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Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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venerdì 14 giugno 2013

Riceviamo dall' Argentina

di Juan Pablo Vitali


E' la prima volta che mi sforzo di scrivere un articolo direttamente in italiano. E chiedo una buona dose di tolleranza se il linguaggio risulterà estremamente semplice.

La potenza del sangue, però, va alla ricerca dei propri simili; essa scava nelle radici più profonde della comune identità.

Vi sono due nazioni in cui i cognomi sono in maggioranza d'origine italiana: una è ovviamente l'Italia, l'altra l'Argentina. Forse questa deriva andrà scomparendo e in tempi relativamente brevi, se non sapremo opporre valida resistenza.

L'Argentina è stata edificata in grande misura dal lavoro italiano, animato dallo spirito di Roma. Il tango, per fare un esempio, non è altro che l'eco delle melodie italiane e d'origine italiana sono molti dei suoi autori. Il Peronismo rappresenta la versione latino-americana, nel dopo-guerra, del Fascismo di Mussolini. Tutto questo, però, viene sistematicamente ignorato dal cosiddetto 'politicamente corretto'.

E, dalle due sponde dell'oceano, prigionieri delle problematiche immediate, si finisce per ignorare, senza rendercene conto, come l'importanza dell'oggi sovente non lo è per la grande storia.

Bisogna sapersi spingere oltre la ristrettezza del pensare e dello spazio stesso ormai troppo angusto, che divengono inesorabili prigioni rispetto alle nuove illimitate frontiere.

Ecco perché mi rivolgo, da questa terra ai confini del mondo, perché ognuno di noi si faccia carico di riunire quanto appare disperso e diviso nonostante la comune essenza spirituale storica etnica.

Lo spirito dei nostri popoli in decadenza potrà trovare la salvezza attraverso il formarsi di nuove élites capaci di lotte globali e rinnovare la comune identità.

Il destino ha voluto farmi incontrare i camerati di Ereticamente, dopo tanti anni di riflessione e militanza. Segno che gli dei non sono morti e ci offrono sempre nuove opportunità, come questa.



Il testo fedele nel contenuto è stato adattato alle esigenze della nostra lingua, a cura di Ereticamente.net


giovedì 10 gennaio 2013

Pensiero mitico ed orizzonte simbolico nel fascismo europeo



PENSIERO MITICO ED ORIZZONTE SIMBOLICO
NEL FASCISMO EUROPEO
 di Giandomenico Casalino 
CONSAPEVOLEZZA PRINCIPIALE COME AUTORICONOSCIMENTO

L’IDEA DEL MONDO:

1)   DA DOVE VIENE?


Dal Mito dei Guerrieri, dall’eco del passo pesante e metallico della più potente e disciplinata fanteria corazzata della storia militare di tutta l’umanità: le legioni di Roma; dalla Tradizione eroica: Tebe (Battaglione Sacro, Pelopida, ed Epaminonda), Sparta (Termopili), Atene (Salamina - Filosofi), Roma (Impero Eterno), Berlino (Il mito del Terzo Reich)

2)   CHE COS’È?
L’Eredità che conserva e rinnova ed è Rivoluzione Conservatrice. Nella vicenda umana si manifesta come il Segmento del percorso che inizia dalla più alta preistoria Indoeuropea: Germani, Britanni, Celti, Latini, Elleni, Hittiti, Arii dell’India.

3)   DOVE VA?


Nella presente epoca è una vena aurea sommersa nella roccia ed attende il momento in cui riemergerà al Sole e sarà di nuovo visibile. L’etica degli uomini che vivono nell’Idea, con l’Idea e per l’Idea è quella del legionario di Roma che a Pompei, durante l’eruzione, non avendo ricevuto l’ordine di lasciare il posto, lì rimase e lì è stato trovato dopo duemila anni!
Questa è la scuola di disciplina e la religione dell’obbedienza e della fedeltà che consentì a Roma di edificare l’Impero eterno.

