Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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martedì 11 giugno 2013

Rischiano di riuscirci. Pero’…



di Fabrizio Belloni

L’astensionismo dilaga.
I vecchi rottami partitocratrici berciano. Chi ha perso di meno fa la ruota e si consola con le poltrone. Partitocrazia maleodorante.
Chi ha perso imputa all’astensionismo stesso la caduta. Partitocrazia stupida.
I media esultano o funeraleggiano secondo gli umori dell’editore. Partitocrazia viscida e servile.

Nessuno sottolinea una verità, scomoda, micidiale, dirompente.

Se la Gente non va a votare alle politiche gli apparati faraonici (di funzionari o di soldi) dei partiti, fingono di non capire che la metà (di più, se si contano le schede bianche e nulle) degli Italiani li ha mandati al diavolo. Non sono stati capaci di rinnovarsi (né possono, per natura partitocratrica e arraffante) e l’offerta che propongono alla Gente viene sempre più rifiutata dal Popolo, che vede solo poltrone, soldi ammucchiati, benefici inconcepibili, incapacità di progettazione e di attuazione.

Sbavano di calo fisiologico, compatibile con le percentuali anglo sassoni; invece è un calo di consensi patologico, metastasizzato, irreversibile.

Se poi lo stesso calo si ha alle regionali,i servi partitocratrici biascicano di similitudine con le politiche, essendo la Regione organo lontano e non percepito (fatte salve la Val d’Aosta e il Trentino-Sud Tirolo).

Ma se va a votare quasi solo un romano su tre, se anche nei Comuni l’astensionismo deborda, vuol dire che si è rotto un meccanismo essenziale.

Il Comune è la bandiera, campanilistica, se volete, di ciascuno di noi. Se contenuto in logiche di affermazione e non di disprezzo, è e può essere anche positivo. Vivaddio non è solo la bandiera della squadra di calcio che dovrebbe unire.

Invece si è persa la sensibilità e l’amore della Comunità, che raccoglie le tradizioni, la cultura, le radici del nostro essere. Se si distrugge la Comunità ci avviamo ad una situazione micidiale: il nulla cosmico.

Fate mente locale: prima hanno distrutto la Famiglia, primo organo sociale. In mille modi: consumismo, televisione, pornografia, omologazione……

Il passo successivo è l’annientamento della Comunità, di quell’idem sentire e vivere che ha cementato per millenni le Genti.

E’ un piano studiato a tavolino e scientifico e viene da lontano.
Il passo successivo sarà la riunificazione di tutte le Società (cioè le singole sommatorie delle Comunità) in un unico coacervo di amebe grigie e tubi digerenti, sotto un unico Governo Mondiale. La globalizzazione (economica e finanziaria) e il mundialismo (politico e militare) ne sono gli strumenti.

E chi vuole tutto ciò? Cito il Talmud: “Tutti i re del mondo verranno strisciando a portare il loro oro ai piedi del popolo eletto”.

Se per propaganda sottile e martellante, se per paura di affrontare il vero, se per quieto vivere  (O Franza o Spagna purché se magna), se per insegnamenti subdoli, viscidi, tentacolari e bugiardi si è arrivati confondere il vero con il voluto (da altri), allora si merita di essere considerati nient’altro che “progenie di cane” (Talmud), bestie cioè.
Ma ci sono ancora tanti, sempre di più, che combattono, che si alzano in piedi, che non mollano e che non molleranno mai.

Servi? Mai.

Globalizzati e amebizzati? Mai.

Ora, domani, sempre il grido ritorna e diventa tuono: Europa, erwache! Europa, svegliati!


Fabrizio Belloni
Cell. 348 31 61 598
Lunedì 10 giugno 2013.

domenica 2 giugno 2013

Amministrative: tra i due litiganti il terzo non gode

di Michele Rallo


Lo aspettavano tutti: dopo il terremoto delle ultime politiche, dopo il boom del grillismo, dopo il governo delle larghe intese propiziato dal Quirinale.., dopo tutto questo, è finalmente arrivato il primo minitest elettorale: Roma e dintorni. L'interpretazione che di questo test danno la maggior parte dei media è — a modo loro — rassicurante. Cresce l'astensione, ma i partiti dovranno fare il loro dovere per "riavvicinare la gente alla politica"; il PD non registra l'atteso tracollo, quindi si può andare avanti con il governo Letta; il PDL non registra l'attesa avanzata, ma nessuno ne fa un dramma; batosta anche per la Lega, ma la cosa può tornare utile per renderla più malleabile; infine, a mo' di golosa ciliegina sulla torta — straperde Grillo, che — a detta delle veline del "politicamente corretto" — pagherebbe così il fio per non aver accettato la mano tesa del PD.


Provo a dare una interpretazione un po' più realistica di questo minitest. Prima considerazione: gli italiani contrari all'attuale gestione della politica e dell'amministrazione sono sempre di più; ma — per fortuna della classe politica — invece di votare "contro", hanno la dabbenaggine di non votare, favorendo così i soliti noti. Seconda considerazione: nella cordiale disfida fra PD e PDL, vince il primo. Perché? Perché ha amministratori più capaci, più credibili, spesso anche meno avvezzi a favorire gli amici e gli amici degli amici. La Lega ha perso l'autobus per trasformarsi da asfittica Lega Nord in una grande Lega Nazionale. L'onesto Maroni si è arroccato in una battaglia egoistica di retroguardia ("prima il Nord"), non rendendosi conto che, anche al Nord, sono sempre in meno a credere in una prospettiva sostanzialmente separatista.

