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domenica 26 maggio 2013

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

di Fabio Calabrese


La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza. Un maestro, Claudio N. sta dettando un brano agli alunni. Il brano riguardava gli antichi Egizi e i loro metodi di scrittura e di calcolo. A un certo punto uno degli alunni, forse un po' più impacciato degli altri – si tratta di uno dei più piccoli della classe, è di novembre, e ancora non ha compiuto nove anni, e siamo in un'età in cui certe differenze ancora pesano – alza la mano chiedendogli di ripetere le ultime frasi, perché è rimasto un po' indietro.

A questo punto succede una scena inconsulta, di quelle che non si dimenticano neppure dopo mezzo secolo: invece di ripetere le ultime frasi del brano, Claudio N., il grande pedagogo, si avvicina al banco dell'alunno e acchiappa il quaderno su cui questi stava scrivendo.
 
Il bambino era arrivato a una frase che era all'incirca questa:
“Gli Egizi non conoscevano la scrittura alfabetica né il nostro sistema numerico decimale, e allora come facevano?”
E scrive con la penna rossa:
“Non certo come te che sprechi il tuo tempo”.
E giù una mezza pagina di insulti.

E' vero che Claudio N. (che l'anima sua non abbia pace!) non era certo un docente esemplare, che spesso lo si poteva trovare in una bettola antistante la scuola, che aveva sempre le guance e il naso vistosamente arrossati e talvolta l'alito alquanto vinoso, ma un uomo fatto, un insegnante per di più, prendersela a quel modo con un bambino di nemmeno nove anni!

Il motivo di tanto rancore in realtà c'era anche se difficile da confessare ad alta voce, quel bambino aveva il torto di portare un cognome chiaramente “terrone”: Calabrese.

Claudio N. non era solo un razzista ma – per fortuna, dovrei dire – era anche un imbecille. Mia madre andò a parlare con lui, e quando seppe che avevo origini per metà toscane, si sciolse, diventò molto più malleabile di quanto fosse stato fin allora, e probabilmente si era reso conto di averla fatta troppo sporca.

Claudio N. era un cultore di folclore locale, ha acquisito una certa fama cittadina con una raccolta di canzoni dialettali (da osteria, prevalentemente), era un “triestinista puro”, di quelli che – e ce ne sono ancora – non hanno finito di maledire l'infausto giorno del 3 novembre 1918, quando la prima nave italiana, il cacciatorpediniere “Audace” attraccò nel porto di Trieste, quelli che “L'Austria era un Paese ordinato” eccetera, eccetera, a cui quel po' di immigrazione che c'è stata nel capoluogo giuliano dall'interno dell'Italia, soprattutto dal sud, dava e dà terribilmente fastidio.

Un atteggiamento, nei fatti, tremendamente miope. Mio padre, un uomo di intemerata onestà, grande bontà, grandissimo lavoratore, mi ha insegnato tante cose con il suo esempio. Nei nove anni dell'occupazione militare angloamericana rischiò quasi quotidianamente la pelle per manifestare per l'italianità di Trieste, e negli scontri con gli slavo-comunisti non ci si limitava ai pestaggi, spesso spuntavano coltelli e talvolta armi da fuoco. Nel novembre 1953 la polizia angloamericana sparò ad altezza d'uomo sulla folla facendo quattro morti, fra cui un bambino. Diceva di aver vissuto tutte le esperienze della vita, tranne esserci nato, per considerarsi cittadino di questa città, compreso il carcere fatto ovviamente per politica. Non era molto alto, poco più di 1,60, ma fatto di idealismo, amor di patria, orgoglio, coraggio dalla punta dei piedi alla cima dei capelli.

Un giorno, mi fece osservare che se non ci fossimo stati noi “taliani” come dicono qui (con il sottinteso che loro, i triestini “doc” italiani non siano), gli italiani di Trieste, compresi quelli che non vogliono riconoscersi come tali, sarebbero svaniti da un pezzo sotto la pressione slava. Io non so se oggi lo consolerebbe o sarebbe motivo di ulteriore amarezza sapere che tutti noi, italiani e sloveni, tutti noi europei, a Trieste, in Italia, in Europa, rischiamo di essere spazzati via dalla valanga dell'immigrazione terzomondista.

Detesto dirlo, ricorda un po' la favola del brutto anatroccolo, ma mezzo secolo dopo, quel bambino di nove anni maltrattato è diventato un insegnante, uno scrittore che ha all'attivo la pubblicazione di diversi libri, e certo non ha aspettato che fosse passato un così lungo arco di vita per mettersi in luce come militante di estrema destra e, in questa liberissima democrazia in cui pensare controcorrente è un reato, accumulare anche qualche noia giudiziaria. Ma la cosa interessante è forse che, io non potevo certo saperlo allora né in seguito, ma avevo un appuntamento dopo quasi una vita con il prosieguo di questa storia della mia infanzia.

Mezzo secolo – quasi una vita, appunto – più tardi, mi sono trovato nella scuola dove insegno, un ragazzo di colore, un etiope ovviamente adottato, con lo stesso cognome di quell'antico e non rimpianto maestro. Non mi ci è voluto molto per appurare che si tratta del “nipote” dello stesso grande uomo e grande pedagogo. In generale vedere intorno quelle facce scure non mi piace, mi ricorda troppo che ci stanno un po' alla volta soppiantando, che ci stanno facendo sparire come popolo, ma questo ragazzo nero mi procurò un senso di ilarità. Io sono molto scettico sull'esistenza del soprannaturale, del post-mortem, ma mi piacerebbe tanto pensare che da qualche parte l'anima di quell'uomo allergico ai “terroni” “si goda” lo spettacolo del suo triestinissimo cognome portato avanti da un nero, che le  sue ossa si rivoltino nella tomba tutte le volte che con esso qualcuno chiama questa persona di colore.

Ma la storia non finisce qui perché sfortunatamente mi ritrovo come collega “la madre” di questo ragazzo. (Scusatemi, ma devo insistere con le virgolette: la filiazione NON E' un rapporto giuridico, o è un rapporto DI SANGUE o non è nulla). La signora (si fa per dire) LM non è certo il solo esemplare del genere che alligni nella scuola italiana, è sfortunatamente un tipo assai frequente, quello che la mia povera mamma (naturale, oltre che legale) avrebbe definito “rossa come il fuoco”.

