Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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mercoledì 12 dicembre 2012

APOLOGIA



Gentili amici,
siate indulgenti nei confronti di quest’apologia che, giunto a un traguardo non troppo lontano dalla fine dell’esistenza, sono costretto a scrivere a futura memoria e spero a vantaggio delle nuove generazioni. La mia opera infatti è stata ignorata o vilipesa da epigoni ringhiosi, rissosi e inconcludenti. Ho il torto, è vero, di non dire cose fritte e rifritte, e capisco che i bambini vogliono sentirsi ripetere sempre la stessa filastrocca. Non potevo dunque ricevere accoglienza diversa, io che mi ostino a infrangere i tabù che quegli epigoni si sono costruiti da oltre mezzo secolo.

Le loro litanie son rimaste sempre le stesse: antilluminismo, antirazionalismo, antimodernismo. Sono litanie nate in ambito cattolico nella falsa convinzione che l’Illuminismo sia stato la causa della Rivoluzione francese. Ma lo storico non “dev’essere sempre revisionista”? Mi rifaccio quindi al Gadamer: “Siamo tutti figli dell’Illuminismo. Siamo figli di un processo che, iniziato in Europa, ha definito la peculiare forma di civilizzazione dell’occidente sin dai primordi greci”. Hans Georg Gadamer, autore di “Verità e metodo”, è il fondatore dell’ermeneutica, un metodo d’indagine che consiste nell’interpretare i fenomeni riconducendoli alla loro origine.
 Siamo tutti figli dell’Illuminismo, dunque! Potremmo noi pensare senza idee chiare e distinte? Ciò non vuol dire che Cartesio avesse idee chiare e distinte, le aveva anzi assai confuse. Del cartesianesimo, è bene accettare il metodo, rifiutando quella filosofia pseudoscientifica che ha fatto da supporto al dualismo cattolico dal primo ’700 alla fine dell’800, quando con estemporanea improntitudine Leone XIII impose un ritorno al tomismo. Quel tomismo fuori tempo, contro cui si addenseranno le critiche dei modernisti, rimase lettera morta, mentre la netta distinzione fra res cogitans e resextensa (fonte di un’antropologia mutila e scissa) continuava a informare l’azione della Chiesa, attirando nella sua trappola quanti erano costretti da ragion di Stato a restare nella sua orbita.  
Nacque così quel grottesco “Manifesto della razza”, a cui Mussolini dovette imporre un indirizzo biologico in ottemperanza all’impostazione data da padre Brucculeri su Civiltà Cattolica, e che gli si ritorcerà contro in occasione del divieto dei matrimoni misti. Riassumo qui in poche righe un argomento che in “Il fascismo crocevia della modernità” (1998) ho svolto in un intero capitolo. Operando una vera a propria rivoluzione copernicana, il libro inizia con l’enciclica Pascendi contro il modernismo. Apriti cielo! Il Modernismo è una testa di turco di tali epigoni, né i cosiddetti paganisi accorgono che il pregiudizio è di marca cattolica. Per rendere l’idea, vi dico subito come fu accolto il libro: l’addetto alla distribuzione delle Edizioni Settimo Sigillo (che Dio l’abbia in gloria!) lo espunse dal catalogo; gli organizzatori dell’esposizione al Colle Oppio lo rimossero dalle scansie; l’unica recensione sul “Secolo” metteva l’accento sull’anticlericalismo. Il bello della faccenda era che ciascuno di questi contestatori aveva un movente diverso.
Ah, Modernismo, Modernismo, quante sciocchezze si dicono sul tuo conto! Cominciamo dal nome che (come tutti i dispregiativi: gotico, barocco, pagano, etc.) fu coniato dagli avversari, ma secondo don Ernesto Bonaiuti era piuttosto Arcaismo. Da quest’equivoco, fondato su un malinteso tradizionalismo, nacquero le più violente contestazioni: don Romolo Murri non poteva essere fascista, perché è il fondatore della Democrazia Cristiana! Oppure: Murri era un modernista, non conosci nemmeno “Rivolta contro il Mondo Moderno”?
Essendo stato il primo presidente di quella che sarebbe diventata la Fondazione Evola, era questa l’accusa che mi provocava più cocente umiliazione. E’ vero che il mio nome, essendomi da poco trasferito a Roma, era il più adatto a fingere l’apoliticità della Fondazione (fu Violante a scoprire che avevo scritto su Carattere, Ordine Nuovo, Civiltà e L’italiano, e a mandarmi in prigione), ma non avrei conosciuto nemmeno “Rivolta contro il Mondo Moderno”? Con il versante pagano di questi epigoni sono riuscito poi a chiarire l’equivoco, grazie a don Giovanni Preziosi, che col Murri era stato in ottimi rapporti e che aveva anche lui aderito ai FasciDemocratici Cristiani. Del resto modernista il Preziosi era già quando, sulla sua rivista “La Vita Italiana all’Estero”, si dava pena per l’emigrazione in tempi in cui i papi provenivano dall’Accademia dei Nobili Ecclesiastici...
Ma torniamo ai fatti: nel 1891 don Romolo Murri, credendo di mettere in atto la RerumNovarum, aveva fondato i Fasci Democratici Cristiani. Era stato subito smentito con un’altra enciclica, la Graves de Communi, con la quale si specificava che la Rerum Novarum faceva  appello al buon cuore del datore di lavoro, ma alcun significato politico dovesse attribuirsi al termine democrazia cristiana… Prevengo l’obiezione: il termine democrazia ha due accezioni, ma una era nell’800 la dominante (cfr. L’equivoco della liberaldemocrazia, Antonio Pellicani 2003), quella sociale, che consisteva nel sollevare le condizioni spirituali e materiali dei lavoratori. L’accezione politica non è che conseguenza della prima, nel programma della “Lega Democratica Nazionale” (1905) infatti il Murri, dopo l’imposta progressiva sul redditoe il suffragio universale, inserirà l’indennità parlamentareperché “gli interessi popolari non siano rappresentati da quattro conti, cinque marchesi e sei professori d’Università…”
Alla prova dei fatti però il suffragio universale si rivelerà nemico degli interessi della democrazia: il conte Falconi infatti, candidato di Dio, sostenuto dal vescovo e dal prefetto e votato da una massa di contadini analfabeti, gli soffierà il seggio. La lezione avrà i suoi effetti sul Murri, che dopo aver fondato il Fascio parlamentare dopo il disastro di Caporetto e un Movimento Sociale nel 1919, al congresso di Roma del 1921 aderirà al PNF. Nel 1927 poi, facendo sua la parola d’ordine fascista: “Tutto per il popolo, niente attraverso il popolo”, scriverà: L’era del suffragio universale è terminata. Fine ingloriosa! Dopo il Concordato del 1929, lo scomunicato Romolo Murri doveva restare nell’ombra, ma il suo libro “L’idea universale di Roma” otterrà il Premio S. Remo nel 1937.
Ma in fin dei conti, cos’è questo Modernismo? Il modernismo ha tante facce: il modernismo biblico attacca la Chiesa alle viscere (le Sacre Scritture), il modernismo teologico la attacca al cuore (il Dio persona), il modernismo filosofico la attacca al cervello (Tommaso d’Aquino), il modernismo socialeinfine sottrae al Clero i poveri di spirito… Ecco il motivo per cui nel 1921 Benedetto XV (allievo dell’Accademia dei nobili ecclesiastici) bollò di modernismosociale ogni movimento sindacale, favorendo le Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI) che daranno filo da torcere ai Sindacati fascisti. La Rerum Novarum sarà un’arma in mano al Clero cattolico, finché nel suo quarantennale (1931) non si verrà allo scontro frontale e i Pipini, annidati nella FUCI e nelle ACLI, avranno le sedi devastate e i circoli chiusi.
