Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

Visualizzazione post con etichetta Euro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Euro. Mostra tutti i post

sabato 27 aprile 2013

Euroscettici e populisti


di Fabio Calabrese



Io ho compiuto da poco sessant'anni, e non credo quindi di dovermi considerare decrepito, non in questa Italia di oggi che ha rieletto alla presidenza della repubblica un giovanotto ottantottenne, tuttavia in certi momenti mi capita di sentirmi un uomo di un'altra epoca.

In particolare, mi rendo conto che quello che è anacronistico, è il mio atteggiamento verso la politica: per me occuparmi (e preoccuparmi) di politica significa interessarmi delle sorti della comunità di cui tutti facciamo parte, un dovere civile e non, come avviene perlopiù oggi, un'occasione di profitti e interessi più o meno leciti.

Il precedente articolo che ho inviato a “Ereticamente” è stato dedicato a un fatto importante nella cronaca delle nostre disgrazie, la rielezione del presidente della repubblica, e adesso non vorrei tornarci su se non per un ultima osservazione: sarà stato prudente affidare la suprema carica dello stato a un giovanotto forse non abbastanza esperto, uno sbarbatello nemmeno novantenne?

Il teatrino della politica spicciola l'ho definito un immondezzaio, e – credetemi – è con ogni probabilità il termine più gentile che avrei potuto adoperare per questo vermicolante intreccio di giochi di potere, personalismi, interessi privati e inconfessabili che sta pesando sempre più su tutti noi e sta portando a fondo questa povera nazione.

Svolto ancora una volta questo increscioso compito, forse è il momento di concederci di tornare a considerare qualcosa di portata più vasta e meno immediata, di ripassare per così dire i fondamentali.

Un punto che io penso che emerga con molta chiarezza dalle cose che ho pubblicato finora su “Ereticamente”, è che mi potrei definire con ogni probabilità un patriota europeo. In quella parte di scritti in cui mi sono occupato in particolare di temi storici e archeologici (i quattro capitoli di “Ex oriente lux” in particolare, ma un po’ tutto lo spazio che ho dedicato a queste tematiche), ho perorato, lo ammetto non senza passionalità, la creatività e l’originalità del nostro continente in contrapposizione al mito di una derivazione della civiltà da oriente e dal Medio Oriente, la cui importanza siamo portati a sopravvalutare – a mio parere – in conseguenza della diffusione di una religione di origine mediorientale alle nostre latitudini.

La questione è POLITICA, e lo è in una misura maggiore di quanto non sembri, non solo perché ritrovare il senso e l’orgoglio della nostra identità di uomini europei, è il primo passo per l’autodifesa di questa identità oggi minacciata dal mondialismo e dal meticciato multietnico conseguente all’immigrazione, ma anche perché è proprio dall’enfatizzazione biblica che i nostri dominatori a stelle e strisce, il “nuovo Israele” d’oltre oceano, traggono la loro malriposta arroganza, e sarebbe importante essere consapevoli per prima cosa che noi figli d’Europa valiamo immensamente più di loro.

In altri miei scritti, e anche questo è molto chiaro, ho assunto apertamente quell’atteggiamento che viene oggi definito “euro-scettico” bollando in maniera pesante le istituzioni cosiddette europee come una macina al collo per noi e per gli altri popoli d’Europa, causa diretta della pesantissima crisi economica che stiamo vivendo oggi attraverso l’imposizione di politiche di bilancio e fiscali vessatorie, quelle stesse di cui da noi Mario Monti è finora stato il più eccellente interprete.

Dov’è la contraddizione, se c’è?

La contraddizione non si trova nei miei scritti ma nell’Europa o in ciò che oggi passa per tale perché occorre averlo ben chiaro: LA UE NON E’ L’EUROPA, non rappresenta affatto i popoli del nostro continente, non ne tutela gli interessi, non si preoccupa del loro futuro, al contrario, è un organismo la cui finalità è quella di togliere agli Europei ogni futuro.

Le istituzioni che compongono la cosiddetta “Unione Europea” sono di fatto inconsistenti ad eccezione della BCE, al punto che al posto di UE potremmo dire per l’appunto BCE e le cose non cambierebbero di una virgola nella sostanza. A sua volta, attraverso un meccanismo di scatole cinesi, la BCE la cui titolarità è condivisa da sedicenti banche centrali nazionali con quote sempre più rilevanti di capitale privato, la cosiddetta Banca Centrale Europea che attraverso la creazione dell’euro si è impadronita della sovranità monetaria e quindi dell’effettiva sovranità degli stati europei (non c’è niente da fare: “pecunia mundum administrat” dicevano certi nostri antenati più svegli di noi) è un organismo PRIVATO nelle mani del grande capitale finanziario internazionale che, grazie a una serie di diktat economici si sta impadronendo della ricchezza prodotta dal lavoro dei popoli europei, ci sta progressivamente DISSANGUANDO E STRANGOLANDO.

Proprio se vogliamo avere un futuro come italiani e come europei, dovremmo contrastare queste cosiddette istituzioni “europee” con ogni mezzo e cercare di recuperare innanzi tutto la sovranità monetaria uscendo dalla trappola euro, ma questa bugiarda democrazia fatta apposta per calpestare il popolo presunto “sovrano”, di mezzi per difenderci ce ne lascia ben pochi.

