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martedì 11 giugno 2013

Evola, Superuomo o anti-uomo??

di Mario M. Merlino

  
Il 10 luglio, per espressa volontà, il suo corpo viene cremato; poi un fidato gruppo di fedelissimi spargerà le ceneri, anche in questo caso seguendo le sue indicazioni, in un crepaccio del ghiacciaio del Lys, sul Monte Rosa, a quattromila metri d’altezza. (Mi torna a mente quanto Nietzsche scrive in  Ecce Homo: ‘A 6000 piedi al di là dell’uomo e del tempo’. E di questa relazione ebbi idea, trovandomi nella zona di Feltre, risalendo il sentiero che porta all’eremo di Sant’Agapito). Il filosofo Martin Heidegger rileva come ‘è della natura del pensare muoversi nella solitudine’. Ardito etimo: sol et solus si nutrono alla stessa mensa, si abbeverano alla stessa fonte?


Sto facendo riferimento a Julius Evola di cui ricorre, l’11 giugno del 1974, il trentanovesimo anniversario della morte. In piedi, sorretto, per vedere le cime degli alberi del Gianicolo con il vento che gioca fra i rami.

Gli avevo telefonato pochi mesi prima. La voce mi proviene da lontananze che non si rivestono più di sembianza umana. Prossimo il giorno in cui egli vorrà ritrovare quella medesima attitudine alla sfida che l’aveva spinto a percorrere le vie di Vienna, fra le macerie e sotto i bombardamenti, ‘di non schivare, anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte’. E’ come se fosse presago, in tacita attesa di quella che, esplodendo a lui vicino, lo scaraventerà a terra ‘con uno schianto, non con una lagna’ e gli impedirà di conoscere l’avventura del cammino, ma gli concederà la visione dell’Essere… Gli telefono per chiedergli di Carlo Michelstaedter che era divenuto oggetto della mia tesi di laurea, durante la permanenza nel carcere di Regina Coeli.

Da Il Cammino del Cinabro: ‘Il Michelstaedter aveva parlato della ‘via della persuasione’, intesa come quella dell’essere che consiste in sé, che possiede in sé il proprio principio e il proprio valore, che non scarta, che non sfugge alla propria deficienza esistenziale ma l’assume e la risolve. Opposta a tale via era quella della ‘retorica’, cioè di colui che fugge al possesso attuale di sé, che si appoggia ad altro, che cerca l’altro, che si rimette ad altro per ‘persuadersi’ in una fuga dal tempo, secondo una oscura necessità ed un incessante bramare, indefinitamente, il cedimento iniziale escludendo ogni arresto del processo in un possesso’.

Davanti alla libreria Tombolini, via Quattro Novembre, incontro Adriano Romualdi, casualmente e per l’ultima volta. Pochi giorni dopo moriva dissanguato nella macchina, chissà come finita in un fosso, lungo la via Aurelia, alla vigilia di Ferragosto. E’ lui ad avermi procurato un appuntamento a casa di Evola, in Corso Vittorio Emanuele, insieme ad un paio d’altri camerati. Inizio anni ’60. Le nostre vanità la presunzione della giovinezza una certa arroganza nel proporci con il punto esclamativo, mentre il punto interrogativo si necessitava con una buona dose di umiltà intellettuale, il ‘Barone’ seppe tacitarle, renderle nel giusto ambito dell’ironia e del ridicolo… Allora non capimmo, offesi e delusi.

Nessun Maestro, niente discepoli. Che ognuno scopra in sé la misura del proprio itinerario esistenziale e se appartiene o meno a coloro che, avendo scelto di vivere in un mondo altro, sanno discernere vivere assumere in sè ‘la rivolta contro il mondo moderno’. Da un frammento di Eraclito: ‘Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo il suo logos’.

Ne ho fatta di strada, come quel gabbiano di cui cantava Bob Dylan negli anni in cui cercavamo i percorsi del cambiamento… nessuna meta, infine, abbandonando l’illusione del viaggiatore ho scoperto il viandante. Ed ecco perché posso tranquillamente sentirmi distante da Evola, dalle sue opere, dalle sue proposizioni – io, che vado disvelando nel tramontare la nientità del qui ed ora – ed ecco perché, nonostante ciò, non posso non voglio non devo esentarmi dalla sua lezione. In ciò che ho abbandonato sta la dignità di colui che arranca; in ciò che permane la forza del suo insegnamento…


domenica 9 giugno 2013

I due volti della modernità


di Fabio Calabrese


Era ovvio e lo sapevo già prima di cominciare a stilarlo in base a una specifica richiesta degli amici di “Ereticamente”, ma un articolo come “Ma fatemi il piacere” dedicato alla figura di Julius Evola e al pensiero tradizionalista, avrebbe suscitato discussioni e polemiche, sarebbe spiaciuto a molti camerati e, nonostante tutte le precauzioni, si sarebbe prestato a essere interpretato male.

Tanto per sbarazzare il campo da qualche equivoco, sarà bene precisare qualcosa che il lettore accorto avrà certamente notato. L'invito “Ma fatemi il piacere” che è sia il titolo sia la chiusa dell'articolo, non è rivolto né a Evola né agli evoliani coerenti ma a quanti, e sono purtroppo non pochi, dal “tradizionalismointegrale”, illudendosi di approfondire questa concezione ma in realtà tradendola, sono passati a una religione abramitica, cristiani-cattolici perlopiù, ma c'è pure qualcuno che si è buttato sull'islam seguendo le impronte di Guenon. Spero che almeno non ci sia nessuno che si sia fatto ebreo.


Ancora, ma spero che non ci sia nessuno così frastornato da non aver capito ciò, la sparata iniziale culminante con quell' “Evola è anti-umano” che ricorda da vicino i toni esagitati di don Nitoglia, non rappresenta affatto il mio pensiero in proposito, ma è il punto di vista che ho citato per controbattere, anche se ho fatto e faccio una netta distinzione fra la concezione evoliana e il mio punto di vista.

Un punto riguardo al quale mi aspettavo una contestazione che invece non c'è stata, è là dove facevo notare che quello di Evola non si può considerare un pensiero filosofico, ma il suo pensiero e il suo modo di esprimersi sono piuttosto quelli di un leader religioso carismatico. D'altra parte sappiamo che Evola stesso ha sempre respinto con forza l'appellativo di filosofo…

A mio parere, e non vorrei dover tornare oltre sull'argomento, Julius Evola è stato un intellettuale importante fra quelli che hanno contribuito a forgiare la nostra visione del mondo e la nostra formazione culturale, ma non si può giurare sulle sue parole come non si può giurare sulle parole di nessuno. NULLIUS IN VERBA, e non esiste nessun pensatore che possa esimerci dal compito di pensare noi stessi.

Io adesso ritorno sulla questione perché essa forse ci apre la porta a una riflessione di carattere molto più vasto: una frase del mio articolo che è stata oggetto di numerose contestazioni è stata questa:

Occorre ammettere che questa idea del rifiuto TOTALE del mondo moderno è un'utopia. Una nazione che oggi rinunciasse allo sviluppo tecnologico, sarebbe destinata a essere in breve una nazione povera e arretrata, succube e facile preda delle altre che non  compiuto un simile passo, se avesse rinunciato pure alle armi da fuoco, sarebbe del tutto indifesa dal punto di vista militare. E poi, diciamolo francamente e in tutta onestà: chi di voi di fronte a un problema di salute vorrebbe essere curato oggi con salassi e sanguisughe?

Un mio corrispondente, ad esempio, mi ha replicato facendomi l'esempio dei kamikaze giapponesi durante la seconda guerra mondiale, perfetta fusione fra lo spirito tradizionale, l'etica dei samurai e l'aereo, la macchina.

Tradizione unita a tecnologia, mi ricorda la definizione del nazionalsocialismo data da Louis Pauwels e Jacques Bergier nel “Mattino dei maghi”: il guenonismo più le divisioni corazzate, che sarà certamente imprecisa, ma non è del tutto infondata (e a proposito, ricordatevi di non usare mai, MAI il termine “nazismo” che ha assunto il significato non di un'abbreviazione ma di un epiteto dispregiativo).

Io ho replicato che la distinzione fra aspetti accettabili come la tecnologia, e aspetti non accettabili della modernità, ammesso che esista, non è per nulla chiara né in Evola né in Guenon, né in altri maestri della tradizione.

Riflettendoci, mi sembra di poter concludere che in realtà la modernità non è un fenomeno omogeneo e neppure un unico fenomeno, si tratta quanto meno di due fenomeni molto diversi che si sovrappongono, si mescolano e vengono a conflitto: uno è rappresentato dall'accumulo di conoscenze attraverso il tempo che deriva dal semplice fatto che ogni generazione può beneficiare delle esperienze di quelle precedenti che le sono state trasmesse, l'altro – che non ha nulla a che fare con il primo – è la SOVVERSIONE moderna che deriva dal riattivarsi a partire dalla Riforma protestante di quello spirito sovversivo proprio del cristianesimo, che distrusse l'impero romano ma che durante i secoli medievali era rimasto in qualche modo cristallizzato.

Detto nei termini più semplici possibile: poiché la tecnologia non è altro che scienza applicata: scienza e democrazia si implicano in qualche modo? Appartengono allo stesso orizzonte mentale oppure ciò che chiamiamo modernità non è piuttosto un amalgama di componenti in conflitto?

Il grande balzo in avanti della scienza moderna è stato la rivoluzione galileiana, il cui nucleo è rappresentato dall'applicazione dello strumento matematico all'indagine, la matematizzazione del reale, che a sua volta non è che l'attuazione di un antico progetto, di sette secoli più antico del cristianesimo, perseguito da Pitagora e da Platone, al punto che uno dei maggiori filosofi della scienza contemporanei, Alexander Koyré, ha definito la scienza moderna “una rivincita di Platone”.