E il modernismo politico? Secondo l’enciclica Pascendi consiste nientedimeno nel sostenere la separazione della sfera civile da quella religiosa… Ecco cosa scriveva il Buonaiuti nelle sue “Lettere d’un prete modernista”; “Leone XIII concepì il disegno di tendere una mano amica al Governo francese per farne un fulcro delle sue velleità di rivincita sugli invasori del suo minuscolo patrimonio. Ebbene, amico, se sapessi quanto danno ha arrecato alla prosperità del nostro paese la politica anti-italiana di Leone XIII! Tu non mi crederai, ma parecchie generazioni di preti, e con esse tutte le popolazioni più supinamente ad esse soggette, son vissute senza alcun amore di patria, senza alcun attaccamento allo Stato italiano… Tutto il clero ligio al Vaticano… ha additato nei governi nazionali i rappresentanti di un potere diabolico… ”
Ernesto Buonaiuti è l’esempio dell’amore dei modernisti per l’Italia, e se non lui, molti di essi confluirono nelle file fasciste, come don Brizio Casciola, collaboratore sin dal ’21 di “Gerarchia”. L’espressione potere diabolicoci riporta al Risorgimento osteggiato dal Papato, che si è sempre avvalso dell’aiuto straniero contro l’Italia. Nel 1903 l’appena eletto Pio X aveva rotto i rapporti con la Repubblica francese perché il presidente Loubet era venuto a visitare i Reali d’Italia, deludendo le aspettative che la politica di Leone XIII faceva intravedere: su istigazione del Vaticano infatti la Francia aveva occupato la Tunisia colonizzata dal lavoro italiano.
In “L’equivoco della liberaldemocrazia” il prefatore ha così commentato la mia opera: “Un’impellente esigenza di verità spinge il nostro autore a indagare in quelle zone in ombra fra eresia e cospirazione: ricerche rare, itinerari nel sottosuolo, da cui idee sperdute sbucano di nuovo nella grande Storia”. Questo metodo ho usato anche in “1860: Sicilia dei misteri – Garibaldi di fonte alla Storia” ripercorrendo, senza sbavature e tenendo conto delle ragioni dei perdenti, la problematica storia del Risorgimento fino a trovarne le origini nelle società segrete. Esse sorsero contro Napoleone dopo il Trattato di Canpoformido col quale cedette Venezia all’Austria.
Non è escluso, per società segrete come la Carboneria, l’influsso dei Giansenisti, i pretigiurati della Rivoluzione francese, che sono nel mirino dei cattolici tradizionalisti per avere ispirato la repubblica genovese e la partenopea. Ma in nessun caso lo storico deve giudicare, bensì spiegare quali processi ideali abbiano generato il fenomeno indagato. Nel caso degli eretici seguaci di Giansenio, c’è da dire che essi, avendo precedentemente sostenuto il giurisdizionalismodei Sovrani per limitare l’ingerenza di Roma negli affari degli Stati, non fecero altro che trasferire il loro giurisdizionalismo in favore della Patrie…  
Per questa mia esigenza di verità, i peggiori torti, com’è ovvio, li ho ricevuti dai cattolici: solo un defensor fidei poteva infatti compiere il miracolo di stroncare un libro senza leggerlo. Lo ha fatto Franco Cardini, stroncandomi “L’albero del Bene – S. Francesco teologo cataro” (Ed. Arkeios 2009) su commissione de L’Avvenire. Lo ha stroncato senza nemmeno averlo tenuto in mano, avrebbe in quel caso letto in terza di copertina il giudizio del filosofo cattolico Pietro Prini: “Sconvolgente ma scientificamente ineccepibile”. Altra prova della sua bricconeria è che, non conoscendole, non ha contestato alcuna delle mie argomentazioni né tantomeno le citazioni che avevo fatte da suoi libri…
Ancor più paradossale è però che i sedicenti pagani non capiscano la forza di-rompente del modernismo, preferendo (come mi disse un giorno Paolo Signorelli) ignorare la maledizione di duemila annidi cristianesimo. Che nel divertissement “In pruritu carnis – L’equivoco cristiano” (Fabio Croce Ed. 2005) io abbia distrutto quel cristianesimo da essi tanto detestato, non è sufficiente a far loro superare il viscerale fastidio che procura loro il nominarlo. Ecco perché la mia analisi semantica e filologica della Parabola dei Talenti, che in “Dell’imitazione e della memoria” (Ed. Bibliotheca 2012) ho definito “una precisa Welthanschauung”, non trova in loro degli estimatori. Di quest’opera non son disposto ad anticipare, se non che nelle note ho innalzato al Fascismo il più bel monumento che un epigono di retto cuore e sano cervello possa auspicare.    
Grazie dell’attenzione, vostro Giuseppe A. Spadaro

lunedì 22 ottobre 2012

Romanticismo e luoghi comuni

Di Fabio Calabrese



Io ho l'abitudine di considerare con molta attenzione le obiezioni che vengono rivolte ai miei scritti, anche se so che è impossibile avere l'accordo unanime di tutti su un qualunque argomento e che con certe persone il dialogo risulta del tutto fuori questione, ma se non è possibile il dialogo, lo è perlomeno il confronto. Chiamatela un'attitudine socratica da parte mia, a me piace pensare che lo sia, anche se mi rendo conto a volte di aver dato più attenzione a certe persone di quel che obiettivamente meritavano, specialmente coloro che hanno un tale coraggio delle loro opinioni da non firmare nemmeno con il loro nome.
E' un tratto assolutamente tipico di democratici, cristiani e marxisti quello di reagire ad argomenti che li spiazzano con l'improperio, l'insulto, la bassa insinuazione, la calunnia.
Su una scala fortunatamente molto minore, ma mi sembra di vedervi un'analogia con quella che è la tematica cosiddetta olocaustica: ai revisionisti che portano prove, documenti, perizie tecniche, si risponde con le ingiurie, le aggressioni violente e la galera.
Se noi dovessimo prendere per buona la macchietta del fascista come violento negatore del diritto altrui ad avere un'opinione, allora non ci sarebbero dubbi: fascisti sarebbero i demo-catto-marxisti. Senza che ce ne accorgiamo, poco per volta la democrazia ha costruito una gabbia attorno alla libertà di pensiero, una gabbia dalle sbarre sempre più massicce e soffocanti, che si chiama Political correctness, la forma assunta dal dogmatismo cieco nella nostra epoca. Guai a chi mette in dubbio che durante la seconda guerra mondiale siano stati sterminati sei milioni di ebrei, non uno di meno, che sia stata effettivamente Al Qaeda a organizzare gli attentati dell'11 settembre 2001, che gli Stati Uniti stiano seminando guerre e devastazioni da sessant'anni in tutto il mondo solo per portare la democrazia e la libertà, eccetera, eccetera.
  I miei due articoli apparsi più di recente su Ereticamente sono La filosofia dal nostro punto di vista e In hoc signo. Riguardo a quest'ultimo c'era poco da ribattere, trattando di questioni storiche fattuali, l'inverosimiglianza della famosa apparizione della croce a Costantino e la falsità della donazione a lui attribuita, nota da cinque secoli.
Tolti i soliti, prevedibili improperi di qualcuno che non merita considerazione e a cui in passato ho dato troppa attenzione, mi sono state segnalate due imprecisioni di cui prendo nota volentieri, anche perché le opportune correzioni non vanno a incrinare ma a rafforzare la mia tesi di fondo.
Per prima cosa, mi è stato segnalato che l'imperatore Eugenio non era pagano ma cristiano, tuttavia a differenza di Costantino, Teodosio e gli altri imperatori clericali, non intendeva affatto imporre il cristianesimo con la sopraffazione, ma lasciare ciascun suddito libero di scegliersi la propria fede: abbastanza per avere nel clericale Teodosio un nemico mortale. Difficile trovare una dimostrazione più chiara del fatto che il cristianesimo allora non voleva così come il cattolicesimo non vuole oggi competere con le altre fedi o visioni del mondo in condizioni di parità, perché sa che non potrebbe uscire altro che sconfitto.
