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domenica 11 marzo 2012

Ex oriente lux, ma sarà poi vero? (quarta parte)


Di Fabio Calabrese



Nella prima parte di questo scritto che mi si è letteralmente sviluppato sotto le mani raggiungendo una discreta corposità, abbiamo esaminato l'aspetto forse più comune della leggenda, della favola “ex oriente lux”, ossia la presunzione che “la civiltà” si sarebbe poco per volta irradiata dal Medio Oriente, dove sarebbe nata nella Mezzaluna Fertile tra Egitto e Mesopotamia fino a raggiungere il cuore di un'Europa a lungo irrimediabilmente riluttante e barbara e ne abbiamo, credo, vista tutta l'inconsistenza.


Nella seconda parte ci siamo spinti a un confronto fra la civiltà antica dell'Europa e quelle dell'Asia ulteriore, in particolare la civiltà indiana, e abbiamo visto che vi sono delle affinità spiegabili non con una derivazione di elementi della cultura europea da quella indiana (o magari viceversa), ma facendo riferimento al comune fondo indoeuropeo anteriore alla divisione dei popoli Ari nei vari rami del nostro albero genealogico.

Con la terza e con questa quarta parte siamo ancor più sfacciatamente eretici, considerando l'ipotesi che un antico popolamento europide sia a fondamento delle grandi civiltà asiatiche e dell'America precolombiana. Notiamo che la questione non è puramente storica, ma ha un preciso significato politico nel momento in cui esiste una cultura storica “ortodossa” che sembra avere il preciso scopo di indurci ad avere una percezione della nostra identità etnico-storica come qualcosa di non importante, di non rilevante, facilmente sacrificabile sull'altare di un mondo cosmopolita, globalizzato, imbastardito dove tutte le società e le culture tenderebbero a diventare multietniche secondo il sogno perverso di cristiani, democratici e marxisti assortiti.

Nella terza parte di questo scritto ci eravamo soffermati sul fatto che Oswald Spengler nel suo postumo Urfragen si era posto il dubbio se non vi fosse stato un elemento europide alla base delle grandi civiltà dell'Asia orientale (1).  

Può sembrare sorprendente che Spengler non si ponesse, oltre che per le civiltà asiatiche un dubbio analogo per quelle dell'America precolombiana, ma forse la spiegazione è più a portata di mano di quel che sembra: sebbene la storiografia ufficiale non abbia mai voluto riconoscerlo, è noto da sempre che un qualche elemento europide deve essere alla base delle civiltà dell'America precolombiana.

Ai tempi della conquista erano diffuse sia in Messico sia in Perù leggende su genti bianche e barbute che in epoca antica sarebbero venute a civilizzare i nativi e i cui leader sarebbero poi stati divinizzati: Viracocha presso gli Incas, Quetzalcoatl presso gli Aztechi, Gucumatz presso i Maya. L'arrivo degli invasori, che vennero ovunque accolti a braccia aperte, fu scambiato per “il ritorno degli dei”, e fu questo, assieme ai cavalli e alle armi da fuoco, a permettere a un pugno di avventurieri di sopraffare civiltà popolose di milioni di uomini.

 All'epoca di Pizarro l'aristocrazia incaica conservava ancora un'impronta europide, in particolare le coyas, le donne dell'harem dell'inca erano di pelle più chiara degli spagnoli.

 Inoltre, a differenza della maggior parte dei nativi che sono di corporatura minuta, gli abitanti della parte meridionale del continente sudamericano erano, se non “bianchi”, di complessione robusta e statura alta, con mani e piedi piuttosto grandi, tanto che questa regione, la Patagonia, conserva il nome che deriva dal soprannome che gli spagnoli diedero loro, patagones, cioè “piedoni”.

Quale potrebbe essere l'origine di una presenza europide, caucasica, “bianca” nelle Americhe verosimilmente molto più antica di Colombo e anche dei Vichinghi che certamente in età medievale hanno preceduto il navigatore genovese?

Secondo la versione ufficiale della storia, il popolamento precolombiano delle Americhe sarebbe avvenuto dall'Asia attraverso il ponte di terra che, a causa dell'abbassamento del livello dei mari, sarebbe emerso durante l'età glaciale là dove oggi c'è lo stretta di Bering. Attraverso questo ponte, la Beringia, si sarebbero riversate nel Nuovo Mondo quattro distinte ondate di popolazione.

I più antichi, poi spinti man mano sempre più a sud dall'arrivo di altre popolazioni, sarebbero stati i cosiddetti paleo-amerindi giunti in America forse 20.000 anni fa (ma la data è tutt'altro che certa). Di essi in epoca storica rimanevano due popolazioni-relitto: i Pericu della Bassa California e i Fuegini della Terra del Fuoco.

Circa 12.000 anni fa il ponte di terra della Beringia fu attraversato dagli antenati degli Amerindi veri e propri, che avrebbero dato origine alla maggior parte delle popolazioni precolombiane.

8.000 anni fa circa, ci fu una terza migrazione, che diede origine ai Na-Dene, un gruppo che comprende i Navajo e diverse popolazioni della parte più settentrionale del continente, quali gli Athabaska e i Tlingit, stanziati tra Alaska e Canada. Nel loro insieme, come ha rivelato l'analisi del DNA, i Na-Dene presentano maggiore affinità genetica con le popolazioni della Siberia centrale che con gli Amerindi.

Infine, in epoca ormai storica, certamente non attraverso il ponte di terra della Beringia che non esisteva più, ma passando il braccio di mare dello stretto di Bering, gli Inuit o Esquimesi.

Solo che a questo punto i conti non tornano. Le tracce più antiche della presenza umana nel continente americano sembrerebbero risalire a circa 40.000 anni fa, un tempo doppio rispetto a quello del supposto arrivo dei primi paleo-amerindi e quasi triplo rispetto all'ondata degli amerindi veri e propri che sarebbe stata responsabile della maggior parte del popolamento precolombiano del Nuovo Mondo. C'è spazio per una storia che in gran parte non è stata scritta.

E' perlomeno probabile che vi sia stato un popolamento del Nuovo Mondo diverso da quello arrivato dall'Asia orientale nelle quattro ondate sopra descritte, e i dati che lo suggeriscono sono emersi dall'archeologia, dallo studio dei manufatti litici.

Studiando gli attrezzi litici dell'età della pietra del continente americano, si incontra in primo luogo la cultura Clovis, così chiamata dal sito del Nuovo Messico dove per la prima volta questi manufatti furono rinvenuti nel 1929. Questi ultimi consistono in punte di lancia e di freccia di lavorazione raffinata (al punto che noi oggi, abituati agli utensili di metallo, ci stupiamo di cosa hanno saputo fare gli uomini preistorici con la pietra, con quanta abilità, precisione e senso estetico siano riusciti a lavorarla); la cultura Clovis si sviluppò attorno a 12.000 anni fa, e scomparve all'avvento della mini-età glaciale nota come Dryas superiore, finché 9.000 anni fa compare la cultura Folsom, derivata da essa, che è considerata quella che ha portato la lavorazione della pietra scheggiata al più alto livello di perfezione in assoluto, tra gli strumenti litici del Vecchio e del Nuovo Mondo.

Ebbene, a questo punto arriva la sorpresa, perché nel 1999 due archeologi dello Smithsonian Institute, Dennis Stanford e Bruce Bradley, si sono accorti che l'industria litica Clovis non presenta nessuna somiglianza con quella della Siberia da cui provengono gli antenati degli Amerindi, ed ha invece una somiglianza spiccata con un'industria litica europea, quella solutreana. Non basta. Sebbene il sito che ha dato il nome a questa cultura, Clovis, appunto, si trovi nel Nuovo Messico, la maggior parte dei siti in cui compaiono questi manufatti si trova nell'est degli attuali Stati Uniti, concentrata soprattutto attorno alla Chesapeake Bay, la grande baia che lambisce tre stati: Virginia, Delaware e Maryland, oltre al Distretto di Columbia: una disposizione che suggerisce una provenienza dal mare ed un irradiamento da est verso ovest.

Nell'età glaciale, argomentano Stanford e Bradley, il livello degli oceani era significativamente più basso di oggi a causa della grande quantità di acqua imprigionata sotto forma di ghiaccio sulle masse continentali, inoltre un'ininterrotta “linea costiera” di ghiacci si estendeva dalla sponda europea a quella americana dell'Atlantico inglobando l'Islanda e la Groenlandia.

