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martedì 30 aprile 2013

Identità



di Fabio Calabrese


Capita spesso che degli articoli nascano da altri articoli, quando ci si accorge di non aver detto tutto quello che si intendeva dire, quando ci sono questioni che meritano di essere ulteriormente approfondite.

Redigendo il mio scritto precedente, “Euroscettici e populisti”, mi è capitato di parlare sommariamente del fenomeno della globalizzazione e di quello ad esso parallelo dei “no global”.

Anche se le due cose sono collegate, non si dovrebbe confondere del tutto globalizzazione con mondialismo. Quest'ultimo, infatti, è qualcosa di più del fatto che le economie delle diverse aree del nostro pianeta sono di fatto interdipendenti, è la tendenza a creare ovunque società multietniche attraverso la migrazione da un'area all'altra di grandi masse umane, con il corollario effetto della sparizione di popoli, etnie e culture per dare luogo a un'umanità totalmente ibridata e imbastardita. Chi non sia divorato dal demone di ideologie cosmopolite (cristianesimo, illuminismo, marxismo) non può non vedere che questo destino che incombe su di noi è la peggiore delle disgrazie. Qualcuno, con un'immagine semplice ma efficace, l'ha paragonato a un tritacarne: esso sta preparando alla nostra specie la stessa sorte di un animale passato al tritacarne, dopo un simile trattamento non è più possibile distinguere pelle, carne, ossa, interiora ma solo una poltiglia esattamente come si vuole avvenga alla sciagurata umanità del terzo millennio.


Tutte le opposizioni alla globalizzazione dovrebbero in realtà essere, se non sono deviate verso un falso scopo, opposizioni al mondialismo. Opporsi alla globalizzazione E NON al mondialismo, come fanno i “no global” di sinistra che guardano con simpatia a ogni forma di meticciato, è il massimo dell'assurdità. Quale significato potrebbe infatti avere mantenere dei segmenti dell'economia separati dal mercato globale se nel contempo si vuole far sparire i popoli, le etnie, le culture a cui queste economie differenziate dovrebbero fare da supporto? Sarà forse perché ci si muove nell'ambito dell'illogicità pura, che il movimento “no global” si è assai presto trasformato in un'accolita di teppisti fra i più violenti che si possono immaginare, capaci di mettere a ferro e a fuoco una città, ma non di avere un ragionamento che vada oltre la giaculatoria di slogan balbettanti.

Una vera opposizione al mondialismo si ritrova semmai in tutti quei movimenti che possiamo chiamare identitari, e che sicuramente non si collocano a sinistra.

Tutti questi concetti li avevo spiegati anni fa in un articolo, “Identitari e no global”, scritto per la rivista “Identità” di Salvatore Francia, e pubblicato sulla stessa, una bella iniziativa che però non è riuscita a durare.

Anche nei confronti di questi movimenti identitari esprimevo però una certa cautela: non si può pensare di tornare, che so, alle comunità di villaggio dell'età neolitica. Identità non va necessariamente intesa come localismo e campanilismo (destinato oltre tutto a venire fatalmente in urto con altri campanilismi), separatismo in stile Lega Nord e via dicendo. Io penso che sia una questione di semplice realismo. Le realtà nazionali e meglio ancora un'Europa di popoli reciprocamente solidali, un'Europa svegliatasi dal drogato incubo UE possono avere la forza di opporsi alle tendenze mondialiste, ma le micropatrie sono scogli destinati a essere sommersi al montare della marea, o addirittura ghiaia che può essere sbattuta per ogni dove.

Bene, mi sono dovuto accorgere che quando ho scritto queste cose, sono stato anche troppo generoso.  

Ultimamente, dopo due anni di sospensione, si è tornato a svolgere il tradizionale raduno leghista di Pontida (ora, io vorrei persino tralasciare il fatto della totale incongruenza storica: quando i comuni raccolti nella Lega Lombarda tennero a Pontida lo storico giuramento, la loro coalizione non era rivolta certo contro lo stato italiano che allora non esisteva, ma contro l’impero germanico guidato da Federico Barbarossa, e per questo motivo in età romantica gli episodi del giuramento di Pontida e della battaglia di Legnano sono stati celebrati come loro antesignani dai patrioti risorgimentali certamente con più coerenza storica dei leghisti odierni).

Prendo in mano il giornale che dedicava un articolo a questo evento, e rimango allibito guardando la foto che lo correda, dove si vedono tre tizi, tre militanti leghisti, due dei quali vestiti con asciugamani e lenzuoli che a loro parere dovevano riprodurre l'abbigliamento degli antichi Celti e con in testa elmi cornuti (uno dei due con le corna disposte orizzontalmente che saranno state un metro per parte), il terzo con un costume, verosimilmente di gommapiuma, da orco dei cartoni animati.

Cose di questo genere andrebbero bene a carnevale, sarebbero ancora state passabili a un'hobbiton tolkieniana o a un festival celtico, ma non certo al raduno di una forza politica che bene o male si candida alla guida del Paese, cos'è, una ricerca dell'identità o della buffonata?

Queste micropatrie non esistono se non sul piano del folclore, e del folclore pacchiano, che ha più a che fare coi fumetti di Asterix che con la storia.

Coloro che mi conoscono sanno che mi sono occupato e continuo a occuparmi molto di celtismo, per una serie di motivi, perché quella degli antichi Celti è una cultura misconosciuta, negata da chi ha interesse a mantenere il mito bugiardo di una civilizzazione da oriente, perché la radice celtica è comune a molte nazioni europee, e dovremmo prenderla in seria considerazione se la nostra finalità è quella di dar vita a un'Europa basata sul sangue e sulla storia invece che sul dio denaro (e si vede bene oggi come questa “Europa” creata sulla base dell'interesse si sta rivelando una macroscopica truffa ai danni degli Europei), e in fine – last but not least – perché anche da noi in Italia una spiritualità di tipo celtico è piuttosto sentita e seguita laddove, salvo pochissimi, per quanto riguarda il paganesimo classico non si va oltre un interesse erudito per la sua mitologia, e penso sia necessario mantenere la disponibilità al coagulo, al sincretismo, alla collaborazione fra le forze spirituali che si oppongono sia a un cristianesimo sempre più mondialista, sia all'ateismo marxista, ma non ho mai trovato nel celtismo un pretesto per negare la mia italianità, e, come se non bastasse, le buffonate preferisco lasciarle fare a qualcun altro.