Non si può d’altra parte sottacere la piena sintonia fra questa oppressione economica verso i popoli del Vecchio Continente e l’oppressione politica e militare di cui essi sono oggetto da parte degli USA. Il depauperamento economico dell'Europa è solo una parte di un piano teso ad annientarla, l'altra parte riguarda la sostituzione dei popoli europei con un'ibrida accozzaglia multietnica a immagine e somiglianza degli “States” (dove oggi gli americani di stirpe bianca e di origine europea sono sul punto di diventare una minoranza) di cui l'Europa dovrebbe diventare una sorta di immensa periferia, nella logica dell'eliminazione di tutte quelle differenze storiche, culturali, antropologiche, politiche che potrebbero ostacolare la trasformazione del nostro mondo in un unico mercato planetario.

A questo riguardo, diciamolo ancora una volta in breve e con molta chiarezza nella speranza di sgombrare il campo dagli equivoci che ancora esistono nei nostri ambienti. Ai tempi della Guerra Fredda, quando esisteva l'Unione Sovietica, essere “atlantici”, “filo-occidentali” pareva una scelta quasi obbligata, e non ha senso stare ora a polemizzare postumi con leader storici che non sono più fra noi, come Giorgio Almirante e Pino Rauti, ma essere filo-americani OGGI, a più di vent'anni dalla scomparsa dell'Unione Sovietica ha ancora meno senso, e dimostra solo la vischiosità mentale di certe persone incapaci di capire che i tempi cambiano.

Si sente parlare spesso di mondialismo e globalizzazione e i due termini sono spesso usati in modo intercambiabile come sinonimi, ma in realtà le cose non sono esattamente così. Per globalizzazione si intende il fatto che ormai il nostro pianeta, a causa dello sviluppo dei mezzi di comunicazione, costituisce un sistema interdipendente in tutte le sue parti (anche se non pienamente integrato) dove nessuno può più permettersi il lusso di vivere in aree protette, ma è in diretta competizione con tutti gli altri.

Poiché sul mercato globale tocca comunque starci, il problema è se starci in una posizione di forza o di debolezza. Noi oggi abbiamo sotto gli occhi due esempi opposti, quello dei Paesi nord-europei che avendo investito nelle produzioni ad alta tecnologia, possono guardare al futuro con relativa tranquillità almeno sotto quest’aspetto, e quello dell’Italia che avendo investito nella bassa tecnologia, nel manifatturiero, nella piccola industria, nell’artigianato, non è in grado oggi di resistere alla concorrenza del Terzo Mondo dove i costi della manodopera sono bassissimi.

Se andiamo a vedere le cause dello svantaggio che ci troviamo oggi a patire, possiamo individuare abbastanza facilmente le responsabilità: lo sfascio della scuola prodotto dalla sinistra a partire dal ’68 che ci ha privati di quelle eccellenze intellettuali a partire dalle quali sarebbe dovuta venire l’innovazione, l’avversione per ogni forma di cultura “tecnocratica” come si diceva in anni non lontani, il famoso referendum sul nucleare che facendo lievitare i costi dell’energia, ci ha costretti a importare energia elettrica prodotta dai nostri vicini con centrali nucleari piazzate sui nostri confini, e ci possiamo mettere pure lo sfascio di un’azienda tecnologicamente di punta a livello internazionale come era la Olivetti di Ivrea operato (ma che strano!) da Carlo De Benedetti, il grande sponsor della sinistra. Se un giorno si cercherà di fare il conto dei danni che la sinistra ha arrecato all’Italia, stimarli sarà molto difficile, ma sopravvalutarli impossibile.

Oltre tutto, si tenga presente che essere contrari alla globalizzazione, voler mantenere delle aree economicamente separate, ma essere favorevoli al mondialismo, cioè alla società multietnica, non risponde a nessuna logica, è il massimo dell’assurdità; sarà per questo che la sinistra “no global” è subito diventata il ricettacolo del teppismo più violento e inconsulto, la cui dialettica e propositività arriva al massimo a sfasciare vetrine e incendiare cassonetti.

Il mondialismo è un’altra cosa; perché si arrivi alla società multietnica non bastano i progressi dei mezzi di comunicazione, occorre che si creino forti disparità economiche fra le diverse aree del pianeta in modo da indurre grandi masse umane a migrare da un continente all’altro, ed è proprio questo, certamente voluto e pianificato, che oggi abbiamo sotto i nostri occhi, l’assalto delle masse “colorate” del Terzo Mondo contro il mondo prospero (non per dono del Cielo, ma grazie alla creatività e al lavoro dei suoi cittadini) “bianco”, europeo, lo stesso che Oswald Spengler aveva intuito ottant’anni fa si sarebbe potuto verificare se l’Europa avesse, come è successo, perso il controllo del proprio destino.