Per dei cacciatori solutreani che si spostassero lungo di essa a bordo di canoe dando la caccia a foche ed altri animali marini, ipotizzano i due archeologi, raggiungere il Nuovo Mondo sarebbe stato tutt'altro che impossibile.

Questa antica presenza europide può aver lasciato delle tracce riscontrabili in epoca storica? Anche in questo caso, sembra proprio che si possa dare una risposta affermativa.

La più nota fra le tribù di “amerindi” bianchi dell'America settentrionale è stata probabilmente quella dei Mandan, oggi estinti come molti altri popoli americani nativi. Riguardo a costoro, si trova in internet un articolo, Il mistero degli indiani Mandan di Giuseppe Pirazzo e Francesco Vitale, di cui riporto un piccolo stralcio:

“A partire dal XVII secolo, vari esploratori vennero in contatto, nella regione dell'America Settentrionale corrispondente all'attuale stato del North Dakota, con una tribù di Indiani, i Mandan, aventi caratteristiche somatiche tipicamente europee (capelli biondi o rossi, occhi azzurri e pelle chiara)(...).

Questa tribù di Indiani non mancò di attirare la curiosità di tutti gli esploratori. Innanzi tutto avevano la pelle chiara; molti avevano gli occhi azzurri o grigi e alcuni avevano i capelli castani o rossi; i vecchi avevano i capelli bianchi, caratteristica insolita tra gli Indiani” (2).

Ma, ci spiegano Pirazzo e Vitale, le caratteristiche fisiche non erano le sole a distinguere i Mandan dagli altri amerindi: il loro stile di vita era diverso da quello dei nativi: vivevano in villaggi fortificati e praticavano l'agricoltura.

Purtroppo, verso la fine del XIX secolo i Mandan furono sterminati da un'epidemia di vaiolo, ma non erano la sola tribù di “indiani bianchi” delle Americhe.

Nello stesso articolo sui Mandan, Pirazzo e Vitale ricordano che anche:

“Gli Aracani, Indios della Bolivia, hanno caratteristiche somatiche molto vicine a quelle, indoeuropee, dei "bianchi". Abitano nella città di Tiahuanaco, ma sono presenti, in minor numero, nelle zone bagnate dal Rio Guaporé, fiume che, presso il confine con il Brasile si unisce al Rio Beni, formando il Rio Madeira” (3).

Notiamo che si parla proprio di una popolazione che abita la zona dove si trova uno dei complessi archeologici in assoluto più antichi e misteriosi dell’America meridionale, Tiahuanaco, la “Stonehenge del Sud America” come è stata definita.

 Riguardo a questa presenza “bianca”, europide, caucasica nelle Americhe molti prima di Colombo e anche dei Vichinghi, cosa dicono i dati archeologici e paleoantropologici?

Su Wikipedia (voce “Nativi americani”), troviamo un'allusione alquanto sibillina riguardo a un argomento che avrebbe meritato ben altro approfondimento:

“Questa ipotesi [dell'origine siberiana dei primi abitatori delle Americhe] è stata contestata per il ritrovamento di scheletri con il cranio dai tratti caucasoidi e da molte altre ricerche archeologiche, linguistiche e di biologia molecolare” (4).

“Caucasoide” nel linguaggio dell'antropologia significa (affine a) caucasico, “bianco”, europide.

Fra tutti questi ritrovamenti imbarazzanti che contrastano con la versione ufficiale della storia dell'America precolombiana, quello forse balzato a maggiore notorietà (o meno sommerso dall'oblio) è stato probabilmente quello dell'uomo di Kennewick, un nativo americano vissuto circa 9.000 anni fa, i cui resti furono ritrovati nel 1998, appunto a Kennewick, località dello stato di Washington sulle rive del fiume Columbia, e si tratta di uno degli scheletri meglio conservati di antichi nativi americani di cui disponiamo.

Dalle analisi del cranio e dalla ricostruzione dei lineamenti facciali che sono state effettuate, è risultato non solo che l’uomo di Kennewick aveva lineamenti prettamente caucasici, ma è uscita anche una curiosa e certamente casuale somiglianza con un noto attore, Patrick Stewart, interprete di pellicole fantascientifiche come X-Men e Star Trek, The Next Generation dove ha interpretato il ruolo del comandante Jean Luc Picard.

Per quanto riguarda l'Asia abbiamo trovato quanto meno le tracce di un antico popolamento europide nel centro del grande continente, i cui elementi oggi più riconoscibili sarebbero le mummie di Cherchen, le iscrizioni nelle due varianti della lingua tocaria e le popolazioni relitto dei Kalash e degli Hunza, geneticamente affini a Italiani e Tedeschi, e i Kalash in particolare, ancora ostinatamente attaccati al loro paganesimo nativo, un'isola che cerca disperatamente di evitare la totale sommersione da parte della marea islamica. Sorprendentemente, abbiamo visto che le Americhe ci offrono prove ancora più evidenti, non soltanto di un'antichissima presenza europide, ma del fatto che essa sembra aver avuto un ruolo determinante nella nascita delle civiltà precolombiane, come testimoniano la leggenda azteca di Quetzalcoatl e quella incaica di Viracocha.

Possiamo andare ancora oltre e arrivare a generalizzare affermando che dovunque riscontriamo culture superiori, lì dobbiamo pensare alla presenza originaria di un elemento europeo, europide, caucasoide, “bianco” comunque lo si voglia definire?

Si tratta di un'ipotesi ardita, oltre che “politicamente scorretta” in una misura che più di così non potrebbe essere, tuttavia ci sono degli elementi a suo sostegno. Ad esempio, Silvano Lorenzoni ha preso in considerazione il fenomeno del megalitismo, delle misteriose costruzioni megalitiche diffuse in varie parti del mondo, nelle isole del Pacifico oltre che in Europa e nelle Americhe, ed ecco cosa ci dice in Involuzione, il selvaggio come decaduto:

“In tutto il Sud del Mondo si trovano tracce di civiltà arcaiche che niente ebbero a che vedere con i suoi attuali abitanti e neppure con i loro ipotizzabili antenati, fino a che ci si mantenga all'interno di periodi storici. Si tratta di costruzioni, espressioni artistiche impresse in pietra, artefatti di origine misteriosa (...).

Quanto alle costruzioni megalitiche nel Sud del Mondo, non solo non hanno niente a che vedere con gli abitanti delle zone dove adesso rimangono le loro rovine, ma questi spesso se ne tengono lontani perché potrebbero essere sedi di influenze magiche pericolose” (5).

Altro che “ex oriente lux”, “ex Europa lux” potrebbe essere la nostra  conclusione, a condizione di avere chiaro che “Europa” non deve essere intesa letteralmente come un territorio, quanto piuttosto un tipo antropologico, il tipo umano europide, “bianco”, quello stesso che oggi è minacciato nella sua stessa culla ancestrale da una senescenza artificialmente indotta, dall'immigrazione, dal meticciato.

Noi a volte stentiamo a renderci conto del fatto che quel che si è verificato nel nostro continente con la disfatta del 1945 non è stata “solo” la perdita dell'indipendenza politica, ma anche un immenso danno culturale, con il soffocamento di tutte le idee e la censura di tutti i fatti contrari al dogma democratico dell'uguaglianza degli uomini.

La realtà delle cose, tuttavia, ha la sgradevole tendenza a non conformarsi a ciò che gli uomini pensano o vorrebbero che fosse vero. Quando il tribunale dell'inquisizione costrinse Galileo ad abiurare l'astronomia copernicana, non per questo la Terra cessò il suo moto di rivoluzione, né il Sole si mise a girare intorno ad essa.

In modo del tutto analogo, i nemici dell'Europa oggi non possono impedire che nuove prove saltino continuamente fuori a smentire la visione delle cose che vogliono forzatamente imporci, che si tratti delle tavolette di Tartaria, dell'ascia dell'uomo del Similaun, delle mummie di Cherchen, dello scheletro dell'uomo di Kennewick. Come allora, come ai tempi di Galileo, le armi per combattere la verità sono la censura, la repressione, l'oblio delle prove. Per questo, la lotta per la conoscenza è nello stesso tempo la lotta per la libertà.