E vengo alla ciliegina sulla torta: la "tramvata" dei grillini. Grillo ha perso innanzitutto per un problema di credibilità di certi candidati sindaci senza arte né parte. La gente, talora, ha preferito un maneggione ex-democristiano ma che sa far funzionare la complessa macchina di un Comune, ad un giovane di belle speranze ma di nessuna esperienza. Ma il Cinque Stelle ha perso anche per motivi politici. Certamente, degli elettori di sinistra lo hanno abbandonato per il mancato sostegno a Bersani; così come degli elettori di destra lo hanno abbandonato per le contumelie a Berlusconi. Essenzialmente, però, ha perso consensi perché è stato incapace di diventare il "partito alternativo" che gli italiani attendevano e attendono: non un partito di destra né di sinistra, ma "avanti". Certamente non un partito che delega le sue scelte ad un pugno di frequentatori dei social network, e nemmeno un partito che dà il meglio di sé quando si parla della diaria dei parlamentari. Ma un grande partito "populista", con una classe dirigente all'altezza della situazione e che affronti innanzitutto i grandi temi al centro delle preoccupazioni degli italiani: il fallimento dell' euro e dell'Unione Europea, il ricatto della speculazione finanziaria internazionale, il ritorno ad una piena sovranità politica, economica e monetaria, come invertire la spirale della miseria impostaci dalle "regole" dell'Europa e della globalizzazione, come arginare una ondata migratoria che ha assunto dimensioni non più sostenibili, come sconfiggere una criminalità che si fa ogni giorno più minacciosa.


Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione



martedì 28 maggio 2013

Sono offeso, diciamo incazzato?



di Mario M. Merlino


Non nutro particolare interesse per lo svolgimento e gli esiti elettorali, anche se tendo a recarmi soprattutto se c’è qualche ‘vecchio’ camerata che me ne fornisce il destro e che preserva integra la stima che ho per lui. Cosa non facile, lo so, ma me ne assumo la responsabilità in quanto sono per natura particolarmente selettivo e schifettoso… E così non mi approprierò di quella espressione non mia, felice e condivisibile, ‘la democrazia è una infezione dello spirito’, perché chi l’ha coniata è finito anch’egli sugli scranni del Parlamento e, mi sembra, con risultati non fra i più degni. E ciò vale per quell’altra espressione intorno ai ‘ludi cartacei’ che sentivo ripetere ogni volta che s’avvicinava la scadenza elettorale, mentre si finiva per attaccare manifesti e bastonarci con gli avversari d’altri partiti, noi giovinetti convinti e sprovveduti che, con un aumento in percentuale dello zero-ottantacinque per cento, eravamo prossimi alla conquista del potere.


Come in quest’ultima per il rinnovo del sindaco di Roma. Con gioiosa e consapevole contraddizione ho pranzato con alcuni ex autonomi ed anarchici, evitando di cadere in nostalgica rimpatriata tra reduci anni ’70, rinnovando quanto avrebbe potuto e dovuto essere momento unitario (e la memoria mia va a Valle Giulia inizio d’un percorso possibile e interrotto da logiche ben più forti vincolanti e tragiche) contro il medesimo nemico e che, invece, finì a chiavi inglesi e a spranghe e bastoni in un crescendo di P38 e sangue versato sull’asfalto. Poi, prima di cena, ho rovistato nel cassetto, ho messo in tasca la scheda elettorale e mi sono recato alla scuola media statale, a due passi da casa.

Non so quale sarà l’esito finale fra quindici giorni – anche qui l’interesse è nullo o quasi – del ballottaggio. Siccome, però, mio figlio ritiene che solo al massimo volume debba essere accesa la televisione, sono stato costretto a cogliere alcuni passaggi ed anzi a guardare alcune sequenze. Intanto ha trovato conferma il mio disgusto il vedere come cercasse di mettersi in mostra alle spalle di uno sconosciuto dirigente PD, intervistato dallo speciale del Tg Tre, l’ex assessore alla cultura di Roma poi passato con il marito della Tulliani ed ora maggiordomo nella casa a Montecarlo (da non equivocare con il cotechino e lo zampone, che sono parti sì inferiori ma appetitose del maiale, in quanto, semmai, del maiale è la parte superiore). Ora, tutto gigione e arrogante, fra i sostenitori di Ignazio Marino, motivando la scelta fra l’altro perché entrambi hanno mandato a studiare i figli negli USA (ovviamente sensibili alle decine e decine di migliaia di giovani connazionali che conoscono, anche per colpa loro, il rigirarsi i pollici nell’ozio dorato e piacevole della disoccupazione).

