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mercoledì 22 maggio 2013
Sulla dignità
di Flores Tovo
Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale, la legge morale per eccellenza) era da lui considerato come “ein Fact der Vernunft”, un fatto della ragione umana, poiché, se il fondamento fosse stato altro, l’agire umano sarebbe stato condizionato (meglio sarebbe stato dire determinato) e quindi non libero, in quanto dipendente e quindi non autonomo. Persino Dio non poteva essere il nostro fondamento proprio perché saremmo stati da lui dipendenti. Pertanto, scriveva Kant, Dio non sta all’inizio e alla base della vita morale, ma eventualmente alla fine. Si giunge qui al compimento dell’antropocentrismo. A tale conclusione Kant era pervenuto, a dire il vero, per salvare la possibilità di un libero arbitrio umano, all’interno di una natura che egli considerava, come Newton e gli altri scienziati, nient’altro che una macchina. Per questo motivo, e solo per questo motivo, l’uomo possiede una dignità, che è dovuta proprio al fatto di essere un ente razionale che è “superiore ad ogni prezzo”.
Può sembrare strano, ma questo è ancora il pensiero dominante nel mondo attuale, soprattutto da quando col Concilio Vaticano II, preparato culturalmente dal teologo Karl Rahner, la Chiesa cattolica rivolse la propria mente verso la direzione antropocentrica della cultura moderna, che aveva appunto trovato nell’illuminista Kant il suo massimo esponente e che il comunista Marx aveva poi ancor più accentuato nell’affermazione che “la radice dell’uomo è l’uomo stesso”. Nietzsche ebbe perlomeno l’ardire che il fondamento dell’agire, al di là del bene e del male, sarebbe stato il superuomo.
Ora si tratta di guardarsi negli occhi. Di che cosa si sta parlando? Di quale dignità, di quale volontà buona, di quale razionalità si sta continuamente cianciando? Anche coloro che si rendono conto del Pericoloparlano sempre di ecologia, di sviluppo sostenibile, di ritorno al mutuo soccorso, di decrescita felice, di permacoltura e di piantare pomodori o allevare galline nel terrazzo e di tante altre più o meno intelligenti proposte per venir fuori da questo ormai interminabile tunnel in cui ci si è cacciati. Questo tunnel è in realtà un abisso. Nietzsche ammoniva che chi guarda sempre l’abisso, prima o dopo sarà l’abisso a guardare lui. Ma anche questo avvertimento è superato. Nell’abisso ci siamo caduti tutti. Anzi sarà esso stesso ad avere paura di noi. Come potrà egli, infatti, sostenere il peso di 8 miliardi di individui? Come scriveva un buontempone, che si riferiva però solo ai Cinesi, se tutti saltassero da 2 metri di altezza in sincronia, essi provocherebbero uno tsunami che distruggerebbe gli Stati Uniti.
La ragione umana. Essa è sì uno strumento meraviglioso con tutti i suoi principi logici, un dono divino forse. Ma che cosa se n’è fatto di essa? E quanti oggi la usano per il bene comune, semmai esista ancora un bene comune? Nel suo libro “La società sotto assedio” il sociologo Zygmund Baumann sottolineava che le presunte classi dirigenti ormai non controllano più niente: né l’incremento demografico, né il tasso inquinamento, né la deforestazione e lo sterminio degli animali, né il denaro. Niente di niente. Di solito nelle epoche storiche “normali” i mediocri hanno governato, si pensi agli Asburgo, col loro buon senso che era appunto aurea mediocritas. Solo nelle situazioni eccezionali sono emersi i giganti come gli Alessandro, Cesare o Napoleone. Nel mondo attuale dominano invece i pessimi, i maggiordomi, poiché nel mondo della quantità, nel regno del mercato dominano i grandi commedianti, grandi nel recitare la favola bella. “Spirito ha il commediante, ma poca coscienza dello spirito. Sempre crede in ciò con cui riesce a far credere gli altri più fortemente, - far credere in lui stesso” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra). Il razionalismo moderno, che ha avuto origini con Cartesio e che continua con le pseudo-filosofie di oggi (epistemologie, le chiamano), in realtà ha asservito la ragione al potere economico. La volontà di potenza del denaro è riuscita a sottomettere quella facoltà che, a partire da Aristotele, si è sempre ritenuto costituisse la differenza specifica rispetto agli animali. Il capitalismo, l’economia del più-denaro, dapprima si è alleato col sapere scientifico per poi soggiogarlo ai propri scopi. Tutti hanno un prezzo e quindi non c’è più dignità.
