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giovedì 20 giugno 2013
Mario M. Merlino:‘Ai confini del nero’
di Mario M. Merlino
Ho davanti a me, su questa scrivania, dove arrangio anche questo ‘pezzo’, l’ultimo dei miei figli (forse, più esattamente, un ennesimo me stesso ove contemplarmi e compiacermi)… Ai confini del nero, il suo titolo con la copertina grigio-scura e la fotografia realizzata da Simone e ridefinita da Marco. Copertina nata mentre si percorreva la via Tiburtina, poco dopo il complesso carcerario di Rebibbia. Ad altro era rivolta la nostra attenzione, poi questo edificio alto scheletro dismesso senso di abbandono fine di un mondo desolazione (Bakunin rilevava che nello spirito della distruzione si annidano già le premesse dell’edificazione; Nietzsche, filosofo e poeta dal linguaggio asciutto ed abissale ammoniva che ‘là dove ci sono sepolcri, là vi sono resurrezioni’).
Ora del tramonto, tripudio e incendio di luci gioco di ombre… L’ora in cui per il filosofo Platone si addensano i pensieri e Giulio Cesare invita, nel silenzio della tenda, di prendere tavoletta e stilo e misurare quanto e come si è vissuto il giorno. Poi Martin Heidegger annota, dopo aver trascorso la notte ospite di un suo ex allievo, mentre, su Friburgo, le bombe alleate si divertono a devastare, annientare, radere al suolo quanto di cultura tedesca ed europea aveva sfidato per secoli il mondo: ‘Il tramontare è diverso dal perire. Ogni tramonto resta al sicuro nel sorgere’.
Una copertina che può apparire decadente, con la mia immagine da hippie che non favorisce i colori dell’arcobaleno le api che succhiano il polline le formichine laboriose i bambini che saltellano sul marciapiede… Forse una provocazione, non so. Però non è così: ho sempre a mente il testimone che Robert Brasillach ci ha lasciato, poco prima di essere portato davanti al plotone d’esecuzione, a conclusione di Lettera a un soldato della classe ’40 quella fierezza e quella speranza a cui abbiamo tentato di tenere fede. E la gioia di vivere, senza la quale non vi sarebbe premio, la fierezza finirebbe in testardaggine e la speranza in illusione…
Dunque la copertina si offre al mio sguardo e, se fossi capace di usare lo skanner (?), l’avreste anche voi… beh, magari venite a qualche prossima presentazione o l’ordinate in libreria… mi darete ragione. La luce che filtra e colora d’una calda aurea atmosfera il luogo abbandonato alla nientità non può evocare funerei pensieri, lande desolate, malevoli storie. E la luce del sole, pur nel volgersi alle ore della sera, ben corrisponde a quella luce che pervade le storie che compongono il contenuto del libro. Cinque in tutto, come furono in Atmosfere in nero, con qui delle dediche più lunghe e un fuori programma tutto personale.
Chi sono i protagonisti di questa raccolta se non, salvo in un caso, persone esistite o ancora esistenti, pur nell’arbitraria rielaborazione di un momento della propria esistenza. Il vero il verosimile la libertà dello scrittore. E ci insegnano che si può avere un animo grande. Si può scegliere, comunque e nonostante tutto, con uno scatto di reni, un attimo di follia, per un sì o per un no e magari senza sapere cosa si cela dietro l’uno o l’altro. Intensità o durata… Negli ultimi anni dietro la cattedra avvertivo l’astrattezza delle idee dei concetti delle teorizzazioni delle visioni sistematiche protese ad essere onnicomprensive e finire per essere divoratrici dell’esistente. E, al contrario, la vecchia storia piena di aneddoti, di uomini e di donne, e dei filosofi che abbracciano i ronzini percorrono le vie di Koenigsberg con il medesimo passo e alla medesima ora cercano l’immortalità bevendo la polvere del ferro limato…
sabato 8 giugno 2013
Nascita del Pitagorismo nell’antica Kroton
Giuseppe Barbera, Nascita del Pitagorismo nell’antica Kroton, COLLANA PITAGORICA – Quaderni interni Associazione Tradizionale Pietas, 103, pp. 90 – €10,00.
Edito in proprio per la neonata Collana Pitagorica dei Quaderni dell’Ass. Trad. Pietas, il testo di Giuseppe Barbera (presidente della medesima realtà associativa) dedicato alla Nascita del Pitagorismo nell’antica Kroton si presenta come una buona introduzione storico-filosofica all’insegnamento immortale del Samio. Ci sentiremmo di consigliare questo testo specialmente ai più giovani, onde approcciare in maniera piana e semplice quella che, da millenni, si pone come la più perfetta espressione dottrinaria della tradizione autoctona d’Italia.