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Auszug Zum Kampf - bassorilievo di Arno Breker

È necessario avere preliminarmente la consapevolezza che il Fascismo è fenomeno epocale europeo; ciò vuol significare che è fatto storico coinvolgente l’Europa; sorge in Europa e segna con la sua essenza profonda l’intera epoca come potenza arcaicamente evocatrice della guerra totale, spirituale e politica, religiosa ed economica, alla modernità e della controffensiva finale della stessa nei confronti di tale suo nemico mortale. La causa profonda del Fascismo, ciò da cui proviene come emergere della sua stessa essenza nell’esistenza è la rivolta IMMUNITARIA, l’ultima, dei popoli europei al male, alla malattia mortale che li uccide e che è la modernità come frattura, separazione, diabállein…Da ciò consegue che, come in ogni organismo vivente, la rivolta immunitaria, che ha per finalità e funzione quella di salvare lo stesso organismo consentendogli di TORNARE alla sua vera natura che è quella più vicina al concetto di salute, deve fare appello, deve evocare le forze profonde, ancestrali, spirituali, la stessa ragion d’essere, il medesimo corredo genetico dei popoli europei, quello che sono stati o quello che dovrebbero essere e non lo sono o quello che vorrebbero essere ma non hanno la forza per essere. Quali sono queste radici? Qual è questo corredo genetico dell’Europa?La stessa Rivolta immunitaria ce lo dice manifestamente, anzi lo rivendica come vessillo, come arma, come segno di distinzione, come carattere di forte dignità: è la spiritualità virile che sta nel mondo, la visione religiosa, eroica e guerriera, è la SACRATA MILITIA, concetto che proviene dalla più luminosa preistoria indoeuropea e si rimanifesta folgorante e disciplinatamente feroce in tutta la lunga storia dei popoli d’Europa, nella loro Tradizione vivente: Omero, Sparta, Atene, Roma, Medioevo Ghibellino. La Rivolta immunitaria perché sia efficace deve fare appello alle cellule giovani, alle forze vitali dell’organismo, alla Vita stessa come base (fondamento per ricostruire l’Edificio dello Spirito, cioè la Res Publica, la Polis, l’Impero come immagine del Cosmo), alla Vita come vigoria del BIOS, ed è la gioventù, sono i giovani e le giovani, nuovi opliti, nuovi legionari che marceranno cantando militarmente e religiosamente liberi nelle loro comunità. È la giovinezza come categoria dello Spirito, il Fascismo è l’ultimo canto alla Vita della gioventù Europea. È l’età degli Eroi, dei guerrieri che, in ogni civiltà precede quella dei mercanti, dei sofisti e dei corrotti, divenendo, quella civiltà, civilizzazionein senso spengleriano.
Allora esso è il Mito dell’Europa, è il “racconto” delle gesta eroiche degli ultimi Achille, Leonida, Pelopida, Scipione … dell’Europa. Com’è accaduto con gli aedi che nella Grecia arcaica cantavano le gesta degli Eroi e le “storie” dell’Età degli Eroi, come l’impresa di Troia e cioè quello che sarà poi il poema dell’Iliade, educando, con la rappresentazione dell’esempio, le giovani generazioni ed al contempo conservando l’immortalità e la gloria degli Eroi stessi e tutto ciò provenendo dalle Muse, poiché esse cantavano attraverso i cantori; così l’Età eroica del Fascismo deve essere cantata e narrata ai giovani, ai posteri affinché non solo si sappia che è possibile un altro tipo di uomo, ma che questo è quello più vicino agli Dei e quindi al Bene. Tutto questo è la funzione PEDAGOGICA ed ANAGOGICA del Mito e della Musica  che devono prendere le anime formarle e condurle in Alto!