“Mondialismo” ha anche un’altra accezione, quella di vera e propria ideologia di quanti auspicano la scomparsa di popoli, etnie e culture nel mescolamento e imbastardimento mondiale, i “campioni” di questa ideologia sono in genere “sinistri” e cattolici. Forse costoro non si rendono conto che, essendo i popoli europei in declino demografico, essendo stati COSTRETTI al declino demografico, ed essendo i loro amichetti “colorati” buoni soprattutto a figliare, quel che costoro auspicano e aspettano con gioia, è la sparizione della loro gente.

Dai “compagni” “global” o “no global” che siano, che hanno cercato di propalare per “il paradiso dei lavoratori” le più atroci tirannidi della storia e a cui, a vent’anni di distanza la dissoluzione per implosione dell’Unione Sovietica, del crollo del sistema comunista sotto il suo stesso peso, vittima della propria incapacità di produrre altro che oppressione e miseria, non ha insegnato nulla, siamo abituati ad aspettarci di tutto tranne un pensiero intelligente, ma riguardo ai cristiani è probabilmente il caso di dire due parole di più. Io non credo che la spiccata vocazione terzomondista che oggi dimostra la Chiesa cattolica dipenda SOLO dal fatto che ormai essa è costretta sempre di più a reclutare gli appartenenti al clero nel Terzo Mondo, fra genti culturalmente deprivate, c’è di mezzo un atavico spirito antieuropeo rimasto per secoli e secoli sottotraccia e riemerso con quel ritorno alle origini che fu il Concilio Vaticano Secondo.

Le conseguenze del mondialismo o terzomondismo le abbiamo sotto gli occhi, e sono estremamente gravi:

Queste persone accordano a immigrati e rom, individui perlopiù parassitari, il cui campo di attività economica va dall'accattonaggio alla micro-criminalita, allo spaccio di stupefacenti, alla prostituzione, tutta una serie di privilegi che vanno dall'accesso agli alloggi popolari, al pagamento delle bollette da parte dei comuni, all'accesso privilegiato agli asili nido, e questo quando i nostri lavoratori perdono il lavoro e non trovano casa, quando i nostri pensionati dopo una vita di lavoro sono costretti a frugare nei bidoni delle immondizie.

Se si osa dire qualcosa, protestare contro questo scempio, si viene subito tacciati di razzismo ma, mettiamocelo bene in testa una volta per tutte: I RAZZISTI SONO LORO, i mondialisti, i terzomondisti che discriminano la popolazione italiana nativa.

Io dovrei fare ancora una volta il nome di una campionessa di diritti umani, cioè di una campionessa di violazione dei diritti umani, di discriminazione ai danni della popolazione italiana nativa, la grande amica di immigrati e rom, la presidente della Camera Laura Boldrini.

Ora, a proposito di questa signora(?) vorrei essere franco e schietto: nel mio precedente articolo mi è toccato nominarla due volte, come esempio di una persona che non deve la sua carriera politica a meriti personali ma al fatto di essere la figlia di uno dei più feroci capi partigiani, il non certo compianto Arrigo Boldrini, e come esempio di quei “compagni” radical-chic più a loro agio con l'inglese che con l'italiano (ma come sono coerenti queste famiglie di comunisti di piombo!). Questo potrebbe facilmente generare l'impressione che io ce l'abbia in maniera particolare con costei, il che non è. Ce l'ho con questa persona tanto quanto ce l'ho con la classe politica di cui fa parte e che degnamente rappresenta. Io non dirò, non voglio dire che questi dirigenti (sedicenti ex) comunisti abbiano lo stesso valore dello sterco, perché lo sterco almeno è utile per le concimazioni. 

Mario Monti, sedicente presidente del Consiglio e in realtà proconsole in Italia della BCE è un uomo che in altre epoche (meno civili? E’ questione di punti di vista) sarebbe stato impalato a furor di popolo per le persone che la sua politica ha ridotto sul lastrico e spinto al suicidio, ma un microscopico merito glielo riconosciamo, quello di aver riportato di attualità la parola “populismo”, una parola che offre lo spunto per un’interessante analisi che ci fa capire cosa ci sia realmente dietro quell’altra parola-totem che tutti si prosternano ad adorare: “democrazia”.

“Populista” nel lessico montiano è sinonimo di euroscettico, anti-europeista, cioè di coloro che si oppongono alla spoliazione dei popoli europei da parte degli usurai della BCE di cui lo stesso Monti è uno zelante servitore. E’, come vedremo, una terminologia non inappropriata.

I primi a essere chiamati populisti furono gli esponenti di un movimento russo della fine del XIX secolo che si proponevano di riformare l’impero zarista e prendevano le parti dei contadini (che costituivano l’immensa maggioranza del popolo russo) proponendosi di dare loro, oltre che libertà e diritti, la realizzazione del sogno atavico della proprietà della terra. I bolscevichi li combatterono ferocemente e dopo la rivoluzione d’ottobre, i contadini si trovarono, in luogo del feudalesimo, il sistema dei kolkhoz,  vedendo il loro antico sogno di essere proprietari della terra che coltivavano, rimandato a chissà quando.