Quasi all'improvviso, ancora prima di ripiegare il giornale, mi è però venuto un altro pensiero. Perché ci si inventa delle patrie immaginarie? Per quale motivo si vuole essere Galli cisalpini, padani, longobardi magari, e nell'altra mezza Italia da sotto Roma in poi figli delle Due Sicilie o della Magna Grecia?

Si vuole, si vorrebbe essere tutto meno che italiani perché dell'Italia ci si vergogna. Ma la colpa di questa situazione, di questo senso di ripulsa estremamente diffuso, non può essere imputata ai leghisti o ai loro equivalenti meridionali. Diciamola la verità, una volta per tutte e con chiarezza: settant'anni di democrazia antifascista sono riusciti a produrre negli Italiani la vergogna di essere tali. E' a mio parere una responsabilità gravissima di cui la classe dirigente democratica e antifascista dovrebbe essere chiamata a rispondere, non meno che degli intrallazzi e delle ruberie del saccheggio infinito della cosa pubblica. La maggior parte di costoro dovrebbe essere traslata direttamente dai banchi parlamentari al banco degli imputati.

Occorre una buona conoscenza, una consapevolezza storica ma anche e forse soprattutto grinta, orgoglio per capire che noi non siamo quello che ci hanno ridotti a essere. Perdonatemi la citazione dal “Re leone” disneyano ma che nel nostro caso calza a pennello, e forse dovremmo ripeterci tutti i giorni: “Tu sei molto di più di quel che sei diventato”.

Occorre sollevare lo sguardo oltre le miserie del tempo presente. Quale altra nazione può vantarsi di aver dato al mondo Roma e il rinascimento? Non basta. Ci sono stati quattro uomini che forse più di ogni altro hanno cambiato i destini del Mondo: Marco Polo, che ha reso consapevoli gli Europei dell'esistenza di un vasto mondo oltre e lontano dalle sponde del Mediterraneo, Leonardo Da Vinci, il geniale anticipatore che ha intuito la scienza e la tecnica moderne, “Un uomo sveglio quando tutto il resto dell'umanità dormiva”, l'ha definito Sigmund Freud, Cristoforo Colombo che con la scoperta dell'America ha unificato la storia del nostro pianeta svoltasi fin allora come su due palcoscenici, quello eurasiatico-africano e quello americano, del tutto separati, Galileo Galilei che ha inventato il metodo sperimentale-matematico e fondato la scienza moderna. Questi quattro uomini avevano una cosa in comune. Sapete quale? Erano tutti e quattro italiani, come me e voi.

L'UNESCO ha stimato che l'Italia contiene il 50%, la metà del patrimonio artistico, architettonico, archeologico mondiale. Questo immenso patrimonio di cui oggi non ci prendiamo sufficiente cura, non è arrivato in Italia per caso, che anzi la nostra terra è stata semmai vittima di saccheggi, spoliazioni, furti che ne hanno fatto finire un'ingente quantità all'estero, è stato prodotto nei secoli dal senso artistico, dall'inventiva, dalla genialità della nostra gente.

Non abbiamo nessun motivo di vergognarci e molti motivi di fierezza per il fatto di essere italiani, semmai è la democrazia antifascista che ci deve procurare repulsione e disgusto.

Tutte queste pseudo-identità pseudo-nazionali che ho nominato sono traballanti, e infatti appena qualcuno di questi padani, cisalpini, bi-siculi, magni greci si reca all’estero, viene subito identificato come l’italiano che non vorrebbe essere. Che qualcuno di questi si provi a raccontarla agli stranieri la storiella dei padani e dei bi-siculi, otterrà solo di farsi ridere in faccia!

L'identità nazionale è qualcosa che non si può scegliere. L'identità in generale è CIO' CHE NON SI SCEGLIE. Nessuno sceglie il tempo e il luogo della propria nascita, i propri genitori, il proprio sesso (oddio, è vero, alcune persone scelgono di ALTERARE il proprio sesso, ma è discutibile che diventino realmente dell'altro, non ai fini riproduttivi, e si pongono comunque in una situazione di non normalità). Una persona può scegliere un lavoro, una carriera, un partner, ma proprio per questo, queste cose non fanno parte dell'identità. Si può decidere di cambiare lavoro, si può divorziare dalla propria moglie, dal proprio marito, ma non dai genitori.

L'identità nazionale è dello stesso ordine, è qualcosa con cui nasciamo e non possiamo cambiare. Questo lo si può percepire come una non libertà, ma sappiamo anche che la libertà TOTALE non è possibile né desiderabile. Konrad Lorenz faceva notare che gli organismi dotati di scheletro come l'uomo, hanno perso la libertà di poter flettere ogni segmento del proprio corpo in ogni direzione possibile, libertà che hanno invece i lombrichi, ma è solo questo che ci consente di avere la libertà di alzarci in piedi. Identità, appartenenza, radicamento in una realtà nazionale, etnica, storica, culturale possono essere percepiti come dei limiti, ma sono essi che consentono a ciascuno di noi di non essere solo un puntino, un nulla perso nel magmatico caos di un'umanità sterminata fatta di miliardi di nostri simili.

E' proprio questo che oggi un sistema che tende all'informe, alla cancellazione delle differenze, tende ad abolire, non per dare all'uomo maggiore libertà, ma per renderlo più facilmente manipolabile.

