Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

Visualizzazione post con etichetta Marino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marino. Mostra tutti i post

giovedì 23 maggio 2013

Un lampo nel buio

“Mentre tanti uomini si fanno schiavi della loro vita, il mio gesto incarna un’etica della volontà. Mi do la morte per risvegliare le coscienze addormentate. Insorgo contro la fatalità. Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invasivi desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari” 


di Enrico Marino

Quelli che palpitano per i digiuni di Marco Pannella o che pensando a un intellettuale citano Umberto Eco sono inorriditi e hanno condannato Dominique Venner per il suo gesto, definito addirittura “blasfemo” dagli stessi ambienti ai quali appartiene quella cloaca del movimento femen che è entrata nella cattedrale di Notre Dame simulando il gesto compiuto da Venner col seno nudo su cui era scritto “che il fascismo resti all’inferno”. I giornali borghesi, invece, si sono limitati a considerarlo un atto di eclatante protesta contro la legge recentemente approvata in Francia del “mariage pour tous” che garantisce anche agli omosessuali di sposarsi e di poter adottare. Ma Dominique Venner che ha scelto d’uscire di scena con un gesto tragicamente simbolico, come Drieu La Rochelle o Yukio Mishima, ha lanciato un accorato avvertimento e allo stesso tempo un urlo di sfida e indignazione che vanno ben oltre l’ignobile legge per i gay. Un avvertimento contro gli “immensi pericoli per la mia patria francese ed europea” e una sfida “con un intento di protesta e di fondazione …. in rottura con la metafisica dell'illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.”

Nell'ultimo mezzo secolo la minoranza organizzata e onnipotente dei mondialisti ha lavorato in tutto l'occidente in modo formidabile nell’ingannare e manipolare la gente, per modificare i cervelli e le coscienze seminandovi il caos, scambiando i valori con altri falsi e costringendo a credere in quella falsità. Episodio dopo episodio, s’è consumata la grandiosa tragedia della morte dei popoli europei, dell’esaurimento totale e irreversibile della loro consapevolezza, la letteratura, il teatro, il cinema tutto è diventato rappresentazione ed esaltazione delle qualità umane più basse, con artisti che in ogni modo hanno veicolato nelle coscienze il culto del sesso, della violenza, del tradimento e di tutta l’immoralità. Nell’amministrazione dello stato s’è creato caos e confusione, col dispotismo di funzionari e di persone corrotte e la distruzione di ogni principio. L’onestà è stata derisa e resa inutile, l’arroganza e la negazione di ogni gerarchia, la falsità e l’inganno, l’ottundimento e le droghe, la paura di ognuno e il tradimento, in modo invisibile ma inesorabile, si sono sviluppati e i pochi che sono stati in grado di capire cosa accadeva veramente sono stati relegati come oggetto di scherno. 
In questo modo si distruggono, generazione dopo generazione, intere nazioni, cominciando già dai giovani. E’ una sovversione della totalità delle istituzioni e dei comportamenti sociali, culturali e religiosi e, di conseguenza, dell'atteggiamento psicologico, della filosofia e dello stile di vita di un popolo. E’ una disgregazione sociale che ha investito tutta l’Europa e che si chiama mondialismo, modernismo, relativismo, genetismo e metafisica dell’illimitato potere della scienza e dell’individuo tutti protesi nell’attacco finale alla Tradizione e al valore della vita. A questo lavorano coloro che, da posizioni istituzionali o di potere finanziario e mediatico, perseguono l’obiettivo di neutralizzare l’uomo ed eliminare la Nazione in tutte le sue articolazioni, in tutte le scelte economiche e politiche, culturali e fiscali. Creando il debito, prosciugando il credito, paralizzando le forze sociali e le Istituzioni, espropriandone i poteri, attaccando a fondo il risparmio, deturpando e svendendo l’ambiente, mettendo all'asta gli asset industriali ed economici degli stati. 
La fine di una nazione passa pure per la sua trasformazione culturale, linguistica, morale, di costume e genetica. Il declino biologico s’è accompagnato con l'aborto, con l'individualismo e infine è esploso nelle rivendicazioni edonistiche e innaturali dei matrimoni e della genitorialità omosessuale che non sono estrapolabili da questo contesto. Non si tratta, infatti, di dibattere sui diritti civili e fiscali del convivente, ma di definire “matrimonio” qualsiasi genere di convivenza, per favorire il concetto di sterilità nelle unioni, d’inversione conclamata per legge dei rapporti di genere e di mercimonio dei nascituri e dei fanciulli. Il tutto mentre con le mistificazioni dello Ius Soli e del meticciato si punta anche all'avvento di una massiccia immigrazione coatta per globalizzare definitivamente quel che resta di nazionale e di identitario.
Questa demonia dei tempi ultimi era il vero obiettivo di Venner, questa la sua denuncia, questo il pericolo mortale contro cui occorre battersi pronti anche all’estremo sacrificio. Abbiamo citato La Rochelle e Mishima, ma in altri momenti storici e per altri forti ideali il suicidio ha rappresentato un atto di testimonianza, di accusa e di catarsi, come nel caso di Jan Palach o dei monaci tibetani. Niente si fa senza sangue. Venner lo sapeva, ne era consapevole e ha testimoniato l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita, l’amore virile per il suo Paese, la sua storia e le sue tradizioni.

Il suo testamento spirituale è qualcosa di grandioso su cui riflettere

Sono sano di spirito e di corpo e sono innamorato di mia moglie e dei miei figli. Amo la vita e non attendo nulla oltre di essa, se non il perpetrarsi della mia razza e del mio spirito. Cionondimeno, al crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire finché ne ho la forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà.
Offro quel che rimane della mia vita con un intento di protesta e di fondazione. Scelgo un luogo altamente simbolico, la cattedrale di Notre Dame de Paris che rispetto ed ammiro, che fu edificata dal genio dei miei antenati su dei luoghi di culto più antichi che richiamano le nostre origini immemoriali.
Mentre tanti uomini si fanno schiavi della loro vita, il mio gesto incarna un’etica della volontà. Mi do la morte per risvegliare le coscienze addormentate. Insorgo contro la fatalità. Insorgo contro i veleni dell’anima e contro gli invasivi desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari e in particolare la famiglia, nucleo intimo della nostra civiltà millenaria. Così come difendo l’identità di tutti i popoli presso di loro, mi ribello al contempo contro il crimine che mira al rimpiazzo delle nostre popolazioni.
Essendo impossibile liberare il discorso dominante dalle sue ambiguità tossiche, spetta agli Europei trarre le conseguenze. Non possedendo noi una religione identitaria alla quale ancorarci, abbiamo in condivisione, fin da Omero, una nostra propria memoria, deposito di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita in rottura con la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne.
Domando anticipatamente perdono a tutti coloro che la mia morte farà soffrire, innanzitutto a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti, così come ai miei amici fedeli. 
Ma, una volta svanito lo choc del dolore, non dubito che gli uni e gli altri comprenderanno il senso del mio gesto e che trascenderanno la loro pena nella fierezza.
Spero che si organizzino per durare. Troveranno nei miei scritti recenti la prefigurazione e la spiegazione del mio gesto.
Dominique Venner


lunedì 20 maggio 2013

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

di Enrico Marino


Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa di terribilmente più indegno che resterà legato al suo breve ma devastante mandato ministeriale. L'allora ministro del Lavoro (con deleghe per le Pari opportunità) ha aderito sei mesi fa a un progetto sperimentale del Consiglio d'Europa per la lotta alle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere e ora  l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), istituito all'interno del Dipartimento per le Pari Opportunità, ha pubblicato le linee guida di una Strategia Nazionale LGBT per l'applicazione dei princìpi contenuti nella Raccomandazione CM/Rec (2010) 5 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa.

