Presentazione di EreticaMente

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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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giovedì 17 novembre 2011

La Tradizione nei Francobolli

  E’ stata più volte magistralmente rilevata anche sul nostro sito la continuità, almeno negli intenti, del Risorgimento rispetto all’Italia Rinascimentale che a sua volta si ispirava esplicitamente alla prisca tradizione greco-romana. Una continuità che è stata colta anche dalla Filatelia che nel 1911 e nel 1961 in occasione rispettivamente del 50° e del 100° anniversario dell’Unità nazionale ebbe a produrre diversi francobolli con iconografie palesemente “pagane”.





Il Francobollo da 10 centesimi del 1911 per esempio rappresenta il genio che guida il cavallo alato, una sorta di Pegaso, all’Ara Sacra di Giuturna, la ninfa delle fonti, a significare la perenne giovinezza italica E’ stata più volte magistralmente rilevata anche sul nostro sito la continuità, almeno negli intenti, del Risorgimento rispetto all’Italia Rinascimentale che a sua volta si ispirava esplicitamente alla prisca tradizione greco-romana. Una continuità che è stata colta anche dalla Filatelia che nel 1911 e nel 1961 in occasione rispettivamente del 50° e del 100° anniversario dell’Unità nazionale ebbe a produrre diversi francobolli con iconografie palesemente “pagane”. Il Francobollo da 10 centesimi del 1911 per esempio rappresenta il genio che guida il cavallo alato, una sorta di Pegaso, all’Ara Sacra di Giuturna, la ninfa delle fonti, a significare la perenne giovinezza italica



La fonte di Giuturna è una sorgente collocata nel Foro Romano, tra il tempio dei Càstori e la casa delle Vestali e la tradizione voleva che a questa fonte i Dioscuri avessero abbeverato i cavalli dopo la vittoriosa battaglia dei Romani sui Latini. Il secondo francobollo da 15 centesimi raffigura invece un giovane ignudo che scolpisce entro il serpente il nome della “Dea Roma” a raffigurare la divinità dell’idea di Roma nella nuova Italia. La scritta scolpita con i tipici caratteri dell’età augustea e il simbolo del serpente che si morde la coda, conferiscono all’insieme un che di misticheggiante che precorre in qualche modo il risveglio della romanità del ventennio Fascista.
 


Anche nel 1961 le Poste Italiane produssero diversi francobolli che si richiamavano alla classicità. Ricordiamo fra gli altri quelli della serie “michelangiolesca” e in particolare il taglio di 50 lire raffigurante la Sibilla Delfica, meglio conosciuta come Oracolo di Delfi e quello da 55 lire raffigurante la Sibilla Cumana, figura centrale dell’opera virgiliana con doppia funzione di veggente e sacerdotessa di Apollo nonché guida di Enea nell’ oltretomba Anche nel 1961 le Poste Italiane produssero diversi francobolli che si richiamavano alla classicità. Ricordiamo fra gli altri quelli della serie “michelangiolesca” e in particolare il taglio di 50 lire raffigurante la Sibilla Delfica, meglio conosciuta come Oracolo di Delfi e quello da 55 lire raffigurante la Sibilla Cumana, figura centrale dell’opera virgiliana con doppia funzione di veggente e sacerdotessa di Apollo nonché guida di Enea nell’ oltretomba
Riccardo Marzola
 

sabato 24 settembre 2011

UN CUORE PER L’ITALIA

Si celebrano quest’anno i 150 anni di Unità d’Italia. Non è mio intento fare in questa sede una disamina degli eventi storici che vanno sotto il nome di Risorgimento, né tanto meno affrontare il tema istituzionale cioè se fosse preferibile una Monarchia piuttosto che una Repubblica oppure se fosse meglio una soluzione federale che unitaria.     

Se c’è un classico per antonomasia della letteratura popolare sul tema della Patria questo è indubbiamente il libro Cuore di Edmondo De Amicis. Ne ho ritrovata la copia, ormai incartapecorita, regalatami da mio nonno nel 1966 quando ho iniziato ad andare a scuola. Lo sto rileggendo in questi giorni ripensando alla scuola vecchio stampo che la furia iconoclasta del ’68 ha spazzato via. Quando, per esempio, l’ora di canto era rigorosamente patriottica: Fratelli d’Italia, il Piave, la Bandiera Tricolore … più o meno come ai tempi del libro Cuore.