A pensarci bene, il simbolo comunista della falce e martello nasconde un’ipocrisia mostruosa, perché i contadini, la gente delle campagne simbolizzata dalla falce, il comunismo li ha sempre combattuti, privati di diritti, emarginati, perseguitati. Stalin perseguitò la classe contadina al punto tale da far crollare quello che fino al 1917 era stato il granaio d’Europa al disotto del limite dell’autosufficienza alimentare.

Nel corso del XX secolo il termine è stato usato per designare vari movimenti sudamericani di socialismo non marxista, poco curante della democrazia formale e spesso con contenuti fortemente nazionalisti. Certamente in questo filone populista rientra il movimento giustizialista argentino di Juan Domingo Peron, parallelo ma non identico ai fascismi europei, e vi rientra anche il movimento venezuelano di Hugo Chavez.

La crisi economica o per meglio dire il saccheggio delle risorse degli Europei da parte degli usurai della BCE ha finito per re-importare questo termine in Europa per intendere in senso dispregiativo da parte dei commessi di questo regime sovranazionale coloro che, in spregio alle regole della democrazia, osano schierarsi dalla parte del popolo depredato e sofferente, ad esempio come populista è stato designato il movimento ellenico “Alba dorata”.

Con ogni probabilità, c’era bisogno di questo termine. A volte il linguaggio politico sembra seguire le regole di un'apparente casualità. Anni fa, un noto conduttore di programmi televisivi fu attaccato da un critico che definì una sua trasmissione nazional-popolare, intendendo con ciò quel genere di trasmissioni che incontrano il gradimento del pubblico ma fanno storcere il naso alla critica paludata.

“Vorrà dire”, rispose il conduttore piccato nel corso di una diretta televisiva, “Che d'ora in poi farò solo trasmissioni regionali e impopolari”.

Comunque sia, questa espressione, “nazional-popolare” deve aver colpito la fantasia, è piaciuta ai nostri ambienti che l'hanno variamente utilizzata in un senso che è sostanzialmente lo stesso di quel che dopo le esternazioni montiane si definisce populismo.

Perché il populismo dovrebbe essere un pericolo per la democrazia? “Democrazia” non significa per l'appunto secondo l'etimologia greca della parola, “potere popolare”? I conti non tornano, c'è qualcuno che bara.

A barare sono appunto la democrazia e i democratici, perché se noi pensiamo che questo movimento, questa ideologia che forse sarebbe meglio chiamare “democraticismo” (così come parliamo di marxismo, liberismo, comunismo, ecc...) rappresenti davvero il potere e la sovranità popolare, siamo decisamente fuori strada. 

Questa constatazione ci permette di gettare uno sguardo in controluce su tre secoli di storia europea, nel corso dei quali una vasta cospirazione legata soprattutto alle associazioni segrete, in primis la massoneria, ha operato per strappare il potere alle antiche élite aristocratiche, non per creare il potere popolare ma per sostituirsi ad esse, servendosi del malcontento e delle rivolte popolari, ma considerando il popolo unicamente un'utile massa di manovra e pronta a reprimerlo brutalmente quando si facesse inutile o pericoloso. Anche il nostro risorgimento è passato attraverso queste forche caudine (vi rimanderei alla lettura del mio saggio “Il grande equivoco” pubblicato sul n. 70 de “L'uomo libero”) e difatti tutte le volte che il popolo non andava nella direzione voluta dalla cospirazione democratica-liberal-massonica, scattava la repressione più feroce: ne sono la repressione dell'insurrezione contadina di Bronte e soprattutto la spietata repressione della rivolta delle plebi meridionali pochi anni dopo l'unità italiana sbrigativamente etichettata come brigantaggio.

“Democrazia”, liberalismo e massoneria hanno avuto un peso determinante nel travolgere l'Europa nella tragedia delle due guerre mondiali, soprattutto in conseguenza del fatto che la Grande Guerra non portò loro quell'affermazione planetaria che costoro avevano sperato, ma all'emergere, per loro del tutto imprevisto, dei movimenti fascisti che hanno rappresentato la resistenza dell'Europa al destino di decadenza che le si voleva imporre.

Oggi i discendenti di costoro hanno costruito “la loro” Europa per finire di dissanguare i popoli europei. 

Io credo che non abbiamo alternative se non quella di resistere in ogni modo e con ogni mezzo. Euroscettici e populisti, di certo porteremo queste etichette senza vergogna.
     
    

venerdì 26 aprile 2013

Roger Bootle e la guida pratica per uscire dall’Euro


di Luca Cancelliere


Nel dibattito che dopo anni di silenzio e di conformismo, con il precipitare della crisi economica in Europa, ha cominciato a svilupparsi anche in Italia a partire dal 2011 sulle prospettive della valuta europea e sull’opportunità del suo mantenimento, i sostenitori dell’uscita dall’Euro hanno dovuto da subito affrontare tutta una serie di pregiudizi che, lungi dal poggiare su una solida base scientifica, hanno il loro fondamento soprattutto in paure irrazionali.  Queste paure, verosimilmente diffuse ad arte per ovvie ragioni politiche connesse alla nostra appartenenza (ma sarebbe più corretto dire: sudditanza) all’Unione Europea e all’area valutaria dell’Euro, sono state il cavallo di battaglia della propaganda governativa e dei mezzi d’informazione di massa. Politica, stampa e televisione hanno cercato di convincere gli Italiani da un lato dell’indispensabilità della politica di austerità portata avanti dal governo Monti dal novembre 2011 alle elezioni del 24-25 febbraio scorsi, nonostante l’evidente insuccesso di un governo che, deprimendo la domanda aggregata, ha peggiorato sensibilmente tutti i dati macroeconomici della nostro sistema economico, dal rapporto debito/PIL, all’indebitamento estero, alla produzione nazionale, alla bilancia dei pagamenti, alla crescita del tasso di disoccupazione. 