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Gli studi storici sulla contemporaneità (Mosse, Sternhel, De Felice, Eugene Weber, Gentile, …) hanno, pur tra diverse valutazioni e articolati criteri di giudizio della materia, acquisito la convinzione, supportata peraltro scientificamente, che il Fascismo come fenomeno europeo, fenomeno, e lo si è detto, non solo e non tanto politico quanto epocale, come hanno esplicitato gli studi di Adriano Romualdi e Giorgio Locchi, che noi teniamo fondamentalmente presenti, abbia rivestito i caratteri e la natura di una autentica invasione degli “Hiksos”, per usare la nota espressione di Croce. Cosa significa tutto ciò? In sostanza si vuole esprimere il dato antropologico, incontestabile, che la ispirazione, le idee senza parole, l’immagine del mondo (e ciò vuol dire concezione della politica, della società, dell’uomo nonché del rapporto tra religione e politica, tra etica, politica ed economia …) del fenomeno storico in oggetto, sia stata una sorta di irruzione nella modernità di “qualcosa”, come fatto culturale prima che politico, e culturale non nel senso libresco della parola ma in quello latamente spirituale, che ha sconvolto (della modernità) i fondamenti medesimi, in termini filosofici. Nei primi decenni del Novecento compare, infatti, in tutta Europa, contemporaneamente, un tipo umano essenzialmente guerriero e pertanto differente da tutta la restante umanità. Questo è un fatto, sul piano storico, di una rilevanza enorme e che segna un’epoca, in quanto esprime, in guisa se pur latente ma intuitiva, una inconfondibile Idea del Mondo e la radice indoeuropea di tale spiritualità. Questo concetto è supportato dalla nota affermazione hegeliana: “la filosofia è considerazione pensante dei fatti”. Se, appunto filosoficamente, e cioè secondo l’analisi e lo studio dei concetti esplicativi perché fondativi delle epoche storiche, la modernità ed il mondo moderno nascono con l’Umanesimo ed il Rinascimento, si sviluppano e si consolidano, in termini politico-istituzionali ed economico-sociali, nell’evento rivoluzionario francese dell’89 e nel suo habitat culturale illuministico, il Fascismo, sin dalle sue prime espressioni politico-culturali, si distingue e si caratterizza con un atteggiamento di totale e radicale rifiuto dell’intero complesso ideologico della modernità: o da Cartesio in poi o dall’Illuminismo in poi…! A questo punto, sorge la necessità di esprimere tale negazione, sia da parte del Fascismo italiano come di quello tedesco (il Nazionalsocialismo e la galassia culturale della rivoluzione conservatrice), di quello rumeno (la legione dell’Arcangelo Gabriele e cioè la Guardia di Ferro fondata da Codreanu), nonché di quello spagnolo (la Falange di Josè Antonio De Rivera) e quello francese (i movimenti politici e culturali come la Action Francaise di Maurras ed il Parti Populaire Francais di Doriot) … nella specifica modalità in cui ogni complesso ideale, nuovo e rivoluzionario si è affermato nella storia, utilizzando cioè il lessico dell’avversario (non possedendone uno proprio), mutandone però il semantema e, a volte, la stessa collocazione nell’ordine del discorso, ed è la fase mitica dell’evento che precede quella logica! Infatti, l’intera Welthanscauung del Fascismo, avendo come suoi immediati e più prossimi padri generatori Nietzsche e Wagner ed il loro mito del sovrumano come oltre-uomo (accezione esatta del cosiddetto “super-uomo”), Sorel e la revisione antimaterialistica del Marxismo, i sindacalisti rivoluzionari ed i nazionalisti radicali, D’Annunzio ed il suo estetismo politico, i Futuristi ed i Tradizionalisti, si deve esprimere in termini essenzialmente mitici. Ciò vuol dire che, come accadde al Cristianesimo, che si caratterizzava nel confronto-scontro con la cultura pagana greco-romana come un movimento che assorbiva e superava le antinomie e le contrapposizioni dialettiche della cultura egemone, così il Fascismo, inaugurando e supportando il diffondersi in Europa del pensiero mitico, ha utilizzato, nello stesso momento e nel medesimo logoscome discorso, tutte le contraddizioni concettuali della cultura moderna egemone (Individuo-Comunità; Stato-Lavoro; Fede-Sapere; Spirito-Materia; Patria-Socialismo) in modo contestuale ed unitario, dimostrandone la fecondità spirituale e non invece quello che per il comune sentire era solo una contraddittorietà di concetti che nel separare (diabállein) la società e la cultura le frantumava e ne paralizzava qualsiasi vitale movimento. Ciò significa che tale fenomeno europeo ha operato una sintesi (sunbállein) fattuale di tali contrapposizioni, che, mentre per la cultura moderna sono infatti inconciliabili ed inconiugabili, il Fascismo, coniugandole, non solo dimostrava che il loro uso non è contraddittorio ma, in virtù di una visione mitica delle stesse, le ha pensate con i significati che possono aver avuto prima della loro scissione, operata dalla stessa cultura moderna, essendo la scissione, come aveva capito già Hegel, la natura più intima della modernità! D’altronde, per negare ed annullare le basi di una cultura, che sia egemonicamente pervasiva e fondativa di un’intera civilizzazione, non possedendo alcuno degli strumenti lessicali alternativi per esprimere i propri complessi ideali, non si può non fare appello alla fase cosiddetta “mitica” del pensiero che, come è noto, vive ed opera proprio in virtù delle contraddizioni dialettiche (che sono tali solo per la successiva fase razionale del pensiero stesso) facendole proprie e riconoscendole, anzi rivendicandole. Valga ad esempio tanto la prospettiva visuale e logica di Eraclito quanto, in antropologia culturale, il pensiero dei popoli pre-moderni o tradizionali. Pensiero mitico, che sarebbe forse più esatto chiamare mistico, significa ed ha fondamento sul fare appello al Principio, all’arché del modello di civiltà che si vuole opporre a quello dominante; Principio che, pur trovandosi nel Passato, deve essere comunque realizzato nel Futuro, mediante il Rito e la sua attualizzazione quotidiana: qui ed ora (il Mito della Romanità nel Fascismo, della germanicità nel Nazionalsocialismo, della Hispanidadnel Falangismo spagnolo …). Il Mito supera, pertanto, il tempo nella sua accezione cristiana e quindi lineare e profana (ed è qui presente l’intuizione di Nietzsche a proposito dell’eterno ritorno e della concezione sferica della storia) ed introduce una visione ciclica del tempo, che è quella della cultura indoeuropea e greco-romana, dove PASSATO, PRESENTE e FUTURO si ritrovano CONTESTUALMENTE in un presente spirituale (la fondazione-rinnovazione dell’Impero Romano nella cultura fascista …).
Il pensiero mitico implica, pertanto, il ricorso al RITO che attua il Mito, ed ecco la ritualità mistica della vita politica del Popolo inteso in maniera totalitaria (cioè olistica); ecco le adunate del Popolo secondo il calendario rituale della nuova religione civile (il culto del Littorio); ed ecco la concezione estetica della politica, affermatasi con l’esperienza di D’Annunzio a Fiume, che si realizza mediante l’uso del Simbolo che veicola in modo intuitivo i concetti fondamentali di tale visione del mondo; ed ecco il Partito, infine, che a differenza della modernità, più ed oltre un’organizzazione politica appare ed è vissuto dai membri dello stesso come un organismo mistico-religioso e militare: una Sacrata Militia! Il Fascismo, pertanto, ha inaugurato qualcosa di inauditoper la modernità: il ritorno della vita politica della comunità come celebrazione giuridico-religiosa totale nella cultura dei popoli europei ed, in piena modernità, il ritorno rivoluzionario del Mito, del Rito e del Simbolo, quali espressioni culturali e strumenti logici tipici delle culture indoeuropee tradizionali pre-moderne. Ciò lo ha fatto utilizzando la tecnica moderna per tentare, mediante una Rivoluzione continua delle mentalità, più che sociale e/o economica, la formazione di un Uomo nuovosentito e vissuto, comunque, come ANTICO.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                        
 