Sempre in questi giorni ho riletto anche alcune considerazioni critiche dello scrittore cattolico Vittorio Messori sul libro in questione.

A parte la considerazione circa l’appartenenza alla massoneria del suo autore in un epoca in cui si può dire che fosse quasi una moda, colpisce l’acredine nei confronti di questo testo che viene addirittura definito “manuale di massoneria per il popolo”. Nel libro non vi sarebbe infatti alcun cenno, denuncia il Messori, al Natale, alla Pasqua o ad alcuna altra ricorrenza cristiana. Le feste cristiane sarebbero anzi sostituite da quelle civili, il Vangelo dallo Statuto, i santi dai padri della Patria (Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele), gli ordini religiosi dall’Esercito, i martiri dagli Eroi (il Tamburino sardo, la Piccola vedetta lombarda) … e infine le processioni dalle sfilate militari (in effetti per ogni  uomo con il testosterone in ordine credo sia normale preferire la Fanfara dei Bersaglieri alle nenie dei chierichetti). Inoltre, poiché l’albero si giudica dai frutti, il Messori scrive che i ragazzi di “Cuore”, cresciuti con quei valori, a suo dire negativi, saranno poi gli interventisti del 1914. E qui io apro breve una parentesi. Ciò che importa infatti agli interventisti è la partecipazione ad un conflitto che avrebbe conferito all’Italia la dignità di Nazione come del resto è stato malgrado il bagno di sangue (600 mila morti e 1 milione di feriti). Con l’acquisizione di Trento e Trieste l’Italia completa i suoi confini naturali ma soprattutto acquisisce la coscienza di essere una Nazione. Se Cavour poteva affermare che fatta l’Italia bisognava fare gli italiani, è nelle trincee che si forma e si consolida il popolo italiano. Mai prima di allora un siciliano e un lombardo, un toscano e un veneto si erano parlati … anche perché neppure parlavano la stessa lingua. Fra il XXIV Maggio 1915 e l’Ottobre 1917 per la verità la guerra non viene combattuta con particolare brìo. Tutto cambia dopo la disfatta di Caporetto quando il fronte italiano retrocede a sud fino alla pianura veneta. E’ a quel punto che il sentimento patriottico si accende come non mai. Iniziano e si moltiplicano i volontari che partono per restituire il tricolore ad una terra italianissima. Gli italiani ora la guerra la sentono eccome e attraverso un rinnovato entusiasmo cominciano a collezionare epiche vittorie sul Piave, sul Grappa, a Vittorio Veneto. Migliaia di donne e bambini veneti lasciano le loro case in attesa che cessi il conflitto e vengono ospitati da altrettante famiglie in regioni più tranquille. Insomma anche il cuore dell’Italia senza le stellette comincia a pulsare. Il IV Novembre 1918 la grande guerra si conclude con la vittoria dell’Italia che sarà poi coronata dal Fascismo che ne farà anche una Nazione sociale. Estremamente toccante nel 1921 il viaggio del “Milite Ignoto” per tutta l’Italia fino all’Altare della Patria. Tutta la Nazione si ferma al passaggio del treno. Le sirene delle fabbriche e le fanfare di ogni contrada suonano in suo onore. Ogni mamma che non ha potuto riabbracciare il figlio lancia un fiore verso quello che potrebbe essere sangue del suo sangue.

Tornando al libro Cuore e avviandomi a conclusione, dal punto di vista letterario può piacere o non piacere. Certo, forse presenta tratti troppo retorici che credo vadano inquadrati nel contesto storico degli anni immediatamente seguenti le guerre risorgimentali (il libro è ambientato in una scuola torinese del 1881-82) ma che lo si metta all’indice dei “libri proibiti” perché vi si ravvisa una pericolosa “religiosità patriottica” è eloquente dell’universalismo paolino che da duemila anni caratterizza la Chiesa in modo particolare quella di oggi che incline ad un ecumenismo bastardo è sempre più schierata fra i nemici di ogni identità nazionale.

