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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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martedì 17 luglio 2012

La Via dello Yoga

Lo Yoga rappresenta un’idea-forza centrale nella spiritualità indiana. Anzi, come sottolineato in più occasioni da  Pio Filippani Ronconi , ‘’lo Yoga è una categoria a priori dell’India”. Lo stesso concetto è stato espresso da un altro insigne studioso, Mircea Eliade, che ha parlato dello Yoga come di un ‘’ fossile vivente”, una tradizione che si perde nella notte dei tempi giunta integra fino ai giorni nostri.
Le origini dello Yoga, come di ogni Tradizione autentica, trascendono l’umano. Non a caso, a livello mitico e iconografico, il prototipo dell’Asceta e Signore dello Yoga è il dio Shiva Mahayogin, il “Supremo Yogin” , seduto sulla pelle di tigre, simbolo delle passioni soggiogate. Il termine yoga deriva dalla radice indoeuropea yuj che vuol dire ‘’ aggiogare”, ‘’legare” , ‘’unire”: lo scopo dello Yoga è quello di realizzare la totalità dell’ Essere mediante una perfetta comunione di corpo, mente e spirito e quindi permettere l’unione dello spirito individuale, atman, con lo Spirito Universale, il Brahman o Assoluto.

Nel corso dei millenni sono nate diverse forme e correnti di Yoga, ma per penetrare l’essenza di questa disciplina e il posto che essa occupa nella spiritualità indiana e universale, bisogna fare riferimento allo ‘’ Yoga classico”, così come codificato nel famoso trattato Yoga-Sutra, gli Aforismi dello Yoga di Patanjali , vissuto probabilmente nel secondo secolo a.C. Naturalmente Patanjali non è il ‘’creatore’’  dello Yoga, ma solo colui che ha avuto il merito di ridurre a ‘’ sistema’’ l’enorme bagaglio dottrinario e le tecniche sperimentate da tempo immemorabile. 
Per lo Yoga l’origine della sofferenza è da ricercarsi nell’ignoranza ( avidya ), cioè nella confusione tra lo Spirito, eterno, puro, libero, assoluto e gli ‘’ stati di coscienza’’ determinati dal flusso della vita psico-mentale, cose invece che appartengono alla sfera della ‘’materia’’ e del ‘’ divenire’’. Finché dura questa illusione ogni nostro atto ricade sotto la ‘’ Legge del Karman’’ ( azione condizionante) destinata a perpetuare il dolore da una generazione all’altra. Il percorso che porta alla ‘’ liberazione’’ ( moksa ) consiste in un’ opera di dura, graduale e profonda trasformazione che investe lo yogin  nella sua totalità. La verità metafisica non si conquista con la ‘’fede’’, ma seguendo precise tecniche ascetiche e meditative. Il valore dell’esperienza, della prova concreta e diretta, è peculiare dello Yoga, come sottolineato in  innumerevoli testi e trattati. 
Naturalmente le tecniche yoga possono essere sperimentate solo sotto la guida di un maestro ( guru ). Anche questo aspetto ‘’iniziatico’’, da maestro a discepolo, da fiamma che accende altra fiamma, è fondamentale ed ha permesso allo Yoga di essere un ‘’ fossile vivente’’. 
Patanjali delinea l’arduo cammino dello Yoga in otto anga o ‘’membra’’: 
1 Yama - I freni. I nostri atteggiamenti verso l’ambiente.
2 Niyama – Le discipline. I nostri atteggiamenti verso noi stessi.
3 Asana – Le posture del corpo.
4 Pranayama – Il controllo  del respiro.
5 Pratyahara – Il controllo dei sensi.
6 Dharana – La capacità di dirigere la mente.
7 Dhyana – Meditazione.
8 Samadhi – Contemplazione 
Yama e Niyama non sono specifici dello yoga: rappresentano regole comuni ad ogni visione spirituale del’uomo e della vita e indicano la condotta preliminare per ogni ascesi. Patanjali cita cinque yama : ahimsa, non violenza, attenzione verso tutte le creature viventi; satya , verità , perfetta sincerità nel pensiero, nella parola e nell’azione; asteya, non rubare, resistere al desiderio di ciò che non ci appartiene; brahmacharya, continenza,  moderazione in tutte le nostre azioni; aparigraha, assenza di avidità. Anche i niyama sono cinque: saucha, purezza, tenere pulito il  corpo esteriormente e interiormente; santosa , appagamento, non sentire la mancanza delle cose; tapas, purificazione, autodisciplina, austerità, semplicità, cercare sempre l’equilibrio in ogni nostra azione; svadhyaya , educazione, studio, meditazione sui testi sacri; isvara pranidhana, consacrare a Dio le nostre azioni e la nostra volontà.