NOTE

1. Oswald Spengler: Albori della storia mondiale (Urfragen), Edizioni di AR, 1997.

2. Giuseppe Pirazzo e Francesco Vitale: Il mistero degli indiani Mandan, on line, www.farwest.it .

3. Ibid.

4. Wikipedia, voce: “Nativi americani”.

5. Silvano Lorenzoni: Involuzione, il selvaggio come decaduto, Edizioni Ghenos, Ferrara 2006.
















giovedì 8 marzo 2012

Ex oriente lux, ma sarà poi vero? (terza parte)


Di Fabio Calabrese



Vediamo, prima di proseguire, una brevissima sintesi delle due parti precedenti del nostro discorso: la leggenda, la fiaba (a cui mi sembrerebbe di fare troppo onore chiamandola un mito) di una presunta “luce da oriente” che avrebbe nel corso dei secoli, prima civilizzato l'Europa (la civiltà sarebbe il frutto di un complicato passaparola innescatosi in qualche modo tra il Nilo e la Mezzaluna Fertile e avrebbe man mano coinvolto Egizi, Sumeri, Assiri, Babilonesi, Persiani, Ebrei, Fenici, e infine buoni ultimi Greci e Romani) poi apportato, due millenni fa l'ulteriore illuminazione della “grande religione” cristiana, è una fola senza fondamento, perché gli Europei hanno avuto abbastanza inventiva da civilizzarsi da sé, e ne fanno testo ad esempio i monumenti megalitici che costellano il nostro continente da Malta a Stonehenge, e perché la cristianizzazione dell'Europa vi ha apportato solo elementi di crisi, a cominciare dalla disgregazione dell'impero romano.


Abbiamo visto anche che la supposta “luce da oriente” si mantiene attraverso censure e depistaggi da parte della “ricerca” accademica fra cui quella del ritrovamento delle “tavolette di Tartaria”, il primo esempio al mondo di scrittura conosciuto, rinvenuto non in Medio Oriente ma in Europa (Turda, Romania) ben mezzo secolo fa, è forse il più clamoroso.

Nella seconda parte abbiamo visto le affinità (e le differenze) che esistono fra il pensiero indiano e quello europeo (in particolare la filosofia greca), molto più vicini l'uno all'altro rispetto al mondo semitico-mediorientale che s'interpone fra essi, e che risulta estraneo e antitetico allo spirito dell'Europa, ma anche in questo caso non c'è da pensare a una presunta “luce da oriente” quanto a un comune fondo di cultura ancestrale che accomunerebbe Greci, Indiani e probabilmente gli altri popoli discendenti dal medesimo ceppo indoeuropeo.

Non è ancora tutto. Come ho ricordato, diversi anni fa ebbi un vivace scontro con una collega docente di storia dell'arte, infatuata come molti altri della leggenda della “luce da oriente” (in questa sede, è meglio che vi risparmi, anche se penso che potete immaginarli senza troppo sforzo, i battibecchi al calor bianco che ho spesso avuto con i “colleghi” - che io non ritengo per nulla tali, in quanto non scelti nemmeno dalle autorità pubbliche ma dalla curia – di religione cattolica, vi basti sapere che in uno di essi persi completamente la voce). In quella circostanza non mi accontentai di aver avuto ragione, ossia di aver subissato la mia interlocutrice con la veemenza e la passionalità delle mie argomentazioni; anzi, mi sembrò una “vittoria” di poco conto, trattandosi di una donna; e scusatemi, ma io al femminismo proprio non ci credo. Volevo essere certo di avere ragione, e quello scontro verbale diventò il punto di avvio di una serie di ricerche durate anni.

 Una cosa che è emersa in maniera sempre più chiara è questa: negli anni fra le due guerre mondiali è stato portato avanti il più deciso tentativo dell'homo europeus di rialzare la testa rispetto alla cospirazione cristiano-ebraico-democratico-massonica-marxista che ci sta lentamente strangolando, tentativo che fu definitivamente stroncato nel fuoco e nel sangue nel 1945; oggi, a quasi un settantennio da quei fatti, affinché possiamo essere “liberi”, non soltanto ce ne viene presentata una versione che dà ragione ai vincitori (e per i “revisionisti” che osano metterla in dubbio si spalancano frequentemente le porte del carcere), ma le idee che animarono il tentativo di riscossa europeo non devono neppure essere conosciute.

 Un concetto allora comune e oggi bandito, è che gli uomini e i popoli non sono tutti uguali (con fatica, sotto il peso di una anatema che è diventato pesante come una montagna, si arriva a stento a bisbigliare la parola “razze”), e che esistono popoli creatori, altri portatori e altri ancora distruttori di civiltà.

Bene, la realtà dei fatti ha la sgradevole tendenza a infischiarsene di quello che gli uomini vorrebbero fosse ritenuto vero, e basta grattare un poco sotto la superficie per accorgersi dell'esistenza di una serie di indizi, ovviamente ignorati da quella costruzione ideologica che è la storia ufficiale, che vanno proprio in quest'aborrita direzione, in particolare che all'origine delle grandi civiltà asiatiche ma anche dell'America precolombiana troviamo un antico popolamento di tipo caucasico. L'assunto “ex oriente lux” andrebbe allora del tutto rovesciato.

Nella sua opera incompiuta e pubblicata postuma, Urfragen (un titolo che andrebbe tradotto alla lettera Domande primordiali ma che significa piuttosto qualcosa come “domande sulle origini”) (1), Oswald Spengler si poneva l'interrogativo circa il fatto che abbiamo la prova di un fondamento caucasico, “bianco” per tutte le grandi civiltà, eccetto che per quelle dell'Asia orientale, e formulava l'ipotesi che un domani nuove ricerche avrebbero mostrato gli indizi di un'origine caucasica anche per queste ultime.  (E' curioso che non si ponesse un analogo e apparentemente più pressante interrogativo riguardo alle civiltà precolombiane delle Americhe ma, una spiegazione forse c'è, e la vedremo nella quarta parte di questo scritto che, me ne rendo conto, sta diventando parecchio lungo, ma non è il caso di essere troppo sintetici esponendo i risultati di anni di ricerche).

Noi oggi possiamo dire che sostanzialmente aveva ragione, tranne per il fatto che dopo la seconda guerra mondiale questo genere di ricerche è diventato tutt'altro che popolare.

Io mi scuso di dover citare a memoria un testo che, per motivi che non hanno bisogno di essere raccontati qui, non è più in mio possesso. Negli anni '70, le Edizioni di Ar pubblicarono Religiosità indoeuropea di Hans F. K. Gunther con un'ampia e interessantissima introduzione di Adriano Romualdi, una delle intelligenze più lucide del nostro ambiente, che un destino crudele ci ha tolto davvero troppo presto (2).

Nella sua introduzione, Romualdi accennava al problema che angustiava Spengler e faceva notare a ogni modo che in particolare fra le élite giapponesi si riscontra con una certa frequenza un tipo fisico che si discosta dal classico mongolo, più longilineo, dalla pelle più chiara, con gli occhi talvolta grigio-azzurri, il tipo manciù-coreano che fa pensare a una lontana impronta europide.

Non è tutto, perché nell'isola di Hokkaido, la più settentrionale delle quattro grandi isole che formano (insieme a un gran numero di isole minori di tutte le dimensioni) l'arcipelago giapponese, vivono gli Ainu, una popolazione caucasica che potremmo definire paleo-europide. Non è tutto. Jomon è un termine che indica la “facie” preistorica nipponica e, secondo alcuni autori, “Jomon” potrebbe essere stata una popolazione, probabilmente affine agli Ainu che avrebbe popolato le isole del Sol Levante prima che vi si insediassero genti mongoliche.

Da dove potesse provenire questa popolazione a cui va forse fatta risalire l'impronta “europea” dei Giapponesi, non è per nulla chiaro, anche perché il clima instauratosi a livello planetario dopo il 1945 non ha certo favorito questo tipo di ricerche.   

Per essere chiari, ci troviamo di fronte a un muro di silenzio per penetrare oltre il quale occorre cogliere con molta attenzione i pochi spiragli che ci si offrono, una vera e propria censura come quella che ha avvolto la scoperta delle tavolette di Tartaria. Per esempio nessun media  italiano ha riportato la notizia, per fortuna comparsa sulle pagine on line dello svizzero “Ticino libero” nel 2008, del ritrovamento in Asia centrale, nel deserto del Takla Makan che oggi fa parte della regione cinese del Sinkiang o Xinjiang, di alcune mummie dalle sorprendenti fattezze europidi.