La Raccomandazione invita, tra l’altro, gli Stati membri ad abrogare "qualsiasi legislazione discriminatoria ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l'età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e tra eterosessuali" (art. 18). Per fare un esempio, questo significa che, se si desse seguito a questa Raccomandazione, in Italia dove l'età del consenso per i rapporti (etero)sessuali è di 14 anni, potrebbe accadere che un cinquantenne avesse tranquillamente rapporti omosessuali con un 14enne senza incorrere in alcun reato.

Per adeguarsi a questi deliranti programmi, il documento dell'UNAR. percorre le direttrici del più radicale estremismo gay imponendo l'obbligo di considerare l'omosessualità equivalente all'eterosessualità in tutto e per tutto, senza ammettere su questo alcun dubbio o riserva. Anzi, tutto ciò che non rimanda a una piena approvazione di ogni diritto richiesto dalla comunità di lesbiche, gay, bisessuali e trans (LGBT) è automaticamente considerato omofobia, rientra cioè in quei "pensieri dell'odio" che la legge punisce severamente. In pratica è obbligatorio pensare che le relazioni omosessuali siano una pratica assolutamente naturale e, perciò, sia anche sacrosanto il matrimonio tra persone dello stesso sesso, perché come radice dell'omofobia viene indicato l'eterosessismo, vale a dire il pensare che solo il rapporto eterosessuale sia naturale. Siamo in sostanza all’inversione per legge di ogni diritto naturale e di tutto ciò che per secoli s’è conformato alla prevalente e riconosciuta normalità nelle relazioni sessuali della specie umana. Siamo arrivati al punto che gli eterosessuali, coloro che giudicano innata e regolare la sessualità praticata tra individui di genere diverso, sono diventati soggetti malati o da rieducare. "Gli omofobi sono cittadini meno uguali degli altri". Lo ha detto Piero Grasso, presidente del Senato, partecipando ad una iniziativa in Senato in occasione della giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia. "Una corretta educazione su questi temi - ha sostenuto - la dobbiamo fare soprattutto per chi soffre di questa “malattia”, per chi vive male, sopraffatto da un'irrazionale paura, dal terrore di uscire di casa, dall'ansia di avere tra i suoi compagni di scuola, di lavoro, tra i suoi amici, i suoi familiari, una persona omosessuale. Diciamocelo, sono cittadini meno uguali degli altri, sono chiusi nel loro guscio, si frequentano solo tra loro, non allargano i loro orizzonti nè il loro cerchio di amicizie. Temono i viaggi all'estero, le feste, gli studentati all'università, gli spogliatoi delle palestre. E' un problema sociale che dobbiamo affrontare davvero, da subito, a partire dai più giovani. Dobbiamo farlo insieme, le istituzioni con le associazioni"

Sono affermazioni gravissime e farneticanti, specie in bocca al presidente del Senato, ma sono l’inquietante segnale di quanto sia degenerata la situazione e di quanto sia diffusa ormai l’irragionevolezza su tale questione a tutti i livelli, istituzionali, politici e massmediatici. Non a caso si fa riferimento a "incitamenti all'odio e alla discriminazione che permangono nelle dichiarazioni provenienti dalle autorità pubbliche e da alcuni rappresentanti delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche veicolate costantemente dai media italiani" che violerebbero spesso e volentieri questo punto, solo in quanto costoro rimangono fermi nella preferenza verso una sessualità non deviata e non uniformante a quella gay. In questa ottica si comprende meglio anche il "caso Biancofiore", l’esponente del PdL dapprima nominata sottosegretario alle Pari opportunità e poi spostata ad altro incarico, all’indomani di alcune sue esternazioni, perché le organizzazioni gay l'hanno bollata come omofoba. Per tutti costoro si preannunciano restrizioni alla libertà di esprimere opinioni non conformi, ovvero persino alla libertà di “avere opinioni” simili.

La scuola sarà il principale teatro di operazioni per la creazione del nuovo cittadino con una nuova coscienza antidiscriminatoria mediante il cambiamento dei programmi scolastici e l’indottrinamento forzato per promuovere lo stile di vita LGBT. I cardini di questa iniziativa sono, ad esempio, l’ampliamento delle conoscenze e delle competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT; il favorire l'empowerment delle persone LGBT nelle scuole, sia tra gli insegnanti che tra gli alunni; il contribuire alla conoscenza delle nuove realtà familiari, per superare il pregiudizio legato all'orientamento affettivo dei genitori e per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali; la realizzazione di percorsi innovativi di formazione e di aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con un particolare focus sul tema LGBT e sui temi del bullismo omofobico e transfobico; l’integrazione delle materie antidiscriminatorie nei curricula scolastici; il riconoscimento presso il Ministero dell'Istruzione delle associazioni LGBT; corsi di approfondimento che daranno crediti formativi. Inutile dire che è previsto che siano direttamente le associazioni LGBT a gestire i corsi di istruzione sul tema. Le scuole divengono in tal modo campi di rieducazione in chiave omosessuale e di sdoganamento della pedofilia, le palestre dell’umanità del terzo millennio decadente e promiscua.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro il discorso è analogo, con l'aggiunta di corsie preferenziali per l'assunzione e la formazione di personale LGBT (dopo le quote rosa anche quelle arcobaleno) e di formazione per tutti i lavoratori sul tema per cancellare ogni residua resistenza. Corsi di formazione e iniziative varie che saranno finanziate con i fondi strutturali europei, vale a dire con i soldi, in massima parte, della Commissione Europea, cioè le nostre tasse. Questo indottrinamento è previsto poi per categorie specifiche che svolgono nel sociale particolari attività, dai giornalisti, ai tutori dell'ordine pubblico, al personale carcerario. E' inoltre prevista un’inquietante “cabina di regia”, il "Sistema integrato di governance", composto da UNAR, organizzazioni di gay e lesbiche, diversi ministeri, Ordine dei Giornalisti, sindacati e così via e il 20 novembre 2012 s’è costituito il Gruppo Nazionale di Lavoro LGBT.

E' questo lo scenario abietto che ci si prospetta per il prossimo futuro. Il ministro Fornero, oltre all’aver sbagliato i conti sugli esodati, ha portato avanti con determinazione - e senza fare pubblicità - l'agenda della lobby gay, che se non verrà fermata ci imporrà l’ammaestramento al nichilismo e all’anomia e ci precipiterà rapidamente in uno quadro da incubo.

