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venerdì 15 marzo 2013
Grillo è contro l'Europa: ecco perché mi piace
di Michele Rallo
Non ho votato Grillo alle scorse elezioni, ma solamente per un fatto sentimentale: fino a quando sulla scheda elettorale sarà presente un simbolo che si ricollega al mio mondo (nella fattispecie La Destra di Storace) il mio voto andrà a quel simbolo. Non ho votato Grillo — dicevo — ma lo avrei fatto certamente se, invece che al sentimentalismo, avessi obbedito alla mia razionalità. E ancor più lo voterei oggi, quando l'uomo dello tsunami viene attaccato a testa bassa dal circo mediatico del miliardario Carlo De Benedetti (tessera n.1 del PD), in sorprendente alleanza con i media vicini al miliardario-rivale Silvio Berlusconi (padre-padrone del PDL).
Che cosa si rimprovera a Beppe Grillo?
Ufficialmente, di avere preso tanti voti "di protesta", ma di non essere in grado di trasformare quei voti in una concreta azione di governo. Nella sostanza, invece, quello che i media influenzati dal gruppo De Benedetti (e qui Berlusconi non c'entra) imputano all'ex comico, è di non offrire graziosamente i voti che servirebbero a Pierluigi Bersani per coronare il suo sogno proibito: fare il Presidente del Consiglio. Ma per quale caspita di motivo Grillo dovrebbe suicidarsi in questo modo? Risposta del gran circo conformista: perché l'Italia ha bisogno di un governo purchessia, senza il quale l'Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e i mercati ci amerebbero di meno o non ci amerebbero affatto.
E, a riprova, ecco che lo spread si impenna e che le agenzie di rating ci declassano ulteriormente. Piccolo particolare che sfugge ai padroni dell'informazione: Bersani vuol fare un governo che "mantenga gli impegni con l'Europa". Cioè, tradotto dal politichese in italiano corrente: che continui nel solco tracciato da Monti, riducendo di 5 miliardi di euro ogni anno — e per vent'anni — il nostro debito pubblico (Trattato di Stabilità Finanziaria), consegnando agli organismi europei i 125 miliardi di euro previsti dal Meccanismo Europeo di Stabilità soltanto per i prossimi cinque anni, e reperendo i soldi — che non abbiamo — facendoceli prestare dalla speculazione finanziaria e/o aumentando tasse e macelleria sociale.
Tutte cose — i fondamentali del Bersani-pensiero — che sono l'esatto opposto del programma dello sparigliatore ligure: Grillo vuol farci uscire dall'Unione Europea, vuole che l'Italia si riappropri della propria sovranità monetaria, vuole che smettiamo di indebitarci sempre di più con gli usurai internazionali.
Stando così le cose, per quale arcano motivo dovrebbe dare i suoi voti a chi vuole fare l'esatto opposto? Risposta della sinistra finanziaria: per dare un governo all'Italia e per evitare che si torni alle urne nel giro di sei mesi. Alle urne, forse, si tornerà; ma un governo più o meno provvisorio, più o meno di coalizione — purtroppo — lo faranno comunque, magari un governo di salute pubblica presieduto da un sinistro illuminato: chessò... un Prodi, un Amato, un Passera, o un qualsiasi altro tecnico benvoluto dai mercati. Ma, se così non dovesse essere, per l'Italia sarebbe certamente meglio: meglio sei mesi di crisi che venti anni di progressivo strangolamento economico e sociale. Meglio la razionale protesta di Grillo che il tragico europeismo di Monti e dei suoi eredi.
Nota di Ereticamente
Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione
mercoledì 6 febbraio 2013
La crisi dell’Euro nei programmi delle elezioni politiche del 2013
Fuggiamo dalla passiva accettazione dei luoghi comuni
di Luca Cancelliere
Il dibattito sulla politica economica in Italia si distingue per la scarsa attenzione ai problemi tecnici e per l’adesione conformistica alle tesi veicolate dai “mass media” nazionali, controllati dai gruppi economici legati alle oligarchie finanziarie internazionali. Prevale dunque l’accettazione passiva dell’europeismo più spinto, con lievi sfumature. Praticamente niente, pertanto, del dibattito che gli economisti italiani più avanzati (come Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini) sulla scorta dei risultati raggiunti dai più illustri studiosi internazionali(come Roberto Frenkel e Paul Krugman) hanno intrapreso sul fallimento annunciato dell’area Euro e sull’opportunità del ritorno alla Lira, è entrato nell’odierno dibattito politico elettorale.