ASANA - PRANAYAMA
Il primo passo concreto verso il superamento della condizione umana viene compiuto mediante la pratica delle asana (posture). Si tratta di mantenere il corpo in una posizione in modo ‘’stabile e gradevole’’. A questo stadio si arriva solo dopo una fase dinamica di duro allenamento, ma quando lo yogin conquista l’ asana nella perfetta immobilità, con il respiro calmo e regolare, senza più avvertire sforzo o fatica, allora egli realizza ‘’ l’unificazione degli opposti’’ poiché la mente non è più turbata dalla ‘’ presenza del corpo’’. A livello psico-fisico i benefici di questa pratica sono innumerevoli: forza, flessibilità, calma, equilibrio, risveglio delle energie interiori; ma il vero scopo delle asana è proprio quello di facilitare il distacco e  la concentrazione. La straordinaria varietà delle asana permette allo yogin di sperimentare la molteplicità delle forme dell’essere e del divenire: nelle posture viene rappresentato il mondo vegetale, animale, umano e divino e chi le esegue tende a ‘’ divenire’’ ciò che rappresenta. A questo punto si è pronti per la pratica del pranayama. Attraverso il  ‘’controllo del soffio vitale’’ si controlla la mente poiché il processo respiratorio è intimamente connesso con gli stati mentali e viceversa. Il pranayama interviene, mediante varie tecniche, nel controllo di quattro momenti fondamentali: l’inspirazione ( puraka ), il trattenimento del respiro a polmoni pieni ( antara kumbaka ), l’espirazione ( rechaka ), il trattenimento del respiro a polmoni vuoti (banya kumbaka ). Regolando ritmo ed estensione del respiro lo yogin sperimenta diversi stati di coscienza, rimanendo calmo e lucido. Il pranayama coinvolge direttamente la ‘’ fisiologia occulta’’ dell’uomo  che in questa sede può solo essere accennata. Per lo Yoga ( così come  per altre dottrine tradizionali) il corpo umano è attraversato da numerosi canali energetici chiamati Nadi. I principali sono tre: Ida, Pingala, Sushumna. Ida sfocia nella narice sinistra ed è associata ad una energia lunare, passiva, femminile; Pingala sfocia nella narice destra e rappresenta l’energia solare, attiva, maschile. Uno dei pranayama più importanti è proprio il ‘’ respiro sole – luna’’ dove espirazione ed inspirazione  vengono effettuate a narici alternate. Queste due Nadi sono intrecciate alla Nadi centrale, Sushumna ( lo schema riproduce il Caduceo di Ermete, con le due serpi intrecciate alla verga centrale), che parte dalla zona coccigea e ascende lungo la colonna vertebrale dove sono collocati i punti focali di energia, i Chakra,  ‘’centri, cerchi, ruote’’. Lo yoga tantrico adopera il pranayama per risvegliare l’energia Kundalini, simboleggiata da un serpente attorcigliato ed addormentato alla base della colonna vertebrale dove ha sede il Muladhara chakra. Una volta ridestata l’ “energia serpentina”- anche con l’ausilio dei “suoni di potenza” ( mantra) e la meditazione sui simboli specifici – essa deve risalire per tutti i chakra fino a ricongiungersi con Sahasrara, il loto dai mille petali. Patanjali dedica solo tre sutra al pranayama perché il suo non è un manuale pratico, ma un trattato sulla ‘’ filosofia ‘’ dello Yoga. Le indicazioni ‘’ tecniche ‘’ si trovano soprattutto nei testi hatha yoga e tantrici, ma, come già detto, possono essere sperimentate in totale sicurezza solo sotto la guida di un esperto insegnante.
PRATYAHARA
