Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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sabato 9 marzo 2013

Lo Stato secondo Giustizia


di Mario M. Merlino


Qualche giorno fa, nell’affollarsi di uomini e sigle timorosi di perdere l’occasione di farsi pubblicità sui giornali, ho letto l’invito, un po’ arrogante e minaccioso more solito, di chi chiedeva ‘che si racconti l’unica versione possibile della storia’. Insomma ritrovarsi a riflettere su una idea delle vicende umane lasciate non all’arbitrio (la storia quale luogo dell’assurdo) o alla libertà della ricerca (ciò che dovrebbe essere patrimonio della storiografia in quanto tale), ma profetica provvidenziale, forse hegeliana (che è un invito a cercare il senso e rendersi conto dell’ineluttabilità dei perché), di certo dogmatica e intoccabile, da casta inamovibile e indiscussa. Ed io che sono stato insegnante di storia e mi illudevo di sviluppare il senso critico dei miei alunni, mettendoli in guardia quando traevo valutazioni considerazioni giudizi personali su uomini e cose… Mi diletto, perdonatemi, con il latino: ‘Multi enim sunt vocati, pauci vero electi’ (qui, direi, si potrebbe eliminare ‘multi’ e lasciare i ‘pauci electi!’). Metto subito le mani avanti… Non vi annoierò con il piccolo mondo delle diatribe, che prendono a sfogo il sottoscritto (ho forse l’aspetto del pulcino ‘nero’ con il guscio d’uovo in testa? Nero va be’, ma pulcino mi sembra esagerato. Datemi la speranza d’essere ‘il brutto anatroccolo’ che domani, quando diventerò grande, si trasforma in cigno). Andrei troppo avanti nel disvelare l’immensa estensione della mia vanità, ho ancora delle remore, un minimo di pudore. Cosa vi credevate, miei sciocchi e cari lettori?!


Mentre, appunto, il proprietario romeno del bar mi mostrava Il Messaggero, oserei dire orgoglioso di avere un ‘cotanto’ cliente, e mi mandava nella strozza il cappuccino (un po’ di sana falsa ironia), io – ligio al dovere nei confronti del negriero responsabile di Ereticamente – scrivevo un pezzo sull’Utopia anche in funzione della conferenza a Latina del 15 marzo. Un certo Franco ha lasciato un commento e a lui, oggi, rispondo, augurandomi che non la prendiate come una cenetta a due e a lume di candela e che vi possa interessare comunque. Scrive: ‘L’Utopia l’avevano sotto gli occhi, erano gli amerindi, senza denaro, nudi e sfaccendati. Casaleggio è stato dileggiato per aver citato, solo citato, l’esempio degli Irochesi e Boscimani che lavoravano un’ora al giorno. L’avventura dell’Utopia, come Città Celeste di Pound, continua’.

Bene. Rispondo e completo con un ricordo personale. La provincia di Roma, retta da una giunta di sinistra (credo fosse intorno alla fine degli anni Ottanta) aveva invitato a tenere una conferenza Ernesto Cardenal. Con il basco in testa alla Guevara, i capelli lunghi e bianchi, gli occhiali dalla montatura spessa, ex monaco benedettino, poeta, aveva partecipato alla rivoluzione sandinista contro il dittatore Somoza, puntellato dagli Usa, ed era ministro dell’Educazione nazionale in Nicaragua. Mi trovai a passare per caso sotto palazzo Valentini e, avendo letto un articolo e relativa foto che ne tracciava il profilo umano politico culturale, curioso quanto basta entrai. La sala era spumeggiante di quella borghesia intellettuale, radicale e spocchiosa, che non può mancare di inneggiare a ‘i dannati della terra’, con la pelliccia il cellulare Repubblica in bella vista. Stava raccontando come nel suo paese avesse realizzato i ‘trabajos de poesia’, veri e propri laboratori ove chiunque poteva dedicarsi a comporre versi. Perché – spiegava – la poesia nasce anche osservando un caterpillar che strappa la terra alla foresta. E questa lezione, fare cioè poesia senza disprezzare il vissuto quotidiano, aggiungeva, l’aveva appresa da Ezra Pound. Momento di gelo, panico, colpetti di tosse e sorrisini imbarazzati. Per fortuna dei venditori del chiacchierio fazioso e fasullo stiamo sempre più avendone a noia anche se è faticoso estirparne la mala pianta…

