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martedì 21 maggio 2013
Rodolfo Graziani, Onori ad un soldato!...seconda parte
di Mario M. Merlino
C’è un’altra fotografia che ho davanti a me. L’ho ritrovata nel secondo volume di Sette Anni di Guerra, di cui avevo fatto la raccolta al tempo del ginnasio, e che mio padre mi fece rilegare in premio non so più di quale (modesto) risultato scolastico. E’ il primo ottobre del ’43. Il Maresciallo Graziani ha raccolto attorno a sé alcune migliaia di ufficiali, in divisa e in borghese, accorsi alla sua chiamata al teatro Adriano. Poi in fitta schiera a rendere omaggio al Milite Ignoto. Ho scritto più volte che la fisiognomica non è una scienza, forse non è neppure una garanzia, ma quegli uomini, sì, appartengono ad altra razza. Razza dello Spirito che si esprime nel tratto del volto severo compreso spavaldo, dal passo cadenzato e sicuro. Essi sanno, non possono ignorare, che la guerra è perduta, ma sono lì perché un soldato misura se stesso oltre la vittoria e la sconfitta. Vi è Graziani in alta uniforme dell’esercito; si riconosce al suo fianco Renato Ricci in divisa della Milizia; a lato e in borghese Francesco Maria Barracu, nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che finirà contro la spalletta del lago di Como per accompagnare il Duce nell’ultimo suo viaggio.
Seicento giorni dopo alcuni di loro cadranno sotto la mannaia di feroci e improvvisati boia, figli della guerra civile; altri nelle carceri o dietro il filo spinato degli alleati. E quei plotoni d’esecuzione, l’agguato e il colpo alla nuca, le sbarre e i chiavistelli e il filo spinato saranno la premessa di come questo paese s’è ridestato alla libertà, alla democrazia. Un regalo che, dopo anni di beotica acquiescenza, mostra ora tutto il suo volto…Avete fatto attenzione alla faccia dei candidati nelle ricorrenti e riavvicinate tornate elettorali che ci sorridono, tronfi di sé, da larghi manifesti colorati? Quanta materia per Cesare Lombroso e discepoli…
(E i cretini, ovviamente, avendo compreso d’essere figli di quella razza e che, dunque, sono deputati al successo, si adoperano a mostrarsi in ogni circostanza, anche in commenti su queste pagine. Ad esempio, il convegno al Parco dei Principi, 1965, sulla guerra rivoluzionaria in cui vi avrebbero preso parte i torturatori della R.S.I. che ruolo gioca nell’aver evocato gli ufficiali massacrati a Lecco o le fotografie che ritraggono il Maresciallo Graziani nel campo di prigionia a Cap Matifou?... Mistero. A chi, poi, si mostra, attraverso l’insulto, bipede inferiore là dove all’ arrogante e presuntuosa incapacità di contestare i contenuti s’accontenta di ripetere luoghi comuni e superati, espressione di malafede o ignoranza, contro lo scrivente, beh, ‘faccia al sole e in culo al mondo!’ E, qui, vi assicuro, si chiude ogni dettata polemica presente e per l’avvenire).
L’11 gennaio del 1955, alle ore 5,30, Rodolfo Graziani muore in una clinica della Capitale dove era stato ricoverato. Consapevole della fine imminente aveva chiesto di essere vestito con la giubba sahariana, che aveva indossato durante il processo, e il cappotto militare della prigionia. E a coloro, che erano intorno al capezzale, aveva mormorato: ‘Se oggi è il giorno che mi devo presentare al giudizio di Dio, credo di poter andare sereno perché mi pare di aver sempre fatto il mio dovere. Ho sempre amato la famiglia e ho amato tanto, tanto gli italiani’.
Il ministro della Difesa Taviani, a cui era stata rivolta esplicita richiesta di tributare gli onori militari, aveva espresso la ‘impossibilità’ in applicazione delle leggi vigenti. Nessun riconoscimento ai combattenti della R.S.I., nonostante la sentenza del Tribunale Supremo Militare, 26 aprile 1954, che al contrario aveva decretato la piena legittimità. Insomma il valore della scelta il senso del dovere sono patrimonio di una parte, quella che ha stabilito la morale manichea dei vincitori e dei vinti. Forse è stato bene così: da una parte le istituzioni con i loro decreti leggi norme, istituzioni sempre più vuote e defenestrate dall’indifferenza e dal discredito, dall’altra una folla immensa, vecchi soldati di tutte le guerre, giovani che non hanno fatto in tempo ad imbracciare le armi e ne sentono inguaribile nostalgia, uomini e donne che sono un popolo e non più atomi dispersi in masse indistinte, una folla che ha voluto essere presente in chiesa in piazza nelle strade e, poi, scortarne la salma fino al comune di Affile, in Ciociaria. E il popolo ha sempre ragione quando mette in gioco i propri sentimenti… La famiglia aveva chiesto che i funerali fossero celebrati nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo tradizionalmente deputato ad esequie ufficiali. Il permesso è stato negato perché, nella stagione della desacralizzazione, anche la Chiesa finisce per fare scelte immanenti e di parte.
11 agosto 2012 un sacrario militare ad Affile, promesso, costruito in parte e finanziato dai soldi della Regione Lazio… ora revocati. ‘…ma il suo spirito, la sua opera, i suoi insegnamenti sono e saranno sempre più vivi che mai’ (gen. Arconovaldo Bonaccorsi, Ass. naz. Arditi d’Italia). Non è stato così, nulla forse rimane, forse non meritiamo nulla, forse non siamo più un popolo, forse siamo ormai solo poca cenere, polvere da disperdere al vento… eppure ‘Egli dal cielo, alla testa dei suoi battaglioni, dei suoi reggimenti, delle sue armate con le Bandiere della Patria spiegate al vento quale ronda tutelare che proteggerà l’Italia, alimenterà la nostra fiamma, il nostro amor di Patria per indurci ad essere sempre più degni…’.
domenica 19 maggio 2013
Maresciallo Rodolfo Graziani, Onori ad un soldato!
di Mario M. Merlino
Ho davanti a me una fotografia dove si vede un uomo, con il volto segnato, i capelli folti e bianchi, con il pastrano militare privo di spalline e gradi e decorazioni. Un volto che racconta di antiche ed estreme battaglie, di certe vittorie e di inevitabili sconfitte, un volto severo di chi sa rimanere in piedi tra le rovine, preservare se stesso ed il proprio mondo interiore di valori. Il volto di un soldato, di come dovrebbe essere ogni volto di soldato. Alle sue spalle la tenda del prigioniero, la sabbia del deserto, un cielo grigio e sporco. Ha avanti a sé un microfono: ‘…abbiamo operato virilmente, come abbiamo operato, perché abbiamo creduto che quella fosse la nostra missione nel supremo agone della Patria, che questo spirito nostro, agitato e sconvolto, possa trovare l’imperativo morale sul quale appoggiarsi all’avvenire… Io, vostro Maresciallo, sono presente al campo e quindi rappresento spiritualmente tutto e tutti; la Patria e la razza’. Asciutto e sintetico chè a un soldato non si chiede il ben parlare, si chiede, questo sì, d’essere degno dell’uniforme che indossa in guerra e in pace.
Quest’uomo, questo soldato, che è stato ricoverato nell’ospedale militare di Algeri ma che, successivamente, ha chiesto ed ottenuto d’essere rinchiuso dietro i reticolati del 211 Pow Camp per condividere il comune destino con quei soldati che, come lui, avvertirono il richiamo dell’Onore, questo soldato è il Maresciallo Rodolfo Graziani.
