Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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giovedì 20 giugno 2013

Mario M. Merlino:‘Ai confini del nero’

di Mario M. Merlino

Ho davanti a me, su questa scrivania, dove arrangio anche questo ‘pezzo’, l’ultimo dei miei figli (forse, più esattamente, un ennesimo me stesso ove contemplarmi e compiacermi)… Ai confini del nero, il suo titolo con la copertina grigio-scura e la fotografia realizzata da Simone e ridefinita da Marco. Copertina nata mentre si percorreva la via Tiburtina, poco dopo il complesso carcerario di Rebibbia. Ad altro era rivolta la nostra attenzione, poi questo edificio alto scheletro dismesso senso di abbandono fine di un mondo desolazione (Bakunin rilevava che nello spirito della distruzione si annidano già le premesse dell’edificazione; Nietzsche, filosofo e poeta dal linguaggio asciutto ed abissale ammoniva che ‘là dove ci sono sepolcri, là vi sono resurrezioni’).

Ora del tramonto, tripudio e incendio di luci gioco di ombre… L’ora in cui per il filosofo Platone si addensano i pensieri e Giulio Cesare invita, nel silenzio della tenda, di prendere tavoletta e stilo e misurare quanto e come si è vissuto il giorno. Poi Martin Heidegger annota, dopo aver trascorso la notte ospite di un suo ex allievo, mentre, su Friburgo, le bombe alleate si divertono a devastare, annientare, radere al suolo quanto di cultura tedesca ed europea aveva sfidato per secoli il mondo: ‘Il tramontare è diverso dal perire. Ogni tramonto resta al sicuro nel sorgere’.

Una copertina che può apparire decadente, con la mia immagine da hippie che non favorisce i colori dell’arcobaleno le api che succhiano il polline le formichine laboriose i bambini che saltellano sul marciapiede… Forse una provocazione, non so. Però non è così: ho sempre a mente il testimone che Robert Brasillach ci ha lasciato, poco prima di essere portato davanti al plotone d’esecuzione, a conclusione di Lettera a un soldato della classe ’40 quella fierezza e quella speranza a cui abbiamo tentato di tenere fede. E la gioia di vivere, senza la quale non vi sarebbe premio, la fierezza finirebbe in testardaggine e la speranza in illusione…

Dunque la copertina si offre al mio sguardo e, se fossi capace di usare lo skanner (?), l’avreste anche voi… beh, magari venite a qualche prossima presentazione o l’ordinate in libreria… mi darete ragione. La luce che filtra e colora d’una calda aurea atmosfera il luogo abbandonato alla nientità non può evocare funerei pensieri, lande desolate, malevoli storie. E la luce del sole, pur nel volgersi alle ore della sera, ben corrisponde a quella luce che pervade le storie che compongono il contenuto del libro. Cinque in tutto, come furono in Atmosfere in nero, con qui delle dediche più lunghe e un fuori programma tutto personale.

Chi sono i protagonisti di questa raccolta se non, salvo in un caso, persone esistite o ancora esistenti, pur nell’arbitraria rielaborazione di un momento della propria esistenza. Il vero il verosimile la libertà dello scrittore. E ci insegnano che si può avere un animo grande. Si può scegliere, comunque e nonostante tutto, con uno scatto di reni, un attimo di follia, per un sì o per un no e magari senza sapere cosa si cela dietro l’uno o l’altro. Intensità o durata… Negli ultimi anni dietro la cattedra avvertivo l’astrattezza delle idee dei concetti delle teorizzazioni delle visioni sistematiche protese ad essere onnicomprensive e finire per essere divoratrici dell’esistente. E, al contrario, la vecchia storia piena di aneddoti, di uomini e di donne, e dei filosofi che abbracciano i ronzini percorrono le vie di Koenigsberg con il medesimo passo e alla medesima ora cercano l’immortalità bevendo la polvere del ferro limato…

Abbandoniamo il mio libro al suo destino… Ogni lettore lo renderà a se stesso con la propria sensibilità attenzione interesse oppure lo respingerà fuori dal proprio mondo. Era forse per questo che Socrate non volle avere nulla a che fare con la parola scritta e Platone rimprovera il dio egizio Toth per aver insegnato agli uomini l’uso della scrittura. Avremmo trovato la nostra strada anche su un libro dalle pagine bianche… Eppure, eccomi qui a scrivere, scrivere per vincere la morte, scrivere per sentirmi meno solo, scrivere per lanciare ponti verso gli altri la natura e, chissà, qualche oscura divinità, scrivere per vanità per dispetto per riderci sopra o per rabbia, per essere fedele ai ‘confini del nero’ dove ho collocato ‘la torre del nostro orgoglio e della nostra disperazione’.