A me era capitato diverso tempo fa di sottoporre alcuni miei scritti all'attenzione di un mio collega ed amico. A fronte di una valutazione complessivamente positiva, egli mi rimproverò l'uso che facevo del termine “etnico” là dove egli riteneva che sarebbe stato più appropriato scrivere “nazionale”. Io avevo dato per scontato che “ethnos” fosse la stessa cosa che “ghenos”, che una comunità umana sia innanzi tutto definita dalla comunità di sangue, ma – egli mi fece notare – nel linguaggio volutamente ambiguo o per meglio dire surrettiziamente impregnato di costrutti ideologici delle scienze sociali attuali, “etnico” ha finito per riferirsi alle componenti culturali-apprese in opposizione a quelle biologiche-innate, ed era quindi il caso di non prestare il fianco all'equivoco o a questa aberrante concezione.

In base all'aberrazione delle attuali “scienze sociali”, un afroamericano, un nero che parla e pensa in inglese, lingua germanica, è “un germanico”. Non sorridete, perché questo è il tipo di situazioni che l'immigrazione porterà sempre più massicciamente anche da noi.

L'idea stessa di nazione implica la continuità e l'appartenenza di sangue. “Natio” viene da “nasco”, ed è per questo che si cerca oggi di sostituirla sempre di più con quella di cittadinanza, il cui significato si riduce a nulla di più di uno scarabocchio e di un timbro su di un pezzo di carta.

In una bellissima pagina del “Dialogo dei Massimi Sistemi”, Galileo Galilei descrive i pedanti del suo tempo, i quali, non piacendo loro il mondo così com'è, cercano di sostituirlo con un “mondo di carta” fatto di citazioni di Aristotele. Questo genere di pedanti non si è estinto, si è semplicemente trasferito dalla scienza alla giurisprudenza e alla politica.

Diciamola la verità, con chiarezza e una volta per tutte, non solo la “natio”, l'eredità di sangue di ciascuno di noi, è un costituente fondamentale dell'identità personale di ciascuno di noi oltre a concorrere a formare un'identità etnica in misura infinitamente più importante di tutti i costrutti culturali, ma l'appartenenza a un “ghenos” comporta inevitabilmente un “ethos” a cui non è possibile sottrarsi.

La verità pura e semplice è che SI NASCE SCHIERATI. Questo lo si capisce molto bene se si ha la ventura, come è accaduto a me, di nascere su di un confine “caldo”. E' un fatto la cui consapevolezza si cerca a ogni modo di rimuovere, ma rimane un fatto: gli Italiani della sponda orientale dell'Adriatico hanno pagato per tutti e nella maniera più atroce la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Io non so se il maresciallo Tito, il dittatore comunista jugoslavo abbia mai letto il “Mein Kampf”, ma di certo ha applicato alla lettera la formula hitleriana: “Il suolo straniero si può assimilare, il sangue straniero no, o lo si allontana o lo si elimina. Con il crollo dell'Asse, sulla sponda orientale dell'Adriatico è avvenuta una “pulizia etnica” di grandi dimensioni (anche in questo caso, nel distorto linguaggio dei democratici, teso a falsare le cose, “etnico” significa “culturale”?): decine di migliaia di italiani colpevoli solo di essere tali, sono stati massacrati, gettati vivi negli inghiottitoi carsici noti come foibe, ma lo scopo, pienamente riuscito, era di indurre gli altri alla fuga con il terrore.

Tanto per prevenire le solite, scontatissime, noiose fino alla nausea, obiezioni di parte democratico-antifascista, dirò che – è vero – prima della guerra e durante essa il fascismo qui sul confine orientale ha avuto dei torti nei confronti degli sloveni, ma prima di tutto ha ereditato una situazione di conflitto fra le due nazionalità di gran lunga preesistente, risalente all'ottocento o anche prima, e poi, se gli italiani in camicia nera hanno avuto dei torti, quello che ci è stato reso è stato il diecimila per cento, o anche oltre. Qualsiasi popolo che non fosse infettato di masochismo antinazionale di matrice marxista come purtroppo è l'Italia postbellica e attuale, l'avrebbe smessa da un pezzo con lo strabismo masochista e autoflagellatorio dei blateramenti antifascisti.

Trieste si è trovata in una situazione particolare: per un mese e mezzo ha subito l'orrore dell'occupazione titina e della “pulizia etnica” di cui ancora oggi la foiba di Basovizza è la tragica e tangibile testimonianza, poi, non si sa per quale strano miracolo, gli angloamericani hanno allontanato gli occupanti titini dalla città, che altrimenti sarebbe oggi solo un pezzo di Slovenia, ma essa non è stata restituita all'Italia. Per nove anni essa è vissuta nella totale incertezza del suo destino, in bilico fra il ritorno dell'Italia, la definitiva annessione jugoslava, un subito abortito “territorio libero”, l'occupazione militare angloamericana.

Essere patrioti italiani, anti-slavi e ovviamente anticomunisti, per gli italiani di Trieste non era una scelta ma una semplice questione di sopravvivenza.

La cosa peggiore, la cosa che a posteriori ferisce di più, però non è tanto questa, quanto piuttosto l'operato dei “compagni” italiani, di coloro che vivendo ben lontani da questo scomodo confine potevano permettersi il lusso di essere appunto “compagni”, l'omertà tombale con cui questo delitto è stato avvolto e nascosto per almeno sei decenni (assieme, va detto, agli eccidi di civili innocenti e di avversari disarmati dopo la resa, agli stupri, alle torture che costituiscono il volto nascosto della “resistenza” anche nostrana), atrocità che si cerca ancora oggi di nascondere negando i fatti.