Platone? Ma guarda, sempre lui! Platone non è soltanto il fondatore della tradizione metafisica autoctona dell'Europa, è anche il padre di “un'utopia” politica basata sui concetti di aristocrazia e selezione, acerrimo fustigatore dei mali e della corruzione insiti nella democrazia (e se detestava la democrazia ateniese del V secolo avanti Cristo, proviamo solo a immaginare quel che avrebbe detto di quella a noi contemporanea), Platone a cui le SS, punta di diamante del movimento nazionalsocialista guardavano come al loro ispiratore. Non è perlomeno strano immaginarlo all'origine di un movimento che include la sovversione democratica moderna?

La verità è che fra tutti i crimini e gli orrori commessi dal cristianesimo e dalla Chiesa cattolica nel corso dei secoli, il processo a Galileo è stato forse l'errore più miope e gravido di conseguenze. Le ricerche di Galileo furono proseguite da Huygens in Olanda e da Newton in Inghilterra, vale a dire precisamente nei Paesi protestanti dove si stavano “mettendo a punto” le nuove forme politiche e dove si stavano formando le nuove élite “liberali” e “democratiche”, in tal modo lo sviluppo delle scienze è stato letteralmente “regalato” alla sovversione democratica. Un pericolo che tra l'altro Galileo aveva presentito con chiarezza, avvertendo che a partire dal processo contro di lui la nuova scienza sarebbe stata rivolta contro la cattolicità.

Per capire quale rapporto effettivamente esista, o se esista un rapporto fra democrazia e scienza, è necessario comprendere cosa è la democrazia, una comprensione che non deve guardare a ciò che la democrazia dichiara di essere, ma a ciò che effettivamente è, e questo significa infrangere il grande tabù del nostro tempo.

In sostanza e semplificando molto, “democrazia” è quel movimento politico e ideologico che ha sconvolto negli ultimi secoli l'ordine tradizionale dell'Europa per sostituire all'aristocrazia del sangue l'oligarchia del denaro. Nel corso dei secoli, sia nella sua varietà “liberale” sia in quella marxista, si è ampiamente servito dei movimenti e dei moti di insoddisfazione e di ribellione popolare, ma non dobbiamo identificarla con essi, così come non dobbiamo credere nemmeno per un istante che essa significhi “sovranità popolare” o “libertà”, o che abbia lo scopo di mettere fine al potere ingiusto di alcuni uomini su di altri uomini, quando invece il suo fine è quello di perpetuarlo in maniera più mascherata e duttile.

Quale sia la libertà che la democrazia accorda ai dissidenti, ognuno lo può vedere considerando il moltiplicarsi dei reati di opinione: proibito parlare bene del fascismo, proibito voler rivedere le cifre chiaramente gonfiate del mito olocaustico, proibito manifestare opinioni “razziste”, cioè contrarie alla sparizione dei popoli europei sotto l’impatto dell’immigrazione, eccetera, eccetera.

Sovranità popolare? Leggete attentamente queste affermazioni di un personaggio certamente autorevole, Sergio Viera de Mello, amministratore delle Nazioni Unite nel Kosovo, che il 4 agosto 1999 dichiarò:

I popoli razzialmente puri sono un concetto nazista. Proprio contro questo concetto hanno combattuto gli alleati nella seconda guerra mondiale … È per lo stesso motivo che la OTAN/NATO ha combattuto in Kosovo … per impedire l’insorgere di un sistema di purezza etnica”.

Nell’ Europa voluta dalla democrazia non ci sarà più spazio in futuro per popoli non ibridati. Ai popoli non è di fatto riconosciuto nessun diritto, nemmeno quello di continuare a esistere.
La scienza ha o dovrebbe avere come scopo la ricerca della verità, la democrazia si basa sulla menzogna, tra loro non può non esserci  un conflitto, un conflitto che si risolve  IN PRATICA imponendo alla scienza con la forza del potere una serie di mistificazioni e di censure. E’ ovvio che queste mistificazioni e queste censure saranno minori in settori come le scienze fisiche che si collegano a immediate applicazioni tecnologiche e ingegneristiche, e si concentreranno nelle scienze umane che implicano più direttamente le idee che gli esseri umani si fanno su se stessi e il loro agire sociale.

Un dogma della democrazia ribadito con tanta più insistenza quanto più contrario alla realtà e potremmo dire, all’esperienza di chiunque, è quello dell’uguaglianza di tutti gli uomini o, dove si riscontrano differenze che obiettivamente è impossibile non notare, la loro riduzione esclusivamente a fattori appresi, all’influenza dell’ambiente.

Questa concezione e la “pedagogia” che ha ispirato hanno avuto effetti disastrosi soprattutto in ambito educativo e scolastico; essa infatti riduce ogni superiorità al privilegio: non esistono ragazzi volonterosi e ignavi, intelligenti e tardi, desiderosi di apprendere e svogliati, ma solo che hanno avuto maggiori o minori opportunità educative, e i secondi devono essere scusati e compresi. Gli esseri umani tendono a essere pigri quanto è loro concesso di esserlo, e se un forte impegno e impegno zero producono gli stessi risultati, perché affannarsi? Non occorre davvero altro (anche se altro c’è, a cominciare dalle sfacciate manipolazioni ideologiche) per spiegare il costante degrado dell’istituzione scolastica, e non solo in Italia, la sempre minore capacità di trasmettere alle nuove generazioni la cultura e la conoscenza create da quelle precedenti.

Se gli esseri umani presentano differenze innate, cioè biologiche, dipendenti da un diverso patrimonio genetico, questo varrà a maggior ragione per i diversi gruppi umani. Le differenze razziali non sono una chimera, è una chimera il voler credere che esse non esistano o non abbiano importanza, che non si debba guardare al colore della pelle (il colore della pelle in realtà non è che un sintomo di differenze meno visibili ma più sostanziali). Nel XIX secolo, un'altra epoca in cui c'era la libertà di dire certe cose senza provocare automaticamente l'indignazione e la censura di tutti i democratici “politicamente corretti”, il filosofo positivista e uno dei più importanti biologi del suo tempo, Ernst Haekel disse che se si fossero riscontrate fra due chiocciole le stesse differenze che ci sono fra un uomo bianco e un nero, nessun naturalista avrebbe avuto problemi a classificarle in due specie diverse.

Indebolire la resistenza al meticciato, arrivare a un'umanità ibrida, è per il potere “democratico” inteso a imporre a livello planetario l'oligarchia del denaro, un mezzo per indebolire la resistenza dei popoli. “Il sangue” deve essere avvelenato perché “l'oro” possa conseguire il suo definitivo trionfo.

Certe forme di pensiero “democratico” rientrano totalmente nel campo delle pseudo-scienze del tutto prive di rapporti con la realtà: il marxismo e la psicanalisi in primo luogo, ma la democrazia incoraggia di per sé forme di pensiero superstizioso e stregonesco. Tipico del pensiero superstizioso è scambiare un'azione su di un oggetto rituale o simbolico per un'azione sulla realtà (il gatto nero, i gesti scaramantici, ecc...).

Per fare un esempio che ho fatto altre volte, nelle ricostituite forze armate postbelliche LE INSEGNE dei reparti dell'aviazione da caccia che durante il periodo 1943-45 avevano militato nell'Aeronautica Repubblicana (cioè nella RSI), furono declassate a insegne di reparti di artiglieria contraerea. Ancora più grottesca la recente decisione austriaca di abolire i tradizionali bottoni rivestiti di cuoio dei loden, perché il disegno formato dalle striscette di cuoio che si incrociano potrebbe ricordare la svastica.

Un'altra cosa che pochi sanno, è che le tredici colonie fondatrici degli Stati Uniti d'America erano in realtà quattordici ma il Maine fu fatto sparire dall'elenco perché i “padri” fondatori degli USA volevano beneficiare dei poteri magici del numero tredici, che nella mitologia massonica ha un significato positivo.

Io questi esempi li ho già fatti in miei articoli precedenti, ma ultimamente ne ho saputa una altrettanto bella: Quando George Washington, primo presidente e “padre” degli USA, vide il primo esemplare della bandiera degli Stati Uniti realizzata dalla sarta Betsy Ross, si arrabbiò moltissimo o, per dirla con un linguaggio più popolaresco, “diede fuori di matto”: le stelle della bandiera lui le voleva a sei punte, non a cinque come le aveva ricamate Betsy Ross. A ogni modo poi gli yankee “si sono rifatti” usando la stella a sei punte come simbolo degli sceriffi, della “legge e ordine” versione USA. La stella a sei punte, la stella di David derivata dal cabalistico sigillo di Salomone. Cosa vi dice, cosa vi fa pensare questa devozione yankee per un simbolo prettamente ebraico?


Apprendisti stregoni o stregoni senz'altro questi democratici intenzionati a stravolgere l'intera umanità attraverso il meticciato (o come dicono loro, la creazione dappertutto di una “società multietnica” e “multiculturale”) per un disegno di dominio planetario di un'ambizione folle. C'è solo da sperare che, come per l'apprendista stregone della storia, questo disegno esploda loro in mano e in faccia.

sabato 4 maggio 2013

Ma fatemi il piacere!


di Fabio Calabrese


Ricevo da parte degli amici di “Ereticamente” la richiesta di commentare un post riguardante Julius Evola e una frase del suo testo “Cavalcare la tigre” recentemente apparso su facebook.

“Evola con il suo pensar che un negro purché tradizionale possa esser italico è qualcosa di veramente fuorviante! Julius Evola è la battuta d' arresto di tutto un percorso storico-sociale legato all'accentramento politico ed economico dei poteri e di socializzazione dello stato. Julius Evola è anti-fascista!!! Julius Evola è anti-nazista!!! Julius Evola è anti-socialista!!! Julius Evola è anti-umano!!! Il Cavalcare la tigre è l'ecatombe del pensiero che diviene azione... I suoi scritti andrebbero bruciati nei roghi!!! Il buco nero in cui si è arrestato un processo sociale rivoluzionario in grado precedentemente di cambiare il mondo!”


Il nome dell’autore non ha troppa importanza, anche perché si cela dietro un evidente pseudonimo, so però che si tratta di un camerata.