L’alleanza di centro guidata dal Presidente dei Consiglio dei Ministri uscente, Mario Monti, è un caso di commissariamento diretto della politica italiana da parte dell’alta finanza internazionale, delle istituzioni europee e della Germania di Frau Merkel, senza intermediari. La coalizione tra lista Monti, UDC e FLI, a rigore, non può nemmeno essere considerata un soggetto politico “italiano” nel vero senso del termine.
Tra i soggetti politici tradizionali, il Partito Democratico (con gli alleati di “Sinistra Ecologia Libertà”), è oggi quello più conseguente e coerente nel perseguire la subordinazione dell'Italia al progetto euro-mondialista. Le radici di questo progetto, abbracciato dall’ex P.C.I. a partire dalla segreteria Occhetto, risalgono al 1948, quando a Washington il capo dell’O.S.S. (antenato dell’attuale C.I.A.) William Donovan fondò l’A.C.U.E. (American Committee for United Europe) e cominciò a finanziare i federalisti europei. Nello schieramento di centro-sinistra, pertanto, stanno i fautori più accesi degli ”Stati Uniti d’Europa”, tappa decisiva verso la futura integrazione euro-americana.
Per quanto riguarda la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, essa crollò nel 2011 per l’ostilità internazionale suscitata dalla sua politica sovranista filo-russa e filo-libica. Il voltafaccia contro Gheddafi, il sostegno al governo Monti e il voto a favore del “Fiscal Compact” hanno cancellato quella stagione. Non sorprendono, pertanto, le proposte programmatiche di “accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria, fiscale” e di rilancio del ruolo centrale della B.C.E. di Draghi con i fantomatici “eurobonds”. L’errore è pensare che l’Euro possa essere riformato: l’area Euro non è un’area valutaria ottimale, nel senso dato al concetto dall’economista Mundell.
L’economista argentino Frenkel ha dimostrato che gli squilibri della bilancia dei pagamenti tra le economie appartenenti a un’area valutaria non ottimale provocano una crisi finanziaria che si propaga dal settore privato a quello pubblico e porta quest’ultimo all’insolvenza. Esattamente quanto sta accadendo oggi, in misura diversa, all’Italia, alla Grecia, alla Spagna.
“Rivoluzione Civile” di Ingroia si dichiara “contro l’Europa delle oligarchie economiche e finanziarie”, contro il “Fiscal Compact” e per “l’abbattimento dell’alto tasso degli interessi pagati”. Propositi irrealizzabili senza la subordinazione delle banche, centrali e non, ai governi. La crescita del debito pubblico dal 62,40% del 1981 al 118,40% del 1993 fu l’effetto diretto del divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, avvenuto nel 1981, a seguito del quale la Banca d’Italia non fu più obbligata ad acquistare i titoli del debito pubblico non collocati sul mercato obbligazionario. Nel 1983, inoltre, fu abolito l’obbligo per gli istituti di credito privati di detenere una quota minima di titoli di Stato (“vincolo di portafoglio”). La conseguenza fu che lo Stato, per finanziarsi, dovette ricorrere esclusivamente al settore finanziario privato, concedendo tassi d’interesse molto più elevati e facendo esplodere la spesa per interessi passivi. Per abbatterli, lo Stato deve poter controllare la base monetaria.
Neanche il programma del “Movimento Cinque Stelle” di Beppe Grillo affronta minimamente la questione monetaria. Esso si limita ad auspicare la “riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi (…)”. In pratica, la politica del “Fiscal Compact”, che ha portato il rapporto debito/P.I.L. dal 119,9 del 2011 all’attuale 127,3%. I tagli alla spesa pubblica in fase di recessione, come è noto, deprimono la domanda aggregata e peggiorano ulteriormente il rapporto debito/P.I.L.. Mentre al contrario la politica economica dovrebbe essere anticiclica, cioè espansiva nelle fasi di recessione e restrittiva nelle fasi di crescita economica. E’ inoltre significativo che Grillo, il 22 settembre 2012, abbia esplicitamente negato qualsiasi proposito di portare l’Italia fuori dall’Euro. Si può concludere che forse ha ragione Alberto Bagnai a parlare di “partito unico dell’Euro”.