Con l’immobilità imposta al corpo dalle asana, la concentrazione su se stessi, il ritmo dato al respiro dal pranayama, lo yogin ha già sperimentato l’ ekagrata, la “concentrazione su un solo punto”. Adesso deve affinare la qualità della sua concentrazione praticando il pratyahara, la “ritrazione dei sensi”. All’uomo “moderno”, incapace di stare solo con se stesso, di apprezzare il valore del silenzio, immerso di continuo in un oceano di stimolazioni sensoriali di ogni tipo, un concetto del genere sembrerà un assurdo. La mente dell’uomo profano assomiglia ad una scimmia pazza che saltella senza sosta da un ramo all’altro. Il quinto stadio dello Yoga insegna a liberarsi dalla tirannia dei sensi. Naturalmente, più si procede con le esperienze “sottili”, più diventa difficile spiegarle, soprattutto in una disciplina come lo yoga dove non è importante “capire”, ma “vivere” l’esperienza. Un esempio spontaneo di pratyahara, che tutti quanti abbiamo vissuto, si ha quando siamo completamente immersi in un’attività, tanto da dimenticarci, da non sentire più – almeno per qualche istante – oggetti, sensazioni e rumori esterni. Lo Yoga insegna a prolungare questo tipo di esperienza e a viverla in modo consapevole. “Il controllo dei sensi si ottiene quando la mente è capace di restare nella direzione scelta e i sensi ignorano i diversi oggetti intorno seguendo la direzione della mente”. ( Yoga Sutra II. 54).
DHARANA - DHYANA – SAMADHI
Quando lo yogin avrà raggiunto la capacità di padroneggiare perfettamente il corpo, il respiro e il flusso psico-mentale, allora sarà in grado di sperimentare gli ultimi tre stadi dello Yoga. A questo proposito Eliade nell’opera “ Lo Yoga, immortalità e libertà” scrive: “ Ricordiamo che gli ultimi tre “membri dello yoga” ( yoganga) rappresentano “esperienze” e “stati” così strettamente legati l’uno all’altro che sono stati chiamati con lo stesso nome : samyama ( lett. andare insieme, veicolo). Perciò realizzare il samyama su un certo “piano” ( bhumi), vuol dire : realizzarvi simultaneamente la “concentrazione” ( dharana), la “meditazione” ( dhyana) e la “stasi” ( samadhi). Patanjali tratta questi aspetti nei primi tre aforismi del terzo capitolo della sua opera. “ La mente raggiunge la capacità di essere diretta ( dharana) allorquando è possibile indirizzarla verso un oggetto prescelto nonostante l’esistenza di tanti altri potenziali oggetti alla portata della persona”. ( Aforisma III.1). “ Allora le attività mentali formano un flusso ininterrotto in relazione esclusiva con l’oggetto ( dhyana)”. ( Aforisma III.2). “ In breve, la persona è così assorbita nell’oggetto che nella mente non appare altro che la comprensione dell’oggetto stesso. E’ come se la persona avesse perso la propria identità. E’ l’integrazione totale con l’oggetto di comprensione ( samadhi)”. ( Aforisma III.3). In “Teoria e pratica dello Yoga” il Maestro B. K.S. Iyengar così si esprime : “La mente non può trovare le parole per descrivere questo stato e la lingua non riesce a pronunciarle. Paragonando l’esperienza di samadhi con altre esperienze, i saggi dicono : “Neti! Neti!” Non è questa! Non è questa! Questo stato può essere descritto soltanto da un profondo silenzio. Lo yogi si è distaccato dal mondo materiale ed è assorbito dall’Eterno; non vi è più dualità tra il conoscitore ed il conosciuto poiché essi sono uniti come la canfora e la fiamma”. Con la pratica del samyama lo yogin acquista i famosi “poteri magici” ( siddhi ). Nel terzo capitolo dello Yoga-Sutra, Patanjali descrive un lungo elenco di questi “ poteri” o “perfezioni”, ma mette anche in guardia perché essi non rappresentano il fine dello Yoga. “Per una persona che ritorna a uno stato di distrazione, questa conoscenza straordinaria e le capacità acquisite attraverso il samyama valgono la pena di essere possedute. Ma per una persona  che ricerca niente di meno che un continuo stato di yoga, i risultati del samyama sono di per se stessi degli ostacoli”. ( Yoga-Sutra III. 37 ). Il vero yogin dovrà compiere l’ultima rinuncia perché il suo spirito conquisti l’immortalità e la libertà, cioè l’unione (Yoga) con l’Uno, l’Assoluto, il Principio : in una parola, l’Essere al di là di ogni divenire.