Corruzione inefficienza volgarità opportunismo rinnegamento… Ora mi viene l’obbligo di scrivere evitando ironia e battute, troppo facile trarne barzellette o farne spallucce come se appartenessero ad un mondo alieno e distante. No, gli altri ci guardano e ci giudicano vostro tramite e noi, che non possediamo strumenti mediatici alternativi, possiamo offrire soltanto la nostra dignità offesa, certo per noi prioritaria, ma che non modifica le carte in tavola… Più di una volta mi sono sentito dire affettuosamente dal mio avvocato, socialista e partigiano, negli anni dei processi infiniti di piazza Fontana, che ero ‘un fascista sbagliato’e mi veniva detto quasi fosse un complimento. E, no, caro avvocato Armentano, a cui volgo la memoria con rispetto stima e affetto, mi stavi offendendo così come mi offendono tutti costoro che mi hanno in questi giorni riempito di sms con perentori inviti a votarli in nome di un preteso comune (?) ideale(!)…perché, senza se e senza ma, gli sbagliati sono loro, io forse sono solo ‘inadeguato’(cosa di cui mi faccio vanto!)…

Franco, il maresciallo della caserma d’artiglieria Giulio Cesare a Rimini, aveva incollato sul manubrio della bicicletta una striscia con su scritto: ‘i fascisti non rubano’ e, se la morte non avesse sottratto un camerata fedele sincero umile, egli intendeva dedicarsi, una volta in pensione, a mantenere in ordine la tomba del Duce a Predappio. E l’attore Walter Chiari, che era stato nel campo di prigionia a Coltano, ricordava come, a piazzale Loreto, dalle tasche di Mussolini non era caduta una monetina…Devo continuare? La vis polemica mi stanca la tazza di tè sta raffreddandosi la sveglia indica che sono le cinque e mezza del mattino. Forse riesco a riprendere sonno per un paio d’ore. E, poi, dai, pensare che la Curia di Roma la Sinagoga e i palazzinari hanno raccattato solo un miserabile trenta per cento sarà magra soddisfazione ma, contraddicendomi, sono di gusti semplici…

venerdì 15 marzo 2013

Grillo è contro l'Europa: ecco perché mi piace

di Michele Rallo



Non ho votato Grillo alle scorse elezioni, ma solamente per un fatto sentimentale: fino a quando sulla scheda elettorale sarà pre­sente un simbolo che si ricollega al mio mondo (nella fattispecie La Destra di Storace) il mio voto andrà a quel simbolo. Non ho votato Grillo — dicevo — ma lo avrei fatto certamente se, in­vece che al sentimentalismo, avessi obbedito alla mia razionalità. E ancor più lo voterei oggi, quando l'uomo del­lo tsunami viene attaccato a testa bassa dal circo mediatico del miliardario Carlo De Benedetti (tessera n.1 del PD), in sorprendente alleanza con i media vicini al miliardario-rivale Sil­vio Berlusconi (padre-padrone del PDL).

Che cosa si rimprovera a Beppe Grillo?


Ufficialmente, di avere preso tanti voti "di protesta", ma di non es­sere in grado di trasformare quei voti in una concreta azione di governo. Nella sostanza, invece, quello che i media influenzati dal gruppo De Be­nedetti (e qui Berlusconi non c'entra) imputano all'ex comico, è di non offrire graziosamente i voti che servirebbero a Pierluigi Bersani per coronare il suo sogno proibito: fare il Presidente del Consiglio. Ma per quale caspita di mo­tivo Grillo dovrebbe suicidarsi in que­sto modo? Risposta del gran circo con­formista: perché l'Italia ha bisogno di un governo purchessia, senza il quale l'Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e i mercati ci amereb­bero di meno o non ci amerebbero af­fatto.

E, a riprova, ecco che lo spread si impenna e che le agenzie di rating ci declassano ulteriormente. Piccolo par­ticolare che sfugge ai padroni dell'in­formazione: Bersani vuol fare un go­verno che "mantenga gli impegni con l'Europa". Cioè, tradotto dal politichese in italiano corrente: che continui nel solco tracciato da Monti, riducendo di 5 miliardi di euro ogni anno — e per vent'anni — il nostro debito pubblico (Trattato di Stabilità Finanziaria), con­segnando agli organismi europei i 125 miliardi di euro previsti dal Meccani­smo Europeo di Stabilità soltanto per i prossimi cinque anni, e reperendo i sol­di — che non abbiamo — facendoceli prestare dalla speculazione finanziaria e/o aumentando tasse e macelleria so­ciale.

Tutte cose — i fondamentali del Bersani-pensiero — che sono l'esatto opposto del programma dello spari­gliatore ligure: Grillo vuol farci uscire dall'Unione Europea, vuole che l'Italia si riappropri della propria sovranità monetaria, vuole che smettiamo di in­debitarci sempre di più con gli usurai internazionali.

Stando così le cose, per quale arcano motivo dovrebbe dare i suoi voti a chi vuole fare l'esatto opposto? Risposta della sinistra finanziaria: per dare un governo all'Italia e per evitare che si torni alle urne nel giro di sei mesi. Alle urne, forse, si tornerà; ma un governo più o meno provvisorio, più o meno di coalizione — purtroppo — lo faranno co­munque, magari un governo di salute pubblica presieduto da un sinistro illu­minato: chessò... un Prodi, un Amato, un Passera, o un qualsiasi altro tecnico benvoluto dai mercati. Ma, se così non dovesse essere, per l'Italia sarebbe cer­tamente meglio: meglio sei mesi di cri­si che venti anni di progressivo stran­golamento economico e sociale. Me­glio la razionale protesta di Grillo che il tragico europeismo di Monti e dei suoi eredi.


Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore e il periodico Social (Settimanale indipendente di Trapani) per la gentile concessione

martedì 12 marzo 2013

Razza cialtrona


di Fabio Calabrese


Vi devo confessare che avrei tantissima voglia di voltare del tutto le spalle a quel che si chiama “il teatrino della politica” e di dedicarmi solo a temi metapolitici, culturali e spirituali, come mi riprometto di fare per l'avvenire, ma di fronte a un evento – una catastrofe epocale come la svolta che imporrà all'Italia, prevista, prevedibile ma non per questo meno dolorosa, questa sciagurata ma non certo anomala tornata elettorale del 2013, è impossibile non dire qualche parola. Diciamolo pure: l'Italia ha compiuto un passo decisivo verso l'orlo del baratro.

Io non ho proprio intenzione di vantarmi di aver centrato in pieno tutte le previsioni sull'esito di questa consultazione che ho fatto in “Come la sinistra sta sprofondando l'Italia nel baratro”; erano purtroppo previsioni molto facili da trarre: siamo in tempi di pesante crisi economica, e quando questo succede, per una sorta di atavico riflesso condizionato, l'elettorato tende a schierarsi a sinistra come se la sinistra fosse ancora quella di cent'anni fa, come se la tutela delle classi subalterne, delle classi lavoratrici non fosse l'ultimissima delle sue preoccupazioni.


L'aspetto paradossale di ciò è proprio il fatto che in questo modo le masse popolari tendono precisamente a mettersi nelle mani di coloro che aggraveranno la crisi nella quale si dibattono, e che ne sono quanto meno corresponsabili. Per quale arcano motivo la sinistra (o il centrosinistra, che è la stessa cosa), tutte le volte che ha avuto in mano le redini governative, ha inaugurato una politica di inasprimenti fiscali, cosa che oggi, con un'economia in recessione, non può che comprimere ulteriormente i consumi, mettendo ancor più in difficoltà le aziende e creando nuova disoccupazione, cioè aggravare ancor di più la già pesante spirale recessiva?

In parte questo dipende a mio avviso da una deformazione mentale insita nella mentalità marxista. L'idea è sempre quella di confiscare la ricchezza prodotta da una società per ridistribuirla secondo criteri che si suppongono equi, ma ciò di cui “I compagni” al potere sembrano incapaci di accorgersi, attaccati a una visione ottocentesca del lavoratore come proletario che contrasta con il fatto banalissimo che il lavoratore è anche titolare di beni, fra cui – primario – il possesso dell'abitazione, che non a caso oggi è il bene più tassato. In teoria, molto in teoria, lo stato come lo concepiscono “i compagni” dovrebbe rimettere in una tasca del cittadino-lavoratore sotto forma di servizi quanto gli toglie dall'altra come prelievo fiscale. Nella realtà le cose vanno ben altrimenti, perché in questo passaggio da una tasca all'altra la classe politica esercita una “cresta” davvero pesante, e questo è tanto più vero in Italia dove abbiamo la classe politica, la “casta” più famelica e corrotta dell'intera Unione Europea che solo di “rimborsi elettorali” si prende dieci volte il costo del finanziamento pubblico ai partiti in Germania, Gran Bretagna, Spagna, e non parliamo dei privilegi della casta, le auto blu e via dicendo, solo per limitare il discorso agli accaparramenti alla luce del sole, a fianco dei quali c'è un “sommerso” di mazzette e corruzione quasi sterminato.

Di fatto sappiamo che quando l'Italia è stata governata da governi di sinistra o centrosinistra (compreso il governo “tecnico” di Monti) abbiamo sempre avuto inasprimenti della pressione fiscale di cui hanno fatto le spese soprattutto le classi lavoratrici, fino alla situazione attuale di una fiscalità che “si mangia” oltre la metà (addirittura i due terzi secondo alcune stime) del PIL, ed è causa diretta della recessione e del crollo della nostra economia.

Questa però, come vedremo, è solo una parte della spiegazione.

Devo dire che a livello personale Pierluigi Bersani mi suscita un'antipatia molto inferiore a quella che avverto nei confronti degli ex democristiani che hanno studiato da comunisti e si sono diplomati a pieni voti, come Franceschini e Rosy Bindi (a parte una certa somiglianza con Gargamella, l'arcinemico dei puffi, guarda caso azzurri come si dichiarano gli esponenti del PDL), non credo nemmeno che sia ottuso come persona, a livello privato probabilmente non lo è, è semplicemente il rappresentante più in vista di una classe irrimediabilmente ottusa, quella della nomenklatura, degli apparatcik, dei burocrati di partito. Questo non toglie però che sia un uomo pericoloso tanto quanto le forze che lo sostengono, e la stessa cosa si può dire di Matteo Renzi a cui Bersani sta semplicemente facendo da apripista.