Il saggio, scorrevole e di piacevole lettura, si propone lo scopo di prendere in esame i tratti salienti del Pitagorismo ponendo attenzione, correttamente, in via principale sulla visio sacrale che ne sottende ogni adattamento ai vari rami dello scibile e dell’agire umani: dalla scienza alla politica, dall’etica alla metafisica e al dominio del Sacro stricto sensu inteso. L’argomentazione prende le mosse da una breve disamina della storia di Kroton dalla fondazione all’arrivo di Pitagora, nonché dalla esposizione delle principali modalità di espressione della religiosità cotoniate. Vengono esaminate le divinità principali della polis, evidenziando taluni aspetti apparentemente più rilevanti in consonanza con il sentire profondo dei Crotoniati (non ultimo il profilo terapeutico, legato a doppio nodo ai templi di Apollo Medico e di Hera a S. Anna di Cutro). Di particolare interesse il capitolo dedicato al processo significativamente definito di pitagorizzazione delle divinità poliadi, cioè a dire di rivalutazione degli arcaici numi della città in un contesto di rinnovato afflato spirituale, etico e sociale a seguito del revirement imposto dal Samio verso lidi di nuda essenzialità, di purità nei costumi, di ri-conoscimento attivo del cittadino nel macrocosmo politico della comunità. In tale contesto assumono rilievo figure divine come quella di Zeus, della sua consorte Hera (nota soprattutto per il tempio di Capo Lacinio, celebre in tutto il mondo antico), nonché di Herakles, l’Eracle italico prima che ellenico, legato a doppio filo all’idea di iniziazione e, in quanto eroe divinizzato nell’ottica propria al mito greco, a quella di eros come slancio divinizzante, eroico furore di bruniana memoria.
Ma è anche, torniamo a ripeterlo, il Pitagora politico ad essere messo in risalto in questo breve ma denso saggio. Colpisce una frase, contenuta a p. 37, in cui l’autore parla del Filosofo come di colui che “per primo pensò l’Italia”: idea, invero, doppiamente interessante nella misura in cui si consideri che quella Calabria che fu primo teatro del farsi storia della visione del mondo propria alle fratrie pitagoriche viene considerata, in base ad antiche tradizioni, la prima Italia, a significare la vetustà di un deposito sapienziale che trova anche – se non primamente – in quelle terre un punto focale di peculiare intensità e profondità. Appropriato, in tale cornice, il richiamo alle intuizioni del Micali in merito alla filosofia pitagorica come possibile fulcro ideale di una concezione politica della città che avrebbe potuto fungere da punto di riferimento per chi, ai suoi tempi, si richiamava all’idea di Unità. E nel contesto proprio alla Schola Italica assume rilievo anche la figura femminile, tra cui spiccano figure eroiche come quella di Timica, ma anche nomi ‘significativi’ come quello di Vitalia, figlia di Damo e nipote del Maestro.
Appena accennate, ma indubbiamente meritevoli di approfondimento, le tematiche relative alla ‘reincarnazione’ (in realtà, va detto, mai insegnata da Pitagora e dai suoi discepoli, a differenza della palingenesi) ed alla trasmigrazione delle anime, con un non trascurabile riferimento all’Antro delle Ninfe di porfiriana (ed omerica) memoria: mito che a chi nutre interesse profondo, tra le altre cose, per lo studio dell’Ermetismo napoletano può comunicare molte cose degne di meditazione. Più articolata la partizione del libro dedicata alla matematica pitagorica, correttamente inquadrata come arte di impronta non esclusivamente quantitativa, bensì anche e soprattutto qualitativa. Si affronta con una certa padronanza la materia relativa alla valenza profonda del numero come ente, considerato da una prospettiva metafisica nelle sue espressioni aritmetiche e geometriche, con una interessante digressione su alcuni numeri-cardine del sistema pitagorico (anche avvalendosi delle preziose indicazioni del macrobiano Commento al Sogno di Scipione), sul determinarsi dell’ente numerico nel dispiegamento delle cose in natura, nonché sul numero aureo legato, in particolar modo, al numero 5.
Da ultimo si noti che Kroton è presa in considerazione come snodo e quasi omphalos da cui, per vari adattamenti, si irradia nei millenni l’insegnamento del Samio (e non è affatto da escludere, sia detto en passant, che la Samo di cui parlano i biografi di Pitagora si trovasse nella nostra Penisola e non nell’Egeo orientale). Essa è il punto primo di diffusione del patrimonio pitagorèo, sul cui stesso nome sarebbe opportuno interrogarsi, atteso che il nome ‘Kroton’ attesta la presenza di un importante radicale kr- dai molteplici possibili significati. Si noti che il medesimo tema, in certa misura quasi identificativo dell’idea di ‘centro’ o ad essa rapportabile (si pensi alla presenza del medesimo tema nel greco καρδία e nel latino cor, per ‘cuore’), è dato rinvenirlo anche in altre città italiche dotate di valenza ‘onfalica’: si pensi, ex multis, alla Corito-Cortona (Kurtun, tra l’altro ospitante ancora oggi un monumento noto come Tanella di Pitagora) da cui, secondo la tradizione, a seguito di alcuni terrificanti cataclismi Dardano spiega le vele alla volta – il caso non esiste – di Samotracia, onde fondare i mediterranei ed ‘italici’ Misteri dei Cabiri, per poi volgersi in direzione delle future sponde di Troia.
Rumon
Per ordinare il testo qui recensito scrivere una e-mail al seguente indirizzo: infopietas@tiscali.it .
mercoledì 5 giugno 2013
Novità! Leni Riefenstahl di Sonia Michelacci.
Novità! Leni Riefenstahl di Sonia Michelacci.
C’era un volta una bambina che sognava di diventare ballerina, una ballerina che voleva diventare attrice, una attrice che si innamorò della regia e infine una regista che incontrò il Führer e diventò la migliore. Così potremmo riassumere la storia di Leni Riefenstahl, “La più grande regista mai esistita” come è stata definita da Quentin Tarantino in una intervista rilasciata al Der Spiegel nel 2009.
Il destino ha voluto che Adolf Hitler si innamorasse della sua “danza sul mare” in La Montagna dell’Amore, e che la sua strada si incrociasse con quella del Nazionalsocialismo: questo ha rappresentato per le coscienze democratiche un problema tale che per molti anni, nel dopoguerra, Leni Riefenstahl è stata relegata all’oblio. Non importava quanto fosse grande il suo genio artistico, occorreva dimenticare la regista di Hitler.