Vi riporto uno stralcio dell'articolo apparso su “Ticino Libero”:

“Capelli e barba rossicci con spruzzi di grigio, un naso lungo e un’altezza considerevole, quasi 2 metri. per la sepoltura era stato vestito con una lunga tunica di colore rosso e calzature in pelle, decorate. Questa è la mummia, di aspetto visibilmente europeo e ben conservata, di un uomo che era morto (e forse vissuto) oltre 3000 anni fa nel deserto del Taklamakan, nello Xinjiang, una regione impervia nell’ovest della cina. le analisi del DNA hanno rivelato un’appartenenza alla razza celtica. nella lingua che parlano gli Uiguri del Xinjiang, Taklamakan significa “il luogo dove si entra e dal quale non si esce”.

Gli archeologi lo hanno chiamato “L’uomo di Cherchen” e lo hanno trasportato in un museo della capitale della provincia dell’Urumgi.

La mummia era stata rinvenuta con le mummie di tre donne e di un bambino piccolo; fanno parte di circa 400 mummie di razza celtica rinvenute nel deserto del Taklamakan e il loro stato di conservazione è migliore di quello delle mummie rinvenute nei siti archeologici egiziani.

 Una delle donne della tomba di Cherchen ha capelli castano chiaro, il viso e le mani dipinti con simboli e porta un vestito rosso riccamente ornato. la mummia del bambino è avvolta in una stoffa di colore bruno e sugli occhi ha due pietre blu” (3).

Un'ulteriore ricerca in internet (dove si trova sorprendentemente poco sull'argomento) mi ha permesso di accertare che la scoperta della mummia dell'uomo di Cherchen è stata fatta da Victor Mair, sinologo dell'università della Pennsylvania che, mentre accompagnava un gruppo di turisti in un museo di Urumci, capoluogo dello Xinjiang, avrebbe notato per caso le fattezze europidi della mummia esposta in una teca male illuminata. Da qui sarebbe poi risalito ad altre mummie sorprendentemente “europee” e “celtiche” provenienti sempre dalla zona di Cherchen. Altro fatto importante, perché illustra bene le condizioni in cui i ricercatori sono costretti a lavorare, le analisi del DNA che hanno permesso di accertare le caratteristiche “celtiche” di questa antica popolazione vissuta attorno all'XI secolo avanti Cristo, sono state condotte su campioni “rubati”, prelevati di nascosto, all'insaputa delle autorità cinesi che non l'avrebbero di certo permesso, e il motivo emerge chiaro da un altro passo dell'articolo di “Ticino Libero”:

“lo storico Ji Xianlin spiega [che] vi è in Cina un piccolo gruppo di separatisti etnici che hanno approfittato dell’occasione per fomentare disordini e pretendere una discendenza con questo antico popolo celtico” (4).

Siamo, come è facile capire, in presenza di uno dei tanti orrori tuttora presenti del moloc comunista di cui, specialmente ora che non c'è più la Guerra Fredda, nell'Occidente “libero” si parla poco o nulla.

Questa regione dell'Asia centrale, il Sinkiang attualmente più nota con il nome cinesizzato di Xinjiang, è abitata dagli Uighur, una popolazione di etnia turca e di religione mussulmana, oggi sottomessa ed oppressa dalla Cina “popolare”. Come i Tibetani, forse peggio dei Tibetani, gli Uighur sono oggetto di una feroce repressione di cui ben poco si parla in Occidente, intesa a cancellarli come popolo, come cultura, come comunità religiosa, e la loro storia, come quella del vicino Tibet, ha il torto di costituire l'ennesima riprova dell'assoluta incompatibilità fra comunismo e rispetto dei diritti umani, con in più l'aggravante che il fatto che si tratti di mussulmani non ha favorito l'interesse del mondo occidentale nei loro confronti.

Negli anni fra le due guerre mondiali, il Sinkiang ed in particolare la regione del Lop Nor furono oggetto delle ricerche dell'esploratore Sven Hedin. Queste ricerche erano finanziate da un'associazione tedesca, la Società Ahnenerbe, “Eredità degli antenati”, che era un'emanazione delle autorità del Terzo Reich e, almeno nelle intenzioni dei leader nazionalsocialisti, avevano lo scopo di localizzare la patria primordiale della razza ariana.

Dopo l'avvento della dittatura comunista in Cina, la regione del Lop Nor è diventata tristemente famosa perché i comunisti cinesi ne hanno fatto un grande poligono per i loro esperimenti nucleari.

Io non me la sentirei affatto di escludere che i cinesi, dimostrando in questo una cecità fanatica tipica dell'ideologia comunista, abbiano in tal modo voluto “punire” il Lop Nor che le esplorazioni di Sven Hedin avrebbero in qualche modo trasformato in una “regione fascista”.

L'identificazione proposta da “Ticino Libero” delle mummie di Cherchen come “celti” non è molto credibile, è assai più verosimile che si tratti di tocari, ma questo non risolve l'enigma, semplicemente lo sposta. I Tocari erano una popolazione europide vissuta nel Turkestan orientale (che corrisponde grosso modo all'attuale Xinjiang) almeno fino al XIII secolo. Della lingua tocaria, si conoscono due varianti: tocario A o turfanese, che era parlato nella zona di Turfan, e tocario B o kucheano, parlato nell'oasi di Kucha, ma la cosa singolare è che si tratta di una lingua indoeuropea di tipo centum. I linguaggi indoeuropei sono suddivisi in due grosse diramazioni chiamate a seconda della forma del numerale “cento”, centum (latino) e satem (sanscrito); ossia – potremmo dire – linguaggi indoeuropei occidentali ed orientali; il gruppo centum comprende i linguaggi latini, celtici, germanici, il greco e il tocario, il gruppo satem le lingue slave, indiane e iraniche. Si è trattato forse di una migrazione isolata, ma non si può del tutto escludere l'affascinante ipotesi che i Tocari fossero quanto restava in epoca storica dell'Urvolk indoeuropeo.

Costoro sono oggi del tutto estinti? Non hanno lasciato alcuna traccia di sé? Forse non è proprio così.

L'ultima falange macedone, un articolo apparso alcuni anni fa (purtroppo anonimo) su Digilander ci racconta degli Hunza e dei Kalash, tribù di un popolo montanaro che vive ancora oggi nelle valli interne del Pakistan e dell'Afghanistan:

“Le persone che vedo sono notevolmente diverse dai pakistani di pelle scura dei bassopiani. Rosei nelle guance e bianchi di pelle, molti dei 50.000 Hunza hanno occhi blu, verdi o grigi, e capelli che variano dal giallo granturco al nero corvino. Alcuni ragazzi hanno anche capelli rossi e efelidi. Ma ancora più addentro le montagne, mi dicono, c'è un altra tribù, i Kalash, tra i quali la somiglianza con i presunti antenati europei è ancora più sorprendente”.

Poco più sotto si parla di una ricerca sul DNA di queste popolazioni condotta da un medico pachistano, il dottor Qasim Mehdi:

“Mehdi aggiunge che il DNA dei Kalash presenta inoltre un parentela genetica con gli italiani e i tedeschi” (5).

Quale è l'origine di questa gente? Dei Kalash che non hanno solo caratteristiche fisiche europidi ma sono anche ostinatamente pagani in un mondo islamizzato, si era occupato anche Duccio Canestrini in un articolo apparso su “Airone” nell'ormai lontano giugno 1989, Tra i Kalash, gli ultimi pagani dell'Afghanistan, in cui ci ha spiegato:

“Gli antropologi culturali, infine, sottolineano la somiglianza di alcune caratteristiche della cultura kalash (come la figura dello sciamano, l’uso del tamburo nelle feste e la stessa vinificazione) con elementi tribali del Turkestan orientale, oggi politicamente cinese” (6).

Di conseguenza, è del tutto naturale metterli in relazione con le mummie di Cherchen e con i Tocari, di cui sarebbero i discendenti.