martedì 18 dicembre 2012

Gorizia città di confine

di Mario M. Merlino




Nel 1991 venni nominato commissario d’esame per la maturità nel liceo scientifico di Gorizia. Una cittadina di trentacinque mila abitanti con pochi palazzi e molte villette circondate dal verde. Allora un muretto e una recinzione, modello giardino privato, indicava l’innaturale confine che tagliava la città con il trattato di pace del 10 febbraio 1947. A ridosso, in stile liberty, la stazione di Monte Santo su cui, fino all’inizio dell’anno, campeggiava la stella rossa della Yugoslavia di Tito. A Natale gli sloveni vi avevano aggiunto una bella coda rendendola la cometa dei re Magi; poi, passate le feste, coda e stella erano state smontate visto che anche la Yugoslavia, un aborto multietnico era anch’esso cosa passata. A giugno, credo il 26, dichiarazione d’indipendenza della Slovenia e della Croazia.


Con i miei capelli lunghi e barba potevo prestarmi a passare per quegli avventurieri di frontiera, immortalati nel bel libro Gli amanti dell’Orsa Maggiore. E, infatti, fui fermato due volte da agenti in borghese, uno dei quali più capellone e barbuto di me ( era lui forse un autentico frontaliere, terrorista e contrabbandiere? Fui tentato di chiederglielo, ma ebbi il sospetto che non avrebbe capito e gradito). Una volta lungo la linea di confine dove alloggiavo – hotel Transalpina -; l’altra al parco delle Rimembranze dove c’è il monumento ai caduti, danneggiato dagli slavi con una bomba durante l’ultima fase del conflitto e lasciato a monito.