Che quello che per tutta la sua vita è stato un intellettuale isolato possa essere “La battuta d’arresto di tutto un percorso storico-sociale legato all’accentramento politico ed economico dei poteri e di socializzazione dello stato”, questa penso sia una cosa che nessuno vorrà credere; il raggio d'azione di un individuo isolato, sia pure un pensatore importante, non può avere tanto peso sui grandi movimenti storici, un intellettuale può solo esprimere, rendere visibili – qualcuno con più, qualcun altro con meno sensibilità e acume di altri – le tendenze insite nel proprio tempo.

Assieme a queste affermazioni, i redattori di “Ereticamente” mi hanno fatto pervenire un loro commento:

Fermo restando che non stiamo criticando Evola pensatore ma “Cavalcare la tigre” che scritto in un periodo storico dove la destra neofascista diventava protagonista di una nuova stagione politica, voleva dare la spinta necessaria per risvegliare anche il mondo della nostra cultura.

Anche Franco Freda se non ricordiamo male si è espresso a tal proposito, e riteniamo che dopo l'esperienza del centro culturale Ordine Nuovo l'ambiente politico missino è stato incapace di riproporre un modello sociale e politico rivoluzionario anzi, al contrario, ha trasformato i suoi militanti e peggio la classe dirigente in una voce reazionaria e conformista andando verso un percorso contrario rispetto agli ideali evocati”.

Da un lato, si vede bene che la questione si restringe a una singola opera di Evola, “Cavalcare la tigre” che sarebbe un testo particolarmente infelice, dall’altro si allarga tantissimo, e concerne un problema molto più vasto, la trasformazione dell’area neofascista da movimento ispirato al fascismo a “destra” conservatrice e reazionaria, trasformazione con cui l’opera dello stesso barone siciliano si sarebbe in qualche modo intersecata.

Si tratta di un problema molto ampio a cui sarà bene dedicare quanto prima un lavoro apposito che adesso non è qui il caso di anticipare se vogliamo concentrarci su Julius Evola. Per ora sarà il caso di limitarsi a dire che questa “svolta” destrorsa e reazionaria è esattamente il contrario del fascismo, delle tendenze emerse fra le due guerre, almeno le migliori, perché come in tutti grandi movimenti storici, anche quello del fascismo è stato un fiume nel cui letto non è sempre scorsa acqua limpida.

D'altra parte bisogna anche considerare il clima degli anni della Guerra Fredda dal 1945 al 1989 (ed è stato un bel po' di tempo), quando di fronte alla minaccia dell'imperialismo sovietico, la scelta atlantista e filo-americana sembrava la scelta del male minore, e fino a prova contraria, bisogna sempre fare salva la buona fede delle persone. Altra cosa, naturalmente, sarebbe essere atlantisti e filo-americani OGGI che la minaccia sovietica è scomparsa da quasi un quarto di secolo, questa è (a vostra scelta) una scelta da venduti o da idioti.

Fatta questa precisazione e ripromettendomi di riprendere in mano l'argomento scomodo del rapporto fra noi e la Guerra Fredda (anche il fatto che in quest'epoca i nostri ambienti sono stati spesso e volentieri infiltrati da personaggi e con metodi tutt'altro che puliti), devo dire che in tutta onestà, anche se fare di Evola “la battuta di arresto di tutto un processo di accentramento politico-sociale”, l'acme della svolta da fascismo a reazione, è certamente esagerato, l'interpretazione degli amici di “Ereticamente” mi suona un po' troppo assolutoria nei confronti di un pensatore di indubbio interesse e che ha considerevolmente influenzato la nostra “Area” ma il cui modo di vedere non può essere assolutamente accettato a occhi chiusi.

Io credo di averlo già spiegato con chiarezza nel mio articolo “Ma quale tradizione?” che è una risposta alle accuse farneticanti riservate a Evola da quel disgustoso (a giudicare dalle cose che scrive) individuo che è don Curzio Nitoglia (poveri i suoi parrocchiani!), che è arrivato a presentarcelo addirittura come un indemoniato, quando è palese che se c'è un invasato, è lo stesso don Curzio, che è arrivato addirittura a qualificare Evola come ebreo in quanto siciliano (infatti è notorio che andando da Messina a Palermo passando per Capo Passero, gli unici edifici di culto che s’incontrano sono sinagoghe). Ma piuttosto non era ebreo il fondatore della religione di cui don Curzio è ministro?

Nel contempo, però, precisavo di ritenere di dovere alla memoria di Julius Evola il rispetto spettante a un vecchio maestro che è stato una parte importante della mia formazione intellettuale negli anni giovanili, ma che rappresenta una forma di pensiero che oggi sono ben lontano dal sottoscrivere in toto.

E’ il momento di approfondire meglio questo concetto, e diciamolo pure, devo dissentire dagli amici di “Ereticamente” (e so già che quanto dirò non sarà troppo ben accetto a molti camerati), il “problema Evola” non si riduce alla battuta infelice contenuta in uno dei suoi libri.

Il vero problema è fino a che punto il tradizionalismo “integrale” o no che sia, possa essere realmente assimilato alle posizioni politiche, culturali, ideologiche che riconosciamo come “nostre”.

Avrei quasi voglia di cavarmela con una battuta: uno dei libri di Evola reca il titolo: “Il fascismo dal punto di vista della destra” o, a seconda delle edizioni, “…visto da destra”. Avesse invece scritto “La destra dal punto di vista del fascismo”, sotto questo riguardo la sua posizione sarebbe stata più credibile.

Ma forse questa storia è meglio raccontarla facendo un passo (che in realtà è un percorso di vita e di esperienza politica di quarant’anni) indietro.

Come la maggior parte di noi, sono approdato nelle file della Giovane Italia poi Fronte della Gioventù quattordicenne o quindicenne spinto da un sentimento forse ingenuo forse confuso, di patriottismo e anticomunismo. Qui, lo ricordo come fosse ieri, ebbi il primo incontro col pensiero di Julius Evola sotto forma di uno snello fascicoletto, “Orientamenti” che, bisogna ammetterlo, è scritto piuttosto bene come introduzione divulgativa. Non ci misi molto ad accorgermi che lì “c'era sugo”, si andava ben oltre la politica e gli slogan c'era un pensiero ampio e articolato che rendeva conto della civiltà umana nel suo insieme, dava un senso alla cultura e alla storia. In breve presi “una cotta” per Evola, credo di essermi procurato, divorato poi riletto e meditato attentamente tutti i suoi libri che era possibile reperire, persino il ponderoso “Tramonto dell'Occidente” di Oswald Spengler, di cui Evola era semplicemente il traduttore. Per un certo periodo arrivai a considerarmi buddista dopo aver letto “La dottrina del risveglio”.

Un vero e proprio idillio intellettuale, un innamoramento che però non era destinato a durare.

Questa è storia di molti di noi, forse quasi tutti noi, sembra che nel pensiero evoliano ci sia qualcosa di intrinsecamente instabile, di ex evoliani pare sia pieno il mondo, molti ne sono usciti in direzione del cristianesimo, del cosiddetto tradizionalismo cattolico, io no. Non so che percorso abbiano compiuto costoro, ma vi posso raccontare quello che ho fatto io.

Nello stesso tempo, stavo compiendo gli studi superiori e poi sono arrivati quelli universitari. A questo riguardo, ho sempre avuto un atteggiamento che qualcuno troverebbe bizzarro, non mi sembrava che quelle che dovevo imparare fossero solo nozioni da memorizzare e poi dimenticare in fretta una volta fatto l’esame ma che almeno una certa parte di esse contenesse cognizioni importanti per capire la vita e il mio posto del mondo. Soprattutto mi interessavano la storia, la filosofia e le scienze naturali. Non mi poteva sfuggire la profonda differenza che esiste fra il linguaggio e il modo di pensare di Evola e quello della maggior parte dei filosofi che mi toccava studiare. Il linguaggio (e anche il pensiero) di Evola è completamente diverso da quello di questi ultimi: è puramente assertivo, non porta prove, dimostrazioni, argomenti, direi che quasi non si preoccupa nemmeno di persuadere, lo si crede e basta! Non è quello di un filosofo, è quello di un profeta ispirato, di un leader religioso carismatico, e questo è certamente coerente con il ritenersi in possesso o poter attingere a un presunto pensiero sovra-razionale.

Indubbiamente si può riconoscere a Evola il merito di aver fondato una nuova religione, e non abramitica, in un’epoca spiritualmente povera come la nostra, ma se si doveva rimanere alla fede in un dogmatismo vero per auto-proclamazione, tanto valeva rimanere o tornare a essere cattolici (e in effetti, come dicevo, molti hanno fatto proprio questa scelta).

Per me, una soluzione, un escamotage di questo genere era assolutamente improponibile. Dai miei, persone di estrazione popolare che ai loro tempi non si erano proprio potuti permettere studi superiori, avevo ricevuto un’educazione alquanto tradizionale: Dio, patria e famiglia, ma non ci avevo messo molto ad accorgermi che due elementi di questa triade, Dio e patria, non possono proprio stare assieme. Un po’ di conoscenza storica basta a far comprendere le responsabilità del cristianesimo nella dissoluzione dell’impero romano e della Chiesa cattolica nel tenere l’Italia smembrata per quell’enorme lasso di tempo che va dall’inizio del Medio Evo al risorgimento. A Trieste la Chiesa è stato dalla parte dell’Austria fino al 1918 e comunque degli sloveni fino al 1945, è occorsa la nascita della Jugoslavia comunista per indurla ad assumere un atteggiamento diverso circa l’italianità di questa città. Di nuovo, devo sospendere un discorso che ci porterebbe lontano, ma che credo di aver già svolto con ampiezza su queste pagine: in breve, tornare al cristianesimo, cattolico o meno, per me era un’opzione inaccettabile.