Sempre l'articolo di Canestrini ci parla della precaria condizione dei Kalash, pagani perseguitati che lottano per tenere in vita le loro tradizioni minacciate in un mondo impestato dall'islam:

“Tra gente che relega, vela e reprime le proprie donne, resistono i loro costumi sessuali, più rilassati e più gioiosi, che si manifestano soprattutto durante le feste. In un mondo clamorosamente devoto ad Allah, resiste il loro “profondo” politeismo, animato da divinità maschili e femminili, da fate con tre seni, da splendidi protettori delle vette, da numi solari e da cavalli soprannaturali.

Minacciate da una intollerante tradizione iconoclasta, resistono le loro statue funerarie, i gandau, benché decimate. Infine, tra le moschee che avanzano in un dedalo di vallette, resiste la sacra jestak-han: al contempo tempio, macello e municipio. Si tratta della sede di Jestak, una Dea Giunone che non disdegna offerte di capretti durante il Chaumos, la cerimonia kalash che si celebra in occasione del solstizio di inverno (...).

Purtroppo, la storia dei kalash coincide con l’inizio dei loro guai. A battezzarli kafiri (in arabo, “infedeli”) furono proprio i seguaci di Maometto che, nella loro gigantesca campagna di islamizzazione partita nel VII secolo dopo Cristo, giunsero ad accerchiare anche la patria dei kalash, chiamata Tsyam. Quegli “infedeli” si dimostrarono, però, degli irriducibili. Uguale insuccesso toccò l’anno Mille, al fondatore del ramo turco dei Ghaznavidi, Mahmud, il sultano conquistatore dell’India.

E neppure i diecimila cavalieri dell’esercito di Tamerlano, il celebre discendente di Gengis Khan, ebbero ragione, quattro secoli dopo, delle roccheforti dei ribelli. I quali, tuttavia, di fronte all’incalzare di nuovi invasori, si videro costretti ad abbandonare il Tsyam (che oggi sarebbe nell’Afghanistan) per ripiegare sempre più a settentrione, verso le aspre vallate montane del Pakistan nord-occidentale, dove a tutt’oggi risiedono. Il colpo di grazia ai kafiri afghani lo inferse, nel 1896, l’emiro [di] Kabul Abdur Rahman che, con l’avallo del governo di Sua Maestà britannica perpetrò una vera strage. Ai pochi sopravvissuti lasciò la scelta: convertirsi all’Islam oppure morire.

Persino il nome del Kafiristan venne cancellato dalle carte geografiche. Rahman lo cambiò in Nuristan, cioè “Il paese della luce” , la luce (nur, in arabo) della verità coranica. L’assedio musulmano delle ultime valli kafire in Pakistan (Bumburet, Rumbur e Birir) non è mai cessato” (7).

Noi in Europa facciamo molto male a disinteressarci della tragedia di questi nostri fratelli, fratelli due volte, perché europidi e perché pagani che resistono alla peste abramitica.

Le steppe eurasiatiche tra Russia e Siberia sono costellate da caratteristici grandi tumuli funerari, i kurgan. A quanto sembra anche i Tocari sarebbero da collegare alla cultura dei kurgan non solo, ma nelle sepolture in essi contenute è ben visibile la sostituzione del tipo fisico-antropologico europide con quello mongolico, pur mantenendosi la facies culturale pressoché invariata.

Secondo l'ipotesi dell'antropologa di origine lituana Marija Gimbutas, la cultura dei kurgan sarebbe la cultura madre delle civiltà indoeuropee.

Ecco cosa riferisce al riguardo la voce meno esoterica che possiate immaginare, Wikipedia:

“Secondo l'ipotesi kurgan, il focolare primitivo degli Indoeuropei sarebbe da identificare con il complesso di culture kurgan a nord del Mar Nero. In una fase antica (dopo il 4500 a.C.) si sarebbero staccati il ramo anatolico (forse la Cultura di Cernavod?) e il ramo Tocario, probabilmente la cultura di Afanasevo. Successivamente tutti gli altri rami (...).

Sebbene i kurgan siano un fenomeno essenzialmente culturale, si osserva che, nelle steppe occidentali (ma nelle fasi antiche fino anche in Mongolia e sui monti Sayan-Altai), i cadaveri intumulati manifestano caratteristiche europoidi. In particolare, data l'alta statura, la forma del cranio ed altre caratteristiche che si ritrovano frequentemente nei kurgan, si può certamente asserire che almeno nelle prime fasi le culture kurgan furono diffuse da una popolazione europoide di tipo cromagnoide.

Successivamente nelle regioni orientali si assiste all'apparire delle caratteristiche mongoloidi (probabilmente già nella cultura di Karasuk), come si può ben vedere nei kurgan di Pazirik, un fenomeno questo che sembra accompagnarsi alla sostituzione delle lingue iraniche in Asia centrale e in Siberia da parte delle lingue turco-mongole” (8).

 Forse è qui, a cavallo fra le steppe russe meridionali e quelle asiatiche, che si deve cercare l'Urheimat indoeuropea. Sembrerebbe indicarlo anche un recente ritrovamento di cui in Italia non si è parlato per nulla.

il 4 ottobre 2010, il sito britannico NDTV News ha pubblicato un articolo (non tradotto in italiano) che ci parla di un'importante scoperta di un team russo-britannico nella zona di confine fra il Kazakistan e la Siberia meridionale: le tracce di un antichissimo insediamento indoeuropeo.

Alla lettera, il titolo dell'articolo è 4000-years-old Aryan City discovered in Russia (9).

Forse parlare di città è esagerato, poiché si trattava di un insediamento dove sarebbero vissute dalle 1000 alle 2000 persone. In realtà, ci viene detto, la scoperta risalirebbe a una ventina di anni fa, ma non era stato possibile compiere alcun tipo di indagini e la localizzazione del sito era stata mantenuta segreta, perché la zona era di interesse militare, poi, con la scomparsa dell'Unione Sovietica e della conflittualità con l'Ovest, da questo punto di vista c'è stata una progressiva liberalizzazione. Questo insediamento, che si trova al confine fra la Russia meridionale e il Kazakistan, sarebbe il primo a essere esplorato di una ventina di altri simili che si trovano nella stessa zona. I manufatti rinvenuti lo collocherebbero in modo abbastanza certo nell'Età del Bronzo.

Gli archeologi che hanno studiato il sito sono il russo Gennady Zdanovich e l'inglese Bettany Hughes del King's College di Londra che lavora anche come divulgatrice scientifica per la BBC.

Sono stati rinvenuti un carro, set da trucco e numerosi pezzi di ceramica, molti dei quali contrassegnati con delle svastiche che nell'antichità  simboleggiavano l'energia solare e vitale, oltre a sepolture nelle quali cavalieri sono stati inumati assieme ai loro animali.

Zdanovich e la Hughes non hanno dubbi sul fatto che questi insediamenti si trovino proprio nella patria ancestrale degli Indoeuropei, che coloro che li hanno abitati quattro millenni or sono non solo avevano caratteristiche fisiche europidi, ma parlavano la lingua proto-indoeuropea da cui poi si sono differenziati i vari rami del centum del satem.

Siamo sulle tracce di una pagina di storia perduta, un antico popolamento europide da cui forse sono derivate le civiltà dell'Asia. Nella quarta parte di questo scritto vedremo se è possibile supporre qualcosa di analogo anche per le civiltà dell'America precolombiana. Nel caso potessimo dare una risposta affermativa a questo quesito, allora non potrebbero esserci dubbi: altro che “luce da oriente”, “la luce” della civiltà risulterebbe costantemente legata a genti di stirpe europea.  



NOTE

1. Oswald Spengler: Albori della storia mondiale (Urfragen), Edizioni di AR, 1997.

2. Hans F. K. Gunther: Religiosità indoeuropea (Frommigheit nordischer Artung), Edizioni di Ar, 2011.

3. “Ticino Libero”, 28 dicembre 2008.