L’Europa vera non è quella della U.E. e della B.C.E., ma quella degli Stati Nazionali, che devono tornare a battere la propria moneta.
Excalibur n. 72 - Gennaio 2013
Periodico dell'Associazione Culturale "Vico San Lucifero" (Cagliari)
www.vicosanlucifero.it
Pagina 13
Periodico dell'Associazione Culturale "Vico San Lucifero" (Cagliari)
www.vicosanlucifero.it
Pagina 13
giovedì 22 novembre 2012
I padroni della finanza
di Enrico Marino
Il modello imperiale britannico è sempre stato un’impresa finanziaria in cui le considerazioni morali erano sempre messe in secondo piano rispetto all’urgenza del profitto. Anzi, le espansioni coloniali inglesi rispondevano a progetti intrinsecamente criminali, nel senso che facevano affidamento sugli utili derivanti dallo schiavismo e dalla vendita di stupefacenti.
Una fase dell’Impero – che fu un impero atlantico composto dalle colonie americane e dai possedimenti dei Caraibi - ebbe termine quando gli Americani combatterono la loro guerra rivoluzionaria per l’indipendenza. Una seconda – l’impero asiatico, fondato sul controllo dell’India e del commercio imposto con la forza alla Cina - ha cominciato a chiudersi con l’indipendenza dell’India nel 1947. Il nazionalismo arabo e quello africano hanno progressivamente affievolito l’influenza britannica negli anni che seguirono. A un certo punto, con la sconfitta a Suez nel 1956 e, infine, quando la Gran Bretagna si è ritirata dal suo ultimo possesso significativo all’estero, Hong Kong, nel 1997, il gioco si è concluso.
Oggi, se uno crede a quello che ci viene detto da rispettabili storici e dai media, la Gran Bretagna ha voltato le spalle al suo passato imperiale e sta mettendocela tutta per farsi strada come una nazione normale. La realtà è un po’ più complicata. E ormai da decenni siamo alle prese con una terza fase dell’imperialismo britannico, organizzato intorno alle sue infrastrutture finanziarie offshore e alle notevoli risorse diplomatiche, di intelligence e di comunicazione inglesi. Dopo aver abbandonato la forma esteriore, militare, dell’impero, gli inglesi hanno cercato di recuperarne la sostanza.
Il Regno Unito permette ai residenti stranieri di detenere i loro fondi offshore e tassa unicamente i soldi che portano nel paese. Questo approccio, una reliquia dai tempi dell’impero ufficiale, rende il paese un popolare luogo di residenza per i miliardari di tutto il mondo, dall’Africa, dall’Europa continentale e dall’India.
Una volta a Londra, un sofisticato apparato giuridico e finanziario fa in modo che i fondi esteri siano depositati in una rete di giurisdizioni offshore. In un suo libro rivoluzionario, “Treasure Islands”, Nicholas Shaxson descrive Londra come il centro di una ragnatela che collega le Isole del Canale, l’Isola di Man e i Caraibi. Gli inglesi, in sostanza, hanno riadattato i resti sparsi del loro impero come strumenti per soddisfare le esigenze del capitale globale.
Quando l’Unione Sovietica si sciolse, quelli che si erano assicurati il controllo dell’economia russa privatizzata si trasferirono in blocco a Londra. Avevano poco in termini di base sociale nel proprio paese e la loro posizione era insicura. Avevano bisogno di trovare un modo per incanalare profitti all’estero e Londra offrì loro l’accesso a un centro mondiale della finanza, oltre ad aliquote fiscali favorevoli.
La città ha dato ad alcuni di loro anche un profilo pubblico planetario. Con l’acquisto del Chelsea Football Club e dell’Evening Standard, Roman Abramovich e Alexander Lebedev, rispettivamente, si sono trasformati in figure di rilevanza internazionale.