Salvatore Marotta



TESTI CONSIGLIATI
Pio Filippani Ronconi : L’INDUISMO, Newton Compton.
T.K.V. Desikachar : I FONDAMENTI DELLO YOGA. UNA PRIMA LETTURA DELLO YOGA SUTRA DI PATANJALI, Campanotto Editore.
Mircea Eliade : LO YOGA. IMMORTALITA’ E LIBERTA’, Rizzoli.
B.K.S. Iyengar : TEORIA E PRATICA DELLO YOGA, Edizioni Mediterranee.
Julius Evola : LO YOGA DELLA POTENZA, Edizioni Mediterranee.
Marilia Albanese : LO YOGA, Xenia.
M. Albanese – G. Cella – F. Zanchi : I CHAKRA. L’UNIVERSO IN NOI, Xenia.
Marilia Albanese – Gabriella Cella : KRIYA YOGA, LA VIA PURA, Xenia.

martedì 10 luglio 2012

Riapre la “ Villa delle meraviglie”



Il giorno a lungo atteso è finalmente arrivato: il 4 luglio scorso è stata inaugurata e riaperta definitivamente al pubblico, dopo sei anni di lavori di restauro, la Villa romana del Casale di Piazza Armerina, in provincia di Enna, famosa in tutto il mondo per i suoi splendidi mosaici e per essere stata inserita nel 1997 tra i siti UNESCO Patrimonio dell’Umanità. All’inaugurazione, svoltasi “in notturna” grazie al nuovo sistema d’illuminazione, hanno preso parte varie autorità guidate dall’Alto commissario Vittorio Sgarbi e dall’architetto Guido Meli, direttore del Parco archeologico ed autore del progetto di restauro, messo in opera da 50 restauratori di tutta Europa. Nessun ministro del governo Monti ha avuto la decenza di presenziare all’avvenimento, neanche il responsabile del Turismo. E non ci venga a raccontare “minchiate”, signor ministro Gnudi, sul mancato invito. Per un evento di così grande rilevanza il ministro viene, punto e basta.
Ma non vogliamo polemizzare più di tanto con dei “tecnici” che non capiscono la straordinaria potenzialità di questo sito, unico al mondo, in termini di ricaduta turistica, economica ed occupazionale, per la Sicilia e quindi per l’intera Nazione. La Villa, di età tardo romana, risalente al III-IV secolo d. C., è la più imponente del Mediterraneo. I suoi “numeri” parlano chiaro: un’area di circa 5000 metri quadrati (ma nuovi ritrovamenti archeologici imporranno presto di riconsiderare l’intero sito), 120 milioni di tessere musive che coprono circa 4000 metri quadri di pavimentazione; e poi dipinti murali, sculture, fontane, colonne.