sabato 15 giugno 2013

Sempre in lotta…


di Mario M. Merlino

Quando scoppiò la prima crisi del Golfo, ero arrivato da poco nel liceo dove avrei trascorso il resto della mia carriera scolastica da professore di storia e filosofia. Tutti, ovviamente, sapevano chi fossi e qual’era la storia politica e giudiziaria che mi portavo dietro. Quella giudiziaria in modo falsato, condizionata dal libro La Strage di Stato (o, di recente, dal film di Giordana Il romanzo di una strage), che poi è risultato inquinato dai servizi segreti e dai loro sodali… Beh, per farla breve, gli studenti chiesero la collaborazione degli insegnanti per capacitarsi in quegli avvenimenti e, siccome è nell’etimo stesso il lasciare un segno, i miei colleghi opposero un netto rifiuto. Perché fare il solito pistolotto antifascista, ironizzare sul trapianto dei capelli di Berlusconi (la mia collega di inglese ne ricavò un breve testo da far tradurre), invitare al pianto intorno alle sorti dei reietti dei disperati degli zingari degli omosessuali e, va da sé e in primis, degli ebrei non costa troppa fatica e il consenso è scontato e doveroso…


Così io solo, allora in contatto con l’ambasciata dell’Iraq e con il materiale, certo di propaganda, che giustificava l’annessione del Kuwait, mi adoperai con due incontri, il primo solo per i ragazzi ‘di destra’, il secondo, richiestomi dai ‘compagni’, per tutti gli studenti. Divertente, oserei dire, vedere falci e martelli l’a degli anarchici e la croce celtica promuovere l’assemblea nella palestra dell’istituto. Che, poi, gli (de) emeriti miei colleghi abbiano storto la bocca, rosicato, fattamela pagare è altra storia, inessenziale…
Perché questa lunga, autoreferenziale premessa? Un po’ di pazienza… mi conoscete ormai… giro, giro, ma infine arrivo al centro del gorgo…

Sono stato brevemente ad Area 19, poco sopra lo stadio Olimpico, dove è stata dirottata l’annunciata manifestazione dell’European Solidarity Front for Syria. Revocato lo svolgimento, programmato da mesi, a Ponte Milvio per motivi di ordine pubblico dalla Questura e, con il nuovo Sindaco, dal Comune per occupazione di suolo pubblico. Ovviamente ciò ha inciso sul numero delle presenze preventivate, una spianata con poca ombra e scarsi servizi, circa duecento militanti della galassia anticapitalista e ferocemente anti-USA, la comunità siriana fedele ad Hassad con le donne e i bambini, musica popolare e sventolio di bandiere, un piccolo banchetto con le t-shirts d’occasione (ne ho comprata una d’un bel colore rosso fiammante e con tanto di logo e sul retro una bella scritta, purtroppo in inglese, che invita a tener giù le zampe dal paese arabo. Questa mattina l’indosso. Il pizzettaro sotto casa, da cui compro patate al forno eccellenti, fa parte di coloro che si sono fatti infinocchiare dall’opposizione siriana).

Confesso che non coltivo più quel militante interesse verso le ‘cose di questo mondo’,  che ha caratterizzato la mia esistenza e di cui rivendico i meriti, forse pochi, e gli errori, sebbene mi sia chiaro – e non mi sposto da questa linea ideale e di combattimento – come della Siria, di Hassad e dei suoi nemici interessi ad Israele agli Stati Uniti e agli imbecilli della UE, compresi gli ‘utili idioti’ di casa nostra, se non per ridisegnare l’area del Medio Oriente a tutto favore di nuove frontiere strategiche e di controllo economico (basterà qui rilevare che la percentuale di siriani in armi contro il legittimo governo raggiunge meno del dieci per cento, essendo tutti gli altri mercenari provenienti dai paesi limitrofi e non…). Eppure vi è ancora chi, su qualche sito d’arcaico antifà, pensa che io rappresenti il prototipo del ‘vecchio nazimaoista’ (prego, anarco-fascista sì, altro no…), regista occulto o quasi degli organizzatori romani della manifestazione…


Qualcuno, con tendenze poetico-mitologiche, si limita a darmi del ‘lemure dall’Ade’ (per intenderci una sorta di larva, anima inquieta di morto che viene a tormentare i vivi… magari, visto che di vivi, già morti, il mondo n’è in abbondanza. Grazie, dunque, per il non voluto riconoscimento). Che ci posso fare, definito da sempre ‘provocatore’, devo mantenere il punto e, di conseguenza, trovarmi ad essere comunque contro. ‘Fetentissimo’, cioè il sottoscritto, s’è coniato un motto, pur privo di blasone e sangue bleu, e se ne fa vanto. Ecco perché, pur aggravato dal caldo opprimente scoppiato improvviso sulla Capitale e con qualche privata difficoltà d’affrontare, s’è detto che, magari per una limitata presenza, doveva essere ad Area 19 a testimoniare che non c’è alcuna resa, alcun ripensamento e… dimenticavo il motto, già: Faccia al sole e in culo al mondo!...