Sono rientrato questa domenica pomeriggio da Lecco, grigia e piovosa, dove mi sono immerso – e ricostruito con il coinvolgimento del cuore – nei luoghi ove si consumò la tragedia culminata con il massacro dei sedici ufficiali del btg. d’assalto Perugia della G.N.R. e del btg. Leonessa perché venissero risparmiati i loro centosessanta uomini, tutti giovanissimi. Ho visto il luogo dell’agguato partigiano e della breve resistenza, la scuola ove vennero ristretti depredati sottoposti a vessazioni inenarrabili, lo stadio in cui si consumò l’atto finale, i cadaveri ammucchiati sotto poche palate di terra, dissepolti e sui loro corpi vi pisciarono sopra ad estremo ludibrio. E la nuova targa a ricordo dove tutto questo orrore viene mascherato da atto di guerra legittimo perché i boia trovino riposo nelle loro comode tombe e tutta la città si lavi la coscienza. Ho proposto il mio libro Atmosfere in nero, dove narro di questa vicenda e della bella storia, sì, della bella storia d’amore tra Mila ed Emilio.
Sabato prossimo, 25 maggio, sarò nei pressi di Frosinone tra i relatori al convegno dedicato appunto al Maresciallo Rodolfo Graziani, che nacque e trovò sepoltura in terra di Ciociaria. Incontro doveroso e reso più urgente dal momento che la nuova giunta regionale di sinistra, di fronte alla crisi dell’occupazione della sanità della viabilità, ha ritenuto opportuno di tagliare i fondi destinati a completare lo spazio in via di edificazione a ricordo del Maresciallo Graziani, nel comune di Affile. Insomma, a quasi settant’anni di distanza dalla fine del secondo conflitto mondiale, vi è chi ritiene doverosa mantenere la rigida divisione tra vincitori (i buoni) e vinti (i cattivi). Dalla crisi delle ideologie, simbolicamente rappresentata dal crollo del muro di Berlino, vi è chi ancora ne fa un uso strumentale e menzognero per negare l’universalità e atemporalità del valore, i vincitori (tutti eroi e martiri, capaci di donare libertà e democrazia al nostro paese, trascurando il supporto della V e VIII Armate alleate) e i vinti (tutti, va da sé, numericamente insignificanti e tutti torturatori sadici venduti e asserviti al tedesco invasore).
Ho davanti a me un’altra fotografia, tratta dall’inserto de Il Secolo d’Italia, febbraio 1955. Si vede piazza Verdi, una ampia piazza di Roma nei pressi del quartiere Parioli, riempita da una folla immensa da migliaia e migliaia di braccia tese da tricolori e labari da un popolo di più generazioni (si parlò di oltre duecentomila persone) e, portata a braccia, si intravede la bara del Maresciallo Graziani, dopo la funzione religiosa celebratasi nella chiesa di San Roberto Bellarmino, la mattina del 13 gennaio. Credo (ma vi tornerò sopra in un prossimo contributo) quale ultima grandiosa autentica visione del Fascismo ‘immenso e rosso’. Dopo ci fu ‘il neofascismo’ che non è – e non solo in senso cronologico e terminologico – il Fascismo (questo va consegnato alla storia, l’altro alla cronaca, ad esempio). E, proprio sulla sua morte, sul funerale, su quella manifestazione vorrei incentrare il mio intervento al convegno del 25 maggio.
domenica 5 maggio 2013
25 aprile... 1945!
di Gianluca Padovan
Che cosa si ricorda il 25 aprile? Cosa si ricorda del 25 aprile? Ditemelo un po’ voi, che scendete in campo con le bandiere dell’uno, dell’altro o di chissà quale colore. Io prendo in mano, ancora una volta, un libro a me caro: «I Leoni Morti». Se avete voglia e tempo, con me ricordate.
Il 25 aprile, alle porte di Berlino, ad ovest del bosco di Gruenewald, i resti della XXXIII SS Waffen Gren Division “Charlemagne” si preparano. Questi Francesi ricevono l’ordine di rimanere uniti ai resti della XI SS Frw Pz Gren Division “Nordland”, comandata dal generale Friedenberg. L’XI Divisione è composta da Volontari Danesi, Norvegesi e Svedesi, ma oramai conta solo poco più di millecinquecento uomini. Ma di valore. Sono, anche loro, Volontari, come tutti gli appartenenti alle Waffen SS (Schütz Staffel). Il compito della Charlemagne e della Nordland è di difendere il settore di Berlino prossimo alla Cancelleria del Reich. E saranno poi tra gli ultimi a deporre le armi. Si dice che sotto la Porta di Brandeburgo un Volontario italiano esaurì le munizioni prima di ritirarsi.
Il Capitano Gauvin passa in rassegna gli uomini schierati, pronti per la partenza alla volta della capitale tedesca, circondata dalle truppe comuniste sovietiche: «Sotto l’elmetto d’acciaio avevano lo sguardo vuoto delle statue. Se Gauvin rivolgeva la parola ad uno di loro in tenuta di combattimento, riusciva a stento a cogliere un guizzo in quegli occhi che subito tornavano a fissare il nulla a sei passi davanti a loro. L’immobilità di questi soldati aveva qualcosa d’affascinante. Le mascelle contratte esprimevano una risolutezza feroce. Il sussulto improvviso d’un muscolo dei mascellari era l’unico segno di vita che si potesse cogliere sul loro volto. Indossavano la tuta leopardo o erano avvolti in teli da tenda impermeabili chiazzati di rossastro, di marrone e di giallo, che davano loro l’aspetto di grandi felini con gli scarponi. Condottieri d’una rivoluzione europea (...)» (Saint-Paulien, I Leoni Morti. La battaglia di Berlino, Ritter, Milano 1999, p. 41).
Così il Capitano delle SS Gauvin arringa i Volontari: «Riconosco in mezzo a voi i vecchi combattenti che, alle porte di Mosca, hanno rasentato la vittoria ed hanno visto, sul cielo grigio e nero, stagliarsi le torri del Cremlino. Adesso sono qui. Non i Russi li hanno vinti. È stato il freddo. Proprio il giorno di quell’offensiva che avrebbe dovuto abbattere per sempre la Mecca rossa, il termometro è sceso da meno venti a meno quaranta gradi. Ve lo ricordate, amici? È a voi che mi rivolgo ora. Poco ci importerebbe di difendere la capitale tedesca, ma non è Berlino con le sue rovine che difendiamo, è il cuore di questa Europa, senza la quale il mondo non è nulla. La battaglia di Berlino non è l’estremo combattimento di questa guerra, ma il primo di quella lotta decisiva che si concluderà un giorno, ne sono fermamente convinto, con lo sfacelo del Bolscevismo» (ibidem, p. 46).
Perché il Bolscevismo, ricordiamolo, è: «La dottrina e il movimento bolscevico in Russia; nell’uso corrente è sinonimo di comunismo» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della lingua Italiana, Vol. I, Roma 1986, p. 492). Dove bolscevico è l’«appartenente alla frazione di maggioranza del partito socialdemocratico russo costituitosi durante il secondo congresso (Londra, 1903), che rappresentava, sotto la guida di Lenin, la corrente più rivoluzionaria e intransigente» (ivi). Nikolaj Lenin, ricordiamo anche questo, è il nome del rivoluzionario ebraico Vladimir Il’ic Uljanov, uno dei fautori della rivoluzione comunista russa dei primi del Novecento e della trasformazione dell’impero russo in Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).
E ancora: «Nel frastuono delle armi erano giunte alle loro orecchie solo parole d’ordine strane e contraddittorie: socialismo biologico, difesa della cristianità, lotta contro l’internazionale rossa del Bolscevismo, l’internazionale gialla del giudaismo, la potenza dell’oro ed il capitalismo internazionale, ed infine contro l’internazionale nera dei Gesuiti! (Nero, giallo e rosso, i colori della bandiera della repubblica di Weimar!) Lotta, anche, alla Frammassoneria...» (Saint-Paulien, op. cit., p. 42).