Il nostro destino l'hanno già deciso ed è chiarissimo: l'impoverimento economico progressivo è solo una parte: il resto è dato dalla cessione sempre più massiccia di sovranità nei confronti di “istituzioni europee” che di fatto si riducono alla BCE, cioè un organismo PRIVATO, e dall'inquinamento etnico portato da un'immigrazione che troverà le porte sempre più spalancate, finché del nostro popolo costretto alla senilità e alla sterilità – come degli altri popoli europei, ma prima di altri – non rimarrà più nulla. Non a caso, uno dei progetti più cari a Bersani e al PD è la concessione della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati. Essere o no “italiani” diventerà soltanto una parola scritta su un documento a cui non corrisponderà nessuna sostanza reale.

Rispetto a tutto ciò, la premiata ditta “Cinque stelle”, Grillo, Casaleggio & Co., non rappresenta in alcun modo un'alternativa, ma è un momento della realizzazione di questo piano. A beneficio dei gonzi, si recita la sceneggiata dell'ingovernabilità, e certamente si dovrà faticare a trovare qualche formula, qualche alchimia, “governo tecnico” (di nuovo!), “governo a tempo”, “governo istituzionale”, che serva a mascherare l'accordo sottobanco o – come si dice adesso – l'inciucio.

Il M5S serve precisamente a questo, a canalizzare il dissenso, la rabbia, la disperazione in una direzione “di sinistra” e innocua per il sistema, dando alla gente una falsa alternativa.

Gli indizi in questo senso sono piuttosto chiari: durante la campagna elettorale una candidata “grillina” ha invitato gli elettori a non votarla perché solo dopo aver accettato la candidatura si è accorta che in realtà è tutto un gioco truccato con il Movimento Cinque Stelle già d'accordo in partenza con Bersani e con Monti, ma fanno ancora più testo le parole dello stesso Grillo secondo cui è grazie al suo movimento che la crescente protesta degli Italiani non si è indirizzata verso un equivalente dell' “Alba dorata” ellenica, cioè in una direzione populista e anti-europeista. Egli in sostanza ha ammesso qual'è la sua funzione: canalizzare il dissenso in una direzione inutile alla difesa della sovranità e dell'identità nazionale, quindi inutile anche alla difesa dalla nostra spoliazione economica da parte “dell'Europa”.

La proposta di Berlusconi di un “governissimo” PD-PDL “per tenere fuori Grillo” è stata accolta dal PD formalmente con indignazione, indignazione formale che probabilmente cela in realtà un sorriso di compatimento. Quest'uomo è molto meno furbo di quel che crede di essere, e non ha ancora capito di essere ormai fuori dai giochi. La sua unica funzione possibile è ormai quella di babau, di spauracchio per indurre i grillini ad appoggiare il PD allo scopo di evitare il suo ritorno.

E a proposito di persone che non si rendono conto di essere fuori dai giochi, devo fare una rettifica rispetto a quanto ho scritto in precedenza: le listine dell' “Area” presenti a queste elezioni non erano tre ma quattro. Oltre a “La Destra”, il MSI-FT e “Forza nuova” era presente anche Casapound, e tutte insieme hanno totalizzato appena l'1% o poco meno. Torno a ripeterlo: io non penso che questo insignificante 1% costituisca tutto il nostro elettorato potenziale. A Trieste alle scorse elezioni amministrative era presente una sola lista dell' “Area” che conseguì un rispettabile 10%. Certo, si deve fare la tara di situazioni locali e della differenza fra amministrative e politiche, ma presentarsi in maniera così frazionata, un frazionismo che esprime solo la litigiosità e l'egocentrismo dei capetti dell' “Area”, è in ogni caso un invito a non dare un voto che andrebbe comunque sprecato.

Recentemente, prima dell'inizio delle consultazioni ufficiali, c'è stato un lungo incontro tra Monti e Matteo Renzi i cui contenuti sono stati tenuti riservati ma sono facili da intuire: un passaggio di consegne fra il vecchio premier dimissionario da novembre ma tuttora in carica, e il suo probabile erede destinato a catturare le simpatie dei grillini nel caso che Bersani non riuscisse a persuaderli. Come volevasi dimostrare!

Forse non occorrerebbe nemmeno preoccuparsi di dimostrare questo punto, ma è un fatto che l'atteggiamento del premier-senatore a vita che nessuno ha eletto, che nessuno al di fuori della casta ha voluto, è stato e continua a essere di totale malafede nei confronti del popolo che è stato messo sotto i suoi artigli; ne è un esempio eclatante proprio l'IMU, l'imposta più odiata da lui introdotta. Monti ha più volte sostenuto che l’IMU sarebbe un’imposta che era stata già prevista dal precedente governo di centrodestra. In realtà si tratta di una falsificazione (relativamente) ben congegnata: sotto questa sigla, infatti, il governo precedente intendeva unificare una serie di tributi locali preesistenti, e non meditava di introdurre la feroce gabella sulla casa del professore bocconiano. Monti ha mentito, così come mente e ha sempre mentito prospettando una ripresa sempre dietro l’angolo e sempre rinviata.