Per quanto ci siano molte persone che studiano e si sforzano di progettare alternative più o meno radicali rispetto all’attuale sistema, non c’è più avvenire. Del resto, la distruzione delle certezze sociali lavoro-salute-pensione, la precarietà imposta senza colpo ferire, hanno serrato le dimensioni della temporalità ad un unico presente sempre identico a sé, che è poi la temporalità vissuta dagli animali, come ha rivelato con grande profondità un giovane prodigio della filosofia italiana, Diego Fusaro, nel suo libro “Essere senza tempo” edito da Bompiani.
Quali dovrebbero essere, infine, le vie d’uscita? Quelle di un socialismo rivoluzionario ancor più spietato di quello del passato? Quelle di un nazifascismo rimodernato, magari più antiborghese (ma dov’è la borghesia oggi?) ed anticapitalistico? Emile Cioran profetizzava che nel ventunesimo secolo Hitler e Stalin sarebbero sembrati due chierichetti. Comunque nulla di nuovo.
O forse bisogna sperare nel ritorno al pensiero di un Rousseau padre della democrazia diretta che oggi viene prefigurata dal MoVimento5stelle, una democrazia che si dovrebbe attuare (Casaleggio dixit) con l’uso di internet? Ma Rousseau è in realtà una contraddizione vivente, poiché se da un lato propugna l’uguaglianza fra tutti gli uomini (uno vale uno dice Grillo), dall’altro afferma che la moltitudine popolare non sempre capisce o vede il proprio bene, in quanto il suo giudizio non sempre è illuminato e pertanto si rende necessaria, non tanto la figura di una èlite, bensì di una figura carismatica e demiurgica che egli chiama il Legislatore (Grillo stesso o chi per lui?).
A questo punto, per chi crede nella ciclicità delle ere, è lecito ritenere che non conviene più cercare di ritardare la fine del Kali-yuga, semmai di accelerarlo. Forse sarà preferibile vivere come l’anarca che si ritira nel boschetto e vive nascosto fra amici, amori, libri e vino. Oppure per chi non crede neppure in questo, poiché è approdato ad un nichilismo assoluto in cui anche il superuomo è morto, fare come l’anziano professore Calguès nel libro “Il campo dei Santi” di Jean Respail: morire combattendo quando sarà giunta l’ora.
lunedì 13 maggio 2013
L’Essere e il Nulla…
di Mario M. Merlino
Ieri sera sono stato a cena in un ristorante con annesso maneggio di cavalli, un ristorante di classe con una serie di antipasti e primi piatti raffinati, con clienti di classe in una zona di Roma anch’essa di classe. Insomma tutto il contrario di quel Fascismo ‘immenso e rosso’, di quell’ Italia proletaria e fascista’ di cui parlava il Duce a metà degli anni Trenta e che riprende nel momento in cui annuncia l’entrata in guerra, il 10 giugno del ‘40. Insieme ad amici e camerati affettuosi ospitali intelligenti, con cui ho condiviso parte della mia giovinezza, straordinaria e irrequieta, mai negoziabile nei gesti d’allora né nella memoria.
Ed io, si sa, mi sento prossimo a questo Fascismo, che non è soltanto mani callose ascelle sudate canottiere sdrucite sigarette senza filtro sfilatini con frittata e broccoletti. Certo è il Fascismo dello squadrismo anni Venti forse un po’ becero, dichiaratamente violento, manganello olio di ricino pugnale e bombe a mano, provinciale d’estrazione e forse in prospettiva, con i BL 18 sulle strade sterrate e tutte sassi, a sfidare le città cominciando con l’ammainare le bandiere rosse dai municipi e facendo roghi in piazza con le suppellettili delle sezioni socialiste e popolari. Marcello Gallian, il suo romanzo Il soldato postumo. E’ il Fascismo di Berto Ricci che realizza una delle riviste più interessanti e radicali del Ventennio, L’Universale, e ai sette invitati al suo matrimonio può offrire soltanto un cappuccino in piedi davanti al bancone del bar.