giovedì 13 giugno 2013

Il sapore dolcissimo delle fragole...



di Mario M. Merlino


Un uomo fuggiva nella jungla inseguito da una tigre. Trovandosi di fronte un dirupo egli si appese ad una liana e iniziò a scendere mentre la tigre gli soffiava sull’orlo del baratro. Si accorse, però, che una seconda tigre lo attendeva, altrettanto famelica, al fondo. E un topolino si mise a rodere la liana. Si guardò attorno. Un cespuglio di fragole selvatiche attrasse la sua attenzione. Allungò la mano, ne colse una. Il suo sapore era dolcissimo…
 

Non ricordo se ha origini in India o è una parabola dello Zen giapponese. Vi è forse un’analogia con il cavalcare la tigre, da cui Julius Evola trasse il titolo di uno dei suoi libri, fra i più inquietanti e forse distorti. Se non ti è dato sottrarti alle fauci e artigli della tigre, prova a cavalcarla. Essa non potrà lacerarti la carne e, forse, stanca del tuo peso, abbandonerà al sonno ogni intento feroce e tu potrai sfuggirgli… Lasciare la presa, dunque, che ti avvince alla prigione dei desideri e, di conseguenza, al dolore.

In Occidente furono le scuole post-aristoteliche che invitarono a coltivare l’assenza delle passioni. Del resto si narra come Pirrone, fondatore della scuola scettica, avesse seguito Alessandro attraverso l’altopiano persiano e giungesse fino in India. Qui egli aveva incontrato degli strani sapienti, che dai greci vennero chiamati ‘gimno-sofisti’ (cultori del corpo, si potrebbe tradurre). Uno di costoro, a dimostrazione di quanto inconsistente ed effimera fosse l’esistenza, si diede fuoco davanti a lui.(La filosofia storpiò prontamente lo scetticismo perché,  reputandosi l’unica depositaria del sapere, non poteva ammettere che, proprio all’interno di se medesima, vi fosse chi affermasse a priori l’irraggiungibile pretesa di tutto conoscere spiegare determinare… e che, semmai, il percorso poteva essere simile a quei sentieri che, disperdendosi nel bosco, non sempre ci conducono alla radura e alla luminosità oltre l’intrico d’alberi e foglie). Schopenhauer e Nietzsche ripresero questi temi, separando la loro strada su quale dovesse essere il comportamento dell’uomo di fronte al dolore – sottrarsi per il primo (il Nirvana), correre incontro ad esso per il secondo (Amor fati). E definizione e distinguo qui, ne convengo, alquanto minimali e valevoli per i cultori del Bignami.

Nietzsche parla espressamente di ‘prendere la distanza’ (una poesia della raccolta dal titolo Inattuale, dicembre 1979, si conclude con il verso e con la consapevolezza di aver conquistato l‘indifferenza per il superfluo’, un grazie va all’esperienza del carcere dimostratasi il veleno che si volge in farmaco). Eppure mi sembra che vi sia nell’invito del filosofo anche un aspetto legato alla ricerca della corretta conoscenza. D’altronde gli stoici fondavano l’etica sulla capacità di saper cogliere razionalmente le distinzioni di valore.

Prendere la distanza equivale a collocarsi a distanza, contrariamente a chiedere la misura
che si necessita per la vicinanza. Altrimenti detto, se io sono prossimo a qualcuno o qualcosa, ne colgo appieno ogni particolare anche il più minuto ogni sfumatura ogni mutevolezza. E, dunque, mi sento appagato e, illuso, certo della conoscenza acquisita. Un volto, il colore degli occhi, la forma del naso e della bocca, ad esempio. Se, al contrario, mi colloco a distanza la fisionomia si sfuma, il tratto si rende indefinito, incerte si fanno le proporzioni… Una montagna appare una sorta di grigio triangolo piccolo e vago, quando però vi sono sotto alzo il capo e mi sento oppresso dalla sua ombra imponente. Ciò che è vicino è superiore a ciò che è lontano, nell’ambito della mente come per le pulsioni del cuore? Errore!

