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venerdì 26 aprile 2013

Yuga Nero


di Joe Fallisi



La versione ristretta dei quattro Yuga di René Guénon(1) è ad usum Delphini. Le scritture puraniche (il "quinto Veda"(2)) affermano  che l'ultimo Yuga nero ebbe inizio alla mezzanotte del 18 febbraio (secondo il calendario giuliano), ovvero del 14 gennaio (secondo il calendario gregoriano) del 3102 a. C., il giorno stesso, sostengono molti hindu, della dipartita fisica di Krishna. E si estenderà per la durata di 432.000 anni, concludendosi dunque nel 428.899 (oggi, lo ricordo, siamo il 10 maggio del... 2013). Il bello (si fa per dire), a dar ascolto al Brahma-vaivarta Purana, è che all'inizio di questo intervallo temporale sarebbero incastonati 10.000 anni di "età dell'oro", i primi dell'"alba" del Kali Yuga - che dura in totale 36.000 anni -, a loro volta divisi in due periodi di 5.000 anni ciascuno, quello di "Ganga sulla Terra" e quello dei "devoti sulla Terra"(3). Noi ci troveremmo (poco più che) all'esordio del secondo. Si pensi a cosa potrà succedere ai nostri lontanissimi eredi (cosa si faranno l'un l'altro e come infieriranno sul mondo) - ammesso che a quel tempo esista ancora l'Homo sapiens sapiens - a partire dal 6.900, quando entreremo nel Kali Yuga vero e proprio, nerissimo.


Secondo le ipotesi scientifiche attuali ci vogliono ancora 5 miliardi di anni per la "fine dei tempi" della Terra. Allora il Sole collasserà e i pianeti del suo sistema, compreso il nostro, diverranno freddi sassolini vaganti nello spazio. Siamo quasi a metà strada tra la nascita di Gaia (4 miliardi 550 milioni di anni or sono) e il suo annientamento(4). Quattrocentotrentaduemila anni sono in fondo una bazzecola. 


Anche su questo genere di argomenti si sono sviluppate discussioni chimeriche. Ognuno degli interpreti (Guénon è uno dei tanti) propone una sua versione basata sul presupposto che gli scritti originali non dovrebbero essere presi alla lettera. Sulla questione il più famoso, e anche il più autorevole, dei revisionisti fu Sri Yukteswar, guru di Paramahansa Yogananda. Parlò di un fraintendimento ad opera degli stessi maestri antichi, sicché in realtà le quattro ere si estenderebbero secondo la seguente (enormemente ridotta) durata: Satya Yuga 4800 anni, Treta Yuga 3600 anni, Dwapara Yuga 2400 anni, Kali Yuga 1200 anni. Nella sua visione noi oggi non ci troveremmo affatto all'interno del Kali Yuga (che sarebbe iniziato nel settembre del 499, per poi concludersi nel settembre del 1699), bensì nella fase ascendente del Dwapara Yuga (egli concepisce l'avvicendarsi degli Yuga in modo opposto rispetto alla tradizione dell'induismo: la fine dell'età nera non porterebbe al riavvicendarsi degli Yuga a partire dal Satya - Krita - Yuga, bensì a un ritorno progressivo verso di esso), che si protrarrà fino al settembre del 4099 (inizio, a suo dire, del Treta Yuga)(5). Ma la letteratura sacra relativa alle quattro epoche terrestri, ovvero alla divisione di ogni Mahāyuga, è inequivocabile(6):



Il Kali Yuga dura 432.000 anni. Siamo appena all'inizio di quest'era di pece.

E' soprattutto nel 2° capitolo(7) del 12° Canto(8) del S'rîmad Bhâgavatam o Bhâgavata Purâna(9) che la letteratura vedica parla dell'Età Nera relativamente all'argomento in questione(10). Gli anni di Kali, e ancor di più quelli che la tradizione attribuisce agli Yuga precedenti, sono sembrati anche ad alcuni studiosi moderni dell'India inverosimili solo perché viviamo tutti, Occidente e Oriente, dentro un'accelerazione del tempo (che in realtà conferma proprio la visione tradizionale) secondo cui epoche di questa portata, a maggior ragione se relative al futuro della storia umana, appaiono inaccettabili, improponibili. Non così per l'occhio e la mente aperti verso l'infinito dell'indiano dei Veda. Allo stesso modo ci risulta estranea la visione ciclica e radicalmente non-progressista di quegli antichi saggi, opposta alla concezione lineare giudaico-cristiana nella quale, volenti o nolenti, siamo immersi dall'alba al tramonto, dalla culla alla tomba. Sempre rimanda, la seconda, a un'evoluzione collettiva (non importa, tra l'altro, in mezzo a quali orrori, a quante Vandee e Hiroshima tale fantapercorso si snodi), da un piccolo a un grande, da un peggio a un meglio, dal "male" al "bene"... in tesi-antitesi-sintesi ascendenti... agita senza tregua la carota davanti alla bocca dell'umanità che vaneggia dentro l'illusorio ("'rete' divina, jāla, nella quale sono impigliati tutti gli esseri viventi, ciascuno legato dal proprio nodo"(11))... la prima, viceversa, contempla il tutto e sa che esso contiene sempre gli opposti, e che tutto eternamente ritorna... e che l'unica fuoriuscita dalla gabbia del determinato spetta come possibilità all'individuo durante il corso delle esistenze. Il male non è il bene, ma, come i due poli di una calamita, entrambi sono necessari. E questo per sempre. 


L'Età Nera si conclude, alla fine del suo crepuscolo di 36.000 anni, con la fine stessa del mondo unita allo svanire di qualunque ricordo(12), lavacro attraverso cui la rinascita fa tornare all'Età paradisiaca, allo Yuga della Verità(13). Ma nel tempo immenso dei cicli cosmici (i quattro Yuga, Mahāyuga, durano un battito di ciglia dell'eternità) la Notte succede al Giorno, così come il Giorno alla Notte. Un kalpa (mille Mahāyuga) è il Giorno di Brahma, seguito dal kalpa della Notte di Brahma, durante la quale avviene la distruzione parziale dell'universo (pralaya). Dopo cento Anni di Brahma (Mahākalpa) giunge la distruzione totale (mahapralaya) che dura per altri cento Anni di Brahma. Essi precedono il suo risveglio e ritorno glorioso alla vita(14). Eterna. La visione ciclica è la medesima dei Greci, nostri padri(15): all'età dell'oro (Kṛtayuga), quella di "un'aurea stirpe di uomini mortali" che "come dèi passavan la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria" e "tutte le cose belle (...) avevano"(16), succede l'età dell'argento (Tretāyuga), l'età del bronzo (Dvāparayuga), l'età degli eroi e infine l'età del ferro (Kaliyuga). Così in Platone, così in Ovidio. Una volta aperto l'otre da Pandora, verso l'involuzione, non l'evoluzione corre l'uomo. Che tuttavia, alla fine del ciclo, rinasce come "puer" divino (Virgilio), rinnovato, rigenerato. Torna l'età dell'oro, donde si potrà solo decadere.


