nell’azione storica dello Stato romano, quale forza formatrice e imperiale.

Si è anche acutamente osservato (Marta Sordi) che «La legge del sacrificio diventa così per Virgilio la legge fondamentale del progresso storico. Il lungo estenuante cammino di Enea e dei Troiani verso la terra promessa …  sbocca, apparentemente, in un fallimento, nella perdita di sé, come entità nazionale: ma è proprio questo sacrificio liberamente assunto (il fato virgiliano non prende mai l’uomo alla sprovvista, ma ne sollecita sempre la libera adesione) e totalmente consapevole che arricchisce di sofferta e dolorosa umanità la tragica sequenza di battaglie, di uccisioni e di stragi che Virgilio rappresenta nell’Eneide e che costituisce la storia di Roma e fa dell’Impero stesso, che di quella sequenza è il frutto e il compimento, un valore degno di essere realizzato. … si rivela così la chiave di lettura spirituale del poema: nulla di grande, di bello, di valido nasce se non alla scuola del dolore; nulla nasce se non dalla morte, ma dalla morte intesa come sacrificio … . Questa verità che Virgilio coglie operante nella vita del cosmo come nel mondo misterioso delle coscienze, egli la coglie anche nella vita dei popoli e nella storia degli imperi.»

La realtà sociale e culturale sembra, dunque, essere governata dal fatum, la divina parola pronunziata sull’Olimpo una volta per tutte. Con la stessa sublime sicurezza con cui era permesso dal Giove di Virgilio ai nostri avi di affermare un tempo, con fierezza, le solenni parole civis romanus sum, qualunque fosse la loro origine etnica (quanti imperatori romani, chiediamocelo, furono di origine barbara e anche africana?), il medesimo ideale di cittadinanza permetterà a uomini di cui devono essere riconosciuti i diritti proprio in quanto tali (e persino ai Troiani d’oggi, i Turchi, come pure ai lontanissimi Seri di 2mila anni fa, i Cinesi d’oggi), almeno ai nati nel luogo (indigenae), senza differenza di colore e di religione, di affermare un giorno con orgoglio sono un cittadino italiano. Chi ha ben compreso il simbolismo delle nostre origini, dovrà necessariamente soddisfare l’impegno a perpetuare questa missione.





21 aprile 2012                                                                                      Moreno Neri















Giovanni Ambrogio Figino, Giove e Giunone (1599)

venerdì 9 marzo 2012

Gli DEI in loggia: intervista a MORENO NERI


intervista a cura di Steno Lamonica




Moreno Neri, nato sotto il segno dell’Ariete nel 1954, è studioso della tradizione classica e umanistica che dalla tarda antichità giunge fino al Rinascimento. Ha curato alcune opere di Pletone e saggi sul Tempio Malatestiano di Rimini; su quest’ultimo e su Sigismondo Pandolfo Malatesta, uno dei patroni della rinascenza neoplatonica, ha anche tradotto diverse opere dal francese e dall’inglese, tutte pubblicate da Raffaelli Editore (Rimini). Per Bompiani, nella collana “Il pensiero occidentale”, ha pubblicato Macrobio / Commento al sogno di Scipione (Milano, 2007) e, nella collana “Testi a fronte”, Giorgio Gemisto Pletone / Trattato delle virtù (Milano, 2010). Per le medesima collane sta curando da alcuni anni, con un gruppo di valenti collaboratori, un’edizione completa delle opere del bizantino Pletone, “principe dei filosofi del suo tempo”.


È membro del Comitato Scientifico di Hiram Rivista del Grande Oriente d’Italia, del Comitato di redazione de L’Acacia Rivista di studi esoterici e del Comitato editoriale de La Rivista dei Dioscuri trimestrale policulturale e politeista. Su tutte tre le riviste, dal 2002 ad oggi, ha pubblicato numerosi articoli. Suoi saggi sono stati pubblicati anche sulle riviste Arkete Esoterismo Sacralità Gnosi e La Cittadella. Si segnala inoltre il suo saggio “La simbologia astrologica dell’iniziazione”, in Sulla soglia del sacro: esoterismo ed iniziazione nelle grandi religioni e nella tradizione massonica: Firenze, 1-3 marzo 2002: atti del Convegno di studi / a cura di Antonio Panaino, Mimesis, Milano, 2002.

Oltre alle menzionate traduzioni dal latino e dal greco antico, tra le sue numerose traduzioni dal francese si segnalano: Charles Yriarte / Rimini: un condottiero del XV secolo: studi sulle lettere e le arti alla corte dei Malatesta secondo le carte di Stato degli archivi d’Italia (Rimini, 2003); Henry de Montherlant / L’infinito è dalla parte di Malatesta; introduzione di Giuseppe Scaraffia (Rimini, 2004); Roger Peyrefitte / I figli della luce (il Grande oriente); introduzioni parallele di Gustavo Raffi e Paolo Renner (Rimini, 2005); Fulcanelli / Finis Gloriae Mundi; prefazione di Jacques d’Ares (Edizioni Mediterranee, Roma, 2007). Tra quelle dall’inglese: Charles Mitchell / Le raffigurazioni del Tempio Malatestiano (Rimini, 2000); Adrian Stokes / Stones of Rimini (Rimini, 2002); “E. M. Forster / Gemisto Pletone ; Il Sepolcro di Pletone; “Aldous Huxley / Rimini e Alberti”; “Adrian Stokes / Pisanello”, in Visitatori celebri nel Tempio di Rimini (Rimini, 2004); Maria Grazia Pernis & Laurie Schneider Adams / L’aquila e l’elefante: Federico da Montefeltro e Sigismondo Malatesta (Rimini, 2005). Tra le sue curatele: Arturo Reghini / Per la restituzione della massoneria pitagorica italiana, introduzione di Vinicio Serino (Rimini, 2005); Antonio Bresciani / Lionello, o Delle società segrete; nota bio-bibliografica e postfazione di Virginio Paolo Gastaldi (Rimini, 2005).

È membro dell’AISB - Associazione Italiana di Studi Bizantini e della Rubiconia Accademia dei Filopatridi. Da diversi anni è socio dell’AMI - Associazione Mazziniana Italiana.