Poi tutte le mattine una tranquilla passeggiata verso piazza Julia, sede dell’istituto, soffermandomi in piazza della Vittoria, già piazza Grande, con la fontana del Nettuno e su un palazzo la lapide a ricordare che in quelle mura, in una grigia giornata di ottobre del 1910,  mattina del 17, Carlo Michelstaedter si era suicidato con un colpo di pistola alla tempia. A soli ventitré anni e appena spedita a Firenze la tesi di laurea su La Persuasione e la Rettorica. Figura principe, insieme a Nietzsche, del periodo filosofico di Julius Evola, dimostrando una attenzione particolare nel desolante scenario di tanta cultura italiana, e oggetto della mia tesi, appunto, su Il suicidio metafisico in Carlo Michelstaedter. Coincidenze, eterno ritorno: Adriano Romualdi incontrato l’ultima volta di fronte alla libreria Tombolini dove avevo acquistato il saggio del Piromalli sul filosofo goriziano e la telefonata ad Evola, pochi mesi prima che morisse, per raccontargli del mio lavoro universitario.

Gorizia, città di confine. Luogo di residenza della nobiltà e della ricca borghesia dell’Impero asburgico. Qui era morto in esilio l’ultimo re di Francia, Carlo X, cacciato dalle fucilate dalle barricate dagli insorti a tutto beneficio dei massoni e loro sodali nelle giornate di luglio del 1830 e qui sepolto, in un eremo di frati appollaiati su uno sperone di roccia. Il confine è simile ad una porta, strumento designato ad aprirsi o richiudersi. Il giurista tedesco Carl Schmitt ricordava l’analogia con il termine latino ‘portus’ per la contrapposizione epocale tra chi sfida il mare, intendendo il porto una porta aperta verso la vastità degli oceani (l’Inghilterra in primo luogo), e chi nel porto si ancora e cerca rifugio dai marosi, sviluppando un’idea terrigna della potenza e del potere. E aggiungeva: chi domina i mari, domina la terra; chi opera sulla terra (ad esempio Napoleone) è destinato ad essere sconfitto.
Una tarda mattina, finiti gli esami, con la macchina del collega di matematica e con quello d’inglese ci dirigemmo al valico di confine di Case Rosse per andare al freeshop e comprarci le sigarette (allora ancora fumavo, avrei smesso in agosto dell’anno dopo). Carabinieri polizia guardie di finanza, armi alla mano, giubbotti antiproiettile ed elmetto.

Dall’altra parte tre mezzi corazzati con le bocche di fuoco puntate verso l’Italia e, ammainata la bandiera slovena, il vessillo della vecchia Jugoslavia. ‘Se volete passare, non possiamo impedirvelo, ma qui tra poco si spara’. ‘No, grazie, il fumo ci rende nervosi’…

Tra casette e orti una sottile fila di miliziani scendeva con un paio di bazooka, non visti, e… una botta dopo l’altra, raffiche di mitra, i mezzi che sprigionano alte nuvole di fumo nero, un soldato trascinato per un piede. Pochi minuti, forse solo qualche istante. Tutti per terra, dietro le macchine, una raffica crivella il muro dell’ospedale psichiatrico a poche decine di metri da noi. Un tipo alto magrissimo capelli color stoppa sparsi sulle orecchie e sulla nuca riprende la scena con una telecamera. Ha la camicia rosso scuro sbottonata. Dal collo gli pende una svastica d’oro retta da una robusta catenina.

Nei giorni successivi sacchetti di sabbia al centro delle strade prossime al confine, soldati italiani in tuta mimetica e grosse mitragliatrici… Avremmo fatto meglio a non sottoscrivere il trattato di Osimo, uno dei tanti gesti sprovveduti e vili della nostra classe politica. Le avvisaglie di una crisi dei Balcani erano già percepibili e avremmo potuto tentare di ridefinire quei confini che ci avevano sottratto l’Istria e tratti di Venezia Giulia. Del resto, ciò che preoccupava i nostri governanti era se ci fosse o meno un’ondata di profughi, dove alloggiarli, quanto ci sarebbero costati in scatolette di tonno e carne in gelatina, meglio che si cuocessero nel brodo di lotte intestine, orrore e sangue e rovine e odii. A noi bastano le contese Roma-Lazio o tra i fans di Vasco Rossi e Luciano Ligabue, eredi de La Secchia rapita del Tassoni (che nulla ha a che spartire con l’ottima cedrata!).