‘Non ebbero denaro/ l’oro serviva per fare la lucertolina/ e non monete/ gli ornamenti/ che splendevano come fuoco/ alla luce del sole e dei falò/ le immagini degli dei/ e delle donne che amarono/ e non monete./ Migliaia di fucine luccicanti nella notte delle Ande/ e con abbondanza d’oro e d’argento/ non ebbero denaro/ seppero/ fondere laminare saldare incidere/ l’oro e l’argento/ l’oro: il sudore del sole/ l’argento: le lacrime della luna./ Fili chicchi filigrane/ spille/ pettorali/ sonagli/ ma non denaro’: così ha inizio il poema Economia de Tahuantisuyu, cioè dell’impero incaico. ‘La maledizione dei rapporti mercantili non investe questa civiltà, e permette che l’oro valga per gli oggetti che con esso si costruiscono e che servono ad abbellire la vita di ogni giorno… E’ evidente il legame che esiste tra questi concetti e le elaborazioni di Ezra Pound intorno all’usura’, come sottolinea Antonio Melis, ispano-americanista, introducendo proprio un’antologia di poesie di Cardenal (La vita è sovversiva).

Tanto basta, credo, in aggiunta a quanto rilevava Franco nella sua nota. E, a fondo, ‘la guerra del sangue contro l’oro’ quale incompatibilità assoluta tra stato etico e stato democratico. Il primo, infatti, ha fondamento nella ricerca dell’armonia delle sue componenti, cioè essere giustizia; il secondo si regge sulla nominale legge dei numeri, dove la volontà della maggioranza può ben accontentarsi di finalità neutre. E, per concludere, mi vengono a mente le parole di William Paterson, primo governatore della Banca d’Inghilterra: ‘Il banco trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal niente’. La mia mente, le mie mani, le gambe, il sudore finiscono per essere in prestito perché, a monte, un usuraio ne tragga vantaggio. Allora, se devo essere schiavo del mio stesso lavoro e perderne il valore quale creatività, cercherò di dargli il meno possibile… un’ora appunto.

martedì 29 gennaio 2013

Abbracciato a un cavallo


di Joe Fallisi
"Morale" ed "etica" rimandando a termini (latini e greci) che indicano i costumi, differenti da popolo a popolo e transeunti; insieme, la sovrastruttura ideologica – esattamente nel senso marxiano – che su di essi viene codificata. Di qui la critica, fin troppo semplice, che di questi concetti è stata fatta (per esempio da Nietzsche). 
Essi, in realtà, sono inadeguati o del tutto parziali a giudicare il senso della questione. E, en passant, ribadisco come la dichiarazione stessa di appartenenza al genere Homo sapiens e degli eventuali tabù correlati sia TUTTA CULTURALE, cioè accidentale, empirica, non sostanziale(1). 
Potremmo rifarci a comunità umane le cui usanze e leggi hanno ritenuto inammissibile l’abuso e la reificazione, da parte dell'uomo, degli animali non umani (così come, più in generale, della natura). Ciò non "dimostrerebbe" ancora nulla dal punto di vista filosofico, perché ad esse si potrebbero contrapporre quelle di tante altre nel corso della storia (oltre a tutto la maggioranza).