NOTE






(4) Ricordo che la vita media dell’uranio impoverito è di 4.468 milioni 109 anni (cfr. http://www.uranioimpoverito.it/cosa_e.htm), poco meno dell’età stessa del nostro pianeta, le cui prime forme multicellulari hanno fatto la loro comparsa 2,1 miliardi di anni or sono.

(5) Cfr. http://www.minsobooks.com/Downloads/Yuga_Theory_Of_Sri_Yukteswar_in_The_Holy_Science.pdf. La concezione di una risalita progressiva dall'ultima alla prima età è viceversa presente nella tradizione giainista: "Le terre d'azione sono soggette a un ciclo temporale diviso in due fasi, discendente e ascendente, ciascuna a sua volta divisa in sei ere di durata variabile. La prima era della fase discendente dura 4×1014 eoni (sāgaropama); la durata delle ere successive diminuisce sino ai 21.000 anni dell'ultima fase. La durata massima della vita umana scema in proporzione, assieme con il livello di moralità e prosperità degli esseri; nella fase ascendente le ere si ripetono in ordine invertito. I tīrthaṃkara, i salvatori, appaiono sulle terre d'azione in numero di 24 per ogni fase." (http://www.treccani.it/enciclopedia/asia-india-americhe-la-scienza-indiana-la-cosmologia_(Storia_della_Scienza)/); "Il jainismo, come tutti gli altri sistemi religiosi indiani, concepisce il tempo come ciclico. Il suo movimento, paragonato a quello di una ruota, è diviso in kalpa, periodi di lunghissima durata che si ripetono indefinitamente. Ogni giro si divide in due fasi inversamente simmetriche, l'una discendente, l'altra ascendente, con una suddivisione in 6 stadi che scandiscono la discesa da ere di grandissima e poi grande prosperità fino allo stato di miseria e poi di grandissima miseria, e l'ascensione inversa dalla grandissima infelicità alla grandissima beatitudine. Nel corso di ciascuna delle due fasi vivono 24 Tīrthaṃkara, insieme a tutto un corteggio di grandi personaggi che ricordano il repertorio leggendario brahmanico. I più antichi sono colossali, i più recenti hanno dimensioni più umane: le rappresentazioni plastiche mostrano fino a qual punto essi abbiano tratti stereotipati. Ci troviamo attualmente nel quinto stadio - di miseria - di una fase discendente. Alla fine del terzo stadio è nato Ṛṣabha, 'il primo Signore' (Ādinātha), che è all'origine della civilizzazione dell'umanità. Nel quarto sono vissuti gli altri 23 profeti, tra cui Pārśva (che è rappresentato con la testa sormontata dal settuplo cappuccio di un cobra) e Vardhamāna Mahāvīra, il cui nirvāṇa avrebbe avuto luogo 75 anni e 8 mesi e mezzo prima dell'inizio del quinto stadio."(http://www.treccani.it/enciclopedia/jainismo_(Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali)/); "Secondo il credo giainista, l'universo non venne mai creato, né cesserà mai di esistere. È eterno ma non immodificabile, poiché passa attraverso una serie infinita di alternanze o oscillazioni. Ognuna di queste oscillazioni verso il basso o verso l'alto viene divisa in sei epoche del mondo (yugas). L'epoca attuale è la quinta di una di queste 'oscillazioni', che è un movimento verso il basso. Queste epoche o 'oscillazioni' sono note come 'AARO' ovvero 'Pehelo Aaro' o Prima Epoca, 'Beejo Aaro' o Seconda Epoca, e così via. L'ultima è la 'Chhatho Aaro' o Sesta Epoca. Tutte queste epoche hanno una durata fissa di migliaia di anni. Quando questa raggiungerà il suo punto più basso, anche il giainismo stesso verrà perso nella sua interezza. Quindi, nel corso della prossima oscillazione verso l'alto, la religione giainista verrà riscoperta e reintrodotta da nuovi capi chiamati Tirthankaras (letteralmente 'creatori di passaggi' o 'cercatori di guadi'), solo per essere persa nuovamente alla fine della prossima oscillazione verso il basso, e così via. In ognuna di queste alternanze temporali incredibilmente lunghe, ci sono sempre ventiquattro Tirthankara. Nell'epoca attuale, il ventitreesimo Tirthankar fu Parshva, un asceta e insegnante, le cui date tradizionali di nascita e morte sono 877-777 a.C., ovvero 250 anni prima della morte dell'ultimo Tirthankar, Mahavira nel 527 a.C. I giainisti lo considerano, come tutti gli altri Tirthankar, come un riformatore che invocò un ritorno a credenze e pratiche in linea con la filosofia eterna e universale sulla quale si dice sia basata la fede. Il ventiquattresimo e ultimo Tirthankar di questa epoca è noto con il titolo di Mahāvīr, il Grande Eroe (599-527 a.C.). Anch'egli fu un insegnante asceta vagabondo che tentò di richiamare i giainiti alla pratica rigorosa della loro antica fede. (...) S. Vernon McCasland, Grace E. Cairns e David C. Yu descrivono la cosmologia giainista nel seguente modo: 'Nella tradizione giainista, il primo insegnante della religione, Rishabha, visse nel terzo periodo di Avasarpini, durante il quale metà delle cose del ciclo del mondo stanno peggiorando. Dal momento in cui si iniziò a trovare il male, si sentì la necessità di un insegnante chiamato un Tirthankara perché le persone potessero far fronte ai problemi della vita. Nel quarto periodo, i mali proliferarono così tanto che altri ventitré Tirthankara arrivarono al mondo per insegnare alle persone come combattere il male e raggiungere il mokṣa. L'età contemporanea, parte del quinto periodo, è 'interamente malvagia'. Ora, gli uomini non vivono più di 125 anni, ma la sesta epoca sarà persino peggiore. 'La durata della vita dell'uomo sarà solo tra i sedici e i venti anni e la sua altezza sarà ridotta a quella di un nano. . . . Ma poi il lento movimento verso l'alto della seconda metà del ciclo del mondo, Utsarpini, comincerà. Ci sarà un pronto miglioramento finché, nella sesta era, i bisogni dell'uomo saranno soddisfatti da alberi desiderosi, e l'altezza dell'uomo sarà di sei miglia, e il male sarà per sempre sconosciuto.' Comunque, alla fine le cose degenereranno nuovamente, con una ripetizione di Avasarpini; Usarpini ritornerà ancora una volta, in un ciclo eterno, secondo la cosmologia giainista.' (McCasland, Cairns, and Yu, Religions of the World, New York: Random House, 1969: pages 485-486)" (http://it.wikipedia.org/wiki/Giainismo).