Quale sia la “bussola” che ho seguito da allora, ve l'ho già spiegato, si sintetizza nel motto latino che è anche il titolo di un mio articolo che trovate su “Ereticamente”: NULLIUS IN VERBA, non giurare sulle parole di nessuno, non accettare mai un'opinione in base all'autorevolezza o presunta tale di chi l'ha pronunciata, ma solo se gli argomenti che porta sono persuasivi. Non si giura sulla parola di nessuno, ma molti possono portare insegnamenti utili.

L'assunto di base del “tradizionalismo integrale” che esisterebbe o sarebbe esistita una tradizione primordiale dalla quale tutte le altre derivano, di cui tutte le altre sono particolari adattamenti a circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, di cultura dei popoli che se ne fanno portatori, non è dimostrabile e non mi sembra nemmeno credibile, è come dire che tutte le strade portano nella stessa direzione. Quanto meno, occorrerebbe ipotizzare DUE tradizioni primordiali, una che ha dato origine ai monoteismi abramitici (ebraismo, cristianesimo, islam) e un'altra da cui sono derivate tutte le altre tradizioni, perché un punto è assolutamente chiaro: quando un tradizionalista “integrale” (usando questa parola per indicare le convinzioni espresse da Julius Evola e da René Guenon prima della sua conversione all'islam, anche se fra le due cose ci sono parecchie differenze) aderisce a una religione abramitica, non “approfondisce” le concezioni che ha professato fino a quel momento, LE RINNEGA!

Su cosa verterebbe poi il contenuto di questa tradizione primordiale, il mistero è assoluto. Per quanto riguarda la “pars destruens”, la parte negativa delle rispettive dottrine, la condanna del mondo moderno, Evola e Guenon sono ovviamente d'accordo, ma quando andiamo a vedere la “pars construens”, la parte positiva ( e parliamo – è ovvio – del Guenon precedente la conversione all'islam), scopriamo che non sono d'accordo su nulla.

Julius Evola aveva una profonda ammirazione per il buddismo, cui ha dedicato uno dei suoi libri migliori, “La dottrina del risveglio” che ha ricevuto l'imprimatur della Pali Society che è la società che a livello internazionale viglia sull'ortodossia dei testi buddisti. Guenon al contrario del buddismo aveva una concezione pessima, lo riteneva una degenerazione sovversiva dell'induismo. Evola ha dedicato molto spazio anche alle dottrine estremo-orientali: il bushido nipponico in primo luogo, la filosofia di vita contenuta nel famoso codice d'onore dei samurai, ma anche al taoismo cinese, ed ha ritradotto il “Tao-te-king”, il libro sacro taoista in una versione emendata e più corretta fin dalla traduzione del titolo “Il libro del Principio e della sua Azione”, rispetto alle versioni più comunemente note nel mondo occidentale dove di solito è tradotto come “Il libro della Via e della Virtù”. Per il pensiero estremo-orientale, Guenon invece non ha mai avuto la minima considerazione.

Nei confronti dei monoteismi abramitici, Julius Evola ha sempre avuto una posizione di chiusura totale considerandoli, a mio parere pienamente a ragione, come la radice della sovversione moderna, Guenon invece è stato sempre molto più disponibile verso di essi ben prima della sua conversione all'islam, ricordiamo che fra le sue opere ce n'è una dedicata al “Simbolismo della croce”.

Insomma, se si cerca di definire in che dovrebbe consistere questa tradizione “integrale” o “primordiale”, davvero non si sa che pesci pigliare.

Occorre ammettere che questa idea del rifiuto TOTALE del mondo moderno è un'utopia. Una nazione che oggi rinunciasse allo sviluppo tecnologico, sarebbe destinata a essere in breve una nazione povera e arretrata, succube e facile preda delle altre che non  compiuto un simile passo, se avesse rinunciato pure alle armi da fuoco, sarebbe del tutto indifesa dal punto di vista militare. E poi, diciamolo francamente e in tutta onestà: chi di voi di fronte a un problema di salute vorrebbe essere curato oggi con salassi e sanguisughe?

Si comprende bene che la frase che si è citata all'inizio di questa disamina non è solo una frase particolarmente infelice di un'opera infelice, che considerare le cose in questi termini è davvero troppo assolutorio, anche se occorre tenere presente che ai tempi in cui Evola l'ha scritta, il caso del “negro italico”  o con pretesa di essere tale, era un caso piuttosto ipotetico, cosa che sciaguratamente oggi non è più, grazie all'immigrazione che ci porta sempre più in casa soggetti di questo genere o candidati a un simile ruolo.

Essa è tipica della mentalità dei tradizionalisti (“integrali” o d'altra specie che siano), mentalità formalistica che non è o non dovrebbe essere la nostra, che si attacca ai simboli, ai riti, ai “carismi” e perde di vista quello che è essenziale, CIOE' LA PRESERVAZIONE DI UNA SPECIFICA SOSTANZA UMANA.

Io non vorrei qui esagerare con l'auto-citazione, ma questo punto oggi di vitale importanza l'avevo già trattato sulle pagine della nostra pubblicazione in un articolo che s'intitola “Il cioccolatino e l'incarto”. Mi si perdoni il paragone dolciario, ma il tradizionalista che si concentra sui riti e sui simboli e ignora la sostanza umana, antropologica che la tradizione dovrebbe supportare, si comporta come colui che guarda e mette in bocca l'incarto e butta via il cioccolatino, scambia la forma per la sostanza delle cose.

Questa idea del nero (o immigrato non europeo di qualsiasi varietà, s'intende) tradizionalista, mi sembra di una bizzarra incongruenza. Se questa gente segue le PROPRIE tradizioni, è una cosa che non ci riguarda, a patto che non cerchino di imporle a noi, e dobbiamo essere coscienti che le loro tradizioni comprendono cose piuttosto ripugnanti come il burqa e l'infibulazione; se per ipotesi si mettono a seguire le nostre, la cosa sa di scimmiottatura. In Francia fra le due guerre veniva fatta cantare ai bambini delle scuole una canzoncina che diceva: “I nostri antenati erano Celti, erano biondi con gli occhi azzurri”, ma veniva fatta cantare anche nelle colonie ai bambini africani. C'è qualcuno a cui sfugge il grottesco della cosa?

Proprio per la vaghezza e l'indefinibilità estrema di questo tradizionalismo “integrale” sui cui contenuti abbiamo visto che tra i due “maestri” più importanti, Evola e il Guenon pre-conversione, non c'è il minimo accordo, molti, moltissimi finiscono per buttarsi su di una “tradizione positiva” che poi è regolarmente una religione abramitica. Molti sono diventati “tradizionalisti cattolici” passando a tutti gli effetti nel campo nemico. René Guenon scelse infine l'islam, e diversi guenoniani l'hanno seguito in una simile scelta che è stata però seguita autonomamente anche da altri, ad esempio un Claudio Mutti (i cui meriti nel dibattito revisionista non voglio però disconoscere per questo) e ultimamente anche Franco Cardini dopo aver rotto coi suoi amici tradizionalisti cattolici, sembra avviato sulla medesima strada.

In tutta sincerità, mi domando sempre più se questo concetto di tradizionalismo, oltre a essere, come indubbiamente è, una fonte di problemi a non finire, ci sia di una qualche utilità.

Ritenersi portatori di un pensiero, di una conoscenza sovra-razionali, esoterici e poi andare a buttarsi ai piedi della croce oppure prosternarsi tre volte al giorno in direzione della Mecca? Proporsi di rendere italici per conversione gli allogeni senza rendersi conto che la loro presenza sempre più massiccia ci sta portando all'estinzione come popolo?

Ma fatemi il piacere!

giovedì 6 dicembre 2012

Romualdi e l'Aristocrazia dello Spirito


di Mario M. Merlino


Adriano Romualdi scelse tre pensatori per rappresentare il mondo d’appartenenza a cui una Destra autentica avrebbe dovuto fare riferimento. Evola Platone Nietzsche. Di Evola sappiamo il profondo legame che li univa. Non è casuale che fosse l’unico a cui il Barone desse del ‘tu’ e, forse, non è casuale che la sua morte avvenisse ad un anno da quella di Adriano. Ricordo una conversazione telefonica, l’argomento era Carlo Michelstaedter oggetto della mia tesi, e di una voce stanca, quasi spenta, breve e con pause affannate, pochi mesi prima della sua morte e del suo corpo, ormai poca cenere, sparso sul ghiacciaio del Monte Rosa. Evola che era stato al margine del Regime fascista, da alcuni esponenti osteggiato e minacciato, sebbene Mussolini apprezzasse i suoi scritti sulla razza, che lo storico Renzo De Felice riconosce fra i pochi di spessore e dignità. E, va ricordato, come fosse fra i primi ad accogliere il Duce al suo arrivo a Monaco, dopo la liberazione dal Gran Sasso.
 
Julius Evola diviene un punto di riferimento, in contrasto ad esempio con i seguaci ed estimatori del pensiero di Giovanni Gentile, con tutti coloro che, difendendo la validità dei Patti Lateranensi, si riconoscevano nel cristianesimo e nel trinomio dio-patria-famiglia. E lo diviene nel dopoguerra, ormai lesa la spina dorsale, nel suo appartamento di Corso Vittorio. A lui si rifaranno i giovani dei F.A.R. portati alla sbarra in uno dei primi processi al neofascismo. Poi i cosiddetti ‘figli del Sole’. Insomma una figura al confine dell’eresia o, se si preferisce, ben poco allineato con la storia gli uomini le idee che avevano caratterizzato il Fascismo. Alla ricerca, dopo la sconfitta – e, purtroppo, di sconfitta, il 25 luglio e l’8 settembre, indecente e servile, duole riconoscerlo – di figure che potessero, nella loro sostanziale estraneità, sostituire una paternità sovente indifendibile. E i cui eredi ufficiali reagivano alla presenza di Julius Evola, che consideravano una sorta di intrusione a cui dovevano piegarsi, con critica riflessione, dialettica approfondita, argomentazione di spessore e contenuti… insomma a diffondere la diceria che portasse jella!