Per anni è stata sottoposta a processi di denazificazione e ad umiliazioni di ogni tipo, ma Leni Riefenstahl non ha mai rinnegato la sua fascinazione per il Führer: una fedeltà che non le è mai stata perdonata.
Nonostante ciò alla fine, si è dovuto riconoscere che la sua arte filmica ha rappresentato “un sfida intellettuale” che nessuno è mai riuscito ad eguagliare: come Massimiliano Studer ha osservato “Olympia e Triumph des Willens rappresentano in pieno tutta l’estetica del Novecento tanto da essere, ancora oggi, utilizzati e citati da molti registi”.
Non possiamo che essere d’accordo con Gianni Rondolino quando dice che “Leni Riefenstahl fa parte integrante della cultura del Novecento”.
SONIA MICHELACCI
venerdì 24 maggio 2013
L'anteprima de 'Al confine del nero'...
di Mario M. Merlino
Oggi mi sento - e mi propongo - tanto simile ad attori e cantanti quando, intervistati alla radio in televisione sui giornali, parlano della loro ultima produzione come la migliore in assoluto. Non dirò che il libro in uscita a fine giugno sia l’ultimo perché non è l’ultimo e neppure il penultimo. Vi confesso, però, che questa seconda raccolta di racconti darà buon esito perché nata da buon seme. E la copertina… dai, sono grande!
Oggi vi racconto come nasce. Con Marco e Simone, giovani professionisti con l’estro per la grafica e la fotografia, percorriamo la via Tiburtina. Abbiamo bevuto una birra in attesa che si faccia ‘l’ora che volge al desio’ in cerca di uno di quei locali, squallida imitazione di quelli di Las Vegas, tutto luci colorate ed intermittenti. L’idea originaria è che io passi davanti ad uno di essi quale contrasto tra un vecchio (io!?) in declino e la fauna emergente di una subcultura del secondo millennio. Idea, a cui oppongo debole resistenza (forse per vanità segretamente offesa con tutti i miti della gioventù che vanno in frantumi…), perché conservo la convinzione, dal tempo della militanza, che è l’agire il metro di valutazione per la nascita di ruoli e gerarchie.
Percorriamo, dunque, la via Tiburtina e, poco dopo il carcere di Rebibbia, ci colpisce, novelli Siddharta sotto il ficus pippal, una costruzione a più piani, cattedrale laica nel deserto della modernità mai completata o in vana ristrutturazione. Un muretto una rete un cancello un cartello di divieto di transito risvegliano il mai sopito spirito libertario e l’irriverenza fascista, un connubio ormai familiare anche ai lettori di Ereticamente, a cui non so resistere. Fermiamo la macchina, scendiamo.
Apro una parentesi e, da istrione consumato, faccio un rapido resoconto su quanto ho in cantiere in modo che, a voi lettori e amici, l’arduo compito di prepararvi a nuove avventure letterarie inseguendo il fantasioso creativo e magico, va da sé dato il cognome (sapete che ‘merlino’ in lingua francone è lo smeriglio, il più piccolo falco esistente in Europa?), sottoscritto.
(Dopo l’estate dovrebbe uscire una antologia di quarantasei articoli di Robert Brasillach, apparsi sulle riviste della collaborazione, con un ampio saggio mio e di Rodolfo. Una pubblicazione che riempie, pur se in modo parziale – egli ne scrive uno a settimana o quasi dal 1941 all’estate del ’44 e questo significava almeno due volumi -, una mancanza intorno allo scrittore francese. Non solo egli è il poeta il narratore il cantore della giovinezza e dell’amicizia e della gioia di vivere, dunque, ma si mostra qui polemista aspro acuto e sprezzante, in qualche caso anche velenoso, che sembra volersi tagliare tutti i ponti alle spalle per correre incontro al suo tragico destino, verso quel palo eretto al forte di Montrouge dove, il 6 febbraio del ’45, l’attendono dodici bocche di fuoco avide del suo sangue, che fu infamia per chi volle versarlo).
(A quattro mani, forse a quattro zampe diranno i polemisti di professione che si annidano ovunque e di tutto hanno da sputare sentenza, mi sono imbarcato nell’avventura di scrivere un romanzo con l’amico Roberto su due giovani che vanno ad arruolarsi a La Spezia, dopo l’8 settembre 1943, nel battaglione Lupo della X MAS. Ognuno di noi s’è assunto il compito di svolgere un capitolo in alternanza in modo tale da costruire, con i colori del proprio linguaggio e la personale sensibilità, un percorso unitario e, al contempo, diverso. Sarete informati di come procede, al momento si va, e dell’eventuale sua pubblicazione per il prossimo anno).
Dunque, si tratta di scavalcare procedere fra mattoni e pietre e materiale abbandonato, in precario equilibrio, ma riuscirci nonostante l’ignobile mia pancia le articolazioni che sembrano cedere la vista appannata e incerta… che soddisfazione per il linguaggio del corpo! Quel corpo, che ci chiama ci richiama pretende soffre grida la sua libidine si esprime in ogni attimo e, sovente, noi altezzosi arroganti presuntuosi metafisici intellettuali non gli diamo ascolto lo trascuriamo lo schifiamo tutti compresi a costruire sogni illusioni inganni a rendere banali opinioni in grandiose ed immortali idee a stabilire gerarchie giudizi valori chi i buoni chi i cattivi dove cacciare i reprobi ergere piedistalli e tutta la paccottiglia da rigattieri della mente. E, non contenti, ci perseguitiamo tramite il senso di colpa e l’angoscia ansie egoismi onanismo…
Infine la fotografia-copertina. Guardare la devastazione. Colui che osserva la decadenza non necessita essere egli stesso decadente. Nietzsche aveva riconosciuto l’avvento del nichilismo e, al contempo, si considerava come colui che, per primo, era andato oltre. E quel raggio di sole al tramonto che promette la resurrezione del giorno a venire nell’alba sicura. Speranza e fierezza…
mercoledì 1 maggio 2013
Maurice Bardèche, Fascisti si nasce. Sparta e i Sudisti.