Insomma quel Fascismo, a me ben caro e a cui accompagno una certa irriverenza libertaria senza avvertire eventuali contraddizioni anzi, direi, considerando il suo percorso il più originariamente autentico e carico di molteplici doni per l’avvenire. Certo esso non possiede alcun bagaglio dottrinario, opere o saggi, e neppure chi ne condivida i termini del suo essere fino a negarne l’esistenza storica. (Di questo ne ho fatto una serie di interventi, mi pare sei, che sono stati l’esordio prepotente con gli amici di Ereticamente).
Il tavolo troppo lungo, il vociare di troppa gente mi hanno impedito entrare nella discussione che si è aperta tra Stefano e Mario se l’identità sia una proposizione propositiva (si è perché si è qualcosa e per qualcosa) oppure possa darsi anche per negazione (ciò che non m’aggrada ciò in cui non mi riconosco mi fa sentire prossimo a chi condivide questa avversione questa diversità). Nel cielo dei filosofi lo scontro è tra l’Essere e il Nulla…
Ed è stato (apparentemente) facile – conosco l’incalzare di Stefano, la forza dialettica con cui riesce ad imporre il suo punto di vista, il prendere l’altro per stanchezza e (si incazza quando glielo dico) seguendo una strategia, più che del metodo socratico il suo riferimento mi sembra essere lo spirito ‘giacobino’ della ghigliottina. La cultura dell’Occidente è figlia di Platone ed Aristotele, di quel volo notturno dell’uccello di Athena come lo definiva Hegel, anche lui della medesima partita, dove l’avversario è costretto ad inchinarsi e mostrare la gola (come fa il lupo battuto dal capo-branco) di fronte alla visione unitaria e granitica di cui la dea Ragione fa salda guardia.
(Berlusconi era il banale oggetto del contendere a cui Mario, in spirito anticomunista, ne riconosceva il tratto ‘simpatico’. Che libidine entrare a scuola, m’è apparsa l’immagine plastica e luciferina, dopo l’esito delle elezioni e vedere i volti sfatti le occhiaie il colorito giallognolo e fegatoso dei miei ‘colleghi’ che, tronfi arroganti sicuri e protetti dall’ideologia, la fede non si discute è dogma, prima delle elezioni annunciavano di scavare la fossa al Cavaliere. E, a scanso equivoci, con cui ho da condividere solo la ‘dentiera’ e l’amore immarcescente per le donne!).
Eppure – senza scomodare quelli della ‘mia’ parte (dai sofisti agli scettici, da Nietzsche ad Heidegger, passando per l’Unico di Stirner) – m’è venuto a mente l’arenile di Romagna, ampio sabbioso con l’acqua che pigra lo lambisce, dove si costruiva un montarozzo di sabbia bianca e fine e uno stecco al centro. Il gioco della ‘polenta’, lo si chiamava. Ed ognuno di noi ne staccava una manata fino a pagar penitenza chi lo faceva cadere. Così è l’Essere che si erge orgoglioso e sicuro, ma il cui fondamento è il nostro esperire quotidiano, il prezzo che dobbiamo pagare alla Geworfenheit, quell’essere gettati a caso nel mondo (liquidato da Julius Evola nell’ultima pagina di Cavalcare la tigre con poche aristocratiche righe), tutti, chi pigri accettando chi titani correndo incontro al proprio destino. Noi, granelli di sabbia, vittime dell’inesorabilità del tempo e delle circostanze, destinati a sparire e lasciare sovente una traccia fasulla del nostro passaggio o, più spesso, rapidamente inghiottiti dalla dimenticanza. Noi, eppure e appunto, senza di noi (nelle Upanishad l’atman si confonde con il brahma) come potrebbe l’Essere reggersi e dominare il gioco crudele delle nostre finite esistenze?
mercoledì 23 gennaio 2013
Amore amore un corno...