Oggi abbiamo un presidente della repubblica che non ha fatto gli interessi dello stato e per il quale i Cittadini Italiani hanno pagato. Ho scritto in minuscolo il tutto perché questa non è una repubblica, ma quello che resta di una Nazione, quella Italiana, atterrata dalle banche e dai banchieri promotori e servi dell’«usura», anche di bolscevica memoria. Noi abbiamo il diritto e il dovere di ricordare e di commemorare coloro i quali sono poi stati demonizzati da un vincitore apolide, coatto e servo delle banche. Abbiamo il dovere di ricordare coloro i quali, da Volontari, si sono battuti fino alla fine, senza chinare il capo. Abbiamo il dovere di ricordare questi Volontari Vittoriosi, in questo 25 aprile di auspicabile Vittoria.
giovedì 2 maggio 2013
Le Gabbie dell’Infinito.
di Gianluca Padovan
Tanti anni fa ho letto un romanzetto di fantascienza, il quale parlava, neanche a dirlo, di guerre tra mondi. O giù di li.
Per andare a conquistare terre, sempre più in profondità nell’universo, i terrestri avevano messo in campo il meglio della tecnologia. Non avevano trovato il sistema di muoversi più velocemente della luce, quello no. Ma avevano inventato delle specie di container da spedire nello spazio. Mi pare di ricordare che tali scatoloni metallici si chiamassero «Gabbie dell’Infinito».
Quando una di queste gabbie, priva di piloti, giungeva su di un nuovo pianeta, si autoinstallava. Diveniva così, a tutti gli effetti, una sorta di stazione. Era una stazione di teletrasporto. Dalla Terra, in una Gabbia dell’Infinito gemella, entravano le truppe d’assalto le quali, in tempi brevissimi, quantificabili nell’ordine dei minuti, venivano teletrasportate dall’altra parte e passavano all’azione.
Chiaramente, chi veniva invaso non era propriamente felice. E così, qualcuno dotato, a sua volta, di tecnologia avanzata, passò al contrattacco. Per farla breve diciamo che il contrattaccante riusciva ad applicare alle Gabbie dell’Infinito un sistema che emetteva onde condizionanti. Tale sistema instillava nel profondo delle truppe attaccanti un sentimento di pace, un desiderio di armonia, un potente anelito di affratellamento, di mescolamento pacifico, di accoppiamento con le popolazioni che, in realtà, era venuto a invadere e a sterminare.
In pratica le agguerrite truppe d’assalto terrestri sbarcavano sul nuovo pianeta e... si facevano massacrare intanto che, gettate le armi, coglievano fiori e predicavano (o tentavano di predicare) la pace.
Non so com’è, ma la situazione politica, militare e sociale attuale mi ricorda, per taluni versi, ma progressivamente sempre più da vicino, i tratti foschi di quel fantascientifico romanzo.
Spedizioni militari di pace invadono stati non loro, ammazzano chi si oppone, rubano donne, avorio, diamanti, petrolio, fosfati, ecc. Al contempo, in patria, si abbattono le frontiere, si accoglie chiunque, magari gli si dà pure importanti incarichi partitici, politici e sociali. Il buonismo e il mondialismo sono le nuove mode, le nuove tendenze, le parole d’ordine delle religioni dominanti.
Gli stranieri, in mezzo alla massa di ottenebrati invertebrati, a poco a poco fanno da padroni. S’impossessano di beni materiali, impongono i loro costumi, i loro culti, come se tutto ciò fosse il massimo bene per la popolazione silenziosamente invasa.
In pratica, ecco laddove colgo la similitudine, ahimè, peggiorata e di gran lunga: pochi desiderano i beni di tutti (e non già il loro bene). Tali pochi impiegano le forze guerriere, sperando che poche tornino poi a casa. Ma chi si arricchisce in patria non deve prosperare, altrimenti loro (ovvero “i pochi eletti”) non possono troneggiare su tutti. Danno quindi il contentino di rivalsa agli invasi, lasciandogli via libera per invadere a loro volta. E coloro i quali sono invasi non si devono ribellare, ma accogliere benevolmente chi sarà il loro diretto aguzzino. Così i più paciosi e invertebrati hanno la palliativa sensazione di lavarsi la coscienza. Masse che si scontrano non danno problemi ai “pochi eletti” che imperano. Tanto, mal che vada, pagheranno lautamente metà degli eventuali rivoltosi, affinché questi sparino sull’altra metà.
Cos’altro dire?
Si può assolutamente vivere della propria terra, senza desiderare quella d’altri. Basta togliere il potere a coloro i quali vogliono tutto.
Questi che tutto vogliono, questi “pochi eletti”, per avere effettivamente tutto hanno la necessità di creare guerre, tensioni razziali, mescolamenti forzati e (perché no?) pure una sorta di «Gabbie dell’Infinito»: basta che siano a ciclo continuo e reversibile, a seconda della necessità del momento.
giovedì 25 aprile 2013
25 aprile: tutti gli anni si festeggia una sconfitta
di Enrico Marino
Tempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Fra queste la ricorrenza del 25 aprile, ma subito da sinistra ci fu una sollevazione di sdegno perchè quella festa doveva restare l’occasione di divisioni e di commemorazioni di parte. Gli agguati dei partigiani e le rappresaglie; una guerra civile che mise gli uni contro gli altri migliaia di italiani; i terrificanti bombardamenti angloamericani; i partigiani giustiziati e la macelleria messicana di Piazzale Loreto; i partiti che tornano alla luce del sole; le vendette e gli assassini partigiani del post-aprile 1945, quando in molti che erano stati dalla parte di Salò vennero braccati e uccisi, spesso innocentissimi; tutto questo doveva rimanere, non come ammonimento, ma solo come occasione per riaprire un fossato e spargere veleni anche fra le giovani generazioni e riproporre, sulla base di assurde equiparazioni fra il presente e il passato, scenari di contrapposizione feroce fra gli italiani. La retorica peggiore sul 1945 è, infatti, quella di chi vorrebbe riesumare pari pari la "Resistenza"nell'oggi, di coloro che radicalizzano scelleratamente il confronto politico e rievocando i luoghi comuni della vulgata resistenziale - dei quali il tempo e gli accadimenti hanno ormai dimostrato la falsità - di quelli che hanno fatto del 25 aprile un feticcio intoccabile e un turpe commercio sul quale continuano a speculare associazioni reducistiche altrimenti marginali. Il 25 aprile continua, perciò, a essere una celebrazione ipocrita, tanto più in quanto non ci fu mai una liberazione, perché non siamo mai stati liberati. La verità è che il 25 aprile è una grossa mistificazione, in cui trionfa semplicemente la retorica comunista, stucchevole e dura a morire, nonostante la storia abbia certificato il suo fallimento politico, culturale e ideologico. Se analizzassimo gli eventi senza condizionamenti di parte, ci renderemmo conto che liberare un popolo da un’oppressione non significa semplicemente eliminare un totalitarismo qualsiasi, ma significa dare a quel popolo l’opportunità di uscire dalla sconfitta a testa alta e con dignità, per riprendere un cammino di progresso. Certamente non significa dividerlo e lasciarlo diviso nella menzogna storica, nella debolezza politica, nel vuoto etico e nella mistificazione di un periodo tragico in cui il “buono” e il “cattivo” vengono presentati in un quadro manicheo come due entità nettamente separate anziché come un tutt’uno, in un contesto nel quale chi lottava per l’una e per l’altra parte aveva ragioni e torti, condivisibili o meno che fossero.
Il vero è che alla fine della guerra a molti, sia interni al paese sia esterni, piacque l’idea indecente di un’Italia divisa e debole, sempre umiliata, inerme e succube, inoffensiva e pronta a uniformarsi alle scelte dei più forti, asservita all’alleato di turno e incapace di un ruolo alla pari. Insomma, un’Italia serva se non del comunismo totalitario sicuramente dell’americanismo peggiore. In questo, la Resistenza ha servito ugualmente bene due padroni. Il suo pezzente mito è stato abilmente alimentato e pompato dalla cultura comunista per imbrigliare in un permanente e antistorico fronte antifascista tutte le forze democratiche e impedire loro di emanciparsi politicamente emarginando dal potere la sinistra dell’epoca fino a oggi; d’altro canto ha avuto anche un’altra funzione, tenere il Paese sotto tutela ed evitare che riemergesse l’orgoglio nazionale, demonizzato come rigurgito fascista, senza una netta distinzione di colpa in questo tra comunisti, democristiani e socialisti. Tutti hanno avuto chiare e inequivocabili responsabilità in merito, perché hanno permesso che le decisioni sul destino del Paese fossero assunte a Washington o a Mosca, in un disegno volto a erodere l’identità e la sovranità del popolo italiano, affinché la coesione attorno a valori realmente condivisi, come patria e onore, orgoglio e identità nazionale, comunità e famiglia, non tornasse a infiammare il cuore degli italiani, come ancora oggi invece infiamma il cuore dei tedeschi e degli inglesi, dei francesi e degli americani.