Paradossalmente, è la psicologia applicata alla "giustizia", concetto cardine, a tutte le latitudini, di ogni etica, che a mio parere meglio consente di intravedere la soluzione. Qui è forse utile una breve digressione storica sull'idea stessa di "giusto" e "ingiusto". L'esigenza di ristabilire l'equilibrio infranto la ritroviamo fin dalla più remota antichità e l'antichità della giustizia ebbe generalmente una concezione naturalistica. Dai pitagorici, che consideravano il numero come simbolo dell'armonia cosmica e le azioni umane come riflesso di questa sulla terra e nel numero elevato al quadrato vedevano l'espressione teorica più pura della giustizia (equità e parità: distribuzione e retribuzione "pari per pari"); a Platone che la riteneva, piuttosto che un concetto astratto, un'entità reale, un'ipostasi, la virtù capace, all'interno e fuori dell'individuo, di produrre l'armonica concordanza fra le tre parti (razionale, irascibile, concupiscibile) dell'anima, così come fra le tre classi sociali che nella sua visione ad esse corrispondono; ad Aristotele che si riferiva (per primo) alle idee di uguaglianza e di "giusto mezzo", per cui la virtù consiste nell'armonia e nell'equidistanza che "media" tra l'eccesso e il difetto(2); agli stoici che ritenevano i rapporti umani regolati da una vera e propria "legge naturale", che come Provvidenza guida e governa il mondo; ai romani che questa stessa legge chiamarono "diritto delle genti". 
E' solo con il torvo avvento del cristianesimo che si affaccia e impone una concezione "spiritualistica" della giustizia, in base alla quale il suo fondamento non è più la legge naturale, ma la "volontà di Dio", secondo i suoi imperscrutabili disegni. "Giusto" è ciò che Dio vuole, secondo S. Agostino, giusto è l'uniformarsi a quella volontà senza volto. La "norma" diviene il comandamento di Dio e l'ossequio ad esso il primo, anzi l'unico, dovere. Interpretato e amministrato, come ben sappiamo, dalla nera pretaglia. 
Ma torniamo alla psicologia. Chiediamoci cosa muova l'animo e il comportamento di chiunque (di un pigmeo, di un hawaiano, di un boscimane, di un finnico, di noi stessi) alla vista o anche alla semplice considerazione di un'ingiustizia palese; oppure, più specificamente e più in generale, quale sia il motivo vero del nostro prendere partito per la "rivoluzione", per la distruzione e il superamento di quest'ordine sociale. Perché diavolo, ab ovo, ci appare intollerabile lo sfruttamento di fabbrica, quell'automatico, materialissimo  prelievo-"furto" del plusvalore su cui tutta la baracca fantasmagorica del capitale si regge e prospera fino al delirio, fino alla pura astrazione? Non ci sembra forse, innanzi tutto e irrevocabilmente, "ingiusto"?… Al proposito, nelle nostre reazioni dirette, non conta un bel nulla il pensiero che si tratti di una forma sociale storicamente "superiore"! (sai quanto ce ne può sbattere se il sangue lo succhia un vecchio padrone o un modernissimo "operatore" in camice bianco!... quello che conta è che in un batter d'occhio ti ritrovi carcassa, vuoto a perdere)... E così è PER TUTTO. Anzi, si può dire che le azioni che noi stessi sentiamo come più degne riguardano SEMPRE la lotta contro qualcosa che ci appare iniquo, ancor di più se esse vanno oltre il misero recinto del nostro ego (quello di Stirner, in fondo, è solo un equivoco idiosincratico). E in tale categoria, rientra perfettamente, a ben vedere, anche tutto ciò che riteniamo falso e laido. 
Nietzsche pensava che la molla del "socialista", dell'"anarchico", eredi ed esecutori testamentari, ai suoi occhi, del nichilismo cristiano, fosse il risentimento e l'invidia mortale – nei confronti dei forti, dei ben formati, dei baciati dagli dei. Molto di quel che storicamente gli è seguito parrebbe confermarlo. E tuttavia la necessità di questa rivolta, se egli avesse potuto astrarsi dalla sua stessa condizione sociale (quella di un aristocratico crepuscolare), se fosse uscito all'aperto, nel grande mondo cangiante, penso che anche ai suoi occhi sarebbe apparsa sotto altra luce... Figurarsi!... l'occhio di Nietzsche, il più cristallino, implacabile, sincero, GIUSTO!... 
Per quanto mi riguarda, l'ultima sua immagine, quella più veritiera è la, nella piazza di una Torino stupefatta, abbracciato in pianto convulso a un cavallo...

NOTE

(1) A semplice mo' di esempio. Per il cittadino texano un bimbo di una città qualunque della baraccopoli planetaria non "vale" pressocché nulla – se non, eventualmente, come potenziale lavoratore semi-schiavo o futuro consumatore o persino come deposito d’organi – in confronto a un pargolo (della classe medio-alta) di Houston. I due appartengono a "specie" diverse (sempre più nei fatti) e ciò che li apparenta nell'ideologia è puro costrutto mobile culturale.
(2) Per Aristotele la giustizia (da lui distinta in g. distributiva e g. commutativa) è la virtù etica per eccellenza, fra tutte la più elevata e che tutte comprende e coordina. Essa è solo "riferita ad altro", tende cioè a realizzare non tanto il bene del singolo che la esercita, quanto piuttosto il bene di tutti e di ciascuno, e richiede, per essere tale, l'intenzione deliberata e consapevole della volontà. Distinguendosi in ciò dalla mera legalità e dalla consuetudine.