Quello che mi stupisce di queste persone, i “compagni” con pretese intellettuali, è sempre come l'arroganza e la saccenteria inveterate si coniughino con l'incapacità di capire alcunché, si direbbe che dentro il cranio invece di un cervello abbiano delle pagine della “Repubblica” debitamente appallottolate: non capiscono proprio che gli obiettivi della loro parte politica vengono oggi a coincidere con i disegni del grande capitalismo mondialista di cui sono diventati il più comodo piedistallo. “Utili idioti” più di così...

In Italia hanno avuto la fortuna che c'è Berlusconi, un capitalista con cui prendersela per nascondere il fatto di essere d'accordo con tutti gli altri; se non c'era, gli toccava inventarselo, anzi, comincio a nutrire il sospetto che in qualche modo l'abbiano inventato loro.

Con certe persone evito di parlare, non è che sono tenuto a manifestare le mie idee a chiunque, specialmente a chi so che parlando con un muro si ottengono migliori risultati e più soddisfazione che a discutere con loro, che magari sono capaci di provocarti un sacco di guai, perché la libertà di questa liberissima democrazia consiste nel tappare la bocca a chi la pensa diversamente, e ne ho fatto esperienza più di una volta.

Non molto tempo fa, questa “gentile signora”, versione locale e in sedicesimo della Boldrini e della Kyenge, è riuscita a trascinarmi in una discussione sullo “ius soli”, questo provvedimento dovunque senza riscontri nell'Unione Europea, che il PD vuole introdurre a tutti i costi, che è una pistola puntata alla tempia del nostro popolo e una vera bestemmia che vuole cancellare il concetto di “italiano” come appartenente a una certa stirpe per sostituirlo con quello di nato in un certo territorio.

Di fronte a una mia cautissima obiezione, costei è esplosa in un delirio cosmopolita e mondialista, osannando la prospettiva di un mondo dal quale spariranno nazioni, etnie e culture.

All'improvviso, mi sono reso conto di una cosa:LA VERA RAZZISTA E' LEI! I “compagni” hanno un bell'additare come razzisti atteggiamenti e comportamenti che non sono altro che espressioni del naturale istinto di sopravvivenza, di autodifesa di una comunità: i veri razzisti sono loro.

Da tutto il discorso, infatti, trasudava un fondamentale DISPREZZO per coloro che hanno avuto la ventura di nascere da genitori della stessa nazionalità, che vivono nel luogo dove sono nati, dal quale provengono i loro antenati, “choosy” che non hanno fatto lunghi soggiorni all'estero, non sono andati a studiare o a lavorare dall'altra parte del pianeta.

Un concetto, devo dire, non solo razzista, ma fortemente classista: se non si vuole viaggiare nelle condizioni da bestiame umano dei migranti clandestini, e soprattutto se ci si vuole permettere lunghi soggiorni all'estero senza sopravvivere mendicando agli angoli delle strade, occorrono ingenti disponibilità economiche. E' anche questa una prova evidente del divorzio ormai avvenuto fra sinistra e classi lavoratrici, ed è per questo che “i compagni” cercano di mettere insieme un altro “popolo” ricorrendo a rom, gay e immigrati.

La mia prima reazione è stata quella di augurare a questa “gentile collega” di incontrare quanto prima un Kabobo che la picconi a dovere, ma subito dopo mi è venuto da riflettere se c'è un legame fra il razzismo localistico del suocero e quello cosmopolita della nuora; ebbene, è chiaro che c'è: prima di tutto, in entrambi non è difficile ravvisare un elemento fortemente anti-italiano. Immaginate solo che fastidio dia a coloro che per italiani non vogliono riconoscersi, il fatto che esistano persone che non hanno dimenticato che qui sulla sponda orientale dell'Adriatico, durante la seconda guerra mondiale da parte antifascista e democratica, in specie da parte degli slavo-comunisti è stata commessa una serie di feroci atrocità a sfondo razzista contro le popolazioni italiane inermi, colpevoli appunto di essere italiane. Nell'occultare le tragedie delle foibe e dell'esodo, nel tessere un velo mafioso di omertà, austriacanti e comunisti si sono dati la mano.

La manifestazione di “razzismo rosso” di LM rappresenta un caso isolato?  Io credo proprio di no, perché posso citare almeno un altro esempio del tutto simile. Anche questa persona che ho conosciuto per caso la indicherò con le sole iniziali, CSP (ha un doppio cognome), una persona entusiasticamente di sinistra, forse con meno irruenza di LM, ma la cui casa è sempre stata un porto di mare frequentato da gente delle più varie appartenenze etniche, una specie di Centro di Accoglienza Temporanea privato, un'altra di quelle persone con cui evito di discutere.

Una volta mi sorprese con un'uscita sprezzante a proposito di un suo collega meridionale (è un'impiegata statale). Costui le aveva espresso la propria insoddisfazione per il fatto di non riuscire ad ambientarsi a Trieste e il desiderio di ritornare al sud. A quanto pare, le andavano bene boscimani, pigmei ed esquimesi, ma non “i terroni”. Semplice razzismo anti-meridionale? Ho l'impressione che ci fosse qualcosa di più. Nella mente di queste persone esiste una sorta di doppia morale a seconda che si appartenga o meno alla cosiddetta “civiltà occidentale”. Nel secondo caso, a tutela di un' “identità culturale” reale o supposta, è consentito tutto: dal burqua all'infibulazione, dalla poligamia all'incesto, magari i sacrifici umani e il cannibalismo. Se invece si ha la disgrazia di essere “occidentali”, allora invece le prescrizioni sono estremamente rigide: occorre essere mondialisti e “aperti” al mondo globalizzato, e sentirsi legati a un luogo, a una cultura d'origine, è quanto meno una deprecabile colpa.

Ma cosa significa in realtà essere “occidentali”, e soprattutto lo siamo davvero?

Io credo che in realtà noi siamo o dovremmo essere prima di tutto italiani ed europei. Il nostro continente è sede di una grande civiltà da almeno venticinque secoli, ma se andiamo a considerare le testimonianze ignorate dagli archeologi che hanno “la fissa” del Medio Oriente: Malta, Stonehenge, Externsteine, possiamo probabilmente risalire molto più indietro. L'Europa è composta di varie culture: latina, ellenica, germanica, celtica, slava. Noi siamo latini e italici. L'Italia ha nel corso dei secoli ospitato (ma sarebbe meglio dire GENERATO) varie grandi culture: quella etrusca, quella romana, quella comunale medievale, quella rinascimentale, con una produzione ingentissima di cultura materiale e immateriale: arte, letteratura, architettura, artigianato, tradizioni che probabilmente non ha uguale sull'intero pianeta. Una cultura a sua volta variegata da una molteplicità di culture regionali e locali, con i loro dialetti, usanze, costumi, feste, tradizioni gastronomiche.