Per questo, dunque, il mito della resistenza, la sua liturgia rinnovata di anno in anno, i suoi presunti princìpi di libertà sono solo valori posticci atti a nascondere il vuoto identitario e politico che affligge il nostro paese da decenni, perché il mito del 25 aprile si basa sulla miserabile bugia secondo cui l’Italia avrebbe vinto la guerra in base all’inedita definizione di “co-belligeranza”. Fu invece la sanzione della sconfitta nella Guerra Mondiale e la fine sanguinosa di una guerra civile e nessuna nazione festeggia date del genere. Né le nazioni vinte come la Germania e il Giappone e neppure una nazione vincitrice come si considera la Francia, il cui territorio era diviso in due come l’Italia, che non festeggia l’ingresso delle truppe gaulliste a Parigi e la sconfitta di Petain. L’Italia nata dalla finta vittoria partigiana - che in realtà è una vittoria solo degli Alleati e della loro strapotenza bellica – è inoltre ben diversa dall’Italia che avrebbe dovuto essere. Guardatela oggi, è una nazione patetica, piccola, corrotta, fintamente libera, viziata, apatica, divisa, vile e persino venduta ai poteri della finanza e dello straniero, con il consenso e la connivenza di tutti coloro che ritualmente e supinamente si ritrovano ogni anno in piazza a biascicare ipocritamente di antifascismo e libertà, condivisione di valori e memoria storica.
Ecco perché non si può festeggiare questa data. E’ preferibile chi, con la passione nel cuore, perse la guerra con onore, a coloro i quali quella guerra fecero finta di vincerla. Non si può ricordare come “festa nazionale” una data che ha queste macchie indelebili di faziosità e di menzogna.
Enrico Marino
mercoledì 24 aprile 2013
Un Venticinqueaprile da Leoni!
di Gianluca Padovan
Bordeggio svogliatamente tra le bancarelle della fiera di paese, quand’ecco apparirmi quella dei libri vecchi, usati e «sdrusci». Tra le montagne di caratteri stampati e le copertine ammiccanti mi si staglia la stella fortunata. E la colgo al volo. Si tratta del mirabile libro di Umberto Bocca: «Storia dell’Italia partigiana» (Bocca U., Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943 – maggio 1945, Feltrinelli, Milano 2012).
Lo definisco, a ragione veduta, «mirabile» in quanto è assolutamente difficoltoso comporre, nel campo della letteratura moderna (la quale abbia pretese storiche nonché veritiere), un libro impeccabilmente e smaccatamente parziale. Ovvero di parte.
Ho potuto ammirare la maestrìa di Giorgio Bocca nel lanciare, come in una carica di cavalleria, pagine e pagine di pura esaltazione delle straordinarie truppe combattenti partigiane. Nonché (per quale motivo sottacerlo) di smaccato entusiasmo nei confronti dei cristallini «alleati» e dello specchiatissimo élan (slancio. N.d.A.) liberatorio. Élan che tutt’oggi ancora ci schiaccia con le sue banche private e il signoraggio della moneta, di cui non si deve assolutamente parlare. Difatti, ciò, è politicamente scorretto.
Ma torniamo all’esondante capolavoro bocchesco: la sua dipanazione non incontra alcuno scoglio dove il cacciatorpediniere comunista possa incagliarsi. Tutti bravi, tutti onesti, tutti solidali nel donare al Popolo Italiano una bella repubblica in formato odierno: governata dalla massoneria internazionale. Non un solo accenno ai soldati della parte avversa, arresisi e torturati prima di essere ammazzati. Non una parola a proposito di quelle decine di migliaia di civili italiani d’ambo i sessi e d’ogni età trucidati e magari pure infoibati dal fulgore comunista. Nemmeno una pieghetta sui fatti caratterizzanti il 1943, il 1944, il 1945 e fino al 1947 ed oltre. Allora, mi dico, questo librone è proprio un po’ di parte.
Cosa diranno i giovani e i meno giovani, in questo oramai distante «Venticinqueaprile 2013»? Per capire che cosa siano stati gli anni del cosiddetto fulgore partigiano non si può prescindere dalla lettura dei numerosi libri di Marco Pirina editi dal Centro Studi e Ricerche Storiche «Silentes Loquimur». Non si può ignorare, ad esempio, il libro di Antonio Serena: «I giorni di Caino» (Serena A., I giorni di Caino. Il dramma dei vinti nei crimini ignorati dalla storia ufficiale, Panda Edizioni, Noventa Padovana 1990). Per capire anche solamente che cosa sia successo in Lombardia, nella Brianza, si deve necessariamente leggere il libro di Norberto Bergna: «Sconosciuti» (Bergna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011).
Bergna non è noto come lo è stato Bocca. Ma ha saputo comporre un libro equilibrato, senz’enfasi e inappuntabile dal punto di vista storico. Ovvero è stato in grado di comporre quello che non ha saputo, potuto o voluto comporre Giorgio Bocca.
«Sconosciuti» è un testo serio, dettagliato e rispettoso dei fatti storici e quindi della Storia. Il libro raccoglie avvenimenti, aneddoti e dinamiche delle esecuzioni sommarie le quali hanno caratterizzato il breve, ma drammatico, momento di dominio dei partigiani comunisti. Vi è la copia, ad esempio, del fonogramma del Comitato di Liberazione Nazionale di Monza «a firma del comunista Buzzelli, per la cessazione delle esecuzioni sommarie». Così recita il fonogramma datato 30 aprile 1945 e diramato su ordine dell’autorità americana: «D’ordine delle autorità Americane occupanti la zona di Monza tutte le esecuzioni devono essere sospese ed i colpevoli devono essere tenuti prigionieri per essere consegnati alle autorità alleate occupanti» (Bregna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011, p. 162). Oggi i criminali sono ancora onorati e incensati. Anche e soprattutto dalla massoneria internazionale. Nonché da chi non sa, da chi non vuole sapere e dagli stolti.
Gli opposti schieramenti dovrebbero battersi (se proprio non possono farne a meno) con lealtà ed onore. Da entrambe le parti taluni lo fecero, altri no. Il senso del mio qui presente scritto non vuole sottolineare le responsabilità di ognuno e le relative manchevolezze.
Desidera invece ricordare che a quasi settant’anni da quegli accadimenti si ha paura di dire la verità. Si ha una coscienza talmente laida che non si sa bene che cosa farne. A quasi settant’anni da quegli accadimenti l’intera popolazione deve essere mantenuta all’oscuro di ciò che realmente fu la Seconda Guerra Mondiale. Si deve mantenere ancora sotto terrore chi i fatti se li ricorda bene, in quanto li ha vissuti, perché potrebbe ancora parlare.
Questo vuole dire che il cosiddetto «vincitore» non è stato tale. Se ha prevalso la vittoria solo ed esclusivamente per via di una schiacciante produzione bellica, tale «vincitore» è rimasto orfano di vittoria sul piano eroico, umano e spirituale. Ed ha paura della Verità.
Deve negare la Storia con ogni mezzo, perché sa di non avere vinto, di non avere liberato alcunché, di essere il semplice mercenario dei banchieri che allora come oggi insanguinano il Mondo con le loro guerre private di potere.
Bocca tesse l’elegìa di chi ancor’oggi usa il terrore e i canali di grande comunicazione per annichilire e al contempo ottundere la popolazione. Tra gli ultimi anni della guerra mondiale e i primi della cosiddetta liberazione molti morirono per mano di briganti i quali volevano solo le proprietà, i beni materiali, di chi andavano ammazzando. Fu il via libera alla rapina gratuita. Torniamo serenamente a quegli anni per capire che cosa stiamo vivendo adesso e che cosa, ancor’oggi, c’impongano di commemorare.