Contrariamente a quanto affermano oggi i “compagni” diventati con una bizzarra metamorfosi il più solido sgabello del grande capitale usuraio internazionale, contrariamente a quanto dichiarò Walter Veltroni durante la campagna elettorale del 2008 (“la lotta di classe non esiste!”), i conflitti di classe esistono, ma hanno un ruolo marginale e accessorio rispetto a quelli di nazionalità, di sangue, di “ghenos”. Quando qualcuno s'inventa un'utopia internazionalista, nove volte su dieci il suo scopo reale è di subornare qualcuno di altra nazionalità a vantaggio della propria. Questo è stato certo il caso dell'internazionalismo comunista in Europa, che è stato la maschera del nazionalismo slavo (russo, jugoslavo, eccetera) nella sua guerra contro il mondo latino e germanico.

Anche solo ricordare le vittime delle foibe e la tragedia dell'esodo e, a maggior ragione opporsi alle arroganti pretese della minoranza slovena significava essere un “fascista”. Nei lineamenti dei “compagni” non ho mai scorto, non ho mai potuto scorgere altro che il volto del nemico.

Forse è bene che vi accenni qualcosa della storia della mia famiglia e della mia storia personale. Mio padre fu uno di quelli che per i nove anni del governo militare alleato erano sempre a manifestare in difesa dell'italianità di Trieste, e questo significava rischiare la pelle quasi quotidianamente negli scontri con gli slavo-comunisti  e la polizia militare alleata (che almeno in un'occasione, nel novembre 1953 sparò ad altezza d'uomo, facendo quattro morti, fra cui un ragazzino, Pierino Addobbati) Un mio zio, fratello di mio padre, era carabiniere e scampò per un pelo alle foibe, ma sua moglie, che era la sorella di mia madre (erano due fratelli che avevano sposato due sorelle) fu costretta tanto a subire minacce, perquisizioni, persecuzioni, terrore, che ne ebbe la mente sconvolta. Un'altra sorella di mia madre morì per i postumi delle lesioni riportate durante un bombardamento angloamericano. Con questa storia familiare, non ho mai nutrito un amore sviscerato né per gli uni, i “compagni”, né per gli altri, i “liberatori” a stelle e strisce.

Io devo ammettere di essere stato ABBASTANZA fortunato, ho attraversato il periodo “caldo” degli anni '70 portandomi dietro “solo” un carico pendenti che mi ha gravato sul capo per vent'anni. Per che cosa? A dirlo fa quasi ridere, per partecipazione a una manifestazione non autorizzata!

Finita questa storia (che mi è comunque costata la perdita di un posto di lavoro), ne è cominciata un'altra più grave. Eravamo ai tempi della dissoluzione dello stato jugoslavo, quando da noi esplose un fulmine a ciel sereno: in base ad accordi fra il governo italiano e quello jugoslavo che sarebbero dovuti rimanere segreti, l'esercito jugoslavo avrebbe dovuto ritirarsi dalla Slovenia passando per Trieste per imbarcarsi. Caso strano (che non aveva precedenti e non si è più ripetuto) in quel momento al Quirinale sedeva un uomo perbene, Francesco Cossiga, che rivelò pubblicamente quel che si stava macchinando alle spalle di una città dove il ricordo di quel che aveva significato la presenza jugoslava da fine aprile a giugno 1945, era ancora vivo.

La cosa provocò a Trieste il trambusto che è facile immaginare. Io a quel tempo lavoravo in un liceo scientifico il cui preside era non solo “rosso come il fuoco” come avrebbe detto la mia povera mamma, ma un pazzo squilibrato dagli istinti tirannici non diversi da quelli di un despota orientale. Quel giorno, arrivando a scuola, trovai i ragazzi in evidente stato di agitazione: avevano chiesto un'assemblea al “compagno preside”, in assoluto la persona più odiosa che abbia mai conosciuto in vita mia, e ovviamente, Stalin Secondo che era pronto a concederle per qualsiasi cavolata purché di sinistra, gliel'aveva “democraticamente” rifiutata.

“Bene”, dissi ai miei allievi, “Facciamo l'assemblea in classe”.

Bastò, la cosa arrivò all'orecchio del Dittatore Scolastico, e da quel momento non ebbi più pace: anni di boicottaggio, di “mobbing” durante i quali me ne piovvero di contestazioni d'addebito, e in cui il “compagno preside” cercò di aizzare colleghi, genitori e studenti contro di me, fino a quando non ne potei più e “mi rifugiai” in un istituto tecnico accettando una cattedra di minor prestigio ma ponendo fine a una situazione che era diventata insostenibile. Tutto questo può parere poco, ma vi assicuro che la prospettiva di perdere il lavoro quando si ha famiglia e due figli piccoli, non è certo una di quelle che si possano contemplare con serenità.

Io non voglio atteggiarmi a vittima, so benissimo che ci sono molti camerati che per aver osato manifestare le loro idee si sono trovati in situazioni ben peggiori, hanno subito la galera vittime di processi montatura, patito ogni sorta di ostracismo e di emarginazione sociale: hanno il mio pieno rispetto e la mia piena solidarietà e non voglio certo paragonarmi a loro, ma diciamo quanto meno che la mia esperienza mi ha insegnato una cosa, il REALE significato della parola “democrazia”, cioè tappare la bocca a chi la pensa diversamente.