Ma per bloccare questa deriva occorrerà un esecutivo diverso e differenti istituzioni, bonificate dai vari Vendola, Boldrini, Cécile Kyenge e simili. La Raccomandazione del Consiglio d'Europa che è alla base della Strategia Nazionale è infatti un protocollo cui si aderisce su base volontaria; non c'è alcun obbligo politico di recepirlo, tanto è vero che l'Italia è fra i pochissimi paesi che lo hanno fatto spontaneamente. E quindi è possibile per un nuovo governo ritirarsi dal progetto in qualsiasi momento. Anche se la cosa non sarà facile, perché ritirare un’adesione già irresponsabilmente accordata è sempre più problematico del non aderire fin dall’inizio, perché il Dipartimento delle Pari Opportunità è egemonizzato da militanti pro-LGBT e perché anche il nuovo ministro delle Pari Opportunità Josefa Idem ha già sposato la visione più radicale degli omosessuali, dichiarando di voler procedere nella direzione del matrimonio gay e di volerlo fare anche rapidamente. Nessuna meraviglia perciò se nelle prossime settimane tra i problemi reali che affliggono il Paese, tra la disperazione dei cittadini e degli imprenditori che arrivano al suicidio, tra i drammi delle famiglie e dei lavoratori travolti dalla crisi, tra le difficoltà dell’economia e le incertezze sul futuro degli italiani, la sinistra cercherà di inserire con manovre ricattatorie e ipocrite le problematiche (dell’immigrazione e quelle) dei gay. Saremo aggrediti dalla propaganda anti-omofoba, contro gli argini tradizionali della eterosessualità additata come colpa e malattia e martellati dalle richieste per i presunti diritti degli omosessuali a sposarsi, a ottenere riconoscimenti genitoriali per adozioni o “uteri in affitto” e a porsi in concorrenza sul terreno delle tutele e delle agevolazioni con le famiglie tradizionali, senza “discriminazioni” sessiste collegate ai concetti di normalità e naturalità. 

Ci sarà un governo capace di opporsi a questa deriva, nella convinzione che questa opera di eversione e sovvertimento della famiglia finirà col distruggere la nostra società?



mercoledì 15 maggio 2013

Il maggio radioso della liberazione

di Enrico  Marino


Sul Sole 24 Ore del 18 aprile Sergio Luzzattoricostruisce l’epos resistenziale che, alimentato dagli articoli di Italo Calvino, elevò i fratelli Cervi a icone dell’antifascismo e santini della liberazione. La“lezione” dell’articolo è che “durante la guerra civile del 1943-45, i partigiani rossi erano stati vittime delle belve nazifasciste molto più che carnefici di agnelli innocenti”. Ma se l’aprile 1945 fu il mese delle radiose giornate è a maggio che si consumarono alcune delle pagine più efferate del dopoguerra. Ecco la storia dei sette fratelli Cervi e quella sconosciuta dei fratelli Govoni e da queste due storie si può vedere qual’era la differenza tra la violenza fascista, criminalizzata come bestiale, e quella partigiana, normalmente premiata con una medaglia d’oro. I Cervi sono antifascisti e prendono da subito le distanze dal regime.
Alla fine degli anni ’20 Aldo viene imprigionato nel carcere di Gaeta per tre anni, legge Gramscie Marx e, rientrato, estende questa esperienza a tutti gli altri fratelli. Quando le restrizioni alla libertà si fanno più dure i Cervi iniziano atti di sabotaggio agli ammassi imposti dal regime, alle linee dell’alta tensione che alimentavano le fabbriche reggiane di armi, fanno volantinaggio, distribuiscono clandestinamente l’Unità, la loro diventa una casa dove si fanno riunioni segrete, si organizzano attentati contro i fascisti e si ospitano renitenti alla leva e militari alleati dispersi. Casa Cervi viene messa a ferro e fuoco dai fascisti la notte fra il 24 e il 25 novembre 1943. I sette fratelli, catturati, verranno portati al carcere dei Servi di Reggio Emilia e verranno fucilati senza processo all’alba del 28 dicembre 1943, al Poligono di tiro di Reggio Emilia. Il più vecchio Gelindo ha 42 anni, il più giovane Ettore 22 anni. L’azione dei fascisti è un’azione di guerra e di rappresaglia: i Cervi vengono infatti accusati di aver complottato per l’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia). E anche nelle “esecuzioni” si riconoscono due Italie differenti e contrapposte, due stili esistenziali antitetici anche nei modi di intendere le contrapposizioni radicali e irriducibili che dettano le regole di comportamento tra nemici in una guerra.

La famiglia Govoni, di antico ceppo contadino, era una delle più numerose di Pieve di Cento, un grosso borgo quasi al confine con la provincia di Ferrara. La componevano Cesare Govoni, sua moglie e 8 figli: sei maschi e due femmine. Il primogenito si chiamava Dino, si era iscritto al Partito fascista repubblicano, comportandosi sempre correttamente. Quando lo ammazzarono aveva compiuto da poco i 41 anni. Dopo Dino veniva Marino,di 33 anni, era coniugato e aveva una figlia. Combattente d’Africa, aveva aderito alla R.S.I., contro di lui non pendevano accuse. Terzogenita una donna, Maria,nata nel 1912. Fu l’unica a salvarsi degli 8 fratelli perché, dopo sposata, si era trasferita con il marito. Veniva poi Emo, di anni 32, che non aveva aderito alla R.S.I. e viveva in casa con i genitori. Il quintogenito, Giuseppe,di anni 30, coniugato, faceva il contadino ed abitava nella casa paterna. Nemmeno lui era iscritto al P.F.R, quando lo uccisero, era diventato padre da tre mesi. Il sesto e il settimo dei fratelli Govoni erano Augusto, di 27 anni, e Primo, di 22 anni, ambedue ancora celibi e contadini, non si erano mai interessati di politica. L’ultima nata si chiamava Ida, aveva 20 anni, si era sposata da un anno ed era diventata mamma solo da due mesi. La strage dei 7 fratelli Govoni non fu un’azione di guerra né il frutto di un odio furibondo accumulato nei mesi di lotta fratricida, ma fu la conseguenza di un piano freddamente e cinicamente attuato in base alle direttive del Partito Comunista con lo scopo di seminare il terrore. I partigiani non furono che gli esecutori di queste direttive che insegnavano, tra l’altro, come il terrore lo si semini maggiormente con i fulminei prelevamenti, le silenziose soppressioni, il segreto assoluto sulla sorte toccata alle vittime e sul luogo della loro sepoltura. 

La strage dei 7 fratelli venne preceduta da molti massacri; nessuno però ne parlava, anche se tutti sapevano. Al tramonto del 10 maggio 1945, iniziarono i prelevamenti dei fratelli Govoni. Era giorno fatto quando i prigionieri, raggiunsero un podere dove in un grande camerone adibito a magazzino, cominciò a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci e colpi di bastone.. Non è possibile riferire tutto ciò che accadde in quelle ore; basti dire che nessuna delle vittime morì per arma da fuoco, le loro urla strazianti risuonarono per molte ore e, quando vennero ritrovati, tutti i cadaveri avevano fratture in più punti e risultavano legati col filo spinato. L’Italia era stata “liberata”.


giovedì 25 aprile 2013

25 aprile: tutti gli anni si festeggia una sconfitta


di Enrico  Marino


Tempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Fra queste la ricorrenza del 25 aprile, ma subito da sinistra ci fu una sollevazione di sdegno perchè quella festa doveva restare l’occasione di divisioni e di commemorazioni di parte. Gli agguati dei partigiani e le rappresaglie; una guerra civile che mise gli uni contro gli altri migliaia di italiani; i terrificanti bombardamenti angloamericani; i partigiani giustiziati e la macelleria messicana di Piazzale Loreto; i partiti che tornano alla luce del sole; le vendette e gli assassini partigiani del post-aprile 1945, quando in molti che erano stati dalla parte di Salò vennero braccati e uccisi, spesso innocentissimi; tutto questo doveva rimanere, non come ammonimento, ma solo come occasione per riaprire un fossato e spargere veleni anche fra le giovani generazioni e riproporre, sulla base di assurde equiparazioni fra il presente e il passato, scenari di contrapposizione feroce fra gli italiani.