Maurice Bardèche, Fascisti si nasce. Sparta e i Sudisti.
EDIZIONI DI AR, 2013
COLLEZIONE: IL TEMPO E L’EPOCA DEI FASCISMI. Pp. 166, con 5 illustrazioni. Euro 15
Traduzione, prefazione e note di Franco G. Freda
In copertina: Omaggio ad Alexander Rodchenko, di Curzio Vivarelli
EDIZIONI DI AR, 2013
COLLEZIONE: IL TEMPO E L’EPOCA DEI FASCISMI. Pp. 166, con 5 illustrazioni. Euro 15
Traduzione, prefazione e note di Franco G. Freda
In copertina: Omaggio ad Alexander Rodchenko, di Curzio Vivarelli
Dal risvolto di copertina:
Ricevuto da Maurice Bardèche, al tempo della pubblicazione di Qu’est-ce que le Fascisme, un sodàle del ‘Gruppo di Ar’ domandò a lui quale fosse la ragione dell’ossessione antifascista da parte degli intellettuali (les clercs) europei. E Bardèche gli diede una risposta che si può riassumere in questi termini: ‘I chierici europei hanno, letteralmente, tradito, consegnato ai vincitori l’Europa, la cui fisionomia storica era quella rintracciata e riconosciuta dai fascismi, per contrastarne la decadenza. Da moderni sofisti, essi sanno bene che il tradimento della loro funzione -di cani a protezione delle mandrie europee- è stato fondamentale: lo sanno, lo ricordano (sopra tutto coloro che in un primo tempo ai fascismi si erano accostati) e non possono che eccitare in sé, attraverso la stimolazione nelle mandrie di sentimenti antifascisti, il ricordo del proprio tradimento’. E Bardèche , prevedendo che in futuro gli attacchi da tergo sarebbero stati condotti con furia maggiore, per cui la propria scrittura ricognitiva obbediva al compito assegnato al soldato di retroguardia in uniforme da clerc, concluse con una sorridente citazione (da André Gide, un autore a lui non propriamente affine): “Toutes choses ont été dites; mais comment personne n’écoute, il faut toujours recommencer”.
Durante gli ultimi cinquant’anni, la previsione di Bardèche si è dimostrata giusta: l’ossessione antifascista si è acuita, e a tale fenomeno morboso, per constatarlo e chiarirlo, va solo applicato il folgorante canone aforistico di Gómez Dávila: “Chi ci tradisce non ci perdonerà mai il proprio tradimento”. E a noi il ridire sempre le medesime cose. Eppure non lo capiscono, gli avversari dei fascismi, che per vincere la propria battaglia non basta annientare e cacciare ai margini della società chi non ha un’opinione negativa del Duce e del Führer? O lo capiscono sì: ecco perché moltiplicano lo zelo. Oltre che dal rimorso, il livore è alimentato dal senso di smarrimento che provano di fronte alla p r o f o n d i t à delle radici della Weltanschauung fascista. Perché né l’umore mussoliniano è nato nel 1922, né quello hitleriano nel 1933. Non c’erano già stati, forse, in tutt’altro tempo, Attilio Regolo e Cincinnato e Orazio Coclite? E l’antica Germania, senza la quale l’Europa poteva ben dirsi ‘amputata’? E, sotto altre temperature e altri paesaggi umani, i trattati sul contegno del saggio dei discepoli di Confucio, che all’uomo indicavano i canoni della “forza virile”? E, sopra tutto, la perfetta compenetrazione dello yin e dello yang che vede da un lato Sparta, dove il maschio era scolpito, schietto e fiero, come una colonna dorica, dall’altro, il capolavoro di un vivere sovrano dei Sudisti?
Maurice Bardèche, cognato di Robert Brasillach -il poeta fascista giustiziato dalla vendetta dei vincitori- era di quell’universo ideale che si sentiva figlio ed erede, e dalla fine della seconda guerra mondiale viveva da scrittore clandestino tra i suoi contemporanei. Coltivando un’istintiva repulsione per “la plastica, la pubblicità, la gomma da masticare”, per i compromessi e i calcoli furbastri. Respingendo energicamente le lusinghe del denaro: re di un mondo angusto, angosciato e angosciante. Questa versione italiana del suo pamphlet è stata curata con rispettosa attenzione da Franco G. Freda per il cinquantennale delle Edizioni di Ar. [A.K.V.]
martedì 4 settembre 2012
Ereticamente intervista Giandomenico Casalino

"...Solo nel momento in cui l'uomo-soggetto o io storico-sociale scompare, anche nel linguaggio, poiché si è riconosciuto essere universale, il Sé, in quell'istante è l'Intero e da quell'istante l'intero parlerà di sé a sé stesso!