Così facemmo già con le genti esuli da Pola Fiume e le città sulla costa dalmata…

mercoledì 12 dicembre 2012

APOLOGIA



Gentili amici,
siate indulgenti nei confronti di quest’apologia che, giunto a un traguardo non troppo lontano dalla fine dell’esistenza, sono costretto a scrivere a futura memoria e spero a vantaggio delle nuove generazioni. La mia opera infatti è stata ignorata o vilipesa da epigoni ringhiosi, rissosi e inconcludenti. Ho il torto, è vero, di non dire cose fritte e rifritte, e capisco che i bambini vogliono sentirsi ripetere sempre la stessa filastrocca. Non potevo dunque ricevere accoglienza diversa, io che mi ostino a infrangere i tabù che quegli epigoni si sono costruiti da oltre mezzo secolo.

Le loro litanie son rimaste sempre le stesse: antilluminismo, antirazionalismo, antimodernismo. Sono litanie nate in ambito cattolico nella falsa convinzione che l’Illuminismo sia stato la causa della Rivoluzione francese. Ma lo storico non “dev’essere sempre revisionista”? Mi rifaccio quindi al Gadamer: “Siamo tutti figli dell’Illuminismo. Siamo figli di un processo che, iniziato in Europa, ha definito la peculiare forma di civilizzazione dell’occidente sin dai primordi greci”. Hans Georg Gadamer, autore di “Verità e metodo”, è il fondatore dell’ermeneutica, un metodo d’indagine che consiste nell’interpretare i fenomeni riconducendoli alla loro origine.
 Siamo tutti figli dell’Illuminismo, dunque! Potremmo noi pensare senza idee chiare e distinte? Ciò non vuol dire che Cartesio avesse idee chiare e distinte, le aveva anzi assai confuse. Del cartesianesimo, è bene accettare il metodo, rifiutando quella filosofia pseudoscientifica che ha fatto da supporto al dualismo cattolico dal primo ’700 alla fine dell’800, quando con estemporanea improntitudine Leone XIII impose un ritorno al tomismo. Quel tomismo fuori tempo, contro cui si addenseranno le critiche dei modernisti, rimase lettera morta, mentre la netta distinzione fra res cogitans e resextensa (fonte di un’antropologia mutila e scissa) continuava a informare l’azione della Chiesa, attirando nella sua trappola quanti erano costretti da ragion di Stato a restare nella sua orbita.  
Nacque così quel grottesco “Manifesto della razza”, a cui Mussolini dovette imporre un indirizzo biologico in ottemperanza all’impostazione data da padre Brucculeri su Civiltà Cattolica, e che gli si ritorcerà contro in occasione del divieto dei matrimoni misti. Riassumo qui in poche righe un argomento che in “Il fascismo crocevia della modernità” (1998) ho svolto in un intero capitolo. Operando una vera a propria rivoluzione copernicana, il libro inizia con l’enciclica Pascendi contro il modernismo. Apriti cielo! Il Modernismo è una testa di turco di tali epigoni, né i cosiddetti paganisi accorgono che il pregiudizio è di marca cattolica. Per rendere l’idea, vi dico subito come fu accolto il libro: l’addetto alla distribuzione delle Edizioni Settimo Sigillo (che Dio l’abbia in gloria!) lo espunse dal catalogo; gli organizzatori dell’esposizione al Colle Oppio lo rimossero dalle scansie; l’unica recensione sul “Secolo” metteva l’accento sull’anticlericalismo. Il bello della faccenda era che ciascuno di questi contestatori aveva un movente diverso.
Ah, Modernismo, Modernismo, quante sciocchezze si dicono sul tuo conto! Cominciamo dal nome che (come tutti i dispregiativi: gotico, barocco, pagano, etc.) fu coniato dagli avversari, ma secondo don Ernesto Bonaiuti era piuttosto Arcaismo. Da quest’equivoco, fondato su un malinteso tradizionalismo, nacquero le più violente contestazioni: don Romolo Murri non poteva essere fascista, perché è il fondatore della Democrazia Cristiana! Oppure: Murri era un modernista, non conosci nemmeno “Rivolta contro il Mondo Moderno”?