Su questo ineguagliabile tesoro, a partire dalla seconda guerra mondiale si è abbattuta l'occidentalizzazione, cioè in sostanza l'americanizzazione, come una colata di cemento su un delicato e prezioso affresco, nel segno della standardizzazione e dell'appiattimento.

Abbiamo chiesto noi di essere “occidentali”? Siamo andati noi a pregare gli Americani di venire a invaderci nel 1943?

Lasciamo stare ora il fatto che dopo che l'invasione si è verificata, l'Italia non ha retto alla prova, che il voltafaccia e il tradimento venuti dall'alto hanno disorientato e stravolto gli animi, non siamo riusciti a salvare il nostro onore combattendo l'invasore compatti fino all'ultimo come hanno invece fatto Germania e Giappone. La viltà e il tradimento di pochi hanno gettato una macchia indelebile sulla nostra credibilità nazionale vanificando l'eroismo e il sacrificio di molti, ma questo è un altro discorso.

Se ci atteniamo alla definizione classica di razzismo, per esso si intendono comportamenti di persecuzione e discriminazione di persone non per qualcosa che queste avrebbero fatto, e nemmeno a motivo di opinioni politiche, religiose o altro, ma unicamente in ragione delle loro origini.

Se cerchiamo di tradurre in concreto questa definizione, è subito chiaro che la maggior parte dei crimini e delle atrocità razziste avvenute dal 1945 in poi sono attribuibili al comunismo. La valanga di orrore che si scatenò in seguito al crollo militare dell'Asse ebbe un chiaro intento razzista. L'intenzione dei leader del comunismo internazionale era quella di far avanzare in Europa il mondo slavo a spese di quello germanico e latino.

Prima della guerra vivevano a oriente del fiume Oder quindici milioni di tedeschi. Dopo l'invasione sovietica si sono contati dodici milioni di profughi a fronte di una presenza tedesca a est del fiume che oggi divide Germania e Polonia praticamente cancellata. Di come siano scomparse nel nulla tre milioni di persone, abbiamo un'idea: la Wehrmacht riuscì nel febbraio 1945 a liberare temporaneamente alcuni villaggi prussiani occupati dai sovietici. Si presentarono scene raccapriccianti, da sconvolgere i più duri veterani: anziani, donne e bambini erano stati atrocemente torturati prima di essere uccisi. Tutte le donne e le bambine fino a tre anni di età portavano i segni di ripetuti stupri. La colpa di queste persone: solo quella di essere tedeschi.

Sul confine orientale italiano è avvenuta la stessa cosa ad opera questa volta dei comunisti jugoslavi: persone uccise a decine di migliaia precipitandole negli inghiottitoi carsici noti come foibe, perché colpevoli di essere italiani. Se gli assassini comunisti del maresciallo Tito hanno fatto meno vittime dell'Armata Rossa, non è perché fossero delle belve in qualche modo meno feroci, ma solo perché il teatro d'azione istriano, giuliano e dalmata dove operavano, era più ristretto. Stragi sanguinarie di netta impronta razzista sotto il segno mortifero della bandiera rossa le une e le altre.

Noi però sbaglieremmo di grosso se pensassimo che quell'incubo mostruoso che era l'Unione Sovietica di Stalin abbia aspettato il secondo conflitto mondiale per manifestare il suo volto non solo oppressivo e sanguinario, ma apertamente razzista, o che i regimi comunisti postbellici non abbiano continuato a dimostrare il razzismo più sfacciato e feroce perseguitando milioni di persone solo in base alla loro appartenenza etnica.

Stalin, che tra l'altro non era nemmeno russo ma georgiano, ha perseguito la russificazione forzata dell'Unione Sovietica con una ferocia di cui l'impero zarista non sarebbe mai stato capace, attuando un vero e proprio programma di deportazione e annientamento delle minoranze non russe. Deportati fino all'ultimo uomo, donna, bambino e spediti a morire di freddo e di fame nelle più desolate plaghe della Siberia, furono i Cosacchi, i Tartari della Crimea, il piccolo, innocuo popolo dei Balcari e diverse altre minoranze. Stalin aveva intenzione di riservare lo stesso trattamento anche all'intero popolo ucraino, ma vi rinunciò semplicemente perché non vi era un luogo sufficiente per deportare tanti milioni di persone (è il rapporto Krushev che ce lo rivela), allora pensò bene di farli morire di fame a casa propria attraverso la carestia provocata, l'HOLODOMOR, come l'hanno chiamata gli Ucraini, la grande carestia provocata intenzionalmente dal regime sovietico è stata una delle più atroci “catastrofi umanitarie” del XX secolo.

In barba al tanto vantato internazionalismo, alla favola dei “proletari di tutto il mondo uniti”, i regimi comunisti hanno continuato dopo la guerra la politica razzista di persecuzione e discriminazione delle minoranze.

Fra le minoranze perseguitate o almeno discriminate dai regimi comunisti europei ricordiamo gli Italiani dell'Istria, i Tedeschi della Slesia, gli Ungheresi della Transilvania, i Finlandesi della Carelia.

Quella però che è riuscita a strappare all'Unione Sovietica la palma di epicentro dell'orrore comunista, è la Cina. Non poteva mancare di strappare il suo bravo primato anche nel campo della politica razzista e genocida, perché un'assurdità che dobbiamo levarci dalla testa una volta per tutte, è la convinzione che il razzismo sia un delitto possibile solo alla razza bianca, e ne riparliamo più avanti.

Oggetto della politica razzista e persecutoria del governo comunista cinese, sono tutte le minoranze che non appartengono all'etnia Han, e teniamo presente che, date le dimensioni di questo perverso colosso, stiamo parlando di milioni di persone. In particolare, oggetto di una politica ferocemente razzista tesa a cancellarli come popoli, sono gli Uighur di etnia turca del Sinkiang, il Turkestan “cinese”, oggi ribattezzato con la grafia cinesizzata di Xinjiang, e i Tibetani . La logica che ispira il comunismo cinese nei confronti di queste popolazioni è quella del genocidio. Nel 1956, il comandante dell'armata cinese che occupò il Tibet fece alla popolazione di Lahsa un “discorso” estremamente chiaro.

“Ci interessa la terra”, disse, “Voi non ci interessate, di gente ne abbiamo già tanta. Voi potete e dovete crepare”.