(6) Cfr. http://veda.wikidot.com/vedic-time-systemConsiglio vivamente la lettura di questa pagina, molto interessante anche in relazione all'astronomia-astrologia, e dalla quale si comprende come tanto nell'infinitesimo respiro del giorno, quanto nell'arco smisurato delle ere per gli antichi Maestri indiani il principio da cui ogni pulsazione temporale scaturisce sia sempre il moto degli astri, risieda in cielo. Una stringata, ma pregnante sintesi delle medesime conoscenze e concezioni la si può ritrovare in http://www.hknet.org.nz/cycleOages.html. Cfr. anche, a proposito del Kâla, il tempo eterno, cosmico, http://www.srimadbhagavatam.org/glossary/k.html#K%20a%20l%20a.

(7) "Disperazione e speranza nell'età della disputa", http://www.srimadbhagavatam.org/canto12/chapter2.html.


(9) Importantissimo testo sacro indiano: http://www.srimadbhagavatam.org/.

(10) "I nomi delle ere cosmiche derivano dall'antico gioco dei dadi, portato probabilmente dagli arii in India ed estremamente popolare (tanto che gli è addirittura dedicato un inno profano all'interno del Ṛgveda). Kŗta era ovviamente il colpo migliore, Kali quello sempre perdente." (http://it.wikipedia.org/wiki/Yuga). Sulle caratteristiche dell'Età Nera v. http://www.hinduism.co.za/kaliyuga.htm. Qui di seguito un efficace riassunto:


"Problemi che sorgono nel Kali Yuga
Durante quest’epoca si assiste ad uno sviluppo nella tecnologia materiale, contrapposto però ad un’enorme regressione spirituale. Kali Yuga è l’unico periodo in cui l’irreligione/ateismo è predominante e più potente della religione; solo un quarto di ognuna delle quattro virtù del Dharma (penitenza, veridicità, compassione e carità) sono presenti negli esseri umani. La nobiltà è determinata unicamente dalla ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del potente; parole come “carità” e 'libertà' vengono pronunciate spesso dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste ad una generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la liberazione dall'ignoranza, il Moksha, si fanno sempre più rare a causa del generico declino spirituale dell'umanità.
Guerre
La guerra 'civilizzata' (con precise norme di correttezza e di onore) è stata dimenticata, e gli umani combattono come gli Asura e i Rakshasa. A differenza degli altri Yuga, in cui era normalità cessare i combattimenti dal tramonto all’alba, cremare le vittime e riflettere sulla guerra, i combattimenti dell’età di Kali si protraggono costantemente, spinti soltanto dal desiderio di vittoria. Aumenta inoltre il sadismo.
Nobiltà / rispetto
Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto sia superficialmente molto manifestato tra le persone, nessuno rispetta sinceramente gli altri. Ognuno crede che lo scopo ultimo della vita sia quello di ottenere rispetto, quindi diventando ricco o fisicamente forte.
Cambiamenti nelle persone
Nonostante l’età, gli esseri umani diventano inferiori in altezza e più deboli fisicamente, così come mentalmente e spiritualmente. C’è una diffusione di falsi dèi, idoli e maestri. Molte persone mentono, e si dichiarano profeti o esseri divini. Inoltre, ognuno modifica a propria discrezione i significati/concetti di digiuno, meditazione e austerità, così da indurre nelle persone la loro necessità; comunque, facendo questo, essi non seguono il rigoroso codice morale dei Veda, per cui difficilmente guadagneranno qualcosa.
Cambiamenti nelle donne
Le donne in questa epoca diventano lascive ed immorali per natura. Nonostante in un primo momento siano trattate come inferiori ai maschi ed abusate, più avanti nel tempo cominciano a rivestire ruoli importanti in politica ed in altri affari, e questo culmina in sempre maggiori scontri di ego con gli uomini. Le donne cominciano a tradire i propri mariti e ad avere relazioni extra-coniugali. I divorzi incrementano, con sempre più bambini cresciuti da un unico genitore. Molte donne intraprendono l'adulterio e la prostituzione.
Condizioni delle caste
Nella prima fase del Kali Yuga, si crea discriminazione tra le caste, in particolare contro gli shudra; gradualmente, però, la scala sociale, come il sistema della morale, si inverte, e i brahmini e gli kshatriya diventano i più discriminati, finché l'unica casta che rimane è quella degli shudra.

Condizioni dei Brahmana
La maggior parte dei brahmana cessa di ufficiare cerimonie religiose; come tutti gli altri, perdono la loro moralità, si cibano di carne (persino di quella di mucca), e assumono sostanze proibite; perdono rispetto e dignità, e quando i mleccha dovrebbero offrire sacrifici, non li offrono, o invece di offrire frutta, acqua, e altre sostanze pure offrono carne o ricchezze materiali. Solo pochi si isolano dal resto del mondo per seguire Dio, e il loro numero diminuirà a mano a mano che il Kali Yuga si avvia alla conclusione. L'ultima famiglia brahmana esistente vivrà a Shambhala, dove in seguito nascerà Kalki.
Condizioni degli Kshatriya
Gli kshatriya, la casta regale e guerriera, diviene corrotta e perde il suo potere politico; i loro capi diventano furfanti, criminali e terroristi, e cercano di usare il loro residuo potere per sfruttare il popolo: gli stessi re diventano dei ladri, che preferiscono rubare dai loro sudditi piuttosto che proteggerli e difenderli. Dalle classi inferiori emergono nuovi capi, che fondano dittature e perseguitano i religiosi, gli intellettuali e i filosofi.
Condizioni dei Vaishya
vaishya, che rappresentano la borghesia, composta di mercanti e uomini d'affari, diventano disonesti e inventano nuovi crimini come frodi e contraffazioni; i commercianti diventano egoisti e pensano a soddisfare i propri desideri invece di quelli del consumatore, e quelli che non lo diventano non riescono a sopravvivere e falliscono.
Condizioni degli Shudra
Gli shudra perdono ogni rispetto per le caste superiori, e diventano anzi loro la casta più rispettata nel Kali Yuga. Dopo i primi 10000 anni dello Yuga, diventeranno l'unico varna, o casta; anche se cambia il loro stato sociale non migliorano da un punto di vista spirituale." (http://it.wikipedia.org/wiki/Kali_Yuga)




(12) La fine del mondo comporta l'oblio di tutta la storia - è come se il ritorno al Paradiso terrestre esigesse una mente sgombra da ogni gravame, innocente e pura (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Kali_Yuga). Un concetto analogo di "amnesia cosmica", riferito però all'origine sempre rinnovantesi dell'intero universo, si trova nella teoria cosmologica del "Gran rimbalzo" elaborata dal fisico Martin Bojowald (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Big_Bounce).