4. Ibid.

5. Digilander: L'ultima falange macedone, http://digilander.libero.it/kisp/focus/selezioneita.htm .

6. Duccio Canestrini: Tra i Kalash, gli ultimi pagani dell'Afghanistan, “Airone” n. 98, giugno 1989.

7. Ibid.

8. Wikipedia: voce “Kurgan”.

9. 4000-years-old Aryan City discovered in Russia, NDTV News 4 ottobre 2010.






domenica 4 marzo 2012

Ex oriente lux, ma sarà poi vero? (seconda parte)


Di Fabio Calabrese



Nella prima parte di questo articolo ho (abbiamo, perché io spero che daremo a questi colloqui mediatici il senso di una ricerca condotta insieme) esaminato la leggenda di una derivazione della civiltà e/o di una superiore spiritualità “da oriente”; un esame che mi sembra ne abbia mostrato tutta l'infondatezza, anche se questa leggenda è giunta a condizionare e ad appannare lo sguardo persino di un (presunto) maestro della tradizione come Renè Guenon. Abbiamo visto che non solo l'Europa non è stata tributaria di influenze orientali nel suo sviluppo storico, ma che esiste un'incompatibilità di fondo fra lo spirito indoeuropeo dell'Europa e quello semitico del Medio Oriente. Dal Medio Oriente all'Europa sono venuti solo elementi di dissoluzione, e il cristianesimo è stato il primo e il più grave fra essi. A questo riguardo non è possibile non citare le parole del grande Richard Wagner:


“Per quanto l'innesto sulle sue radici di una cultura che le è estranea possa aver prodotto frutti di altissima civiltà, esso è costato e continua a costare innumerevoli sofferenze all'anima dell'Europa”.

Le consonanze che indubbiamente esistono fra lo spirito europeo, specialmente quale esso ci è attestato nelle sue fasi più antiche come la sapienza greca e la filosofia presocratica, e quello indiano presentano un problema diverso. A mio parere anche in questo caso non si tratta di “luce da oriente”, ma di un comune fondo di cultura indoeuropeo, la stessa luce che si è spostata verso est e verso ovest a partire dall'originaria e ancora non ben individuata patria degli Indoeuropei.

Prima di addentrarci in questa analisi, sarà però il caso di approfondire un punto, una questione che abbiamo lasciato in sospeso nella parte precedente di questo articolo (saggio?).

La bibbia ha avuto un effetto deformante sulla nostra lettura della storia. Nell'Europa antica esiste un vasto insieme di popolazioni “non  indoeuropee” ma neppure camitiche o semitiche che occupa gran parte dell'Europa meridionale, mediterranea. E' difficile stabilire le relazioni reciproche tra queste popolazioni su basi linguistiche poiché in epoca storica sono state sottomesse da élite indoeuropee che hanno portato perlopiù alla sostituzione della lingua dei nativi con la loro, ma le affinità sia antropologiche sia culturali sono piuttosto evidenti: Etruschi, Minoici, Liguri, Iberici, Pelasgi della Grecia continentale, che nel loro  insieme potremmo denominare semplicemente “Mediterranei”. La difficoltà a riconoscerli come gruppo, come quarto ramo della famiglia caucasica deriva principalmente dal fatto che non è possibile riscrivere la bibbia per aggiungere un quarto figlio di Noè da cui farli discendere, ed è una prova drammaticamente eloquente del potere che ha ancora questa antica raccolta di favole mediorientali nel condizionare la nostra visione storica.

Poiché è con ogni verosimiglianza della maggior parte dei nostri antenati e di noi stessi che stiamo parlando, non è una questione che si possa lasciar cadere con facilità.

Il mancato riconoscimento dei Mediterranei come gruppo autonomo ha spesso portato alcuni a identificarli o a identificare alcuni di essi (ad esempio talvolta gli Etruschi) con alcunché di semitico; un errore che non dovremmo fare, vista anche la nota propensione dei semiti a impadronirsi sottocosto di ciò che loro non compete (e gratis è proprio un prezzo stracciato), e sicuramente la paternità di capolavori dell'antichità come gli affreschi delle tombe etrusche e dei palazzi micenei o dei templi megalitici maltesi non è certamente un'inezia.

Una volta riconosciuta l'esistenza del gruppo delle popolazioni mediterranee come un insieme autonomo e coerente, ci si rende conto che non sarebbe probabilmente concepibile una maggiore distanza fra le culture proprie di questo gruppo e quelle dell'area semitica. Pensiamo solo a un tratto per tutti, la posizione che la donna aveva (o ha ancora al presente) nelle rispettive società. Che gli antichi Mediterranei inclinassero al matriarcato e che comunque nelle loro culture la donna vi godesse di dignità e di autonomia pari a quella dell'uomo, su questo mi sembra vi siano pochi dubbi. Andiamo a vedere quello che accadeva/accade nel mondo semitico, ciò che ci è testimoniato dall'ebraismo biblico, dall'islam fino al presente, dalle tracce che quella sorta di semitizzazione dell'Europa che è stata la diffusione del cristianesimo ha lasciato nella nostra stessa cultura: ci accorgiamo di avere a che fare con una mentalità, più che patriarcale, sessuofoba e misogina, dove la metà femminile della popolazione era/è tenuta in condizioni di minorità e spesso di segregazione. Il modo in cui la donna è trattata nel mondo islamico, spesso priva di diritti politici del diritto all'istruzione, spesso persino all'assistenza sanitaria, segregata in casa, costretta a nascondersi sotto lo chador o il burqa quando esce per strada, ci fa giustamente orrore, ma dovremmo ricordare che né l'ebraismo biblico né il cristianesimo antico e medievale ci mostrano un quadro sostanzialmente diverso; in particolare quel libro anacronistico che ci ostiniamo a considerare “sacro” ci fa vedere una mentalità per la quale la donna è solo oggetto e non soggetto di diritti, esiste solo per il piacere dell'uomo e per dargli figli, contro la quale ogni violenza è presentata con noncuranza, e in ultima analisi lecita.

Non è questa la sola differenza che è possibile riscontrare tra Mediterranei e semiti. Immaginiamo di visitare un museo con riproduzioni dei vari capolavori dell'antichità. Passando davanti alla riproduzione di una sezione di ziggurat babilonese o a un toro alato assiro, per poco che siamo sensibili, avremo l'impressione di una grandiosità plumbea, senza vita, proveremo un senso di oppressione. Chi ha realizzato quelle opere, ci viene da pensare, doveva essere gente oppressa da tirannidi politico-sacrali che ne facevano degli schiavi dalla culla alla tomba, esattamente come ancora oggi la vita dei popoli islamici è condizionata da un'ossessione religiosa che si spinge spesso fino al fanatismo e lascia ben poco spazio alla gioia di vivere o non ne ammette semplicemente l'espressione.

Il Geova veterotestamentario è una divinità feroce, pronto a colpire i suoi devoti coi più tremendi flagelli al minimo segno di disobbedienza o di obbedienza non sufficientemente zelante, e ad aizzarli a sterminare i popoli stranieri per farsi e fargli spazio, ma appare ancora quasi mite se confrontato con altre divinità semitiche come Baal e Moloch, avide di sacrifici umani (tracce di sacrifici umani si trovano però anche nella bibbia, a cominciare dalla storia di Isacco). E Allah? È un'altra divinità con la quale è meglio non scherzare.

Proseguiamo la visita al nostro ideale museo e spostiamo ora la nostra attenzione sugli affreschi etruschi e minoici: è un mondo del tutto diverso quello che troviamo: possiamo vedere scene di feste, di cacce, di attività sportive che ci testimoniano di una visione della vita molto più serena e armoniosa: la figura umana è sempre centrale: uomini e donne dai corpi vigorosi ed elastici, che gli artisti non si sono preoccupati troppo di nascondere, e che sembrano apprezzare pienamente le gioie della vita. Forse un elemento importante per capire le differenze psicologiche fra i due gruppi di popoli e culture, è dato dal fatto che uno dei capolavori della statuaria antica, la “dama di Elche”, è opera di un popolo, gli Iberici, che solitamente gli storici non degnano di molta considerazione. Al confronto, le figurine umane ritrovate nei tophet fenicio-punici di Monte Sirai e Mozia appaiono sorprendentemente rozze e primitive, e non credo sia scorretto interpretare la cosa come una testimonianza del fatto che le culture mediterranee accordavano all'essere umano, all'individuo, una centralità del tutto sconosciuta nel mondo semitico.

 C'è anche la considerazione – e aggiunge un motivo in più per considerare il mondo mediterraneo e quello semitico due realtà profondamente antitetiche – esposta da Silvano Lorenzoni in La figura mostruosa di Cristo circa l'insensibilità dei semiti alle arti visive (1).