È membro del Grande Oriente d’Italia, dove dal 2000 è Maestro nella Loggia “Giovanni Venerucci” n. 849 all’Oriente di Rimini ed è stato insignito delle massime onorificenze dell’Ordine di Giordano Bruno (2004 Classe Aphrodite; 2011 Classe Athena), conferite a coloro che si distinguono nello studio e nella diffusione dei princìpi massonici. Su Giovanni Venerucci, compagno dei Fratelli Bandiera e primo martire riminese del Risorgimento e della cui Associazione culturale a lui intitolata è stato per molti anni segretario e oggi membro del suo Consiglio direttivo, ha scritto un lungo saggio pubblicato su Rimini 2011 – Numero unico per il 150° dell’Unità d’Italia edito da Luisè.

Se invitato, si permette escursioni come conferenziere. Molti suoi articoli e saggi, inediti su carta, sono online su internet, indizio sicuro del fatto che scrive più di quanto pubblichi.









1)                                   Professor Neri, Lei è un Massone di grande cultura ed il termine per alcuni palati di destra – specie quella Destra succube del Cristianesimo – suscita clamore. Il nostro sito elogia l’”IMPERIALISMO PAGANO” di Arturo Reghini, il Pitagorismo ed il Paganesimo Italico-Romano da Lui proposto. Reghini dimostrò che le origini della Massoneria erano Italico-Romane-Pitagoriche, senza altre aggiunte “ben note” e che tutto ciò era vivificato dall’Aristocrazia insegnata da Pitagora e non dalla Democrazia. Mi permetta: da secoli la Moderna Massoneria è l’esatto opposto dell’“IMPERIALISMO PAGANO” proposto da Reghini, messo ai margini da tutti. Ma proprio tutti?



È ormai da diversi anni una sorta di mio ritornello l’invito a rifarsi e ripartire da uno studioso come Arturo Reghini (1878-1946), di cui mai mi stanco di esortare a conoscerlo e studiarlo. Ritengo che ciò per la Massoneria contemporanea sia una necessità immutabile e inarrestabile; oso dire che è un esercizio spirituale imprescindibile se ci si vuole davvero volgere alla radici più pure della Libera Muratoria. Un’eccellente introduzione alla sua figura è stato il quaderno monografico, edito nel 2006 in occasione del 60° anniversario della sua morte, Arturo Reghini. La Sapienza pagana e pitagorica del ’900, La Cittadella, A. VI/VII, n.s., n° triplo 23-24-25, MMDCCLIX a.U.c., luglio-dicembre 2006 – gennaio-marzo 2007 e.v., dove gran parte di ciò che avevo da dire è stato scritto in un lungo articolo significativamente intitolato “Di Arturo Reghini non immemori”. Mi permetto anche di rinviare alla mia cernita di scritti reghiniani sull’argomento compilata alcuni anni fa, libro anch’esso con un titolo significativo “Per la restituzione della massoneria pitagorica italiana” e che è andato esaurito in pochissimo tempo ed è ormai introvabile (io stesso ne possiedo una sola copia).

Ignoro chi abbia scritto su wikipedia la voce “Arturo Reghini”, ma vi si legge che il grande esoterista italiano «è attualmente riconosciuto come uno dei “padri spirituali” del Rito Simbolico Italiano, costituito all’interno del Grande Oriente d'Italia». Mi piace pensare di avere avuto in ciò qualche piccolo merito.

La natura eterogenea dell’istituto massonico in Italia e delle sue molteplici e talvolta contradditorie manifestazioni, tutte presenti seppure in proporzioni diseguali, non facilita il compito dello studioso. Mi figuro quale può essere l’opinione di una persona comune di fronte a questa varietà di espressioni: di questo suo aspetto francamente prismatico si può a volte vedere una sola faccia che spesso dà adito ai più consueti, scontati e peggiori luoghi comuni sulla Massoneria. Vi è qualche studioso che ha veduto almeno sei “indirizzi operanti sotto il segno della squadra e del compasso”: una Massoneria “fraterna”, intenta alla cura della qualità dei rapporti umani; una Massoneria “beneficente” tesa ad aiutare attraverso l’istituzione di enti assistenziali i gruppi sociali emarginati o in difficoltà; una Massoneria “umanistica”, attenta alla definizione e alla difesa dei valori umani e avente come fine la diffusione di una vera fratellanza fra gli uomini; una Massoneria “democratica” impegnata politicamente e operante con il proprio contributo nella vita della nazione dove fiorisce; una Massoneria teista, attenta alla spiritualità; e, infine, una Massoneria iniziatica ed esoterica, la cui cura principale è lo studio del simbolismo e della tradizione.

Ma vedo che anche lei, nella sua domanda, parlando della Destra, si trova obbligato a tracciare dei confini e a distinguere una “Destra succube del cristianesimo”. Mi permetta dunque di dubitare che la moderna Massoneria sia in toto l’antitesi del cosiddetto “imperialismo pagano”. Nonostante tutto e benché la Massoneria iniziatica ed esoterica sia una minoranza (o una élite se riguardata da un altro punto di vista) resta il fatto che il Libero Muratore ha una intrinseca “vocazione” ad essere ponte e facitore di ponti (pontifex), a ricercare negli uomini quegli elementi comuni atti ad unirli anziché enfatizzare le loro differenze storiche, culturali, razziali. È una naturale conseguenza del primato che noi attribuiamo all’uomo, alla sua dignità e alla sua libertà, ma è soprattutto l’estrema testimonianza di quella tolleranza caratteristica del mondo antico e ben rappresentata dal pitagorico Quinto Aurelio Simmaco, uno degli ultimi pagani, che, nel 384, quando richiedeva all’imperatore Valentiniano II che l’altare della Vittoria fosse ricollocato nella sede della curia del Senato di Roma da dove era stato rimosso per volere del vescovo di Milano Sant’Ambrogio, difendeva la pluralità delle vie della verità con queste parole: “Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contempliamo le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci racchiude. Che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un così sublime mistero”.