La retorica peggiore sul 1945 è, infatti, quella di chi vorrebbe riesumare pari pari la "Resistenza"nell'oggi, di coloro che radicalizzano scelleratamente il confronto politico e rievocando i luoghi comuni della vulgata resistenziale - dei quali il tempo e gli accadimenti hanno ormai dimostrato la falsità - di quelli che hanno fatto del 25 aprile un feticcio intoccabile e un turpe commercio sul quale continuano a speculare associazioni reducistiche altrimenti marginali. Il 25 aprile continua, perciò, a essere una celebrazione ipocrita, tanto più in quanto non ci fu mai una liberazione, perché non siamo mai stati liberati. La verità è che il 25 aprile è una grossa mistificazione, in cui trionfa semplicemente la retorica comunista, stucchevole e dura a morire, nonostante la storia abbia certificato il suo fallimento politico, culturale e ideologico. Se analizzassimo gli eventi senza condizionamenti di parte, ci renderemmo conto che liberare un popolo da un’oppressione non significa semplicemente eliminare un totalitarismo qualsiasi, ma significa dare a quel popolo l’opportunità di uscire dalla sconfitta a testa alta e con dignità, per riprendere un cammino di progresso. Certamente non significa dividerlo e lasciarlo diviso nella menzogna storica, nella debolezza politica, nel vuoto etico e nella mistificazione di un periodo tragico in cui il “buono” e il “cattivo” vengono presentati in un quadro manicheo come due entità nettamente separate anziché come un tutt’uno, in un contesto nel quale chi lottava per l’una e per l’altra parte aveva ragioni e torti, condivisibili o meno che fossero.
Il vero è che alla fine della guerra a molti, sia interni al paese sia esterni, piacque l’idea indecente di un’Italia divisa e debole, sempre umiliata, inerme e succube, inoffensiva e pronta a uniformarsi alle scelte dei più forti, asservita all’alleato di turno e incapace di un ruolo alla pari. Insomma, un’Italia serva se non del comunismo totalitario sicuramente dell’americanismo peggiore. In questo, la Resistenza ha servito ugualmente bene due padroni. Il suo pezzente mito è stato abilmente alimentato e pompato dalla cultura comunista per imbrigliare in un permanente e antistorico fronte antifascista tutte le forze democratiche e impedire loro di emanciparsi politicamente emarginando dal potere la sinistra dell’epoca fino a oggi; d’altro canto ha avuto anche un’altra funzione, tenere il Paese sotto tutela ed evitare che riemergesse l’orgoglio nazionale, demonizzato come rigurgito fascista, senza una netta distinzione di colpa in questo tra comunisti, democristiani e socialisti. Tutti hanno avuto chiare e inequivocabili responsabilità in merito, perché hanno permesso che le decisioni sul destino del Paese fossero assunte a Washington o a Mosca, in un disegno volto a erodere l’identità e la sovranità del popolo italiano, affinché la coesione attorno a valori realmente condivisi, come patria e onore, orgoglio e identità nazionale, comunità e famiglia, non tornasse a infiammare il cuore degli italiani, come ancora oggi invece infiamma il cuore dei tedeschi e degli inglesi, dei francesi e degli americani.
Per questo, dunque, il mito della resistenza, la sua liturgia rinnovata di anno in anno, i suoi presunti  princìpi di libertà sono solo valori posticci atti a nascondere il vuoto identitario e politico che affligge il nostro paese da decenni, perché il mito del 25 aprile si basa sulla miserabile bugia secondo cui l’Italia avrebbe vinto la guerra in base all’inedita definizione di “co-belligeranza”. Fu invece la sanzione della sconfitta nella Guerra Mondiale e la fine sanguinosa di una guerra civile e nessuna nazione festeggia date del genere. Né le nazioni vinte come la Germania e il Giappone e neppure una nazione vincitrice come si considera la Francia, il cui territorio era diviso in due come l’Italia, che non festeggia l’ingresso delle truppe gaulliste a Parigi e la sconfitta di Petain. L’Italia nata dalla finta vittoria partigiana - che in realtà è una vittoria solo degli Alleati e della loro strapotenza bellica – è inoltre ben diversa dall’Italia che avrebbe dovuto essere. Guardatela oggi, è una nazione patetica, piccola, corrotta, fintamente libera, viziata, apatica, divisa, vile e persino venduta ai poteri della finanza e dello straniero, con il consenso e la connivenza di tutti coloro che ritualmente e supinamente si ritrovano ogni anno in piazza a biascicare ipocritamente di antifascismo e libertà, condivisione di valori e memoria storica.
Ecco perché non si può festeggiare questa data. E’ preferibile chi, con la passione nel cuore, perse la guerra con onore, a coloro i quali quella guerra fecero finta di vincerla. Non si può ricordare come “festa nazionale” una data che ha queste macchie indelebili di faziosità e di menzogna.
Enrico Marino