Io ammetto di non essere stato preciso nel titolo che ho dato a questo articolo; infatti non ci dobbiamo occupare di una sola razza cialtrona ma di due. La prima è ovviamente “la casta” dei nostri ineffabili politici, ladri e parassiti quanto ignoranti e incompetenti; l’altra il grande capitale bancario e finanziario internazionale, predoni della stessa voracità di un branco di squali.

Tra l’una e l’altra, per la verità, esistono molti raccordi: lo stesso Mario Monti, Romano Prodi ex funzionario della Goldman Sachs (ma non si esce mai davvero da quei circoli), il grande maneggione della finanza Carlo De Benedetti che è anche il grande sponsor della sinistra radical-chic.

Se la sinistra, e non solo in Italia, è diventata il complice più entusiasta del capitalismo finanziario, soprattutto in questa fase in cui esso attivamente spogliando delle loro ricchezze i popoli europei, questo non dipende solo dal fatto che essa è prigioniera di una visione anacronistica e deformata dei rapporti sociali, incapace di considerare il fatto che i lavoratori sono anche titolari di beni.

Dal 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, la sinistra ha scoperto la convergenza molti dei suoi presunti ideali con gli obiettivi del grande capitale mondialista: il mondialismo favorito dall’immigrazione e il meticciato etnico, lo sradicamento di etnie, culture, nazionalità. Anche questa spiegazione tuttavia è molto parziale. Il fatto è semplice: SONO LORO!, lo stuolo dei figli dell’alta borghesia radical-chic che hanno iniziato facendo i contestatori nel ’68 e poi sono diventati funzionari di partito e/o hanno proseguito le carriere familiari. Naturalmente, esiste anche un buon numero di illusi che credono che la sinistra sia ancora quella operaia di un secolo fa, ma quelli contano quanto il due di picche.

Alla fine, tutto si tiene, e la possibilità di evitare il baratro dipende dalla rinascita di uno spazio “euroscettico” (scettico verso QUESTA Europa in mano agli usurai), populista e identitario. Per ora siamo molto lontani da ciò, ma non si sa mai dove può portare la disperazione.

sabato 2 marzo 2013

Considerazioni personali sul voto delle politiche ed il percorso di un’area che non c’è più


NOTA DI ERETICAMENTE

Riceviamo da un nostro lettore il seguente post che pubblichiamo per dovere di cortesia premiando le buone intenzioni (da noi non condivise) di una giovane intelligenza.
Ereticamente, appunto, prende le distanze dalla soluzione posta dal Nostro.
Ereticamente non è un progetto politico e lo dimostra la presenza trasversale di taluni collaboratori.
Ereticamente nasce come avamposto culturale per difendere e sostenere la Cultura e la Tradizione italica nonchè tutto il Kosmos Indoeuropeo rappresentando una palestra culturale in cui formare lo spirito sincero e genuino dei giovani sani e non condizionati dalla modernità.
La spina dorsale di Ereticamente ha abbandonato da tempo alcuni percorsi tracciati dalle forze politiche della cosiddetta area radicale perché li ritiene limitativi e autocastranti per sviluppare temi e idee incompatibili con la società contemporanea.

Ereticamente non proporrà mai un progetto politico perché le ambizioni della testata sono quelle di ridare dignità e rispetto a storia e cultura che hanno caratterizzato il percorso di crescita e lo stato di potenza della nostra Nazione.
Ereticamente sosterrà solo quei progetti dove appunto questa storia sia raccontata con rispetto e dignità e questa verità venga imposta come pregiudiziale nel proprio progetto politico. Ciò vale anche per la libertà di pensiero, di culto, affinché questa possa trovare terreno fertile dove farla valere e non venir soppressa perché non in linea col pensiero unico.
Per questo riteniamo che un perimetro tracciato dalla connotazione destra/sinistra passando dal centro sia fortemente limitativo.
Ereticamente per tutto questo ritiene inoltre che la radice dei problemi sociali, economici e culturali sia diversa da quelli falsamente individuati dalla globalizzazione e certamente non individuiamo nei nomi proposti dal nostro amico speranze politiche o culturali cui aggrapparsi perché consideriamo questi signori fortemente connotati da una influenza di sistema e quindi condizionati per il raggiungimento del proprio interesse personale e carrieristico.


Considerazioni personali sul voto delle politiche ed il percorso di un’area che non c’è più