Non mi si chieda di non essere un fascista o quello che i “buoni democratici” nella loro innata e ipocrita bigotteria considerano “un fascista”, sarebbe come chiedermi di cessare di esistere.   
   

venerdì 22 febbraio 2013

Attilio Bonvicini: La Scelta - Ritratto di Attilio


Attilio Bonvicini
La Scelta

Ritratto di Attilio

Da «Lettera aperta al Principe Valerio Borghese»
del partigiano Piero Operti compresa nel volume «Lettere aperte»
edito da Giovanni Volpe Editore


«A Torino nel novembre '44 recandomi al Mauriziano a trovare un amico di recente operato conobbi un giovane ufficiale suo com­pagno di camera, ferito a una gamba, il tenente Affilio Bonvicini di Tremo. Con la mia vecchia pratica d'ospedale e di feriti, al primo sguardo notai che il suo braccio sinistro era affetto da paresi, con limitazione dei movimenti del polso e delle dita, e poiché si trat­tava d'una lesione da tempo consolidata, con quell'invalidità, che Io rendeva inabile al servizio militare, egli doveva esser tornato in guerra e in un secondo tempo aver riportato la nuova ferita, scheg­gia alla gamba destra, della quale era allora degente.

Questo fatto bastava a destare il mio interesse, ma il volto del giovane non era meno eloquente della sua storia riassunta dalle fe­rite, poiché egli aveva quella bellezza che la natura avara concede solo ai suoi privilegiati, come persuasa a un necessario compimento di perfezione, aggiungendola alla vaghezza austera che imprimono tra ciglio e ciglio l'intensità dell'anima e il rovello del pensiero. Affilati dalla lunga costrizione all'immobilità erano i lineamenti purissimi, e nelle orbite incavate i suoi occhi ad ora ad ora tra­sparenti o scuri avevano acquistato la paziente bontà che si affina tra capezzale e sala di chirurgia, mentre le brune palpebre conser­vavano il piglio soldatesco delle volontà rettilinee.
Poiché mi recavo al Mauriziano quasi ogni giorno e quando non vi erano altri visitatori la conversazione si svolgeva a tre, la nostra relazione ebbe tempo di farsi intima e seppi di lui ciò che fin dal principio avevo intuito. Aveva ventitré anni, era iscritto alla facoltà di magistero a Venezia e da quattro anni si trovava alle armi. Oltre alle ferite visibili, riportate la prima in Albania, la seconda in Italia, aveva, dall'Albania, una scheggia penetrata dalla clavicola nel peri­cardio, che lo classificava grande invalido.
L'immediato futuro escludeva in lui ogni pensiero del futuro lontano e i relativi problemi, ma io sentivo che un giorno il suo animo sarebbe conteso fra l'appello sociale d'una vita attiva e la vocazione agli studi metodici e alla conversazione coi Grandi che attraverso i secoli compirono il tentativo di umanizzare l'uomo.
Come per Mameli, Dandolo, Morosini e i loro compagni della difesa garibaldina di Roma, come per Borsi, Serra, Locchi nella prima guerra mondiale, nature votate alla poesia e capaci di tra­sferirla nella vita, le armi erano per Attilio il mezzo messogli nelle mani dall'ora del tempo per un'idea di giustizia che lo penetrava senza residui e che, finita la guerra, egli avrebbe servita in altri modi sino al suo ultimo respiro.
Intorno al suo letto trovavo spesso un gruppo di suoi compa­gni d'armi, tutti giovanissimi. fra i diciassette e i venti anni, ra­gazzi al loro primo servizio militare. Mi sembravano miei scolari del liceo, improvvisamente cresciuti in statura nella divisa di sol­dati, e mi sembrava strano di non doverli interrogare sulla lotta delle investiture o sulla prova ontologica di Sant'Anselmo, ma di interrogarli sui loro singoli drammi, che erano parte del dramma italiano. Qualcosa li accomunava che non era soltanto nell'età e nella personale educazione di cui nessuno d'essi era privo, un me­desimo lievito che insaporiva le loro anime e faceva limpido e fermo il loro sguardo, una stessa aura come di neofiti d'una religione appena rivelata. Giovinezza senza macchia e senza paura, floride spighe italiane cresciute per la falce della Storia.
In quei tempo esercitavo nella Resistenza funzioni di tramite fra alcuni reparti delle formazioni autonome e il CLN torinese, e avevo frequenti contatti col Presidente di questo, «Paolo», il pro­fessor Paolo Greco della nostra Università.
Quei volontari erano miei nemici: ragazzi della Decima Mas.
Non so quale innocente dolcezza si accompagnava alla loro vo­lontà di morire. Non desideravano se non il momento in cui il loro battaglione, il «Lupo», fosse rimandato in linea, per morire; e odia­vano il Comando tedesco che li aveva temporaneamente assegnati alle retrovie. Erano poco teneri anche verso il Governo di Salò, eclissato dal Comando tedesco. Nessuno di essi sperava più nella vittoria, ma questa evidenza aveva semplificato il loro problema. In una spaventosa selva di difficoltà ideologiche, morali e pratiche avevano scoperto la soluzione più semplice e sbrigativa, che li li­berava da ogni dubbio e da ogni quesito. Il cuore aveva preso il posto del cervello e gli prescriveva la propria legge.
Vi era una parola alla quale, udendola, o pronunziandola, un subitaneo irrigidimento passava in essi dall'anima al volto, come in un credente a cui si tocca il dogma supremo: l'onore. «Per l'o­nore». L’onore dell'Italia aveva subito una frattura che solo il san­gue avrebbe potuto cementare. Quell'onore era sentito come un impegno personale; esso esigeva una personale espiazione. Anche le parole «espiazione» e «redenzione» tornavano spesso sulle loro labbra.
