Presentazione di EreticaMente

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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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mercoledì 22 maggio 2013

A volte ritornano



di Fabrizio Belloni


Vi ricordate l’affare “tocai”? Il tocai è, o meglio, era un ottimo vino nativo di San Floriano del Collio, sopra Gorizia. Tanto apprezzato che si diffuse prima a tutto il Friuli, poi anche in Veneto.

Quando l’Ungheria entrò nella Unione Europea, nacque il contenzioso con il loro “Tokaj”, ottimo vino ungherese, del tutto diverso dal nostro. Secco e profumatissimo il tocai Italiano, liquoroso, da dessert il vino ungherese.

Il contenzioso lo perdemmo. Anche se dalla nostra parte ci fu la testimonianza del Barone Formentini,  dal cui castello, a San Floriano, tanti secoli fa partì una baronessina che andava a sposarsi in Ungheria. Tra le tante ricchezze che portava in dote vi era cospicuo numero di “barbatelle”, le radici di un vino che si coltivava attorno al Castello: il nostro Tocai. Ancor oggi, a ricordo, in Ungheria esiste il “Tokaj furmint”, a memoria dell’origine.


Sono maligno per natura, ma nessuno mi toglie dalla testa che il contenzioso con l’Ungheria lo perdemmo perché nessuno difese i nostri interessi in Europa. Maligno per maligno, oltre al menefreghismo, ci aggiungo che nessuno parlava alcuna lingua che non fosse il romanesco o il napoletano; né inglese, né francese, né tedesco. Neppure l’italiano, aggiungo con un diabolico sorriso.

Oggi rischia di riproporsi la stessa situazione: Non ha fatto tempo ad entrare nella Comunità Europea, che la Croazia ha rivendicato la denominazione di “Prosek” per una specie di gazzosa imbevibile, dolce ed acida allo stesso tempo, che vorrebbe sostituire una delle ricchezze della nostra arte vitivinicola: il “Prosecco”. Sempre con malignità subodoro un interesse francese, dietro la mossa croata: da un po’ di tempo i nostri migliori “Prosecchi” stanno sostituendo lo “champagne” commerciale in giro per il mondo.

Dalla nostra parte vi è una località, sopra Trieste, da cui è originario il nostro spumante, che si chiama appunto Prosecco. Dovrebbe bastare, vero?

Basta che in Europa ci vada qualcuno che abbia a cuore gli interessi della nostra Terra,che magari parli qualche lingua, e che sia allergico alle bustarelle.

Hai detto niente!


Fabrizio Belloni
Cell. 348 31 61 598
Martedì 21 maggio 2013.

martedì 30 aprile 2013

Identità



di Fabio Calabrese


Capita spesso che degli articoli nascano da altri articoli, quando ci si accorge di non aver detto tutto quello che si intendeva dire, quando ci sono questioni che meritano di essere ulteriormente approfondite.

Redigendo il mio scritto precedente, “Euroscettici e populisti”, mi è capitato di parlare sommariamente del fenomeno della globalizzazione e di quello ad esso parallelo dei “no global”.

Anche se le due cose sono collegate, non si dovrebbe confondere del tutto globalizzazione con mondialismo. Quest'ultimo, infatti, è qualcosa di più del fatto che le economie delle diverse aree del nostro pianeta sono di fatto interdipendenti, è la tendenza a creare ovunque società multietniche attraverso la migrazione da un'area all'altra di grandi masse umane, con il corollario effetto della sparizione di popoli, etnie e culture per dare luogo a un'umanità totalmente ibridata e imbastardita. Chi non sia divorato dal demone di ideologie cosmopolite (cristianesimo, illuminismo, marxismo) non può non vedere che questo destino che incombe su di noi è la peggiore delle disgrazie. Qualcuno, con un'immagine semplice ma efficace, l'ha paragonato a un tritacarne: esso sta preparando alla nostra specie la stessa sorte di un animale passato al tritacarne, dopo un simile trattamento non è più possibile distinguere pelle, carne, ossa, interiora ma solo una poltiglia esattamente come si vuole avvenga alla sciagurata umanità del terzo millennio.


Tutte le opposizioni alla globalizzazione dovrebbero in realtà essere, se non sono deviate verso un falso scopo, opposizioni al mondialismo. Opporsi alla globalizzazione E NON al mondialismo, come fanno i “no global” di sinistra che guardano con simpatia a ogni forma di meticciato, è il massimo dell'assurdità. Quale significato potrebbe infatti avere mantenere dei segmenti dell'economia separati dal mercato globale se nel contempo si vuole far sparire i popoli, le etnie, le culture a cui queste economie differenziate dovrebbero fare da supporto? Sarà forse perché ci si muove nell'ambito dell'illogicità pura, che il movimento “no global” si è assai presto trasformato in un'accolita di teppisti fra i più violenti che si possono immaginare, capaci di mettere a ferro e a fuoco una città, ma non di avere un ragionamento che vada oltre la giaculatoria di slogan balbettanti.

Una vera opposizione al mondialismo si ritrova semmai in tutti quei movimenti che possiamo chiamare identitari, e che sicuramente non si collocano a sinistra.

Tutti questi concetti li avevo spiegati anni fa in un articolo, “Identitari e no global”, scritto per la rivista “Identità” di Salvatore Francia, e pubblicato sulla stessa, una bella iniziativa che però non è riuscita a durare.

Anche nei confronti di questi movimenti identitari esprimevo però una certa cautela: non si può pensare di tornare, che so, alle comunità di villaggio dell'età neolitica. Identità non va necessariamente intesa come localismo e campanilismo (destinato oltre tutto a venire fatalmente in urto con altri campanilismi), separatismo in stile Lega Nord e via dicendo. Io penso che sia una questione di semplice realismo. Le realtà nazionali e meglio ancora un'Europa di popoli reciprocamente solidali, un'Europa svegliatasi dal drogato incubo UE possono avere la forza di opporsi alle tendenze mondialiste, ma le micropatrie sono scogli destinati a essere sommersi al montare della marea, o addirittura ghiaia che può essere sbattuta per ogni dove.

Bene, mi sono dovuto accorgere che quando ho scritto queste cose, sono stato anche troppo generoso.  