L'ambiente naturale ha certamente un'importanza fondamentale nel modellare la cultura umana: il semita era (è) essenzialmente un figlio del deserto, di un ambiente vuoto fatto di cielo e dune dove le capre strappavano e strappano una magra sopravvivenza da stentati arbusti e il pastore e allevatore semitico a sua volta strappava e strappa una magra sopravvivenza dalla carne e dal latte delle capre. Questa condizione, per la quale la natura, priva di qualsiasi intrinseca sacralità, è vista come qualcosa di ostile che l'uomo deve dominare e soggiogare, e verso la quale può ritenere di agire senza alcun freno, è certamente alla base del rapporto uomo-ambiente naturale come è tratteggiato dalla bibbia, e sappiamo l'effetto deleterio che ciò ha avuto sulla cultura occidentale che ha compreso tardi (forse troppo tardi) che non è possibile agire verso il mondo naturale con spirito aggressivo e irresponsabile senza pagarne prima o poi pesanti conseguenze.

Sempre i nostri affreschi etruschi e in questo caso soprattutto minoici, ci testimoniano un atteggiamento ben diverso; noi non abbiamo testimonianze scritte, ma le pitture parietali di Cnosso e di Tirinto ci dicono che quella era gente che amava profondamente il mare e le pianure verdeggianti e ricche di fiori, della cui flora e della cui fauna ci ha lasciato splendide raffigurazioni.

Dalle nostre origini mediterranee non possiamo ricavare altro che motivi di fierezza. L'elemento mediterraneo è un costituente fondamentale della civiltà europea, mentre al contrario quello semitico è qualcosa di estraneo ad essa, che per l'Europa è sempre stato una minaccia, sia quando si è presentato sotto la forma dell'aggressione esterna, ad esempio con le invasioni islamiche saracene, sia quando ha scelto la via dell'infiltrazione e della colonizzazione spirituale, come con la cristianizzazione, che è stata la principale causa dello sfacelo dell'impero romano e del tramonto del mondo antico.

Chiarito in maniera spero esauriente questo punto non secondario, torniamo al tema principale della nostra trattazione. E' bene precisare subito una cosa: l'induismo e il buddismo nel mondo occidentale sono stati letti in vari momenti in modi diversi, perlopiù scorretti, che rispondevano non al reale volto di queste due religioni, quanto piuttosto a tendenze emerse nella cultura occidentale in quel particolare momento. Nel periodo fra le due guerre mondiali, Renè Guenon e Julius Evola si sono occupati  con ampiezza dell'induismo mistificato dei teosofi e di Schurè. Negli anni '70 abbiamo avuto un'altra “buttata” di orientalismo che ha rimasticato temi induisti e zen in commistione con New Age e umori hippy che, sull'esempio dei Beatles ha disegnato un modello di religiosità fai-da-te con l'ausilio di guru pret-a-porter dove non si sapeva bene se “yoga” era il nome di una ginnastica orientale o di un succo di frutta. E' chiaro che un discorso serio sull'induismo deve prendere in primo luogo le distanze da questa paccottiglia.

L'aspetto forse più interessante dell'induismo vedico sono le affinità che esso presenta con aspetti importanti della cultura europea a cominciare dalla sapienza greca e la filosofia presocratica. A questo riguardo, vi rimando direttamente ai concetti che ho espresso nell'articolo Pitagorismo, platonismo, cristianesimo. La vita concepita tragicamente come un ciclo incessante di nascite e morti, l'istinto vitale come causa di desiderio, violenza e di un karma che andrà espiato, anche la somiglianza del pensiero di Anassimene con la concezione indiana del prana; se poi vi accostiamo il fatto che le scuole vediche dell'India come le più antiche scuole filosofiche e le scuole druidiche del mondo celtico contemplavano tutte una dottrina esoterica che non poteva essere trasmessa altrimenti che in modo diretto fra maestro e allievi, e attraverso una lunga comunanza di vita, si ha la sensazione di toccare un comune retaggio anteriore alla suddivisione degli indoeuropei nei vari rami, popoli e culture.

Un fatto che ho già rimarcato (si veda in particolare Il totalitarismo cristiano), è che i paraocchi abramitici tipici del cristianesimo rendono assai arduo rendersi conto di come stano effettivamente le cose; avevo osservato come per i cristiani il fatto che per i filosofi greci “Dio” non fosse percepito come entità personale (il Dio di Senofane di Colofone, l'Idea del Bene per Platone, il Dio “Motore Immobile” - che muove tutto e da nulla è mosso, di Aristotele) costituisce il limite della filosofia antica e, nello stesso tempo l'assurdità di interpretare, appunto come divinità – persona il Brahman dell'induismo o il Tao del taoismo, che è un modo per ridurre queste concezioni in termini cristiani.

La verità è tutt'altra, perché il cristianesimo non ha rappresentato un progresso dello spirito ma un enorme arretramento della cultura europea. Il  Dio – persona cristiano (che poi non è altro che il Geova totemico degli Ebrei promosso a divinità universale) è un rozzo antropomorfismo (“Un Dio con mani e piedi” confessò “sant'” Agostino in un raro momento di sincerità) che avrebbe creato il mondo come un vasaio modella la creta. “Dio” inteso come fondo ontologico dell'universo, che è altra cosa dagli dei, non può non essere impersonale, e che da questo punto di vista la concezione indiana e quella greca si somiglino, non può certo essere fonte di meraviglia.

Siamo qui, lo si vede bene, vicini alla riscoperta di una metafisica originale indoeuropea, e non può stupire che quanti hanno cercato di tirare fuori l'Europa dalle panie cristiano-marxiste-democratiche in termini di pensiero e di azione politica abbiano spesso sentito l'induismo vicino; prima fra tutti la nostra grande Savitri Devi. 

 Un punto critico per quanto riguarda l'induismo è rappresentato dalla questione delle caste. In un mio scritto apparso sul sito del Centro Studi La Runa, Oltre la destra e la sinistra, ho usato il termine in un'accezione negativa, contrapponendo “società di caste” in cui la mobilità sociale è scarsa o nulla a “società di élite” in cui le persone si trovano aperta la strada di una collocazione sociale corrispondente alle loro capacità e meriti; l'uso del termine era quindi generale, ma non mancava lo specifico riferimento al caso indiano. A lungo termine il sistema delle caste ha reso la società indiana non efficiente e non competitiva rispetto a quella europea (anche se sono innegabili momenti di splendore: pensiamo all'epoca Moghul, dove si è avuta la realizzazione di capolavori architettonici come il Taj Mahal). Cosa si può dire a questo riguardo?

Quando gli Ari giunsero in India, essa era abitata dai Dravidi, che essi sottomisero, una popolazione non caucasica, “scura” ma non negroide che aveva già dato vita a una cultura conosciuta come “di Mohenjo Daro” (dal suo centro più importante) o “della Valle dell'Indo”. E' probabile che il sistema delle caste sia nato in primo luogo per tenere separati gli Ari conquistatori dai Dravidi sottomessi, quello che oggi chiameremmo un apartheid. Perché l'idea che il figlio di un uomo adatto a svolgere una determinata funzione sia “naturalmente” adatto anch'egli a svolgerla, alla lunga non ha funzionato? Perché gli esseri umani non si riproducono per talea come le viti o i gerani; nessun uomo è la copia genetica del proprio genitore. Se non parliamo di colore degli occhi o di gruppi sanguigni, ma di talenti, attitudini, è probabile che ciascuna di esse non sia legata a un singolo gene, ma a una costellazione genetica complessa che può anche non ripresentarsi nella discendenza. Possono senza dubbio essere avvenute anche unioni illegittime, adulteri rimasti segreti.

Di quando in quando nella casta nascevano individui inadatti ai compiti che essa era chiamata a svolgere, e la rigidità sociale li manteneva in quella posizione impedendo loro di spostarsi in ruoli più acconci. Alla fine, il sistema delle caste si rivela il più adatto per provocare la dispersione in modo assolutamente casuale di talenti, attitudini e capacità lungo tutta la scala sociale, fa sì che “l'uomo giusto al posto giusto” diventi solo un'improbabile coincidenza.

