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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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domenica 5 maggio 2013

Governo Letta: quello dei pannicelli caldi


di Michele Rallo


E' inutile perdere tempo a recriminare. Il governo Letta c'è, e dovremo sorbircelo fino a quando non andrà in crisi. O, meglio, fino a quando non sarà travolto dalla crisi. Perché la crisi ci sarà. È soltanto questione di tempo. Non in autunno — come preconizza Grillo — ma fra uno o due anni, quando quelli che io chiamo "i costi dell'Europa" diventeranno insostenibili. Unica alternativa: cominciare con lo smantellare pezzo per pezzo quel che Monti ha fatto nei diciassette mesi del suo austero governo, e poi andare oltre in una disperata corsa all'indietro per riprenderci tutti i pezzi di sovranità nazionale che, dal 1992 in poi, abbiamo ceduto all'Unione Europea. 


Ma credete voi che un frequentatore dei club globalisti, possa ergersi a giustiziere del Moloch eurocratico? Bene che vada, Letta junior potrà togliere l'IMU sulla prima casa, tanto per dare un contentino al principale di Letta senior; o qualche altra cosetta del genere. Pannicelli caldi, in sostanza, qualche aspirina per curare una polmonite doppia. Ma certamente il nipote di zio Gianni non riuscirà a incidere su quello che è il grande problema della nostra economia: la crescita inarrestabile di un già abnorme debito pubblico. Un debito immancabilmente destinato a lievitare ancora, com'è dimostrato dal fatto che la Banca d'Italia abbia già programmato per l'anno in corso ben 24 aste di BTP, senza contare quelle di BOT e di CTZ. Che cosa ciò significhi è chiaro anche ai bambini: un ulteriore indebitamento a ritmi forsennati, peraltro scanditi dalle "pagelle" delle agenzie di rating (Standard & Poors, Moody e onorata compagnia) che determineranno il tasso di remunerazione dei nostri titoli di debito.

E questo mentre il giulivo nipote ha da poco ribadito (durante il suo viaggio di dicembre negli USA) l'imperativo di mantenere "gli impegni assunti con l'Europa". Impegni divenuti più gravosi dopo che, l'anno scorso, il suo predecessore e sodale ha sottoscritto due nuovi accordi comunitari: il Trattato di Stabilità (o "fiscal compact") e il Meccanismo Europeo di Stabilità (o "fondo salva-Stati"). Con il primo ci siamo impegnati a realizzare nuove economie per 45 miliardi di euro l'anno (per 20 anni); e con il secondo ci siamo obbligati a nuovi esborsi per una media di 25 miliardi di euro l'anno (per 5 anni, salvo rinnovo).

Un governo non succube dei dogmi eurocratici affronterebbe una situazione del genere riappropriandosi della sovranità monetaria e tornando a battere moneta; come fanno gli Stati Uniti o il Giappone, che pure hanno un debito di gran lunga superiore al nostro. Ma noi, allo stato, non possiamo farlo, perché abbiamo privatizzato la Banca d'Italia (dal 1998) e perché abbiamo ceduto i suoi residui poteri alla Banca Centrale Europea (dal 1999). Occorrerebbe, allora, denunziare i trattati-capestro, riprenderci la nostra sovranità politica ed economica, e abbandonare l'Unione Europea. Ma queste sarebbero certamente decisioni inaccettabili per quei salotti buoni dei poteri forti (il Bilderberg, l'Aspen, la Trilateral) che il Letta ama bazzicare.
Il nuovo governo, perciò, reggerà fino a quando riuscirà a curare con i suoi pannicelli caldi e con le sue aspirine la salute di questo disgraziato paese. Poi imploderà dall'interno, abbandonato dagli stessi partiti che oggi lo sostengono e che domani tenteranno di prendere le distanze dallo sfascio totale causato dai "costi dell'Europa"

Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione

lunedì 29 aprile 2013

Letta in Carrozza



di Leo Valeriano


È stato varato il nuovo governo Letta: come hanno notato in molti, si tratta semplicemente una riedizione della Democrazia Cristiana operata da quelli che furono i giovani democristiani della prima Repubblica. Ma un governo del genere, nella situazione attuale, potrebbe persino funzionare. Questo, almeno, è quanto si augurano coloro che hanno a cuore, realmente, le sorti dell’Italia. La distribuzione dei ministeri è avvenuta in maniera accorta, senza scontentare nessuno. Nemmeno la sinistra più radicale che, essendo Angelino Alfano al Ministero degli interni, potrà scendere in piazza a manifestare contro la “polizia fascista”.  E poi, nella compagine ci sono molte donne e persino due straniere: Cecile Kyenge e Josefa Idem. Accuratamente scelte, la prima (congolese) per il sud e la seconda (tedesca) per il nord.