Ultimamente, dopo due anni di sospensione, si è tornato a svolgere il tradizionale raduno leghista di Pontida (ora, io vorrei persino tralasciare il fatto della totale incongruenza storica: quando i comuni raccolti nella Lega Lombarda tennero a Pontida lo storico giuramento, la loro coalizione non era rivolta certo contro lo stato italiano che allora non esisteva, ma contro l’impero germanico guidato da Federico Barbarossa, e per questo motivo in età romantica gli episodi del giuramento di Pontida e della battaglia di Legnano sono stati celebrati come loro antesignani dai patrioti risorgimentali certamente con più coerenza storica dei leghisti odierni).

Prendo in mano il giornale che dedicava un articolo a questo evento, e rimango allibito guardando la foto che lo correda, dove si vedono tre tizi, tre militanti leghisti, due dei quali vestiti con asciugamani e lenzuoli che a loro parere dovevano riprodurre l'abbigliamento degli antichi Celti e con in testa elmi cornuti (uno dei due con le corna disposte orizzontalmente che saranno state un metro per parte), il terzo con un costume, verosimilmente di gommapiuma, da orco dei cartoni animati.

Cose di questo genere andrebbero bene a carnevale, sarebbero ancora state passabili a un'hobbiton tolkieniana o a un festival celtico, ma non certo al raduno di una forza politica che bene o male si candida alla guida del Paese, cos'è, una ricerca dell'identità o della buffonata?

Queste micropatrie non esistono se non sul piano del folclore, e del folclore pacchiano, che ha più a che fare coi fumetti di Asterix che con la storia.

Coloro che mi conoscono sanno che mi sono occupato e continuo a occuparmi molto di celtismo, per una serie di motivi, perché quella degli antichi Celti è una cultura misconosciuta, negata da chi ha interesse a mantenere il mito bugiardo di una civilizzazione da oriente, perché la radice celtica è comune a molte nazioni europee, e dovremmo prenderla in seria considerazione se la nostra finalità è quella di dar vita a un'Europa basata sul sangue e sulla storia invece che sul dio denaro (e si vede bene oggi come questa “Europa” creata sulla base dell'interesse si sta rivelando una macroscopica truffa ai danni degli Europei), e in fine – last but not least – perché anche da noi in Italia una spiritualità di tipo celtico è piuttosto sentita e seguita laddove, salvo pochissimi, per quanto riguarda il paganesimo classico non si va oltre un interesse erudito per la sua mitologia, e penso sia necessario mantenere la disponibilità al coagulo, al sincretismo, alla collaborazione fra le forze spirituali che si oppongono sia a un cristianesimo sempre più mondialista, sia all'ateismo marxista, ma non ho mai trovato nel celtismo un pretesto per negare la mia italianità, e, come se non bastasse, le buffonate preferisco lasciarle fare a qualcun altro.

Quasi all'improvviso, ancora prima di ripiegare il giornale, mi è però venuto un altro pensiero. Perché ci si inventa delle patrie immaginarie? Per quale motivo si vuole essere Galli cisalpini, padani, longobardi magari, e nell'altra mezza Italia da sotto Roma in poi figli delle Due Sicilie o della Magna Grecia?

Si vuole, si vorrebbe essere tutto meno che italiani perché dell'Italia ci si vergogna. Ma la colpa di questa situazione, di questo senso di ripulsa estremamente diffuso, non può essere imputata ai leghisti o ai loro equivalenti meridionali. Diciamola la verità, una volta per tutte e con chiarezza: settant'anni di democrazia antifascista sono riusciti a produrre negli Italiani la vergogna di essere tali. E' a mio parere una responsabilità gravissima di cui la classe dirigente democratica e antifascista dovrebbe essere chiamata a rispondere, non meno che degli intrallazzi e delle ruberie del saccheggio infinito della cosa pubblica. La maggior parte di costoro dovrebbe essere traslata direttamente dai banchi parlamentari al banco degli imputati.

Occorre una buona conoscenza, una consapevolezza storica ma anche e forse soprattutto grinta, orgoglio per capire che noi non siamo quello che ci hanno ridotti a essere. Perdonatemi la citazione dal “Re leone” disneyano ma che nel nostro caso calza a pennello, e forse dovremmo ripeterci tutti i giorni: “Tu sei molto di più di quel che sei diventato”.

Occorre sollevare lo sguardo oltre le miserie del tempo presente. Quale altra nazione può vantarsi di aver dato al mondo Roma e il rinascimento? Non basta. Ci sono stati quattro uomini che forse più di ogni altro hanno cambiato i destini del Mondo: Marco Polo, che ha reso consapevoli gli Europei dell'esistenza di un vasto mondo oltre e lontano dalle sponde del Mediterraneo, Leonardo Da Vinci, il geniale anticipatore che ha intuito la scienza e la tecnica moderne, “Un uomo sveglio quando tutto il resto dell'umanità dormiva”, l'ha definito Sigmund Freud, Cristoforo Colombo che con la scoperta dell'America ha unificato la storia del nostro pianeta svoltasi fin allora come su due palcoscenici, quello eurasiatico-africano e quello americano, del tutto separati, Galileo Galilei che ha inventato il metodo sperimentale-matematico e fondato la scienza moderna. Questi quattro uomini avevano una cosa in comune. Sapete quale? Erano tutti e quattro italiani, come me e voi.

L'UNESCO ha stimato che l'Italia contiene il 50%, la metà del patrimonio artistico, architettonico, archeologico mondiale. Questo immenso patrimonio di cui oggi non ci prendiamo sufficiente cura, non è arrivato in Italia per caso, che anzi la nostra terra è stata semmai vittima di saccheggi, spoliazioni, furti che ne hanno fatto finire un'ingente quantità all'estero, è stato prodotto nei secoli dal senso artistico, dall'inventiva, dalla genialità della nostra gente.

Non abbiamo nessun motivo di vergognarci e molti motivi di fierezza per il fatto di essere italiani, semmai è la democrazia antifascista che ci deve procurare repulsione e disgusto.

Tutte queste pseudo-identità pseudo-nazionali che ho nominato sono traballanti, e infatti appena qualcuno di questi padani, cisalpini, bi-siculi, magni greci si reca all’estero, viene subito identificato come l’italiano che non vorrebbe essere. Che qualcuno di questi si provi a raccontarla agli stranieri la storiella dei padani e dei bi-siculi, otterrà solo di farsi ridere in faccia!