Essendo stato il primo presidente di quella che sarebbe diventata la Fondazione Evola, era questa l’accusa che mi provocava più cocente umiliazione. E’ vero che il mio nome, essendomi da poco trasferito a Roma, era il più adatto a fingere l’apoliticità della Fondazione (fu Violante a scoprire che avevo scritto su Carattere, Ordine Nuovo, Civiltà e L’italiano, e a mandarmi in prigione), ma non avrei conosciuto nemmeno “Rivolta contro il Mondo Moderno”? Con il versante pagano di questi epigoni sono riuscito poi a chiarire l’equivoco, grazie a don Giovanni Preziosi, che col Murri era stato in ottimi rapporti e che aveva anche lui aderito ai FasciDemocratici Cristiani. Del resto modernista il Preziosi era già quando, sulla sua rivista “La Vita Italiana all’Estero”, si dava pena per l’emigrazione in tempi in cui i papi provenivano dall’Accademia dei Nobili Ecclesiastici...
Ma torniamo ai fatti: nel 1891 don Romolo Murri, credendo di mettere in atto la RerumNovarum, aveva fondato i Fasci Democratici Cristiani. Era stato subito smentito con un’altra enciclica, la Graves de Communi, con la quale si specificava che la Rerum Novarum faceva  appello al buon cuore del datore di lavoro, ma alcun significato politico dovesse attribuirsi al termine democrazia cristiana… Prevengo l’obiezione: il termine democrazia ha due accezioni, ma una era nell’800 la dominante (cfr. L’equivoco della liberaldemocrazia, Antonio Pellicani 2003), quella sociale, che consisteva nel sollevare le condizioni spirituali e materiali dei lavoratori. L’accezione politica non è che conseguenza della prima, nel programma della “Lega Democratica Nazionale” (1905) infatti il Murri, dopo l’imposta progressiva sul redditoe il suffragio universale, inserirà l’indennità parlamentareperché “gli interessi popolari non siano rappresentati da quattro conti, cinque marchesi e sei professori d’Università…”
Alla prova dei fatti però il suffragio universale si rivelerà nemico degli interessi della democrazia: il conte Falconi infatti, candidato di Dio, sostenuto dal vescovo e dal prefetto e votato da una massa di contadini analfabeti, gli soffierà il seggio. La lezione avrà i suoi effetti sul Murri, che dopo aver fondato il Fascio parlamentare dopo il disastro di Caporetto e un Movimento Sociale nel 1919, al congresso di Roma del 1921 aderirà al PNF. Nel 1927 poi, facendo sua la parola d’ordine fascista: “Tutto per il popolo, niente attraverso il popolo”, scriverà: L’era del suffragio universale è terminata. Fine ingloriosa! Dopo il Concordato del 1929, lo scomunicato Romolo Murri doveva restare nell’ombra, ma il suo libro “L’idea universale di Roma” otterrà il Premio S. Remo nel 1937.
Ma in fin dei conti, cos’è questo Modernismo? Il modernismo ha tante facce: il modernismo biblico attacca la Chiesa alle viscere (le Sacre Scritture), il modernismo teologico la attacca al cuore (il Dio persona), il modernismo filosofico la attacca al cervello (Tommaso d’Aquino), il modernismo socialeinfine sottrae al Clero i poveri di spirito… Ecco il motivo per cui nel 1921 Benedetto XV (allievo dell’Accademia dei nobili ecclesiastici) bollò di modernismosociale ogni movimento sindacale, favorendo le Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI) che daranno filo da torcere ai Sindacati fascisti. La Rerum Novarum sarà un’arma in mano al Clero cattolico, finché nel suo quarantennale (1931) non si verrà allo scontro frontale e i Pipini, annidati nella FUCI e nelle ACLI, avranno le sedi devastate e i circoli chiusi.
E il modernismo politico? Secondo l’enciclica Pascendi consiste nientedimeno nel sostenere la separazione della sfera civile da quella religiosa… Ecco cosa scriveva il Buonaiuti nelle sue “Lettere d’un prete modernista”; “Leone XIII concepì il disegno di tendere una mano amica al Governo francese per farne un fulcro delle sue velleità di rivincita sugli invasori del suo minuscolo patrimonio. Ebbene, amico, se sapessi quanto danno ha arrecato alla prosperità del nostro paese la politica anti-italiana di Leone XIII! Tu non mi crederai, ma parecchie generazioni di preti, e con esse tutte le popolazioni più supinamente ad esse soggette, son vissute senza alcun amore di patria, senza alcun attaccamento allo Stato italiano… Tutto il clero ligio al Vaticano… ha additato nei governi nazionali i rappresentanti di un potere diabolico… ”