 Questo inestimabile patrimonio archeologico, negli ultimi decenni  era fortemente compromesso da tutta una serie di fattori, per cui si rendeva necessario e urgente un intervento di recupero e conservazione dell’intera struttura. Va dato atto a Fabio Granata, all’epoca assessore regionale ai Beni culturali, di aver avviato l’iter per il restauro della Villa. Sono stati spesi 18 milioni di euro reperiti attraverso i fondi del Por Sicilia 2000/2006, ma almeno altri 5 milioni saranno necessari per recuperare al meglio le Terme, il Triclinio, il giardino antistante la Villa, ed altri servizi come l’area attrezzata di sosta e i cartelli del “percorso museografico”. Rimasta sepolta per secoli, la Villa romana cominciò a rivedere la luce nell’Ottocento e in successive campagne di scavo negli anni Venti e Trenta, fino agli anni Cinquanta con l’archeologo marchigiano Gino Vinicio Gentili, che guidò la più completa operazione di rinvenimento del sito archeologico. Negli anni Sessanta i preziosi mosaici furono coperti con una struttura in ferro, plastica e vetro, ad opera dell’architetto Franco Minissi. Il nuovo progetto di recupero e conservazione ha previsto una nuova copertura in legno e rame scurito con tetto ventilato per garantire un clima ideale ed evitare il terribile “effetto serra” che tanti danni ha arrecato nel tempo ai mosaici. Sono state ridefinite le “gerarchie spaziali” della Villa recuperando l’antica volumetria in base al criterio della proporzione metrica applicata alle colonne sopravvissute. Inoltre, è stata creata una barriera contro l’umidità e le infestazioni biologiche attraverso l’isolamento dei muri esterni con un sistema drenante e traspirante.

 Eccezionale il lavoro di restauro conservativo effettuato sulle decorazioni pavimentali e parietali, usando le tecniche più innovative.“In un primo tempo sono stati rimossi strati di limo di decenni, muffe, alghe, batteri, funghi e sali; ripulite le tessere, danneggiate da materiali aggressivi di precedenti restauri (cere, incrostazioni, resine); distaccate piccole porzioni di mosaico per intervenire sui ferri, ormai arrugginiti, dei massetti di cemento; ripianati i “vulcanelli” e infiltrati nel terreno  prodotti risananti; l’idrossido di bario iniettato con aghi inseriti tra le tessere, attraverso centinaia di flaconi di flebo, ha permesso la bonifica da alcuni sali e, al substrato, di recuperare la propria solidità. Si è passati poi al restauro vero e proprio, con l’uso di tessere in malta incisa per i decori geometrici e base incolore neutra per il figurato, che ha permesso di recuperare la lettura di gran parte dei mosaici originari.

Alla Villa è stata usata, per la prima volta, una preziosa tecnica ricostruttiva delle lacune, realizzata in alcune parti del figurato di piccole dimensioni, con l’uso di malta incisa a scomposizione cromatica, secondo i colori dominati dal contorno, mutuando tale tecnica dalla reintegrazione pittorica dei dipinti e degli affreschi. Il trattamento finale è previsto con ossalato di ammonio, per consolidare e proteggere le superfici, oltre che rinvigorire l’originario cromatismo delle tessere lapidee”. ( Vedi “Il lavoro dei restauratori”- Dossier Villa romana del Casale in KALOS – Arte in Sicilia, Gennaio – Marzo 2011).