Parlerà tutte le sue lingue, ma quella del Sapere Assoluto e della Conoscenza suprema è solo quella del Sé che tutte le contiene, le comprende e le parla (come è dato riconoscere nell'esperienza sciamanica...), per la semplice ragione che il Sé è il Risultato ed è la Verità, ma il Risultato-Verità è anche l'intero processo come stati e livelli di anima-conoscenza-essere, la Verità sta già nella prima e basale conoscenza sensibile come nello spirare del vento, li c'è già lo Spirito, solo che non ne ha ancora consapevolezza, quindi è Anima del Mondo, quale sonno dello Spirito.
Crediamo che sia del tutto evidente che stiamo avviando il tentativo, alquanto difficoltoso, di "esprimere" la coscienza dell'Intero, oseremmo dire il suo sentimento, il tentativo, forse esperito per la prima volta nella scrittura filosofica, di far parlare il Mondo da sé, senza alcuna traccia né tantomeno presenza di "qualcosa" o "qualcuno" estraneo o esterno ad esso..."
(a cura di Eugenio Barraco)
Prossimamente per le Edizioni Arya di Genova vedrà la luce un suo nuovo lavoro editoriale di filosofia teoretica, La Conoscenza Suprema, che, come in tutti i suoi testi, è funzionale all’esplicitazione di un sapere prettamente di origine tradizionale. Quale il significato profondo di questa nuova pubblicazione?
Questa ultima opera è contenuta in embrione in alcuni miei precedenti libri quali: La prospettiva di Hegel, L’Origine e Lo specchio del mondo; pertanto è l’esplicitazione di un percorso spirituale che qui presenta la sua compiuta teleologia: l’invocazione per la realizzazione di un autentico mutamento radicale di “stato”, di “punto di vista”; è un “aprire gli occhi” sul concetto di Intero e sulla necessità inderogabile, nonché primordialmente naturale, di uccidere non l’Io ma l’illusione dell’Io.
Nel testo vi è un filo rosso che collega filosofia hegeliana, filosofia eminentemente platonica e neo-platonica e tradizione ermetica. E’ ancora possibile cogliere il nesso unitario di una prospettiva tradizionale che si manifesta come sintesi, al contrario delle note dicotomie che tristemente caratterizzano l’attuale mondo del tradizionalismo italiano?
Evola non ha mai parlato di “mie idee” ma di “idee da me difese” e, condividendo tale atteggiamento dello spirito, mi permetto di aggiungere che tutta l’opera che offro a coloro che amano tale Logos, è prodotta sotto dettatura del Demone che ho avuto in sorte, in essa non vi è nulla di “personale” o di “mio”; pertanto, come in questo ultimo libro, trattasi della Tradizione Platonica alla quale appartengono tanto la Filosofia Ermetica quanto la Teosofia sia di Boehme che di Hegel come di Giorgio Gemisto Pletone ed Evola.
La sintesi a cui Lei fa riferimento è la nostra tradizione Indoeuropea ellenico-romana e la sua universalità filosofico-politica e giuridico-religiosa realizzata in guisa maestosa dalla ierofania della Romanità!
Lei, nei suoi vari testi, partendo dagli insegnamenti sapienziali di Julius Evola ha sempre fatto riferimento alla Tradizione Ermetica, specie nel suo lavoro più letto e più apprezzato, Il Nome Segreto di Roma, collegandola irriducibilmente con la Tradizione Classica. La sua visione è un puro ed astratto enunciato filosofico oppure intravede possibilità, personalità e percorsi reali che possano tradurre realmente una tale dimensione di realizzazione?
È sufficiente riflettere sulla fondamentalità dei concetti-realtà di Nous, peras e corpo che esprimono il principio ermetico del corporificare lo spirito che è lo spiritualizzare il corpo per rendersi conto che siamo nel cuore nella spiritualità apollinea indoeuropea e cioè nella dimensione del limite, della misura che è la Forma, quindi nel Cosmo dell’Edda, dell’Iliade, dell’Eneide e dei Veda: in questa universalità la spiritualità Classica contiene quella Ermetica come sua sapienza interna. La Tradizione Platonica, che è sapienziale-iniziatica, non ha nulla in comune, come è evidente a chi ha occhi per vedere, con la concezione cristiano-moderna di filosofia che è erudizione spocchiosa, laicizzante e quindi spiritualmente non solo inutile ma dannosa; il Platonismo è, in termini strettamente pagani, omòiosis Theò: assimilazione al Divino e quindi non “ancilla teologiae”, come ha preteso la stupidità Galilea, ma vera ed unica teologia che è teosofia, cioè culto filosofico quale rito iniziatico fondato sulla gnosi cioè sul Sapere che si identifica con l’Essere: si conosce ciò che si è e si è ciò che si conosce; il che vuol dire che gli Dei non esistono a priori (per fede…!) se non si conoscono e si conoscono solo essendo, vivendo e sperimentando in termini ontologici, lo stato dell’Essere corrispondente. Tutta la tradizione platonica ha sempre insistito sul principio che il simile conosce solo il simile. Questa è la vita filosofica, quale vita rituale, di un Platone, di un Marco Aurelio o di un Giuliano, nella quale per noi europei è necessario e vitale riconoscersi; il “realmente”, a cui Lei fa cenno nella domanda, consiste nel “vedere il Tutto e nell’essere quindi Filosofo” (Platone) come nel sapere che il “Vero è l’Intero” (Hegel); è, in fin dei conti, un “gioco da bambini” come insegnano i testi Ermetici.