La stessa cosa vale per la seconda obiezione: i Germani erano già all'epoca di Ponte Milvio presenti nell'impero come mercenari nell'esercito e contadini nelle province di frontiera, ma questo cosa dimostra se non sottolineare con ancora maggiore forza la mia tesi che la responsabilità della caduta dello stato romano non va attribuita a loro, ma a qualcos'altro senza il quale sarebbero stati progressivamente romanizzati e inseriti nell'impero come era accaduto ai Celti e ad altri popoli?
Vengo all'altro articolo. Da alcuni commenti raccolti in sede privata, ho potuto vedere che una cosa che sembra aver sconcertato alcuni miei corrispondenti, è l'esposizione della tematica anticristiana presente in madame De Stael, e che a me sembra logico considerare un precedente del pensiero di Nietzsche. Noi siamo perlopiù legati a un'idea molto stereotipa del movimento romantico, basata sulla tradizione dei manuali scolastici che ci presenta il romanticismo in contrapposizione all'illuminismo, come movimento dai tratti fortemente cristiani. Ammettiamolo: il romanticismo è stato un movimento complesso che non può essere ridotto a una schematizzazione semplicistica, a un luogo comune.
  Paul Serant nel libro Romanticismo fascista ha fatto notare che vi sono diversi romantici anche fra gli intellettuali antifascisti, ma che non si trova un intellettuale fascista che non abbia almeno qualche tratto romantico. E' una concezione sulla quale possiamo convenire a patto di tenere presente la concezione ampia di romanticismo, non quella ristretta e scolastica, né tanto meno l'uso che spesso si fa di questa parola come puro e semplice sdilinquimento sentimentale.
  Forse però anche questi bigotti romantici che conosciamo dalle pagine della letteratura non erano gente da prendere tanto sottogamba, pensiamo che la Chiesa ha messo all'indice niente meno che I promessi sposi Alessandro Manzoni e non, ad esempio, le opere di Marx, si è sentita minacciata dal cristianesimo romantico-liberale di Manzoni più che da chi ha proclamato che La religione è l'oppio dei popoli.
Lo Spirito Santodoveva essere terribilmente distratto, ma forse la spiegazione è un'altra; a parte la consonanza di spirito abramitico (il marxismo è la quarta religione abramitica dopo ebraismo, cristianesimo e islam), dietro il verbo di Marx nella nostra epoca si sono allineati milioni di uomini, e se c'è una cosa per cui il cattolicesimo ha sempre avuto rispetto, è il potere: forti coi deboli e deboli coi forti.
Un altro persistente equivoco riguarda l'avversione che si suppone i romantici avrebbero nutrito nei confronti dell'antichità classica, in uno con la rivalutazione del medioevo dopo le denigrazioni di cui l'Età di Mezzo era stata oggetto da parte degli illuministi, ma anche questo non è che un luogo comune alquanto erroneo. I romantici non disprezzavano la classicità ma il classicismo, l'utilizzo che era stato fatto di essa soprattutto nelle scuole gesuitiche, non solo riducendo l'antichità classica a una sorta di propedeutica all'avvento del cristianesimo, ma proponendo un modello di cultura da letterati, teologi e legulei in antitesi all'incipiente progresso scientifico avvertito dalla Chiesa come una minaccia, una cultura – bisogna dirlo – nata morta, ma certa gente ha un potere inverso a quello di Mida: trasformare in sterco tutto quello che tocca.
I romantici tenevano in grandissima considerazione l'antichità greca, ammiravano soprattutto ma non solo l'epoca omerica, il mondo descritto nell'Iliade e nell'Odissea; insieme alla perfezione estetica dell'arte greca, essi suggerivano un mondo di bellezza e di armonia, di istintualità forte e libera e di gioia di vivere. La loro cultura era profondamente influenzata dagli studi di Wikelmann e dalle scoperte di Schliemann.
Semmai, occorre riconoscere che costoro ponevano una forte ed eccessiva distanza fra grecità e latinità: il mondo latino-romano era riduttivamente interpretato alla luce della lettura che ne aveva dato nei secoli la Chiesa cattolica, in più, essendo il romanticismo un movimento essenzialmente germanico, c'era una tendenza di campanilismo nazionalistico che li portava a evidenziare i momenti in cui nello scontro fra Romani e Germani erano stati questi ultimi ad avere la meglio, come nell'episodio di Teutoburgo. Non era l'essenziale del movimento, ma ci poteva stare.  
Che fra illuminismo e romanticismo esista una contrapposizione radicale, questa è una cosa del tutto ovvia. Là dove la tradizione manualistica, di nuovo, sbaglia completamente, è proprio dove vuole scorgere un trait d'union i due movimenti che sarebbe rappresentato dalla figura di Jean Jacques Roussseau.
In senso molto molto vago, potremmo dire che Rousseau è più vicino ai romantici di altri illuministi per una certa rivalutazione dei sentimenti rispetto alla ragione, ma è ancora più lontano degli altri illuministi dal romanticismo non appena si consideri la sua concezione della storia.
Quando parlano di positivo, i romantici intendono la concretezza storica (questo termine deriva forse dalla giurisprudenza, diritto positivo, cioè storico, contrapposto al diritto naturale) la positività è un valore, perché i romantici hanno una percezione molto viva del fatto che una cultura si costruisce, si sedimenta nel tempo attraverso l'esperienza delle generazioni. Nella seconda metà del XIX secolo, il positivismo ha rubato questo termine ai romantici, intendendo per conoscenza positiva la conoscenza scientifica, ma poiché costoro presumevano che fino ad allora l'umanità non avesse conosciuto altro che ignoranza e superstizione, ecco che l'uso di questo termine è di fatto capovolto rispetto al significato che gli attribuivano i romantici.
Noi possiamo riconoscere che il pensatore ginevrino ha avuto una grande intuizione affermando che Il cristianesimo separa l'uomo dal cittadino, deforma la morale nel momento in cui il suo scopo non è quello di stabilire giuste relazioni all'interno delle comunità umane ma di guadagnarsi il paradiso, non i rapporti fra gli uomini ma quello del singolo con un'ipotetica divinità, ma la sua concezione del buon selvaggio è stata una potente tossina velenosa inoculata nella cultura europea.
Per Rousseau, la storia ha un valore negativo, è il sempre maggiore allontanamento da un'originaria condizione edenica, da un mai esistito paradiso perduto (ed è molto strano che egli non si sia mai accorto dell'origine cristiana di questa concezione), quindi da ciò l'esaltazione del selvaggio, uomo che ancora vive o perlomeno vive ancora abbastanza vicino allo stato di natura, e la denigrazione di tutto quanto attiene alla cultura europea (un tema più presente di quanto non si creda nell'illuminismo che cerca di collocarsi quanto più possibile in un'ottica non-europea, come si vede anche dalle Lettere persiane Montesquieu). Credo di aver spiegato, e ora mi sembra inutile ripetermi, in particolare in Il fantasma dello stregone, come questa concezione porti a un vero e proprio cortocircuito dell'illuminismo che finisce per implodere e fagocitare se stesso.
  Basterebbe prendere in mano il nostro Thomas Hobbes, ingiustamente sottovalutato per vedere che ben prima di Rousseau si  sapeva che la vita del selvaggio nel presunto stato di natura è Brutale, misera e corta.
Gli effetti dirompenti di questa idea, di questa utopia, non si fermano qui ma sono molto più estesi di quel che potremmo pensare; infatti, secondo il ginevrino il bambino nasce in uno stato di innocenza originaria e poi la società lo corrompe; da qui l'ideale educativo della non-educazione; il giovanilismo della cultura attuale che in ogni circostanza tende a dar torto a chi ha i capelli più grigi, ci presenta il semplicismo disinformato per purezza, pone ogni ostacolo possibile al passaggio delle conoscenze da una generazione all'altra, la mitizzazione del '68, il plauso al ribellismo giovanile quanto più anarcoide e distruttivo, magari accompagnato dall'uso di sostanze stupefacenti e via dicendo. C'è sempre il fantasma di J. J. Rousseau che fa la sua comparsa in tutto ciò.