Ricordiamo innanzitutto i morti civili, innocenti. Un tale sterminio non si deve ripetere. Ma ricordiamo anche di parlare al nostro cuore di chi si batté fino all’ultimo, ovvero dei Morti Vittoriosi. A loro la Gloria, anche a loro il nostro imperituro ricordo.
sabato 20 aprile 2013
Fuller il filosofo in armi
Dedico questo articolo alla memoria del camerata Ettore Marano mancato in Genova il 4 Aprile 2013 che mi era stato d’aiuto nel raccogliere materiale sul Generale J.F.C.Fuller
di Alfonso de Filippi
“...il più alto strumento di risveglio interno della razza è la lotta, e la guerra sua più alta espressione” Julius Evola <I testi de La Difesa della Razza> Ar, Padova, 2001, pag.76.
“La storia ci insegna che il destino di ogni nazione virile è determinato da due tipi di eventi, i conflitti esterni e quelli interni, le guerre e le rivoluzioni. Soltanto quando un Paese invecchia e tramonta subentra un periodo di pace e ciò che più fa invecchiare una nazione è il suo senso di sicurezza.” J.F.C. Fuller <Le Battaglie Decisive del Mondo Occidentale> Ed. Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1988, Vol. I, pag. 111.
Studiando la storia dei Fascismi europei (che, ricordiamolo, possono essere visti anche come un tentativo di ristabilire i valori della casta guerriera) ci si imbatte, anche non limitandosi ai personaggi di primissimo piano, in figure di grande valore e interesse.(1)
Qui si vuole ricordare una figura che seppe unire la vocazione del guerriero a un’elevatissima attività intellettuale, non mancando di militare sotto le insegne del Fascismo. John Frederick Charles Fuller. (11-IX-1878/10-II-1966). In questo studio mi rifaccio soprattutto al saggio “The Warrior Mage-Gen J.F.C. Fuller” firmato “Fra Scorpio” edito dalla Renaissance Press (P.O.Box 1627-Paraparaumu Beach-New Zealand).
Nato a Chichester nel Sussex nel 1878, il Fuller si trasferì con la famiglia in Svizzera per poi ritornare in patria e iscriversi a un collegio militare all’età di 14 anni, passò poi all’Accademia Militare di Sandhurst per essere in seguito assegnato a un battaglione di fanteria leggera nel quale servì in Sud Africa dal 1899 al 1902. Fin da giovanissimo aveva manifestato una vivace curiosità intellettuale, doti artistiche e il rigetto del cristianesimo; dotato di una mente filosofica egli si convinse ben presto che lo scopo della vita andava individuato né nella felicità, né nella sofferenza, ma nello sviluppo della propria personalità. Nel 1904 seguì il suo reparto in India, qui si interessò alla cultura locale e all’occultismo, ciò non per propensione verso il sovrannaturale, ma per il suo desiderio di scoprire il significato nascosto delle cose. Come ricorda Fra Scorpio (ibidem) ebbe numerosi incontri con santoni induisti e iniziò a praticare lo yoga. In India ebbe a incontrare il famigerato mago Aleister Crowley di cui è noto l’odio verso il cristianesimo e la democrazia; al Crowley il Fuller ebbe a dedicare un libro <The Star in the West> e ad apprezzarne il <Liber Legis>.
Come ricorda l’autore che si cela dietro lo pseudonimo di <Fra Scorpio> riferendosi alla breve collaborazione del Fuller con Aleister Crowley “L’avversione di stampo nietzschiano del Fuller per il cristianesimo, della democrazia e dell’opinione delle masse era molto in armonia con la Legge della Forza e del Fuoco e con il preannuncio dell’avvento dell’Eone di Horus proclamati dal Crowley. A ciò si unì la sua...apologia di Mussolini, di Hitler e dello <Stato Totale>. E a differenza di altre eminenti personalità che prima della guerra avevano sostenuto il Fascismo, il Fuller non ripudiò mai le sue prese di posizione.”
L’amicizia col tenebroso mago era però destinata a finire dopo poco tempo sembra a causa di tal Georg Raffalovitch figlio di un banchiere ebreo russo. Si può anche pensare che il Fuller rifiutasse di seguire il <mago> in certe sue iniziative pensando che ciò potesse danneggiare la sua attività nel campo militare. In ogni caso l’interesse per l’occultismo rimase costante nella vita del futuro generale. Essendosi poi ammalato il Fuller ritornò in patria nel 1906. Qui si sposò e servì negli anni seguenti in reparti di stanza nelle isole britanniche, facendosi nel frattempo notare come teorizzatore di ampie riforme nell’organizzazione delle forze armate. Durante la Prima Guerra Mondiale servì come ufficiale di stato maggiore e dal 1916 nel ramo armi pensanti del corpo delle mitragliatrici, questo settore fu quello che pianificò le operazioni con i primi tanks: i carri armati. Al Fuller si dovette così la preparazione dagli attacchi con i tanks sferrati nel 1917 a Cambrai e di quelli delle offensive autunnali del 1918 che portarono alla sconfitta delle armate del Kaiser.
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| tank britannico della i guerra mondiale |
Finito il conflitto il Fuller rientrò in patria dove ricoprì varie importanti posizioni nelle forze armate tra cui il comando di una brigata sperimentale ad Aldershot nei suoi progetti di meccanizzazione delle forze armate venne coadiuvato da B.H. Liddell Hart destinato anche egli a diventare un famoso storico e teorico di argomenti militari. Tuttavia le idee del Fuller non trovarono troppo ascolto in Gran Bretagna e il Nostro non sentendosi sostenuto dai superiori ebbe a dimettersi, ma le sue concezioni avrebbero trovato ascolto all’estero specialmente nella Germania nazionalsocialista!
Possiamo ricordare il famoso Generale Heinz Guderian, e in generale le tattiche della Guerra Lampo (Blitzkrieg) basate sulla determinazione di “sorpassare” aree con forte presenza di truppe nemiche che potessero, in un secondo tempo, venire circondate e distrutte. In Francia le teorie del Fuller sarebbero state riprese da un certo De Gaulle!
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| tank tedesco della prima guerra mondiale |
La filosofia della guerra del Fuller è piuttosto complessa e qui devo rifarmi soprattutto a Fra Scorpio che utilizza a codesto scopo il libro del Nostro del 1923 “Reformation of War”. Senza la guerra, secondo il Fuller nessuna forza sarebbe in grado di scacciare i prestatori di denaro dal tempio dell’esistenza umana; il vero scopo della guerra, poi, sarebbe non distruttivo ma creativo. La guerra sarebbe “il Dio della distruzione creatrice” le grandi nazioni sono nate tutte dalla guerra poiché essa è il punto in cui si focalizzano forze della nazione. Nella pace le nazioni decadono. Questo libro conteneva esprimeva anche l’opposizione dell’autore alla democrazia parlamentare, al socialismo e alla Lega delle Nazioni.
Nel 1926 il Nostro pubblicò <Foundations of the Science of War> in cui egli descriveva la sua concezione della scienza militare come basata sulla triplice (Three Fold) natura delle cose nell’ambito delle relazioni (interplay) tra ognuno e l’universo, e tra l’inerzia e il cambiamento. Il tempo era diviso tra passato, presente e futuro, la forza in energia, movimento e massa; la mente in conoscenza, fede e credenza; la natura in terra, acqua e aria; l’umanità in uomini, donne e bambini; la materia in solidi, liquidi e gas, l’uomo in mente, anima e corpo. Anche il corpo è organizzato a tre livelli: struttura, controllo e mantenimento, i tre elementi sono stabilità (negativo), attività (positivo), cooperazione (relativo)
“Applicando codesta numerologia alle scienze militari, le guerre sono basate su tre modalità della forza: mentale, mortale e fisica: equivalenti rispettivamente alla mente, all’anima e al corpo dell’uomo.