In un suo saggio scritto per Ereticamente sostiene che il senso forte, quasi religioso, della Comunità alla quale si appartiene è il fondamento sacrale di tale Comunità. L’Autorità somma e suprema che è legittimata da e quindi fondata su tale valore, che è poi il Sacro, è il Potere massimo sulla terra, l’espressione del Divino medesimo nella sua razionalità somma come Idea assoluta dell’Etica, Dio in terra! (come afferma Hegel) ed è, in una parola, lo Stato (quello che un tempo si denominava Res Publica, Regno e/o Impero…). Tutte le Civiltà del mondo, in tutta la sua vicenda storica, hanno concretizzato tale verità, ciò vuol dire che essa è il Giusto ed il Bene. Nel suo ultimo libro approfondisce quest’aspetto ce ne può dare una breve anticipazione?
Il mio ultimo libro è un testo di teosofia platonico-hegeliana, quindi le dimensioni politico-istituzionale e giuridico-religiosa non sono espressamente trattate come, invece, credo di aver fatto in altri miei libri quali Res Publica Res Populi, Il Sacro e il Diritto e L’Origine. Resta effettuale, però, che il Discorso sull’Uno il Tutto è come una piramide dove, nella sua interezza, essa contiene, anzi è, tanto la base (politico-istituzionale e religioso-rituale in termini essoterici) quanto i lati (le varie Vie quali differenti Ascesi sia dell’Azione che della Contemplazione) nonché il vertice (la Conoscenza suprema…).
La prefazione de La Conoscenza Suprema è a cura di Luca Valentini, un collaboratore di Ereticamente e un suo caro e decennale amico. Nonostante ciò, nella prefazione ci sono spunti di riflessione importanti, che non si fermano sicuramente ad un semplice elogio del libro, ma che pongono degli interrogativi al quanto impegnativi circa le tematiche da Lei affrontate: la centralità dell’uomo e del pensiero in una reale palingenesi alchimica, il rapporto subordinato di filosofia e sapere rispetto a Teurgia e Conoscenza, il riferimento ad autori come Massimo Scaligero, R.A. Schwaller de Lubicz e Giuliano Kremmerz (anche se non citato), che di solito non compaiono nelle sue bibliografie. E’ rimasto sorpreso di tutto ciò?
Luca Valentini, vivendo noi da sempre la medesima Idea del Mondo, è riuscito ad entrare in sinfonia con il Discorso di cui cura benissimo la prefazione, sviluppando in guisa intelligente e puntale e secondo la sua equazione personale, alcune fruttuose e stimolanti considerazioni.
Ciò detto, è necessario ribadire che tutte le Tradizioni sapienziali, quindi metafisiche e non religioso-devozionali, non sono altro che dei percorsi per “ricordare” (anamnesi platonica) di essere (e di essere sempre stato) solo ed esclusivamente il Se; sono combattimenti per la “costruzione” (Grande Opera) del Se che è lo Spirito ed è l’Idea divina del Mondo; solo se è cancellata la pretesa centralità (cristiana) dell’uomo, solo quando l’uomo non è più tale ma Essere aperto al Mondo, attraversato dalle potenze Divine del Mondo, solo allora Egli sarà l’Intero e cioè Pensiero cosmico in quanto Uomo cosmico, Soggetto universale, dove la singola candela non c’è più (anzi non c’è mai stata) poiché ciò che esiste da sempre è solo il candelabro, composto da innumerevoli candele che sono esso stesso e la sua unica luce.
Recentemente un nostro illustre ospite trattando sulla vita di Manlio Magnani ha evidenziato che la Vita Spirituale corrisponde a uno stato dello spirito. Nella terminologia sacra o iniziatica, Spirito è il Divino, cioè lo stato assoluto, l’Essere incondizionato fuori d’ogni relazione. L’uomo completo può assurgere a un contatto con il Divino, contatto di cui la sua coscienza può essere partecipe o no. Quando ne diviene partecipe può l’uomo ricevere la folgorante luce dell’iniziazione. Quando la sua coscienza non ne è partecipe, egli si trova, rispetto all’Illuminazione, in uno stato puramente potenziale. Come si pone dinanzi a tale tematica?
Platone nei Dialoghi non dice mai “io” ma sempre emèis cioè “noi”, con ciò indicando la Realtà spirituale che è sempre sovraindividuale, necessaria (come le forze della chimica e della fisica, insegna Evola) oggettiva, il puro Intelletto, il Divino, to thèion, dove di “persona”, “volontà”, “soggetto”, “individualità”, non c’è più traccia poiché il Divino in tanto è tale in quanto è la trama, l’essenza, il Pensiero Cosmico, Ātman, (Energia dotata di informazione, dice la fisica dei quanti…) necessario e necessitante ed è, come dicono Eraclito, Boehme ed Hegel, Potenza neutra, Luce e Tenebra, Amore e Collera, Fame e Sazietà… l’Intero nella sua dimensione invisibile, l’Immutato che eternamente, nella sua dimensione visibile, muta (vedi Platone, Parmenide, 156 c). Eguale concetto esprime il fisico Davide Bohme quando afferma che l’Universo è composto di due dimensioni: una implicante, che è l’Intelligenza invisibile quale ordine eterno ed immutato, dall’uomo difficilmente conoscibile, e una esplicante che è quella facilmente visibile e qualificata dal divenire e dal mutamento continuo.
Sono convinto che per interiorizzare tutto ciò sia indispensabile abbandonare quella mentalità, un po’ orientale e guenoniana, che alligna ancora nei nostri ambienti culturali e che è tipica dell’occultismo di fine Ottocento, alla “Grandi Iniziati”, tanto per essere chiari, ed iniziare a smetterla di parlare di “personalità superiori”, di “uomini completi”, cercando di visualizzare il Mistero della potenza spirituale della Romanità, quale fenomeno iniziatico ferocemente disciplinato quindi comunitario e tradizionalmente anonimo (Evola).