Il 29 giugno sono stato invitato, più esattamente arruolato manu militari, ad un convegno sulle prospettive prossime della situazione politica. Dovrei farne a meno (oltre tutto nello stesso giorno sono al comune di Affile per riproporre il recente convegno sul Maresciallo Rodolfo Graziani), io, che non leggo i quotidiani da anni, vedo poco e poco volentieri i telegiornali ascolto la radio in piena notte con notizie proposte in tre-quattro minuti e mi annoio. Sì, francamente, mi annoio a sentire le dissertazioni intorno ai massimi sistemi della politica nazionale e internazionale (che, ormai, sono fra loro intimamente intrecciate), con i grandi e piccoli vecchi, le ombre di poteri forti fortissimi e tentacolari, globalizzazione e mondialismo, di cui tutti sanno parlano e straparlano con le misteriose sigle circoli entità (se sono i dominatori occulti del mondo, quanto si rendono sfacciatamente visibili alla nostra vigile coscienza… ma, già, dimenticavo che vi fu già un bambino a puntare il dito verso il re nudo!).

Nella solitudine più estrema, nella povertà evidente, nella follia prossima a farne muto testimone di sé, Nietzsche si propose quale ideatore e annunciò l’avvento della ‘grande politica’…a distanza vengono meno i particolari, va da sé, ma si possiede la visione ampia dello spazio e il suo collocarsi nel tempo, mentre essere prossimi consente sì di cogliere l’attimo, il quale è sempre ‘fuggente’ (qui ed ora… volgo lo sguardo e quel qui non è più qui e già ora è il passato!), una parte ma mai il tutto…

Ne riparleremo, già, ne parlerò… intanto vi lascio, dopo avervi stancato con funambolismi pseudo-filosofici, con Ernst Juenger che aveva il dono del linguaggio adamantino: ‘Il proprio petto: qui sta, come un tempo nella Tebaide, il centro… qui ognuno conduce da solo e in prima persona la sua lotta, e con la sua vittoria il mondo cambia’… e avvertirà in sè il sapore dolcissimo della fragola selvatica.

martedì 11 giugno 2013

Evola, Superuomo o anti-uomo??

di Mario M. Merlino

  
Il 10 luglio, per espressa volontà, il suo corpo viene cremato; poi un fidato gruppo di fedelissimi spargerà le ceneri, anche in questo caso seguendo le sue indicazioni, in un crepaccio del ghiacciaio del Lys, sul Monte Rosa, a quattromila metri d’altezza. (Mi torna a mente quanto Nietzsche scrive in  Ecce Homo: ‘A 6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo’. E di questa relazione ebbi idea, trovandomi nella zona di Feltre, risalendo il sentiero che porta all’eremo di Sant’Agapito). Il filosofo Martin Heidegger rileva come ‘è della natura del pensare muoversi nella solitudine’. Ardito etimo: sol et solus si nutrono alla stessa mensa, si abbeverano alla stessa fonte?


Sto facendo riferimento a Julius Evola di cui ricorre, l’11 giugno del 1974, il trentanovesimo anniversario della morte. In piedi, sorretto, per vedere le cime degli alberi del Gianicolo con il vento che gioca fra i rami.

Gli avevo telefonato pochi mesi prima. La voce mi proviene da lontananze che non si rivestono più di sembianza umana. Prossimo il giorno in cui egli vorrà ritrovare quella medesima attitudine alla sfida che l’aveva spinto a percorrere le vie di Vienna, fra le macerie e sotto i bombardamenti, ‘di non schivare, anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte’. E’ come se fosse presago, in tacita attesa di quella che, esplodendo a lui vicino, lo scaraventerà a terra ‘con uno schianto, non con una lagna’ e gli impedirà di conoscere l’avventura del cammino, ma gli concederà la visione dell’Essere… Gli telefono per chiedergli di Carlo Michelstaedter che era divenuto oggetto della mia tesi di laurea, durante la permanenza nel carcere di Regina Coeli.

Da Il Cammino del Cinabro: ‘Il Michelstaedter aveva parlato della ‘via della persuasione’, intesa come quella dell’essere che consiste in sé, che possiede in sé il proprio principio e il proprio valore, che non scarta, che non sfugge alla propria deficienza esistenziale ma l’assume e la risolve. Opposta a tale via era quella della ‘retorica’, cioè di colui che fugge al possesso attuale di sé, che si appoggia ad altro, che cerca l’altro, che si rimette ad altro per ‘persuadersi’ in una fuga dal tempo, secondo una oscura necessità ed un incessante bramare, indefinitamente, il cedimento iniziale escludendo ogni arresto del processo in un possesso’.