di Mario M. Merlino
Dire che Platone è un grande filosofo è qualcosa di troppo banale, nonostante si possa condividere la critica mossagli, ad esempio, da Martin Heidegger nel XX secolo. E, cioè, che il principio di verità genera, attraverso il mondo delle idee con il loro carattere d’essere e vere e giuste e belle, il fraintendimento tra l’essere e le sue manifestazioni, l’esistente. Quel fraintendimento che caratterizza la storia della metafisica. Fino a Nietzsche che è, al contempo, colui che smaschera e distrugge le fondamenta su cui essa si sosteneva, confidando sulla supremazia delle idee contro la mutevolezza imperfezione ‘pallida ombra di sogno’ dell’opinione, e l’ultimo dei metafisici nel momento che, con la volontà di potenza, ne rinnova l’illusione o inganno che sia. Noi, nichilisti, preferiamo l’incerto mondo della sera con i suoi rimandi al tramonto che non il sorgere arrogante del sole e la luminosità piena del giorno. E non per una sorta di identificazione tramonto decadenza perire, al contrario, perché attendiamo l’alba futura quale stupore e magica sorpresa. Forse non è casuale che abbiamo sempre sofferto d’insonnia…
Calma. Nessuna inquietudine o sconcerto o sbadiglio. Non ho alcuna intenzione di costringervi ad una (dotta?) lezione su Platone. Costui, riprendendo l’ironia e il gioco dialettico del suo maestro, si divertiva a mettere alle corde i fragili contraddittori ragionamenti dei sofisti, pugili messi al tappeto dopo aver ricevuto colpo dietro colpo. Quel Socrate tanto poco amato dal padre di Zarathustra che seppe evidenziarne il tratto plebeo e democratico e che, però, si scordò di rilevare come, se il vero appartiene alla dimensione interiore di ciascuno di noi, egli gettava pure le basi sull’inesorabilità della diseguaglianza fra gli uomini. Principio quest’ultimo d’ordine aristocratico, non biologico. E qui mi fermo – lo prometto – perché mi accorgo di farmi prendere la mano dal vecchio vizio della cattedra registro lavagna e gesso…
Allora spostiamo la nostra attenzione verso il Platone scrittore capace di trasferire la parola viva espressa nell’agorà o all’interno dell’Accademia in quella scritta con ardite costruzioni invenzioni rapide immagini e tratti descrittivi ove far svolgere la contesa e l’esito scontato in cui gli odiati da lui Sofisti fanno la figura degli imbecilli mentre furono tutt’altro che sciocchi. Ad esempio nel Fedro che vede Socrate e il suo compagno di passeggiata trovare riparo dalla calura del meriggio estivo all’ombra di un frondoso platano, mentre silenziose scorrono le acque del fiume Ilisso. Fra i rami più alti il canto delle cicale ed ecco irrompere la forza ammaliatrice del mito che dà il via alla discussione sull’origine dell’arte e dell’amore. Furono le cicale esseri umani che, avendo ascoltato l’armonia delle Muse e rimasti da esse incantati, finirono per privarsi d’ogni necessità e, di conseguenza, essi vivono senza nulla abbisognare portando, una volta che l’estate finisce, notizia alle Muse di coloro che, con animo puro, si dedicarono all’arte e, di conseguenza, a quali uomini donare l’ispirazione poetica.
E il Socrate bizzarro che ci viene descritto prima di raggiungere il piccolo gruppo di intellettuali intenti a festeggiare nella sua casa il poeta Agatone e a discettare sulla natura d’Amore da cui il titolo del dialogo, il Simposio, divenuto segno distintivo d’ogni incontro su tema specifico. Il giovane Eros, dispettoso scalzo né immortale né mortale, al di là della saggezza e dell’ignoranza, a cui nulla resiste – ‘che al cor gentile ratto s’apprende’, così Francesca nel V Canto dell’Inferno dantesco. (Una donna descrive a Dante la forza inviolata dell’amore ed è una donna, Diotima, che ha educato Socrate ai segreti d’amore).