La democrazia occidentale made in USA, questa meravigliosa democrazia per farci dono della quale nel corso della seconda guerra mondiale l'Europa è stata letteralmente sepolta sotto un tappeto di bombe che hanno fatto complessivamente quattro milioni di morti, è del tutto esente da colpe razziste? Non proprio!

Qualche anno fa la cantante Frida del noto complesso svedese degli Abba ha raccontato pubblicamente la storia della sua infanzia, ed è una storia agghiacciante. La donna è nata in un Lebensborn. Il Lebensborn, “Fonte di vita” era un'istituzione nazionalsocialista creata per dare ai militari tedeschi la possibilità di avere rapporti con ragazze selezionate e incrementare le nascite al di fuori della tradizionale struttura matrimoniale, allo scopo di colmare almeno parzialmente gli inevitabili vuoti causati dalla guerra. Le ragazze dei Lebensborn e i loro bambini erano trattati dal nazionalsocialismo con ogni cura, come un prezioso investimento per il futuro.

Sconfitta la Germania e arrivati gli Americani, lo spirito velenoso della democrazia non ci mise molto a inquinare la “Fonte di vita” trasformandola in una fonte di morte. I Lebensborn furono trasformati in luoghi di detenzione. Per gli yankee, quei bambini erano “i figli di Hitler” e ci misero la massima cura nel far sì che nessuno di loro potesse raggiungere l'età adulta. A tutt'oggi, non si sa se, a parte qualche caso eccezionale come quello di Frida, qualcuno di loro sia sopravvissuto. Bambini che furono condannati a morire di stenti per una sola colpa: quella di essere nati, razzismo abietto e repellente, tanto più vile in quanto si è accanito contro vittime indifese, e quel che più conta, squisitamente DEMOCRATICO.

Frida e sua madre riuscirono a salvarsi con una fuga rocambolesca, raggiungendo la Svezia che, essendo rimasta neutrale durante la guerra, non aveva subito la disgrazia dell'occupazione americana.

Parlando di razzismo “made in USA” non intendo riferirmi a quella blanda forma di apartheid che è esistita negli Stati Uniti fino agli anni '60 e che oggi è una cosa ormai scomparsa da mezzo secolo, ma a qualcosa di assolutamente presente, di più profondo, un tipo di razzismo che è sostanziale alla democrazia stessa, a quella democrazia che ci costrinsero volenti o nolenti a subire dopo averci spezzato la schiena nella seconda guerra mondiale, precisamente quel tipo di razzismo cosmopolita che piace tanto agli idioti che pullulano nella sinistra nostrana.

All'indomani della disgregazione della ex Jugoslavia e della vilissima aggressione NATO contro la Serbia (ma la NATO è solo un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti), il comandante delle forze NATO che operavano nei Balcani, un generale americano di cui mi scuso di non ricordare il nome, ma che suonava molto più circonciso che non battezzato, si lasciò andare a una dichiarazione incauta:

“In futuro”, disse, “Non ci sarà spazio in Europa per popoli non ibridati. E' per questo che abbiamo combattuto dalla seconda guerra mondiale in poi”.

Qui si può toccare con mano quanto sia falso e ipocrita il concetto stesso di democrazia. Il popolo è ben lungi dall'essere sovrano, non gli è concesso di decidere nulla, neppure di continuare a esistere.

E i popoli che non accettano di essere ibridati, di vedere sconvolta la loro identità finora preservata attraverso i secoli? Dovranno essere discriminati, perseguitati, annientati come appunto si è cercato di fare con i Serbi.

E' forse un caso che proprio nel teatro balcanico si sia fatto un uso massiccio di proiettili all'uranio cosiddetto impoverito, che hanno sparso una radioattività destinata a lasciare nelle generazioni future una scia agghiacciante di mutazioni e cancri, non diversamente da quanto accade in Giappone che continua ancora oggi a subire le conseguenze dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki?

Su un altro piano è forse un caso che il premier italiano che porta la vergogna di aver concesso alla NATO le basi per aggredire la Serbia con raid che partivano dal nostro territorio, sia stato proprio Massimo D'Alema, non solo ex comunista, ma diventato segretario dell'ex PCI subito dopo la sua trasformazione in PDS, e già vice dell'ultimo segretario (dichiaratamente) comunista Achille Occhetto?

La pupilla dell'occhio degli USA e di tutti i leccatori di fondoschiena degli USA che fanno finta di non vedere di essere servi di un servo, è ovviamente Israele, l'unico stato che può permettersi apertamente una politica non solo razzista, ma anche genocida, tesa a cancellare il popolo arabo palestinese dalla faccia della terra.

Questo è talmente evidente, sotto gli occhi di tutti, che non occorre insisterci sopra. Quel che è invece importante rilevare, è che l'ebraismo è DI PER SE' un'ideologia fanaticamente razzista. L'ebraismo non è una religione, è piuttosto un'ideologia razzista con un travestimento religioso.

Per l'ebraismo, tutta la creazione e tutti gli altri esseri umani esistono in funzione degli ebrei, “il popolo eletto”, per servirli. Secondo il Talmud, se un ebreo lancia una pietra per uccidere un goj (un “pagano”, un non ebreo) o una bestia, e colpisce invece un ebreo, non è colpevole. Si noti che il goj, il non ebreo e la bestia sono messi esattamente sullo stesso piano.

Credere che un tipo di delitto, in specie il razzismo, sia possibile solo a una data razza, quella bianca, non è di per sé una forma di razzismo? Un razzismo che “i compagni” e i fanatici del mondialismo e della società multietnica rivolgono masochisticamente contro la propria gente. Costoro fanno finta di non vedere e fanno di tutto per tenerci nascosta la realtà estremamente concreta del razzismo anti-bianco; che ad esempio la caccia al bianco è diventata lo sport più popolare del Sudafrica post-apartheid, o il veleno di odio anti-bianco che gronda dai testi delle canzoni dei rapper afro-americani.

Facciamo pure la tara del risentimento post-coloniale e post-schiavistico (anche se c'è da chiedersi quanto essi debbano durare per generazioni per cui essi sono un lontano ricordo storico, o se il colonialismo non abbia fatto più bene che male all'Africa, portandola dalla preistoria all'età moderna), ma quale genere di colpa storica grava ad esempio sui Pigmei, che pure i connazionali del nostro ministro per l'integrazione trattano come bestiame, e sembrerebbe caccino ancora a fini di cannibalismo? La pura e semplice verità è che il razzismo non è affatto una prerogativa “bianca”.