D’altro canto, con fanatismo irrazionale e misticheggiante e zelo degno di una setta pseudoreligiosa, i più accessi propagandisti dell’europeismo anti-italiano hanno sostenuto addirittura l’irreversibilità storica del processo di unificazione europea, concepito come “destino manifesto” e ineluttabile dei riluttanti popoli del vecchio Continente. Le principali forze politiche, non paghe del disastro prodotto dall’introduzione dell’Euro da una parte, dei vincoli e oneri derivanti da patto di stabilità, “fiscal compact” e meccanismo europeo di stabilità dall’altra, anche nella recente campagna elettorale per le elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013 si sono distinte per la pedissequa e conformista adesione a quello che ormai viene chiamato il “partito unico dell’Euro”.

Questo mentre la migliore dottrina economica italiana e internazionale (a cominciare dall’economista statunitense e premio Nobel Krugman) individua con sempre maggiore convinzione nella stessa esistenza dell’area valutaria “non ottimale” (secondo l’accezione data da Mundell) dell’Euro la causa ultima della crisi delle economie della periferia dell’unione monetaria, che nel suo svolgimento segue le fasi descritte in linea teorica da Frenkel nel suo “ciclo” (crescita del debito estero, crisi del settore finanziario privato, conseguente crisi del debito pubblico e infine collasso dei conti pubblici). Queste nozioni, che per segua le dichiarazioni dei maggiori economisti internazionali e la stampa dei paesi non appartenenti all’area dell’Euro (in particolare di lingua inglese), nonché la meritoria attività di studio e di divulgazione portata avanti dalla generazione  (Bagnai, Zezza, Borghi Aquilini, Fantacci, etc.) sono assolutamente pacifiche già dalla fine degli anni ’90.

Le recenti vicende di Cipro, della Polonia, del Belgio e dell’Irlanda sembrano confermare che la crisi dell’area Euro è ormai irreversibile. La miopia e il cinismo con cui, nonostante il catastrofico precedente greco, la Germania e i paesi satelliti dell’Unione Europea stanno proponendo un “piano di salvataggio” immancabilmente destinato a colpire i risparmiatori e a salvare gli speculatori, nonché a gettare Cipro in una crisi irreversibile, fa comprendere come l’Unione Europea sia ormai diventata estremamente pericolosa per la vita dei popoli che hanno la disgrazia di farne parte. Il governo polacco, come già in precedenza quello bulgaro, ha dichiarato che il processo con cui la Polonia avrebbe dovuto abbandonare la propria valuta  nazionale per entrare nell’unione monetaria europea è sospeso fino a nuovo ordine almeno per i prossimi due anni. Saggia decisione, soprattutto alla luce del fatto che nonostante la crisi degli ultimi anni, il debito pubblico e la capacità produttiva della Polonia sono perfettamente sotto controllo. Il governo belga ha aperto una procedura di infrazione contro la Germania per “dumping sociale”, ovvero ha denunciato le pratiche lesive della concorrenza con cui la Germania, approfittando dell’impossibilità per gli altri Stati dell’unione valutaria di riequilibrare la bilancia dei pagamenti mediante svalutazioni, cerca di incrementare la propria posizione di vantaggio mediante la riduzione del costo del lavoro interno, quindi a danno dei propri stessi lavoratori. Il governo irlandese, infine, ha annunciato che scambierà le cambiali possedute dalla Banca d’Irlanda con titoli del debito pubblico ultratrentennali, infischiandosene dell’art. 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che impedisce alle banche centrali dell’area Euro di finanziare i rispettivi governi. A ben vedere, è quello che accadeva anche in Italia fino al famoso divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro avvenuto nel 1981, che fu una delle scelte più sciagurate della politica economica della storia repubblicana. Giustamente Stefano D’Andrea, Professore della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Viterbo e presidente dell’A.R.S. (Associazione Riconquistare la Sovranità), ha osservato che è da un preventivabile stillicidio di prese di posizione unilaterali come queste, e non da procedure formali adottate secondo la lettera dei trattati europei, che è lecito attendersi  il graduale sgretolamento dell’area valutaria dell’Euro e più in generale dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea.