Lo Stato britannico, però, non si limita a fornire ospitalità, bassa fiscalità e celebrità, ma mette anche le sue risorse diplomatiche a disposizione dei suoi residenti stranieri preferiti.
Sono noti gli intrecci tra la finanza offshore, la politica e le donazioni ai partiti nel Regno Unito.
E seppure le donazioni da stranieri sono illegali, è una questione relativamente semplice creare una società registrata nel Regno Unito per effettuare la transazione. La condizione di offshore confonde la distinzione tra interno ed estero.
Tutto questo fa parte di un progetto imperiale molto più vasto, la cui portata e significato sono difficili da comprendere per il grande pubblico. Questo non è un impero che si fa pubblicità. Anzi, cerca di occultare la sua stessa esistenza. Ma non vi è alcun dubbio circa le sue ambizioni. Per decenni, i governanti della Gran Bretagna hanno cercato di fare di Londra la capitale del capitalismo globale. Lo Stato si è riorganizzato a tal fine. Le politiche di privatizzazione sono state testate prima nel Regno Unito e poi esportate in tutto il mondo.La deregolamentazione ha portato le banche estere a Londra. Il settore finanziario, quello dei servizi segreti e i partiti politici sono impegnati in un progetto che i principali media difficilmente si sentono di discutere.
Di tanto in tanto, le dinamiche dell’impero offshore diventano visibili nella forma di scandali e crimini sensazionali. Le lotte di potere producono delle increspature difficili da ignorare. Una fazione dell’impero invia un messaggio ad un’altra. Per un attimo ciò che non si può discutere è menzionato, obliquamente, così come le maniere di agire dell’impero. Ma poi tutto torna nell’oblio e nel silenzio. La city resta il cuore mondiale del capitalismo finanziario e dei grandi squali delle borse, degli spread, delle banche d’affari, dei derivati, della speculazione. La city resta il passaggio obbligato per chi vuole accreditarsi presso i detentori del potere economico mondiale e da loro ricevere l’investitura a governare uno Stato. Da D’Alema a Occhetto fino a Prodi, la sinistra italiana è passata tutta per la city per rassicurare il grande capitale, rifarsi una verginità e ingraziarsi i padroni della moneta. E lo stesso Monti ha dovuto dare spiegazioni e garanzie poco dopo il suo insediamento alla guida del governo tecnico.
Il neo impero britannico non è una superpotenza industriale o militare. Anzi, è marcatamente vulnerabile. E le grandi potenze potrebbero fare molto per ostacolarlo, se solo scegliessero di farlo.
Ma esso rappresenta una tentazione permanente a tradire le lealtà locali e nazionali in nome dell’appartenenza ad un’entità molto più esclusiva ed elusiva, un’élite il cui fascino è intimamente legato alla sua opacità, alla sua capacità di operare senza controlli, senza dover rendere conto ad alcuno, esercitando un potere occulto e pervasivo che prospera nella misura in cui può sfruttare e, ove possibile, stimolare, la corruzione e l’obbedienza in altri contesti.
La vecchia retorica è sparita, non ci sono più bandiere e trombe. Ma per altri versi, l’impero assomiglia molto al suo predente. Deve fare tutto il possibile per evitare che un’autentica democrazia prenda piede nel Regno Unito e lo sottoponga a regole e controlli. Più ricava lauti profitti dalla rapina finanziaria operata all’estero, più la macchina del capitalismo globale avvantaggia solo una piccola minoranza delle élite dell’apparato. La restante parte dei cittadini si trova ad affrontare un futuro di crescenti disuguaglianze, ridotte prospettive e disagio sociale. Come nei secoli precedenti, i cittadini sono chiamati a pagare quando le avventure all’estero diventano costose. Infine, come il precedente impero britannico, quello attuale è un’impresa criminale. Ma dopo essersi specializzato in schiavitù e traffico di droga, oggi il suo marchio distintivo è diventato il reato di evasione fiscale e il cinico sacrificio delle economie europee sull’altare del mercatismo, dei rating e dei saldi di bilancio.
