I turisti che seguiranno il percorso sulle passerelle, potranno ammirare dall’alto i mosaici nel loro originario splendore. Tra questi, l’Ambulacro della Grande Caccia (un lungo e spettacolare corridoio interamente mosaicato con scene di grande effetto sulla cattura e trasporto delle belve), la sala delle “ragazze in bikini”, la sala di Orfeo, Ercole e i Giganti, Ulisse che offre il vino a Polifemo, l’alcova con la “scena erotica” e centinaia di altre rappresentazioni di elementi naturali, umani, mitologici, allegorici, simbolici, che lasciano il visitatore sbalordito da tanta bellezza e maestria. Non ci resta che augurare ai lettori di vivere l’emozione di una visita nella “Villa delle meraviglie”, senza dimenticare che a pochi chilometri si trova la ceramica artistica di Caltagirone, l’area archeologica di Morgantina e il prezioso museo di Aidone, dove troneggia, bellissima e maestosa, la Dea di Morgantina.


Salvatore Marotta

martedì 13 marzo 2012

La forza rivoluzionaria di “Rivolta Contro il Mondo Moderno”


di Salvatore Marotta


 Sono passati quasi ottant’anni dalla pubblicazione dell’opera fondamentale di Julius Evola :” Rivolta contro il mondo moderno’’. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1934 ed ha conosciuto varie edizioni e ristampe, in Italia e all’estero. Anche se rispetto ad allora lo scenario geopolitico è radicalmente mutato, le pagine di “Rivolta’’ restano profetiche ed attualissime  nella denuncia dell’involuzione del presente ciclo di civiltà che oggi ha raggiunto il massimo della degradazione e del subumano. 

I valori di Verità, Giustizia, Onore, Ordine, Gerarchia sono completamente capovolti e ovunque regna il materialismo, la menzogna, la confusione, la sovversione di ogni normale ordinamento. Grazie alla lettura di quest’opera straordinaria, fenomeni come la globalizzazione ed il mondialismo possono essere compresi in tutta la loro portata e reale significato in quanto sbocco naturale di tutto un processo sovversivo iniziato molto tempo prima. Nei suoi aspetti essenziali, “Rivolta’’ non è un libro di ieri o di oggi, ma di sempre, perché basato sull’idea di Tradizione , che è rivoluzionaria nel senso etimologico del termine, re-volvere, “ritornare’’ alle origini dopo l’azione distruttiva operata dalla sovversione. 

Secondo l’insegnamento di Evola e Guénon, la Tradizione si fonda su una Metafisica, su valori validi in ogni tempo, non opinioni effimere (mode) da cui “moderno”. Bisogna fare innanzitutto riferimento ad una Tradizione Primordiale di cui le varie tradizioni storiche particolari sono state il riflesso e l’adattamento. 

Inoltre ci si riferisce a Civiltà di tipo organico, differenziato e gerarchico in cui tutte le attività hanno un orientamento dall’alto e verso l’alto, avendo ogni civiltà tradizionale come centro una Elite o un Capo che ne incarnano il corrispondente ordine di principi.  

 Nel cammino spirituale ed intellettuale di Evola, la sua principale opera segna il passaggio definitivo alla visione del mondo tradizionale – dopo il periodo filosofico e “magico’’ legato all’esperienza del Gruppo di UR – e servirà da base per tutte le successive opere.  Importante, per non dire decisiva, fu per Evola la conoscenza dell’opera di René Guénon. 

Nella sua autobiografia spirituale “Il cammino del cinabro” Evola ricostruisce l’influenza che ebbero le opere di Guénon sulla sua visione del mondo e quindi la fase “preparatoria” di “Rivolta”. ”La mia prima reazione di fronte a questo maestro senza pari della nostra epoca- scrive Evola nell’opera citata- fu piuttosto negativa, a causa delle nostre assai diverse “equazioni personali”, del suo orientamento essenzialmente “intellettuale” (egli è stato chiamato non a torto il Cartesio dell’esoterismo) ma anche del sussistere in me, allora, di prolungamenti del precedente orientamento idealistico-nietzschiano in connubio col tantrismo. 