Io volevo salvarli. Mi angosciava il pensiero della fine verso cui quelle fiorenti creature della mia terra precipitavano e che per molti di essi non sarebbe stata la vagheggiata morte in bellezza. E parlai loro con l'intento di staccarli dal loro reparto, di strapparli alla loro strenua follia. Non potevano negarmi il patriottismo, neppure quel particolare patriottismo a cui essi erano più sensibili e che si com­misura alle cicatrici. Volevo acquistare la loro fiducia e con cautela graduavo le mie parole. Mi ascoltavano in silenzio. Si risentivano scolari dinanzi al maestro esperto a cercar l'anima dei giovani, a suscitare nelle loro menti la soluzione delle difficoltà. Ma la posta in gioco era ben altra che la critica della ragion pura. Mi segui­vano, ma quando avvicinavo qualche punto della loro dogmatica avvertivo una rispettosa addolorata resistenza. Se un argomento li rendeva perplessi si volgevano al comandante del loro plotone. Attilio, e una sua parola bastava a distruggere la mia opera paziente.
Allora ripiegavo per non compromettere la battaglia. determinato a riprendere domani le operazioni d'approccio.
Con essi volevo salvare Attilio. Volevo salvarlo per l'Italia che non abbonda di anime religiose capaci di liberamente prescriversi una disciplina severa come la regola monastica e ferma come la regola militare; egli apparteneva alla razza trentina dei Bronzetti e dei Battisti; riconoscevo in lui una di quelle coscienze cristalline che non concedono nulla alle circostanze e cercano nell'interiorità più profonda i motivi dei propri atti, uno di quei rari spiriti chia­mati da Cristo il sale della terra. Il primo conflitto mondiale mi aveva insegnato che le convulsioni di ogni dopoguerra. simili ai movimenti incomposti d'un organismo leso nei centri nervosi, di­pendono in misura notevole dalla terribile selezione delle batta­glie, dalla falcidia di valori spirituali che un popolo subisce con la scomparsa della sua migliore giovinezza.
Un pomeriggio in cui il gruppo era completo mi intrattenni più a lungo con i miei giovani amici. Bisognava prima di tutto che io riuscissi ad eliminare ogni sospetto di pusillanimità dal gesto che chiedevo loro. Le bianche pareti della stanza, la nebbia che premeva alle finestre ci isolavano dal mondo. Lo Strazio della Patria, presente nelle carni di Attilio, riempiva i nostri cuori. E l'anima della Patria aleggiava su noi, fatta sensibile dal nostro dolore, ol­tre la tragica antitesi che impersonavamo. oltre le due immagini che di lei ci venivano offerte, entrambe stravolte e irriconoscibili.
Sentivamo tutti di trovarci a un'ora decisiva della nostra vita e nessun pensiero della nostra sorte particolare sussisteva. come negli attimi supremi che tutti avevamo sperimentato, quando ammas­sati nella trincea si abbassa il sottogola c si toglie la sicurezza alle armi nell'imminenza del segnale.
La mia parola aveva finalmente presa su quei fanciulli, incri­nava la loro certezza, schiudeva ai loro occhi orizzonti più vasti. Traendola da tutto il suo passato prospettai loro la visione dell'Italia nella concretezza delle sue zolle ubertose e delle sue morbide ma­rine, delle tombe auguste e delle culle respiranti, e quell'immagine proiettai verso il futuro. patrimonio d'ineguagliata nobiltà che l’aterna vicenda delle umane sorti non poteva né distruggere né me­nomare, e per il quale occorreva a noi l'ardente coraggio di vivere. Fiducioso nel mio successo vibrai l'ultimo colpo conchiudendo: «Per uno Stato viene il momento in cui non esiste altro onore che non sia l'intelligente difesa dei propri interessi».
Con volti smarriti i ragazzi si volsero al loro comandante. Attilio aveva ascoltato senza interrompere, sollevato nel letto. con la mano sinistra sul petto, la nuca appoggiata ai guanciali e gli occhi chiusi. Il suo profilo pareva ricavato in un blocco di alabastro, la sua fronte splendeva come neve.
«Lo Stato, quando c'è - egli disse lentamente senza aprire gli occhi - faccia quello che deve e può; ma per i singoli, onore è sot­trarre la propria condotta alla gravitazione dei fatti. Come la fede religiosa, è una realtà solo per chi lo sente: noi lo sentiamo e ad esso abbiamo consacrato la nostra vita».
I ragazzi ripresero il fiato e il colore. Nel silenzio che seguì la mia sofferenza si acuì in spasimo. Dopo una breve pausa aggiunse: «Il nostro sacrificio è necessario per riscattare colpe che furono com­messe. Cosi vuole la Storia, e la parola redenzione non ha altro significato».
Egli non sapeva di pronunziare, dopo cento anni, le parole di Attilio Bandiera alla vigilia della fucilazione.
Alcuni giorni dopo Attilio venne a salutarmi. Le sue ferite erano da poco rimarginate e si reggeva appena. Sotto la mantellina aveva la mano sinistra infilata nella giubba. Partiva l'indomani col suo battaglione per raggiungere il fronte della Romagna. Sapevamo entrambi che non ci saremmo più riveduti. Lo abbracciai e la parte di me più giovane e viva Io invidiava ardentemente.
Egli fu ferito in uno degli ultimi fatti d’armi sul Senio, quando gli Angloamericani compirono la definitiva avanzata. Passò attra­verso vari ospedali e da ultimo in quello di Merano. Chi è stato ferito grave sa che esiste un momento nel quale il vivere o il mo­rire dipende da un atto di volontà. Attilio volle morire. Egli si spense dopo una lunga agonia il 20 luglio».
PIERO OPERTI