2)       Lei appartiene alla Serenissima Gran Loggia del Rito Simbolico Italiano (http://www.ritosimbolico.net/) e scorgiamo un Fascio stretto da una Aquila. Sono Simboli della ROMANITAS. Qual è il contesto per cui sono stati graficamente evocati? Ogni Simbolo catalizza sottili “Forze”… indirizzate dove?



Il Rito Simbolico Italiano, sorto a Torino nel 1859 per iniziativa della Rispettabile Loggia Ausonia, composta da alcuni elementi iniziati anche alla Carboneria e molto vicini al Conte di Cavour (che ne sarebbe dovuto divenire il Gran Maestro se non fosse morto prematuramente), fu a quel tempo, provvidamente, voluto come Massoneria Nazionale e indipendente da potenze massoniche estere. Le poche Logge rimaste sul territorio italiano dopo la Restaurazione erano infatti per la maggior parte dipendenti dai Supremi Consigli di Francia ed in misura minore da altri paesi. La data del 1859 fa comprendere come il suo immediato scopo interno fosse quello di contribuire a costituire l’Italia Libera e Una e, come finalità esterna, di avere una potenza massonica italiana in grado di dialogare con le istituzioni massoniche sparse nel mondo. La prossimità a Cavour fa anche comprendere quale ruolo abbia avuto nel regime di separazione giuridica fra Stato e Chiesa cattolica e nell’autonomia delle Istituzioni pubbliche e della società civile dal magistero ecclesiastico e dalle ingerenze delle organizzazioni confessionali, come pure nella reciproca autonomia delle confessioni religiose rispetto al potere temporale.

Fatta questa rapida e sintetica rassegna, posso ora risponderle. Il Rito Simbolico adottò questo emblema nel 1876. Nell’assemblea di quell’anno sappiamo che i Fratelli delegati delle Logge italiane di quel tempo discussero molto di una setta “che neppur nominiamo perché sta fissa nel pensiero di tutti noi ed è la nostra capitale nemica”. Con parole che potrebbero essere pronunciate anche adesso, si disse: “Oggi quella setta non può che negare, resistere, difendersi; ogni grande affermazione le è vietata”. Opposto e simmetrico all’emblema esotico della tiara o triregno, fu opportunamente eletto ad emblema del Rito un simbolo imperialista, laico, pagano, ghibellino, unicamente ispirato alla tradizione italica di Virgilio, di Dante, di Mazzini. Emblema che, non a caso, era già stato scelto come quello della Repubblica Romana, nel 1849, appunto da Mazzini, Armellini e Saffi, da Mameli e Garibaldi, sormontante anche l’asta della bandiera tricolore repubblicana. Questo per quanto riguarda il contesto storico della sua adozione.

Anche se i simboli, come affermava Plutarco, non dicono, ma accennano, alludono, velano e il simbolo, come è noto, proprio per l’etimologia della parola greca syn-ballein, coniuga sempre una serie di verità, una serie di concetti, una serie di princìpi che si stratificano, ho tentato, umilmente, da neofita aquilifero, di decrittare il suo senso unitivo ed evocativo. Poiché mi chiede quali forze indirizzi, per risponderle mi autocito rinviando al menzionato articolo de La Cittadella: «Le radici italiane sono infatti sintetizzate in tale simbolo, che accosta e intreccia il fascio duodecimale etrusco, l’aquila romana e la corona laurea greca. In questi simboli connessi e diversi, vi è rappresentata, in un certo qual modo, se si vuole utilizzare un termine moderno per farci meglio capire, la concezione di “multietnicità”, che connota la Libero-Muratoria. Tale principio di universalità, tolleranza e libertà nei confronti di religioni e popoli, pur divisi, fu concetto sovranamente presente, quasi un assioma e una credenza comune tra i saggi e gli uomini di buon senso del mondo antico e in particolare fra i Romani. Il simbolo infatti riunisce in sé la ghirlanda greca, l’aquila romana e il fascio etrusco a voler significare, fra l’altro, l’indissolubile unione fra le antiche popolazioni dell’Italia. Fusi in un unico emblema abbiamo l’aquila, il dantesco “santo uccello … che fè i Romani al mondo reverendi”, simbolo olimpico della forza sopraceleste, di comunicazione col cielo e di ascesa, anticamente adottato dalle legioni romane, come significante la loro forza, così come il fascio littorio degli etruschi accompagnava i magistrati a simboleggiare la giustizia e l’autorità dello Stato e, perciò, la sapienza che sa discernere tra ciò che è bene e male e distribuire a ciascuno ciò che gli è dovuto. Infine la corona greca, la ghirlanda, dono dall’alto che premia i vincitori, cingendo il capo dei primi classificati dei giochi, delle gare e quindi dei vittoriosi nelle battaglie, e d’alloro, appunto perché “laureava” chi compiva capolavori, ovvero opere perfette in campo fisico e intellettuale: era essa, ancora, che cingeva la testa degli iniziati degli antichi misteri. Dunque la sapienza etrusca, la forza romana, la bellezza greca si concentrarono in questo emblema che non a caso è sormontato al vertice della ghirlanda da quell’Armonia universale rappresentata infine dal Pentalfa, ultimo simbolo della scuola pitagorica».



3)       I Moderni Pitagorici tentarono – senza speranza - di far rimanere il Fascismo nel solco di quei Simboli che maldestramente esso aveva evocato; LUPA CAPITOLINA, FASCIO, AQUILA IMPERIALE ed altro. Essi chiedevano una netta chiusura al Cristianesimo e la risposta del Fascismo – irrispettoso verso quei simboli invocati – fu quello di inginocchiarsi alla presenza del “papa” con l’equivoco “capolavoro” dei Patti Lateranensi. Lei è noto studioso di Esoterismo: fu questo l’atto che scatenò queste Forze dei Simboli non rispettati contro il Duce?