(13) Il più recente Krita Yuga (o Satya Yuga) iniziò, secondo le scritture vediche, 3.888.000 anni a.C., per concludersi 2.160.000 anni a.C. Durante il suo arco temporale (1.728.000 anni) sappiamo che abitarono in Africa due nostri lontani progenitori: gli Australopitechi (ominidi vissuti all'incirca dai 4 ai 2 milioni di anni or sono) e l'Homo habilis (da 2.33 milioni a 1.4 milioni di anni fa circa). A loro spettò l'ultima Età aurea. La prossima comincerà nel 428.899. Se a quel tempo esista ancora la sottospecie Homo sapiens sapiens è una domanda cui non si può rispondere.

(14) "L'unione di sensibili, elementi, organi e mente costituisce l'Uovo dal quale ogni Universo si sviluppa. Quest'Uovo (il brahmāṇḍa) riposa sulle Acque ed è abitato da Brahmā, maschile, che è l'Embrione d'oro (Hiraṇyagarbha) menzionato per la prima volta nel decimo maṇḍala del Ṛgveda. Brahmā, in quanto creatore, foggia l'interno dell'Uovo, descritto sopra; Viṣṇu, in forma di Nārāyaṇa, steso sul Serpente cosmico (Śeṣa, il quale a sua volta galleggia sulle Acque) in quanto conservatore, sostiene l'Uovo; Śiva, in quanto distruttore, lo annienta al momento appropriato. Tutti e tre non sono altro che manifestazioni della divinità suprema in forme caratterizzate rispettivamente dalle qualità della passione, della bontà e della tenebra. Il ritmo delle creazioni, conservazioni e distruzioni di ciascun Universo ‒ poiché nell'infinità del brahman, che include l'infinità del Tempo, infiniti Universi vengono di continuo all'esistenza, sono conservati e sono distrutti ‒ è controllato dalla vita del Brahmā di ciascun Universo. Brahmā vive 100 'anni'; ogni 'anno' consiste di 360 'giorni' e 360 'notti' (in questo si riflette l'idea della ruota di 720 figli in coppie menzionati in Ṛgveda, I, 164); ciascun 'giorno' e ciascuna 'notte' corrispondono a un'era (kalpa) di 4.320.000.000 di anni umani. La vita di un Brahmā consiste, dunque, di 72.000 kalpa, o 311.040.000.000.000 di anni umani. All'inizio di ogni kalpa, o 'giorno' di Brahmā, dispari, Egli crea (nel primo) o ricostruisce (negli altri) l'interno dell'Uovo (brahmāṇḍa); alla fine di ogni 'giorno' di Brahmā, Śiva distrugge il contenuto del brahmāṇḍa al di sotto del Maharloka; durante ogni 'notte' di Brahmā, Egli dorme; alla fine dell'ultima 'notte', l'Uovo torna a dissolversi nelle Acque circostanti. All'interno del kalpa, il tempo è suddiviso in 1000 mahāyuga, ciascuno dei quali costituito da 4.320.000 anni umani; alla fine di un mahāyuga, gli esseri viventi sulla superficie della Terra sono tutti distrutti. Il kalpa è anche suddiviso in 14 manvantara, alla fine di ciascuno dei quali i sette ṛṣi e gli dèi, a cominciare da Indra, sono distrutti. Ciascun manvantara consiste di 71 mahāyuga o 306.720.000 anni umani. Poiché 14 manvantara contengono soltanto 4.294.080.000 anni umani, i restanti 25.920.000 anni necessari per completare i 4.320.000.000 di anni di un kalpa sono divisi in 15 parti uguali di 1.728.000 anni, chiamate Crepuscoli (sandhyā); una sandhyā è collocata prima del primomanvantara e un'altra è posta a seguito di ciascun manvantara. Ogni mahāyuga è suddiviso in quattro parti disuguali, tra loro in rapporto di 4:3:2:1; le loro durate corrispondono dunque, rispettivamente, a 1.728.000 anni (il Kṛtayuga, di durata pari a quella di una sandhyā), 1.296.000 anni (il Tretāyuga), 864.000 anni (il Dvāparayuga) e 432.000 anni (il Kaliyuga). Un periodo di estensione identica si ritrova nei miti babilonesi. Secondo l'astronomo babilonese Beroso, 432.000 anni (in notazione sessagesimale, 2,0,0,0 anni) equivalgono alla durata del governo dei re antidiluviani. Tale periodo è alla base dell'intero sistema dei kalpa. Alla fine di ogni yuga, all'interno del mahāyuga, ha luogo la distruzione degli esseri umani, le cui caratteristiche, come quelle di altri elementi della creazione, degradano al susseguirsi degli yuga. Le distruzioni più importanti nel presente mahāyuga furono quelle compiute da Paraśurāma alla fine del Tretāyuga e da Kṛṣṇa alla fine del Dvāparayuga; la prossima distruzione, a opera di Kalkin, avrà luogo alla fine del Kaliyuga. I Purāṇa esprimono dunque una concezione grandiosa dell'Universo, il quale è soggetto a creazioni e ricreazioni periodiche, a declini graduali e a distruzioni parziali o catastrofiche, distribuite ciclicamente nel corso di lunghi periodi di tempo. Ogni Universo, poi, si riflette in un numero infinito di repliche esatte. In questa visione straordinaria confluiscono elementi derivati dai miti cosmogonici vedici, dalle speculazioni upaniṣadiche, dalla filosofia del Sāṃkhya, dai culti postvedici di Śiva e Viṣṇu, dalle credenze cosmologiche iraniche, dai concetti babilonesi di tempo e infine, dall'ordinamento greco dei pianeti." (http://www.treccani.it/enciclopedia/asia-india-americhe-la-scienza-indiana-la-cosmologia_(Storia_della_Scienza)/); "Nell'Induismo (...), un kalpa dura 4,32 miliardi di anni, cioè un 'giorno di Brahma' e misura la durata del mondo (...). Il kalpa è a sua volta diviso in altre ere che si susseguono e ripetono ciclicamente a loro volta (...). Un kalpa equivale a mille mahāyuga, l'insieme dei quattro yuga comprese le 'albe' e i 'crepuscoli' intermedi (sandhi). Ogni kalpa è poi diviso in 14 'periodi di Manu' (manvantara o manuvantara), ognuno dei quali dura 306.720.000 anni. Due kalpa costituiscono un giorno e una notte di Brahma. Un 'mese di Brahma'" contiene "30 di questi giorni e notti, 259,2 miliardi di anni. Secondo il Mahabharata, 12 mesi di Brahma (da 360 giorni e notti di Brahma) costituiscono un 'anno di Brahma' o 'anno divino' e 100 anni di Brahma costituiscono un ciclo di vita dell'universo o vita di Brahma, chiamato mahākalpa ('grande kalpa'). Ad oggi sarebbero passati cinquanta anni di Brahma e ci troviamo nel cosiddetto shvetavaraha-kalpa del cinquantunesimo anno di Brahma. Alla fine di ogni giorno di Brahma (kalpa) sovviene una notte di Brahma, della stessa durata del giorno (1 kalpa), durante la quale avviene una parziale distruzione del mondo (pralaya) per opera del fuoco, dell'acqua o del vento. Dopo ogni mahākalpa (100 anni di Brahma), Brahma muore e avviene una distruzione totale dell'universo (mahapralaya), che dura quanto è durata la vita di Brahma: 100 anni di Brahma. Dopo tale periodo, Brahmā rinasce e si ripete nuovamente il ciclo. Nella Bhagavad Gita, il Signore Krishna così spiega ad Arjuna la teoria dell'evoluzione e dell'involuzione durante i cicli cosmici: 'Quando sanno che la durata completa di un giorno di Brahmā è di mille eoni, e di mille eoni la sua notte, gli uomini conoscono veramente che cos'è un ciclo cosmico. Quando viene il giorno, tutti gli esseri distinti procedono dall'indistinto; quando viene la notte, è in esso altresì che si risolvono, in ciò che è detto l'indistinto. Questa stessa moltitudine di esseri, dopo esser venuta più e più volte all'esistenza, figlio di Pṛthā, si riassorbe suo malgrado, quando viene la notte; essa torna a sorgere quando torna il giorno. Ma al di là di questo non manifestato, esiste un altro non manifestato, eterno che, anche quando tutti gli esseri periscono, non perisce. È detto l'Imperituro, il Non Manifestato; è Lui che si proclama essere il fine supremo. Quando lo si è ottenuto, non si rinasce più. È la mia sede suprema.' (Bhagavad Gita, Canto VIII, versi 17-21) E ancora: 'O figlio di Kuntī, alla fine di un eone tutti gli esseri vanno a questa mia natura [cosmica], poi, all'inizio di un eone, io li emano di nuovo. Padroneggiando la mia natura cosmica, io emetto sempre di nuovo tutto questo insieme di esseri, loro malgrado e grazie al potere della mia natura.' (Bhagavad Gita, Canto IX, versi 7,8)" (http://it.wikipedia.org/wiki/Kalpa). Cfr. http://it.groups.yahoo.com/group/libertari/message/60136.