Purtroppo, si deve constatare che un numero ancora troppo consistente dei nostri connazionali, che non ha accesso alla letteratura specializzata in lingua inglese e deve accontentarsi della propaganda diffusa dai notiziari televisivi e dalle prime pagine dei quotidiani di maggiore diffusione, è convinta dell’inevitabilità di tutta una serie di fantomatici e improbabili inconvenienti (isolamento economico, inflazione galoppante,  rivalutazione del debito, difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime, etc.) che si manifesterebbero all’indomani dell’uscita dell’Italia dall’unione monetaria europea. Nell’estate 2012, l’economista britannico Roger Bootle ha vinto il “Wolfson Economic Prize”, competizione a cui hanno partecipato 425 economisti e il cui tema era la proposta di uno strategia sicura di uscita dall’Euro per i paesi in crisi, con il suo interessante studio, “Leaving the Euro: a practical guide”. In questo documento, è possibile reperire tutte le risposte scientifiche necessarie a fugare i timori irrazionali sull’uscita dall’Euro. Roger Bootle, britannico, classe 1952, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso è emerso come uno dei più convincenti  analisti economici contemporanei.  Dopo gli studi a Oxford ha intrapreso la carriera accademica, sempre nella prestigiosa città universitaria, presso il St. Anne’s College, per poi svolgere il ruolo di analista economico per vari gruppi bancari privati (Capel Cure Myers, Lloyd’s Merchant Bank, etc.) e infine capo della società di consulenza Capital Economics.

Nel suo studio Bootle prospetta che gli Stati interessati, a seguito di una decisione assunta in totale segretezza con un mese di anticipo dai propri governi, dovrebbero uscire dall’Euro dando all’Unione Europea e agli altri Stati membri, alla Banca Centrale Europea e alle istituzioni finanziarie internazionali un preavviso di soli tre giorni, possibilmente il venerdì in coincidenza con la chiusura delle Borse.  In nessun modo l’uscita dall’Euro comporterebbe la contestuale uscita dall’Unione Europea, anzi sarebbe sconsigliabile farlo in quel momento, a prescindere da ogni eventuale valutazione politica successiva. I flussi finanziari con l’estero dovrebbero essere immediatamente chiusi per evitare fughe di capitali. Mentre si provvederebbe a rifornire il sistema bancario della nuova valuta nazionale appena stampata dalla Zecca, nel brevissimo termine e solo per le piccole transazioni si potrebbe autorizzare l’uso provvisorio dell’Euro. La banca centrale, peraltro, dovrebbe immediatamente trasferire liquidità nel sistema bancario nazionale per garantire la funzionalità di tutte le transazioni economiche e l’effettività del corso legale della nuova valuta. Potrebbe presentarsi la necessità di nazionalizzare le banche, provvedimento che secondo chi scrive rivestirebbe non solo una funzione emergenziale, ma anche un’auspicabile svolta di lungo periodo nell’approccio stesso che lo Stato dovrebbe avere alla politica economica.

Il cambio tra la nuova valuta e l’Euro dovrebbe essere di uno a uno. Lo stesso debito pubblico dovrebbe essere ridenominato nella nuova moneta. Chiaramente la prospettiva di una svalutazione della nuova moneta, inizialmente emessa con parità uno a uno rispetto all’Euro, sarebbe più che probabile nell’immediatezza dell’uscita dall’Euro, in una misura che secondo  gli analisti potrebbe essere del 40% per Grecia e Portogallo, del 30% per Italia e Spagna e del 15% per l’Irlanda. E’ del tutto evidente che per i soggetti economici (famiglie e imprese) interni al sistema Italia, non ci sarebbe perdita di valore delle retribuzioni e dei cespiti, nella misura in cui le attività dei suddetti soggetti, svalutandosi tutte nella medesima misura, manterrebbero tra di loro lo stesso rapporto. Nei confronti dell’estero, invece, la svalutazione favorirebbe da un lato le esportazioni, dall’altra renderebbe meno convenienti le importazioni e più convenienti gli acquisti di beni e servizi interni, incentivando quindi la ripresa produttiva e occupazionale. Contestualmente, le maggiori esportazioni comporterebbero una maggiore richiesta della nuova valuta nazionale e una sua conseguente rivalutazione, secondo quel meccanismo naturale dell’economia che è stato inopinatamente abbandonato dagli Stati che hanno optato per tassi di cambio fissi o addirittura per una unione monetaria. Di conseguenza, dovrebbe essere accettata la libera fluttuazione dei cambi. Una stretta vigilanza sulle eventuali conseguenze di tipo inflattivo che potrebbero verificarsi, anche se il precedente della svalutazione della Lira nel 1992, che fu circa del 30% e produsse un incremento dell’inflazione assai contenuto, induce a un realistico ottimismo.