Io non ho dubbi che anche il Fascismo sia stato qualcosa di storicamente molto complesso, assolutamente non un monolite. Vi furono al suo interno correnti di pensiero molto diverse tra loro, spesso irriducibili le une alle altre (in fondo la stessa cosa è accaduta al comunismo). Ciascuna di esse, inclusi i Moderni Pitagorici seppur su un altro piano, agiva nella situazione politica data, per attuare i suoi progetti o ideali, per condizionare il movimento, la forma futura del regime, i suoi sviluppi. Credo anche che nessuna di queste correnti accettasse il fascismo in blocco, ma discriminasse in esso qualcosa che condivideva da qualcosa che non condivideva.

Mi risulta quindi difficile pensare, come ha scritto Pietro Mander in numero di Hiram del 2006, che un Maestro come Reghini abbia scambiato «come un comune mortale, “lucciole per lanterne”, ovvero “fascismo” per “Tradizione italica”» e che ciò susciti delusione perché un vero Maestro «non dovrebbe “sentire” la storia o la cronaca più di tanto; egli deve passarle accanto, senza farsi da quella deviare». Reghini perciò era e stava «nel» fascismo, progettando un esito non necessariamente coincidente con quello che il regime realizzò concretamente. Diversamente da Mander, la mia visione del mondo, come quella di Reghini d’altronde, si fonda su quell’attaccamento, recuperato pure da un neoplatonico dei nostri giorni come James Hillman. Coloro che scelgono l’altra via, la via del distacco, possono forse andare sul Monte Athos o ritirarsi nel deserto, dove non c’è bisogno di essere coinvolti nelle miserie della vita quotidiana. L’attaccamento al mondo, la contiguità con la vita sono invece molto importanti e secondo me le discipline spirituali tendenti alla “fuga dal mondo” (una nozione platonica sempre malintesa) sono parte del dissesto del mondo, nella misura in cui lo abbandonano ai suoi mali e ai suoi vizi, standosene al sicuro nella loro turris eburnea. Trovo orribile che si possa essere così pieni di superbia, la hybris dei Greci, da credere che la propria piccola e risibile trascendenza personale sia più importante del mondo e della bellezza della vita. Credo al contrario che fin dall’antichità più remota l’obiettivo della famiglia esoterica – e perciò di tutte le famiglie iniziatiche così come si sono manifestate nella storia visibile ed invisibile – sia sempre stato quello di adeguare la natura terrestre all’ordine cosmico e di far emergere l’ordine dal caos. Al ciclico ritorno dell’Età dell’Oro, all’amore verso la Città Perfetta, alla ricerca della parola perduta, di una pietra filosofale, di una felice Saturnia Tellus o di qualche paradiso, è sempre corrisposto uno sforzo di approssimazione che ha alla sua base i potenti strumenti del nostro intelletto, il tentativo di ri-creare, grado a grado, il mondo più umano nella sua essenza e quindi più divino, quasi a far “atterrare” il mondo iperuranio, a corporificare il fuoco nella terra di quaggiù. Se ben guardiamo tale è stata la vicenda umana di Pitagora, Platone, Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Mazzini ... che certamente non hanno trasceso le contingenze storiche del loro tempo. Come scriveva il “mio” Macrobio: «non è raro che accada che un medesimo spirito si libri in alto per la perfezione sia nell’agire sia nel filosofare e guadagni il cielo per l’esercizio di entrambe le virtù». Come diceva ancora Cicerone, non siamo nati solo per noi, ma la nostra nascita in parte rivendica a sé la patria, in parte gli amici, cui certo non possono giovare coloro che ritirandosi in solitudine si son separati dagli uomini, come membra dall’unità del corpo.

Il bando delle associazioni segrete del 1925 e il Concordato del 1929 furono le esequie e la pietra tombale dell’esoterismo e dei sogni dei Moderni Pitagorici. La vittoria di una data linea spirituale di solido sostegno allo Stato su scelte politiche di calcolo avrebbe senza dubbio cambiato il volto del regime, e oggi non parleremmo di quel fascismo che l’Italia ha vissuto e che pressoché tutti oggi condannano, ma di un altro fascismo di chissà quale forma. Reghini aveva ben avvertito come una politica che identifichi e subordini gl’interessi della romanità a quelli vaticani poggiasse sul falso e fosse necessariamente dannosa alla vera universalità, come concepita da Giulio Cesare, da Augusto, da Dante.

Un’opportunistica manipolazione dei miti nazionali, in particolare del mito di Roma e dei sacri simboli dell’imperium nonché del mito dantesco, sfruttati in modo improprio dal fascismo, quando non usurpati nell’accoglimento del loro aspetto più esteriore, non poteva avere che un esito tragico e ci si è inorgogliti della loro appariscente applicazione, al di fuori di una reale tradizione e senza prestar fede al loro idioma sacro, non calcolandone gli effetti remoti in virtù del loro abuso. Il fascismo ne ha contaminato il cuore stesso, disarticolando la loro dinamicità; li ha piegati, contaminati e seviziati al punto che oggi, nel mondo profano, se ne può fare solo una malinconica autopsia. È avvenuta una frattura difficile da ricostituire, al punto che questi simboli e miti devono essere re-immaginati, dopo il discredito in cui sono caduti in seguito al triste epilogo politico-militare del regime mussoliniano. Gli strascichi della campagna anti-esoterica hanno senz’altro recato gravi danni alla varietà di pensiero. Se la caduta del fascismo condusse all’abolizione della censura e delle leggi contro le associazioni iniziatiche, la successiva egemonia politico-culturale di due forze antirisorgimentali – i cattolici e i comunisti – ha comportato notevoli ritardi nella crescita dottrinale della nostra nazione. L’editoria “esoterica” in Italia, ad esempio, è riapparsa solo dagli anni ’80 in poi. La perdita della simbologia sacra della nostra nazione è anche il motivo per cui la sacralizzazione della politica come manifestazione dello Stato è stata dal dopoguerra praticamente assente in Italia, perdendo così importanti mezzi di rievocazione di un eggregoro archetipico. E tuttavia, in questa malinconica analisi, devo confessare che un barlume di speranza si è in me riacceso in occasione delle celebrazioni del Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, dove simboli ed eroi “ingombranti” sono per così dire risorti circondati da una risposta positiva di tantissimi italiani. Come ben sanno gli antropologi, i riti precedono i miti. È stata aperta una porta; gli italiani ne sapranno approfittare?