 Una conseguenza strampalata di questa concezione è che la perdita dello stato di natura e dell'innocenza, il peccato originale (di nuovo Rousseau non si accorgeva di quanto fossero cristiane le sue farneticazioni) sarebbe stato l'introduzione della proprietà privata, e che basterebbe abolirla per creare il paradiso in terra. Di questa idea si impadronì più tardi un piccolo, barbuto ebreo di Treviri, con le conseguenze che tutti conosciamo. 
In senso molto lato, noi potremmo ricondurre l'illuminismo all'atteggiamento scettico e il romanticismo a quello fideistico, ma anche su ciò è necessario intendersi. Una volta un mio corrispondente mi citò una frase che si trova in La storia infinitaMichael Ende: E' più facile dominare chi non crede in nulla. Lì per lì mi lasciò parecchio sorpreso: avrei pensato piuttosto che credere a tutto, bere le panzane del sistema mediatico rendesse molto più facilmente dominabili, che per aderire a una parte politica calunniata da sessant'anni come la nostra, non ci volesse nulla di meno di una robusta dose di scetticismo. Riflettendoci, ho capito di avere ragione solo in parte. La parola credere ha due significati: ci si può riferire alle credenze fattuali oppure all'etica e ai valori. In questa seconda accezione credere è necessario per agire, lo scetticismo equivale all'indifferenza e all'apatia, mentre occorre avere voglia di lottare e disponibilità al sacrificio. Queste due cose apparentemente così diverse, lo scetticismo e la fede, su due piani diversi sono necessarie entrambe.
  Nei confronti del romanticismo, il marxismo ha da molto tempo pronunciato la sua scomunica sotto forma del libro di uno dei più reputati esegeti di Marx del XX secolo, Gyorgy Lukacs, La distruzione della ragione, che porta come sottotitolo Da Schelling a Hitler.
Mi ha sempre colpito il fatto che l'elenco di Lukacs dei reprobi distruttori della ragione cominci con Schelling, il secondo dei filosofi idealisti che fa da ponte fra Fichte ed Hegel e che, al confronto con gli altri due, era una nullità. Schelling, anche se iniziò prima l'attività filosofica, era più giovane di Hegel e ne ereditò la cattedra all'università di Berlino dopo la prematura scomparsa di quest'ultimo. La prima lezione, il debutto di Schelling fu un evento attesissimo, e lasciò coloro che erano venuti ad ascoltarlo profondamente delusi. Fra questi c'erano Schopenhauer e Feuerbach, che di Hegel erano stati avversari irriducibili. Nella Germania della prima metà del XIX secolo prevaleva ancora la visione etica tradizionale per la quale un avversario valoroso era nettamente preferibile a qualcuno insignificante.
J. G. Fichte, Lukacs non ha osato toccarlo. Nei suoi confronti, in effetti, un marxista di appigli ne trova pochi. Nato in una famiglia poverissima, il fondatore dell'idealismo dimostrò ben presto un'intelligenza precoce che gli attirò l'attenzione di Immanuel Kant. Un tratto caratteristico del suo pensiero è la rivalutazione del lavoro, da sempre visto dal pensiero cristiano come una pena, come l'ereditaria espiazione del peccato originale: un giudizio che Fichte ribalta: il lavoro, anche il più umile, è il mezzo che ha l'uomo per esprimere la sua personalità e lasciare il suo segno nel mondo. Parallela è la rivalutazione del lavoratore: in epoche passate la svalutazione di ciò che l'uomo è in grado di fare, infatti, era una diretta conseguenza del fatto che i lavoratori erano appartenenti a categorie disprezzate, schiavi o servi della gleba.
Ma Fichte è anche il padre del moderno nazionalismo, colui che ha formulato l'idea dello stato-nazione i cui membri sono stretti da legami di sangue, dall'essere comunità di popolo, non dalla fedeltà a una dinastia né dall'ipocrisia burocratica e formale della cittadinanza come avviene nella falsificazione liberal-democratica. Il tedesco è una lingua molto precisa. Ciò che in italiano chiamiamo genericamente società in tedesco si può tradurre in due modi che hanno delle sfumature diverse: Gesellschaft, associazione formale nel senso ad esempio di una società commerciale, e Gemeinschaft nel senso di comunità stretta da vincoli affettivi, di esperienze condivise e di sangue. Nei Discorsi alla nazione tedesca, Fichte è estremamente chiaro: lo stato-nazione deve essere Gemeinschaft, prendersi cura di tutti i propri membri, ma può esserlo soltanto finché esiste questa comunità di sangue, e la superiorità dei Tedeschi sugli altri popoli deriva dal fatto che essi (ovviamente, parlava per la sua epoca) hanno mantenuto il loro sangue maggiormente libero da contaminazioni. Che nell'Europa nella sua globalità la gran parte del potere economico e la pressoché totalità di quello politico si siano trasferiti nelle mani di un ceto altoborghese di apolidi di lusso ciascuno dei quali ha molto più a che fare coi suoi pari grado degli altri stati sempre meno nazione piuttosto che con i concittadini degli stati di cui teoricamente ha la cittadinanza, questo Fichte l'avrebbe considerato la peggior perversione della politica, e la società multietnica la massima aberrazione concepibile.
Non è singolare che i compagni non vedano l'evidente connessione fra le due cose, e il fatto che la seconda è una conseguenza e uno strumento della prima? Ma la cosa più gentile che si possa dire nei loro confronti, è che se sono in buona fede (come certamente almeno i leader non possono essere) non capiscono il mondo nel quale vivono, che per disgrazia è anche il nostro.
La VERA distruzione della ragione, infatti, non è addebitabile al movimento romantico, ma quella compiuta dal marxismo. Che in tutta Europa dopo il 1917 siano nati i movimenti fascisti, è una cosa che li lasciò completamente spiazzati. Ma come? Milioni di uomini in massima parte appartenenti alle classi lavoratrici, invece di saltare trionfanti sul carro della rivoluzione mondiale, si alzavano in piedi, pronti anche a imbracciare le armi per sbarrare la strada al bolscevismo con qualsiasi mezzo? Per i marxisti il fascismo rimane tuttora un mistero, e naturalmente odiano quel che non capiscono. Gli storici di questa formazione ideologica sono arrivati persino a prendersela con Luigi Salvatorelli che ha proposto l'interpretazione del fascismo come rivoluzione della piccola borghesia.
Eppure, la verità era molto semplice, e non occorreva un'acutezza estrema per comprenderla: la rivoluzionebolscevica, chiunque fosse anche solo un po' informato se ne rendeva conto, non aveva apportato nessun beneficio alle classi lavoratrici, ma solo il sorgere di una nuova opprimente autocrazia dalla quale erano proprio i ceti subalterni e i lavoratori a essere i più duramente colpiti.
I marxisti si aspettavano allora e si sono aspettati fino al 1991, che i lavoratori si schierassero dalla loro parte per quante mostruosità commettessero, in ragione niente altro che della loro collocazione di classe, hanno preteso e voluto che il comportamento di ciascuno fosse determinato esclusivamente da determinismi esterni che agiscono in maniera automatica, visto l'essere umano come, o cercato di ridurlo a un robot o uno zombi.
Il pensiero idealistico-romantico rimane uno dei momenti più alti della cultura tedesca, in cui essa ha influenzato più profondamente l'intera Europa. La Germania è il centro non solo geografico del nostro continente; quando essa ha contato, l'Europa è stata forte e rispettata.
Non vi è dubbio che la filosofia idealista, la cultura romantica, la concezione dello stato come Gemeinschaft. Si sviluppano in risposta ai movimenti liberali, rivoluzionari e giacobini sorti in Inghilterra (si pensi alle rivoluzioni del 1640 e 1688) e in Francia. Assai più figlia del pensiero franco-inglese che di quello tedesco è anche l'aberrazione marxista. Marx riciclò l'utopia di Rousseau e Saint Simon giustificandola con l'economia di Adam Smith e David Ricardo anche se aggiungendovi, è vero, suggestioni progressiste tratte da un hegelismo del tutto frainteso.