L'identità nazionale è qualcosa che non si può scegliere. L'identità in generale è CIO' CHE NON SI SCEGLIE. Nessuno sceglie il tempo e il luogo della propria nascita, i propri genitori, il proprio sesso (oddio, è vero, alcune persone scelgono di ALTERARE il proprio sesso, ma è discutibile che diventino realmente dell'altro, non ai fini riproduttivi, e si pongono comunque in una situazione di non normalità). Una persona può scegliere un lavoro, una carriera, un partner, ma proprio per questo, queste cose non fanno parte dell'identità. Si può decidere di cambiare lavoro, si può divorziare dalla propria moglie, dal proprio marito, ma non dai genitori.

L'identità nazionale è dello stesso ordine, è qualcosa con cui nasciamo e non possiamo cambiare. Questo lo si può percepire come una non libertà, ma sappiamo anche che la libertà TOTALE non è possibile né desiderabile. Konrad Lorenz faceva notare che gli organismi dotati di scheletro come l'uomo, hanno perso la libertà di poter flettere ogni segmento del proprio corpo in ogni direzione possibile, libertà che hanno invece i lombrichi, ma è solo questo che ci consente di avere la libertà di alzarci in piedi. Identità, appartenenza, radicamento in una realtà nazionale, etnica, storica, culturale possono essere percepiti come dei limiti, ma sono essi che consentono a ciascuno di noi di non essere solo un puntino, un nulla perso nel magmatico caos di un'umanità sterminata fatta di miliardi di nostri simili.

E' proprio questo che oggi un sistema che tende all'informe, alla cancellazione delle differenze, tende ad abolire, non per dare all'uomo maggiore libertà, ma per renderlo più facilmente manipolabile.

A me era capitato diverso tempo fa di sottoporre alcuni miei scritti all'attenzione di un mio collega ed amico. A fronte di una valutazione complessivamente positiva, egli mi rimproverò l'uso che facevo del termine “etnico” là dove egli riteneva che sarebbe stato più appropriato scrivere “nazionale”. Io avevo dato per scontato che “ethnos” fosse la stessa cosa che “ghenos”, che una comunità umana sia innanzi tutto definita dalla comunità di sangue, ma – egli mi fece notare – nel linguaggio volutamente ambiguo o per meglio dire surrettiziamente impregnato di costrutti ideologici delle scienze sociali attuali, “etnico” ha finito per riferirsi alle componenti culturali-apprese in opposizione a quelle biologiche-innate, ed era quindi il caso di non prestare il fianco all'equivoco o a questa aberrante concezione.

In base all'aberrazione delle attuali “scienze sociali”, un afroamericano, un nero che parla e pensa in inglese, lingua germanica, è “un germanico”. Non sorridete, perché questo è il tipo di situazioni che l'immigrazione porterà sempre più massicciamente anche da noi.

L'idea stessa di nazione implica la continuità e l'appartenenza di sangue. “Natio” viene da “nasco”, ed è per questo che si cerca oggi di sostituirla sempre di più con quella di cittadinanza, il cui significato si riduce a nulla di più di uno scarabocchio e di un timbro su di un pezzo di carta.

In una bellissima pagina del “Dialogo dei Massimi Sistemi”, Galileo Galilei descrive i pedanti del suo tempo, i quali, non piacendo loro il mondo così com'è, cercano di sostituirlo con un “mondo di carta” fatto di citazioni di Aristotele. Questo genere di pedanti non si è estinto, si è semplicemente trasferito dalla scienza alla giurisprudenza e alla politica.

Diciamola la verità, con chiarezza e una volta per tutte, non solo la “natio”, l'eredità di sangue di ciascuno di noi, è un costituente fondamentale dell'identità personale di ciascuno di noi oltre a concorrere a formare un'identità etnica in misura infinitamente più importante di tutti i costrutti culturali, ma l'appartenenza a un “ghenos” comporta inevitabilmente un “ethos” a cui non è possibile sottrarsi.

La verità pura e semplice è che SI NASCE SCHIERATI. Questo lo si capisce molto bene se si ha la ventura, come è accaduto a me, di nascere su di un confine “caldo”. E' un fatto la cui consapevolezza si cerca a ogni modo di rimuovere, ma rimane un fatto: gli Italiani della sponda orientale dell'Adriatico hanno pagato per tutti e nella maniera più atroce la sconfitta nella seconda guerra mondiale. Io non so se il maresciallo Tito, il dittatore comunista jugoslavo abbia mai letto il “Mein Kampf”, ma di certo ha applicato alla lettera la formula hitleriana: “Il suolo straniero si può assimilare, il sangue straniero no, o lo si allontana o lo si elimina. Con il crollo dell'Asse, sulla sponda orientale dell'Adriatico è avvenuta una “pulizia etnica” di grandi dimensioni (anche in questo caso, nel distorto linguaggio dei democratici, teso a falsare le cose, “etnico” significa “culturale”?): decine di migliaia di italiani colpevoli solo di essere tali, sono stati massacrati, gettati vivi negli inghiottitoi carsici noti come foibe, ma lo scopo, pienamente riuscito, era di indurre gli altri alla fuga con il terrore.

Tanto per prevenire le solite, scontatissime, noiose fino alla nausea, obiezioni di parte democratico-antifascista, dirò che – è vero – prima della guerra e durante essa il fascismo qui sul confine orientale ha avuto dei torti nei confronti degli sloveni, ma prima di tutto ha ereditato una situazione di conflitto fra le due nazionalità di gran lunga preesistente, risalente all'ottocento o anche prima, e poi, se gli italiani in camicia nera hanno avuto dei torti, quello che ci è stato reso è stato il diecimila per cento, o anche oltre. Qualsiasi popolo che non fosse infettato di masochismo antinazionale di matrice marxista come purtroppo è l'Italia postbellica e attuale, l'avrebbe smessa da un pezzo con lo strabismo masochista e autoflagellatorio dei blateramenti antifascisti.

Trieste si è trovata in una situazione particolare: per un mese e mezzo ha subito l'orrore dell'occupazione titina e della “pulizia etnica” di cui ancora oggi la foiba di Basovizza è la tragica e tangibile testimonianza, poi, non si sa per quale strano miracolo, gli angloamericani hanno allontanato gli occupanti titini dalla città, che altrimenti sarebbe oggi solo un pezzo di Slovenia, ma essa non è stata restituita all'Italia. Per nove anni essa è vissuta nella totale incertezza del suo destino, in bilico fra il ritorno dell'Italia, la definitiva annessione jugoslava, un subito abortito “territorio libero”, l'occupazione militare angloamericana.

