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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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domenica 2 giugno 2013

Fiume e la nostalgia per il futuro



di Mario M. Merlino


Cosa spinge tanti di noi a recuperare l’immagine di Fiume dannunziana? E, va da sé, al di là dell’anniversario, pur doveroso, legato alla nascita del Poeta. Scrivevo della ristampa dei libri di Mario Carli e di Tom Antongini, freschi di stampa (aprile 2013), e che contribuiscono a darci la vicinanza a quell’evento di cui abbiamo letto soprattutto sotto le forme del saggio. Io stesso ne ho tratto un breve capitolo in Inquieto Novecento. Ci immergono in atmosfere voci odori pulsioni slanci all’interno della cattedrale di San Vito osservando la Torre Civica sulla cui cupola svettava l’aquila, simbolo della città, e soffermandosi davanti ai banchi di piazza delle Erbe, tipica fra le genti venete sotto la Serenissima,  respirando salsedine al porto con le barche dondolanti e le vele pronte a salpare per la pesca e partecipi al cimitero di Cosala dove il 2 gennaio 1921 lungo la via 30 Ottobre (chissà quale nome impronunciabile e falso l’è stato dato dallo slavo straniero?) si snodò il corteo dei legionari per l’estremo atto d’amore verso i caduti, tutti raccolti sotto il tricolore, la grande bandiera che aveva coperto ad Aquileia il feretro di Randaccio l’eroe che ‘ morì di morte divina’ sulle sponde del Timavo.


C’è l’entrata delle bande titine ai primi di maggio del ’45, gli scannamenti da parte dell’O.Z.N.A., con il compito di eliminare chiunque potesse ostacolare la slavizzazione della città e, al contempo, instaurare un clima di terrore atto all’esodo della popolazione. L’episodio di Vito Butti, Maresciallo di Finanza, di cui credo aver già parlato su Ereticamente e che mi sembra esemplare sotto molteplici aspetti…

Certo il disagio, un legittimo risentimento culturale, di quanto siamo stati costretti a sentire, prima come studenti e poi come professori, su Gabriele D’Annunzio da chi si proponeva depositario della storia della letteratura.

Un D’Annunzio mestatore fin dall’attribuirsi un cognome non suo, con il forte accento abruzzese (tacita spocchia da cattedra verso ‘i burini’!), di aspetto ridicolo e misero, privo di capelli e di un occhio, mitomane vanesio sperperatore di denaro altrui, retorico ampolloso barocco nell’eloquio e nello scrivere, esteta per figli della borghesia di una Italietta provinciale e arrogante, cattivo lettore di Nietzsche (altro esempio del manicheismo ignorante della classe docente!), di cui s’impone sempre e soltanto studiare Il Piacere e qualche poesia, I Pastori e La Pioggia nel pineto, prossimo a Mussolini e in qualche misura suo bardo… Poi arriva Renzo de Felice e ci illumina sul dissidio, il contrasto tra il Poeta e il Politico, il primo in auge, il secondo emergente. E, nello scontro, l’astuzia e la determinazione e il pragmatismo del futuro Duce ebbero la meglio sull’utopia del verso e della musica (tutto possibile, ma è a Mussolini che D’Annunzio scrive all’atto di partire per Fiume e non ad altri, ad esempio, e la scelta di Mario Carli, di cui c’è detto in precedente intervento, d’essere ‘la sentinella del fascismo intransigente’ vorrà pur significare qualcosa… per lo meno che la Storia è complessità come ci insegnava Edgar Morin).

Fiume come ‘utopia della realtà’, per citare un interessante documentario (ben interessante visto che ci sono io fra gli intervistati e, diciamolo pure, in estetica dell’esistente e in qualità della parola non mi batte nessuno!), la città ove si sperimentano le formule più ardite di vita politica cultura che torneranno, quelle d’impostazione sociale, nei 18 Punti di Verona, dopo un lungo esilio in patria. Anche se la loro eco attraverserà tutto il Fascismo e forgerà uomini e idee (ad esempio sulla Rivista del Lavoro un articolo di Tullio Cianetti s’intitola Attualità di Fiume, 31 dicembre 1939), uomini e idee che, appunto, faranno parte significativa della Repubblica Sociale (e qui basterà ricordare Fulvio Balisti, legionario fiumano, a Lugano vicino agli anarchici, al comando del battaglione Giovani Fascisti a Bir el Gobi, con lascito testamentario della Piccola Caprera a Ponti sul Mincio).

Di questa utopia (ma senza l’utopia saremmo tutti più poveri inani e tristi!) si nutrono tutti coloro che avvertono nella modernità presente la presenza del Fascismo solo se sarà capace di essere, sempre e comunque, un passo oltre e un passo avanti. L’immagine di Enea in fuga da Troia in fiamme con il vecchio padre sulle spalle e il figlioletto per mano simboleggia bene la necessità a cui questo Fascismo è destinato… abbandonare la difesa di un mondo di vuote formule perbeniste, una mentalità diffusasi e ben spalmata al di là dei meri confini di classe, avvertire ogni confine una prigione e, se occorre e occorre, lasciare la pietrosa Itaca (qualcuno agognava un ritorno ad Itaca, mi sembra, ma con poca fortuna) levare l’ancora e dare vento alla vela per seguire, quale novello Ulisse dantesco,  ‘virtute e canoscenza’…

Fiume come recupero di quella nostalgia per il futuro, rifiutando la lezione di Martin Heidegger che l’intendeva come il tornare a casa con dolore o, se si preferisce, dato che la casa è risultata depredata e vuota, rendere il passo la propria dimora…

venerdì 31 maggio 2013

Fiume, avanguardia della Rivoluzione!