Davanti alla libreria Tombolini, via Quattro Novembre, incontro Adriano Romualdi, casualmente e per l’ultima volta. Pochi giorni dopo moriva dissanguato nella macchina, chissà come finita in un fosso, lungo la via Aurelia, alla vigilia di Ferragosto. E’ lui ad avermi procurato un appuntamento a casa di Evola, in Corso Vittorio Emanuele, insieme ad un paio d’altri camerati. Inizio anni ’60. Le nostre vanità la presunzione della giovinezza una certa arroganza nel proporci con il punto esclamativo, mentre il punto interrogativo si necessitava con una buona dose di umiltà intellettuale, il ‘Barone’ seppe tacitarle, renderle nel giusto ambito dell’ironia e del ridicolo… Allora non capimmo, offesi e delusi.

Nessun Maestro, niente discepoli. Che ognuno scopra in sé la misura del proprio itinerario esistenziale e se appartiene o meno a coloro che, avendo scelto di vivere in un mondo altro, sanno discernere vivere assumere in sè ‘la rivolta contro il mondo moderno’. Da un frammento di Eraclito: ‘Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo il suo logos’.

Ne ho fatta di strada, come quel gabbiano di cui cantava Bob Dylan negli anni in cui cercavamo i percorsi del cambiamento… nessuna meta, infine, abbandonando l’illusione del viaggiatore ho scoperto il viandante. Ed ecco perché posso tranquillamente sentirmi distante da Evola, dalle sue opere, dalle sue proposizioni – io, che vado disvelando nel tramontare la nientità del qui ed ora – ed ecco perché, nonostante ciò, non posso non voglio non devo esentarmi dalla sua lezione. In ciò che ho abbandonato sta la dignità di colui che arranca; in ciò che permane la forza del suo insegnamento…


sabato 8 giugno 2013

Cesare Pavese, ‘Non parole. Un gesto. Non scriverò più’


di Mario M. Merlino


Platone, nelle Leggi, ricorda come siano le più propizie alla riflessione e alla scrittura quelle ore in cui la luce e l’oscurità s’intrecciano più che in conflitto fra loro in una sorta di gioco amoroso. Vi sono film che hanno un senso, un fascino solo perché in bianco e nero ( ad esempio, Fuoco Fatuo di Louis Malle, tratto dal romanzo di Drieu la Rochelle, 1963, e come poteva darsi altrimenti?). E vale per la mente, per il cuore, per le dita che tracciano  segni con la penna con il pennello il carboncino là dove, per dirla con il filosofo Anassagora, l’intelligenza si raccoglie nelle mani. E fu così per Mario Barraco, suggestionato dalla lettura di Cesare Pavese che, da scrittore, trasferì nella parola narrante e poetica quanto sia difficile ‘il mestiere di vivere’. E, già, la morte si sconta vivendo… e volle scrivere con il sangue in una stanza di un alberghetto a Torino dopo aver scritto con l’inchiostro: ‘Non parole. Un gesto. Non scriverò più’. Drieu concludeva il suo romanzo con: ‘Una pistola, è solida, è d’acciaio. E’ un oggetto. Urtarsi finalmente all’oggetto’. Sebbene preferisse il Gardenal ed aprire il tubo del gas, il 15 marzo del 1945. E, dunque, mi sia concesso dedicare a Mario Barraco questo intervento…


Mercoledì 8 agosto 1990. Sulle pagine culturali de La Stampa Lorenzo Mondo, critico letterario, pubblica il Taccuino segreto di Cesare Pavese, accompagnandolo con tre articoli dove ricostruisce la vicenda di questi 29 foglietti di bloc notes, a quadretti, e utilizzando una matita. Nel 1962, in via Lamarmora 35, dovendo traslocare dall’abitazione in cui era vissuto lo scrittore, la sorella Maria Sini, conoscendo la passione e la cura di Lorenzo Mondo per le opere del fratello (nel 2007 pubblica il volume dal titolo Quell’antico ragazzo), l’invita a rovistare fra le carte, abbozzi di poesie e racconti, lettere, appunti, annotazioni. Ed è, qui, che appare il bloc notes con l’inconfondibile grafia di Pavese, di un Pavese inedito inaspettato ‘scandaloso’ per il tono e il contenuto polemico e politico tanto lontano dall’icona dello scrittore ‘cresciuto e mai divenuto adulto, come ho scritto nel precedente articolo su gli ultimi giorni di Nietzsche a Torino (espressione che ho usato sovente nei confronti di Robert Brasillach).

La vicenda in sé non avrebbe che il sapore della curiosità della critica di un approfondimento fra studiosi magari un po’ barbogi dello scrittore, ma, no, qui si tocca il consolidato universo, nobile adamantino spocchioso, della casa editrice Einaudi e del suo entourage di solido antifascismo nel quale il Pavese faceva parte anche se si ironizzava sulle sue inadeguatezze sessuali e, soprattutto, essere egli sprovveduto di maturità politico-militante. E, no, ‘il crepuscolo degli idoli’… Così, avendo mostrato quanto scoperto a Italo Calvino, ed essendo costui sbiancato, s’impose il silenzio. Un silenzio durato per circa trent’anni finché non è venuto giù il muro di Berlino. Difatti come digerire la seguente annotazione (n.45): ‘Solo gli antifascisti sanno il pregio del fascismo: tutto ciò che loro manca. E s’è visto che mancavano di tutto’ che s’accompagna alla lapidaria (n.19): ‘Stupido come un antifascista. Chi è che lo diceva?’.