Essere patrioti italiani, anti-slavi e ovviamente anticomunisti, per gli italiani di Trieste non era una scelta ma una semplice questione di sopravvivenza.

La cosa peggiore, la cosa che a posteriori ferisce di più, però non è tanto questa, quanto piuttosto l'operato dei “compagni” italiani, di coloro che vivendo ben lontani da questo scomodo confine potevano permettersi il lusso di essere appunto “compagni”, l'omertà tombale con cui questo delitto è stato avvolto e nascosto per almeno sei decenni (assieme, va detto, agli eccidi di civili innocenti e di avversari disarmati dopo la resa, agli stupri, alle torture che costituiscono il volto nascosto della “resistenza” anche nostrana), atrocità che si cerca ancora oggi di nascondere negando i fatti.

Contrariamente a quanto affermano oggi i “compagni” diventati con una bizzarra metamorfosi il più solido sgabello del grande capitale usuraio internazionale, contrariamente a quanto dichiarò Walter Veltroni durante la campagna elettorale del 2008 (“la lotta di classe non esiste!”), i conflitti di classe esistono, ma hanno un ruolo marginale e accessorio rispetto a quelli di nazionalità, di sangue, di “ghenos”. Quando qualcuno s'inventa un'utopia internazionalista, nove volte su dieci il suo scopo reale è di subornare qualcuno di altra nazionalità a vantaggio della propria. Questo è stato certo il caso dell'internazionalismo comunista in Europa, che è stato la maschera del nazionalismo slavo (russo, jugoslavo, eccetera) nella sua guerra contro il mondo latino e germanico.

Anche solo ricordare le vittime delle foibe e la tragedia dell'esodo e, a maggior ragione opporsi alle arroganti pretese della minoranza slovena significava essere un “fascista”. Nei lineamenti dei “compagni” non ho mai scorto, non ho mai potuto scorgere altro che il volto del nemico.

Forse è bene che vi accenni qualcosa della storia della mia famiglia e della mia storia personale. Mio padre fu uno di quelli che per i nove anni del governo militare alleato erano sempre a manifestare in difesa dell'italianità di Trieste, e questo significava rischiare la pelle quasi quotidianamente negli scontri con gli slavo-comunisti  e la polizia militare alleata (che almeno in un'occasione, nel novembre 1953 sparò ad altezza d'uomo, facendo quattro morti, fra cui un ragazzino, Pierino Addobbati) Un mio zio, fratello di mio padre, era carabiniere e scampò per un pelo alle foibe, ma sua moglie, che era la sorella di mia madre (erano due fratelli che avevano sposato due sorelle) fu costretta tanto a subire minacce, perquisizioni, persecuzioni, terrore, che ne ebbe la mente sconvolta. Un'altra sorella di mia madre morì per i postumi delle lesioni riportate durante un bombardamento angloamericano. Con questa storia familiare, non ho mai nutrito un amore sviscerato né per gli uni, i “compagni”, né per gli altri, i “liberatori” a stelle e strisce.

Io devo ammettere di essere stato ABBASTANZA fortunato, ho attraversato il periodo “caldo” degli anni '70 portandomi dietro “solo” un carico pendenti che mi ha gravato sul capo per vent'anni. Per che cosa? A dirlo fa quasi ridere, per partecipazione a una manifestazione non autorizzata!

Finita questa storia (che mi è comunque costata la perdita di un posto di lavoro), ne è cominciata un'altra più grave. Eravamo ai tempi della dissoluzione dello stato jugoslavo, quando da noi esplose un fulmine a ciel sereno: in base ad accordi fra il governo italiano e quello jugoslavo che sarebbero dovuti rimanere segreti, l'esercito jugoslavo avrebbe dovuto ritirarsi dalla Slovenia passando per Trieste per imbarcarsi. Caso strano (che non aveva precedenti e non si è più ripetuto) in quel momento al Quirinale sedeva un uomo perbene, Francesco Cossiga, che rivelò pubblicamente quel che si stava macchinando alle spalle di una città dove il ricordo di quel che aveva significato la presenza jugoslava da fine aprile a giugno 1945, era ancora vivo.

La cosa provocò a Trieste il trambusto che è facile immaginare. Io a quel tempo lavoravo in un liceo scientifico il cui preside era non solo “rosso come il fuoco” come avrebbe detto la mia povera mamma, ma un pazzo squilibrato dagli istinti tirannici non diversi da quelli di un despota orientale. Quel giorno, arrivando a scuola, trovai i ragazzi in evidente stato di agitazione: avevano chiesto un'assemblea al “compagno preside”, in assoluto la persona più odiosa che abbia mai conosciuto in vita mia, e ovviamente, Stalin Secondo che era pronto a concederle per qualsiasi cavolata purché di sinistra, gliel'aveva “democraticamente” rifiutata.

“Bene”, dissi ai miei allievi, “Facciamo l'assemblea in classe”.

Bastò, la cosa arrivò all'orecchio del Dittatore Scolastico, e da quel momento non ebbi più pace: anni di boicottaggio, di “mobbing” durante i quali me ne piovvero di contestazioni d'addebito, e in cui il “compagno preside” cercò di aizzare colleghi, genitori e studenti contro di me, fino a quando non ne potei più e “mi rifugiai” in un istituto tecnico accettando una cattedra di minor prestigio ma ponendo fine a una situazione che era diventata insostenibile. Tutto questo può parere poco, ma vi assicuro che la prospettiva di perdere il lavoro quando si ha famiglia e due figli piccoli, non è certo una di quelle che si possano contemplare con serenità.

Io non voglio atteggiarmi a vittima, so benissimo che ci sono molti camerati che per aver osato manifestare le loro idee si sono trovati in situazioni ben peggiori, hanno subito la galera vittime di processi montatura, patito ogni sorta di ostracismo e di emarginazione sociale: hanno il mio pieno rispetto e la mia piena solidarietà e non voglio certo paragonarmi a loro, ma diciamo quanto meno che la mia esperienza mi ha insegnato una cosa, il REALE significato della parola “democrazia”, cioè tappare la bocca a chi la pensa diversamente.