Una Chiesa che invero ha sempre perseguito il proprio tornaconto (soprattutto economico) e che dopo aver “scomunicato” la nuova Italia, nel 1912 scende a patti con il liberale Giolitti in funzione antisocialista per poi indossare tre lustri più tardi la camicia nera e dal 1943 in avanti puttaneggiare con gli antifascisti di ogni ordine e grado.

Non me ne voglia il Messori ma io credo che un pellegrinaggio sul Carso, a Redipuglia, sull’Altopiano di Asiago o sul Grappa e una iniezione di quel sano patriottismo di cui trasuda il libro Cuore oggi gioverebbe ai nostri rampolli e al futuro della nostra Nazione più delle sinistre prediche somministrate negli Oratori volte alla edificazione di una umanità apolide, sradicata e indifferenziata che dubito rifletta la volontà di un Dio che ha fatto un mondo “pluriversale”.



(Riccardo Marzola)

mercoledì 4 maggio 2011

Il Principe e il Principio

In margine alle celebrazioni dell’unità nazionale vorrei fare alcune semplici riflessioni, forse per qualcuno provocazioni reazionarie, circa la forma istituzionale che meglio sarebbe garante dell’unità stessa. Storicamente la destra politica ha sempre indicato nella Monarchia la miglior forma di governo in quanto più garante di Autorità, in virtù del carattere sacrale della Corona, di Unità, perché un solo capo, non eletto, e perciò stesso al di sopra delle parti, esclude divisioni nel corpo sociale, e infine di Continuità Storica e Tradizione. Non dimentichiamo che la cellula della società tradizionale non è l’individuo ma la famiglia. L’organismo sociale è quindi un insieme di famiglie a capo della quale stava la famiglia principale. Altra caratteristica della Monarchia è l’elemento Ereditario. Il senso comune, narcotizzato da 200 anni di liberalismo, si ribella all’idea che un individuo erediti una corona soltanto perché è il figlio del Re così come di fronte al fatto che possa concentrare su di se un potere vastissimo (poco importa che, limitandoci al XX secolo, i regimi totalitari siano stati tutti repubblicani mentre i paesi nordici, esempi di progresso in ogni campo civile, siano tutte monarchie). E’ normale insomma che l’imprenditore trasmetta la proprietà e la direzione aziendale al figlio mentre appare meno scontato che il sovrano erediti dal padre la funzione di Capo dello Stato. Eppure anche il Re più mediocre ha il vantaggio di essere educato fin dalla nascita a svolgere la sua funzione. Il Re è, almeno in tesi, meno soggetto a corruzione di un Presidente. Lo Stato rappresenta infatti il patrimonio suo e dei suoi discendenti ed è nel suo interesse reggerlo nel migliore dei modi. Normalmente infatti tratta la casa meglio il proprietario dell’inquilino: al primo sono sufficienti virtù normali, al secondo sono necessarie virtù eccellenti. In altre parole, diversamente da quanto si può credere, la Monarchia è il sistema che meno espone espone la società ai rischi determinati dalla debolezza umana. E’ incontestabile che quei monarchi che sperperarono il denaro pubblico hanno perlomeno lasciato dei monumenti architettonici e dei tesori artistici che alla lunga sono andati a beneficio di tutti. Ma proseguiamo nella disamina sui vantaggi della Monarchia. Un Monarca e ancor più una dinastia possono perseguire piani politici a lunga scadenza considerando non soltanto il futuro prossimo ma anche il lontano avvenire di una nazione. Un altro punto molto importante è che i sovrani sono spesso prodotti di "incroci etnici". I loro parenti più stretti, seppure in ambito europeo, sono “stranieri” e ciò rappresenta un argine al nazionalismo più esasperato per cui in via di principio la Monarchia protegge maggiormente le minoranze perché il Re è sovrano di tutti. Il concetto stesso di “minoranza” del resto è democratico e repubblicano non certo aristocratico e monarchico. E qui si potrebbero anche spendere due parole sul federalismo che in una repubblica presenta oggettivamente rischi di derive secessioniste mentre in una Monarchia la giusta autonomia non rischia di degenerare in antinomia perchè l'autorità in alto viene temperata dalla libertà in basso e viceversa. In ultimo ma non per importanza la Monarchia, come ci insegna Charles Maurras, rappresenta un antidoto alla plutocrazia: è infatti naturalmente più sottratta rispetto alla repubblica democratica alle influenze delle oligarchie del denaro. Inutile aggiungere che la Monarchia tradizionale non è scevra da istituzioni rappresentative dei “corpi intermedi” (che sono altra cosa dai "partiti"). In tal senso gli antichi sovrani avevano più autorità ma meno potere dei moderni presidenti, veri principi machiavellici, perché questo era, per così dire, temperato dai “fueros” (corpi intermedi) che avevano voce in capitolo essendo rappresentati presso gli Stati Generali, Le Cortes, la Camera dei Comuni o gli Ständestaat, etc. Concludendo, volutamente non ho voluto addentrarmi in considerazioni sulla legittimità di questa o quella casa reale. Gli attuali rampolli di Casa Savoia non presentano caratteristiche esaltanti (se proprio dobbiamo morire sabaudi meglio il ramo Aosta nel cui sangue scorreva che fin dal tempo del Fascio una impronta più tradizionale). Insomma la mia non ha voluto essere una disquisizione sul principe ma unicamente sul PRINCIPIO.