Brutta razza gli intellettuali ché, nel prendersi troppo sul serio (nella prassi sono consapevoli di realizzare lo zero quasi assoluto, salvo le eccezioni fra cui…!!!), sono malati di fegato, accidiosi, permalosi, intolleranti… e quelli di sinistra, forse in cuor loro vergognandosi d’essere ‘utili idioti’ portati al pascolo, non ne sono esenti ed, anzi, inseguono con successo il primato… Cala la cortina fumogena su Cesare Pavese, lo si studia lo si legge una sua citazione diviene oggetto degli esami di maturità. Poi, se si trova qualche frase sconveniente (come ne La casa in collina o La luna e i falò) sui fascisti caduti in una imboscata partigiana con uno di loro ‘ragazzo di cera coronato di spine’o i morti della Repubblica abbandonati nei boschi, la si giustifica come umano sentimento di pietà (come si diletta Carlo Salinari, fra gli artefici della strage di via Rasella, questo sì limpido esempio di umana pietà se non verso i tedeschi per quella rappresaglia annunciata e il conseguente eccidio alle Fosse Ardeatine)…


Ancora una citazione dal Taccuino segreto, una attenzione che non è astio, rancore, scontento, esprime al contrario una consapevolezza, forse una speranza, di certo una vicinanza: ‘In fondo era un enorme malinteso. Il Manifesto di Verona – purché sia sincero – mostra la tendenza che qualcuno auspicava da anni. Nessuno può negare che di fronte all’inconcludenza di agosto, esso affronti la responsabilità. Purché sia sincero. Perché non dovrebbe esserlo? Siamo in un momento in cui non abbiamo nulla da perdere e tutto da guadagnare. Tutto.’(n.44). Che dire, dunque? Forse, leggendo i suoi romanzi, le poesie di Lavorare stanca, eravamo già inconsapevoli presaghi che un giorno avremmo scoperto come fosse a noi prossimo anche sulla prima linea al servizio dell’Idea…

giovedì 6 giugno 2013

Gli ultimi giorni di Torino



di Mario M. Merlino


Il ramo paterno della mia famiglia viene da Torino. Seguendo l’onda lunga della breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870. Direttamente da Palazzo Carignano dove mio nonno e le sue sorelle vivevano, essendo il padre maestro di spada dei Savoia, e ricordavano d’aver visto, dai finestroni interni del palazzo, il conte di Cavour che usciva da una porticina laterale, mentre Giuseppe Garibaldi gridava al tradimento per la cessione, sotto le mentite spoglie del plebiscito, della natia Nizza e Savoia. E mio padre, pur essendo nato a Roma, sentiva forte quelle radici anche quando, ad esempio a tavola, ci raccontava di quel Risorgimento ove il re Vittorio Emanuele e il Cavour e lo stesso Garibaldi, in ombra il Mazzini, s’erano adoperati con comunità d’intenti sinceri a fare unita l’Italia (e mi assolvano gli amici borbonici a cui va la mia simpatia, soprattutto a personaggi quale il ‘brigante’ Carmine Crocco). Io vi sono stato, però, per la prima volta soltanto un paio di anni fa, ospite dell’Asso di Bastoni, a presentare il mio libro E venne Valle Giulia.


All’angolo di via Carlo Alberto al numero sei, terzo piano (qualcuno ha ipotizzato che fosse il quarto), ospite pagante per la modesta la cifra di 25 fiorini della famiglia di Davide e Candida Fino, rivenditori di giornali nell’omonima piazza sottostante, il filosofo Nietzsche vi ebbe dimora dal 5 aprile 1888, con breve interruzione nei due mesi estivi, fino ai primi di gennaio dell’anno successivo. E ne intesse tali e tante lodi da suscitare il sospetto che siano possibile frutto della follia montante… Il 3 di quello stesso mese, avendo visto un vetturino maltrattare con frusta e calci un cavallo, egli l’abbracciò, avendolo confuso per il musicista Richard Wagner di cui conservava un rapporto d’amore-odio. Preoccupato dallo strano contenuto delle lettere, i biglietti della follia, uno fra i pochi amici rimasti, il professore Franz Camille Overbech dell’università di Basilea, si precipitò a Torino e lo trovò in stato di esaltata euforia. ‘Io sono il tiranno di Torino’, urlava mentre martoriava i tasti del pianoforte.  Così Nietzsche lascia – e per sempre – la città, reiterando arie napoletane a tutto volume e annunciando alle guardie di sorveglianza all’entrata ed uscita come egli fosse il nuovo re d’Italia…