Il voto delle ultime politiche ha sancito un verdetto in più dei seggi assegnati ai vari partiti, ovvero ha sancito l’apertura di una nuova fase storico-politica del nostro Paese. Questa fase è ancora in definizione, siamo alle origini, ma già possiamo dire che non ci sarà spazio per i partiti tradizionali, forse già superati nella seconda Repubblica, e che assolutamente non ci sarà spazio per la nostra cosiddetta “Area” a destra della destra. Anzi, la nostra “Area” già non esiste più. Dal voto, insieme avremmo raggiunto a malapena uno scarso 1%, ma considerando che in politica il risultato della somma non è mai il totale, probabilmente nemmeno a così poco saremmo arrivati. Bisogna prenderne atto ed ammettere che non c’è più nulla da unire e nessuno a cui rivolgersi. L’area è morta, è finita, dal radicalismo di Forza Nuova a La Destra di Storace, dagli ultimi missini della Fiamma Tricolore, ai giovani di Casa Pound. Non c’è nessun nuovo che avanza, c’è solo un mondo che ha avuto tante possibilità di riscatto ma che si è suicidato tutto, e quelle poche isole verdi non possono bastare a dare una prospettiva, soprattutto nazionale. Da questo quadro, che è tragico, sembra non esserci più speranza, e che la migliore cosa da fare sia finalmente sciogliere le righe e ritirarsi a vita privata, ma non è così. Stiamo entrando in una nuova fase politica che rigetta i vecchi apparati ed i vecchi modelli politici, ma non per questo rifiuta le nostre idee e quei pochi uomini validi rimasti. Bisogna, però, sapere riproporli in maniera vincente e convincente attraverso uno strumento (il partito o movimento) nuovo, e soprattutto attraverso un’estetica ed una propaganda nuova, adeguata a cavalcare questa rinnovata stagione e pronta ad occupare lo spazio politico che fra qualche anno lasceranno vuoto i fenomeni Grillo e Berlusconi. Seppur estremamente differenti da noi e da quello che noi possiamo rappresentare, lo spazio che attualmente loro occupano prepotentemente forse è l’unico che potremmo rimpiazzare. Ma per farlo occorre un percorso medio-lungo non di unità ma di rinnovamento, appunto, totale. La prima cosa da fare è rigettare totalmente il nostalgismo, anche quello rinnovato con formule belle ma inadeguate, come l’autarchia europea o lo squadrismo mediatico. Rifiutare il nostalgismo non significa rinnegare come hanno fatto altri, ma significa dare nuova spinta alle proprie idee, significa saperle veicolare meglio nella società italiana del terzo millennio. Non è tempo più né di fasci né di fiamme, e nemmeno di “destre”, oggi è tempo di qualcosa di totalmente rinnovato mantenendo ben sale le nostre radici storiche, politiche e culturali. Quando parlo di nuovo, effettivamente nemmeno io so di preciso di cosa sto parlando, ma immagino sia un percorso da costruire partendo dallo scioglimento di tutti i movimenti e partiti della cosiddetta ex-Area (facendo eccezione di alcune realtà locali la cui specificità e originalità vanno salvaguardate, come CasaPound ed il Foro 753 a Roma o il Cervantes a Catania), finché esisteranno delle bandierine permarranno divisioni e legami ad un passato ormai finito. Gli stessi dovranno lanciare una Costituente non di Area, ma di un progetto politico nuovo che sappia interpretare le sfide politiche del terzo millennio, che dalle proprie radici culturali sappia trovare riflessioni moderne, che abbandoni i nostalgismi per una estetica rinnovata. Anche per questo i vari leader, Fiore, Iannone, Romagnoli, Storace, devono fare un passo indietro e lasciare spazio dalla base ad altri, giovani come Mario Vattani e perché no anche Giorgia Meloni, ma soprattutto occorre coinvolgere ampiamente il mondo della cultura con personaggi come Augusto Grandi e Pietrangelo Buttafuoco, o altri che magari propriamente fascisti non sono ma che possono dare un importante contributo per la formazione di una rinnovata base culturale sta come Massimo Fini e Marco Tarchi ed altri ancora. È, brevemente, questo percorso il mio augurio e la mia immagine per la rinascita delle nostre idee, questa costruzione di un nuovo blocco, trasversale, identitario, comunitario, sociale, alternativo e moderno.

Giorgio Arconte, 27enne dirigente della Fiamma Tricolore di Reggio Calabria

martedì 26 febbraio 2013

Bagatelle post elettorali


di Mario M. Merlino


Commenti a caldo sulle elezioni. Bah, forse è troppo, per quanto mi riguarda. Non sono un politologo e, in un certo senso, me ne faccio schermo. A torto, va da sé, anche perché sono della generazione che è cresciuta, ’68 e dintorni, con la fissazione che ‘tutto è politica’. Mi viene a mente da buon (ex)professore di storia che, durante l’età giolittiana, gli ufficiali dell’esercito regio si facevano vanto non conoscere nome e cognome del ministro della guerra e, altresì, la classe politica poco o nulla sapesse di cose militari. Gli effetti si videro alla vigilia e durante la prima guerra mondiale. Alla morte del generale Pollio fu nominato il Cadorna solo perché era il più anziano nella lista dello stato maggiore. E il Cadorna tanto aveva in dispregio ministri e uomini politici che, si dice, accettò solo alle condizioni che non si impicciassero della conduzione bellica. Così i soldati morivano all’assalto delle trincee asburgiche sul Carso mentre il paese era ignaro, fino a divenire quasi indifferente, di quanto avveniva al fronte. Niente propaganda, malvisti i volontari soprattutto se politici e interventisti (emblematico fu il caso di Mussolini bersagliere), cieca l’obbedienza. Ci volle Caporetto perché, nel timore che gli austro-tedeschi dilagassero oltre la linea del Piave, la guerra divenisse patrimonio di tutti e per tutti. E furono gettate le basi per quella riscossa nazionale da cui il fascismo trasse linfa in uomini e ideali. Caporetto, già…