sabato 19 gennaio 2013

Hanno tradito gli interessi nazionali


di Enrico Marino



Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.
Da questa norma si evince in modo chiaro ed evidente che il Presidente della Repubblica ha l’esclusiva prerogativa di nominare il Presidente del Consiglio e i ministri. I quali, poi dovranno ottenere la fiducia del Parlamento, così come prescrive il successivo art. 94 Cost.
Se questo è vero, l’avvicendamento tra Berlusconi e Monti, avvenuto a novembre 2011, è ineccepibile dal punto di vista formale e costituzionale: Berlusconi si è dimesso, Napolitano ha dato incarico a Monti di formare un Governo (previa consultazione dei Presidenti di Camera e Senato e degli esponenti dei gruppi parlamentari) e il Parlamento ha concesso la fiducia. Così come non può essere politicamente e giuridicamente contestata la nomina da parte del Presidente della Repubblica di Mario Monti a senatore a vita.
La verità è che il nostro meccanismo costituzionale garantisce la sovranità popolare solo attraverso la mediazione di organi deputati al governo del paese (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Parlamento) che operano poi in condizioni di fatto impermeabili alle decisioni elettorali del popolo. Perciò, se intendiamo capire fino in fondo se le nostre istituzioni si siano comportate correttamente nell’avvicendamento tra Berlusconi e Monti, non possiamo indirizzarci sulle improbabili irregolarità nell’osservanza “formale” della procedura costituzionale, bensì dobbiamo verificare il contesto economico e politico, nazionale e internazionale, che ha determinato l’assunzione di certe decisioni contrarie agli interessi del popolo italiano. 
Dovremmo, per esempio, approfondire i rapporti reali tra Mario Monti e le istituzioni europee pubbliche (ESM, Commissione Europea, Governi esteri) e private (banche d’affari, finanza, lobbies), e gli interessi finanziari/economici e politici coinvolti, le azioni compiute dagli uomini che compongono il governo prima e dopo il conferimento dell’incarico. Dovremmo pure analizzare dettagliatamente l’andamento dei mercati prima, dopo e durante il Governo Monti e valutare una serie di indizi che si rivelassero gravi, precisi e concordanti nella direzione di un effettiva compromissione e lesione economico sociale del paese. Insomma, dobbiamo capire da chi e perché sono stati traditi e danneggiati gli interessi dei cittadini italiani. Sin dal suo insediamento a Palazzo Chigi Monti agitò il problema dello spread, che dipende solo per il 20 % dal sistema-Italia e per il resto dall’euro e dall’Europa, invece di concentrarsi su misure per il rilancio dell’economia e dell’occupazione, nonchè per l’ammodernamento dell’Italia. Il governo dei professori si è limitato a inasprire le tasse esistenti e a crearne di nuove portando la pressione fiscale dal 43 al 56 % abbondante in meno di 10 mesi. E ora è lecito chiedersi che fine abbia fatto l’enorme gettito fiscale che tra manovre del governo esautorato e quelle varate da Monti supera i 130 miliardi. Dove sono finiti questi soldi, visto che nel frattempo il debito è aumentato di quasi 5 punti di Pil, una settantina di miliardi, e che se non si inverte il trend anzichè ridursi continuerà a crescere al ritmo di 2700 € al secondo, ovvero 162mila euro al minuto, 9,7 milioni l’ora, 233 milioni al giorno, 85 miliardi l’anno, mentre l’economia va a rotoli e a crescere sono solo la disoccupazione e l’incertezza per il futuro? 
Il prof Monti ha inanellato una sequela interminabile di misure sbagliate o controproducenti rispetto all’esito sperato, alcune veramente inique e assolutamente ingiustificate. Ha messo mano al sistema pensionistico, da tutti definito il più equilibrato d’Europa, con l’ingannevole motivazione che si assiste al progressivo allungamento della vita media dei lavoratori, come se il periodo di capacità lavorativa dei soggetti si allungasse di pari misura con la durata della vita. Come risultato, abbiamo ottenuto un esercito di esodati, mantenere i quali nei prossimi anni costerà alla collettività molto più di quanto si possa risparmiare ritardandone il pensionamento, senza dire che di fatto s’è cancellata la pensione di vecchiaia per un paio di generazioni, mettendo insieme l’allungamento del periodo contributivo con l’accertata impossibilità per i giovani di trovare un’occupazione durevole prima dei 30-35 anni. Ha introdotto l’Imu sulla prima casa (e triplicata quella per la seconda) aumentando contemporaneamente gli estimi catastali e le relative rendite. Risultato: ha distrutto il mercato immobiliare e quello degli affitti, creando uno stuolo di senzatetto e depauperando il relativo patrimonio nazionale di almeno un buon 20 %, che corrisponde alla svalutazione degli immobili dovuta a questa iniziativa. Ha varato una riforma del lavoro per rendere più flessibile l’utilizzo delle risorse umane, ottenendo invece il risultato ignobile di rendere più difficile, se non impossibile, la riconversione dei precari, i quali addirittura sono passati dal 60 all’80 % dei nuovi assunti, anzichè diminuire. Invece di attrarre capitali e investimenti ha fatto fuggire dall’Italia investitori e imprenditori e creato enormi difficoltà a imprese e famiglie. Ha concentrato l’attenzione solo sullo spread, presentato come un feticcio da idolatrare e al quale immolare tutte le risorse del paese. 
Se quello che ha fatto Monti lo avesse fatto un qualsiasi altro premier, alla guida di un governo di qualsivoglia colore politico, se dopo dieci mesi avesse fatto crollare i consumi essenziali del 3,5 %, quelli durevoli del 10 %; avesse fatto crollare la produzione industriale del 10 %; avesse fatto aumentare la pressione fiscale del 30 %; avesse creato 500mila nuovi disoccupati e continuasse a crearne altri 1000 al giorno; avesse provocato la chiusura di decine di migliaia di imprese, stesse demolendo settori produttivi dove l’Italia è (era?) leader come quelli della cantieristica di lusso, della moda, dell’artigianato; avesse varato riforme oscene o velleitarie come quelle per il fisco, i tagli della spesa pubblica, del lavoro, senza nemmeno intaccare l’evasione fiscale, il lavoro in nero, i privilegi della Casta, le commistioni tra corruzione, clientele, politica e cosche mafiose, nè soprattutto aver mosso un dito o speso un euro a favore della ripresa, degli investimenti, dei consumi, del sostegno a famiglie ed imprese, sarebbe stato cacciato a furor di popolo o quantomeno non si sarebbe ripresentato a una successiva tornata elettorale.
Ora la domanda è: com’è potuto accadere tutto questo senza che la stampa si sia indignata, che i sindacati abbiano fatto le barricate, che la gente sia scesa a milioni per strada? Per le dimissioni di Berlusconi, in centinaia si riunirono brindando e cantando “Bella ciao”, poveri idioti! a distanza di un anno si ritrovano con una situazione enormemente più grave e la prospettiva di un ulteriore governo presieduto dal (o alleato col) professore bocconiano.
Monti è stato un abile illusionista, che ha usato, con la connivenza del Quirinale, dei poteri forti, della stampa di regime, della sinistra sfascista, del Bilderbergh, delle banche e della massoneria d’Europa, d’Asia e d’America “l’imbroglio dello spread” come arma di ricatto per imporre e fare accettare tutto quello che mai da nessun altro si sarebbe accettato, con la scusa della sua competenza e onestà di tecnico e non di politico. E’ stata la pistola dello spread puntata alla tempia ad indurre il Paese ad accettare enormi sacrifici purchè si ponesse termine a quella roulette russa che, ci veniva spiegato, avrebbe potuto condurci al completo default finanziario. Tutto falso, a cominciare dalle menzogne con le quali Monti ha esordito circa l’impossibilità di pagare stipendi e pensioni. In realtà, Monti non ha mai neanche minimamente accennato alla più urgente e fondamentale, per noi italiani, delle riforme che da sola sarebbe stata capace se non di ridurre lo spread, perlomeno di sradicarne gli effetti nefasti sull’indebitamento nazionale e ridurne l’impatto sul sistema produttivo: quella del sistema bancario. Le banche dovrebbero avere il ruolo di intermediari tra i risparmiatori ed il mercato finanziario a sostegno dello sviluppo del Paese, per finanziare le imprese, le opere di interesse per la collettività e anche i consumi e le famiglie. Per metter insieme i capitali per svolgere questo ruolo, le banche procedono alla raccolta del risparmio e quindi, se il sistema è sano, il plusvalore creato dagli interessi applicati su prestiti e finanziamenti viene equamente distribuito tra le banche stesse – a copertura dei costi di gestione e dei dividendi agli azionisti – e per remunerare i risparmiatori. E’ evidente che in questo schema nessuna banca può mai fallire e i risparmiatori sono tutelati, mentre l’economia cresce e con essa il benessere. Se invece le banche inseguono la prospettiva dei facili guadagni, tutti a favore dei propri azionisti, a discapito dell’economia e del Paese, ecco che il risparmio raccolto viene indirizzato verso operazioni speculative, spesso troppo disinvolte e sempre molto rischiose, che possono causare alle banche pesanti perdite con l’impossibilità di restituire quanto raccolto dai risparmiatori. Per decenni lo schema è stato quello di privatizzare le plusvalenze della speculazione, quando andava bene, per farsi ripianare le perdite dallo Stato, con il ricatto del fallimento, dei posti di lavoro persi e delle scese in campo dei sindacati, quando andava male. 
Se poi succede che i titoli speculativi si incrociano e si affastellano a centinaia di miliardi senza più alcuna connessione con l’economia reale (secondo alcune valutazioni i derivati finanziari ammontano a circa 12 volte il valore della somma dei Pil di tutti i paesi del mondo messi insieme), ecco che non è più possibile fermare l’effetto domino che si scatena quando una banca fallisce perchè non è pagata da un’altra banca fallita, che ha fallito perchè hanno fallito le sue banche debitrici e così via. Questo è quello a cui abbiamo assistito dal 2007 ad oggi. 
C’è solo un modo per porre fine a questo terrificante fenomeno, cioè la suddivisione delle banche in due categorie: le banche d’affari, libere di speculare, ma solo con i soldi degli azionisti, vietando loro la raccolta e l’impiego del piccolo risparmio; e le banche commerciali, quelle cioè destinate alla raccolta dei fondi dei risparmiatori, da indirizzare solo verso impieghi produttivi, cioè a sostegno del consumo, delle famiglie, degli artigiani e delle imprese, senza nessuna possibilità di promozione di prodotti finanziari di qualsivoglia natura. 
E’ un concetto semplice, una soluzione radicale e definitiva del problema dello spread, dei prodotti derivati e infetti. Una normativa voluta, a suo tempo, in Italia dal Fascismo e abolita dai governi repubblicani, subordinati agli interessi della finanza internazionale. Perchè Monti non ha fatto questa riforma, ma ne ha fatte altre a vantaggio del sistema bancario? Perchè per le concentrazioni finanziarie è sicuramente molto più vantaggioso investire il proprio denaro con la copertura pubblica quando va male, piuttosto che rischiare in proprio quando gli investimenti sono fallimentari. Quando parlano di ricapitalizzazione delle banche, è questo che intendono: dateci i vostri soldi per ricostituire il capitale intaccato o sgretolato dalle perdite per attività speculative. Dove sta il trilione di euro, mille miliardi, emesso all’inizio di quest’anno dalla Bce? I tecnocrati di Bruxelles e Francoforte non hanno sostenuto imprese e consumi, ma hanno finanziato le banche, consentendo loro di ricapitalizzarsi gratis all’1 %. E quando la Bce, continuando a comprare titoli infetti o svalutati si sarà completamente infettata per trilioni di euro, a pagare il conto del risanamento del sistema bancario europeo saranno ancora chiamati i popoli europei per non essere declassati e far fallire l’intera Unione.
Quello dello spread era, perciò, solo un imbroglio, uno squallido ed artificioso espediente e gli interessi nazionali, il lavoro, i beni e la vita di tanti italiani sono stati traditi e sacrificati solo per difendere i privilegi dei poteri forti, delle grandi concentrazioni finanziarie, delle banche e il salvataggio del paese non c’entrava niente. Ma intanto Napolitano sta alla fine del suo mandato ed è troppo anziano per sottoporlo a un procedimento di impeachment per il golpe col quale ha esautorato un governo legittimo e maggioritario al Parlamento, mentre Monti ha tanti “amici” che lo proteggeranno ed impediranno che sia inviato sotto processo per i danni materiali, morali e le sofferenze causate al Paese. Anzi, qualcuno vorrebbe addirittura riproporcelo per altri cinque anni.