Un tema costante del pensiero del Fuller è la considerazione che la guerra è una forza creativa volta ad assicurare uno stato di pace più perfezionato. Egli ritorna su questo tema in <The Generalship of Grant> (1929) in cui descrive la guerra come <creativamente distruttrice>, non necessariamente <malvagia> ma un mezzo con il quale creare una situazione migliore” (Fra Scorpio pagg.8-9)
Nello stesso anno 1926 il Fuller aveva pubblicato <Yoga: a study of the mystical philosophy of the Bramins & Buddhists> in cui si descrive come “un ricercatore della verità la quale ha molti livelli”.
Negli anni seguenti il Fuller si sentì sempre più deluso dalla vita militare vedendo le difficoltà se non l’impossibilità di attuare quelle radicali riforme che riteneva necessarie, di tale inerzia non tardò a considerare colpevole lo stesso sistema democratico. In <Revolt in India> definì la democrazia come un massimo di corpo e un minimo di cervello, una vera e propria “malattia” (anni dopo qualcuno la avrebbe definita una “infezione dello spirito”.)
Continuava ancora Fra Scorpio (pag.11) “La sua condanna di stampo nietzschiano del cristianesimo rimaneva costante, scrivendo a un amico il poeta Meredith Starr, sosteneva che il primo passo da fare nell’età delle macchine consistesse nella distruzione <dell’ideale del mondo cristiano- l’ideale degli schiavi basato sulla paura>” Infatti, egli era sempre alla ricerca di una nuova spiritualità. Per lui “l’autorità era necessaria per il controllo delle maggioranze da parte di una nuova aristocrazia. Doveva esservi una mitologia, un <Santo Graal> che avrebbe ispirato gli uomini a seguire ideali più alti di quelli di una vita puramente animalesca.” Per noi tutto ciò potrebbe essere (ri)trovato solo risalendo alle nostre radici ariane e sbarazzando le elites della Razza Bianca da ogni infezione semitica, il sentirsi <spiritualmente semiti> dovrebbe essere riservato agli ciandala.(2)
“In <The Dragon’sTeeth-a study of war and peace> (1932) il Fuller esprimeva la necessità di cambiamenti politici e sociali; sosteneva che la democrazia e il socialismo frutti entrambi dell’ideale egualitaristico del cristianesimo. Per lui la guerra doveva mirare a perfezionare la pace. Senza la guerra ci sarebbe stata, invece, la <Pace eterna>: un’espressione adatta all’insegna di un cimitero. ad un cimitero” (d’altra parte lo stesso Kant avrebbe utilizzato per titolo della sua celebre opera quello che si leggeva in una insegna cimiteriale!)
Nel 1934, dopo aver aderito alla B.U.F., continua Fra Scorpio, il Fuller “scrisse “<Empire Unity and Defence>” in cui faceva riferimento alla minaccia rappresentata da una oligarchia mondiale ebraica operante attraverso il Comunismo e la Lega delle Nazioni”
Come si è accennato, dopo essersi ritirato dalle Forze Armate, con il grado di Maggiore Generale. il Nostro diventato sempre più impaziente e critico nei confronti del sistema democratico che considerava troppo lento nell’adottare quelle riforme di carattere militare che egli giudicava vitali. Ciò lo spinse ad aderire alla British Union of Fascists il movimento delle camicie nere britanniche fondato e guidato da Sir Oswald Mosley (3)
Anche il Mosley, ricordo, aveva abbracciato l’idea fascista perché deluso dalla lentezza del sistema democratico nel prendere decisioni vitali.
Nell’ambito dell’Unione Britannica dei Fascisti egli entrò a far parte del direttorio politico e fu considerato uno dei più stretti collaboratori del Mosley. Si presentò anche, senza troppa fortuna alle elezioni del 1935, contro il futuro ministro degli esteri A. Eden. Secondo il Dorril (“Black Shirts…” Pag,311) il Fuller condivideva col Mosley l’interesse verso la filosofia spengleriana, il <social imperialismo>, le concezioni geopolitiche del Mackinder e la visione del dominio di una elite tecnocratica.
Da parte sua Martin Pugh (<Hurrah for the Blackshirts> pag.166) ebbe a scrivere “Retrospettivamente il Fuller ebbe ad attribuire la sua conversione al Fascismo al rifiuto opposto ai suoi progetti volti alla meccanizzazione dell’esercito britannico da, parte dell’establishment militare … Anche se questo può essere stato un fattore di tale conversione, esso si univa al suo ossessivo antisemitismo, alla sua paranoia (!?) riguardo alla Lega delle Nazioni e al suo disprezzo per la democrazia, elementi questi che lo avvicinavano al Fascismo; dichiarato ammiratore dei capi <forti>, il Fuller credeva nello stato corporativo come un mezzo per privare del potere le masse ignoranti.”
Da parte sua il Trythall (<Boney Fuller..> pag.99) scriveva “ …dato che per il Fuller la guerra era in ultima istanza collegata alla sopravvivenza razziale e dato che gli esistenti sistemi di governo non parevano atti a diventare efficaci strumenti per una riforma del sistema militare, allora avrebbe potuto essere necessario sostituirli, allo scopo di realizzare dette riforme, con sistemi più autoritari.” E a pag.182 “Il Fuller si opponeva alla democrazia in quanto essa, almeno nella sua versione occidentale, significava in ultima analisi che dovesse prevalere la volontà popolare, per quanto imperfetta e male informata, e questo egli non lo poteva accettare. La sua interpretazione della storia era basata sulla fede nell’influenza dei grandi uomini e non di quella del popolo.”
Sempre nell’ambito della B.U.F. il Fuller svolse anche una notevole attività di pubblicista scrivendo articoli e opuscoli per le camicie nere britanniche.
Il suo impegno per la causa fascista spinse il Fuller a collaborare ad altri fogli oltre a quelli legati all’Unione Fascista Britannica (la <English Review> e <The New Pioneer> (cui collaborava anche Anthony Ludovici) e ad aderire anche ad altri gruppi: The Link che propugnava l’amicizia germano-britannica e alla razzista Nordic League. Collegata a una società segreta denominata White Knights of Britain una sorta di Ku Klux Klan britannico, il cui slogan era <Perish Judah> “camuffato” in pubblico come <P.J.>. Insomma sul piano dell’antisemitismo il Fuller era molto più radicale del Mosley.
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| Sir Oswald Mosley - il Gen.Fuller |
Nel Dicembre 1934 il Fuller si recò in visita da Hitler, l’anno dopo incontrò J. von Ribbentrop e Rudolf Hess e nel settembre fu invitato ad assistere alle manovre militari tedesche. Poi fu corrispondente per il <Daily Mail> di Lord Rothermere (che inizialmente aveva appoggiato il Mosley) alla guerra italo-abissina. In viaggio per questo fronte fece tappa a Roma, dove incontrò Benito Mussolini; munito di una lettera di presentazione del Mosley si presentò al Duce come un <Fascista puro sangue> (full-blooded) e, in codesta occasione, avrebbe spiegato al Duce che l’ostilità della stampa britannica nei riguardi della conquista italiana dell’Etiopia era dovuta alla forte influenza che vi avevano gli ebrei. Possiamo così supporre che anche codesto colloquio sia stato tra i fattori che spinsero alla “svolta antisemitica” del Regime fascista. In Africa fu aggregato a un reparto di Camicie Nere verso le quali ebbe poi a rivolgere vari elogi.( Cfr Dorril <“Black Shirts..”> pag,359)
Prosegue Fra Scorpio (pag.13) “Nella sua autobiografia <Memoirs of an Unconventional Soldier> (1936) il Fuller concludeva ribadendo la necessità di una <nuova spiritualità>, profetizzava l’ascesa dell’Asia e descriveva la lotta tra la <ormai superata democrazia> e il <Fascismo emergente> sostenendo che quest’ultimo offriva una <più alta libertà>.