Questa gente approda sulle nostre coste per farsi mantenere da noi, e di sicuro non ci ama, non vuole integrarsi – levatevela dalla testa questa scemenza dell'integrazione – ma soppiantarci, è lo strumento della lenta agonia dei popoli europei. Uno strumento fino a che punto inconsapevole? Molto meno, io credo, di quanto si pensi. E questi “compagni” che danno così gagliardamente una mano alla soppressione della loro gente, vuoi per mero calcolo elettoralistico, vuoi per intossicazione mentale democratico-mondialista, sono forse inconsapevoli di quello che stanno facendo?

Non lo credo, non lo credo affatto, questa è l'attuazione di un piano di genocidio “soft” su larga scala rimasto bloccato per una generazione o due in conseguenza della Guerra Fredda, ma progettato qualcosa come tre quarti di secolo fa.

Forse si ricorderà la tracotante affermazione del leader “socialista islamico” algerino Huari Boumedienne già mezzo secolo fa: l'arma per distruggere l'odiata Europa c'era, ed era il prolifico ventre delle donne magrebine. Tempo fa mi è capitato di imbattermi in uno scritto della psicanalista francese Françoise Dolto, di impostazione marxista-freudiana. Costei, trovandosi a curare un ragazzo mulatto, di padre africano e madre francese, che soffriva psicologicamente della sua condizione ibrida, l'aveva rassicurato: era l'avanguardia di una nuova umanità, un giorno TUTTI sarebbero stati come lui. Sono rimasto esterrefatto: il brano è del 1970, quando i flussi migratori che oggi invadono e stravolgono l'Europa non erano certo prevedibili.

Noi che vogliamo difendere il futuro della nostra gente ci troviamo oggi in una situazione di schiacciante svantaggio, ma chissà, potrebbe anche essere che giunti sull'orlo del baratro i popoli europei trovino un soprassalto di orgoglio e determinazione.

I democratici e “compagni” vogliono ignorare la legge della continuità di sangue che è la legge fondamentale della vita. Ecco cosa scrive il grande genetista Richard Dawkins, non a caso profondamente odiato da tutti i malati di “political correctness”:

“Essi sono in me e sono in te; ci hanno creati mente e corpo, e la loro conservazione è l'obiettivo definitivo della nostra esistenza, sono conosciuti col nome di geni”.

Democratici e marxisti, se perdono, perdono, ma se vincono hanno perso ugualmente, dalla loro parte c'è solo morte.   




venerdì 22 febbraio 2013

Attilio Bonvicini: La Scelta - Ritratto di Attilio


Attilio Bonvicini
La Scelta

Ritratto di Attilio

Da «Lettera aperta al Principe Valerio Borghese»
del partigiano Piero Operti compresa nel volume «Lettere aperte»
edito da Giovanni Volpe Editore


«A Torino nel novembre '44 recandomi al Mauriziano a trovare un amico di recente operato conobbi un giovane ufficiale suo com­pagno di camera, ferito a una gamba, il tenente Affilio Bonvicini di Tremo. Con la mia vecchia pratica d'ospedale e di feriti, al primo sguardo notai che il suo braccio sinistro era affetto da paresi, con limitazione dei movimenti del polso e delle dita, e poiché si trat­tava d'una lesione da tempo consolidata, con quell'invalidità, che Io rendeva inabile al servizio militare, egli doveva esser tornato in guerra e in un secondo tempo aver riportato la nuova ferita, scheg­gia alla gamba destra, della quale era allora degente.