(15) Cfr. Le Opere e i Giorni di Esiodo, metà dell'VIII sec. a.C.

(16) Ibid., versi 109 e sgg.

sabato 23 febbraio 2013

Tradizione di famiglia


di Joe Fallisi



Dopo la distruzione della capitale Itil e di Sarkel compiuta dai Vichinghi-Variaghi di Svyatoslav, Rus' di Novgorod e Kiev, nel 965 e, nel 1016, l’invasione dell’esercito congiunto russo-bizantino, la dissoluzione definitiva del regno di Khazaria(1), prima ad opera dei Pecheneghi (discendenti degli Unni), poi dei Cumani, infine dei Mongoli, comportò anche una commistione dei Khazari e delle altre tribù turaniche(2) da loro egemonizzate coi Pecheneghi, coi Cumani e coi Mongoli stessi. E un insediamento stabile in Ucraina, in Lituania, in Ungheria e, soprattutto, in Polonia e nella Russia occidentale.


Eredi in tutti i sensi di questa congerie etnica di predatori seminomadi furono molti (e i più importanti) fra gli artefici del putch dell'ottobre 1917, che in effetti costituì anche, sotto il plumbeo manto ideologico del "marxismo-leninismo", una restaurazione sui generis del giogo tartaro. Impossessatisi della macchina statale, i bolscevichi attuarono tutto il contrario di ciò che l’ultimo Marx aveva auspicato in teoria e (non solo) il movimento dei contadini anarchici makhnovisti cercò di realizzare in pratica - la rivitalizzazione superiore delle potenzialità comuniste dell’obščina e una via rivoluzionaria che consentisse all’immensa Russia di non dover passare obbligatoriamente sotto le forche caudine dell'accumulazione primitiva(3). Fu messa in moto la più mastodontica e implacabile macchina senza volto di capitalismo (industrialismo) di Stato e, al contempo, si procedette al soggiogamento, alla repressione e allo sterminio del "contadiname" riottoso, alla sua proletarizzazione forzata, allo sradicamento, col ferro e col fuoco, da ogni presupposto tradizionale (cristianesimo ortodosso, spirito comunitario slavo e, insieme, pratica dell’autonomia e dell’indipendenza e rispetto della natura, della madre terra)(4). L’esito di questo tremendo processo totalitario statalista-"sviluppista", diretto in prima persona e, ancor più, dietro le quinte dai pronipoti Ashkenazim dei Khazari giudaizzati(5), confermò in pieno le più fosche previsioni, la vera profezia, di Mikhail Bakunin(6).  

Alla voce "Khazaria" della "libera" e "autogestita" enciclopedia online wikipedia (capillarmente controllata e moderata per tutto ciò che concerne il politically correct) si può leggere: "Tra l'VIII secolo ed il IX secolo, consistenti nuclei di Ebrei semiti, dopo aver attraversato il Caucaso entrarono in contatto con i Khazari. I sovrani di quest'ultimo popolo imposero, per motivi di stabilizzazione politica, la conversione del Khanato alla religione ebraica. Questo fatto è stato alla base dell'elaborazione di diverse teorie, la più nota delle quali vuole gli Ebrei Askenaziti discendere direttamente dai Khazari (il romanziere ebreo Arthur Koestler sostenne in modo particolare questa tesi). Recenti studi genetici sembrano però dimostrare che elementi genetici originari del Medio Oriente dominano la linea maschile degli Askenazi (il cosiddetto cromosoma Y Aaron), ma la linea femminile potrebbe avere una storia diversa. Da ciò alcuni hanno dedotto che uomini del Medio Oriente abbiano sposato donne locali, il che significa che gli Askenazi non sono imparentati con i Khazari o che questi rappresentano solo una parte degli antenati degli attuali Askenaziti."(7) L’articolo cui si rimanda(8), in realtà non dimostra quanto pretenderebbe tale frettolosa conclusione. Il mtDNA degli ashkenaziti è estraneo all’originario bacino semitico mediorientale, ed è la discendenza matrilineare che ha più importanza(9), in primis per gli ebrei(10), nella determinazione della loro identità etnica. Inoltre, le ricerche genetiche di Eran Elhaik (dicembre 2012)(11) confermano la validità non dell'"ipotesi renana", bensì di quella "cazara". La stessa difesa da Shlomo Sand nel suo The Invention of the Jewish People (2008)(12) e prima di lui da Koestler e da altri studiosi(13). 