Beh, di questo parlerò il 15 febbraio dagli amici dell’a.c. Passepartout a Latina, quindi, nessuna anticipazione perché anch’io, simile a Socrate (bello cioè come un vecchio satiro bavoso!) indosserò la veste dal guizzo folle e vi aggiungerò di mio quella irriverenza, dono questo di Robert Brasillach (chissà, potrei danzare con movenze lascive trasformando le sublimi vette dell’amor platonico in un letamaio da lupanare!)…
Lo sciatto e ingrato discepolo Aristotele dice che il linguaggio di Platone è un passaggio tra la prosa e la poesia. Ezra Pound, che di queste cose se n’intendeva, accosta l’irrompere improvviso di una sua idea al primo tepore d’aprile, aggiungendo che non si discutono, essi sono poesia. Ciò che l’uomo compie per preservare il proprio nome dalla dimenticanza e il mito, la facile via della persuasione contro i ‘lenti e faticosi percorsi della ragione’, affermazione quest’ultima dal vago sapore illuministico… Nella raccolta di scritti brevi e varii, Albero e Foglia, Tolkien suggerisce che nel fanciullo vi è la visione completa del sapere e che, crescendo, la si perde, venendo soffocata dalla ragnatela di causa effetto nessi e connessi. E il nostro Pascoli: ‘Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, chè ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce… Nulla è più proprio della fanciullezza della nostra anima che la contemplazione dell’invisibile, la peregrinazione per il mistero, il conversare e piangere e sdegnarsi e godere coi morti’. E mi viene a mente, a conclusione, una considerazione del Platone, ormai vecchio ma non domo, nelle Leggi e che io considero straordinariamente felice: ‘L’inizio è sempre una divinità e, finchè abita tra gli uomini, salva ogni cosa’. Aprendo la finestra ogni mattina innamorandomi d’ogni giovane donna alla fermata dell’autobus costruendo i miei libri ed anche queste brevi note per Ereticamente biascicando a voce alta a volte e indifferente se con i capelli lunghi e bianchi vengo additato dai bambini come Babbo Natale e, soprattutto, rimandando a domani l’annosa domanda ‘cosa farò da grande?!’…
lunedì 14 gennaio 2013
La nascita della filosofia e la tragedia greca
di Mario M. Merlino
Venerdì, tardo pomeriggio, nella sede dell’a.c. Passepartout, in piazzetta Nicolosi, a Latina. E’ ciò che rimane delle case popolari edificate con la bonifica. La città redenta, Littoria, oggi al suo terzo cambio di nome. Latrina… La locandina mostra la vittoria di Samotracia e l’argomento: la nascita della filosofia e la tragedia greca, relatore il prof. Merlino (in terza persona do meno rilievo alla mia vanità come si conviene ad un fine geniale unico irripetibile genio dell’intelletto e della cultura e della scrittura nonché del fluido eloquio). Grigio umido ma la saletta è piena, sessanta presenti, e la maggior parte estranee all’associazione, attratte dall’argomento e dal relatore, ovviamente. Per le grandi occasioni capelli raccolti in un codino (ahi, Ronzinante, dove porti il cavaliere del sogno?), giacca con drakkar – l’unica che riesce ancora a contenere l’espansione adiposa-, sciarpa da talebano con relativo berretto comandante Massud dono di un alunno, ora ufficiale, e per due volte in Afghanistan.