mercoledì 19 dicembre 2012

Soluzione finale … per la storia


di Enrico Marino


Pochi sanno che in questi giorni si sta discutendo in tutta fretta e in gran silenzio una legge che vorrebbe mettere nella condizione di non nuocere alcuni soggetti socialmente pericolosi, cioè gli storici cosiddetti "revisionisti".
Mercoledì 12 dicembre 2012 nella Seduta Pomeridiana n. 367 delle (14,30 - 15,50) la 2ª Commissione permanente (Giustizia) del Senato ha trasferito in sede referente l’esame dell'A.S. 3511 in materia di genocidio, il disegno di legge, secondo quanto si legge nella relazione illustrativa, che si pone l'obiettivo di modificare l'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 («Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966»), per il contrasto di quelle forme di «negazionismo», cioè negazione o minimizzazione, del fenomeno del genocidio degli Ebrei e di altre minoranze etniche, che costituiscono uno degli aspetti più odiosi delle pratiche razziste.

Tra le novità del provvedimento, si legge nella comunicazione del Senato diffusa sul sito istituzionale, la previsione della reclusione fino a tre anni per chiunque, con comportamenti idonei a turbare l'ordine pubblico o che costituiscano minaccia, offesa o ingiuria, fa apologia, ovvero: "nega o minimizza la realtà dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra, e dei crimini definiti dall'articolo 6 dello Statuto del tribunale militare internazionale, allegato all'accordo di Londra dell'8 agosto 1945 (tribunale di Norimberga)".
Di per se il riferimento normativo già suscita motivate perplessità, se si considera che il citato accordo di Londra del 6 agosto 1945 fu firmato dal governo degli Stati Uniti, che non si fece scrupolo di sganciare due bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, il 6 e il 9 agosto 1945, che rase al suolo con bombe al fosforo intere città della Germania e che mandò i suoi "Liberartors " sulle nostre città colpendo scuole e ospedali; e fu parimenti sottoscritto dal governo dell'URSS, responsabile dell'eccidio di Katyn che compiacenti giudici delle nazioni vincitrici addossarono per anni ai Tedeschi.
Ma accantonata ogni pregiudiziale politica, anche un esame esclusivamente logico giuridico suscita non pochi dubbi.
Quindi, il ddl si propone di punire non semplicemente chi "con comportamenti idonei a turbare l'ordine pubblico o che costituiscano minaccia" offende, ingiuria o fa apologia, ma anche chi "minimizza" o "nega".
Sono ormai circa sessant’anni che ci ossessionano col racconto di una guerra combattuta per la “libertà” e di una democrazia intesa come il migliore sistema possibile per garantirla, anche se nessuno di noi ha mai creduto nel demagogico culto della libertà né, tanto meno, nella "neutralità ideologica" delle istituzioni democratiche, dal momento che ogni sintesi politica si fonda su una Weltanschauung e lo stesso Stato liberal-democratico contemporaneo si fonda su una serie di convinzioni per nulla neutrali.
Un lungo elenco di assunti ideologici vengono imposti nelle odierne costituzioni europee e la così detta “laicità” delle istituzioni non è affatto un segnale di neutralità ideologica, ma nelle sue conseguenze ultime rappresenta un preciso traguardo verso cui puntano i fautori di un relativismo assoluto morale e sociale, che propugnano a loro modo una società radicale nelle sue scelte e nelle sue condotte aliene a ogni ordine superiore, metafisico e trascendente.
Ogni potere politico, nell'esercizio della sua funzione, si muove perciò secondo una serie di opinioni che ne informano le azioni e individua opinioni "socialmente pericolose" da stroncare sul nascere.
Ma la nostra Costituzione (secondo una recentissima trasmissione televisiva) sarebbe addirittura “la più bella del mondo” e agli articoli 9 e 21 promuove la cultura e tutela la libertà di pensiero e allora come potrebbe subire il condizionamento e la restrizione di fondamentali spazi di libertà che verrebbero imposti dalla previsione normativa in esame?
Infatti, cosa s’intende per minimizzare? Negare? In quale senso? Quanto? Fino a che punto? Dal punto di vista storiografico un testo del genere non meriterebbe nemmeno un rigo di commento.
Gli storici dovrebbero iniziare a far ricerca sulle gazzette ufficiali o tra gli atti parlamentari e non più tra i documenti d'archivio? Diventerebbe obbligatorio tenere conto esclusivamente delle sentenze dei tribunali militari e non più delle memorie dei testimoni degli eventi passati?
Alla luce delle innovazioni prospettate, sarebbero perseguibili anche quegli storici "non revisionisti" (o mainstream) che riportano nei loro studi cifre poco più basse di quelle ufficialmente accettate per legge e la cosiddetta "minimizzazione" implicherebbe anche una responsabilità penale per chi operi l'analisi dei fatti precedenti o relativi alla Seconda Guerra Mondiale e alle sue cause scatenanti e/o a questa collegate (si pensi alle dichiarazioni sioniste sulle opportunità offerte dall'antisemitismo per la costruzione dello Stato ebraico).
Inoltre, l'immodificabilità pubblica di una serie di avvenimenti storici significherebbe imporre la fine di ogni ricerca e la deliberazione definitiva che tutta la documentazione da visionare è stata esaurita.
Si conferirebbe con ciò a un tribunale il carattere di supremo garante accademico dell'analisi storica prodotta, con risultati dal punto di vista scientifico e culturale, a dir poco, grotteschi.
Sorgono spontanee alcune domande sul perché quest’attenzione del Parlamento italiano sia ossessivamente rivolta solo verso un determinato gruppo etnico e non anche a quegli altri italiani che furono assassinati e infoibati alla fine del conflitto e sul perché chi pretende questa legge sia così terrorizzato dalla ricerca storica.
Evidentemente, chi sentiva la necessità e l’urgenza di impegnare il Parlamento per varare queste riforme era convinto che, specie nell’attuale periodo di crisi, i problemi veri del Paese fossero questi oppure che, proprio in ragione della crisi, l’attenzione dei più fosse sviata e meno pronta a cogliere le insidie della riforma prospettata.
Non è irragionevole pensare che nel quadro di un dominio anodino e planetario, ogni dissenso debba essere messo a tacere, ogni forma di reazione debba essere sedata e il controllo debba essere esteso dall’economia alla storia imponendo regole e divieti anche là dove l’innovazione, il dubbio, l’analisi e la verifica dovrebbero essere invece la normalità. Imporre a una scienza una verità assoluta per legge è quanto di più assurdo, illiberale e stupido si possa immaginare di perseguire.
Eppure, seguendo certi indirizzi, dalla locuzione ciceroniana che vorrebbe la storia come “magistra vitae” si rischia di scivolare verso la magistratura come tutrice della storia.