Quel che è venuto a mancare nel sistema indiano è il concetto di selezione, frutto della cura costante che Platone raccomandava ai custodi della sua Repubblica nel vagliare le capacità e le attitudini dei giovani, indipendentemente dal censo di nascita. Platone fa in ogni caso parte della tradizione indoeuropea; se l'Europa ha una metafisica autoctona, essa si trova nel pensiero di Platone. Noi “moderni” a ogni modo non abbiamo alcun titolo per schernire il sistema indiano. Nei nostri orizzonti politici continuano a confrontarsi una “destra” che difende il privilegio dato dal caso di nascita o dal censo e una “sinistra” che predica l'egualitarismo più innaturale. Possiamo davvero credere che fra gli uomini non esistano differenze di sorta o che, là dove esistono, esse siano soltanto il prodotto dell'educazione e dell'ambiente?

 Basandosi su tali presupposti, l'utopia egualitaria marxista incarnata nello stato sovietico è andata incontro forse al più spettacolare fallimento della storia nel giro di una settantina di anni, più o meno l'arco di una vita umana neppure particolarmente longeva. E la democrazia “liberale”? Diamole ancora tempo, che sarà comunque un'inezia a confronto dei millenni della civiltà indiana! 

Mohandas Gandhi, il Mahatma, la “Grande anima” è stato un riformatore dell'induismo, una personalità per certi versi interessante, un grande mistico in un'epoca desolatamente priva di mistici come la nostra, eppure proprio la sua dottrina più nota, quella della non violenza, desta non pochi sospetti; per prima cosa, è difficile non riconoscere in essa qualcosa di svirilizzante. Sul piano pratico, con la non violenza Gandhi è riuscito a mettere fine al dominio inglese sull'India, ma la non violenza può funzionare facendo appello a un fondo di umanità presente nel nemico, sulla naturale repulsione a incrudelire su di un avversario che offre la gola disarmato. Si può fermare un treno sdraiandosi sui binari solo finché chi è alla guida del treno non se la sente di schiacciare sotto le ruote coloro che protestano in questo modo.

Quando questo fondo di umanità non c'è, la non violenza si rivela miseramente inutile. Pensiamo all'invasione del Tibet da parte della Cina comunista: anche i Tibetani cercarono di opporsi ai Cinesi con la non violenza e ottennero l'unico risultato di facilitare ai comunisti il genocidio del loro popolo. Il comunismo abolisce questo fondo di umanità, cancella la differenza fra l'essere umano e la belva feroce. Questa è una sua caratteristica tipica, ma probabilmente non esclusiva; il cristianesimo dei primi secoli, quanto meno, aveva altrettanta capacità di trasformare gli uomini in belve sanguinarie, pensiamo all'atroce martirio cui è stata sottoposta la sfortunata Ipazia!

Proprio nella cultura indiana, Gandhi avrebbe avuto motivi per ripensare la sua dottrina della non violenza, pensiamo a quel testo sacro dell'induismo che è la Bagavad Ghita, imperniato sul dialogo fra il guerriero Arjuna riluttante a scendere in battaglia e il suo scudiero Krishna che, Arjuna non lo sa, ma è un avatar, un'incarnazione del dio Vishnu. Non sono tanto le azioni quanto gli atteggiamenti e i moti dell'animo che li accompagnano, a creare il karma. Il guerriero che lotta con animo puro, senza odio o crudeltà, che rispetta l'avversario e i codici d'onore, che non incrudelisce sugli inermi, non si crea un cattivo karma, anzi!

E' un tipo di lezione che forse oggi stentiamo a comprendere: non ci sono più guerrieri; in compenso la guerra, un tempo contenuta entro precise regole, è diventata sempre più brutale e distruttiva, non fa più distinzione fra combattenti avversari e civili, fra armati e inermi, mira alla distruzione illimitata per “demoralizzare” il nemico, secondo la tecnica che le tribù barbariche di trogloditi che vivono tra Messico e Canada hanno messo a punto durante la seconda guerra mondiale.

La dottrina della non violenza è forse il frutto estremo dell'individualismo democratico che a sua volta discende dai “magnanimi lombi” del cristianesimo assai più di quanto i democratici “laici” siano disposti ad ammettere.

 Noi forse siamo portati a dare troppo peso alla vita dell'individuo, alla sofferenza e alla morte che ciascuno può causare e ricevere, dimenticando che l'esistenza di ciascuno di noi è effimera, destinata a durare non più di poche decine di anni, e che l'unica speranza di immortalità di cui abbiamo una prova tangibile, è la continuità dei nostri geni, la stirpe. Di fronte alla minaccia ad essa, la sofferenza che possiamo causare o subire, la vita che possiamo togliere o vederci strappata, hanno un'importanza relativa. Nessun principio morale può giustificare il rifiuto di impugnare le armi per difendere la patria.

L'interesse per il pensiero dell'Asia ulteriore, quella che sta oltre il Medio Oriente semitico, da parte degli ambienti “nostri” è una cosa ovvia. Si può ricordare che ad esempio Julius Evola è stato l'autore de La dottrina del risveglio, una delle migliori esposizioni del buddismo che esistono in Europa, e che ricevette l'imprimatur della Pali Society, oltre ad aver posto mano a Il libro del principio e della sua azione, una traduzione corretta Tao Te King, il libro sacro taoista il cui titolo viene perlopiù impropriamente tradotto come Il libro della via e della virtù. Evola ha anche espresso nei suoi scritti un'alta considerazione per il Giappone, la terra del Sol Levante, patria dei samurai e dei kamikaze, a cui invece sembra che René Guenon non abbia prestato la minima attenzione, un atteggiamento che già evidenzia la differenza di carattere fra i due, suggellata in maniera non saprei se tragica o grottesca dalla conversione all'islam del “maestro” francese.

“Le società tradizionali”, ha detto qualcuno, “Sono quelle dove non esistono tradizionalisti”.

Sembra un paradosso, ma non è che la verità pura e semplice. Le società, ma sarebbe meglio dire le culture tradizionali, sono quelle dove “la tradizione” non è una scelta, ma il modo di vivere e l'insieme dei valori comunemente accettati. E' significativo che per lungo tempo lo scintoismo giapponese non ha avuto neppure un nome: era semplicemente la devozione spontanea del popolo nipponico verso il suo pantheon di divinità grandi e piccole, gli antenati, la propria identità, la patria incarnata dalla figura dell'imperatore, non era “una” religione, era “la” religione tout court. Ne ha avuto uno, quando in Giappone sono arrivati i missionari buddisti, “Shinto”, “la vecchia fede”, “la tradizione”, per distinguersi dai nuovi credenti.

“Shinto”, fedeltà alle proprie radici, alla propria identità, è ciò di cui abbiamo spaventoso bisogno anche noi, e non possiamo altro che guardare con profonda stima e grande rispetto al popolo del Sol Levante che è riuscito a diventare una delle prime potenze mondiali a livello tecnologico e industriale mantenendo pressoché intatta la propria tradizione, la propria identità culturale, e senza passare per nessuna delle convulsioni che la cristianizzazione prima, “la modernità” poi hanno imposto all'Europa.

Stima e rispetto, tuttavia si comprende bene che una conversione allo scintoismo non avrebbe senso per chi giapponese non è. E' piuttosto verso le nostre radici e i nostri antenati che dobbiamo guardare, antenati di cui certo non abbiamo alcun motivo di provare vergogna, in particolare quegli antenati vissuti prima della cristianizzazione, che non hanno solo creato un impero circum-mediterraneo che è arrivato ad abbracciare quasi tutto il mondo allora conosciuto, ma l'hanno saputo amministrare dandogli buone leggi e una cultura superiore che in tanti aspetti è ancora oggi la nostra, basti pensare alla lingua che parliamo e l'alfabeto con il quale scriviamo. L'esempio nipponico può aiutarci a riscoprire realmente ciò che veramente siamo, al di là dell'offuscamento prodotto da una fede straniera giunta dal Medio Oriente: figli di Roma. 



Note:

  1. “L ’estetologo Richard Eichler, citando un’ebrea, certa Salcia Landmann, ci informa che i beduini, predecessori degli ebrei, mancano di sensibilità per le immagini visuali, da dove deriva l’inimicizia ebraica per le arti plastiche, la quale verrebbe quindi a essere una mancanza di tipo genetico; e questa inimicizia sarebbe stata trasmessa a quei cristianesimi che più si sono riavvicinati alla ‘radice ebraica’, il calvinismo e l’islam”.

 Silvano Lorenzoni: La figura mostruosa di Cristo e la convergenza dei monoteismi, Primordia, Milano 2011.