Nel sito di Ereticamente vi sono studiosi che elogiano l’”IMPERIALISMO PAGANO” di Arturo Reghini, il Pitagorismo ed il Paganesimo Italico-Romano da Lui proposto. La sua visione della Tradizione Classica si rifà più al pensiero di Julius Evola, rigettando sia un ricollegamento massonico sia un approccio cerimoniale del mondo greco-romano: come e perché si differenzia la sua visione del mondo dall’ottica reghiniana?
Nei riguardi sia della corrente Orfico-pitagorica (quella antica – che è poi quella vera – nonché quella massonico-moderna…) che della cosiddetta e presunta “tradizione italica” come della medesima realtà massonica, sono, e da sempre, in perfetto e convinto accordo con quanto correttamente, sia sul piano storico-culturale che sotto il profilo spirituale, afferma e argomenta Evola che, essendo un platonico, non può che pensarla in tale guisa. Egli dimostra infatti che tali esperienze non solo nulla hanno a che fare con il genuino e primordiale animo indoeuropeo ma ne sono il nemico subdolo ed irriducibile in quanto non solo interno alle medesime civiltà indoeuropee ma finalizzato non alla sublimazione dell’Io, nella legge superiore della scienza del Sapere iniziatico, che è la identificazione apollinea ovvero il risveglio e/o presa di coscienza dell’essere il Dio (dell’esserlo sempre stato anche se non se ne aveva consapevolezza…) ma al suo inabissarsi annichilante nel Tutto che può essere sia Dioniso che la matematizzazione universale delle scienze lunari caldeo-babilonesi… (si legga a tal proposito quel lancinante scritto di Evola intitolato: Gli Ebrei e la matematica).
Per quanto concerne il Reghini, vale integralmente il discorso di cui sopra e la … sua intera vita (ivi compreso il suo atteggiamento nei confronti dell’esperienza del Gruppo di Ur nonché di Evola medesimo) oltre alla scelta operata dallo stesso di fronte proprio alla riapparizione di quello spirito indoeuropeo, “barbaramente” arcaico, che è stato il Fascismo Europeo; e, per me, ciò è massimamente eloquente nonché probante, in guisa incontestabile, della verità delle convinzioni di cui mi onoro di essere portatore.
Sulla magia cerimoniale nonché sulla azione teurgica brevemente è da dire, secondo l’insegnamento di Plotino e di Evola, che spiritualmente esse restano un gradino più giù della unificazione identificatrice, proprio per la ragione che nelle stesse è ancora presente, sotto il profilo della semplificazione spirituale, la “dualità”: Io e il Divino. È sufficiente leggere, alla luce del gnòthi sautòn delfico, L’Alcibiade maggiore di Platone, come riflettere sulla concezione attivo-intensiva del Divino nella romanità, per comprendere tutto ciò.
Altre Etnie – giustamente – esaltano con pieno merito i propri miti e personaggi storici. In Italia, suolo di Roma Eterna, da Romolo a Pomponio Leto vige un sospettoso silenzio, dalla scuola ai media. Alcuni vi scorgono un disegno ben preciso in una terra dove la Chiesa da secoli ha totale egemonia. Certo, il più implacabile nemico della Religiosità Classica è colui che ha Bibbia e Vangelo in mano : ce lo conferma o intravvede altri e più subdoli Avversari?
Chi conosce il punico Agostino può rendersi conto del fatto filosofico che il cristianesimo racchiude in sé tutte le nature psichiche della modernità, quale categoria dello spirito (Evola), che si manifesta nel Mondo Classico e contro di esso. Individualismo, relativismo, antropocentrismo, dualismo lacerante, psichismo, ateismo acosmico ed effettuale odio-repulsione per il Mondo, sono questi, in sintesi, i connotati ontologici che caratterizzano la setta Galilea, riproponendo e diffondendo i medesimi “discorsi folli” di altre precedenti irruzioni del Moderno nel mondo antico e nella sua tradizione, quali la tenebrosa e mercantile spiritualità etrusca, il precipitare greco nella modernità laica e borghese, l’edonismo plebiscitario corrotto e corruttore della cosiddetta Magna Grecia, la pervicace e perfida plutocrazia cartaginese, la cultura e la spiritualità lunare ed antisolare della stessa plebe romana prima della sua lenta e guerreggiata romanizzazione, le collettivistiche monarchie asiatico-ellenistiche dei Diadochi.
È una semplice coincidenza che tutte queste potenze spirituali, politiche e religiose siano al contempo i nemici più subdoli e pericolosi affrontati ed annientati dalla Res Publica Romana in secoli di lunghi e faticosi conflitti? È un caso che Roma, realizzando una vera rivoluzione conservatrice ante litteram, come già avevano intuito Platone e dopo due millenni il Fascismo Europeo, non abbia rifiutato a priori la Modernità (il concetto di civis, quello di oplita, la stessa idea di Populus quindi la sovranità dello stesso…) ma sia riuscita a subordinarla alla realtà del Sacro, mediante la identificazione del Pubblico con il Sacro medesimo, tramite la sfera giuridico-religiosa che è Jupiter Optimus Maximus cioè la Res Publica in Idea? È ovvio che non si tratta di cose casuali ma di eventi dello Spirito in cui è manifesta la guerra metafisica tra la Luce indoeuropea e le Tenebre asiatico-semitiche, tra la spiritualità solare ario-nordica e l’Avversario, il Nemico che allora come ora odia Roma e ciò che mistericamente incarna, anche se tale Mistero appare essotericamente attraverso e per mezzo della struttura “imperiale” ed universale della chiesa Cattolica: i sacerdoti della metafisica del satanismo mondialista sanno quale è la Virtus magica ed invincibile vivente in Roma, oltre e nonostante le “vesti” religiose che storicamente le sono state imposte; chi altri lo sa?