La svalutazione del tasso di cambio, è stato osservato, potrebbe aumentare il debito reale. E’ norma riconosciuta del diritto internazionale generale la c.d. “lex monetae”, in base alla quale ciascuno Stato ha la piena potestà di stabilire la valuta avente corso legale nel proprio territorio. Il Codice Civile italiano, ad esempio, stabilisce che ogni debito possa essere saldato nella valuta avente corso legale nello Stato alla data della scadenza del debito, al tasso di cambio vigente alla suddetta data. Chiaramente, in caso di svalutazione della nuova moneta nazionale rispetto all’Euro, potrebbe verificarsi un aggravio di spesa per il debitore, ma lo stesso Codice Civile richiama la possibilità che leggi speciali disciplinino diversamente la materia. Alberto Bagnai ha prospettato che lo Stato potrebbe stabilire che il tasso di cambio con cui saldare il debito, originariamente denominato in Euro, nella nuova valuta, sia quello della data di adozione della nuova valuta, cioè di uno a uno tra questa e l’Euro. E’ la soluzione politicamente più probabile e in ultima analisi conveniente per gli stessi creditori, che senz’altro dovrebbero arrendersi al “factum Principis”, ovvero alla decisione dello Stato, e contestualmente avrebbero comunque la garanzia di un rientro dal proprio debito in misura inferiore a quella preventivata, ma certa e sicura. Bootle, nel suo studio, raccomanda agli Stati eventualmente interessati all’uscita dall’Euro di onorare i propri debiti nella massima misura possibile – e la soluzione prospettata da Bagnai andrebbe in quella direzione – dall’altra anche di intavolare negoziati con gli altri Stati per dirimere amichevolmente eventuali controversie che potessero insorgere in merito.

In buona sostanza, ormai non solo è evidente “cosa” occorre fare per salvare l’Italia dalla crisi, cioè uscire dall’Euro, ma è anche stato chiarito “come” farlo, e non è detto che il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Banca d’Italia, nelle loro segrete stanze, non abbiano già pronto quel famoso “piano B” di cui parlava l’illustre economista cagliaritano Paolo Savona. E’ ora compito della politica trovare la volontà e l’energia per restituire al nostro Stato Nazionale l’indipendenza e la sovranità, in primo luogo monetaria, necessarie alla sua sopravvivenza.

(Rivista Excalibur, n. 73, Aprile 2013 - Cagliari)

sabato 23 marzo 2013

La Grecia: “il grande successo dell’euro” secondo gli eurocrati


di Michele Rallo

La situazione in Grecia è già precipitata da qualche mese. Ma la stampa europea non ne ha praticamente fatto cenno, perché non bisognava avvantaggiare i partiti populisti prima delle elezioni italiane e delle prossime elezioni tedesche. In Grecia – si ricorderà – dopo un risultato elettorale che aveva premiato le forze populiste (di destra e di sinistra), sono state indette nuove elezioni all’insegna di una propaganda di regime che mirava a terrorizzare gli elettori: se prevarranno ancora i populisti la Grecia sarà espulsa dall’Unione Europea e precipiterà nel caos.

I greci – come si sa – hanno abboccato all’amo e sono tornati a votare per i partiti europeisti. Risultato: è stato creato un governo “responsabile” che ha accettato le ricette iugulatorie della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale. E il caos – quello vero, quello destinato a durare ben più di qualche mese – è arrivato. In Grecia – anche se la stampa “indipendente” si guarda bene dal darne notizia – siamo agli assalti ai supermercati, siamo alla caccia all’immigrato accusato di “rubare” ai greci non più un lavoro (che non c’è) ma un piatto di minestra alla mensa dei poveri, siamo alla fame vera, con i bambini che svengono in classe per la denutrizione, siamo alla scomparsa della sanità pubblica, con fasce sempre più larghe di cittadini ellenici che ricorrono per le cure alle ONG, cioè alla carità, siamo addirittura alla vendita di pezzi di territorio nazionale agli stranieri: un intero arcipelago (le sei isole delle Echinadi) è stato ceduto all’emiro del Qatar per un piatto di lenticchie, 8 milioni e mezzo di euro, il prezzo di una azienda agricola italiana di media grandezza.
Perché questo? Perché in Grecia (e a Cipro, un pezzo di Grecia che la diplomazia occidentale vuole forzatamente mantenere divisa dalla madrepatria) le ricette europee in salsa tedesca hanno portato alle uniche conseguenze logicamente possibili: innanzitutto, un indebitamento progressivo cui – impossibilitato a battere una propria moneta – lo Stato deve far fronte indebitandosi ulteriormente con i mercati e con gli organismi europei che forniscono gli “aiuti”; e, come ulteriore conseguenza, un ricorso alla più crudele macelleria sociale per sottostare ai diktat di chi concede i prestiti a strozzo.
Di fronte a questa situazione, come dimenticare la cinica dichiarazione (ancor oggi reperibile su You Tube) che è stata resa ai microfoni de La 7 dal più autorevole eurocrate nostrano, il professor Mario Monti? Trascrivo fedelmente: «Oggi, secondo me, stiamo assistendo, non è un paradosso, al grande successo dell’euro. E qual è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro? La Grecia. (…) Quale caso di scuola si sarebbe mai potuto immaginare – caso limite – di una Grecia costretta a dare abbastanza peso alla cultura della stabilità e che sta trasformando sé stessa?»
Certo che la Grecia sta trasformando sé stessa: da nazione con un tenore di vita collocato nella fascia medio-alta delle classifiche mondiali, a nazione con una economia da paese sottosviluppato. La stessa trasformazione che attende l’Italia, se resterà ancora nell’Unione Europea.


Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione

mercoledì 6 febbraio 2013

La crisi dell’Euro nei programmi delle elezioni politiche del 2013



Fuggiamo dalla passiva accettazione dei luoghi comuni


di Luca Cancelliere


Il dibattito sulla politica economica in Italia si distingue per la scarsa attenzione ai problemi tecnici e per l’adesione conformistica alle tesi veicolate dai “mass media” nazionali, controllati dai gruppi economici legati alle oligarchie finanziarie internazionali. Prevale dunque l’accettazione passiva dell’europeismo più spinto, con lievi sfumature. Praticamente niente, pertanto, del dibattito che gli economisti italiani più avanzati (come Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini) sulla scorta dei risultati raggiunti dai più illustri studiosi internazionali(come Roberto Frenkel e Paul Krugman) hanno intrapreso sul fallimento annunciato dell’area Euro e sull’opportunità del ritorno alla Lira, è entrato nell’odierno dibattito politico elettorale.

L’alleanza di centro guidata dal Presidente dei Consiglio dei Ministri uscente, Mario Monti, è un caso di commissariamento diretto della politica italiana da parte dell’alta finanza internazionale, delle istituzioni europee e della Germania di Frau Merkel, senza intermediari. La coalizione tra lista Monti, UDC e FLI, a rigore, non può nemmeno essere considerata un soggetto politico “italiano” nel vero senso del termine.


Tra i soggetti politici tradizionali, il Partito Democratico (con gli alleati di “Sinistra Ecologia Libertà”), è oggi quello più conseguente e coerente nel perseguire la subordinazione dell'Italia al progetto euro-mondialista. Le radici di questo progetto, abbracciato dall’ex P.C.I. a partire dalla segreteria Occhetto, risalgono al 1948, quando a Washington il capo dell’O.S.S. (antenato dell’attuale C.I.A.) William Donovan fondò l’A.C.U.E. (American Committee for United Europe) e cominciò a finanziare i federalisti europei. Nello schieramento di centro-sinistra, pertanto, stanno i fautori più accesi degli ”Stati Uniti d’Europa”, tappa decisiva verso la futura integrazione euro-americana.

Per quanto riguarda la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, essa crollò nel 2011 per l’ostilità internazionale suscitata dalla sua politica sovranista filo-russa e filo-libica. Il voltafaccia contro Gheddafi, il sostegno al governo Monti e il voto a favore del “Fiscal Compact” hanno cancellato quella stagione. Non sorprendono, pertanto, le proposte programmatiche di “accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria, fiscale” e di rilancio del ruolo centrale della B.C.E. di Draghi con i fantomatici “eurobonds”. L’errore è pensare che l’Euro possa essere riformato: l’area Euro non è un’area valutaria ottimale, nel senso dato al concetto dall’economista Mundell.

L’economista argentino Frenkel ha dimostrato che gli squilibri della bilancia dei pagamenti tra le economie appartenenti a un’area valutaria non ottimale provocano una crisi finanziaria che si propaga dal settore privato a quello pubblico e porta quest’ultimo all’insolvenza. Esattamente quanto sta accadendo oggi, in misura diversa, all’Italia, alla Grecia, alla Spagna.

“Rivoluzione Civile” di Ingroia si dichiara “contro l’Europa delle oligarchie economiche e finanziarie”, contro il “Fiscal Compact” e per “l’abbattimento dell’alto tasso degli interessi pagati”. Propositi irrealizzabili senza la subordinazione delle banche, centrali e non, ai governi. La crescita del debito pubblico dal 62,40% del 1981 al 118,40% del 1993 fu l’effetto diretto del divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, avvenuto nel 1981, a seguito del quale la Banca d’Italia non fu più obbligata ad acquistare i titoli del debito pubblico non collocati sul mercato obbligazionario. Nel 1983, inoltre, fu abolito l’obbligo per gli istituti di credito privati di detenere una quota minima di titoli di Stato (“vincolo di portafoglio”). La conseguenza fu che lo Stato, per finanziarsi, dovette ricorrere esclusivamente al settore finanziario privato, concedendo tassi d’interesse molto più elevati e facendo esplodere la spesa per interessi passivi. Per abbatterli, lo Stato deve poter controllare la base monetaria.

Neanche il programma del “Movimento Cinque Stelle” di Beppe Grillo affronta minimamente la questione monetaria. Esso si limita ad auspicare la “riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi (…)”. In pratica, la politica del “Fiscal Compact”, che ha portato il rapporto debito/P.I.L. dal 119,9 del 2011 all’attuale 127,3%. I tagli alla spesa pubblica in fase di recessione, come è noto, deprimono la domanda aggregata e peggiorano ulteriormente il rapporto debito/P.I.L.. Mentre al contrario la politica economica dovrebbe essere anticiclica, cioè espansiva nelle fasi di recessione e restrittiva nelle fasi di crescita economica. E’ inoltre significativo che Grillo, il 22 settembre 2012, abbia esplicitamente negato qualsiasi proposito di portare l’Italia fuori dall’Euro. Si può concludere che forse ha ragione Alberto Bagnai a parlare di “partito unico dell’Euro”.

L’Europa vera non è quella della U.E. e della B.C.E., ma quella degli Stati Nazionali, che devono tornare a battere la propria moneta.


Excalibur n. 72 - Gennaio 2013
Periodico dell'Associazione Culturale "Vico San Lucifero" (Cagliari)
www.vicosanlucifero.it

Pagina 13