Enrico Marino

giovedì 29 novembre 2012

Capitalismo si ma controllato


di Enrico Marino



La notizia è rimbalzata su tutte le agenzie creando grande sorpresa in Inghilterra e negli ambienti finanziari internazionali in quanto tutti pensavano che nella Banca centrale d'Inghilterra nulla sarebbe cambiato.
E invece ecco la sorpresa: il presidente della Banca Centrale canadese, Mark Carney, sarà il prossimo governatore della Banca d'Inghilterra. Lo ha annunciato ai Comuni il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne. Sarà infatti il primo straniero a guidare l'Istituto Centrale inglese nei suoi 318 anni di storia. Carney, 46 anni, che è stato selezionato tra una rosa di candidati per la sua forte leadership e la grande esperienza internazionale, si è guadagnato una reputazione sulla scena mondiale sfidando alcuni dei dirigenti più potenti del mondo della finanza, imponendogli di diminuire i rischi bancari anche a scapito dei redditi. Ama far rispettare poche ma chiare regole e non apprezza i regolamenti deboli o facilmente aggirabili. A lui ora spetterà l’impegnativo compito di dare nuove regole alla Banca Centrale inglese e soprattutto dare vita ad una nuova politica monetaria.
Anche Carney come l'ex Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi viene da Goldman Sachs Group dove ha lavorato per 13 anni. Paul Tucker che fino all'altro ieri pensava di essere promosso da vice a Governatore della BCI, potrebbe essere stato scartato a causa del suo coinvolgimento nello scandalo di luglio del Libor-rigging, un brutto affare che ha coinvolto molti trader importanti di Barclays e che vedeva il Vicegovernatore sospettato di essere coinvolto come complice nella manipolazione del tasso interbancario di prestito.
In apparenza sono tempi duri anche per chi, abitualmente, opera disinvoltamente nel mercato. Non è infrequente trovare notizia di un nuovo scandalo: da top manager condannati per insider trading a banche che perdono cifre astronomiche. Ma lo scandalo di gran lunga più importante è stato senza dubbio quello che ha coinvolto il London Interbank Offer Rate, meglio noto come Libor.
Il Libor è per il dollaro quello che l'Euribor è per l'area euro: il tasso di interesse di riferimento cui sono indicizzati i mutui immobiliari e i prestiti che le banche fanno alle imprese.
Per tradizione il Libor viene fissato a Londra dall'Associazione bancaria britannica, che poco prima delle 11 raccoglie le quotazioni di un pool di 18 banche. Per eliminare deviazioni estreme (e ridurre la possibilità di manipolazioni), l'Abb elimina le tre quotazioni più basse e le tre più alte e calcola la media del resto. Questo è il tasso di riferimento. In America a essere legati al Libor sono anche molti prodotti derivati. Per proteggersi contro variazioni dei tassi, banche e imprese entrano in contratti che pagano in funzione del livello del Libor a una data futura. Il totale di contratti derivati ancorati al Libor è stimato in 350.000 miliardi di dollari. Con queste cifre anche un punto base di differenza (ovvero un centesimo di punto percentuale) nel Libor si traduce in 35 miliardi di dollari l'anno.
Da tempo giravano voci di possibili manipolazioni, ma erano sempre state smentite con sdegno dall'Abb. Quest'anno, però, un'indagine congiunta americana ed inglese ha messo in luce dei fatti scioccanti. Barclays ha falsato le sue quotazioni non solo durante la crisi finanziaria, ma anche nel biennio precedente. Barclays è stata la prima banca ad ammettere la colpa e pagare una sanzione. Altre seguiranno. Scandali di questo tipo minano la fiducia nel mercato. Soprattutto in momenti come questo.
Il problema del Libor è che, a differenza della maggior parte dei prezzi di mercato, viene calcolato sulla base di un numero molto ristretto di banche (18 contro le 43 dell'Euribor), la metà delle quali viene eliminata dalla procedura di calcolo. Questo dà troppo potere a ciascuna banca del panel. Il mercato funziona solo quando è composto da tanti trader indipendenti. Tanto più il mercato è concentrato, tanto peggio funziona. La vera domanda da porsi, perciò, è perché un indicatore tanto importante venga calcolato in modo così poco serio. La risposta è molto semplice: questioni di potere. L'Abb e i suoi associati vogliono mantenerne il controllo. Per questo hanno ostacolato qualsiasi cambiamento. Il mercato, con le regole giuste, può funzionare. Cioè creare e veicolare ricchezza verso investimenti e obiettivi di crescita, in ogni caso senza determinare arricchimenti fraudolenti o a danno della collettività. Ma chi ha l'interesse che le regole siano giuste? Non le grandi banche, che guadagnano dalle inefficienze né i regolatori, che a volte preferiscono ignorare i problemi.
Lo scandalo Libor dimostra che il capitalismo ha bisogno di regole chiare e giuste. E che le grandi banche non hanno alcun interesse a farsele imporre. Quindi serve un controllo democratico. Senza un sano controllo democratico il capitalismo diventa corrotto e fonte di speculazioni ciniche e devastanti. 