Noi dobbiamo imitare, per quanto sia possibile, quest’Ordine, afferma l’uomo della Tradizione, per la semplice ragione che quanto più il mondo degli uomini, la Comunità politica, si avvicina all’ordine cosmico che è eterno da sé e per se, tanto più la stessa Comunità politica si avvicinerà all’eternità come tensione e modello. Pertanto i principi su cui si regge la società tradizionale sono Autorità, Ordine, Giustizia e Gerarchia, che sono gli stessi che governano il Cielo luminoso, i movimenti dei Pianeti e degli Astri, mediante Amor che muove il Sole e le altre stelle, come insegna Dante. L’uomo, Stato in piccolo, deve essere governato, illuminato, dalla Mente, dall’Intelletto che è il Sole dell’uomo ed è la sfera dell’ordine giuridico-religioso che forma, cioè dà la forma all’ordine politico che è l’insieme organico degli uomini, tanto i vivi quanto i morti, aventi il medesimo Destino, cioè un mandato sacro che proviene dal Divino e che quegli uomini devono riconoscere ed attuare, come Ordine degli Dei. E’ d’accordo, Avv. Casalino, in una rivoluzione politico-sociale basata su questi Valori e Sentimenti??
Non posso non essere in totale accordo con quanto Lei esplicita nella Sua domanda, atteso il fatto che la stessa si fonda su di un passo tratto dal mio libro Res Publica Res Populi; sono le basi inderogabili su cui fondare la necessaria guerra totale, metafisico-politica, da combattere a tutti i livelli ed in ogni dimensione nei confronti delle Potenze spirituali (quelli che Guènon chiamava i Santi di Satana…) a cui ho già fatto cenno nella precedente risposta.
La destra italiana, da cui noi di Ereticamente prendiamo le dovute distanze eccetto alcuni lodevolissimi distinguo, ha dimostrato in varie occasioni di non avere un’identità culturale solida e unitaria, spesso risultando ondivaga tra un certo cattolicesimo sociale e un liberalismo, che per alcuni sono i sintesi di una crisi irreversibile. Nel solco del Mito di Roma, dell’esperienza eroica di Sparta, nella figura sapienziale di Platone, si potrebbe plasmare nuovamente la vera ed autentica matrice culturale della Destra Italiana ed Europea?
Da quello oscuro momento in cui la parola “destra” è entrata nel nostro lessico politico-culturale (più o meno con gli inizi degli anni settanta del secolo scorso…) non ce ne siamo più liberati!
Essa è veicolo di infezione spirituale modernista e settaria, poiché è espressione storica della frattura e della divisione tipica del mondo liberalborghese sotto il profilo politico-istituzionale e liberista e capitalista sotto quello economico-finanziario; insomma essa non ha mai avuto nulla in comune con il comunismo gerarchico, religioso e ferocemente (da Furor…) guerriero che è l’autentica spiritualità indoeuropea e che è la nostra Tradizione, nel senso non retorico-letterario ma vitale ed essenziale. Tradizione che va, nelle sue epocali riapparizioni, dal silenzioso comunitarismo virile di Sparta al Battaglione Sacro di Tebe, dall’orgoglio patriottico, razziale e filosofico di Atene al terribile e sacrale rigore, inesorabilmente disciplinato, della Legione Romana, la più potente ed organizzata fanteria pesante di ogni epoca, posta al religioso servizio della più convinta ed indiscutibile dedizione totale di un intero Popolo, che è il Popolo degli Dei, alla sacralità del Fas e del Jus, fondamenti della Cosa Pubblica, avente il solo fine di realizzare l’Universo di Giove Ottimo Massimo qui sulla Terra! Tradizione che si rimanifesta nella spiritualità Ghibellina del Sacro Romano Impero, nel pianto, nel sogno e nella lotta generosa di Dante e nel Templarismo e che riappare misteriosamente in pieno XX secolo in Europa con l’imporsi di un uomo e di una donna radicalmente differenti dai tipi dominanti, portatori di una visione del mondo (quella dello S.A. tedesco, dello squadrista italiano, del legionario rumeno nonché delle rispettive militanti guerriere femminili, per la prima volta nella storia protagoniste della vita politica e culturale della nazione…) religioso-guerriera, giudicata incomprensibile e barbara dal prevalente tipo umano borghese ed anemico. Ciò premesso il compito attuale è quello di pensare profondamente il “momento” che ci è toccato in sorte di vivere, quale fase forse tra le più oscure di fine del ciclo epperò, credo, la più predisposta, in termini di sistema immunitario, alla costituzione qui in Europa (dove tutto è nato…!) di Ordini politico-spirituali dotati di vera conoscenza, che possano condurre i popoli verso la santa guerra per la liberazione dal dominio della Setta mondialista e del suo segreto culturale, in forza di un nuovo trasversale e continentale socialismo religioso, patriottico e gerarchico, per uscire dalla Morte, dal Nulla e dal Silenzio onde riconquistare la Vita, l’Essere e la Parola.



