Ernesto Buonaiuti è l’esempio dell’amore dei modernisti per l’Italia, e se non lui, molti di essi confluirono nelle file fasciste, come don Brizio Casciola, collaboratore sin dal ’21 di “Gerarchia”. L’espressione potere diabolicoci riporta al Risorgimento osteggiato dal Papato, che si è sempre avvalso dell’aiuto straniero contro l’Italia. Nel 1903 l’appena eletto Pio X aveva rotto i rapporti con la Repubblica francese perché il presidente Loubet era venuto a visitare i Reali d’Italia, deludendo le aspettative che la politica di Leone XIII faceva intravedere: su istigazione del Vaticano infatti la Francia aveva occupato la Tunisia colonizzata dal lavoro italiano.
In “L’equivoco della liberaldemocrazia” il prefatore ha così commentato la mia opera: “Un’impellente esigenza di verità spinge il nostro autore a indagare in quelle zone in ombra fra eresia e cospirazione: ricerche rare, itinerari nel sottosuolo, da cui idee sperdute sbucano di nuovo nella grande Storia”. Questo metodo ho usato anche in “1860: Sicilia dei misteri – Garibaldi di fonte alla Storia” ripercorrendo, senza sbavature e tenendo conto delle ragioni dei perdenti, la problematica storia del Risorgimento fino a trovarne le origini nelle società segrete. Esse sorsero contro Napoleone dopo il Trattato di Canpoformido col quale cedette Venezia all’Austria.
Non è escluso, per società segrete come la Carboneria, l’influsso dei Giansenisti, i pretigiurati della Rivoluzione francese, che sono nel mirino dei cattolici tradizionalisti per avere ispirato la repubblica genovese e la partenopea. Ma in nessun caso lo storico deve giudicare, bensì spiegare quali processi ideali abbiano generato il fenomeno indagato. Nel caso degli eretici seguaci di Giansenio, c’è da dire che essi, avendo precedentemente sostenuto il giurisdizionalismodei Sovrani per limitare l’ingerenza di Roma negli affari degli Stati, non fecero altro che trasferire il loro giurisdizionalismo in favore della Patrie…  
Per questa mia esigenza di verità, i peggiori torti, com’è ovvio, li ho ricevuti dai cattolici: solo un defensor fidei poteva infatti compiere il miracolo di stroncare un libro senza leggerlo. Lo ha fatto Franco Cardini, stroncandomi “L’albero del Bene – S. Francesco teologo cataro” (Ed. Arkeios 2009) su commissione de L’Avvenire. Lo ha stroncato senza nemmeno averlo tenuto in mano, avrebbe in quel caso letto in terza di copertina il giudizio del filosofo cattolico Pietro Prini: “Sconvolgente ma scientificamente ineccepibile”. Altra prova della sua bricconeria è che, non conoscendole, non ha contestato alcuna delle mie argomentazioni né tantomeno le citazioni che avevo fatte da suoi libri…
Ancor più paradossale è però che i sedicenti pagani non capiscano la forza di-rompente del modernismo, preferendo (come mi disse un giorno Paolo Signorelli) ignorare la maledizione di duemila annidi cristianesimo. Che nel divertissement “In pruritu carnis – L’equivoco cristiano” (Fabio Croce Ed. 2005) io abbia distrutto quel cristianesimo da essi tanto detestato, non è sufficiente a far loro superare il viscerale fastidio che procura loro il nominarlo. Ecco perché la mia analisi semantica e filologica della Parabola dei Talenti, che in “Dell’imitazione e della memoria” (Ed. Bibliotheca 2012) ho definito “una precisa Welthanschauung”, non trova in loro degli estimatori. Di quest’opera non son disposto ad anticipare, se non che nelle note ho innalzato al Fascismo il più bel monumento che un epigono di retto cuore e sano cervello possa auspicare.    
Grazie dell’attenzione, vostro Giuseppe A. Spadaro