In quegli ultimi mesi al confine di un equilibrio sempre più precario aveva composto Ecce Homo con sotto titolo ‘come si diventa ciò che si è’. Il poeta Gottfried Benn (di cui ho scritto su Ereticamente e probabilmente già riportando questi versi che, chissà perché, mi sono particolarmente cari nella memoria) scrive, anno 1935, ‘Cammino con le scarpe rotte,/ scrisse questo genio universale/ nella sua ultima lettera – poi/ lo portarono a Jena – psichiatria./ Non posso comprarmi i libri,/ li leggo nelle librerie:/ appunti – poi a prendere l’affettato: -/ questi sono i giorni di Torino./ Mentre la nobile muffa d’Europa/ di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva,/ lui abbracciava due ronzini,/ finchè il padrone non lo trasse a casa’.

Nel 1944 - siamo in pieno conflitto mondiale e in una città in cui la guerra civile si manifesta con particolare ferocia -, ricorrendo il primo centenario della nascita del filosofo, la Federazione del Partito Fascista Repubblicano volle apporre sulla facciata del palazzo una lapide. Un medaglione con la faccia di Nietzsche di profilo e una dedica a cura dello scrittore Antonio Rubino. Vi si legge, fra l’altro, come egli ‘conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe’. E, nonostante che il padre di Zarathustra venisse considerato (a torto, si tende a leggere oggi) un anticipatore del nazionalsocialismo, nessuno ebbe tempo e voglia di scalpellarla dopo il 25 aprile (forse perché troppo occupati a dar la caccia e fare scempio dei fascisti rimasti in città. Le immagini dell’assassinio di Giuseppe Solaro ne sono tragica sintesi, in cui la nobiltà del vinto si eleva ben oltre il ghigno del vincitore). Essa, infatti, è ancora là e si può osservarla nonostante una certa incuria del tempo e il disinteresse degli amministratori locali.

Mi torna a mente come, essendo venuta meno quella ‘guerra fredda’, che tanto aveva pesato sulle vicende interne degli stati europei, sottomettendoli alla logica di Yalta e al predominio USA-URSS, simbolicamente con il crollo del muro di Berlino (nella pochezza di tre righe mi si perdoni essere riduttivo ché le cose sono ben più complesse), lo studioso Lorenzo Mondo pubblicò su La Stampa l’esistenza di un ‘taccuino segreto’, ventinove fogli scritti a penna o a matita, dello scrittore Cesare Pavese, che proprio a Torino, in un alberghetto nei pressi della stazione, si era suicidato il 28 agosto 1950. Per circa trent’anni non ne aveva dato notizia, su indicazione di Italo Calvino, perché non si dovevano turbare i sogni dell’antifascista casa editrice Einaudi e preservare l’immagine di Pavese d’una sorta di ragazzo cresciuto e mai divenuto adulto, mai trascinato nei giochi della politica, mestiere atto ai soli ‘grandi’… ‘Dignità vuol dire essere se stessi. Ma quando succede che si cambia idea? S’indaghi bene, si vedrà che non si cambia idea, ma che sotto sotto si aveva già presentito il pensiero nuovo. Che certe tue idee del passato non fossero quel che sembravano, ti risulta dal fatto che allora credevi di averle, ma non te ne interessavi (il tuo disinteresse per la politica, famoso!). Ora che nelle tragedie hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica? Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero interesse, che non è più le sciocche futili chiacchiere, ma il destino di un popolo di cui fai parte. Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo trovare la vera espressione. Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà.
Un destino. Amor fati’…

domenica 2 giugno 2013

Fiume e la nostalgia per il futuro



di Mario M. Merlino


Cosa spinge tanti di noi a recuperare l’immagine di Fiume dannunziana? E, va da sé, al di là dell’anniversario, pur doveroso, legato alla nascita del Poeta. Scrivevo della ristampa dei libri di Mario Carli e di Tom Antongini, freschi di stampa (aprile 2013), e che contribuiscono a darci la vicinanza a quell’evento di cui abbiamo letto soprattutto sotto le forme del saggio. Io stesso ne ho tratto un breve capitolo in Inquieto Novecento. Ci immergono in atmosfere voci odori pulsioni slanci all’interno della cattedrale di San Vito osservando la Torre Civica sulla cui cupola svettava l’aquila, simbolo della città, e soffermandosi davanti ai banchi di piazza delle Erbe, tipica fra le genti venete sotto la Serenissima,  respirando salsedine al porto con le barche dondolanti e le vele pronte a salpare per la pesca e partecipi al cimitero di Cosala dove il 2 gennaio 1921 lungo la via 30 Ottobre (chissà quale nome impronunciabile e falso l’è stato dato dallo slavo straniero?) si snodò il corteo dei legionari per l’estremo atto d’amore verso i caduti, tutti raccolti sotto il tricolore, la grande bandiera che aveva coperto ad Aquileia il feretro di Randaccio l’eroe che ‘ morì di morte divina’ sulle sponde del Timavo.