Nel 1936 pubblicava anche <The First of the League Wars> libro in cui, scrive ancora lo Scorpio, “ ritornava alla sua triplice concezione nel definire lo stato corporativo fascista il quale si occupava del corpo, dell’anima e dello spirito di ogni suo cittadino. Il Fuller vi definiva gli stati come organismi biologici che necessitano di espandersi territorialmente e razzialmente, codesta urgenza all’espansione nazionale veniva paragonata alle lotte tra degli individui per riuscire ad accoppiarsi e a riprodursi. Egli paragonava i conquistatori italiani dell’Abissinia ai cavalieri delle Crociate, descriveva il controllo ebraico sulla Germania prima dell’avvento di Hitler, identificava il comunismo russo con l’ebraismo e descriveva il controllo ebraico sul presidente statunitense W.Wilson durante la Prima Guerra Mondiale. Non mancava in oltre di spiegare la politica antisemitica del Reich come un riflesso della sua opposizione al capitalismo finanziario internazionale.”
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il Duce e Sir. Oswald Mosley nel 1936 |
Scrive ancora il Dorril ( “Black Shirt…” pag.352). In <The First of the League Wars… il Fuller dichiarava che <ciò che in ultima analisi la Lega delle Nazioni desiderava era una guerra volta a distruggere il Fascismo, dato che questo era l’obiettivo dei poteri occulti che la controllavano”. D’altra parte “socialisti, comunisti, pazzoidi vari reclamavano a gran voce per sanzioni militari (contro l’Italia) e la chiusura del Canale di Suez. Ciò avrebbe significato una guerra mondiale, la distruzione dell’Europa e l’espansione del Bolscevismo ateo - e qui i poteri occulti avrebbero gettato la maschera”
All’origine di tutto questo, per il nostro Generale, vi sarebbe stata una cospirazione ebraica il cui unico oppositore sarebbe stato il Fascismo <una potente concezione religiosa>.
Nonostante la sua militanza fascista, il Fuller godeva ancora di alta considerazione in molti circoli militari britannici, così fu inviato come osservatore in Spagna durante la guerra civile qui poté visitare le truppe “nazionali” e incontrare lo stesso Francisco Franco, In seguito descrisse tale conflitto come la lotta tra due sistemi finanziari: il capitalismo finanziario internazionale e l’autosufficienza nazionale (autarchia)”.
Ritornando alle concezioni militari del Fuller, si può citare dal volume <Far Right Politics in the United Kingdom> pagg.49-50 “Il Fuller probabilmente è noto oggi per i suoi <Nove principi della Guerra> che hanno costituito la base di molte teorizzazioni moderne sulla guerra fin da quando vennero elaborati negli anni 30 e che derivarono da un convergere degli interessi sia mistici che militari del Fuller. Codesti nove principi passarono attraverso varie elaborazioni. Secondo il Fuller essi potevano venire ridotti a tre gruppi, cioè, i principi del controllo, della resistenza e della pressione e, infine, a una legge: quella dell’economia della forza. In tal modo il suo sistema si sviluppò dai 6 principi del 1912 agli 8 del 1915, poi ai 19 del 1923, poi discesi a 9 nel 1925, con il vantaggio che questi 9 potevano essere fusi in 3 e questi 3 in una sola legge. I nove principi sono stati espressi in vari modi, riprendiamo una loro elencazione del 1925 1) Direzione 2) Azione Offensiva 3) Sorpresa 4) Concentrazione (delle forze) 5) Distribuzione (sempre delle forze) 6) Sicurezza 7) Mobilità 8) Resistenza, 9) Determinazione
Il 20 Aprile 1939 il Fuller fu a Berlino invitato dal Fuhrer per i festeggiamenti del suo 50° compleanno, poté così assistere a una grande parata militare. Riferendosi al passaggio dei panzer, Hitler gli chiese se era contento dei suoi <figliuoli> (i carri armati) e il Nostro ebbe a rispondergli che aveva fatto fatica a riconoscerli tanto erano cresciuti!
Nel 1937 in un ritorno ai suoi studi di esoterismo il Fuller aveva scritto “The Secret Wisdom of the Qaballah” in cui esaminava l’ebraismo come “l’esaltazione del popolo eletto di Jeova al di sopra di tutte le altre razze della terra.”
Avvicinandosi il conflitto, il Fuller partecipò alle iniziative miranti a evitare che la Gran Bretagna si gettasse in un conflitto che non poteva risultare, come poi si vide, che in un suicidio nazionale e razziale: vinto il conflitto, Londra perse l’Impero e aprì le porte all’invasione delle razze di colore: effettivamente la fine dell’Inghilterra> incominciò da Giarabub!
Scoppiato la guerra, il Mosley e molti suoi collaboratori furono arrestati e imprigionati per anni, in barba ad ogni legalità, per misura “precauzionale”, nonostante la loro provata fedeltà alla Gran Bretagna, al Fuller fu risparmiato l’arresto, ma sarebbe stato comunque pesantemente ammonito a “stare calmo” e sorvegliato per la durata del conflitto.
Nel 1946, iniziata l’era nucleare, scriveva a Meredith Starr “L’uomo non è stato fatto per distruggere, è stato fatto per creare, ma è stato dotato di due poteri…Egli non è solo Shiva, o solamente Vishnu o solo Brahma, ma tutti e tre in uno. Ogni cosmo nasce con un <Fiat Lux> ed è questo che oggi attende il mondo occidentale. Non una nuova religione o una nuova politica, ma una scintilla dell’Immaginazione Divina che darà inizio a un nuovo ciclo nella storia del mondo.”
Terminato la guerra, come è noto, Sir Oswald Mosley tentò, con scarsa fortuna di riprendere la sua attività politica con un nuovo gruppo l’Union Movement e il Nostro fu vicino ad alcune iniziative del movimento. In seguito avrebbe fatto parte dl gruppo antisemitico il National Front after Victory e venne anche contattato (al pari del Liddel Hart )da Francis Parker Yockey di cui apprezzò molto il capolavoro <Imperium>. ed ebbe a collaborare al famoso periodico tedesco <Nation Europa> che era, in parte, finanziato dallo stesso Mosley.
Nel 1948 il Fuller pubblicò “The Second World War, 1939-1945-A Strategical and Tactical History”. Alcuni ebbero a osservare che con l’eccezione di una citazione dal Mein Kampf di Adolf Hitler, la parola “ebreo” vi appariva una sola volta a pag.432, dove si leggeva che “i Tedeschi sterminarono centinaia di migliaia di ebrei e rinchiusero centinaia di migliaia di persone nei campi di concentramento.” In effetti, ci si può chiedere se questo fosse uno dei primi esempi di “revisionismo” o almeno di “riduzionismo”, che dir si voglia, nei confronti della mitologia dell’“olocausto”. Nello stesso libro egli attribuiva la colpa di aver reso più brutale il conflitto alle azioni partigiane dei Russi, condannava la politica della “resa incondizionata” imposta dagli Alleati a Germania e Giappone come una delle cause di quel prolungamento della guerra che aveva consentito all’Unione Sovietica di avanzare fino al cuore dell’Europa; non mancava, inoltre, di condannare il carattere barbarico dei bombardamenti aerei anglo-americani sulle città europee.
Egli continuava a invocare una svolta verso lo <stato totale>, si oppose ai processi intentati dai vincitori nei confronti dei vinti e lamentava che non fosse possibile ricostruire la potenza militare tedesca in opposizione all’Unione Sovietica. Ancora nel 1956 avrebbe scritto al Liddel Hart che l’unica speranza ancora possibile era quella in un nuovo Hitler che, però, questa volta avrebbe dovuto essere sostenuto dalla Gran Bretagna! (cfr.A.Trythall <Boney Fuller-The Intellectual General> pag.246
Dal 1954 al 1956 uscì in tre volumi The Decisive Battles of the Western World and their Influence upon History che a quanto mi risulta sarebbe l’unica opera del Fuller tradotta in italiano (“Le Battaglie Decisive del Mondo Occidentale” edito in 3 volumi dalla Stato Maggiore dell’Esercito, traduzione non priva di grossolani errori, al punto che il traduttore prende per nome di persona la sigla del Partito Socialista Rivoluzionario Russo!). Ne cito qualche punto riguardante il periodo seguente alla Prima Guerra Mondiale (Volume III) Alle pag. 356-357 riguardo alla situazione creata dai trattati di pace possiamo leggere: “Di questa situazione approfittarono due uomini assertori di una nuova filosofia: Benito Mussolini ed Adolf Hitler. Essi sfidarono il mito dell’uomo economico, fattore fondamentale del capitalismo, del socialismo e del comunismo ed esaltarono, in contrapposizione il mito dell’uomo eroico.”. E poco oltre “Agli occhi di Hitler, i fini del capitalismo internazionale e del marxismo erano una cosa unica e identica. Ambedue, diceva, avevano ripudiato <il principio aristocratico della natura>, ambedue perseguivano la distruzione della qualità, non delle cose ma della vita. Sosteneva che ambedue mancavano della giustificazione del sacrificio, che erano contro natura e che distruggevano il genere umano.”