Una delle prime volte che ebbi occasione di soffermarmi a parlare con Adriano fu all’Università La Sapienza. Ero da poco iscritto alla facoltà di filosofia che, in quegli anni e ancora per diversi a venire, avrebbe coabitato all’ultimo piano di Lettere. Egli mi espresse l’intenzione di arrivare ad una pubblicazione su Platone, a cui stava già lavorando, e mi chiese se volevo dargli una mano. Non certo perché ne avesse realmente bisogno, ma perché egli credeva fermamente ad un’idea di militanza che avesse forti basi di formazione culturale. Proprio nello studio sul filosofo greco avrebbe ricordato come egli si ispirasse alla visione aristocratico-guerriera di Sparta, nobilitata da un forte accento culturale. L’ideale della kalos-kai-agathia, l’armonia delle forme con un animo retto, quale premessa di quella Res-pubblica governata dai filosofi. Un Platone politico ed educatore ( sinonimi se si vuole guardare in grande!) più che filosofo della dialettica, delle idee. E, qui, interveniva con l’influenza che Platone aveva esercitato su pensatori nazional-socialisti, tanto da essere considerato una sorta di ‘padre’ del mondo e della vita, con gli studi del Dumézil sulle religioni comparate e in particolar modo con il rapporto esistente ordine del mondo = ordine castale.

 Perché, per Adriano, attraverso il Fascismo, quale fenomeno europeo e, quindi, capace di accogliere la storia fin dai suoi esordi, bisognava arrivare al Nazional-socialismo, luogo di quel Nuovo Ordine incarnato dalle Waffen-SS (si metta a confronto il medesimo sentire di Leon Dégrelle) e il mito che andava proposto della battaglia di Berlino, dove un pugno di francesi scandinavi spagnoli giovani della Hitlerjugend s’erano battuti fra le rovine della capitale del Reich. La finis Europae paragonata al solstizio d’inverno, Juppiter Sol Invictis, dove la coltre mefitica stesa sul nostro continente si sarebbe un giorno dissolta per rinnovare la storia e la cultura che il destino ci ha attribuito.

Infine Nietzsche. Il Nietzsche della grande politica, dell’aristocrazia dello spirito, dei barbari dall’alto, della bionda bestia da rapina, di un ordine modello monastico-guerriero, libero dai bisogni materiali e detentore del potere… Anche qui accogliendo l’interpretazione che ne aveva dato, per primo, il filosofo Alfred Baeumler. Il Nietzsche che reagisce alla mitologia egalitaria, democratica socialista cristiana. Il Nietzsche che rivive in Hitler a cui la sorella del filosofo aveva dato in dono il  bastone da passeggio. Insomma un Nietzsche antidoto, farmaco alla malattia in cui è sprofondato l’uomo europeo.

Tre pensatori, che furono e sono ‘inattuali’, nell’ampia definizione dello stesso Nietzsche. Un Evola ormai abbandonato da una destra (Romualdi la scriveva con la maiuscola, si badi bene!) che ha trasformato la Tradizione nelle feste patronali ove ciò che conta è lucrare, con palestrati in armature di latta da antichi soldati romani, con la bava alla bocca dietro i modelli consumistici borghesi liberal-capitalisti, da fanciulle che riconoscono la loro femminilità solo dalle tette rifatte i culi rassodati i labbroni a forma di cuore… Platone, che avrebbe voluto reagire alla decadenza della città-stato cambiare l’animo dei tiranni e che si salvò a stento da Siracusa e che ebbe la fortuna di morire prima che il suo discepolo Aristotele lo insultasse aprendo una scuola con i soldi dei macedoni, i nuovi dominatori. Solo Nietzsche s’è salvato. Già, ma quale Nietzsche? Un pensatore da lettino di psichiatra capace di lenire le ondate ormonali di adolescenti con brufoli e complessi edipici… E lo stesso Adriano… Con De Felice un Fascismo contenitore vuoto ove Mussolini ne fa l’uso personale e spregiudicato e che altro è – un altro irriducibilmente estraneo e conflittuale – con il Nazismo.

 In quel fosso della via Aurelia, con il cambio conficcato nel costato il sangue che stilla e porta via con sé l’esistenza minuto dopo minuto ora dopo ora cosa avrà pensato? Forse all’ultima pagina di Gilles di quel Drieu la Rochelle che egli amava… Gli dei che muoiono, gli dei che risorgono. Nietzsche affermava che il sangue non è necessariamente un buon testimone. Vero. Eppure, a volte, è migliore dell’inchiostro.

martedì 14 giugno 2011

Significato e funzione della monarchia

Significato e funzione della monarchia

di Julius Evola



(Saggio contenuto in: "La monarchia nello Stato moderno" di Karl Loewenstein, G. Volpe ed. - Roma, 1969) 




Il saggio di K. Loewenstein ha offerto al lettore una visione d'insieme delle varie forme della monarchia e delle possibilità che, secondo questo autore, restano ad un regime monarchico nell'epoca attuale. La monarchia, come si è visto, qui non è presa nel senso letterale del termine (governo di un solo, potere concentrato in un solo uomo) ma, giustamente, nel suo senso tradizionale e più corrente, ossia con riferimento ad un Re.
...Le conclusioni del Loewenstein sono piuttosto pessimistiche. Per poter esistere ai nostri giorni, la monarchia dovrebbe rassegnarsi ad essere un'ombra di ciò che era già stata. Essa potrebbe venire concepita solamente in un quadro democratico e, propriamente, nella forma di una monarchia costituzionale parlamentare. A parte l'Inghilterra, che costituirebbe un caso a sé, il modello offerto dalle monarchie dei piccoli Stati dell'Europa settentrionale e occidentale — Svezia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo — è quello che eventualmente si dovrebbe tenere davanti agli occhi.