Riccardo Marzola


Ereticamente suggerisce interessanti considerazioni di Julius Evola sulla Monarchia nello Stato Moderno ...

domenica 13 febbraio 2011

In principio erat "mithos"

Spiega Alain de Benoist nel suo saggio “L’Impero Interiore” che “mythos” e “logos” significano entrambi “parola” ma mentre il “Logos” può essere vero o falso il “mythos” supera le categorie della smentita e della conferma.
Il mito non è una favola meravigliosa priva di verità intrinseca ma piuttosto un racconto che ci svela il mondo nella sua totalità in forma allegorica e perciò stesso suscettibile di diversi livelli interpretativi e quindi anche esoterici. E’  il  paradigma  di  ogni  atto umano significativo.
Il mito, spiega poi Mircea Eliade, si richiama alle origini, al tempo favoloso degli inizi i quali sono due volte primi: in ordine di importanza e per successione cronologica.
La parola “arché” possiede infatti questo doppio significato nel quale antichità ed autorità procedono di pari passo: “arcaico” è ciò che comanda in virtù della sua antichità. Dunque rifarsi al “mito” significa ricongiungersi non già al “sorpassato” ma all’”insorpassabile”.
Con il cristianesimo il mito sfatato cioè ridotto a mera fantasia quando non addirittura confinato nel campo della menzogna.
Il dio della Bibbia si rivela storicamente e il mito viene sostituito da questa “storia sacra” che, a parte il monoteismo, in due punti fondamentali si distingue dalla tradizione mitologica classica.
Concezione non ciclica ma lineare della storia: il senso delle cose non proviene più dall’origine ma da al contrario da un avvenire completamente diverso da ciò che lo ha preceduto. La storia è un lungo cammino verso questo punto omega: Creazione, Peccato Originale, Rivelazione, Redenzione, Giudizio Universale, etc.;
Concezione non cosmica ma dualista: la divinità non è immanente al mondo perché questo è una creatura e quindi cessa di essere il luogo del sacro. La relazione non è più quella dell’uomo con la totalità ma una relazione con una divinità trascendente che associa dei soggetti ormai separati (anima individuale/salvezza individuale).L’uomo diventa estraneo al mondo ma contiguo all’”altro”. Il mondo è ormai diventato muto perché in quest’ottica solo la “rivelazione” acquista significato anche se è una “rivelazione” che si esprime per dogmi e comandamenti. La morale della Bibbia è infatti fondamentalmente induttiva. Essa deriva esclusivamente dalla volontà di Jahvé e dalle interdizioni da lui pronunziate laddove quella pagana era invece dedotta dallo spettacolo del mondo sensibile e dall’esperienza concreta in qualche modo recepita dalla teologia cattolica che si riappropria della speculazione classica.
La fede spontanea infine non può che essere riferita ad un dio ignoto più che ad un dio rivelato, il dio cioè che sentiamo in noi e intorno a noi e che amiamo profondamente e in modo disinteressato… l’altra fede è addomesticata e scaturisce spesso da mero utilitarismo.  (R.M.)