giovedì 21 febbraio 2013

‘viva la nazione!’...terza parte


di Mario M. Merlino


Portando i saluti introduttivi al convegno il comandante della scuola di fanteria ha ricordato quanta importanza egli attribuisca alle Massime di Confucio. Al momento di iniziare il mio intervento, ultimo relatore della mattinata, mi sono ricordato di un aneddoto che avevo riportato in Inquieto Novecento. Nel febbraio del 1945 il poeta americano Ezra Pound aveva fatto stampare delle strisce di carta colorata con dei pensieri confuciani. Ad esempio ‘Il tesoro della Nazione è la sua onestà’. Mi è servito come spunto per ricordare quanto ho già scritto nel precedente articolo sugli incontri avuti con Mario Castellacci e Armando Cossutta e, in quello ancor precedente, sulla menzogna che si accompagna alla propaganda. Ci si chiede, anche o forse soprattutto a noi insegnanti, di costruire una memoria condivisa per le nuove generazioni. Io rifiuto di condividere i valori le idee gli uomini e le donne della mia parte con coloro che di quei valori di quelle idee di quegli uomini e donne hanno fatto dispregio e scempio. Accetto, però, in nome di un Bene comune di un patrimonio comune il reciproco rispetto. Se a Migliano Montelungo c’è un sacrario ai soldati italiani caduti nel Corpo Volontario di Liberazione, voluto dalle istituzioni e da queste onorato con annuali cerimonie, poco distante c’è una stele in marmo a ricordo del capitano Rino Cozzarini, prima medaglia d’oro della R.S.I., voluta privatamente da ‘i camerati’. Questa non è una memoria condivisa, questa è una offesa alla memoria del nostro paese.


Parlare dunque delle possibili o presunte ideologie della Seconda Guerra Mondiale si corre il rischio d’essere fuorvianti, schierarsi a priori per una delle tante forze in atto. (Far coabitare le democrazie liberali con lo stalinismo era una necessità per stringere in una morsa mortale la Germania non certo una sinergia d’idee riguardanti le istituzioni l’economia la concezione dell’uomo; nello stesso fronte dell’Asse, se facciamo riferimento alla interpretazione dello storico Renzo De Felice, nazismo e fascismo hanno poco o nulla di simile). Forse sarebbe più corretto utilizzare il termine di ‘dottrina’, ma questo comporterebbe spazi e tempi imperdonabili in un convegno come questo. Del resto, prima e durante e dopo il conflitto, soltanto l’Unione Sovietica e i partiti comunisti autodefinirono se stessi portatori di una ideologia e se ne fecero vanto (con buona pace delle proprie origini affondanti nella filosofia di Carlo Marx). Va, però, ricordato come, nel momento in cui le armate tedesche si trovavano a meno di cento chilometri da Mosca, Stalin si rifece alla ‘santa madre Russia’, a Pietro il Grande che fermò gli svedesi del re Carlo XII o allo zar Alessandro I e la distruzione dell’ armata napoleonica. La patria, insomma…

(Qui introduco una bozza di contributo alle affermazioni precedenti che mi ero ripromesso proporre al convegno e che sono rimaste nella testa per non appesantire il mio intervento. Possono forse interessare qualche cultore e non di studi filosofici). Nella Ideologia tedesca, scritta con Engels tra il 1845 e il ’46 e ritrovata soltanto agli inizi del ‘900, Marx recupera il termine ‘ideologia’ nell’accezione negativa che già, pur se con significato ironico, veniva dato al tempo di Napoleone. Una sorta di chiacchiera inutile per individui balzani e privi di concretezza nell’agire. Marx si spinge ben oltre nel denunciare che ‘non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza’. Insomma l’insieme delle idee politiche culturali sociali religiose ecc. non sono altro che il frutto determinato dalla società e questa dal lavoro e dalle forze di produzione. E’ la concezione materialistica della storia che tanta fortuna avrà e che domina, fra l’altro, la gran parte dei libri di testo nelle nostre scuole. Non come ci rappresentiamo il mondo è ciò che siamo, siamo nel mentre forze e mezzi di produzione operano per renderlo diverso. (A questa critica Giovanni Gentile saprà opporre l’acuta osservazione come la definizione stessa  della realtà sia già di per sé mettere in atto ogni forma di cambiamento. Non è casuale che Lenin apprezzasse l’opera di Gentile su Marx considerandola la migliore fra quelle espresse dalla critica borghese). L’ideologia diviene la mistificazione della realtà.

Su espresso desiderio di un allievo sottufficiale, ideatore del convegno, ho portato con me Gina R., la cui storia l’avevo inserita in uno dei racconti di Atmosfere in nero. Con la camicia nera e il basco del S.A.F. (il Servizio Ausiliario Femminile, istituito con decreto del 18 aprile 1944). Ovviamente avendole chiesto di poter scrivere e poi raccontare, con tutto il garbo e rispetto possibile, della sua vicenda. Perché Gina ha conosciuto le radiose giornate della liberazione e le ha conosciute sulla sua pelle – e non metaforicamente. Sono le donne le vittime prime, le più deboli e facili prede desiderate, quando gli uomini, trasformati in branco, nell’arroganza prepotenza ferocia di sentirsi impuniti, pretendono di arrogarsi ogni diritto in quanto vincitori. Non tutti i vincitori sono questo, lo so bene, ma quei partigiani erano l’avanguardia di coloro che avrebbero comandato in questo paese e, sebbene la fisiognomica non sia una scienza, i loro volti erano la premessa di quelli che vediamo, ad esempio in questi giorni, sorriderci in osceni ghigni dai manifesti sui muri e tabelloni. Quando ho ricordato l’offesa da lei subita, ma anche tutta una vita al servizio dell’Idea, quei giovani sottufficiali sono scattati in piedi e in un lungo caloroso sincero applauso. E un mazzo di grandi fiori gialli l’è stato consegnato direttamente dal generale…

Ancora una volta mi accorgo che ho tralasciato molte cose del mio intervento e che, forse, potrebbero essere di un certo interesse (io dico sempre, modestamente, cose interessanti!)… è la premessa di una ulteriore aggiunta ai tre ‘viva la nazione!’? Chissà…



lunedì 18 febbraio 2013

‘viva la nazione!’...seconda parte

di Mario M. Merlino



Annoto qui alcuni appunti per il mio intervento – come accennato già nel precedente articolo su Ereticamente – alla scuola di fanteria di Cesano, nei pressi di Roma. Nello specifico il tema che mi è stato richiesto porta come titolo ‘ideologie caratterizzanti della Seconda Guerra Mondiale’. Bene, non mi atterrò a questo titolo se, almeno, non si faccia prima una premessa e, credo, questa premessa occuperà tutto il tempo e lo spazio concessomi. Come mia abitudine, prendo le mosse da un esempio concreto. Proprio per evitare che, aggirandomi per gli oscuri sentieri delle grandi idee dei concetti complessi delle parole da scriversi con la maiuscola non ci si disperda, anzi, con un garbato sottile senso dell’ironia, non si finisca per dire tutto ed il suo contrario, in pratica per non dire nulla…