di Mario M. Merlino


Sono stato più volte ad Ancona – mi era facile trascorrendo diversi mesi sulla costa romagnola – e sempre, percorrendo la storica via Pizzecolli, mi sono recato fino alla scalinata su cui si erge, nell’omonima piazza, la chiesa di San Francesco delle Scale. Con la sua facciata e il portale in stile gotico di pietra bianca dell’Istria, opera dell’architetto Orsini di Sebenico nella metà del XV secolo. Sotto il dominio napoleonico fu adattata a scopi militari, successivamente a Pinacoteca. Nel 1944 fu colpita durante uno dei bombardamenti alleati subendo notevoli danni. Solo nei primi anni ’50 fu nuovamente consacrata alle sue originarie funzioni religiose. Non, però, di storia dell’arte e di monumenti religiosi è il mio intento. Ho sempre avuto a noia visitare i musei soffermarmi estasiato davanti ad opere incorniciate e appese alle pareti volgermi con mal celati gridolini di libidine estetica e, ancora, girovagare per centri storici ammirare soppesare uscire con luoghi comuni accompagnati da punti esclamativi e tono della voce declamatorio e gesti studiati della mano…


Esuli, i fiumani, vi hanno eretto un altare con la dura pietra del Carso – la medesima che si mostra a monito sul marciapiede, zona Laurentina, Roma, dove venne edificato il quartiere per i giuliani gli istriani i dalmati in fuga e che porta il loro nome – e vi hanno esposto un’anfora con l’acqua della loro città e un cofanetto di terra del cimitero e quel tricolore che, ultimo, sventolò sull’Olocausta. Una testimonianza che è eredità di spirito e di sangue, proprio in quella città che li aveva accolti, al loro arrivo in porto, lanciando pietre ed invettive su indicazione del partito comunista. Aveva declamato Gabriele D’Annunzio: ‘Si spiritus pro nobis, qui contra nos?’. Nell’età del nichilismo Nietzsche ci ha educato a pensare alla morte di Dio e allo Spirito ritiratosi. Lo sappiamo bene noi, folli e disperati, costretti a danzare ormai al ritmo ossessivo d’una nota sola. Eppure vogliamo restare fedeli all’onda eterna della poesia che andò ad infrangersi sulle rive del Carnaro. Ecco perché, sì questa è la ragione, fin da giovane inquieto ed irriverente ho avvertito una sorta di dovere a visitare quella chiesa. Non da turista non da credente non da sopravvissuto…

Con lodevole iniziativa Maurizio Murelli ha pubblicato (‘In 500 esemplari nel 150esimo anniversario della nascita di Gabriele D’Annunzio e a 75 anni dalla morte dello stesso’ come si legge in nota), per i tipi dell’Aga Editrice, tre volumi che sono la ristampa di due opere di Mario Carli, Con D’Annunzio a Fiume e Trillirì, e di Tom Antongini Gli allegri filibustieri di D’Annunzio. Con caratteri che rimandano alla stagione delle dispense universitarie quando poco si studiava e ci si bastonava sulle scalinate delle facoltà. Allegramente e con atteggiamenti pirateschi, mi verrebbe da dire, in omaggio alla scelta di riannodare i fili della memoria sull’impresa fiumana iniziatasi alle ore 13,30 dell’undici settembre 1919. In divisa da ufficiale dei lanceri di Novara il Vate, pur febbricitante, lascia Venezia e raggiunge la punta di San Giuliano a Mestre, ove l’attende il suo autista con l’automobile rossa e scoperta.

Ho i tre libri in pila a lato del computer. Del saggio di Mario Carli sono alle ultime pagine. Mario Carli, ufficiale degli arditi nella Grande Guerra, disertore per raggiungere D’Annunzio a Fiume, di cui diverrà fra i più intimi collaboratori. Viene inviato a Milano, per volontà del poeta, a costituire la redazione de La Testa di Ferro, il giornale della causa fiumana e forse strumento ulteriore per predisporre un piano di ampliamento della rivoluzione su tutto il territorio nazionale. Arrestato con degli anarchici sotto l’accusa di progettare atti di sabotaggio mentre si sta consumando la tragedia di Fiume, il Natale di sangue del 1920. Tra Lenin e l‘emergere del fascismo, intransigente (forse sotto la spinta di Sorel) e sempre là dove vi sono avanguardie le più radicali che chiedono di andare oltre. Il romanzo Trillirì è un regalo di Rodolfo per il mio prossimo compleanno. Del terzo so soltanto che narra, in presa diretta e partecipe, la vicenda degli Uscocchi che, riprendendo la tradizione della pirateria in Adriatico al tempo della Serenissima, rifornivano la città colpita dall’embargo.

Poesia rivoluzione azioni esemplari ed eclatanti la Carta del Carnaro le donne sesso nudismo yoga e cocaina la musica Alla festa della rivoluzione, come si intitola il bel libro di Claudia Salaris. Tutto questo, certamente, è di una modernità gioiosa libertaria irriverente le immagini che ci giungono e ci fanno amare quella esperienza.  Fiume fu, però, anche laboratorio per una concezione ardita e anticipatrice delle dottrine sul concetto di proprietà sulla dignità del lavoro sulla giustizia sociale che, percorrendo il lungo e a volte tortuoso cammino del fascismo, arriveranno ai 18 Punti di Verona. E anche in ciò sta l’amore che sentiamo per quella città, italianissima sempre alla nostra mente e nel nostro cuore, e la sua sfortunata avventura.