Fra i presenti un professore di greco in pensione, garbato e attento nell’evitare di rilevare probabili strafalcioni con sua figlia Germana, che in fb contribuisce a tenere alto un livello d’interventi, che in generale è destinato a starnazzare come oche nel cortile. E’ venuta la professoressa di storia e filosofia, che fu preside del liceo scientifico e già consigliere comunale della sinistra radicale, con in dono un suo libro e dedica ‘con grande curiosità intellettuale’. Negli anni ’80 nemica giurata degli stessi ragazzi che, oggi, gestiscono questi incontri. Segnale dei tempi in cui, molti di noi, hanno riscoperto, chi più chi meno, la priorità delle storie, dell’esistenza, rispetto a schemi ideologici, gabbia sovente dell’inquietudine, di quel porsi in cammino alla ricerca di una risposta su chi siamo da dove veniamo dove andiamo e perché qui ed ora…
E Urano, il cielo, gravava con il suo peso su Gea, la terra, costringendola a partorire i Titani. Stanca ella affida a suo figlio Chronos, il tempo, un falcetto ricurvo, in uso per raccogliere in fascine le spighe, e con questo evirare il padre. Così cielo e terra si separarono e da questa lontananza nacque l’oscuro tormento dell’anima. Ciò che, nel Timeo, Platone descrive con l’immagine del dio il quale, prendendo per i capelli l’uomo, gli consente d’avere il corpo eretto e, al contempo, ricordargli come la sua ‘patria’ sia il cielo. Dal linguaggio del mito a quello della filosofia. O, come è stato rilevato nel successivo dibattito, da Omero pervaso dal pathos al logos di coloro che vollero autodefinirsi i philosophoi…
Straordinaria ed affascinante espressione nel suo… nulla voler intendere. Ecco perché se ne può fare uso ed abuso. Ad esempio sul Corriere dello Sport il grande Zeman applica la filosofia del suo gioco; la mia amica Moana Pozzi ebbe a scrivere un libro dal titolo La filosofia di Moana (a lei dedicai un capitoletto in Ritratti in piedi e un ‘ironico’ articolo contro i ‘saputelli’ dell’ortodossia evoliana, che si scandalizzavano perché aveva citato del Barone ‘vivi come fosse l’ultimo giorno, pensa come dovessi vivere in eterno’!). Difatti amare il sapere non implica possederlo e, se traduciamo con ‘aver cura di…’, o lo rendiamo troppo nostro o, comunque, non ne definiamo la sua natura e il perimetro ove opera. Un depotenziamento del sacro?
Recentemente hanno riproposto in televisione il film Balla coi lupi. C’è una scena dove i nativi d’America danzano intorno al fuoco e al ritmo reiterato del tamburo, indossando le pelli del bisonte e imitandone le movenze. Non ricordo se per ingraziarsi la divinità totemica prima della caccia o per ringraziarla d’aver spinto la mandria nella prateria dove la tribù vive. In Grecia, accanto alla filosofia, nasce la tragedia, la rappresentazione del dramma tra il protagonista che s’illude di gestire il proprio futuro e il destino che s’impone rovinandolo nella polvere. La danza del capro, come ricorda Aristotele, anche se ci sembra che valga la pena tradurlo al plurale perché paradigma della condizione umana, degli uomini e delle donne. Il conflitto tra il principio di libertà e quello di necessità, per usare un linguaggio aderente alla filosofia.
Nell’Iliade gli stessi dei sono sovrastati dal fato quando Zeus annuncia agli altri dei, divisi sulla sorte di Troia, che il tempo della città s’è concluso e che neppure essi possono prolungarne l’esistenza. Nei canti dell’Edda si legge che Odino pisciò sulla testa dei guerrieri che, ebbri di birra, affermavano appartenere loro la vittoria. In fondo è il concetto classico della pietas, modificatosi poi nel cristianesimo come elemento consolatorio e, per Nietzsche, l’ipocrisia e il vanto di chi si china sulle altrui miserie per manifestare il suo esserne esente. Sotto lo stesso cielo vincitori e vinti coabitano e la vittoria e la sconfitta sono assegnati dagli dei ascosi. Ciò che conta, allora, non sta nel rimettersi alla sorte, ma saldi fra le rovine essere uomini in piedi in cammino contro…
Altro e ben altro si sarebbe potuto voluto dovuto dire. A quanto pare, data la soddisfazione degli organizzatori di come sia andata la serata per presenza e attenzione di pubblico, possiamo accontentarci. Un segnale che il domandare, il porsi all’ascolto suscita ancora, misterioso magnete, la sua capacità attrattiva. Bene per gli amici di Passepartout; bene soprattutto per coloro che rifiutano di acconciarsi nel mondo loro dato ma, osservando l’orizzonte sempre come limite di un universo concentrazionario, si mettono per percorsi, spesso impervi, e raggiungere la radura, oltre la linea, oltre ogni confine interiore ed esterno… Sulla pietra tombale del filosofo Martin Heidegger, nel piccolo cimitero di Messkirch, una stella. Aveva scritto: ‘Auf einen Stern zugehen, nur dieses (in marcia verso una stella, nient’altro che questo)’…


