Ebbi perfino a scrivere una critica contro il libro del Guénon sul Vedanta (sulla rivista Idealismo realistico), alla quale Guénon replicò, entrambi muovendoci evidentemente su due piani diversi. Ma a poco a poco capii tutta la portata dell’opera del Guénon, la quale mi aiutò a centrare su di un piano più adeguato l’intero mondo delle mie idee. 

Il Guénon dava anzitutto l’esempio di una valutazione seria, non divagante, di quelle che egli ha chiamato le “scienze tradizionali”, e altresì di una esegesi del mito e del simbolo che ne aveva in vista le dimensioni sovrarazionali e “intellettuali” tanto da distinguersi nettamente sia da quella della cosiddetta scienza comparata delle religioni, sia da quella dei romantici di ieri e dei psicanalisti e degli irrazionalisti di oggi. 

Netto risalto veniva dato, dal Guénon, al carattere “non umano” di tale sapere, il che mi fu d’aiuto per staccarmi definitivamente dal piano della cultura profana e per riconoscere la futilità di trarre riferimenti o basi da un qualsiasi “pensiero moderno”. 

La critica contro la civiltà moderna era, nel Guénon, potenziata, ma, a differenza di quella di vari autori contemporanei più o meno noti, in lui aveva una precisa controparte positiva: il mondo della Tradizione, considerato come il mondo normale in senso superiore. 

Era di fronte al mondo della Tradizione che il mondo moderno appariva come una civiltà anomala e regressiva, nata da una crisi e da una deviazione profonda dell’umanità. Questo fu appunto il tema basilare che andò a completare il sistema delle mie idee: la Tradizione”. 

Ed è infatti centrata su questo “tema basilare” la “Rivolta contro il mondo moderno” bandita da Evola, che si giustifica perché si considera la natura decadente di questo mondo, di questa civiltà. Il libro si divide in due parti:”Il mondo della Tradizione” e “Genesi e volto del mondo moderno”. 

L’elemento propriamente storico entra in questione nella seconda parte dell’opera, dove si ripercorrono le tappe principali e gli sviluppi che hanno portato alla nascita del mondo moderno e se ne descrivono le sue caratteristiche. 

La prima parte, invece, è di carattere sostanzialmente tipologico e morfologico. Anche qui ci sono precisi riferimenti storici riguardanti le civiltà d’Oriente e d’Occidente, per metterne però in luce il carattere universale, lo “spirito”. Infatti, Evola descrive una specie di “dottrina delle categorie dello spirito tradizionale”. 

Per Evola, l’opposizione fra mondo tradizionale e mondo moderno, prima ancora che essere storica, è di natura metafisica. Tradizione e antitradizione possono essere considerate “due categorie aprioriche della civiltà”. Il principio è da vedersi nella dottrina delle “due nature”. 

Scrive Evola in “Rivolta”:” Vi è un ordine fisico e vi è un ordine metafisico. Vi è la natura mortale e vi è la natura degli immortali. Vi è la regione superiore dell’ “essere” e vi è quella infera del “divenire”. Più in generale: vi è un visibile e un tangibile e, prima di là da esso, vi è un invisibile e un non tangibile quale sovramondo, principio e vita vera”. 

Possiamo dunque comprendere la fondamentale differenza fra civiltà tradizionale e civiltà moderna: la prima si basa su un principio spirituale e metafisico; la seconda ignora completamente tale principio. La prima è una civiltà dell’Essere; la seconda una civiltà del divenire. 

La civiltà tradizionale è divoratrice del Tempo; la civiltà moderna divora lo Spazio. La Tradizione si basa sulla qualità; la modernità è il regno della quantità. Evola descrive il vero significato di quelli che furono i pilastri della civiltà tradizionale: la Regalità Divina, l’Iniziazione e l’Ascesi, l’Azione eroica e la Contemplazione, il Rito e la Fedeltà, lo spirito della Cavalleria, la Gerarchia e le Caste, la Legge, lo Stato, l’Impero. 