C’è l’entrata delle bande titine ai primi di maggio del ’45, gli scannamenti da parte dell’O.Z.N.A., con il compito di eliminare chiunque potesse ostacolare la slavizzazione della città e, al contempo, instaurare un clima di terrore atto all’esodo della popolazione. L’episodio di Vito Butti, Maresciallo di Finanza, di cui credo aver già parlato su Ereticamente e che mi sembra esemplare sotto molteplici aspetti…

Certo il disagio, un legittimo risentimento culturale, di quanto siamo stati costretti a sentire, prima come studenti e poi come professori, su Gabriele D’Annunzio da chi si proponeva depositario della storia della letteratura.

Un D’Annunzio mestatore fin dall’attribuirsi un cognome non suo, con il forte accento abruzzese (tacita spocchia da cattedra verso ‘i burini’!), di aspetto ridicolo e misero, privo di capelli e di un occhio, mitomane vanesio sperperatore di denaro altrui, retorico ampolloso barocco nell’eloquio e nello scrivere, esteta per figli della borghesia di una Italietta provinciale e arrogante, cattivo lettore di Nietzsche (altro esempio del manicheismo ignorante della classe docente!), di cui s’impone sempre e soltanto studiare Il Piacere e qualche poesia, I Pastori e La Pioggia nel pineto, prossimo a Mussolini e in qualche misura suo bardo… Poi arriva Renzo de Felice e ci illumina sul dissidio, il contrasto tra il Poeta e il Politico, il primo in auge, il secondo emergente. E, nello scontro, l’astuzia e la determinazione e il pragmatismo del futuro Duce ebbero la meglio sull’utopia del verso e della musica (tutto possibile, ma è a Mussolini che D’Annunzio scrive all’atto di partire per Fiume e non ad altri, ad esempio, e la scelta di Mario Carli, di cui c’è detto in precedente intervento, d’essere ‘la sentinella del fascismo intransigente’ vorrà pur significare qualcosa… per lo meno che la Storia è complessità come ci insegnava Edgar Morin).

Fiume come ‘utopia della realtà’, per citare un interessante documentario (ben interessante visto che ci sono io fra gli intervistati e, diciamolo pure, in estetica dell’esistente e in qualità della parola non mi batte nessuno!), la città ove si sperimentano le formule più ardite di vita politica cultura che torneranno, quelle d’impostazione sociale, nei 18 Punti di Verona, dopo un lungo esilio in patria. Anche se la loro eco attraverserà tutto il Fascismo e forgerà uomini e idee (ad esempio sulla Rivista del Lavoro un articolo di Tullio Cianetti s’intitola Attualità di Fiume, 31 dicembre 1939), uomini e idee che, appunto, faranno parte significativa della Repubblica Sociale (e qui basterà ricordare Fulvio Balisti, legionario fiumano, a Lugano vicino agli anarchici, al comando del battaglione Giovani Fascisti a Bir el Gobi, con lascito testamentario della Piccola Caprera a Ponti sul Mincio).

Di questa utopia (ma senza l’utopia saremmo tutti più poveri inani e tristi!) si nutrono tutti coloro che avvertono nella modernità presente la presenza del Fascismo solo se sarà capace di essere, sempre e comunque, un passo oltre e un passo avanti. L’immagine di Enea in fuga da Troia in fiamme con il vecchio padre sulle spalle e il figlioletto per mano simboleggia bene la necessità a cui questo Fascismo è destinato… abbandonare la difesa di un mondo di vuote formule perbeniste, una mentalità diffusasi e ben spalmata al di là dei meri confini di classe, avvertire ogni confine una prigione e, se occorre e occorre, lasciare la pietrosa Itaca (qualcuno agognava un ritorno ad Itaca, mi sembra, ma con poca fortuna) levare l’ancora e dare vento alla vela per seguire, quale novello Ulisse dantesco,  ‘virtute e canoscenza’…

Fiume come recupero di quella nostalgia per il futuro, rifiutando la lezione di Martin Heidegger che l’intendeva come il tornare a casa con dolore o, se si preferisce, dato che la casa è risultata depredata e vuota, rendere il passo la propria dimora…