Nel 1989 il settimanale L'Espresso, che tutti sappiamo di quale parrocchia fosse allora e sia oggi, dedicò due fascicoli a celebrare il bicentenario della rivoluzione francese. E' interessante il fatto che Ferdinando Adornato che li curò, confluì più tardi e fu eletto onorevole nel movimento berlusconiano, ma evidentemente la suddivisione fra destra e sinistra è del tutto accessoria rispetto alle linee di fondo dell'ideologia liberal-democratica.
Fra i vari articoli che compongono questi due fascicoli, ce n'è uno, Benedetta modernità di Lucio Colletti, ben nota vestale del progressismo di sinistra. Colletti dimostrò se non altro di avere chiara la percezione che quelle che si andavano sviluppando sulle due sponde del Reno erano due evoluzioni del tutto antitetiche.
La forte persistenza persino all'inizio dell'800 di elementi e tratti ancora medievali [fra cui, ben s'intende in primo luogo la visione organicistica dello stato come Gemeinschaft anziché la Gesellschaft ambita dal liberismo più sfrenato, che vediamo bene dove ci ha oggi condotto], furono vissute in Germania non solo come requisiti dell' originalitànazionale rispetto agli altri Paesi; ma fornirono paradossalmente le armi per condurre una critica radicale della modernità: come se questa fosse null'altro che decadenza e proprio all'arcaica miscela tedesca spettasse, invece, l'avvenire.
La miscela tedesca era talmente arcaica che per stroncarla sono occorse ben due guerre mondiali, due conflitti che sono stati in assoluto i più violenti e distruttivi della storia umana. Oggi la cortina di menzogne a giustificazione della parte purtroppo vincitrice e di calunnie contro la Germania è ancora solida, ma comincia a mostrare le prime crepe.
La colpa imperdonabile del nazionalsocialismo era infatti stata quella di agire nell'interesse del proprio popolo, e non dell'alta finanza internazionale, le cui rapine ai danni dei popoli europei stanno dietro a tutti i movimenti democratici.
Per quanto possa sembrare strano, abbiamo a suffragio di ciò le esplicite ammissioni dei responsabili, a cominciare da Winston Churchill che nel 1960 dichiarò:
Il delitto imperdonabile della Germania prima della Seconda Guerra Mondiale fu il suo tentativo di sganciare la sua economia dal sistema di commercio mondiale, e di costruire un sistema di cambi indipendente di cui la finanza mondiale non poteva più trarre profitto.
Gli fa eco uno storico della seconda guerra mondiale, il generale J. P. C. Fuller:
Non fu la politica di Hitler a lanciarci in questa guerra. La ragione fu il suo successo nel costruire una nuova economia crescente. Le radici della guerra furono l’invidia, l’avidità e la paura.
Nel 1992, il segretario agli esteri statunitense James Baker ha poi precisato che:
La guerra [la seconda guerra mondiale] era solo una misura economica  preventiva.
Come se ciò non bastasse, dopo la caduta dell'Unione Sovietica nel 1991 sono emerse prove che nel 1941 l'Unione Sovietica si preparava a lanciare un attacco in grande stile contro l'Europa occidentale, e che l'Operazione Barbarossa e il conflitto tedesco-sovietico che ne sono conseguiti sono stati un disperato tentativo di prevenire l'aggressione prendendosi almeno il vantaggio della prima mossa.
Dopo la caduta dell'Unione Sovietica, un ex funzionario dei servizi segreti sovietici, Vladimir Rezun ha pubblicato sotto lo pseudonimo di Viktor Suvorov una serie di libri che rivelano il piano di Stalin per la conquista dell'Europa. In Italia, governata da sessant'anni da una classe dirigente figlia del tradimento dell'8 settembre 1943, dove l'antifascismo è un dogma, un'efficiente censura difende la democrazia dal suo nemico più pericoloso, la verità, e dei libri di Rezun-Suvorov per un ventennio non si è saputo nulla, ma recentemente è comparsa in internet una recensione di essi di Daniel W. Michaels apparsa su  Journal of Historical Review del Luglio-Agosto 1998 (quindi in ogni caso con un bel ritardo).
Nella primavera del 1945, ci racconta Michaels, Truppe dell’Armata Rossa riuscirono ad issare la bandiera rossa sul palazzo del Reichstag a Berlino. Lo dobbiamo agli immensi sacrifici delle forze tedesche e dell’Asse se le truppe sovietiche non sono riuscite ad issare la bandiera rossa a Parigi, Amsterdam, Copenhagen, Roma, Stoccolma e, forse, Londra.
A differenza di Ferdinando Adornato, Lucio Colletti e degli altri cantori del mito progressista, io non credo che il destino sia scritto in anticipo, che vi sia un senso della storiaprefissato. Il destino è quale lo fanno le azioni degli uomini. Quello che la cultura tedesca ha costruito fra il XIX secolo e la prima metà del XX rappresenta ancora oggi un deposito prezioso a cui ispirarsi per la rinascita dell'Europa. 

giovedì 30 agosto 2012

Il fantasma dello stregone

Di Fabio Calabrese



Il recente saggio La scienza manipolata, che mi è stato pubblicato diviso in due parti su “Ereticamente” chiama in causa le falsificazioni, talvolta sottili, talaltre sfacciate e grossolane che costituiscono il “corpus” delle dottrine scientifiche moderne. Questo chiama almeno indirettamente in causa l'illuminismo, movimento che è da considerarsi un po' il padre intellettuale della scienza moderna e della moderna visione del mondo a base scientifica.
   Solo che le cose sono forse un tantino più complesse, perché storicamente l'illuminismo è stato tutt'altro che un fenomeno culturale unitario. Nel mio scritto non avevo in mente come bersagli Voltaire e Diderot, Rousseau il cui mito del “buon selvaggio” rimane il fondamento di tanta antropologia mistificata e deteriore, invece si, potrebbe agevolmente rientrare nel dossier in realtà molto incompleto, che ho tracciato delle aberrazioni scientifiche che dominano l'odierna “cultura democratica”, e lo vedremo dettagliatamente nella parte conclusiva di questo articolo.
Gli illuministi, mi è venuto da chiedermi, riconoscerebbero come loro legittima filiazione quelli che oggi passano per i loro eredi? Mi pare chiaro che a questa domanda non si possa dare altro che una risposta negativa.
Noi tendiamo a considerare, anche se su questo dal punto di vista storico si potrebbe aprire una vertenza infinita, l'illuminismo come un movimento filosofico-culturale che dovrebbe essere basato sulla rivendicazione della libertà di pensiero e sulla pratica della razionalità, mentre appare chiaro che oggi quell'insieme di sistemi politici che chiamiamo complessivamente “democrazia” e che pretenderebbe di essere in qualche modo la continuazione delle istanze illuministe, è alla prova dei fatti, il peggior nemico sia dell'una che dell'altra.
In maniera del tutto analoga, se qualcuno volesse ostinarsi a interpretare il concetto di “democrazia” in base alla sua etimologia come “potere del popolo”, credo che non potremmo fare altro che sorridere e scuotere la testa di compatimento di fronte a tanta ingenuità, poiché è ben chiaro che le democrazie non sono altro che una serie di proconsolati estesi a livello planetario del dominio statunitense, e il “popolo sovrano” non può decidere praticamente nulla, né di sottrarsi a una ferrea “economia di mercato” globale le cui regole sono pensate e pianificate per arricchire i parassiti e immiserire sempre più il popolo lavoratore, né di opporsi all'immigrazione, al rimescolamento di popolazioni, all'universale meticciato che è l'altra faccia della globalizzazione economica, quindi potremmo dire che al “popolo sovrano” non è in realtà consentito di decidere nulla, nemmeno di preservare la propria esistenza.
Voltaire diceva (in realtà non sembra abbia espresso esattamente queste parole, ma ha più volte espresso in termini simili lo stesso concetto, che rimane forse la sintesi migliore del suo pensiero), “Io non sono d'accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa professarle liberamente”. Il grande tratto dell'illuminismo è la rivendicazione della libertà delle idee con cui non si è d'accordo, infatti la rivendicazione della libertà delle proprie idee è sempre stata sostenuta da chiunque.