Proseguiamo: pagg.358-359 “Che quest’uomo straordinario sia stato un demonio e un pazzo, non sminuisce il fatto che egli cancellò il bolscevismo dalla Germania e realizzò cose mirabolanti. Hitler sosteneva che, fino a quando il sistema monetario internazionale si basava sull’oro, una nazione che produceva oro poteva imporre la sua volontà a quelle che ne erano sprovviste. Questo poteva essere ottenuto prosciugando le loro fonti di scambio e costringendole, quindi ad accettare prestiti imponendo, alla fine, i propri prodotti. Diceva: <“La comunità nazionale non vive del valore fittizio della moneta, ma della produzione reale, che a sua volta dà valore alla moneta. Questa produzione è la vera copertura finanziaria della moneta, non una banca o una cassaforte piena d’oro.>”
Codeste pagine andrebbero riprodotte nella loro interezza nonostante le “perle” del traduttore che parlando di “produzione” dell’oro fa pensare a quegli alchimisti dietro ai quali qualcuno ha perso tempo senza, peraltro, riempirsi la cassaforte!
Ma proseguiamo: Hitler "Decise perciò di 1) rifiutare prestiti esteri accompagnati da interessi e basare il valore del marco sulla produzione e non sull’oro; 2) ottenere le materie importate mediante lo scambio diretto di prodotti – baratto - sovvenzionando le esportazioni quando necessario; 3) porre termine a ciò che definiva <libertà di scambio>, vale a dire all’arbitrio di giocare in borsa e di spostare fortune private da un paese all’altro speculando sulla situazione politica, 4) produrre moneta quando manodopera e materiali erano disponibili per un lavoro invece di ricorrere ai debiti per procurarsela.
Poiché lo stato di salute della finanza internazionale dipendeva dalla quantità di prestiti con interessi effettuati dalle nazioni in difficoltà economiche, la politica economica hitleriana sanciva la sua rovina. Se egli avesse avuto successo, certamente altre nazioni ne avrebbero seguito l’esempio e, se fosse giunto il tempo in cui tutti i governi non in possesso dell’oro avessero fatto ricorso allo scambio di beni con beni, non solo il sistema dei prestiti sarebbe cessato e l’oro avrebbe perso il suo potere, ma le banche avrebbero dovuto chiudere.”
Credo che solo questo dovrebbe bastare a convincere i miei pochi e pazienti lettori ad accostarsi all’opera del Generale Fuller.
Andiamo avanti e tocchiamo, seppur di sfuggita, il problema dei veri responsabili della guerra. Pag.360: “Tra il 1933 e il 1936, Hitler aveva ridotto la disoccupazione tedesca da 6 a 1 milione ed era ritornata una prosperità tale che, come Arthur Balfour bel 1907, pare che Winston Churchill nel 1936 abbia detto al generale americano Robert E Wood <La Germania sta diventando troppo forte e noi dobbiamo schiacciarla>.
A pag 363 viene riportato uno stralcio di un rapporto del 12 gennaio 1939 fatto al suo governo da Jerzy Potocki ambasciatore polacco a Washington: "La pubblica opinione americana, in questi giorni, esprime crescenti sentimenti di odio per qualsiasi cosa connessa con il nazionalsocialismo. Soprattutto, la propaganda è completamente nelle mani degli ebrei. Quando si considera l’ignoranza della pubblica opinione, si capisce perché la loro propaganda sia così efficace ed abbia presa su una popolazione che non ha alcuna cognizione della reale situazione in Europa…Il presidente Roosevelt è stato il primo a scendere in campo per manifestare il suo odio al fascismo, ripromettendosi di raggiungere due risultati: innanzitutto distrarre l’opinione pubblica americana dalle difficoltà e dai problemi in campo economico…inoltre, il trattamento… riservato agli ebrei in Germania ed il problema dei rifugiati sono fattori che alimentano l’odio esistente verso qualsiasi cosa che richiami il nazionalsocialismo tedesco. In questa compagnia di odio si distinguono, per il loro attivismo, intellettuali ebrei come Bernard Baruch, Lehman, governatore dello stato di New York; Felix Frankfurter, giudice neoeletto alla suprema corte di giustizia; Morghentau, ministro delle finanze, ed altri personaggi molto noti della cerchia di amicizie di Roosevelt….Questo particolare gruppo di persone che occupano posizioni importanti nella vita pubblica americana e che desiderano essere considerati rappresentanti del vero americanismo e campioni di democrazia, sono, in verità, legati all’ebraismo internazionale, intimamente coinvolto negli interessi della razza. Il ruolo del presidente Roosevelt quale campione dei diritti umani è per loro un vero dono del Cielo. In tal modo gli ebrei sono riusciti non solo a costituire un pericoloso centro capace di alimentare odio ed inimicizie…ma anche a dividere il globo in due parti avverse, pronte a scatenare una guerra…Roosevelt ha ricevuto il potere di dare vitalità alla politica estera americana e, nello stresso tempo, di creare riserve di armamenti per una guerra futura, per lo scoppio della quale gli ebrei si stanno deliberatamente adoperando.” Evidentemente il Nostro condivideva le opinioni del polacco!
Il Fuller continuò a leggere, scrivere, a viaggiare e a disprezzare la democrazia anche nei suoi ultimi anni; infine dopo una vita straordinaria il Generale John Frederick Fuller si spense il 10 Febbraio 1966.
ALFONSO DE FILIPPI
NOTE
(1) Un nome per tutti: l’etnologo francese Georges Montandon morto in seguito ad un attentato partigiano)
(2) Come ha scritto Fabio Calabrese (<Ma quale tradizionalismo?> “Sul piano dei principi, della visione del mondo, diciamo pure che non esiste nessuna possibile compatibilità: non ne può esistere fra chi guarda alla spiritualità indoeuropea e chi basa la sua, “fede” su di un libro mediorientale che è una raccolta di falsità storiche e di infantilismi e sciocchezze in termini spirituali ed etici, e viene venerato come “la parola di Dio”.
(3) “Sir Oswald Mosley resta uno degli esponenti ideologici di vertice del movimento fascista mondiale”Sergio Gozzoli <Popoli al bivio>Ritter,Milano,2006,pag.478.
BIBLIOGRAFIA
· AA VV “Far –Right Politics in United Kingdom” CPSIA,USA,s.i.d.
· De Filippi Alfonso “Fascismo e nazionalismo in Gran Bretagna dal 1914alla nascita del National Front”Effepi,Genova,2004
· Dorril Stephen “Black Shirts-Sir Oswald >Mosley and British Fascism”Viking,London,2006.
· Fra Scorpio “The Warrior mage- Gen J.F.C.Fuller” Renaissance Press New Zealand,1996
· Griffiths Richard “Fellow Travellers of the Right” Oxford University Press,GB,1983
· Guderian Heinz “Achtung –Panzer!”Hobby and Work.Bresso,1996
· Pugh Martin “<Hurrah for the Blackshirts>Fascists and Fascism in Britan between the Wars”j.Cape,London2005
· Trythall Anthony J, “<Boney>Fuller The Intellectual General”Cassell,London,1977
