.. Nell'analisi della portata dei vari argomenti addotti a favore del regime monarchico il Loewenstein ha cercato di essere oggettivo, non riuscendo però sempre ad esserlo. In lui è abbastanza visibile la precisa avversione per ogni principio di vera autorità, mentre un insufficiente rilievo viene dato ai fattori di carattere etico e immateriale. Ora, crediamo che se si fosse costretti a concepire una monarchia solamente nell'accennata forma svuotata e democraticizzata, peraltro possibile unicamente perché si tratta di piccoli Stati marginali, non ancora coinvolti nel dinamismo delle grandi forze dell'epoca, tanto varrebbe chiudere senz'altro in negativo la partita.
..Si deve riconoscere, d'altra parte, che le conclusioni pessimistiche in ordine alla monarchia appaiono in larga misura giustificate ove si ipostatizzi la situazione del mondo attuale e si ritenga che essa sia irreversibile, destinata a protrarsi indefinitamente. Questa situazione è definita da un materialismo generale, della prevalenza di bassi interessi, dall'errore egualitario, dal regime delle masse, dalla tecnocrazia e dalla cosidetta « civiltà dei consumi ». Senonché cominciano a moltiplicarsi i segni di una profonda crisi di questo mondo di un benessere e di un ordine fittizi. Forme varie di rivolta sono già avvertibili, per cui non è escluso che si giunga ad uno stato di tensione e ad un punto di rottura, e che, specie di fronte a possibili situazioni liminali, domani si ridestino forme diverse di sensibilità, si verifichino reazioni simili a quelle di cui è capace un organismo quando è minacciato mortalmente nel suo più profondo essere.
.. Il subentrare, o meno, di questo nuovo clima è l'elemento decisivo anche pel problema della monarchia. Secondo noi, esso dovrebbe venir posto nei seguenti termini: Che significato potrebbe avere la monarchia nel caso che avvenga un simile cambiamento di clima, e in quale forma essa potrebbe costituire un centro per la ricostituzione di un ordine « normale » — normale in un senso superiore? Certo, in una nazione la presenza di una vera monarchia avrebbe un potere rettificatore; ma questo è un circolo vizioso: senza la premessa da noi accennata, ogni restaurazione avrebbe un carattere contingente, non organico e, in un certo senso, innaturale.
.. Il disordine attuale nel campo politico, tutto ciò che esso presenta di instabile, di pericolosamente aperto alla sovversione — a marxismo e a comunismo — deriva sostanzialmente dalla carenza di un superiore principio di autorità e da una insofferenza quasi isterica per un principio del genere, per il che certe esperienze politiche di tempi recenti servono ai più da comodi alibi. Parlando di un superiore principio di autorità, noi ci riferiamo ad una autorità che abbia una effettiva legittimazione e un carattere, in un certo modo, «trascendente», perché senza di ciò l'autorità sarebbe priva di base, sarebbe contingente e revocabile. Un centro veramente stabile mancherebbe.
..È importante fissare chiaramente questo punto essenziale, per differenziare la monarchia, sulla quale qui verte il discorso, dalla monarchia nel senso lato di potere o governo di un solo. In effetti, sono concepibili, e si sono anche realizzate, forme spurie, contraffatte di autorità. Anche i regimi comunisti poggiano di fatto su un autoritarismo che può rivestire le forme più crude e tiranniche quali pur siano le giustificazioni che gli si vorrebbero mendacemente dare. Sulla stessa linea si può mettere il fenomeno dittatoriale se lo si concepisce altrimenti che in relazione a casi di emergenza, come accadde, del resto, in origine, anche nell'antica Roma.
..D'altra parte, l'antitesi, così spesso avanzata, fra dittatura e democrazia è relativa, solo che si esamini il fondo esistenziale di questi due fenomeni politici, fondo che è uno « stato di massa ». Se la dittatura non ha caratteri puramente funzionali e tecnici (un esempio può essere quello offerto attualmente dal regime di Salazar in Portogallo), se essa poggia su un pathos come in alcune forme recenti plebiscitarie e populiste, galvanizzarla è lo stesso elemento attivato da ogni demagogia democratica. Il dittatore fa da cattivo surrogato al monarca con l'appellarsi a forze che cercano confusamente un punto di appoggio, un centro, qualunque esso sia, pur di venir a capo del caos, del disordine, di situazioni divenute insopportabili. Ciò spiega però anche il fenomeno di possibili, bruschi cambiamenti di polarità in sèguito a qualche trauma che ha sospeso la forza coesiva e animatrice del sistema, come quando in un campo magnetico la corrente viene a mancare. Il caso più perspicuo è forse offerto, a tale riguardo, dallo stupefacente cambiamento del clima politico collettivo verificatosi nella Germania attuale, dopo l'entusiasmo quasi frenetico di massa che aveva caratterizzato il precedente periodo dittatoriale. È significativo che invece un analogo fenomeno di inversione non si era prodotto in Germania dopo la prima guerra mondiale, perché l'antecedente non era stato una dittatura bensì una tradizione monarchica.
.. Per la « trascendenza » del principio di autorità proprio ad una regalità, il regime monarchico costituisce l'unica vera antitesi sia a dittatura, sia a democrazia assoluta. In ciò si deve indicare il fondamento del suo superiore diritto. Le varie forme che può rivestire e le idee o i simboli con cui può legittimarsi questa trascendenza a seconda dei tempi, non toccano l'essenziale: l'essenziale è il principio. Ha ragione il Loewenstein quando dice che in un mondo desacralizzato dalle scienze naturali, nel quale la stessa religione è minata, non può più esser quistione di quella mistica della monarchia che in altri tempi si appoggiava a certe concezioni teologiche e a una certa liturgia. Ma se si dà uno sguardo al mondo dei portatori di corona in tutti i tempi e in tutti i luoghi, si può rilevare come motivo comune e costante il riconoscimento della necessità di un centro stabile, di un polo, di qualcosa che per essere veramente stabile deve avere, in un certo modo, il proprio principio in sé stesso o dall'alto, che non deve avere un carattere derivato. A tale riguardo si può scorrere, ad esempio, l'ottima opera di F. Wolff-Windegg, Die Gekrönten. A ragione qualcuno ha scritto: « Una regalità puramente politica — si può affermarlo senz'altro — non è mai esistita ». In tempi non lontani il «per grazia di Dio», la sovranità di diritto divino non implicò, nei sudditi, considerazioni teologiche specifiche; essa valeva, per così dire, in termini esistenziali, corrispondeva appunto al bisogno di un punto superiore di riferimento, punto che viene assolutamente meno quando il re è tale unicamente per « volontà della nazione » o « del popolo ». D'altra parte, solo in quel presupposto potevano svilupparsi, nei sudditi, nel segno del lealismo, quelle disposizioni, quelle forme di comportamento e di costume di un superiore valore etico, di cui diremo fra breve.
..Così non si può condividere il parere del Loewenstein, che l'argomento «ideale» a favore della monarchia sia ormai invalidato. È vero, certo, quel che egli dice, ossia che il declino della monarchia è dovuto non tanto alla democrazia quanto all'avvento delle macchine e degli aerei, dell'automobile, della televisione — si può dire, in genere, della civiltà industriale tecnologica. Ma qui è da domandarsi, appunto, se si è in diritto di ipostatizzare questa civiltà, ci si deve chiedere in che misura l'uomo vuole accordare a tutto ciò un valore diverso da quello di un insieme di semplici, banali mezzi, i quali nella «civiltà dei consumi » lasciano un assoluto vuoto interiore. Ripetiamolo: si tratta anzitutto della «dignità» della monarchia, di un prestigio e di un diritto che sempre e ovunque si trassero da una sfera sovraindividuale e spirituale: investiture sacre, diritto divino, filiazioni e genealogie mistiche o leggendarie, e così via, non sono state che forme figurate per esprimere un fatto sostanziale sempre riconosciuto, ossia che un ordine politico, una unità collettiva veramente organica e vivente si rende possibile solamente ove esistano uno stabile centro e un principio sopraelevato rispetto a qualsiasi interesse particolare e alla dimensione puramente « fisica » della società, principio avente in proprio una corrispondente intangibile e legittima autorità. Pertanto, in via di principio è assolutamente giusto quel che ha scritto Hans Bliiher: « Un re che lascia confermare dal popolo la sua funzione sovrana, ammettendo, con ciò, di essere responsabile di fronte al popolo — invece di essere re­ sponsabile per il popolo dinanzi a Dio — un tale re ha rinunciato alla sua regalità. Nessuna infamia commessa da un re — e Dio sa se essi non ne hanno commesse — distrugge la sanzione mistica oggettiva del sovrano. Ma una elezione democratica la distrugge immediatamente ».
..Se in altri tempi il legame di fedeltà che univa il suddito e il seguace col sovrano poté venire assimilato ad un sacramento — sacramentum fidelitatis —, qualcosa di ciò si è conservato anche più tardi come il fondo abbastanza percepibile di un'etica speciale, dell'etica, appunto, del lealismo e dell'onore, la quale poteva acquistare una particolare forza nel presupposto, or ora indicato, della presenza di un simbolo personalizzato. In tempi normali, il fatto che il sovrano come individuo non fosse sempre all'altezza del principio, poco importava; la sua funzione restava imprescrivibile e intangibile perché non era all'uomo ma al re che si obbediva e la sua persona valeva essenzialmente come un supporto affinché si destassero, o venissero propiziate, quella capacità di dedizione superindividuale, quell'orgoglio nel servire liberamente ed eventualmente perfino quella prontezza al sacrificio (come quando in momenti drammatici tutto un popolo si raccoglieva intorno al suo sovrano) che costituiscono una via di elevazione e di dignificazione per il singolo e, nel contempo, la forza più potente per tener insieme la compagine di un organismo politico e per ridurvi ciò che esso ha di anodino e di disanimato e che nei tempi ultimi ha preso una pericolosa estensione.
..Che tutto ciò non si possa realizzare nella stessa misura in un'altra forma di reggimento politico, è abbastanza evidente. Un presidente di repubblica può essere ossequiato, ma in lui non si potrà mai riconoscere altro che un «funzionario», un « borghese » come un altro, il quale solo estrinsecamente, non in base ad una intrinseca legittimità, è investito di un'autorità temporanea e condizionata. Chi conserva una certa sensibilità sottile percepisce che l'«essere al servizio del proprio re», il « combattere per il proprio re » (perfino il combattere « per la propria patria », malgrado la colorazione romantica, ha in confronto qualcosa di meno nobile, di più naturalistico e collettivistico), il «rappresentare il re» hanno una qualità specifica; tutto ciò presenta invece un carattere parodistico, per non dire grottesco, quando è «al proprio presidente» che ci si dovesse riferire. Soprattutto nel caso dell'esercito, dell'alta burocrazia e della diplomazia (a prescindere dalla nobiltà ), ciò appare ben evidente. Lo stesso giuramento, quando viene prestato non ad un sovrano ma alla repubblica o all'una o all'altra astrazione, ha qualcosa di stonato e di svuotato. Con una repubblica democratica qualcosa di immateriale, ma pur di essenziale e di insostituibile, va fatalmente perduto. L'anodino e il profano prevalgono. Una nazione già monarchica che diviene una repubblica è, in un certo modo, una nazione « declassata ».