   Bene, affermare oggi una simile opinione etichetterebbe subito Voltaire come un estremista di destra, un fascista, probabilmente un antisemita. E' del resto esattamente quel che è successo al grande linguista Noam Chomsky quando ha osato affermare che tutti hanno il diritto di esprimere liberamente la loro opinione, compresi gli storici “revisionisti” che vorrebbero indagare il presunto olocausto degli ebrei nella seconda guerra mondiale come si fa con qualsiasi altro fenomeno storico, rivedere le cifre del presunto sterminio, e che non sono necessariamente per questo antisemiti, tra i quali si contano persino alcuni ebrei, Israel Shamir e Norman Filkenstein ad esempio.
   Apriti cielo! “L'olocausto” svolge una funzione troppo importante nell'economia concettuale della finzione democratica: serve a far velo alle atrocità compiute durante il secondo conflitto mondiale dai vincitori: i bombardamenti terroristici contro le popolazioni civili e l'uso sempre contro i civili dell'arma nucleare in primis, serve a ingenerare negli Europei di oggi, evidentemente estranei a quei fatti, un senso di colpa che li induca ad accettare il predominio americano e a chiudere gli occhi sulla politica brutale di genocidio al rallentatore che Israele porta avanti contro il popolo palestinese. Noam Chomsky è stato subito accusato di essere un fascista e un antisemita, e la stessa sorte sarebbe certamente toccata a Voltaire e, piccolo particolare che dà un tocco di grottesco a tutta la faccenda, Chomsky è ebreo.
   Noi abbiamo sentito spesso parlare di “nazismo” o “fascismo” “magico” secondo una moda instaurata dal Mattino dei maghi di Pauwels e Bergier; un discorso nel quale a dati storici reali si mescolano con facilità sciocchezze ed esagerazioni. Quello di cui non si sente mai parlare, invece, è l'aspetto stregonesco e superstizioso, esorcistico dell'antifascismo. Io a questo tema ho dedicato un articolo, Il fascismo secondo Indiana Jones, centrato sulla figura  dell'archeologo ma soprattutto stregone antifascista inventato da Steven Spielberg, che è stato pubblicato un paio di volte in diverse sedi. Qui riporterò solo un piccolo esempio.
   Come è noto, dopo l'8 settembre 1943, gran parte dei reparti della nostra aeronautica transitarono nella Repubblica Sociale, non perché, come si è talvolta preteso, la nostra aeronautica fosse “un'arma fascista”, ma perché gli “alleati” angloamericani, armistizio o non armistizio, continuavano a bombardare le nostre città e a fare strage della nostra popolazione civile. Dopo la guerra, questi reparti sono stati puniti declassandoli a reparti di artiglieria contraerea, ma poiché nessun combattente della Repubblica Sociale ha poi fatto parte delle forze armate postbelliche, a essere punite in questo modo sono state le insegne, i simboli di questi reparti; operazione, come si vede, magica, stregonesca, esorcistica.
Rivedendo oggi questo articolo, potrei aggiungere un esempio recente a questo dossier: recentemente sono stati messi fuori legge i tradizionali bottoni rivestiti di cuoio dei loden: la forma delle striscette di cuoio che s'incrociano, potrebbe infatti ricordare la svastica.
Siamo, come si vede nel pieno dominio dell'irrazionale, dell'esorcistico, dell'apotropaico, di quanto di più lontano potremmo immaginare da una mentalità razionale.
Per quanto riguarda la scienza, le cose stanno esattamente negli stessi termini. Io non ho nulla da obiettare al metodo scientifico galileiano basato sulla sperimentazione, l'elaborazione di teorie a partire dagli esperimenti e la messa alla prova di queste ultime tranne nuovi esperimenti che porteranno a confermarle o correggerle, anzi, questa è la via maestra per la comprensione del reale, ma la “scienza democratica” tradisce il metodo e lo spirito di Galileo tutte le volte che si trova a manipolare la conoscenza perché non entri in conflitto con i dogmi della democrazia, ad esempio prescrivendo che tutti gli uomini siano uguali o che le differenze empiricamente riscontrabili fra gli uni e gli altri siano interamente riconducibili all'influenza dell'ambiente e la genetica e l'eredità biologica non contino per nulla.
 In questi casi è il fantasma dello stregone adoratore di feticci (il feticcio democratico, in ispecie)  che stabilisce la sua possessione sull'uomo di scienza.
   Io non pretendo di aver fatto un lavoro assolutamente nuovo e originale; alcune utili anticipazioni si trovano ad esempio nel testo Congetture e confutazioni del filosofo della scienza Karl Popper.
L'epistemologia di Popper si basa sul principio di falsificazione; in poche parole, la veridicità di un'affermazione del tipo “i cani non parlano” può essere rafforzata nella sua probabilità dall'esperienza di innumerevoli cani sprovvisti di parola, ma mai definitivamente dimostrata, perché basterebbe la scoperta anche di un solo cane parlante per confutarla, per falsificarla.
Perché una teoria possa essere considerata scientifica, occorre poter specificare a quali condizioni si dimostrerebbe falsa. Le teorie totalizzanti “che spiegano tutto”, proprio per questo in realtà non spiegano nulla. Alle teorie in definitiva accade la stessa cosa che accade agli uomini: devono essere disposte a rischiare per dimostrare di valere qualcosa: un'epistemologia che di certo sarebbe piaciuta a Ezra Pound.
Le teorie che non passano il vaglio di Popper, che si dimostrano delle pseudo-scienze, sono tre: l'astrologia, il marxismo, la psicanalisi. Come abbiamo visto in La scienza manipolata, l'elenco è senz'altro più lungo e comprende la pseudo-scienza storica intesa a enfatizzare il ruolo del Medio Oriente e sminuire quello dell'Europa per costringere gli eventi storici nel letto di Procuste biblico, la pseudo-scienza economica intesa a mascherare lo sfruttamento delle risorse di popoli e società a vantaggio di un ceto parassitario di capitalismo bancario-finanziario, la psicologia comportamentista non meno di quella freudiana, la pseudo-biologia di ricercatori e divulgatori (da Craig Venter a Stephen Jay Gould) impegnata a minimizzare il ruolo dell'eredità biologica o addirittura a negarlo del tutto (Lysenko e la tragica farsa della “scienza sovietica”), la “termodinamica” di H. T. Odum.
Oltre all'aspetto di una confutazione prettamente teorica, Popper riporta un caso concreto, personale che permette di capire molto bene quale sia lo spessore “scientifico” della psicanalisi, e vale proprio la pena di riportarlo. Durante le vacanze estive, il filosofo lavorava come volontario nel centro psicologico aperto a Vienna da Alfred Adler. Un giorno un conoscente che aveva un figlio con problemi psicologici si rivolse a lui, ed egli prontamente riportò il caso ad Adler.
“Ma è chiaro”, disse quest'ultimo, “Si tratta di un caso di...”.
“Ma come fa”, chiese il filosofo, “A fare una diagnosi senza aver neppure visto il bambino?”
“Sulla base della mia esperienza di mille casi simili”, rispose Adler.
“Bene”, concluse Popper, “Immagino che ora saranno diventati mille e uno”.
Alfred Adler era stato cacciato dalla scuola psicanalitica di Freud (come Jung e altri) dopo una lite furibonda, per aver cercato di dimostrare una qualche originalità di pensiero invece di accettare supino la parola del “maestro”, ma aveva pienamente assimilato l'arrogante dogmatismo del suo antico mentore.