giovedì 22 novembre 2012

I padroni della finanza



di Enrico Marino

Il modello imperiale britannico è sempre stato un’impresa finanziaria in cui le considerazioni morali erano sempre messe in secondo piano rispetto all’urgenza del profitto. Anzi, le espansioni coloniali inglesi rispondevano a progetti intrinsecamente criminali, nel senso che facevano affidamento sugli utili derivanti dallo schiavismo e dalla vendita di stupefacenti.
Una fase dell’Impero – che fu un impero atlantico composto dalle colonie americane e dai possedimenti dei Caraibi - ebbe termine quando gli Americani combatterono la loro guerra rivoluzionaria per l’indipendenza. Una seconda – l’impero asiatico, fondato sul controllo dell’India e del commercio imposto con la forza alla Cina - ha cominciato a chiudersi con l’indipendenza dell’India nel 1947. Il nazionalismo arabo e quello africano hanno progressivamente affievolito l’influenza britannica negli anni che seguirono. A un certo punto, con la sconfitta a Suez nel 1956 e, infine, quando la Gran Bretagna si è ritirata dal suo ultimo possesso significativo all’estero, Hong Kong, nel 1997, il gioco si è concluso.

Oggi, se uno crede a quello che ci viene detto da rispettabili storici e dai media, la Gran Bretagna ha voltato le spalle al suo passato imperiale e sta mettendocela tutta per farsi strada come una nazione normale. La realtà è un po’ più complicata. E ormai da decenni siamo alle prese con una terza fase dell’imperialismo britannico, organizzato intorno alle sue infrastrutture finanziarie offshore e alle notevoli risorse diplomatiche, di intelligence e di comunicazione inglesi. Dopo aver abbandonato la forma esteriore, militare, dell’impero, gli inglesi hanno cercato di recuperarne la sostanza.
Il Regno Unito permette ai residenti stranieri di detenere i loro fondi offshore e tassa unicamente i soldi che portano nel paese. Questo approccio, una reliquia dai tempi dell’impero ufficiale, rende il paese un popolare luogo di residenza per i miliardari di tutto il mondo, dall’Africa, dall’Europa continentale e dall’India.
Una volta a Londra, un sofisticato apparato giuridico e finanziario fa in modo che i fondi esteri siano depositati in una rete di giurisdizioni offshore. In un suo libro rivoluzionario, “Treasure Islands”, Nicholas Shaxson descrive Londra come il centro di una ragnatela che collega le Isole del Canale, l’Isola di Man e i Caraibi. Gli inglesi, in sostanza, hanno riadattato i resti sparsi del loro impero come strumenti per soddisfare le esigenze del capitale globale.
Quando l’Unione Sovietica si sciolse, quelli che si erano assicurati il controllo dell’economia russa privatizzata si trasferirono in blocco a Londra. Avevano poco in termini di base sociale nel proprio paese e la loro posizione era insicura. Avevano bisogno di trovare un modo per incanalare profitti all’estero e Londra offrì loro l’accesso a un centro mondiale della finanza, oltre ad aliquote fiscali favorevoli.
La città ha dato ad alcuni di loro anche un profilo pubblico planetario. Con l’acquisto del Chelsea Football Club e dell’Evening Standard, Roman Abramovich e Alexander Lebedev, rispettivamente, si sono trasformati in figure di rilevanza internazionale.
Lo Stato britannico, però, non si limita a fornire ospitalità, bassa fiscalità e celebrità, ma mette anche le sue risorse diplomatiche a disposizione dei suoi residenti stranieri preferiti.
Sono noti gli intrecci tra la finanza offshore, la politica e le donazioni ai partiti nel Regno Unito.
E seppure le donazioni da stranieri sono illegali, è una questione relativamente semplice creare una società registrata nel Regno Unito per effettuare la transazione. La condizione di offshore confonde la distinzione tra interno ed estero.
Tutto questo fa parte di un progetto imperiale molto più vasto, la cui portata e significato sono difficili da comprendere per il grande pubblico. Questo non è un impero che si fa pubblicità. Anzi, cerca di occultare la sua stessa esistenza. Ma non vi è alcun dubbio circa le sue ambizioni. Per decenni, i governanti della Gran Bretagna hanno cercato di fare di Londra la capitale del capitalismo globale. Lo Stato si è riorganizzato a tal fine. Le politiche di privatizzazione sono state testate prima nel Regno Unito e poi esportate in tutto il mondo.La deregolamentazione ha portato le banche estere a Londra. Il settore finanziario, quello dei servizi segreti e i partiti politici sono impegnati in un progetto che i principali media difficilmente si sentono di discutere. 
Di tanto in tanto, le dinamiche dell’impero offshore diventano visibili nella forma di scandali e crimini sensazionali. Le lotte di potere producono delle increspature difficili da ignorare. Una fazione dell’impero invia un messaggio ad un’altra. Per un attimo ciò che non si può discutere è menzionato, obliquamente, così come le maniere di agire dell’impero. Ma poi tutto torna nell’oblio e nel silenzio. La city resta il cuore mondiale del capitalismo finanziario e dei grandi squali delle borse, degli spread, delle banche d’affari, dei derivati, della speculazione. La city resta il passaggio obbligato per chi vuole accreditarsi presso i detentori del potere economico mondiale e da loro ricevere l’investitura a governare uno Stato. Da D’Alema a Occhetto fino a Prodi, la sinistra italiana è passata tutta per la city per rassicurare il grande capitale, rifarsi una verginità e ingraziarsi i padroni della moneta. E lo stesso Monti ha dovuto dare spiegazioni e garanzie poco dopo il suo insediamento alla guida del governo tecnico.
Il neo impero britannico non è una superpotenza industriale o militare. Anzi, è marcatamente vulnerabile. E le grandi potenze potrebbero fare molto per ostacolarlo, se solo scegliessero di farlo.
Ma esso rappresenta una tentazione permanente a tradire le lealtà locali e nazionali in nome dell’appartenenza ad un’entità molto più esclusiva ed elusiva, un’élite il cui fascino è intimamente legato alla sua opacità, alla sua capacità di operare senza controlli, senza dover rendere conto ad alcuno, esercitando un potere occulto e pervasivo che prospera nella misura in cui può sfruttare e, ove possibile, stimolare, la corruzione e l’obbedienza in altri contesti.
La vecchia retorica è sparita, non ci sono più bandiere e trombe. Ma per altri versi, l’impero assomiglia molto al suo predente. Deve fare tutto il possibile per evitare che un’autentica democrazia prenda piede nel Regno Unito e lo sottoponga a regole e controlli. Più ricava lauti profitti dalla rapina finanziaria operata all’estero, più la macchina del capitalismo globale avvantaggia solo una piccola minoranza delle élite dell’apparato. La restante parte dei cittadini si trova ad affrontare un futuro di crescenti disuguaglianze, ridotte prospettive e disagio sociale. Come nei secoli precedenti, i cittadini sono chiamati a pagare quando le avventure all’estero diventano costose. Infine, come il precedente impero britannico, quello attuale è un’impresa criminale. Ma dopo essersi specializzato in schiavitù e traffico di droga, oggi il suo marchio distintivo è diventato il reato di evasione fiscale e il cinico sacrificio delle economie europee sull’altare del mercatismo, dei rating e dei saldi di bilancio.