.. Se abbiamo rilevato che quella specie di fluido che si forma intorno al simbolo della Corona è assai diverso da quanto può riferirsi a « stati di folla » esaltati, quali può suscitarli o favorirli la demagogia di un capo­popolo, la differenza esiste anche nei riguardi di ogni semplice mistica nazionalistica. Certo, il sovrano incarna anche la nazione, ne simboleggia l'unità su un piano superiore, stabilendo quasi, con essa, una « unità di destino ». Ma qui ci si trova all'opposto di ogni patriottismo giacobino; non si ha nessuno di quei confusi miti collettivizzanti che parlano al puro demos e che vanno quasi a divinificarlo. Si può dire che la monarchia modera, limita e purifica il semplice nazionalismo; che come essa previene ogni dittatura sostituendovisi con vantaggio, così previene anche ogni eccesso nazionalistico; che essa difende un ordine articolato, gerarchico e equilibrato. Si sa che i rivolgimenti più calamitosi dei tempi ultimi sono da attribuirsi essenzialmente a nazionalismi scatenati.
..Dopo quel che abbiamo detto, è evidente che noi non condividiamo affatto l'idea, che ormai la monarchia deve democraticizzarsi, che il monarca debba assumere quasi tratti borghesi — « deve scendere dalle auguste altezze di altri tempi e presentarsi ed agire in modo democratico », come pretende il Loewenstein. Ciò significherebbe semplicemente distruggerne la dignità e la ragion d'essere, indicata in quanto precede. Il re dei paesi nord-europei che si porta la valigia, che va a fare le compere nei negozi, che acconsente che la radio o la televisione presenti al popolo la sua brava vita familiare comprese le bambine che fanno le bizze, ovvero con la Casa Reale che si presta alla curiosità e ai pettegolezzi dei rotocalchi, e quanto altro si pensa possa rendere vicino al popolo il sovrano, includendovi, in fondo, un certo bonario aspetto paterno ( se il padre lo si concepisce in una blanda forma borghese), tutto ciò non può non ledere l'essenza stessa della monarchia. La « maestà » diviene allora davvero un vuoto epiteto del cerimoniale. A ragione è stato detto che « il potente che per un mal inteso senso di popolarità acconsente a lasciarsi avvicinare va a finire male ».
..È chiaro che tener per fermo tutto ciò, significa andare contro corrente. Ma, di nuovo, si pone una alternativa: si tratta di accettare, o meno, come irreversibile uno stato di fatto, sussistendo il quale della monarchia possono solo esistere inani vestigie. Uno degli elementi da considerare, a questo riguardo, è l'insofferenza, nel mondo attuale, per la distanza. Il successo delle dittature e di altre forme politiche spurie è dovuto, in parte, proprio a! fatto che nel capo viene visto « uno di noi », il « Grande Compagno »; solo in questi termini lo si accetta come guida e gli si obbedisce. Così stando le cose la preoccupazione per la «popolarità» e per i modi « democratici » è ben comprensibile. Ma ciò, in fondo, è tutt'altro che naturale; non si vede perché ci si debba subordinare quando il capo, alla fin fine, è semplicemente «uno come noi », quando non viene avvertita una distanza essenziale, come nel caso del vero sovrano. Così un « pathos della distanza » — per usare una espressione di Nietzsche — dovrebbe sostituirsi a quello della vicinanza, in rapporti che escludono ogni superba tracotanza da una parte, ogni servilismo dall'altra. Questo è un punto basilare, a carattere esistenziale, per una restaurazione monarchica. Senza riesumare forme anacronistiche, invece di una propaganda che «umanizzi» il sovrano per accattivare la massa, quasi sulla stessa linea della propaganda elettorale presidenziale americana, si dovrebbe vedere fino a che punto possano avere una azione profonda i tratti di una figura caratterizzata da una certa innata superiorità e dignità, in un quadro adeguato. Una specie di ascesi e di liturgia della potenza qui potrebbero avere una loro parte. Proprio questi tratti mentre rafforzeranno il prestigio di chi incarna un simbolo, dovrebbero poter esercitare sull'uomo non volgare una forza di attrazione, perfino un orgoglio nel suddito. Del resto, anche in tempi abbastanza recenti si è avuto l'esempio dell'imperatore Francesco Giuseppe che, pur frapponendo fra sé e i sudditi l'antico severo cerimoniale, pur non imitando per nulla i re « democratici » dei piccoli Stati nordici, godette di una particolare, non volgare popolarità.
..Riassumendo, il principale presupposto per una rinascita della monarchia secondo la dignità e la funzione di cui si è detto, resta, a nostro parere, il destarsi di una nuova sensibilità per un ordine che si stacchi dal piano più materiale ed anche semplicemente « sociale », e tenda a tutto ciò che è onore, fedeltà e responsabilità, perché simili valori hanno nella monarchia il loro naturale centro di gravità; mentre, a sua volta, la monarchia risulterà degradata, ridotta ad una semplice sopravvivenza formale e decorativa quando tali valori non siano vivi e operanti — innanzitutto in una élite, in una vera classe dirigente. Non sono le stesse corde che il difensore dell'idea monarchica e quello di un qualsiasi altro sistema debbono far risuonare nel singolo e nella collettività. Così è assurdo affidare i destini dell'idea monarchica ad una propaganda e ad una prassi partitica che ricopi, ad un dipresso, i metodi della parte opposta in clima democratico. Anche il poter constatare oggi l'affacciarsi di tendenze verso un centro autoritario, verso una «monarchia» nel senso letterale (= monocrazia) non basta, dopo quel che abbiamo detto sulle differenze profonde che possono presentare le varie estrinsecazioni del principio di unità e di autorità. Il senso di ciò che non si lascia né vendere né comprare né usurpare nelle dignità e nella partecipazione alla vita politica è un fattore decisivo e sfugge come acqua fra le dita a chi pensa soltanto in termini di materia, di vantaggio personale, di edonismo, di funzionalità e di razionalità. Se di quel senso non si dovesse più parlare per effetto del famoso « senso della storia » marxista, che si pretende irrevocabile, tanto vale accantonare definitivamente la causa monarchica. Ciò equivarrebbe, peraltro, anche a professare il più tetro pessimismo nei riguardi di ciò a cui si può fare ancora appello nell'uomo dei tempi ultimi.
II
..Dopo aver considerato l'aspetto spirituale del problema della monarchia, è necessario indicare gli aspetti che si riferiscono al piano positivo, istituzionale e costituzionale. Su tale piano bisognerà ora precisare la funzione specifica da attribuire alla monarchia e ciò che differenzia un sistema monarchico da altri sistemi. Stupisce che un simile problema non venga quasi affatto affrontato dalla propaganda dei monarchici. Nelle elezioni si sono avuti, anche in Italia, discorsi di monarchici i quali hanno accusato, più o meno sulla stessa linea di altri settori dell'opposizione, le disfunzioni dello Stato repubblicano democratico e partitocratico, e il pericolo del comunismo, guardandosi però dall'indicare, senza mezzi termini e senza paura, in quali termini la presenza della monarchia andrebbe ad eliminare positivamente le une e l'altro, o, per meglio dire, in virtù di quali particolari prerogative la monarchia sarebbe da tanto.
.. Se si è veramente monarchici, non si può ammettere che la monarchia si riduca ad una semplice istituzione decorativa e di rappresentanza, una specie di bel sovramobile o, secondo l'immagine ricordata dal Loewenstein, qualcosa come la figura dorata che si metteva sulla prua di un galeone; lo Stato, in concreto, resterebbe quello delle democrazie parlamentari repubblicane, al re spettando solamente di controfirmare, come farebbe un presidente di repubblica, tutto ci ò che governo e parlamento deliberano. La restaurazione dovrebbe invece comportare una specie di rivoluzione ( o di contro-rivoluzione) monarchica.
.. Alla nota formula « il re regna ma non governa », si dovrebbe contrapporre l'altra: « il re regna e governa » — governa, naturalmente, non nei termini delle monarchie assolute di altri tempi, bensì, in via normale, nei quadri di un diritto e di una costituzione stabiliti. A tale riguardo il migliore esempio è stato proprio quello offertoci dalle precedenti monarchie centro-europee, per le quali il Loewenstein non ha nascosto la sua decisa antipatia. Al sovrano dovrebbe essere riservato non soltanto un potere regolatore, moderatore e arbitrale rispetto alle varie forze politiche ma altresì quello di una suprema istanza. Della costituzione e del diritto non si debbono fare dei feticci. Costituzione e diritto non cadono belli e fatti dal cielo, sono formazioni storiche e la loro intangibilità è condizionata dal corso normale delle cose. Quando questo corso viene meno, quando ci si trova di fronte a situazioni di emergenza, deve farsi valere positivamente un superiore potere che per essere rimasto latente e inattivo nelle condizioni normali, non per questo cessa di costituire il centro del sistema. Il re è il soggetto legittimo di tale potere. Egli può e deve esercitarlo ogni volta che sia necessario, dicendo: «Fin qui, e non più oltre», prevenendo sia ogni movimento rivoluzionario eversivo (prevenendolo mediante una «rivoluzione dall'alto»), sia qualsiasi rivolgimento dittatoriale la cui unica giustificazione è la mancanza di un vero centro di autorità.
..Non è detto che un simile potere debba essere esercitato direttamente dal sovrano; esso può esserlo per mezzo di un Cancelliere o primo ministro capace e deciso che, forte dell'appoggio della Corona e responsabile essenzialmente di fronte ad essa, può far fronte alla situazione. Il caso di Bismarck nel « conflitto istituzionale » ricordato dal Loewenstein corrisponde a questa possibilità. Sicuro della fiducia del sovrano, Bismarck poté tener anche in nessun conto l'opposizione del parlamento e seguendo la sua via fece la grandezza della Germania, ricevendo successivamente, in una nuova costituzione, la sanzione del suo operato.
.. Ci si potrebbe arrischiare a dire che, in parte, una situazione analoga a tutta prima si ebbe quando il re d'Italia appoggiò Mussolini concedendogli poteri che però lui stesso, Vittorio Emanuele, se non si fosse sentito così vincolato costituzionalmente, avrebbe potuto esercitare, tanto da imporre un ordine all'Italia sconvolta dalla sovversione e dalla crisi sociale mediante nuove strutture, senza aver bisogno del fascismo, e prevenendo quegli sviluppi — da alcuni definiti nei termini di una « diarchia » — che alla fine minarono in una certa misura la sua posizione per la presenza, quasi, di uno Stato entro lo Stato. Nelle ore decisive un sovrano non dovrebbe mai dimenticare il detto di un'antica sapienza: Rex est qui nihil metuit (È re chi nulla teme). Per un male inteso umanitarismo, in casi estremi perfino il pericolo di lotte nelle quali possa scorrere il sangue non deve impaurire perché qui non si tratta delle persone, ma di far regnare, al disopra di tutto, l'autorità, l'ordine e la giustizia contro le eventuali agitazioni di parte. La formula, l'abbiamo già indicata: « Fin qui, e non oltre ». In situazioni non eccezionali la concezione di Benjamin Constant della Corona come « quarto potere », come una funzione arbitrale e equilibratrice può essere accettata. Anche i diritti riconosciuti dal Bagehot alla Corona: diritto di essere interpellata, diritto di incitare, diritto di dare orientamenti, sono ineccepibili.