Fra le pseudo-scienze in salsa democratica, la psicanalisi è un astro di prima grandezza che brilla per la sua falsità, seconda in questo soltanto al marxismo. Quando ho scritto La scienza manipolata ho avuto l'impressione di aver forse avuto la mano un po' troppo pesante, sebbene riportassi cose da gran tempo risapute, ma invece sono stato fin troppo gentile con questa pseudo-dottrina della mente che di scientifico non ha nulla. Durante le vacanze estive ho letto Crepuscolo di un idolo, smantellare le favole freudiane di Michel Onfray (edizione Ponte alle Grazie 2011), forse uno dei pochi lavori sulla psicanalisi scritto non con intenti agiografici ed esegetici, ma critici.
  Chi era Sigmund Freud? In poche parole un ciarlatano, un arrivista privo di scrupoli che si metteva sotto i piedi la deontologia e aveva un solo scopo: quello di diventare ricco e famoso. Aveva cominciato con studi di neurofisiologia che abbandonò in fretta accorgendosi che lì non c'era grande possibilità di carriera. Rendendosi conto che né con la pratica medica né con la ricerca di laboratorio avrebbe ottenuto di più di un moderato decoro “borghese”, decise di essere a tutti i costi l'inventore della “cura miracolosa” che gli avrebbe dato fama e denaro. Iniziò propagandando le virtù miracolose della cocaina, poi, dopo aver provocato la morte di un paziente, passò all'elettroterapia, quindi all'ipnosi che andò a imparare da Jean-Martin Charcot, e poiché anche queste tecniche non diedero buoni risultati, non inventò il metodo psicanalitico, ma lo rubò letteralmente a Joseph Breuer, trasformando quello che allora era un embrione di metodo terapeutico in una monumentale interpretazione di tutta la vita psichica e dell'universo mondo.
In realtà, non guarì mai nessuno, e falsificò i resoconti sui casi da lui “studiati” per provare il contrario, ma causò la morte di almeno altri tre pazienti scambiando per isteria quelli che erano invece sintomi di disturbi organici. Interessato soprattutto a mantenere uno stile di vita lussuoso, si faceva pagare l'equivalente di 450 euro attuali per un'ora di “sedute” nel corso delle quali spesso si addormentava. In compenso, fece della psicanalisi una setta nella quale si richiedeva agli adepti la totale sottomissione al “maestro”. Che poi le teorie freudiane non abbiano mai avuto nessuna specie di avallo da parte di ricercatori “terzi” e indipendenti, questo è ovvio e risaputo, ammesso a denti stretti dagli stessi freudiani.
Esiste un'affinità, una consanguineità fra psicanalisi e marxismo? Io sarei incline a dare a ciò una risposta affermativa, e Onfray porta involontariamente elementi importanti a sostegno di questa convinzione. Dico involontariamente, poiché essi emergono in tutta chiarezza da un capitolo del Crepuscolo di un idolo che invece vorrebbe piuttosto raccontarci dei compromessi cui Freud era sceso per permettere alla sua dottrina di convivere con fascismo e nazismo. Comunque, leggiamo che secondo Onfray:
“Freud accetta il determinismo teorizzato dalla dottrina marxista: in effetti, l’infrastruttura economica può condizionare la sovrastruttura ideologica, perché la filosofia di Freud, così come il pensiero di Marx, insegna che la libertà, il libero arbitrio, la coscienza di un soggetto libero e autonomo, la possibilità di immaginarsi indenne da ogni influenza, costituiscono improbabili finzioni metafisiche.
Marx & Freud conducono una battaglia analoga nello stesso campo ontologico come negatori dell’autonomia. Per l’uno e per l’altro, infatti, l’uomo è un effetto, non una causa: in un caso delle sue pulsioni libidiche e  della sua vita psichica, nell’altro delle condizioni di produzione economica”.
E poco più avanti riporta una citazione di Freud che negli anni '30 parla del comunismo sovietico in termini che non si potrebbero definire altro che entusiastici:
«Vi sono anche uomini d’azione, irremovibili nelle loro convinzioni, inaccessibili al dubbio, insensibili alle sofferenze altrui qualora si frappongano alle loro intenzioni. Dobbiamo a tali uomini se il grandioso esperimento di un ordine nuovo è attualmente in corso in Russia. In un’epoca in cui grandi nazioni annunciano di aspettarsi la salvezza dal mantenimento della devozione cristiana, la rivoluzione russa – malgrado un buon numero di particolari sgradevoli – appare dopo tutto un messaggio per un futuro migliore» (XI, 283-284).
Teniamo presente che il grande uomo d'azione allora in carica al Cremlino era Josef Stalin, e i “particolari sgradevoli” cui allude Freud, erano milioni di morti ammazzati.
Andando a rivedere l'elenco delle pseudo-scienze tutte tese in una maniera o nell'altra ad avallare l'ideologia democratica, mi rendo conto che il quadro che ho tracciato è alquanto incompleto, ne avrei dovute menzionare ancora almeno due: l'antropologia culturale di Levi Strauss e l'epistemologia anarchica di Paul Feyerabend.
Per restare al titolo di questo articolo, toccando l'argomento dell'antropologia culturale, di fantasmi e stregoni tocca parlare parecchio. Il postulato fondamentale, il dogma dell'antropologia culturale enunciato da Claude Levi-Strauss è “il rifiuto di distinguere fra le conoscenze e gli usi”. Che cosa significa? Facciamo un esempio: se un europeo e un indigeno africano o di qualche isola tropicale si ammalano e il primo si rivolge al medico e il secondo a uno stregone commissionandogli un esorcismo, questo non significa che uno ha accesso a una conoscenza medica efficace, mentre l'altro può contare al massimo su di un effetto placebo, ma solo che l'uno ha certe usanze e l'altro altre un po' diverse. Al diavolo Koch, Pasteur, Semmelweis, tutti i grandi medici e scienziati che si sono consumati gli occhi incollati giorni e notti all'oculare del microscopio per cercare rimedi efficaci ai mal che affliggono l'umanità. Al diavolo la scienza “occidentale” e il pensiero razionale così schifosamente “bianchi”!
C'è poi una deformazione metodologica di base nella creazione della figura del selvaggio per giustapposizione fra il micronesiano e l'esquimese, selvaggio che appare invariabilmente pacifico, ospitale, incline a condividere le donne, figlio o materializzazione del mito del “buon selvaggio” di Rousseau. A costoro non passa nemmeno lontanamente per la testa che l'esquimese o il micronesiano sono ben lontani dal rappresentare il tipo umano “non civilizzato” medio, che l'esquimese vive in una nicchia ecologica marginale fra le più ostili del pianeta dal punto di vista climatico perché spintovi da popolazioni più aggressive e combattive, che l'abitante di una piccola isola del Pacifico non ha ordinariamente altri rapporti che con membri della sua tribù-clan familiare. E' tutto materiale buono per mettere sotto accusa la civiltà europea “bianca” aggressiva, guerrafondaia, maschilista e via dicendo, a scambiare per peculiarità della cultura europea quel che è invece caratteristico della maggior parte delle comunità umane, quali l'aggressività, le gerarchie, la pratica bellica verso altre popolazioni, la tendenza all'esclusività con conseguente gelosia verso terzi nel campo delle relazioni sessuali, e via dicendo, e allora ci accorgiamo di quale potente arsenale di armi ideologiche, anche se tutte basate su di un presupposto fasullo, questa sedicente antropologia ha messo a disposizione dei contestatori del '68 e dintorni.
Si può segnalare poi che non è nemmeno del tutto certa l'identificazione del selvaggio con il primitivo, ossia dell'uomo che avrebbe continuato a vivere in un ipotetico “stato di natura” primordiale. Il selvaggio potrebbe essere, e in alcuni casi probabilmente è, il residuo degenerato di culture un tempo evolute. All'esplorazione di quest'ipotesi, Silvano Lorenzoni ha dedicato quello che è forse il suo testo più impegnativo: Involuzione, il selvaggio come decaduto. E' un'idea che fa male, perché urta in pieno contro il mito di un progresso lineare ascendente immanente alla storia umana, perché fa pensare che se è stato possibile che in altre epoche tante culture anche elevate siano risprofondate all'indietro nella barbarie, nulla esclude che un domani un simile destino possa toccare a noi. 