Non mi si chieda di non essere un fascista o quello che i “buoni democratici” nella loro innata e ipocrita bigotteria considerano “un fascista”, sarebbe come chiedermi di cessare di esistere.   
   

mercoledì 23 gennaio 2013

Opinione, appartenenza, identità


di Fabio Calabrese


Gli analisti politici in genere distinguono i motivi per cui si può esprimere un voto a determinati partiti o, in genere, riconoscersi in una data collocazione politica – che non si esprime sempre necessariamente in un voto, anzi oggi comincia a essere sempre meno collegata al rito elettorale, dato il crescente fenomeno dell'astensione come forma di protesta – in motivi di opinione e motivi di appartenenza.
Si può, in poche parole, riconoscersi in un determinato orientamento perché si è razionalmente convinti della bontà di ciò che esso propone, oppure per motivi di appartenenza familiare, di amicizie, di colleganza, del perché in passato si è compiuta una scelta a favore di un certo schieramento anche se attualmente non se ne condivide la linea, eccetera, eccetera, in una gamma quasi infinita di motivazioni.
In Italia, è cosa risaputa, l'appartenenza prevale nettamente sull'opinione, da qui una certa fissità nel ripartirsi in campi avversi più o meno bloccati della nostra opinione pubblica. Non dico che questo sia un bene o un male, è semplicemente un fatto. Se noi consideriamo il fatto che da settant'anni dobbiamo lottare per la sopravvivenza di una concezione del mondo che oggi è marginale ed emarginata, questa “viscosità” italica, il fatto che un'opinione politica non sia una cosa che si cambia con estrema facilità, che sia in qualche modo simile a una fede religiosa (o al tifo per una squadra di calcio), è un vantaggio ma il rovescio della medaglia, lo svantaggio è che fra le persone che in qualche modo si riconoscono in un'area “nostra” è estremamente difficile formulare un'idea, un concetto, una serie di idee e di concetti che siano ampiamente condivisi, proprio perché il legame fra appartenenza e opinione è spesso evanescente.
Se guardiamo quel che accade sul fronte a noi opposto, a sinistra in particolare, vediamo che vi sono due “anime” facilmente riconoscibili, quelli che possiamo chiamare i post-comunisti e i neo-comunisti. Per i primi, l'esperienza della bandiera rossa e del movimento operaio è qualcosa di definitivamente smaltito: sono radical-democratici talvolta radical-chic, il cui oracolo è “La Repubblica”, desiderosi di estendere a livello planetario la democrazia, la globalizzazione, il mondialismo, di dare il voto agli immigrati; la loro forza di riferimento è il PD, ma guardano con simpatia anche a Monti e al “governo dei professori”. I neo-comunisti sono invece nostalgici del '68, no global, no TAV, attivisti dei Centri Sociali e con un rimpianto nemmeno troppo mascherato per i bei tempi dell'Unione Sovietica.
Se guardiamo nelle nostre fila, benché numericamente molto più esigue, dobbiamo ammettere che pressappoco ci sono tante “anime” quanti sono i militanti. Almeno, è questa la spiegazione di certi atteggiamenti che altrimenti sarebbero poco comprensibili, almeno se partiamo dal presupposto che sia soprattutto la gente di idee “nostre” a frequentare i nostri siti.
Vi cito in proposito un fatto che ha del sorprendente: se voi credete che nel mondo attuale, nel mondo di internet, della cosiddetta comunicazione globale esista una libera circolazione delle informazioni, che non esista una censura, una selezione delle stesse, che informazioni sgradite al sistema non filtrino senza enorme difficoltà, vi sbagliate di grosso.
La caduta dell'Unione Sovietica ha portato all'apertura degli archivi segreti del Cremlino da cui sono uscite molte cose in grado di rivoluzionare l'idea che noi abbiamo della storia del XX secolo. In particolare dal 1992 hanno cominciato a essere pubblicati una serie di libri firmati Viktor Suvorov, ma il vero nome del cui autore è Vladimir Rezun, ex agente del KGB che portano una serie di prove che l'evento centrale della seconda guerra mondiale, l'Operazione Barbarossa, l'attacco tedesco all'Unione Sovietica non fu che una mossa disperata intesa a prevenire un'imminente offensiva sovietica contro l'Europa occidentale. 
In Italia, naturalmente, dove la cultura e la storiografia sono soffocate da un plumbeo conformismo di sinistra, non solo i libri di Rezun-Suvorov non sono mai stati tradotti, ma fino a pochissimo tempo fa non se n'è saputo nulla. Qualche tempo fa, tuttavia, è girata un po' in internet la traduzione di una recensione cumulativa di questi testi, anch'essa piuttosto datata ad opera di Daniel W. Michaels pubblicata sul numero di luglio-agosto 1998 di “The Journal of historical Rewiev”.
La conclusione è lampante, e ribalta decenni di pregiudizi:
“Questo attacco, [l'operazione Barbarossa] insiste Suvorov, fu un enorme e disperato azzardo. Ma, minacciato da forze sovietiche superiori  pronte a schiacciare la Germania e l’Europa, Hitler non aveva altra alternativa che lanciare il suo attacco preventivo.
(...).
Nella primavera del 1945, truppe dell’Armata Rossa riuscirono ad issare la bandiera rossa sul palazzo del Reichstag a Berlino. Lo dobbiamo agli immensi sacrifici delle forze tedesche e dell’Asse se le truppe sovietiche non sono riuscite ad issare la bandiera rossa a Parigi, Amsterdam, Copenhagen, Roma, Stoccolma e, forse, Londra”.
Il fascismo “male assoluto”? No, scudo dell'Europa contro l'aggressione della più bestiale tirannide di tutti i tempi.
Mi sembrava importante fare quanto era in mio (modestissimo) potere per diffondere a mia volta un documento di questa importanza. In più, potevo aggiungere qualche tassello per mio conto. Sembra strano, ma sessant'anni fa, nei momenti più accesi della Guerra Fredda si poteva parlare di certe cose con maggiore libertà di oggi, perlomeno non c'era l'obbligo di non parlare male del comunismo senza aggiungerci la falsa precisazione che comunque le sue atrocità andavano “nel senso della storia” ed erano comunque scusabili di fronte al “male assoluto” fascista oggi più demonizzato di allora perché dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica è solo questa demonizzazione a fornire un pretesto al perpetuarsi della dominazione americana sull'Europa.