Tutto ciò trae valore e autorità dall’alto, dal principio che tutto ordina e informa. Allo stesso modo, la vita dell’uomo della Tradizione è rivolta verso l’alto e ogni aspetto della sua esistenza ha un carattere sacro e trasfigurante: così per l’arte, la guerra, il sesso, i ludi, le feste, ogni azione è nella sua essenza un rito di orientamento verso il sovramondo. 

Nella seconda parte del libro, nel delineare “Genesi e volto del mondo moderno”, Evola ricostruisce non l’evoluzione dell’umanità, ma il contrario, cioè la sua involuzione. All’idea moderna del “progresso” egli oppone l’idea tradizionale della decadenza, cioè di un progressivo allontanamento dell’uomo da uno stato di originaria perfezione. 

Si tratta della “dottrina delle quattro età”, una concezione che, con poche varianti, è possibile ritrovare nell’insegnamento di tutte le antiche civiltà. “Sostenere, come tradizionalmente si deve sostenere, che alle origini sia esistito non l’uomo animalesco delle caverne, ma un più che uomo e che già la più alta preistoria  abbia veduto non pure una civiltà, ma anzi un’era degli dei –per molti, che in un modo o nell’altro credono alla buona novella del darwinismo, significa fare pura “mitologia”. 

Tuttavia, siccome questa mitologia non siamo noi ad inventarla ora, così resterebbe da spiegare il fatto della sua esistenza, il fatto cioè che nelle testimonianze più remote dei miti e degli scritti dell’antichità non si trovi nessun ricordo che conforti l’ “evoluzionismo” e si trovi – invece ed appunto – l’opposto, la costante idea di un passato migliore, più luminoso, super-umano ( “ divino’’ ).   
Attraverso l’analisi delle mitologie e delle fonti storiche, Evola ricostruisce il cammino che ha portato l’umanità dall’età dell’oro fino all’attuale “età oscura” o kali-yuga come viene chiamata nella tradizione indù, chiarendo ciò che nella storia ha agito in senso “tradizionale” e “antitradizionale”. L’analisi dettagliata di tale processo richiederebbe uno studio a parte. 

Ai fini della sintesi del presente articolo è importante sottolineare il momento in cui la decadenza – attraverso il processo di “regressione delle caste” - subisce un’accelerazione: è la nascita del liberalismo, della democrazia, del socialismo e del marxismo che Evola presenta come gradi di uno stesso male, di una stessa corrente sovversiva contro il principio di Autorità, di Gerarchia e di Stato Organico. 

Ecco che il ciclo si chiude: siamo al regno della quantità, delle masse, del puro numero, del dominio dell’economia e della finanza. In conclusione, la “forza rivoluzionaria” di “Rivolta” consiste nella superiore “visione del mondo” che trasmette, una visione capace di provocare nel lettore una trasformazione interiore. 

L’essenza di questa Forza noi l’avvertiamo innanzitutto nell’etica del coraggio e della libertà, nel compito di non lasciarsi trascinare dalla “corrente della storia” e a non cedere alle opinioni (apparentemente) vincenti. 

In secondo luogo, il “metodo tradizionale” ci offre una morfologia della storia e delle civiltà che rivaluta il Mito e il Simbolo, non solo come strumenti interpretativi, ma come espressioni della realtà delle origini, della dimensione dell’Essere. Il simbolo è un ponte tra l’umano e il divino. 

In terzo luogo, la concezione organica dell’uomo,  dello Stato e della società, in alternativa alla disintegrazione liberal-individualistica e al livellamento verso il basso, è quanto mai attuale e da essa non si potrà prescindere nell’opera di ricostruzione nazionale ed europea.


Salvatore Marotta