Questo fatto bastava a destare il mio interesse, ma il volto del giovane non era meno eloquente della sua storia riassunta dalle fe­rite, poiché egli aveva quella bellezza che la natura avara concede solo ai suoi privilegiati, come persuasa a un necessario compimento di perfezione, aggiungendola alla vaghezza austera che imprimono tra ciglio e ciglio l'intensità dell'anima e il rovello del pensiero. Affilati dalla lunga costrizione all'immobilità erano i lineamenti purissimi, e nelle orbite incavate i suoi occhi ad ora ad ora tra­sparenti o scuri avevano acquistato la paziente bontà che si affina tra capezzale e sala di chirurgia, mentre le brune palpebre conser­vavano il piglio soldatesco delle volontà rettilinee.
Poiché mi recavo al Mauriziano quasi ogni giorno e quando non vi erano altri visitatori la conversazione si svolgeva a tre, la nostra relazione ebbe tempo di farsi intima e seppi di lui ciò che fin dal principio avevo intuito. Aveva ventitré anni, era iscritto alla facoltà di magistero a Venezia e da quattro anni si trovava alle armi. Oltre alle ferite visibili, riportate la prima in Albania, la seconda in Italia, aveva, dall'Albania, una scheggia penetrata dalla clavicola nel peri­cardio, che lo classificava grande invalido.
L'immediato futuro escludeva in lui ogni pensiero del futuro lontano e i relativi problemi, ma io sentivo che un giorno il suo animo sarebbe conteso fra l'appello sociale d'una vita attiva e la vocazione agli studi metodici e alla conversazione coi Grandi che attraverso i secoli compirono il tentativo di umanizzare l'uomo.
Come per Mameli, Dandolo, Morosini e i loro compagni della difesa garibaldina di Roma, come per Borsi, Serra, Locchi nella prima guerra mondiale, nature votate alla poesia e capaci di tra­sferirla nella vita, le armi erano per Attilio il mezzo messogli nelle mani dall'ora del tempo per un'idea di giustizia che lo penetrava senza residui e che, finita la guerra, egli avrebbe servita in altri modi sino al suo ultimo respiro.
Intorno al suo letto trovavo spesso un gruppo di suoi compa­gni d'armi, tutti giovanissimi. fra i diciassette e i venti anni, ra­gazzi al loro primo servizio militare. Mi sembravano miei scolari del liceo, improvvisamente cresciuti in statura nella divisa di sol­dati, e mi sembrava strano di non doverli interrogare sulla lotta delle investiture o sulla prova ontologica di Sant'Anselmo, ma di interrogarli sui loro singoli drammi, che erano parte del dramma italiano. Qualcosa li accomunava che non era soltanto nell'età e nella personale educazione di cui nessuno d'essi era privo, un me­desimo lievito che insaporiva le loro anime e faceva limpido e fermo il loro sguardo, una stessa aura come di neofiti d'una religione appena rivelata. Giovinezza senza macchia e senza paura, floride spighe italiane cresciute per la falce della Storia.
In quei tempo esercitavo nella Resistenza funzioni di tramite fra alcuni reparti delle formazioni autonome e il CLN torinese, e avevo frequenti contatti col Presidente di questo, «Paolo», il pro­fessor Paolo Greco della nostra Università.
Quei volontari erano miei nemici: ragazzi della Decima Mas.
Non so quale innocente dolcezza si accompagnava alla loro vo­lontà di morire. Non desideravano se non il momento in cui il loro battaglione, il «Lupo», fosse rimandato in linea, per morire; e odia­vano il Comando tedesco che li aveva temporaneamente assegnati alle retrovie. Erano poco teneri anche verso il Governo di Salò, eclissato dal Comando tedesco. Nessuno di essi sperava più nella vittoria, ma questa evidenza aveva semplificato il loro problema. In una spaventosa selva di difficoltà ideologiche, morali e pratiche avevano scoperto la soluzione più semplice e sbrigativa, che li li­berava da ogni dubbio e da ogni quesito. Il cuore aveva preso il posto del cervello e gli prescriveva la propria legge.
Vi era una parola alla quale, udendola, o pronunziandola, un subitaneo irrigidimento passava in essi dall'anima al volto, come in un credente a cui si tocca il dogma supremo: l'onore. «Per l'o­nore». L’onore dell'Italia aveva subito una frattura che solo il san­gue avrebbe potuto cementare. Quell'onore era sentito come un impegno personale; esso esigeva una personale espiazione. Anche le parole «espiazione» e «redenzione» tornavano spesso sulle loro labbra.
Io volevo salvarli. Mi angosciava il pensiero della fine verso cui quelle fiorenti creature della mia terra precipitavano e che per molti di essi non sarebbe stata la vagheggiata morte in bellezza. E parlai loro con l'intento di staccarli dal loro reparto, di strapparli alla loro strenua follia. Non potevano negarmi il patriottismo, neppure quel particolare patriottismo a cui essi erano più sensibili e che si com­misura alle cicatrici. Volevo acquistare la loro fiducia e con cautela graduavo le mie parole. Mi ascoltavano in silenzio. Si risentivano scolari dinanzi al maestro esperto a cercar l'anima dei giovani, a suscitare nelle loro menti la soluzione delle difficoltà. Ma la posta in gioco era ben altra che la critica della ragion pura. Mi segui­vano, ma quando avvicinavo qualche punto della loro dogmatica avvertivo una rispettosa addolorata resistenza. Se un argomento li rendeva perplessi si volgevano al comandante del loro plotone. Attilio, e una sua parola bastava a distruggere la mia opera paziente.
Allora ripiegavo per non compromettere la battaglia. determinato a riprendere domani le operazioni d'approccio.
Con essi volevo salvare Attilio. Volevo salvarlo per l'Italia che non abbonda di anime religiose capaci di liberamente prescriversi una disciplina severa come la regola monastica e ferma come la regola militare; egli apparteneva alla razza trentina dei Bronzetti e dei Battisti; riconoscevo in lui una di quelle coscienze cristalline che non concedono nulla alle circostanze e cercano nell'interiorità più profonda i motivi dei propri atti, uno di quei rari spiriti chia­mati da Cristo il sale della terra. Il primo conflitto mondiale mi aveva insegnato che le convulsioni di ogni dopoguerra. simili ai movimenti incomposti d'un organismo leso nei centri nervosi, di­pendono in misura notevole dalla terribile selezione delle batta­glie, dalla falcidia di valori spirituali che un popolo subisce con la scomparsa della sua migliore giovinezza.
Un pomeriggio in cui il gruppo era completo mi intrattenni più a lungo con i miei giovani amici. Bisognava prima di tutto che io riuscissi ad eliminare ogni sospetto di pusillanimità dal gesto che chiedevo loro. Le bianche pareti della stanza, la nebbia che premeva alle finestre ci isolavano dal mondo. Lo Strazio della Patria, presente nelle carni di Attilio, riempiva i nostri cuori. E l'anima della Patria aleggiava su noi, fatta sensibile dal nostro dolore, ol­tre la tragica antitesi che impersonavamo. oltre le due immagini che di lei ci venivano offerte, entrambe stravolte e irriconoscibili.
Sentivamo tutti di trovarci a un'ora decisiva della nostra vita e nessun pensiero della nostra sorte particolare sussisteva. come negli attimi supremi che tutti avevamo sperimentato, quando ammas­sati nella trincea si abbassa il sottogola c si toglie la sicurezza alle armi nell'imminenza del segnale.
La mia parola aveva finalmente presa su quei fanciulli, incri­nava la loro certezza, schiudeva ai loro occhi orizzonti più vasti. Traendola da tutto il suo passato prospettai loro la visione dell'Italia nella concretezza delle sue zolle ubertose e delle sue morbide ma­rine, delle tombe auguste e delle culle respiranti, e quell'immagine proiettai verso il futuro. patrimonio d'ineguagliata nobiltà che l’aterna vicenda delle umane sorti non poteva né distruggere né me­nomare, e per il quale occorreva a noi l'ardente coraggio di vivere. Fiducioso nel mio successo vibrai l'ultimo colpo conchiudendo: «Per uno Stato viene il momento in cui non esiste altro onore che non sia l'intelligente difesa dei propri interessi».
Con volti smarriti i ragazzi si volsero al loro comandante. Attilio aveva ascoltato senza interrompere, sollevato nel letto. con la mano sinistra sul petto, la nuca appoggiata ai guanciali e gli occhi chiusi. Il suo profilo pareva ricavato in un blocco di alabastro, la sua fronte splendeva come neve.
«Lo Stato, quando c'è - egli disse lentamente senza aprire gli occhi - faccia quello che deve e può; ma per i singoli, onore è sot­trarre la propria condotta alla gravitazione dei fatti. Come la fede religiosa, è una realtà solo per chi lo sente: noi lo sentiamo e ad esso abbiamo consacrato la nostra vita».
I ragazzi ripresero il fiato e il colore. Nel silenzio che seguì la mia sofferenza si acuì in spasimo. Dopo una breve pausa aggiunse: «Il nostro sacrificio è necessario per riscattare colpe che furono com­messe. Cosi vuole la Storia, e la parola redenzione non ha altro significato».
Egli non sapeva di pronunziare, dopo cento anni, le parole di Attilio Bandiera alla vigilia della fucilazione.
Alcuni giorni dopo Attilio venne a salutarmi. Le sue ferite erano da poco rimarginate e si reggeva appena. Sotto la mantellina aveva la mano sinistra infilata nella giubba. Partiva l'indomani col suo battaglione per raggiungere il fronte della Romagna. Sapevamo entrambi che non ci saremmo più riveduti. Lo abbracciai e la parte di me più giovane e viva Io invidiava ardentemente.
Egli fu ferito in uno degli ultimi fatti d’armi sul Senio, quando gli Angloamericani compirono la definitiva avanzata. Passò attra­verso vari ospedali e da ultimo in quello di Merano. Chi è stato ferito grave sa che esiste un momento nel quale il vivere o il mo­rire dipende da un atto di volontà. Attilio volle morire. Egli si spense dopo una lunga agonia il 20 luglio».
PIERO OPERTI