Ovviamente la saccenteria ex cattedra e registro non arriva ad equiparare le vicende del 1917 con la fiera delle vanità – nella duplice accezione del termine (soprattutto in quella di ‘inutilità’ se è vero che siamo poco più di una colonia) – di quest’ultima tornata elettorale con proiezioni commenti analisi vincitori (quali?) e vinti (quali?) esclusi eccellenti ripescati vecchi volti e volti nuovi e sconosciuti. In fondo si tratta di mediocri miserie umane, piccoli peccati veniali agli occhi della grande storia, certo però in una condizione di miserabilità morale civile economica nella quale ci hanno trascinato e dalla quale non si vede appiglio per uscirne fuori. Non mi ripeterò, quale risoluzione estrema radicale ed auspicata, sul binomio ‘bastonate e barricate’ con cui ho ammorbato i lettori di Ereticamente e a commento sulle pagine di fb. E, tanto per non farmi mancare ulteriori reminiscenze storiche e sana nostalgia, olio di ricino il BL18 carico di squadristi in camicia nera ‘pugnal fra i denti le bombe a mano’…

Molti dei miei amici scrivono irridendo su quel ‘0,4’ e del suo cap-etto (cento grammi scarsi di niente idee niente programmi niente dignità) che potrà solo fare il maggiordomo in casa Tulliani a Montecarlo. Ed io sono fra loro. Perché il modo come ha voluto realizzare lo strappo da Berlusconi (capisco che in politica non esiste la parola ‘grazie’ e che lo stile appartiene ad altra razza), ha il ‘colore grigio della vergogna’, come si esprimeva Mario Castellacci a proposito dell’8 settembre. E il confronto con Badoglio è fra la tragedia e la farsa, certo, ma entrambi erano intenzionati a sottomettere il nostro paese ad ulteriori supremazie a base di stelle a strisce o a stelle a sei punte – che, in fondo, si equivalgono… Perché non vale, no, per lui non vale il ragionamento che ‘il cavaliere nero’ ha sdoganato sì la destra, ma l’ha privata d’ogni identità e idealità, riducendola ad un consiglio d’amministrazione famelico osceno scomposto. Accusa da non trascurare se sfogliamo i giornali di questi ultimi mesi anni giorni e, tanto più indecente e servile, perché agli occhi della opinione pubblica questa è l’immagine che emerge (e noi rientriamo in questa broda, pur nostro malgrado)…

Ci sono, però, altre percentuali da prefisso telefonico e queste, purtroppo, sono laceranti segni di imbarbarimento oltre che di idiozia politica. Quelle sulle quali non c’è concesso ridere o soltanto ridere amaramente. Sono le percentuali legate a destra della destra, in un rincorrersi di poche centinaia di voti per una sorta di Guignol’s Band, prendendo a prestito il titolo di un romanzo (1944) di Céline o, classicheggiando, un quadro del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, odor di zolfo e danzatori dal piede di capra. Di più: la loro somma – e in politica la somma di più realtà non corrisponde all’aritmetica – non cambierebbe di molto la pochezza dei numeri salvo il farsi, di volta in volta, contare e, in una democrazia parlamentare, solo la percentuale delle crocette acquista valore e misura. Il vecchio presidente Mao raccomandava ai rivoluzionari di professione di essere come i pesci che nuotano nell’acqua, la società in cui confondersi, non certo nel laghetto artificiale attrezzato per la pesca… Così l’invito di Marcello Veneziani, ormai stanco di Itaca e delle sue infruttuose pietraie, e di Pietrangelo Buttafuoco (sgradito il primo; simpatico il secondo, tanto per un qualcosa d’ulteriormente personale) di sedersi attorno a un tavolo per trovare unità d’intenti mi sembrano sedute spiritiche o, in modo più ameno, eco della canzone di Giorgio Gaber Al bar Casablanca… E, ci ricado nelle mie fissazioni, le gambe del tavolino sarebbero più utili e meglio utilizzabili come randelli. Non credo ad un nuovo capo carismatico, decisionista, ma preferisco immaginarmi tanti Lemmonio Boreo ovvero l’allegro giustiziere di Ardengo Soffici. Siccome, però, temo che all’appuntamento con la storia continueremo ad arrivare in ordine sparso, confusi divisi litigiosi vanitosi presuntuosi, sarà il caso che mi astenga d’altro dire.

Mi hanno regalato in questi giorni un certo numero di romanzi di Emilio Salgari in edizioni d’inizio secolo. Quante volte abbiamo letto dei cacciatori di teste del Borneo… Molte teste sono rotolate ad urne aperte, molte altre si preparano ad essere spillate dal collo in un prossimo futuro. (Mi sembra che qualcuno già chieda quella di Gargamella). Un regolamento di conti, magari senza spargimento di sangue ma con molte lacrime. Quanti malumori invidie delusioni rancori rigetto di responsabilità e capri espiatori… insomma ci sarà da divertirsi e, al contempo, dare un senso allo stato presente delle cose per essere, si spera, di nuovo in cammino…