Gli Ebrei, per la stragrande maggioranza di etnia ashkenazita, quindi, paradossalmente, meno semiti degli odiati Arabi, hanno invaso, occupato e pulito etnicamente la Palestina, rifiutando poi sempre qualunque prospettiva di convivenza pacifica ed equa con i residui abitanti locali. E i despoti con zuccotto compiono sui prigionieri palestinesi sevizie e torture immonde in piena libertà esattamente come fecero in Russia i loro avi della Cheka(14) su una schiera innumerevole di disgraziatissimi Slavi(15). E' una tradizione di famiglia che continua indisturbata da più di novant’anni.


NOTE


(1) Il Gran Khanato di Khazaria o Khanato di Khazaria o Impero di Khazaria (618-1016), l’impero degli "Ebrei rossi" (appellativo medievale dovuto forse alla leggera pigmentazione mongola di molti Khazari), giunse, al suo apogeo, a confinare a sud-ovest con quello Bizantino, a nord-ovest con il Rus' di Kiev, a nord con le terre abitate dai Bulgari del Volga e a sud-est con l'Azerbaijan.

(2) Cfr. http://www.treccani.it/vocabolario/turanico/http://www.treccani.it/vocabolario/turanide/. "Turchi. Termine correntemente usato nell'Europa occidentale a indicare il complesso, etnicamente oggi piuttosto multiforme, delle popolazioni parlanti lingue del gruppo turco degli idiomi altaici, stanziate dalla Siberia orientale ai Balcani. Le popolazioni turche originarie sono forse da accostarsi ai mongoli. Con questi esse ebbero probabilmente, un tempo, sedi comuni nell'Asia nordorientale, allontanandosene però, già differenziati, verso occidente, dove vennero successivamente a contatto con popolazioni iraniche (nell'Asia centrale e in Iran), caucasiche e indoeuropee (in Asia Minore, in Russia, nei Balcani), che turchizzarono in gran parte linguisticamente. Arduo è quindi ricostruire la composizione etnica (il tipo più puro dovrebbe essere rappresentato da baskiri, kazachi, kirghizi) di molte popolazioni turche; un criterio etnicolinguistico è quello di applicazione più plausibile in materia. Il termine europeo «T.» deriva dall'arabo turk, plurale atrâk  (bizantino tourkoi; cinese t'u-küe, riferito a una stessa popolazione turca già in fonti del sec. VI), che arabi e persiani, venuti nei secc. VII -X a contatto con popolazioni così chiamanti se stesse (türk è parola turca che vale "forza", e la si trova nel sec. VIII, come sinonimo di una confederazione, nelle iscrizioni della valle dell'Orkhon in Mongolia), generalizzarono applicandolo a tutte le popolazioni di lingua affine, e trasmettendolo in questa sua ultima accezione all'Europa. T. per eccellenza divennero però per quest'ultima solo gli ottomani, unica popolazione turca con cui gli europei siano stati a lungo a contatto diretto. (...) Circa le sedi originarie dei popoli turchi grande incertezza regna tuttora fra gli studiosi. L'opinione più plausibile pone codeste sedi in un settore compreso fra l'Altaj, i monti Tien Shan e il lago Bajkal. La questione della sede originaria è d'altronde connessa con quella dei rapporti dei T. primitivi con gli ugrofinnici e con le altre popolazioni uraloaltaiche, cui i T. sembrano vincolati da numerose affinità linguistiche, relative sia alla struttura del linguaggio, sia al lessico. La prima popolazione storica sulla quale vi sia qualche testimonianza precisa, e che possiamo chiamare turca nonostante sia sempre aperto il problema della sua maggiore o minore differenziazione dagli altri popoli altaici, è quella chiamata degli hsiung-nu, contro cui i cinesi costruirono nel 246 a. C. la Grande Muraglia. Il regno hsiung-nu restò unito fino al 40 a. C. alle frontiere settentrionali della Cina, poi si spezzò in due tronconi, occidentale e orientale. Con gli hsiung-nu occidentali sono forse imparentati gli unni. E probabile che dopo la sconfitta del 469 per opera dell'impero romano d'Oriente i resti di questa popolazione mescolatisi con gli ogur del mar Nero, abbiano dato origine ai bulghar, parte dei quali si insediò nel sec. VII nell'attuale Bulgaria, in seguito slavizzandosi. Un altro gruppo, quello degli utigur, avrebbe invece dato origine al regno dei bulghar del Volga, islamizzato nel sec. IX, e assorbito poi (sec. XIII) nella mongola Orda d'Oro. Certo è che la storia dell'Alto Medioevo europeo è piena di ricordi delle invasioni da Oriente di queste popolazioni nomadi costituite da predoni mobilissimi, molte delle quali sembrano appartenere a gruppi etnici di tipo turco, che, non appena si stabilizzarono, sparirono senza lasciar traccia, assorbiti dai popoli più civili con i quali vennero a contatto. E il caso, nel sec. IV, degli avari del Caucaso, che si stabilirono fra il Danubio e il Tibisco, assediarono nel 626 Costantinopoli, poi si fusero con gli altri popoli danubiani; dei khazar, popolazione d'incerta origine stabilitasi sul mar Nero fra i secc. IV e IX, composta da cristiani e da musulmani, e con religione ufficiale ebraica nel sec. IX, sconfitta e dispersa nel sec. XI dal principe russo Mstyslav e da Oghuz Qipcaq (ma la Crimea fu detta a lungo Hazaria anche dopo la loro scomparsa); dei cumani del sec. XI, protagonisti di tanta parte delle leggende medievali russe (in cui appaiono come polovcy), anch'essi spariti pressoché interamente; dei peceneg, che apparvero nel sec. IX a N delle terre dei khazar, e sparirono dopo essere stati sconfitti dai bizantini nel 1122. Difficile è inoltre distinguere le popolazioni turche e mongole tra loro e da tutte le altre che nel sec. IV risultano abitare, insieme con gli hsiung-nu orientali, la Cina del N (hsienpei, t'o-pa, ye-ta, juan-juan). Turco è però, questa volta senza dubbio, il popolo, o meglio la federazione di tribù guerriere riunite sotto un capo che porta il nome mongolo di qaghan (confederazione da cui si staccarono le altre popolazioni, protagoniste in seguito della storia turca) dei tu-küeh, dominante l'Asia centrale e orientale nel sec. VI. Questo regno di nomadi sciamanisti e totemisti (veneravano il lupo), fondato nel 552 su base patriarcale dal re Bumin, si divise nella seconda metà del secolo in due regni diversi, orientale (dall'Altaj fin quasi al mar della Cina) e occidentale (dall'Altaj all'Amu Dar'ja), e quest'ultimo ebbe, con il sovrano Istami, rapporti con Bisanzio. E' infatti di quest'epoca l'apparizione del termine Tourkoi, e di quello Tourkia, riferito alla regione geografica oggi detta Turkestan. (...)" (Grande Dizionario Enciclopedico UTET, vol. XX, UTET, Torino 1995, pp. 422-423. Cfr. Altaic languagesCentral AsiaEurasian nomads, KhazarsMongoliaHistory of MongoliaMongol EmpireList of medieval Mongolian tribes and clansMongolsGolden HordeKhanateCrimean KhanateGöktürks Oghuz TurksTurkic peoples,  Turkish peopleHistory of Turkey,  Altaic languagesMongolic languagesMongolian language,  Tungusic languagesKalmyk OiratBuryat languageNikudariTurkic languagesMogholi languageTurkish languageCategory:Indo-EuropeanProto-Indo-European languageIndo-European sound lawsIndo-European languagesProto-Indo-European rootIndo-European (disambiguation)Proto-Indo-Europeans). L'opinione più diffusa in ambito scientifico è che l'origine dei Turchi sia connessa con quella dei popoli altaici e uraloaltaici. Le mescolanze (anche ma non solo) con gli indoeuropei, che semmai vennero turchizzati piuttosto che il contrario, furono successive. D'altronde, quando le orde di Gengis Khan giunsero molti secoli dopo alle terre dei Khazari, già sconfitti e sbaragliati, questi ultimi pensarono bene di collaborare con loro come con fratelli di sangue. Era la soluzione più naturale, assolutamente al di là del fatto che i mongoli fossero sciamanico-animisti e i predoni stanziati in Ucraina seguaci del nero Talmud. 