giovedì 21 febbraio 2013

‘viva la nazione!’...terza parte


di Mario M. Merlino


Portando i saluti introduttivi al convegno il comandante della scuola di fanteria ha ricordato quanta importanza egli attribuisca alle Massime di Confucio. Al momento di iniziare il mio intervento, ultimo relatore della mattinata, mi sono ricordato di un aneddoto che avevo riportato in Inquieto Novecento. Nel febbraio del 1945 il poeta americano Ezra Pound aveva fatto stampare delle strisce di carta colorata con dei pensieri confuciani. Ad esempio ‘Il tesoro della Nazione è la sua onestà’. Mi è servito come spunto per ricordare quanto ho già scritto nel precedente articolo sugli incontri avuti con Mario Castellacci e Armando Cossutta e, in quello ancor precedente, sulla menzogna che si accompagna alla propaganda. Ci si chiede, anche o forse soprattutto a noi insegnanti, di costruire una memoria condivisa per le nuove generazioni. Io rifiuto di condividere i valori le idee gli uomini e le donne della mia parte con coloro che di quei valori di quelle idee di quegli uomini e donne hanno fatto dispregio e scempio. Accetto, però, in nome di un Bene comune di un patrimonio comune il reciproco rispetto. Se a Migliano Montelungo c’è un sacrario ai soldati italiani caduti nel Corpo Volontario di Liberazione, voluto dalle istituzioni e da queste onorato con annuali cerimonie, poco distante c’è una stele in marmo a ricordo del capitano Rino Cozzarini, prima medaglia d’oro della R.S.I., voluta privatamente da ‘i camerati’. Questa non è una memoria condivisa, questa è una offesa alla memoria del nostro paese.


Parlare dunque delle possibili o presunte ideologie della Seconda Guerra Mondiale si corre il rischio d’essere fuorvianti, schierarsi a priori per una delle tante forze in atto. (Far coabitare le democrazie liberali con lo stalinismo era una necessità per stringere in una morsa mortale la Germania non certo una sinergia d’idee riguardanti le istituzioni l’economia la concezione dell’uomo; nello stesso fronte dell’Asse, se facciamo riferimento alla interpretazione dello storico Renzo De Felice, nazismo e fascismo hanno poco o nulla di simile). Forse sarebbe più corretto utilizzare il termine di ‘dottrina’, ma questo comporterebbe spazi e tempi imperdonabili in un convegno come questo. Del resto, prima e durante e dopo il conflitto, soltanto l’Unione Sovietica e i partiti comunisti autodefinirono se stessi portatori di una ideologia e se ne fecero vanto (con buona pace delle proprie origini affondanti nella filosofia di Carlo Marx). Va, però, ricordato come, nel momento in cui le armate tedesche si trovavano a meno di cento chilometri da Mosca, Stalin si rifece alla ‘santa madre Russia’, a Pietro il Grande che fermò gli svedesi del re Carlo XII o allo zar Alessandro I e la distruzione dell’ armata napoleonica. La patria, insomma…

(Qui introduco una bozza di contributo alle affermazioni precedenti che mi ero ripromesso proporre al convegno e che sono rimaste nella testa per non appesantire il mio intervento. Possono forse interessare qualche cultore e non di studi filosofici). Nella Ideologia tedesca, scritta con Engels tra il 1845 e il ’46 e ritrovata soltanto agli inizi del ‘900, Marx recupera il termine ‘ideologia’ nell’accezione negativa che già, pur se con significato ironico, veniva dato al tempo di Napoleone. Una sorta di chiacchiera inutile per individui balzani e privi di concretezza nell’agire. Marx si spinge ben oltre nel denunciare che ‘non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza’. Insomma l’insieme delle idee politiche culturali sociali religiose ecc. non sono altro che il frutto determinato dalla società e questa dal lavoro e dalle forze di produzione. E’ la concezione materialistica della storia che tanta fortuna avrà e che domina, fra l’altro, la gran parte dei libri di testo nelle nostre scuole. Non come ci rappresentiamo il mondo è ciò che siamo, siamo nel mentre forze e mezzi di produzione operano per renderlo diverso. (A questa critica Giovanni Gentile saprà opporre l’acuta osservazione come la definizione stessa  della realtà sia già di per sé mettere in atto ogni forma di cambiamento. Non è casuale che Lenin apprezzasse l’opera di Gentile su Marx considerandola la migliore fra quelle espresse dalla critica borghese). L’ideologia diviene la mistificazione della realtà.

Su espresso desiderio di un allievo sottufficiale, ideatore del convegno, ho portato con me Gina R., la cui storia l’avevo inserita in uno dei racconti di Atmosfere in nero. Con la camicia nera e il basco del S.A.F. (il Servizio Ausiliario Femminile, istituito con decreto del 18 aprile 1944). Ovviamente avendole chiesto di poter scrivere e poi raccontare, con tutto il garbo e rispetto possibile, della sua vicenda. Perché Gina ha conosciuto le radiose giornate della liberazione e le ha conosciute sulla sua pelle – e non metaforicamente. Sono le donne le vittime prime, le più deboli e facili prede desiderate, quando gli uomini, trasformati in branco, nell’arroganza prepotenza ferocia di sentirsi impuniti, pretendono di arrogarsi ogni diritto in quanto vincitori. Non tutti i vincitori sono questo, lo so bene, ma quei partigiani erano l’avanguardia di coloro che avrebbero comandato in questo paese e, sebbene la fisiognomica non sia una scienza, i loro volti erano la premessa di quelli che vediamo, ad esempio in questi giorni, sorriderci in osceni ghigni dai manifesti sui muri e tabelloni. Quando ho ricordato l’offesa da lei subita, ma anche tutta una vita al servizio dell’Idea, quei giovani sottufficiali sono scattati in piedi e in un lungo caloroso sincero applauso. E un mazzo di grandi fiori gialli l’è stato consegnato direttamente dal generale…