Ritorniamo al nostro esempio in campo terapeutico: questi antropologi evitano con la maggior cura possibile di dire se ritengono che l'evocazione degli spiriti da parte di uno stregone sia a loro parere pura illusione o il padroneggiamento di forze in qualche modo reali, e alla fine vi lasciano con l'impressione che l'ultima superstizione, frutto balbettante di un pensiero embrionale appena oltre la soglia dell'umano e l'indagine della natura portata avanti da secoli dalle menti migliori di una civiltà con uno sforzo collettivo, il più grande impiego dell'intelligenza e della razionalità, abbiano lo stesso status epistemologico, questi tardi nipoti di Rousseau sono infine approdati nell'anti-illuminismo più puro.
Vi piacciono gli intrugli? In caso affermativo, vi do la ricetta per un intruglio particolarmente atroce: prendete una buona dose di antropologia culturale, aggiungete un po' di Scuola di Francoforte (che non sta mai male) e di Edmond Husserl di Dialektik der Aufklaerung, unite una discreta quantità di femminismo e di “diritti dei gay”, stemperate l'impasto così ottenuto in salsa democratica, marxista e anarchica. Questa è più o meno la ricetta dell'epistemologia anarchica di Paul Feyerabend. Devo essere sincero: sono stato alquanto incerto se inserire o meno questo personaggio e il suo “pensiero” in questa trattazione; sotto un certo aspetto, si ricollega chiaramente a una generazione di filosofi che hanno praticato una disinvolta fusione tra marxismo ed esistenzialismo, magari con l'aiuto di una buona dose di psicanalisi – di cui ho già detto cosa si debba pensare in termini scientifici – Jean Paul Sartre è stato il capostipite di tutti loro; hanno preparato il '68 e portato il concetto di filosofia al punto più basso di considerazione e rispettabilità che questo termine ha avuto nei venticinque secoli da quando fu coniato da Platone.
Tuttavia, poiché quella di Feyerabend ha preteso di essere un'epistemologia, una filosofia della scienza, è il caso di occuparcene qui, con l'avvertenza che se si dovesse cercare di stendere un analogo rapporto sulle aberrazioni in campo non scientifico ma filosofico, probabilmente non ne uscirebbe un articolo ma un libro spesso quanto un dizionario o un elenco telefonico.
  Lo scritto principale nel quale Feyerabend ha esposto la sua epistemologia anarchica si intitola Contro il metodo. Il metodo oggetto dei suoi attacchi non è, come forse si potrebbe credere, il metodo scientifico sviluppato da Galilei e Newton, ma più in generale il metodo cartesiano e la persuasione di una razionalità immanente comune a tutti gli uomini. Contro di esso, giudicato troppo “occidentale”, “borghese”, “maschilista”, “eterosessuale”, con una batteria di argomenti tratti dall'antropologia culturale, Feyerabend rivendica la “parità di diritti” per le visioni del mondo non-occidentali, proletarie (leggi: marxismo), delle femministe, dei gay. “Parità di diritti”, si badi bene, ed è questo il punto insidioso di tutto il discorso, che riguarda non le persone, ma le culture o le identità culturali. In altre parole, se a un africano ammalato permettiamo o addirittura consigliamo di rivolgersi a un medico piuttosto che a uno stregone, commettiamo un atto violento, facciamo violenza alla sua identità culturale imponendogli la nostra cultura “bianca”.
Si vede bene qui che l'illuminismo finisce per negare se stesso: dalla verità universale fondata sulla ragione comune a tutti gli uomini, attraverso Rousseau, l'antropologia culturale e l'epistemologia anarchica, si passa al totale relativismo di conoscenze e di valori, lo stregone l'ha totalmente vinta sullo scienziato e sul filosofo che vorrebbe usare la ragione.
Questa potrebbe essere la nostra conclusione, ma ci sono ancora diverse cose da precisare. Per quanto riguarda le culture cosiddette extraoccidentali, si è già detto cosa se ne possa pensare, e la rivendicazione di una “parità di diritti”  con la cultura europea non si può spiegare se non in base all'eterno masochismo, all'eterno cupio dissolvi della sinistra sempre pronta a sognare e predicare integrazioni e multiculturalismi impossibili. Lo vediamo bene oggi più che mai, che l'immigrazione ci porta in casa gente e “cultura” non europea in quantità sempre più strabocchevoli. L'esperienza quotidiana ci dimostra che l'integrazione è una fola per i gonzi. Costoro non dimostrano nessuna intenzione di integrarsi se non per quel tanto che gli fa comodo, non dimostrano nessun rispetto della nostra cultura delle nostre leggi, delle nostre usanze, ma – ultimi arrivati – la fanno da padroni in casa nostra, non vogliono integrarsi ma soppiantarci, sicuri che la demografia e la differenza di tasso riproduttivo fra noi e loro, daranno loro ragione, e la sinistra con le sue favole multiculturali vorrebbe portarci a occhi chiusi oltre l'orlo del baratro più in fretta possibile.
  Un altro punto di cui ho parlato più di una volta nei miei articoli, ma sul quale perso sia utile ritornare una volta di più, è che a mio parere non esiste nulla che si possa realmente definire come “civiltà occidentale”. In altre epoche, dall'inizi del XVI secolo alla fine del XIX, “Occidente” significava l'Europa più le sue propaggini extraeuropee. Oggi, a partire soprattutto dal 1945, è diventata una parola-trappola che ha la pretesa di farci credere che fra l'Europa e l'America che la domina in conseguenza della sconfitta nelle due guerre mondiali, non esista nessuna sostanziale differenza di civiltà. Le cose stanno ben altrimenti, e la migliore dimostrazione di ciò si ha proprio considerando quella tradizione di pensiero razionale risalente non a Voltaire, ma a Talete e a Platone, che caratterizza (o caratterizzava, perché non dobbiamo ignorare gli effetti di sessant'anni di plagio mediatico) la cultura europea ed è praticamente assente negli Stati Uniti, sostituita da un lato dall'ossessione biblica, dall'altro dal potere plagiario del sistema mediatico hollywoodiano e televisivo, cui qualsiasi finzione ripetuta abbastanza a lungo sostituisce, diventa  la realtà. Per chi sia interessato ad approfondire l'argomento, consiglierei la lettura del bellissimo saggio di Sergio Gozzoli L'incolmabile fossato pubblicato su “L'uomo libero”.
E' l'Europa, la nostra povera Europa, sconfitta, dominata e oggi invasa dalla marmaglia terzomondista, il nostro unico possibile riferimento.
Una “cultura proletaria”, è una cortina fumogena, una sorta di pretesa di non applicare ai regimi comunisti la logica “borghese” che è poi la logica di tutti quanti, la sola che esista, che ci dimostra che questi regimi, poi crollati sotto il loro stesso peso in un'inedita implosione che non trova paragoni storici, sono stati il più gigantesco aborto di tutti i tempi, incapaci di assicurare ai loro sudditi altro che oppressione e miseria.
Una cultura femminista e gay. Penso che nulla dimostri meglio la politica di ipocrita doppio binario che caratterizza la sinistra: si fa di un fatto personale come il sesso o le preferenze sessuali un fatto “culturale” e “politico” con un'evidente forzatura, poi quando altri vorrebbero confrontarsi con questi fatti culturali e politici così come ci si confronta coi fatti culturali e politici, ecco che tutto questo miracolosamente ridiventa un attacco alla persona, anche se non era certo questa l'intenzione di chi ha obiettato (il metodo, del resto, l'aveva inventato Sigmund Freud, che ha approfittato della circostanza di essere ebreo per accusare di antisemitismo chiunque non fosse pronto a prostrarsi ai piedi dell'idolo psicanalitico).
Noi non possiamo pensare di contrapporci alle aberrazioni del pensiero democratico facendo appello a un pensiero esoterico o mistico che non può, per ovvi motivi, avere un'ampia circolazione, ma è proprio su terreno della razionalità, della scientificità, che il pensiero democratico mostra il suo aspetto stregonesco e trova le sue più brucianti sconfessioni.