Inoltre, tanto per arricchire, il nuovo governo si fregia di ben due participi passati (Letta e Zanonato) e persino di un gerundio (Orlando). Se a questo si aggiunge che la nuova ministra per l’Istruzione si chiama Carrozza, ci si può sentire soddisfatti. All’opposizione restano alcuni partiti, a destra e a sinistra, tra cui spicca il Movimento 5 stelle. Autodenominatosi “partito del web” il gruppo dei grillini si è dimostrato, nelle ultime vicende, quello che realmente è: ovvero un movimento di chiara impronta sinistrorsa con venature anarchiche. Lo dimostrano le scelte fatte nel corso dell’elezione del capo dello stato. Dario Fo, la Gabanelli, Prodi, Rodotà e compagnia brutta, non sono certo esempi di moderatismo! E fanno sorridere anche gli atteggiamenti stile Robespierre  dei cosiddetti portavoce che sventolano la bandiera della democrazia telematica. Mi spiego meglio: per avere un buon pugno di voti da usare, basta avere il codice fiscale e il numero di carta di identità di qualche amico o parente. Cosa che qualsiasi ragazzo può rimediare con una certa facilità, rovistando nelle cose dei componenti della propria famiglia o di altri conoscenti. E così ognuno di voi potrà avere una ventina di voti da usare nelle prossime elezioni telematiche del M5S! Ed è quello che, presumibilmente, hanno fatto coloro che in maniera preventiva e astutamente, si sono iscritti al Movimento di Grillo e che hanno “votato” per quegli assurdi personaggi che il movimento ha presentato come aspiranti alla più alta carica dello stato. La realtà è che, se c’è qualcosa di facilmente manipolabile e, quindi, di assolutamente antidemocratico, è proprio il web! Le incursioni degli hacker ne hanno dato una ulteriore conferma. Intendiamoci, molte delle proteste che i grillini presentano, sono piuttosto condivisibili da chiunque abbia un po’ di cervello. Il marcio che esiste nel mondo della politica è sotto gli occhi di tutti e ritengo giusto che si debba intervenire per tagliare  privilegi, scoprire e mettere in luce truffe e malversazioni, identificare quelle leggi che sono state fatte esclusivamente a favore della casta politica, tagliare o almeno modificare quelle centinaia di enti che sono stati creati della politica con l’unico scopo di “sistemare” i propri adepti, e così via. Quindi sarebbe giusta una severa azione di controllo. Ma pretendere di scegliere coloro che dovrebbero sostituire l’attuale classe politica attraverso la rete telematica, è pura follia. E, inoltre, estremamente pericoloso!

Comunque, invito tutti coloro che sono vicini alle nostre idee, a fare quanto da me implicitamente suggerito, per raddrizzare la barra di certe scelte.
Del resto, non costa niente!

lunedì 8 aprile 2013

La commissione dei dieci saggi e il presidenzialismo all’italiana



di Michele Rallo


Ormai è accertato: i prototipi di regime presidenziale non sono più due, ma tre. C’è il presidenzialismo pieno, “all’americana”, dove il Capo dello Stato – eletto dal popolo – è anche Capo del Governo; c’è il presidenzialismo attenuato, il “semipresidenzialismo alla francese”, dove il Capo dello Stato – anche qui eletto dal popolo – non è contemporaneamente Capo del Governo; e c’è pure il presidenzialismo fai-da-te, “all’italiana”,  dove il Capo dello Stato – non eletto dal popolo – può nominare un Capo del Governo non eletto da nessuno (Mario Monti) e mantenerlo temporaneamente al potere anche dopo nuove elezioni, sol che non abbia avuto la sfiducia “esplicita” (quella implicita non conta) del Parlamento.


Ma il Presidente Napolitano è andato oltre. Premesso che il governo Monti ha “piena operatività”, ha creato due inediti “gruppi ristretti” (formati complessivamente da dieci cosiddetti saggi) con l’incarico di predisporre “precise proposte programmatiche che possano divenire in varie forme oggetto di condivisione da parte delle forze politiche”. Inoltre – fate attenzione – questa commissione biforcuta non ha una scadenza precisa e, ove dovesse impiegare più tempo del previsto, potrà poi riferire con calma al successore di Napolitano; il quale – ha tenuto a sottolineare – resterà in carica fino all’ultimo giorno del suo mandato, cioè fino al 15 maggio. E se l’attuale Capo dello Stato non dovesse riuscire a dare l’incarico di formare un governo entro quella data? Niente paura, giacché il governo Monti potrà perseverare nella sua opera benemerita, mentre i saggi potranno continuare ad operare in tutta tranquillità per predisporre un quasi-programma per un quasi-governo quasi-presidenziale. Ma, sbaglio o “la Costituzione più bella del mondo” prevede – come opportunamente ricorda Paolo Deotto su “Riscossa Cristiana” – che l’indirizzo politico spetti al Governo e non al Presidente della Repubblica o ad una Commissione da lui designata? Possibile che Giorgio Napolitano – così attento a non travalicare i compiti istituzionali – abbia misconosciuto un tale non trascurabile particolare?