Nel dopoguerra, un industriale americano, George Racey Jordan che durante il conflitto era stato ufficiale di collegamento con i sovietici, pubblicò i diari relativi a tale esperienza; anche questa documentazione non mi risulta sia stata pubblicata in italiano, ma su “Selezione” del febbraio 1953 ne fu pubblicato un estratto. Oggi questo fascicoletto è praticamente introvabile.
Dai diari del maggiore Jordan risulta non solo la totale malafede dei sovietici che approfittarono della collaborazione per installare negli USA una ramificata rete spionistica, ma anche l'anomalia del comportamento delle alte sfere della politica e delle forze armate americane che, o agirono con sorprendente irresponsabilità e dabbenaggine, oppure si proponevano finalità molto diverse da quelle dichiarate alla loro opinione pubblica, poiché fornirono ai sovietici non solo una profusione di materiale bellico, ma i piani segreti dell'arma nucleare assieme a una scorta di materiale fissile, nonché beni di lusso in abbondanza per i minuti piaceri della nomenklatura del Cremlino.
Basandomi su questi due documenti e aggiungendovi alcune considerazioni sulle testimonianze della partecipazione italiana alla campagna di Russia, ho scritto un articolo, “La grande menzogna patriottica”, che è stato pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa.
Le testimonianze che prendevo in considerazione erano quelle contenute nei due libri di due reduci, “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi e “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern; due testi che sono anche un esempio da manuale di come raccontando un evento e sottolineando certi aspetti piuttosto che altri, se ne possono dare interpretazioni opposte. L'episodio più importante e tragico della partecipazione italiana al conflitto tedesco-sovietico fu, è noto, la ritirata dei nostri soldati dal Volga al Don conseguente al crollo del fronte di Stalingrado, che fu, per la mancanza di mezzi motorizzati, un'estenuante marcia a piedi in condizioni climatiche tremende e già circondati dal nemico. 
Il libro di Bedeschi non nasconde certo le condizioni drammatiche in cui il nostro contingente si venne a trovare, per la disorganizzazione e la mancanza di mezzi, ma la battaglia di Nikolajewka nella quale la divisione alpina Tridentina sfondò l'accerchiamento nemico permettendo ai superstiti dell'estenuante ritirata di salvarsi, la lotta eroica in condizioni disperate di inferiorità numerica e di mezzi, che trova un parallelo solo nell'altrettanto eroico comportamento dei paracadutisti della Folgore a El Alamein, è descritta con i toni dell'epopea.
Rigoni Stern, invece insiste sullo sbandamento, e verrebbe da dire sullo sbracamento delle nostre truppe durante la ritirata. In più sembra nutrire un odio sviscerato verso i Tedeschi; ingigantisce un episodio marginale: alcuni soldati tedeschi si impadroniscono di alcuni camion che i nostri avevano abbandonato essendo rimasti senza benzina e che quindi non avrebbero comunque potuto utilizzare. I Tedeschi diventano così i responsabili della tragedia che ha colpito il contingente italiano.
Del brutale trattamento inflitto dai Sovietici ai prigionieri in spregio alle convenzioni internazionali, neppure una parola (ed è davvero un peccato che nell'articolo non abbia pensato di citare una lettera di risposta di Palmiro Togliatti a Stalin, emersa anch'essa dagli archivi sovietici dopo il 1991; consultato dal dittatore in merito all'opportunità di riservare ai nostri prigionieri un trattamento meno disumano che ai tedeschi, il suo lacchè e capo del PCI postbellico rispose che non era il caso di avere alcuna pietà: ogni nostro soldato morto significava una famiglia antifascista in più; non c'è niente da fare: comunista significa sempre, comunque, dovunque bastardo e assassino).
Del comportamento degli alti comandi antifascisti e legati alla monarchia che, sperando in una sconfitta per sbarazzarsi del fascismo, sabotarono le nostre forze armate e nascosero a Mussolini lo stato di impreparazione e disorganizzazione del nostro esercito e condussero un gioco sporchissimo sulla pelle dei nostri soldati, nemmeno.
I due libri sono andati incontro a fortune molto diverse: quello di Bedeschi non so neppure se oggi sia più ristampato, mentre “Il sergente nella neve” è diventato un testo di lettura per le scuole e ne è stata fatta anche una riduzione teatrale.
In più, notavo, quello “Stern”, secondo cognome del “Sergente nella neve”, farebbe pensare a un'origine ebraica, ma non è che la cosa sia di per sé molto rilevante.
Ora diciamolo in tutta franchezza: i commenti anonimi o pseudonimi o con generalità incomplete che non consentono di risalire al loro autore hanno la stessa dignità delle lettere anonime. Parlando delle reazioni suscitate da questo articolo come da quello pubblicato su “Ereticamente” che vedremo subito dopo, non intendo dare ai loro autori una risposta che non meritano, ma analizzare una certa mentalità.
Tale Filippo ha commentato “Ma, leggere sta roba fa veramente cadere ...le braccia”. Date le motivazioni che adduce, viene da pensare che le sue ...braccia siano davvero male attaccate se cadono con tanta facilità. Precisa che in questo caso “Stern” il secondo cognome del sergente Rigoni non è di origine ebraica ma cimbra (i Cimbri sono la popolazione di origine germanica insediata sull'altopiano di Asiago); ne prendo atto, ma è un particolare di scarsa rilevanza che non muta la sostanza del discorso; asserisce poi che “Chiunque abbia letto Rigoni Stern e Bedeschi non può avere dubbi sui motivi delle rispettive fortune letterarie”. Ma dico, siamo davvero così ingenui da pensare che il fatto di essere politicamente allineati in un certo modo non c'entri per nulla? Altro non c'è per giustificare l'attribuzione al mio articolo dei suoi fastidiosi problemi ... ortopedici.
La sfilza, piuttosto lunga, dei restanti commenti al mio articolo mi ha sconcertato: la discussione si è incentrata sulla questione delle origini ebraiche o cimbre del sergente Rigoni, cosa in ultima analisi del tutto irrilevante (come se per il fatto di essere “gentili” non si potesse essere lontani dall'obiettività), perdendo del tutto di vista il senso importante dell'articolo, cioè il fatto che alla luce di quanto emerso dagli archivi del Cremlino la storia della seconda guerra mondiale andrebbe completamente riscritta.
Io non posso – ovviamente – sapere se il signor Filippo non sia per caso una persona di tutt'altro orientamento politico per caso capitata sul sito della “Runa”, ma diciamo che anche se fosse “dei nostri” non me ne stupirei troppo, e conosco la psicologia abbastanza da sospettare che se gli argomenti che adduce non giustificano l'intensità della sua reazione emotiva, essa è certamente spiegata da qualcos'altro. Che cosa? Anche qui mi sentirei di avanzare un'ipotesi.
Io ho fatto un chiaro riferimento al valore dei nostri soldati rivelatosi tanto più nelle circostanze drammatiche di una lotta disperata in condizioni di inferiorità numerica e di mezzi, Nikolaewka come El Alamein, come tanti episodi della prima guerra mondiale. Non è la prima volta che lo osservo: di fronte alle prove storiche evidenti che smentiscono il cliché, lo stereotipo che cercano di darci a bere da settant'anni dell'italiano opportunista e vigliacchetto, molti non sanno cosa replicare, ma restano con ...le braccia cadenti, attaccati a quest'immagine che non ci fa certo onore.
E' una cosa che ho osservato più volte: negli ambienti “nostri” tutto ciò che è interpretabile come patriottismo, italianità, dà spesso un fastidio non minore di quello che fino a poco tempo fa si riscontrava “a sinistra”, anche se oggi in un perverso gioco delle parti “i compagni” sembrano aver capovolto il loro orientamento ed essersi scoperti ferventi patrioti, in realtà per dare fastidio alla Lega, per farci digerire l'accostamento fra il risorgimento e la cosiddetta resistenza, per indorarci la pillola della dissoluzione del nostro popolo in un'ibrida realtà multietnica, per una serie di motivi che sono l'esatto opposto di un reale sentimento identitario.
Per essere chiari, Filippo e l'anonimo estensore del commento che segue illustrano bene lo scarto fra opinione e appartenenza, ed entrambi ci richiamano involontariamente all'esigenza di avere un'idea precisa riguardo al concetto di identità.
Ultimamente ho pubblicato su “Ereticamente” un articolo, “Il paradosso e l'equivoco”. Il paradosso è, a mio modo di vedere, quello delle declinanti fortune del nostro ambiente in un momento in cui, mai come ora, ci sarebbe bisogno di una forte presenza “nostra”; l'equivoco è quello di scambiare le nostre concezioni con “la destra”, l'atlantismo, il filo-americanismo, cose che di certo non ci appartengono ma che siamo trovate appiccicate in conseguenza della situazione creata dalla Guerra Fredda, ma che ormai dovremmo scrollarci decisamente di dosso, essendo la stessa cessata da quasi un quarto di secolo. Vi trascrivo il commento di qualcuno che non ha ritenuto opportuno firmarsi in alcun modo.
“Non vi è nulla di positivo nel MSI: l'atlantismo è la Destra,il capitalismo, una delle due teste del mostro che è il Sistema. Per quanto riguarda l'Italia del tricolore giacobino e massonico, non esiste: è stata voluta proprio dal Sistema che a parole siamo tutti capaci di combattere. Non si può combattere il Male con il Male: l'unica riscossa identitaria europea e dei suoi veri popoli non può prescindere dallo smantellamento dei farseschi nazionalismi ottocenteschi, per una Fortezza Europa costituita non da Stati-apparato come l'Italia unitaria, ma dalle vere etnie europee”.
Riguardo al vecchio MSI io esprimerei una maggiore cautela: ultimamente ho avuto su questo argomento una discussione epistolare con Maurizio Barozzi della FNCRSI, persona che ritengo bene informata e attendibile nelle sue valutazioni, che mi ha espresso l'opinione che l'impulso alla costituzione del MSI sarebbe venuto da ambienti atlantici che intendevano catturare l'opinione pubblica “nostra” in direzione atlantista e filo-americana, ma bisogna anche tenere conto del fatto che negli anni nelle sue fila hanno militato tanti camerati in buona fede.
Per quanto riguarda destra, atlantismo, filo-americanismo, filo-sionismo magari, assolutamente d'accordo.
Ciò su cui invece non posso proprio assolutamente convenire, è la presunzione dell'inesistenza della nazione italiana. Se l'anonimo avesse ragione, quanto meno non si capirebbe perché mai i pupari del grande capitale finanziario internazionale che stanno dietro ai burattini della BCE e della UE mirino così scopertamente alla dissoluzione degli stati nazionali a favore della pseudo-Unione Europea, mentre non è un mistero capire perché questa vecchia favola marxista che le nazioni sarebbero una creazione artificiosa della borghesia liberale ottocentesca, alla quale i “compagni” mostrano di aver smesso di credere (con l'eccezione forse di qualche professore che avendo insegnato sciocchezze per tutta la vita, non può che continuare a farlo), debba avere ancora credito nei nostri ambienti.
Il fatto è che ci troviamo stretti in una bella contraddizione: da un lato il sentimento di appartenenza alla “natio” dovrebbe essere il primo, il più evidente marchio della nostra identità, dall'altro non possiamo nasconderci il fatto che il movimento risorgimentale è andato a inserirsi in un moto complessivo di sovversione e decadenza dell'Europa, che il vero volto delle rivoluzioni liberal-democratiche in cui anche il nostro risorgimento è inserito, era il movimento tendente a spostare il potere “dai castelli alle banche”, la sostituzione dell'aristocrazia del sangue con l'oligarchia del denaro.
Che l'idea stessa di Italia nasca con le rivoluzioni liberali ottocentesche, questa è una sciocchezza marxista (una delle tante), e non occorre una profonda conoscenza storica per dimostrarlo. Certamente vi ricordate il lamento di Dante per la disunione della nostra Penisola: “Ahi, serva Italia”, e prima di lui Guittone d'Arezzo, “Ora è stagion di tanto dolore”, poi “All'Italia” di Petrarca, il lamento che Michelangelo mette in bocca alla sua “Notte” nelle Cappelle Medicee. Per non parlare di Machiavelli, pronto a sacrificare qualunque cosa a un “Principe” capace di creare un forte stato nazionale, ma anche Guicciardini elenca fra i suoi desideri quello di vedere l'Italia libera dallo straniero, per arrivare fino a Leopardi, figlio della piccola nobiltà provinciale che, pur estraneo al movimento romantico, scrive anch'egli un'ode “All'Italia” i cui sentimenti patriottici non sono meno forti di quelli dei romantici stessi né del Petrarca. Farsi da Dante e Guittone, questi nostri intellettuali erano forse dei veggenti che presentirono l'invenzione borghese ottocentesca con cinque-sei secoli d'anticipo?  