4)       Il Suo blog (http://morenoneri.blogspot.com/) nell’home page esalta il Poeta Ezra Pound riportando splendide parole del Poeta di esaltazione del Paganesimo. Noi ricordiamo di Ezra Pound questa celebre frase: ”CHI SEI? IO SON QUELL’EZZELINO CHE NON CREDE’ CHE IL MONDO FU CREATO DA UN EBREO”, Cantos LXXII. Ove “ebreo” sta, ovviamente, per Yhavèh e per riferimento, dunque, il Cristianesimo. C’è qualche analogia tra Lei ed Ezra Pound?



Nei miei forsennati studi sul Tempio Malatestiano e su Sigismondo Pandolfo Malatesta dovevo imbattermi molto presto in Ezra Pound e nei suoi Cantos, in specie i Cantos malatestiani. Da più di dieci anni godo della conoscenza, stima e riconoscenza di Mary De Rachewiltz, figlia e traduttrice del massimo poeta del XX secolo. Nella prima tavola rotonda a cui partecipammo insieme nel giugno 2001 dopo il mio intervento che aprì subito definendomi non un esperto di Pound ma piuttosto di Pletone (che il poeta statunitense cita diverse volte nei suoi Cantos; si veda in proposito Demetres P. Tryphonopoulos, Pound e l’occulto: le radici esoteriche dei Cantos; introduzione di Luca Gallesi; a cura di Gianfranco de Turris, Edizioni Mediterranee, Roma, 1998), Mary mi si avvicinò, confessandomi che aveva trovato il mio intervento “illuminante”. In seguito ho tradotto il volume di Charles Yriarte. Fu questo libro del 1882 che fece scoprire a Pound il Tempio di Sigismondo Malatesta a Rimini e che ispirò gran parte dei Malatesta Cantos; ho riedito Un tempio d’amore di Antonio Beltramelli (1912), altra fonte poundiana, come ho tradotto alcuni testi di Adrian Stokes, che con Pound visitava il Tempio di Rimini. Con Pound condivido la sua riflessione in Guide to Kulchur: «Il  Tempio Malatestiano è ad un tempo un apice e in senso letterale un monumentale insuccesso. È forse l’apice di ciò che un solo uomo abbia incarnato negli ultimi 1000 anni in occidente. Si è espressa una “vetta” culturale». Nel frattempo mi capita di essere citato da alcuni studiosi poundiani, come Caterina Ricciardi e Piero Sanavio che conosco; il più recente, che invece non conosco, è Andrea Colombo nel suo Il Dio di Ezra Pound, uscito nel 2011. Infine con Pound e con Pletone prima condivido una nozione economica che reputo fondamentale: “la libertà di non indebitarsi”. Ma Pound resta per me una fonte perenne d’insegnamento, lo considero veramente il Dante del XX secolo della nostra era volgare. Alle quotazioni poundiane che ci stiamo scambiando, si può aggiungere questa: «Oh Dio di tutti gli uomini, nessuno escluso».



5)       Altre Etnie – giustamente – esaltano con pieno merito i propri miti e personaggi storici. In Italia, suolo di Roma Eterna, da Romolo a Pomponio Leto vige un sospetto silenzio, dalla scuola ai media. Alcuni vi scorgono un disegno ben preciso in una terra dove la Chiesa per secoli ha avuto il monopolio dell’informazione. Certo, il più implacabile nemico della Religiosità Italico Romana è colui che ha Bibbia e Vangelo in mano … Il Suo parere?



La nostra agenda è molto diversa dalla Francia, ad esempio, dove ci si ricorda bene chi è stato Vercingetorige o Giovanna d’Arco e da decenni ha persino larga diffusione un fumetto patriottico come Asterix. Ma questo si deve all’eccezione del civismo francese, la laïcité, un prodotto unico dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. Occorrerebbe da un lato avere un forte senso della propria nazione che in Italia, dopo il Risorgimento, si è smarrito e dall’altro uno stato tollerante come l’avevano pensato i nostri Padri del Risorgimento. Sotto questo versante invece si è voluto, prima durante il Fascismo e poi nella Repubblica, venire a patti con chi storicamente si è sempre mostrato intollerante e mai disposto a un incontro. Ciò che la sua domanda suggerisce implica il parlare di grandi fenomeni e protagonisti di un’altra “storia universale”, i quali hanno trovato e prodotto quel sapere specialissimo che è “la sapienza italica” e quindi il riproporli: è già un modo per far rivivere i nostri Antenati. Io sono un Toynbee “alla rovescio” e credo che l’Occidente non sfuggirà alla decadenza se non si riconcilierà con quella che in alcuni ambienti accademici viene chiamata “tradizione classica” e che, indipendentemente dai luoghi e dei tempi, è racchiusa nell’anima di tutti.



6)       Lei è studioso del Rinascimento ed è impegnato in una opera di titanica difficoltà. Una edizione completa delle opere del filosofo GIORGIO GEMISTO PLETONE. Ed è recentemente uscito, scritto da Lei, l’attesissimo “PLETONE / TRATTATO DELLE VIRTÙ” edito dalla prestigiosa Bompiani. Vuole dirci chi era questo insigne Pagano, così temuto dalle gerarchie e teologi cristiani?