Diversi anni fa, da professore in un liceo scientifico, presi spunto da un libro di interviste per organizzare un corso di storia sulla guerra civile in Italia 1943-’45 con gli alunni che dovevano sostenere l’esame di maturità. In quel libro si intervistavano alcuni esponenti del mondo politico accademico dello spettacolo ecc. che avevano partecipato a quegli avvenimenti ‘l’un contro l’altro armati’, che era del resto il titolo della pubblicazione. Alcuni di loro furono così garbati di venire a scuola, altri ci recammo noi a trovarli e porre domande. Fra costoro ricorderò l’incontro con Mario Castellacci, che si presentò a scuola con il suo barbone brizzolato e una camicia a scacchi bianchi e rossi da ricordare le tovaglie da cucina, e l’on. Armando Cossutta dell’ex Partito Comunista, che ci accolse in una saletta di Montecitorio.

Il primo era stato alla scuola allievi ufficiali di Orvieto e, poi, assegnato alla compagnia di propaganda della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana). Autore di quella canzone ‘strafottente’, più nota come ‘le donne non ci vogliono più bene’, che il giornalista Giorgio Bocca ebbe a definire ‘la più bella canzone della guerra civile’. A domanda di un mio alunno egli rispose che la guerra aveva come cause ragioni economiche (il concetto di usura, ad esempio, espresso dal poeta americano Ezra Pound). La medesima domanda venne rivolta a Cossutta, che nell’intervista aveva ricordato come, trovandosi a Milano il 25 aprile, avesse visto carrette di fascisti assassinati, ammucchiati e gettati in fosse comuni. Aggiungo con espresso compiacimento che indusse diversi miei alunni a rifiutarsi di dargli la mano. Egli affermò categorico che il conflitto era stato una guerra per la libertà. Insomma due posizioni interpretative contrarie e, soprattutto, rispetto alle premesse, direi, stupefacenti. Un fascista, figlio dell’idealismo gentiliano, che parla di ragioni economiche; un comunista, inossidabile erede delle teorie marxiste, che propone il tema della libertà…

Allora bisognerà chiedersi se ci troviamo di fronte al connubio inscindibile ormai tra propaganda e menzogna, nato quale conseguenza di quell’idea di stampo illuminista che ragione e bene sono la medesima cosa e, va da sé, il male è l’incarnazione di quanto non ricade nei parametri (tutti nostri) di essere comunque e nonostante tutto ‘illuminati’. (Rimando i lettori di Ereticamente all’articolo precedente). Ne consegue che dobbiamo muoverci in altra direzione e, per dar senso e valore a quanto mi sembra essenziale rilevare, al concetto di scelta e di eroismo. Perché o ci riconosciamo nell’abusata affermazione del drammaturgo Bertold Brecht ‘ fortunato quel paese che non ha bisogno di eroi’ – e con ciò chiudiamo il proseguo del ragionamento – oppure crediamo che gli eroi siano necessari in funzione d’esempio coinvolgimento educazione confronto. E un eroe è tale nel momento che sceglie (ad esempio il soldato romano che, durante l’eruzione del Vulcano, a Pompei rimane al suo posto perché nessuno viene a scioglierlo dalla consegna e non decide di buttare scudo e lancia e tentare con la fuga di salvarsi).

Vorrei sottoporvi un esempio. Nella notte del 5 dicembre 1944, sulla strada dal passo del Bracco a Levanto cade in scontro con i partigiani il caporale degli alpini, divisione Monterosa, Giampietro Civati. Aveva annotato su un foglio lo stesso giorno e ritrovatogli in tasca: ‘Testamento militare 5. 12. ’44: pochissime parole mi spiego le mie idee e il mio sentimento: sono figlio d’Italia di anni 21, non sono di Graziani e neanche Badogliano: ma sono italiano e segguo la via che salverà l’onore di Italia’. Certo la grammatica è zoppicante e ‘segguo’ è scritto con due ‘g’. Credo, però, che gli si possa perdonare e, al contrario, avvertire un moto di affetto e rispetto. L’ho citato perché, sono certo, aiuterà tutti noi a liberarci non delle idee che amiamo difendiamo e per cui lottiamo, ma di quell’idea manichea dei buoni (i nostri) e dei cattivi (gli altri) che, se si può comprendere nelle passioni del singolo, no, diviene inaccettabile se viene proposta dallo Stato. Lo Stato è tale se è di tutti e per tutti, se, come predicava Platone nella Repubblica, protegge esalta educa alla giustizia all’armonia al bene supremo. Sovente, al contrario, si fa accompagnare dall’ottenebramento la mistificazione l’ingiuria…

Del poeta greco Agatone ci rimane il nome, reso celebre perché nella sua casa si svolge uno dei dialoghi più affascinanti e ‘misteriosi’ di Platone, il Simposio, e poco altro. Ad esempio questo frammento: ‘Se c’è una sola cosa negata persino agli dei, questa è il potere di cancellare il passato’. Nel momento in cui gli dei si sono ritirati fra i monti e nei boschi e il nuovo dio, secondo la formula di Nietzsche, è morto… beh, allora lo Stato e l’uomo possono seppellire la storia sotto la cappa mefitica dell’opportunismo della vana gloria del disprezzo, possono ridicolizzare demonizzare annichilire i vinti nella memoria dopo averne fatto scempio dei corpi…