Riguardo alla questione risorgimentale; nel 2011 sono caduti i centocinquanta anni dell'unità nazionale e, come era prevedibile, sono stati accompagnati da un acceso dibattito fra “patrioti” e anti-risorgimentali. Io ho dedicato alla questione un ampio saggio, “Il grande equivoco” che è stato pubblicato sul n. 70 de “L'uomo libero”. Ve ne riassumo la tesi: A mio parere tutti quanti, che si collochino nell'uno o nell'altro schieramento, hanno confuso due cose molto diverse che sarebbe invece mantenere ben distinte: una, l'insorgenza spontanea del nostro popolo che ha ritrovato un orgoglio e una dignità dopo secoli di oppressione e dominazioni straniere, l'altra, TUTT'ALTRA COSA, un movimento di uomini, collegati al liberalismo-massoneria internazionale che a un certo punto si è impadronito di questa insorgenza, l'ha per così dire CONFISCATA per le proprie finalità; il caso è tutto sommato abbastanza analogo a quello rappresentato dalla storia dei movimenti socialisti dove l'ansia di riscatto sociale del socialismo umanitario delle origini è stata del pari CONFISCATA e distorta ai propri fini dalla tirannide bolscevica.
Sono numerosi gli episodi che dimostrano che la favola marxista del carattere esclusivamente borghese del moto risorgimentale  a cui le masse popolari sarebbero rimaste estranee, non ha nessuna consistenza. Pensiamo a Venezia che resistette per un anno e mezzo alla riconquista da parte degli austriaci, sopportando un durissimo assedio, finché non fu piegata da un'epidemia di colera, l'ultima isola di resistenza popolare in Europa che mostrò al mondo intero che il leone di San Marco aveva ancora gli artigli.
Pensiamo a Brescia, “la leonessa d'Italia” che si ribellò agli Austriaci per impedire loro di prendere l'esercito piemontese alle spalle, e tenne per dieci giorni le truppe austriache impegnate in durissimi combattimenti strada per strada. Pensiamo alla stessa impresa garibaldina. Crediamo davvero possibile che Garibaldi avrebbe potuto con un migliaio di uomini conquistare un regno esteso a metà della nostra Penisola se non avesse potuto contare “in loco” su un fortissimo appoggio popolare? Pochi anni dopo quelle stesse genti meridionali che avevano appoggiato e accompagnato la marcia trionfale di Garibaldi diedero vita a quella ribellione popolare che è stata a lungo calunniata come brigantaggio. E' chiaro che si sentirono e furono TRADITE dallo stato unitario.
L'episodio forse più interessante, peccato che sia scarsamente conosciuto fuori dal Friuli Venezia Giulia, avvenne a Osoppo, un paese dell'alto Friuli che, nonostante le sue dimensioni modeste, nel 1848-49 resistette per mesi alla riconquista austriaca. In suo onore, nel 1943-44, ne prese il nome la brigata partigiana “bianca” che operava in Friuli. La triste fine di questa unità è uno degli episodi più bui e meno ricordati della cosiddetta resistenza. Avendo rifiutato di passare agli ordini del IX Corpus jugoslavo, cosa che prefigurava l'annessione dell'intero Friuli alla Jugoslavia come dagli accordi intercorsi fra Tito e Togliatti, furono circondati e disarmati con l'inganno dai comunisti della brigata Garibaldi e fucilati in massa. Ho spesso provato un senso di pena per i ragazzi della Osoppo che hanno pagato atrocemente una scelta sbagliata: se volevano lottare per riscattare l'onore dell'Italia, quanto avrebbero fatto meglio ad arruolarsi nella RSI!
Quel che non cambia, invece, è il senso della parola “comunista”: bastardo, traditore, assassino pronto a colpire alla schiena.
Ma torniamo alla nostra analisi del risorgimento. Gioverà ricordare che il primo episodio di quell'insorgenza spontanea che testimonia del nostro ritrovato orgoglio nazionale, il primo episodio che possiamo chiamare risorgimentale non si pone certo sotto il segno giacobino-liberal-massonico; tutto al contrario, fu la ribellione di Verona alle angherie delle truppe napoleoniche che portò alla spietata repressione da parte dei Francesi nota come “pasque veronesi”, perché anche questi “liberatori” come quelli del 1943-45, non avevano nessuna pietà.
La cartina di tornasole per distinguere il moto IDEOLOGICO liberal-massonico dalle finalità di riscatto nazionale, è molto facile da trovare: quando l'interesse dell'Italia e quello della loggia venivano a conflitto, cosa sceglievano questi “patrioti”? Regolarmente la loggia, dimostrando così chiaramente quale fosse la loro vera “patria”.
Un esempio palmare in questo senso è rappresentato dalla guerra franco-prussiana del 1870. I garibaldini accorsero in difesa della Francia: quella stessa Francia che nel 1848 aveva distrutto la repubblica romana, che nel 1859 aveva abbandonato il Piemonte con il voltafaccia di Villafranca e preteso ugualmente l'annessione di Nizza e della Savoia, e che all'epoca era l'ostacolo all'annessione di Roma.
Con la Prussia di Bismark, invece, non avevamo alcun genere di contenzioso, anzi, era grazie a essa che lo stato italiano aveva potuto annettersi il Veneto solo quattro anni prima. Ma tutto questo non contava, quel che contava davvero era il feroce ODIO IDEOLOGICO nutrito verso la Prussia di Bismark e per ciò che essa rappresentava, odio ideologico che i garibaldini condividevano certamente con i liberali e i massoni di tutta Europa: la rinascita del principio aristocratico in Europa, una rinascita che per di più non nasceva dal tronco ormai fatiscente degli “ancien regime”.
A costoro non dobbiamo nessuna gratitudine, il nostro riscatto nazionale è stato un effetto collaterale non previsto e non voluto della loro azione demolitrice del vecchio ordine europeo. Noi possiamo senza nessuna contraddizione sentirci figli di una grande nazione europea che ha dato al mondo Roma e il rinascimento, e combattere le forze che hanno prodotto la decadenza dell'Europa.
Saggezza significa saper rinunciare a qualcosa per salvare tutto il resto, e il qualcosa a cui dobbiamo avere la saggezza di saper rinunciare, sono precisamente le micro-patrie, i localismi, i campanilismi oltre tutto inevitabilmente contrapposti, nemmeno scogli ma ghiaia destinata a essere sommersa e sbattuta per ogni dove al montare della marea, la marea montante del mondialismo, della globalizzazione, del meticciato planetario. E' nella difesa della nostra cultura e della nostra identità italiana ed europea che abbiamo il dovere di tenere fermo.