Giorgio Gemisto Pletone (1355 ca.-1452 o 1454) è stato una delle figure più importanti e prestigiose del crepuscolo di Bisanzio. Consigliere degli ultimi imperatori di Costantinopoli e dei despoti di Morea, a Mistrà, nel Peloponneso, creò un circolo esoterico, sul modello dell’antica Accademia di Platone, la cui opera fu di fondamentale importanza per il Rinascimento occidentale. La sua presenza al Concilio dell’Unione delle Chiese ortodossa e cattolica (Ferrara-Firenze 1438-9) — ultimo disperato tentativo di ottenere aiuti militari dall’Occidente contro il Turco — destò una profonda impressione sugli umanisti italiani per la sua ardente difesa del platonismo. A Firenze l’ultraottuagenario Pletone trovò un ambiente intellettuale dominato dall’aristotelismo, ma che aveva un ardente desiderio di saperne di più su Platone, che si conosceva solo indirettamente. Pletone (che assunse allora questo nome consonante, “quasi un altro Platone”), fra i tanti umanisti e mecenati, incontrò a Firenze Cosimo de Medici, che fu da lui ispirato — come testimonia Marsilio Ficino — a istituire la celebre Accademia Fiorentina. Convinto che i Turchi avrebbero presto distrutto sia la Chiesa d’Oriente che quella d’Occidente, Pletone vedeva l’unica speranza per l’Impero bizantino sul punto di disintegrarsi nella sostituzione del cristianesimo con un rivitalizzato paganesimo, solidamente fondato sulla metafisica platonica e sulla riscoperta dell’idea di una tradizione ininterrotta di saggezza — di una prisca philosophia — trasmessa oralmente e in segreto e solo parzialmente consegnata ai testi scritti. Compose perciò — ma senza osare pubblicarlo — Le Leggi, modellato sull’omonimo dialogo platonico, in cui presentava un concreto programma per il ritorno delle credenze e dei valori morali del passato pre-cristiano e che fu dato alle fiamme dal Patriarca. Le ceneri di Gemisto, in modo appropriato, riposano nel Tempio Malatestiano di Rimini, la più pagana delle chiese del Rinascimento.



7)       La Storia di ROMA e “MAGNA GRAECIA” dovrebbero essere materie d’obbligo per una sana Educazione Nazionale. Invece, Latino e Greco Classico sono declassati come “lingue morte”. Cosa propone?



Il problema della Paideia non riguarda solo la storia o l’insegnamento delle lingue. Il richiamo alla funzione educativa delle humanae litterae, ormai, ci giunge persino dal mondo anglofono. Si rimpiange un mondo in cui Mnemosine, la Memoria, era madre delle Muse e si vorrebbe predicare un ritorno agli studi del trivio e del quadrivio. E, tuttavia, girando per l’Italia e anche incontrando molti dei giovani autori delle collane della Bompiani dove pubblico, dirette dal grande Giovanni Reale, ho veduto singole individualità e nuclei militanti che, gramscianamente, mi fanno sperare in una “riscossa nazionale” o “riscatto nazionale”, in un “rinascimento” della cultura greco-romana e in un “risorgimento” della nazione.



8)       L’attuale, impresentabile “cultura” italiana è impaludata in una gara dell’ovvio, del politichese cripto marxista, di una TV oscena. Tutti impegnati nello snaturamento delle origini del nostro suolo. Proprio per questo il campo potrebbe essere molto fertile per agire. Salvo rarissime eccezioni, osserviamo una resa senza condizioni di molti scrittori. Eppure il risveglio del Paganesimo in Europa è fortissimo. Cosa suggerisce?



Niente, se non due belle mani sugli occhi contro l’abbaglio del nostro destino, contro l’accecamento di Edipo o l’ipnosi dell’occhio di Gorgone. Nell’attesa, ri-prendere la propria anima. Lei parla di risveglio. Pletone così vedeva l’eterno ritorno dei ritmi ciclici: «I periodi del tempo recano e sempre recheranno, in epoche fisse, identiche vite e identiche azioni, in modo che niente e mai capitato di veramente nuovo e niente capita che non sia già accaduto e che non debba prodursi di nuovo un giorno … Né v’è alcun modo di sfuggire e sottrarsi a ciò che Zeus ha deciso dall’eternità e che il Fato ha fissato per sempre». Ho ritrovato questa idea nel mito fondatore della filosofia di James Hillman e vi vedo un’affinità elettiva con questa frase di Nietzsche: «La civiltà è un primato storico, la cultura è un’impresa mitica … La sillaba chiave della cultura è il prefisso RI». Come accennavo prima, anche Antonio Gramsci, un pensatore che per il suo materialismo è molto lontano dalle mie corde, intorno al 1935, nei Quaderni del Carcere, osservava come vi fossero nella storia e nella cultura espressioni strettamente legate al modo tradizionale di concepirle e tra tali espressioni evidenziava in particolare rinascimento, risorgimento, riscossa, riscatto, rivoluzione. Tutti termini – diceva Gramsci – che «esprimono il concetto del ritorno ad uno stato di cose già esistito nel passato o di ripresa di energie disperse intorno a un nucleo militante e concentrato». Insomma, i termini evidenziati sono leggibili, all’interno del mondo della tradizione esoterica, come rivoluzione, ritorno, quasi astronomicamente scandito ad una condizione originaria perduta. Al vero iniziato la struttura ontologica dell’universo e del suo ritmo è ben rivelato e anche la stessa anima, come Ulisse, può imbarcarsi nel suo viaggio di ritorno



9)       Qualcuno asserisce che il Pitagorismo è estraneo all’humus indoeuropeo e persino Evola lo criticò. Eppure la prima Università del Mondo Europeo fu la “SCHOLA ITALICA” a Crotone ed Apollo Iperboreo e le Muse dell’Ellade erano particolarmente onorate da Pitagora … Senza contare la visione politica basata sulla Aristocrazia! Conferma?



Anche uno scettico dei nostri tempi e grande divulgatore della storia della filosofia occidentale come Bertrand Russell deve certificare che nessun altro uomo ha avuto così tanta influenza nella sfera del pensiero più di Pitagora. Il Rito a cui appartengo si riallaccia idealmente alle più antiche tradizioni iniziatiche italiche ed in particolare alla Scuola di Crotone. Questo nella consapevolezza che la Massoneria costituisce il veicolo mediante il quale si è trasmessa in Occidente la Tradizione iniziatica e non solo riconosciamo l’Uno come principio, ma colleghiamo il nostro perfezionamento nella via aperta all'iniziazione massonica nel modo in cui la Tradizione si è presentata in Italia nell'insegnamento pitagorico. Consapevole della molteplicità di vie che la conoscenza realizza, manifestazioni e metodi differenti ma pur tutti concorrenti allo stesso fine, allo stesso modo di Simmaco, il nostro Rito non pone limiti alla ricerca del Vero, anche se i nostri membri sono esortati a collegare ogni approfondimento all’insegnamento Pitagorico. Il recupero e la comprensione della tradizione della Scuola pitagorica e dei numerosi suoi elementi che si rinvengono nella Simbologia massonica possono sembrare espressioni élitarie, risultanti fin troppo ostiche alla mentalità contemporanea. In realtà non ci sono affatto estranee e sono racchiuse nell’anima stessa dell’individuo umano. In questa ricerca, a un certo punto ci si accorge che è una disposizione altrettanto necessaria e naturale di quella di risolvere i problemi sul triangolo rettangolo con regole fissate venticinque secoli fa.