.. Pertanto, con una restaurazione monarchica dovrebbe venire effettuato uno spostamento del centro di gravità. Una rappresentanza nazionale può anche essere eletta dal « popolo », secondo l'una o l'altra modalità (su ciò torneremo), ma essa dovrebbe essere responsabile, in primis et ante omnia , di fronte al sovrano, secondo rapporti di una responsabilità personalizzata che già da sé chiuderebbe la via a tante forme di corruzione democratica. Il re dovrebbe essere, dunque, il supremo punto di riferimento, e dovrebbero essere sentiti gli accennati valori di lealismo e di onore, anziché essere, i rappresentanti, gli strumenti dei partiti e della misteriosa, labile entità «popolo» da essi strumentalizzata, ed a cui sola spetta il potere di conferma o di revoca secondo il sistema della democrazia assoluta, ossia del suffragio universale parificato.
..D'altra parte, per un vero rinnovamento monarchico bisognerebbe aver presente l'ideale di uno Stato organico, per cui non può essere evitato il problema della compatibilità, in genere, della monarchia col sistema, appunto, della democrazia assoluta parlamentare. La sovrapposizione dell'una all'altro può dar luogo solamente a qualcosa di ibrido. E' da ritenersi che se l'auspicato mutamento di mentalità si realizzerà, si verrà a poco a poco a riconoscere anche l'assurdità del sistema delle rappresentanze basato sul suffragio universale indiscriminato, cioè sulla legge del puro numero, avente per ovvio presupposto non la concezione del cittadino come una « persona » bensì la sua riduzione degradante ad un atomo indifferenziato intercambiabile.
.. A tale riguardo bisogna tener presente che una cosa è la democrazia nella sua forma assoluta moderna, un'altra è un sistema di rappresentanze, il secondo non coincidendo necessariamente con la prima. Si sa che un sistema di rappresentanze esistette anche negli Stati monarchici tradizionali, ma in genere come rappresentanze organiche, ossia di corpi, di ordini, di Stände, non di partiti ideologici. A voler considerare i partiti, il sistema migliore sarebbe quello bipartitico, ammettente una opposizione che agisca costruttivamente e dinamicamente entro il sistema, non al difuori di esso o contro di esso. (Ad esempio, che un partito comunista o rivoluzionario, sempreché osservi certe norme statuarie puramente formali, possa venire considerato « legale » ed essere ammesso in una assemblea nazionale benché il suo programma, dichiarato o tacito, sia il rovesciamento dell'ordine esistente, ciò è un vero assurdo). A parte la soluzione bipartitica, già adottata con vantaggio nell'Inghilterra monarchica, il sistema rappresentativo che pel suo carattere organico più si armonizzerebbe con la monarchia sarebbe quello corporativo, nel senso più vasto, tradizionale, senza riferimenti al tentativo, che fu fatto dal fascismo con la creazione di una Camera corporativa anziché partitocratica. Forse l'attuale sistema portoghese — meno quello spagnolo — si avvicina all'ordinamento auspicabile. Il Loewenstein ha messo in luce l'alternativa che si presenterebbe nel caso di una restaurazione, perché o il sovrano si appoggia alle classi superiori, più inclini a sostenere la monarchia, e allora farebbe il giuoco di coloro che sono pronti ad accusarlo di reazionarismo conservatore; ovvero va incontro alle classi lavoratrici e, in genere, si mette a fare il « re del popolo », e allora si alienerebbe pericolosamente quell'appoggio dell 'altra parte della nazione.
.. Ora, un simile bivio presuppone ovviamente il mantenimento, la perpetuazione dello stato di lotta di classe, nei termini dell'ideologia marxista. Ma noi riteniamo che uno dei presupposti per un ordine nuovo, organico e monarchico vada veduto proprio nel superamento di questa divisione antagonistica delle forze nazionali. A tanto dovrebbe mirare appunto la riforma corporativa, attuata la quale l'accennata alternativa di fronte a cui si troverebbe la monarchia restaurata verrebbe in gran parte meno. Anche se all'interno delle corporazioni, o come altro si voglia designare l'organo rappresentativo primario, si facessero valere opposte tendenze, vi è da pensare che la preminenza da dare al principio delle competenze ridurrebbe ampiamente, in tali divergenze, il fattore ideologico.
.. In un settore divenuto ormai sempre più importante il sistema delle rappresentanze corporative secondo competenze potrebbe presentare un carattere attuale per via dello sviluppo quasi teratologico presentato dall'elemento tecnocratico e, in genere, dall'economia. Si sa delle critiche mosse contro la civiltà tecnologica dei consumi nella società industriale più avanzata; gli aspetti distruttivi che le sono propri sono stati indicati, è stata espressa l'esigenza di porre un freno a processi economici divenuti pressoché indipendenti, come secondo l'imagine del « gigante scatenato » usata da W. Sombart. Ora non è concepibile un freno al sistema, un contenimento, senza l'intervento di un potere superiore, politico. Il compito di frenare e ordinare adeguatamente in base ad una gerarchia più completa di interessi e di valori le forze in movimento nell'anzidetta società, ovviando anche una situazione paradossale verificatasi nei tempi ultimi, quella di uno Stato sempre più forte con una testa sempre più debole, troverebbe evidentemente l'ambiente più favorevole per la sua realizzazione in un vero Stato monarchico. Istituzionalmente, l'organo potrebbe venire fornito o da un'assemblea unica, che però, a fianco dei rappresentanti delle forze economiche e produttive, comprenda anche rappresentanze della vita spirituale e culturale (come si ebbe, appunto, negli « Stati Generali » e in analoghe assemblee o Diete degli antichi regimi tradizionali monarchici), oppure dal sistema della doppia Camera, di una Camera Alta e di una Camera Bassa, la seconda essendo quella propriamente corporativa, nella prima facendosi valere invece istanze sovraordinate. Si sa che l'ultima « conquista » della democrazia assoluta è stata l'aver ridotto la Camera Alta, ossia il Senato, ad un inutile doppione dell'altra Camera perché anche per essa è stato fatto valere il principio dell'elezione di massa e delle nomine temporanee (almeno per la maggior parte dei componenti di essa). Come ancor nell'Italia di ieri, la definizione della Camera Alta dovrebbe essere, invece, uno dei compiti essenziali della monarchia, sia pure convenientemente assistita, permanendo il carattere formale della nomina dall'alto.
..Per tal via la Camera Alta resterebbe il corpo politico più vicino alla Corona e sarebbe naturale che in esso il lealismo, la fedeltà e l'impersonalità attiva fossero presenti al più alto grado. Essa dovrebbe avere un potere, una autorità, un prestigio e un significato diversi da quanto è proprio alla Camera Bassa. Custode di valori e di interessi superiori, essa costituirebbe il vero nucleo centrale dello Stato, la « testa » di esso. Andrebbe, pertanto, messo ben in rilievo il suo carattere funzionale attivo in sede di condeterminazione della linea politica, carattere che la differenzierà profondamente da quel che era stato, nell'Italia monarchica post-risorgimentale, il Senato: una assemblea di degne persone, di « alti ingegni », di notabili secondo il censo, però in veste essenzialmente decorativa, senza nessuna vera, vigorosa funzione organica.
.. Senza fermarsi sui dettagli, è chiaro che un sistema di tal genere supererebbe le aberrazioni della democrazia assoluta e della partitocrazia repubblicana e nella monarchia esso avrebbe la sua naturale integrazione. Qui la monarchia non sarebbe qualcosa di eterogeneo, quasi residuo di un altro mondo, sovrapposto al sistema parlamentare corrente. Pertanto, di rigore, il problema della monarchia rientra in un problema più vasto, quello del ridimensionamento « ri voluzionario » dell'intero Stato moderno.
.. Ma per le funzioni della monarchia che abbiamo cercato di tratteggiare, per potere, essa, non soltanto « regnare » ma aver anche una parte attiva — più o meno determinante a seconda delle circostanze — nel « governo », è chiaro che sarebbe necessaria una particolare qualificazione del sovrano non solamente sul piano del carattere, secondo la severa educazione tradizionale dei prìncipi, ma anche in fatto di competenza, di conoscenze e di esperienza. Ciò è reso necessario dal carattere sia dell'epoca che dello Stato moderno. Suggestiva è l'antica concezione estremo-orientale del wei-wu-wei, dell'«agire senza agire» regale, alludente non ad un'azione materiale diretta ma ad una azione « per presenza », come centro e potere quintessenziato. Questo aspetto, pur mantenendo la sua intrinseca validità nei termini dianzi accennati, quando, come nei tempi attuali e probabilmente, ancor più, come in quelli che si preannunciano, tutto è in moto e le forze tendono ad uscire dalla loro òrbita normale, ha bisogno di venire integrato, pur badando bene che per tal via esso non sia menomato. Come abbiamo detto, in altri tempi nel monarca il simbolo poteva anche avere la preminenza sulla persona; dato il clima generale e data la forza di una lunga tradizione e di una legittimità, esso poteva non venire pregiudicato dagli aspetti soltanto umani della persona che nell'uno o nell'altro caso lo incarnava. Se oggi o domani si dovesse venire ad una restaurazione monarchica, ciò non sarebbe più possibile: il rappresentante dovrebbe essere al massimo all'altezza del principio, non per una ostentazione della persona, anzi pel contrario. Dovrebbe avere le qualità anche di un vero capo, di un uomo capace di reggere lo scettro altrimenti che simbolicamente e ritualmente. Una tale qualificazione ai nostri giorni non può essere solamente quella delle epoche delle dinastie guerriere. Le doti di carattere, di coraggio e di energia, pur restando la base essenziale, dovrebbero unirsi a quelle di una mente illuminata e di conoscenze politiche essenziali, adeguate alla struttura complessa di uno Stato moderno e delle forze in atto nella civiltà contemporanea.
.. Il declino dei regimi tradizionali ha avuto due cause le quali hanno agito solidarmente ancor prima che vi si aggiungesse il clima materialistico della civiltà moderna e della società industriale. Da una parte, in alto vi è stata appunto la crescente incapacità di incarnare completamente il principio specie quando le strutture generali cominciavano a scricchiolare; dall'altra, in basso, si è avuto il venir meno, nei popoli divenuti più o meno « masse », di una determinata sensibilità, di certe capacità di riconoscimento. Pertanto la possibilità di una restaurazione monarchica subisce una duplice ipoteca, ed appare condizionata dalla rimozione di entrambi i fattori negativi. Sarebbero richiesti, da una parte, sovrani che non debbano il loro prestigio soltanto alla loro sopraelevata posizione, al simbolo che li adombra, ma che siano anche capaci di far fronte ad ogni situazione come esponenti di una idea e di un potere superiore. Dall'altra parte, occorrerebbe quel mutamento del livello mentale e morale generale delle masse, di cui non ci siamo stancati di sottolineare la necessità.
.. Al giorno d'oggi, l'una e l'altra condizione appaiono ipotetiche. Ma se non si deve venire alle conclusioni, essenzialmente negative, da trarre da studi sulla monarchia nello Stato moderno, come quello intrapreso dal Loewenstein; se essa non deve essere considerata unicamente come un istituto che, pallida ombra di quel che la monarchia è stata, è ora quasi interamente privo del suo significato e della sua essenziale ragion d'essere, non vi è altro modo di impostare il problema. Conviene dunque ripetere che il destino della monarchia appare essere, in un certo modo, solidale con quello dell'intera civiltà moderna e più propriamente dipende da quella che potrà essere la soluzione di una crisi la quale, come appare da indizi molteplici, di quella civiltà sta investendo le stesse fondamenta.