(4) L’odio e il disprezzo nei confronti del mondo contadino, considerato come forza "reazionaria", come intralcio e catena sulla via dell’industrial-capitalismo di Stato verso le "magnifiche sorti e progressive" e il "sol dell’avvenire" (oggi visibile a tutti nella sua realtà spettrale), è tipico, anche se certo non esclusivo, delle varie sette talmudiche marxiste (cfr. A closer look at Poland and eastern Europegruppo libertari 61382gruppo libertari 76879gruppo libertari 76880marx vs the peasant e, più in generale, zioncom). Un esaustivo compendio di questo spirito-sguardo lo si può leggere nella squallida serie di articoli di "Rotta comunista" sull’argomento (cfr. gruppo libertari 100427). Val la pena ricordare che già nel Talmud l’agricoltura è definita "la più bassa delle occupazioni" (Yebamoth 63a) e che per centinaia di anni il lavoro principale, "d'elezione", degli Ebrei ashkenaziti nei territori dell'immenso Regno di Polonia-Lituania fu quello di arendarz (esattori), sfruttatori immediati e insaziabili dei lavoratori della terra (cfr. gruppo libertari 68087gruppo libertari 76374gruppo libertari 78647gruppo libertari 98232gruppo libertari 100442,  gruppo libertari 100444, e, ancora, il 7°, fondamentale capitolo di When the victims ruleA closer look at Poland and eastern Europe). 

(5)Emblematica, a questo proposito, la figura repellente di Lazzaro Kaganovich, l’"Eichmann sovietico", stretto collaboratore e ispiratore di Stalin innanzi tutto nelle imprese di pulizia etnica e genocidio dei contadini (non solo dell’Ucraina). Sopravvissuto indenne a qualunque "purga" e al dittatore stesso, ne causò, con ogni probabilità, la morte insieme con altri congiurati (cfr. kaganovichdeath of stalinradzinskgruppo libertari 100343). 
I "fattori di razza e nazione" sono operanti come forze materialissime - v. sull'argomento l'apposito saggio di Amadeo Bordiga: I fattori di razzaI fattori di razza 2I fattori di razza 3 (lo stesso Engels così affermava in una lettera a W. Borgius scritta nel 1894, un anno prima di morire: "Per noi, le condizioni economiche determinano tutti i fenomeni storici, ma la razza stessa è un dato economico."). Interessante la seguente annotazione di Marx ripresa da Bordiga: "Marx si interessa alla dottrina di Duchinsky (un professore russo di Kiev, domiciliato a Parigi). Questi sostiene che 'i grandi Russi, i veri Moscoviti, cioè gli abitanti dell'antico granducato di Mosca, sono in gran parte mongoli o finlandesi, come d'altronde sono mongoli gli abitanti delle parti orientali e sud-orientali della Russia europea. Vedo in ogni caso che la questione ha grandemente turbato il gabinetto di Pietroburgo (poiché sarebbe la fine del panslavismo). Tutti i sapienti russi sono stati invitati a redigere delle risposte o delle confutazioni; ma queste sono di una estrema debolezza. La purezza del dialetto grande russo e la sua parentela con lo slavo della Chiesa sembrano, in questo dibattito, testimoniare più in favore della concezione polacca che della concezione moscovita [...]. E' stato provato inoltre dalla geologia e dalla idrografia che all'Est del Dnieper si stabilisce una grande differenza 'asiatica' per rapporto ai paesi che restano all'Ovest del fiume, mentre l'Ural, come Marchison ha di già sostenuto, non costituisce affatto una separazione. Il risultato, quale Duchinsky lo, stabilisce, è che i Moscoviti hanno usurpato il nome di Russia. Essi non sono Slavi, non appartengono insomma alla razza indogermanica, e sono degli intrusi che bisogna respingere al di là del Dnieper. Il panslavismo, nel senso russo, è dunque un'invenzione del governo di Pietroburgo. Mi auguro che Duchinsky abbia ragione e che in ogni caso la sua opinione si generalizzi presso gli Slavi. D'altra parte, egli afferma che molti dei popoli della Turchia, fin qui considerati come Slavi, quali i Bulgari, per esempio, non lo sono'. Noi non sappiamo se questo brano sia stato adoperato nella polemica borghese recente contro la rivoluzione russa nella comune accezione che il popolo russo è asiatico e non europeo, e che per questo subisce la dittatura! Certo la tesi, assolutamente inoffensiva per il marxismo vero, è scottante per i Russi di oggi che, sulle orme di Stalin, fanno leva su una tradizione razziale, nazionale, e linguistica più che sul legame di classe del proletariato di tutti i paesi. Nel senso marxista il fatto che i grandi Russi siano da classificare come mongoli e non come ariani (vecchia frase che Marx ricorda spesso: gratta il Russo e troverai il Tartaro) ha (...) fondamentale importanza (...)"(http://www.quinterna.org/archivio/1952_1970/fattori_razzanazione3.htm).




(9)Com’è ovvio, delle due figure genitoriali la più certa è, in ogni caso, quella materna.