10)     Il Cattolicesimo Tradizionalista che esalta il “papa” Re vede nel Risorgimento la mano organizzativa della Massoneria e nella giusta cacciata del “papa” oltre che la Massoneria vi scorge anche il Paganesimo, che per noi è scomparso nella moderna Libera Muratoria. Vuole mettere un po’ d’ordine in tutto questo?



La Chiesa tiene ormai tutto e il contrario di tutto. Da un lato ha da tempo definito provvidenziale la fine del potere temporale e dall’altro riaccoglie nel suo capace seno i papisti integrali, gli insultatori e calunniatori dei patrioti italiani. Come si vede, l’atteggiamento ecclesiale è ben più relativista di quel mondo desecolarizzato da essa tanto deprecato. Le parole vanno poi pesate: infatti, quale Chiesa in altre nazioni dell'Occidente ha ricevuto più “provvidenze” in questi 150 anni, nel rapporto con lo Stato, di quella italiana?

Come quella del satanismo, l’accusa di paganesimo (anch’esso opera del Demonio, non lo si dimentichi) è accusa del tutto chimerica, priva di argomentazioni razionali e con uno spregiudicato uso del linguaggio manicheista (qui il Bene, di là tutto il Male). Che poi, nel Risorgimento, abbia potentemente agito il mito di Roma è un fenomeno ben attestato e ben studiato, ad esempio, dall’amico Sandro Consolato, da lei stesso intervistato. Ma per il cattolicesimo sé dicente tradizionalista persino la Polis, l’idea di nazione, il “Dio-Stato”, è il culto di un idolo, un’espressione di paganesimo e non si può negare che i nostri eroi del Risorgimento, molti dei quali Massoni, fossero fautori di una forma di religione civile.



11)     Da qualche parte, nell’oceano di internet, leggemmo un interessante articolo dal titolo “GLI DEI IN LOGGIA” in riferimento all’architettura della stessa Loggia Massonica. Con molto rispetto per Lei, ma è proprio così quando in molti luoghi si giura sulla … Bibbia? Dunque, la Massoneria Moderna è in mano ai cristiani? Torna di nuovo l’ombra di Reghini … Vuole chiarirci?



Curiosamente l’articolo da lei citato è comparso per la prima volta sul sito del nostro Rito (http://www.ritosimbolico.net/studi1/studi1_20.html) e poi ripubblicato in altri siti. Il suo Autore è Piero Vitellaro Zuccarello, un Fratello Maestro Architetto, come me, del Rito Simbolico Italiano, che è stato fra l’altro uno degli organizzatori e relatori del convegno, svoltosi all’Umanitaria di Milano l’8 maggio 2004, intitolato Arturo Reghini: un intellettuale neopitagorico fra esoterismo, massoneria e politica. Piero è stato anche il curatore degli Atti del convegno, pubblicati come supplemento alla nostra Rivista “L’Acacia”. Come vede, a rischiarare l’ombra di Reghini in Massoneria non sono l’unico, ma vi è ormai un nutrito drappello di sentinelle della sua memoria.

Quanto alla Bibbia va sfatato un malinteso, purtroppo assai diffuso anche in ambiti non profani. Ciò che noi Massoni chiamiamo “Libro Sacro” o “Libro della Sacra Legge”, posto sull’ara o altare dei giuramenti, è un simbolo del riconoscimento dell’uomo del suo rapporto con la Divinità. Attualmente nella Massoneria che si accinge a celebrare il suo terzo secolo di vita vi sono non meno di sette/otto soluzioni di utilizzo del Libro Sacro, presenti nelle Logge sparse in tutto il mondo, da Israele alla Nuova Zelanda, dal Marocco a Singapore. Possiamo così riassumerle: 1. La Bibbia (Vecchio Testamento) per gli Ebrei; 2. la Bibbia (Vecchio e Nuovo Testamento – nelle diverse versioni cattolica, ortodossa e protestante) per i cristiani; 3. Il Dhammapada (La via del Dharma) per la grande corrente buddista mahayana presente in Cina, Corea e Giappone; 4. La Gîtâ per gli hindù; 5. L’Adi Granth, noto anche come Guru Granth Sahib, per i sikh; 6. Il Corano per i musulmani; 7. Lo Zend Avesta per parsi e zoroastriani; 8. un libro non scritto (bianco) o edito in caratteri completamente scomposti e privi di senso in talune Logge. Da questo elenco  risulta chiaro come il libro rappresenti la Luce che sovrasta ogni essere umano, non come autorità dogmatica, ma come espressione della fede in un ordinamento dell’intero Universo. Dopodiché va ammessa la realtà dei fatti: per quanto la Massoneria moderna sia l’unica associazione iniziatica sopravvissuta nell’Occidente, nasce nel 1717 in un contesto in larga parte radicato nel cristianesimo, anche se non solo come è evidente dai simboli presenti nel nostro Tempio (basti pensare, solo per fare qualche rapido esempio, alla menorah ebraica o candelabro a sette braccia, ai Minerva, Ercole e Venere “pagani” o “gentili”, all’egiziaco delta luminoso, ai segni zodiacali caldaici). Ma per un’esauriente analisi della questione mi permetto di rinviare al mio contributo “Il Libro sacro” edito online (http://www.ritosimbolico.net/studi1/studi1_35.html).