Ancora una volta mi accorgo che ho tralasciato molte cose del mio intervento e che, forse, potrebbero essere di un certo interesse (io dico sempre, modestamente, cose interessanti!)… è la premessa di una ulteriore aggiunta ai tre ‘viva la nazione!’? Chissà…



lunedì 18 febbraio 2013

‘viva la nazione!’...seconda parte

di Mario M. Merlino



Annoto qui alcuni appunti per il mio intervento – come accennato già nel precedente articolo su Ereticamente – alla scuola di fanteria di Cesano, nei pressi di Roma. Nello specifico il tema che mi è stato richiesto porta come titolo ‘ideologie caratterizzanti della Seconda Guerra Mondiale’. Bene, non mi atterrò a questo titolo se, almeno, non si faccia prima una premessa e, credo, questa premessa occuperà tutto il tempo e lo spazio concessomi. Come mia abitudine, prendo le mosse da un esempio concreto. Proprio per evitare che, aggirandomi per gli oscuri sentieri delle grandi idee dei concetti complessi delle parole da scriversi con la maiuscola non ci si disperda, anzi, con un garbato sottile senso dell’ironia, non si finisca per dire tutto ed il suo contrario, in pratica per non dire nulla…

Diversi anni fa, da professore in un liceo scientifico, presi spunto da un libro di interviste per organizzare un corso di storia sulla guerra civile in Italia 1943-’45 con gli alunni che dovevano sostenere l’esame di maturità. In quel libro si intervistavano alcuni esponenti del mondo politico accademico dello spettacolo ecc. che avevano partecipato a quegli avvenimenti ‘l’un contro l’altro armati’, che era del resto il titolo della pubblicazione. Alcuni di loro furono così garbati di venire a scuola, altri ci recammo noi a trovarli e porre domande. Fra costoro ricorderò l’incontro con Mario Castellacci, che si presentò a scuola con il suo barbone brizzolato e una camicia a scacchi bianchi e rossi da ricordare le tovaglie da cucina, e l’on. Armando Cossutta dell’ex Partito Comunista, che ci accolse in una saletta di Montecitorio.

Il primo era stato alla scuola allievi ufficiali di Orvieto e, poi, assegnato alla compagnia di propaganda della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana). Autore di quella canzone ‘strafottente’, più nota come ‘le donne non ci vogliono più bene’, che il giornalista Giorgio Bocca ebbe a definire ‘la più bella canzone della guerra civile’. A domanda di un mio alunno egli rispose che la guerra aveva come cause ragioni economiche (il concetto di usura, ad esempio, espresso dal poeta americano Ezra Pound). La medesima domanda venne rivolta a Cossutta, che nell’intervista aveva ricordato come, trovandosi a Milano il 25 aprile, avesse visto carrette di fascisti assassinati, ammucchiati e gettati in fosse comuni. Aggiungo con espresso compiacimento che indusse diversi miei alunni a rifiutarsi di dargli la mano. Egli affermò categorico che il conflitto era stato una guerra per la libertà. Insomma due posizioni interpretative contrarie e, soprattutto, rispetto alle premesse, direi, stupefacenti. Un fascista, figlio dell’idealismo gentiliano, che parla di ragioni economiche; un comunista, inossidabile erede delle teorie marxiste, che propone il tema della libertà…

Allora bisognerà chiedersi se ci troviamo di fronte al connubio inscindibile ormai tra propaganda e menzogna, nato quale conseguenza di quell’idea di stampo illuminista che ragione e bene sono la medesima cosa e, va da sé, il male è l’incarnazione di quanto non ricade nei parametri (tutti nostri) di essere comunque e nonostante tutto ‘illuminati’. (Rimando i lettori di Ereticamente all’articolo precedente). Ne consegue che dobbiamo muoverci in altra direzione e, per dar senso e valore a quanto mi sembra essenziale rilevare, al concetto di scelta e di eroismo. Perché o ci riconosciamo nell’abusata affermazione del drammaturgo Bertold Brecht ‘ fortunato quel paese che non ha bisogno di eroi’ – e con ciò chiudiamo il proseguo del ragionamento – oppure crediamo che gli eroi siano necessari in funzione d’esempio coinvolgimento educazione confronto. E un eroe è tale nel momento che sceglie (ad esempio il soldato romano che, durante l’eruzione del Vulcano, a Pompei rimane al suo posto perché nessuno viene a scioglierlo dalla consegna e non decide di buttare scudo e lancia e tentare con la fuga di salvarsi).

Vorrei sottoporvi un esempio. Nella notte del 5 dicembre 1944, sulla strada dal passo del Bracco a Levanto cade in scontro con i partigiani il caporale degli alpini, divisione Monterosa, Giampietro Civati. Aveva annotato su un foglio lo stesso giorno e ritrovatogli in tasca: ‘Testamento militare 5. 12. ’44: pochissime parole mi spiego le mie idee e il mio sentimento: sono figlio d’Italia di anni 21, non sono di Graziani e neanche Badogliano: ma sono italiano e segguo la via che salverà l’onore di Italia’. Certo la grammatica è zoppicante e ‘segguo’ è scritto con due ‘g’. Credo, però, che gli si possa perdonare e, al contrario, avvertire un moto di affetto e rispetto. L’ho citato perché, sono certo, aiuterà tutti noi a liberarci non delle idee che amiamo difendiamo e per cui lottiamo, ma di quell’idea manichea dei buoni (i nostri) e dei cattivi (gli altri) che, se si può comprendere nelle passioni del singolo, no, diviene inaccettabile se viene proposta dallo Stato. Lo Stato è tale se è di tutti e per tutti, se, come predicava Platone nella Repubblica, protegge esalta educa alla giustizia all’armonia al bene supremo. Sovente, al contrario, si fa accompagnare dall’ottenebramento la mistificazione l’ingiuria…

Del poeta greco Agatone ci rimane il nome, reso celebre perché nella sua casa si svolge uno dei dialoghi più affascinanti e ‘misteriosi’ di Platone, il Simposio, e poco altro. Ad esempio questo frammento: ‘Se c’è una sola cosa negata persino agli dei, questa è il potere di cancellare il passato’. Nel momento in cui gli dei si sono ritirati fra i monti e nei boschi e il nuovo dio, secondo la formula di Nietzsche, è morto… beh, allora lo Stato e l’uomo possono seppellire la storia sotto la cappa mefitica dell’opportunismo della vana gloria del disprezzo, possono ridicolizzare demonizzare annichilire i vinti nella memoria dopo averne fatto scempio dei corpi…