(10)Nella genuina ottica razzista-sionista male minore risulta l’unione di una femmina ebrea con un maschio goy, male maggiore il contrario, perché in questo secondo caso è l’eventuale discendenza stessa (non del cognome, ma del SANGUE) che viene spezzata. Val la pena ricordare che qui in Italia qualunque Giudeo/a cittadino/a italiano/a può ricevere, a semplice richiesta, anche la cittadinanza israeliana (nonché andar a fare il servizio militare in Israele - e persino combattere per l’entità sionista), sol che porti le prove della propria ebraicità per via matrilineare. Effettivamente oggi Israele è l’unico Stato razziale del mondo.

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(13) Cfr. Herman Rosenthal, "Chazars", articolo tratto dalla Jewish Encyclopedia, 1901-1906, Chazars; Hugo Freiherr von Kutschera, Die Chasaren, Holzhausen, 1910; il II cap. di John Beaty, Iron curtain over America, 1951, The Iron Curtain Over America; Benjamin H. Freedman, Facts are facts, 1954, Facts are factsTALMUDIC PHARISAISMFacts are facts 2The Talmud on Christians; Arthur Koestler, The Thirteenth Tribe, Random House, 1976, The Thirteenth Tribe, trad. it.: La tredicesima tribù, UTET, 2003; Alfred Posselt, Geschichte des chazarisch-jüdischen Staates, Wien 1982 - la tesi di dottorato di Posselt, lontano parente di Koestler, è forse il più considerevole fra tutti gli studi su questo tema, insieme con l’opera di Kutschera; Erwin Soratroi, Attilas Enkel auf Davids Thron. Chasaren-Ostjuden-Israeliten, Grabert-Verlag, Tübingen 1992, Attila; Paul Wexler, The Ashkenazic 'Jews': A Slavo-Turkic People in Search of a Jewish Identity, Slavica Publishers, 1993; Kevin Alan Brook, The Jews of Khazaria, Rowman & Littlefield Publishers, 2009 - 2° ed.

(14)Solo qualche nome: Moisei Solomonovich Uritsky - Boretsky -, anche conosciuto con l’epiteto-epitome de "il terrore ebreo contro il popolo russo", Jankel Yurovsky, V. Volodarsky - Moisei Markovich Goldshtein o Goldstein -, Olga Bronstein, I. S. Unschhlicht, Grigory Zinoviev - Ovsei-Gershon Aronovich Radomyslsky -, il "farmacista" Genrikh Yagoda - Enon Gershevich Ieguda, in onore del quale il Premio Nobel per la letteratura Romain Rolland scrisse un inno -, Yakov Agranov, Meer Trilesser, Mikhail Kedrov - Zederbaum -, Artemic Bagratovich Khalatov, Moisei Boguslavsky, Yakov Veinshtok, Zakhlar Volovich, Mark Gai, Matvei Gerzon, Moisei Gorb, Ilya Grach, Yakov Deich, Grigory Rapoport, Abram Ratner, Abram Slutsky, David Sokolinsky, Solomon Stoibelman, Semyon Firin, Vladimir Tsesarsky, Leonid Chertok, Isak Shapiro, Grigory Yakubovsky Jakov Bljumkin, Aron Soltz, A. A. Slutsky, Boris Berman, Shpiegelglas, Moisei Gorb, Lev Elbert, Arkady Gertsovsky, Veniamin Gulst, Ilya Ilyushin-Edleman, Matvei Potashnik, Solomon Milshtein, Lev Novobratsky, Leonid Reichman, Naum Eitigen, Boris Rodos, Lev Shvartsman, Isaia Babich, Iosif Babich, Iosif Lorkish, Mark Spekter, Karl Danker, Aleksandr Orlov, Martyn Latsis, K. V. Pauler, M. I. Gay, Isaac Babel, Béla Kun - Aaron Kohn, variante di Cohen -, Rozalia Zemlyachka - Zalkind -, Leiba Lazarevich Feldbin, Itzik Solomonovich Feffer, Alexander Contract, Zakhar Ilyich Volovich...). Nel gotha sbirresco non ho incluso il successore di Moisei Uritsky alla direzione della Cheka, l’assassino fanatico Felix Dzherzhinsky, essendo quest’ultimo polacco non ashkenazita - ma sposato, come d’ordinanza, a un’ebrea ashkenazita (la maggior parte dei dirigenti bolscevichi non-ashkenaziti ebbero come moglie un’ebrea ashkenazita, sorta di legge non scritta, ma ferrea) -, né quelli del sanpietroburghese Nikolai Ivanovich Yezhov, detto “il nano avvelenato” o “il nano sanguinario” (sposato anch’egli a un’ashkenazita), e del georgiano Cthulhu-Beria ("il nostro Himmler", secondo l’affettuoso appellativo di Stalin), ashkenazita solo per un quarto (da parte però di madre) - in compenso lo erano i suoi più vicini e fedeli assistenti. La Chrezvychainaia Komissiia, Commissione Russa Straordinaria per la Lotta Contro la Controrivoluzione e il Sabotaggio, poi divenuta GPU-OGPU-GUGB (NKVD), NKGB, MGB, KI, MVD, KGB, fu creata per volere di Lenin nello stesso anno del colpo di Stato, solo due mesi dopo. Nel 1918, con macabra ironia involontaria - che è sempre la più efficace -, i benefattori pensarono bene di mutarne il nome in Commissione Russa Straordinaria per la Lotta Contro la Controrivoluzione, la Speculazione e l'abuso di potere. In effetti occorreva da subito combattere e annichilire i controrivoluzionari. Il problema è che i bolscevichi avrebbero dovuto far fuori se stessi. E non era esattamente il loro scopo, almeno per il momento. Quanto ai Gulag (Glavnoe upravlenje lagerei, Direzione centrale dei lager, i cui ideatori-supervisori furono anch’essi, compattamente, ashkenaziti: Matvei D. Berman, l’"ebreo turco" Naftaly Frenkel, Mikhail Kaganovich, Lev Ilic Inzhir, Semyon Firin, Yakov Rappoport, Lazar Kogan, Sergei Zhuk), "il sistema dei campi di concentramento puntitivi appartiene alla storia sovietica sin dagli esordi, dai tempi di Lenin (già nel ‘20, presso le isole Solovki, situate nel Mar Bianco, a circa duecento chilometri dal circolo polare artico, era stato creato un ‘lager di lavori forzati per i prigionieri della guerra civile’, dove vennero imprigionati tutti coloro che si opponevano al nuovo regime, non solo zaristi quindi, ma anche anarchici, socialisti rivoluzionari, menscevichi), ma il maggior sviluppo avviene negli anni del consolidamento del potere di Stalin, e durante il suo lungo 'regno', che va dagli anni trenta fino alla metà degli anni cinquanta." (http://cronologia.leonardo.it/mondo26d.htm)