Non è un problema solo di strumenti, ma anche di termini. Il nostro Reghini nel libro Le parole sacre e di passo del 1922 ha mostrato, con una serie di analisi filologicamente approfondite, che solo intorno al XVIII secolo si ebbe la presenza nella Massoneria di una terminologia ebraica sostitutiva di quella greca. Si verificò così, per molteplici ragioni storiche e culturali già in parte evidenziate dal “pednosofo” e massone Ragon, ad una sostanziale modificazione dei presupposti iniziatici ed alla pressoché totale perdita delle incidenze misteriosofiche di origine greco-romana. Almeno, per quanto riguarda il Libro Sacro, la Massoneria Universale nel corso dei secoli è riuscita a riprendere il suo significato originario.



12)     Il Paganesimo Egizio, il suo simbolismo, esoterismo, ermetismo, magia. Indubbiamente affascinante, certamente inconciliabile con il Kosmos religioso del cristianesimo. Lo è anche per la ROMANITAS?



La sapienza iniziatica romana è abbastanza complessa nelle sue componenti. Ciò è mostrato anche dai leggendari viaggi di Pitagora in Egitto e in Caldea (Babilonia), dove sarebbe stato iniziato alle dottrine esoteriche prima dello stabilimento della scuola di Crotone, e anche da Platone che nel Timeo indica apertamente l’Egitto come culla della sapienza. Dunque la sapienza greco-romana fu più un recupero (ecco di nuovo il RI) che un’invenzione. Più che al “miracolo greco”, inventato dai tedeschi nel Settecento, alle cui spalle stanno invece varie correnti tradizionali, io penso al “miracolo romano” e, nel suo ecumene, all’assenza di ogni confine religioso che significava l’assenza di ogni rigida frontiera di fronte ai culti concorrenti, come pure l’assenza di ogni concetto di eresia, per non parlare di scomunica. Nessuna gelosia, culti e misteri formavano, a dispetto di Popper, una vera “società aperta”. Come dice Gore Vidal in Giuliano (1962): «gli adoratori del toro non hanno mai cercato di uccidere gli adoratori del serpente, né di convertirli dal serpente al toro con la forza. Nessun flagello ha mai colpito il mondo con la stessa violenza e con le stesse proporzioni come il cristianesimo». Essere iniziato a Eleusi o partecipare come Apuleio al culto di Iside o come un soldato romano a quello di Mithra o praticare la teurgia non significava aderire a una religione nel senso che ci è famigliare, a noi che ci rapportiamo a religioni reciprocamente esclusive, quali l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam, pur nelle loro varianti. Mentre in tutte le religioni c’è una cosciente e coscienziosissima insistenza nel definirsi e nel distinguersi dalle religioni rivali, nell’epoca romana le differenti forme di culto non sono mai state esclusive: sono delle forme, delle tendenze, come dire, opzioni variabili, in seno a un complesso unico, disparato, ma continuo, della Religio. In questo senso un ritorno alla Romanitas è quasi soteriologicamente auspicabile per il nostro mondo: dobbiamo fare una conversione, quasi di tipo hillmaniano, al politeismo e abbandonare la nostra civiltà monoteistica. In fondo le previsioni della nuova era e la fine dell’età dei Pesci ci parlano di questo.



13)     Oltre che completare l’opera su Giorgio Gemisto Pletone, a cosa sta lavorando per il futuro?



Il completamento dell’opera di Pletone, un’impresa un po’ titanica, procede a passi. Spero di consegnare entro il prossimo autunno, prima i suoi scritti di polemica antiaristotelica dove si sforzò di portare alla luce le differenze che separano Aristotele da Platone, trasmettendo all’Occidente latino il platonismo come strumento di un rinnovamento totale del pensiero teologico e dei costumi che apriva una tappa magnifica della storia umana, purtroppo bloccata da Riforma e Controriforma. Poi, sempre per la Bompiani, entro la fine dell’anno, la raccolta dei suoi sorprendenti scritti di riforma politica, sociale e religiosa, in cui proponeva una radicale restaurazione delle virtù elleniche e la liberazione da ogni compromesso col mondo ecclesiastico e il ritorno a un socialismo spartano, adattato ai suoi tempi. E ancora resta molto da fare su Pletone. Ma non azzardo previsioni: anche se ormai ho pressoché tradotto tutte le sue opere, una loro seria edizione critica comporta tempi lunghi. Mi sono comunque preso una pausa estiva, una vera e propria vacanza da Pletone, occupandomi di un periodo storico della Massoneria che mi era in larga parte sconosciuto: quello che va dall’Aufklärung allo Sturm und Drang tedeschi. Pubblicherò così i Dialoghi per Massoni di Lessing e Herder, alle prese col primo tentativo – per altro ricorrente nella storia massonica – di proporre una Massoneria come luogo di estrinsecazione di un presunto esoterismo cristiano di matrice neotemplare, forse anche d’ispirazione gesuitica, spesso con esiti anche paradossali ma con la finalità di snaturare la sua vera essenza.

Nei miei ideali cassetti (che sono poi cartelle del mio Mac), c’è molto altro che  non ha ancora raggiunto lo stato di perfezionamento che desidero. Tra queste un’edizione critica e filologica di un lungo articolo dell’aprile 1859 di Jean-Baptiste Marie Ragon, auteur sacré della Massoneria dell’Ottocento, per quanto oggi dimenticato. Sotto il titolo Notice historique sur les Pednosophes (enfants de la sagesse) et sur la Tabacologie, dernier voile de la doctrine pythagoricienne, vi si traccia la storia di un ordine pitagorico, sopravvissuto dalla chiusura della Scuola di Atene nel 529 e delle sue vicissitudini nel corso dei secoli. Su questo curioso documento ha attirato l’attenzione, qualche anno fa, la rivista Politica Romana, animata dall’amico Piero Fenili e ispirata alla tradizione romana e italica, che ne ha pubblicato una traduzione in italiano. Per quanto facile sia dubitare di notizie così fantasiose e incredibili raccolte in un ambiente, come quello esoterico e massonico, per definizione brulicante di falsi documenti storici, l’attendibilità di molte delle notizie che Ragon, che fu membro di questa misteriosa società, va, sia pur prudentemente, difesa, per ragioni che qui sarebbe lungo spiegare. Come ha spiegato Elémire Zolla «la conoscenza pitagorica mai non si estinse, troppi vantaggi infatti prodiga a chi ci si impegni».