Poi c’è l’aspetto sostanziale della questione: a tutt’oggi, se è difficile stabilire chi abbia vinto le elezioni (Bersani, Berlusconi e Grillo sono praticamente arrivati alla pari), è invece assai facile stabilire chi le abbia perse: Mario Monti, cui il 90% del corpo elettorale ha voltato le spalle. A questo punto, non posso fare a meno di chiedermi: al di là delle regole di protocollo, è giusto prolungare il suo mandato, sia pure soltanto per il “disbrigo degli affari correnti”? E – anche qui tralasciando gli aspetti formali – non è forse vero che l’urgenza per gli interessi nazionali non sia tanto di avere un governo purchessia, ma di avere un governo che attui una salutare inversione di tendenza rispetto alla non rimpianta gestione Monti? E potrà mai lo stesso Monti guidare un esecutivo che metta in atto una politica anti-montiana? O non sarà più probabile, invece, che il Nuovo Uomo della Provvidenza possa utilizzare qualche mese di proroga per continuare a “rassicurare i mercati” ed a “mantenere gli impegni con l’Europa”, con i risultati che ben conosciamo?

P.S. La tardiva precisazione del Quirinale circa i limiti temporali delle due commissioni di saggi non inficia la sostanza della mia analisi.

Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione




venerdì 15 marzo 2013

Grillo è contro l'Europa: ecco perché mi piace

di Michele Rallo



Non ho votato Grillo alle scorse elezioni, ma solamente per un fatto sentimentale: fino a quando sulla scheda elettorale sarà pre­sente un simbolo che si ricollega al mio mondo (nella fattispecie La Destra di Storace) il mio voto andrà a quel simbolo. Non ho votato Grillo — dicevo — ma lo avrei fatto certamente se, in­vece che al sentimentalismo, avessi obbedito alla mia razionalità. E ancor più lo voterei oggi, quando l'uomo del­lo tsunami viene attaccato a testa bassa dal circo mediatico del miliardario Carlo De Benedetti (tessera n.1 del PD), in sorprendente alleanza con i media vicini al miliardario-rivale Sil­vio Berlusconi (padre-padrone del PDL).

Che cosa si rimprovera a Beppe Grillo?


Ufficialmente, di avere preso tanti voti "di protesta", ma di non es­sere in grado di trasformare quei voti in una concreta azione di governo. Nella sostanza, invece, quello che i media influenzati dal gruppo De Be­nedetti (e qui Berlusconi non c'entra) imputano all'ex comico, è di non offrire graziosamente i voti che servirebbero a Pierluigi Bersani per coronare il suo sogno proibito: fare il Presidente del Consiglio. Ma per quale caspita di mo­tivo Grillo dovrebbe suicidarsi in que­sto modo? Risposta del gran circo con­formista: perché l'Italia ha bisogno di un governo purchessia, senza il quale l'Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e i mercati ci amereb­bero di meno o non ci amerebbero af­fatto.

E, a riprova, ecco che lo spread si impenna e che le agenzie di rating ci declassano ulteriormente. Piccolo par­ticolare che sfugge ai padroni dell'in­formazione: Bersani vuol fare un go­verno che "mantenga gli impegni con l'Europa". Cioè, tradotto dal politichese in italiano corrente: che continui nel solco tracciato da Monti, riducendo di 5 miliardi di euro ogni anno — e per vent'anni — il nostro debito pubblico (Trattato di Stabilità Finanziaria), con­segnando agli organismi europei i 125 miliardi di euro previsti dal Meccani­smo Europeo di Stabilità soltanto per i prossimi cinque anni, e reperendo i sol­di — che non abbiamo — facendoceli prestare dalla speculazione finanziaria e/o aumentando tasse e macelleria so­ciale.

Tutte cose — i fondamentali del Bersani-pensiero — che sono l'esatto opposto del programma dello spari­gliatore ligure: Grillo vuol farci uscire dall'Unione Europea, vuole che l'Italia si riappropri della propria sovranità monetaria, vuole che smettiamo di in­debitarci sempre di più con gli usurai internazionali.

Stando così le cose, per quale arcano motivo dovrebbe dare i suoi voti a chi vuole fare l'esatto opposto? Risposta della sinistra finanziaria: per dare un governo all'Italia e per evitare che si torni alle urne nel giro di sei mesi. Alle urne, forse, si tornerà; ma un governo più o meno provvisorio, più o meno di coalizione — purtroppo — lo faranno co­munque, magari un governo di salute pubblica presieduto da un sinistro illu­minato: chessò... un Prodi, un Amato, un Passera, o un qualsiasi altro tecnico benvoluto dai mercati. Ma, se così non dovesse essere, per l'Italia sarebbe cer­tamente meglio: meglio sei mesi di cri­si che venti anni di progressivo stran­golamento economico e sociale. Me­glio la razionale protesta di Grillo che il tragico europeismo di Monti e dei suoi eredi.


Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione