Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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mercoledì 1 maggio 2013

Maurice Bardèche, Fascisti si nasce. Sparta e i Sudisti.


Maurice Bardèche, Fascisti si nasce. Sparta e i Sudisti.

EDIZIONI DI AR, 2013
COLLEZIONE: IL TEMPO E L’EPOCA DEI FASCISMI. Pp. 166, con 5 illustrazioni. Euro 15
Traduzione, prefazione e note di Franco G. Freda
In copertina: Omaggio ad Alexander Rodchenko, di Curzio Vivarelli

Dal risvolto di copertina:

   Ricevuto da Maurice Bardèche, al tempo della pubblicazione di Qu’est-ce que le  Fascisme, un sodàle del ‘Gruppo di Ar’ domandò  a lui quale fosse la ragione dell’ossessione antifascista  da parte degli intellettuali (les clercs) europei. E Bardèche gli diede una risposta che si può riassumere in questi termini: ‘I chierici europei hanno, letteralmente, tradito, consegnato ai vincitori l’Europa, la cui fisionomia storica era quella rintracciata e riconosciuta dai fascismi, per contrastarne la decadenza. Da moderni sofisti, essi sanno  bene che  il  tradimento  della loro funzione   -di cani a protezione delle mandrie europee-   è stato fondamentale: lo sanno, lo ricordano (sopra tutto coloro che in un primo tempo ai fascismi si erano accostati) e non  possono che eccitare in sé,  attraverso la stimolazione nelle mandrie di sentimenti antifascisti,  il ricordo del proprio tradimento’. E  Bardèche , prevedendo che in futuro gli attacchi da tergo sarebbero stati condotti con furia maggiore, per cui  la propria  scrittura ricognitiva obbediva al compito assegnato al soldato di retroguardia in uniforme da clerc, concluse con una sorridente citazione (da André Gide, un autore a lui non propriamente affine):  “Toutes choses ont été dites;  mais comment personne  n’écoute, il faut toujours recommencer”.
    Durante gli ultimi cinquant’anni, la previsione di Bardèche si è dimostrata giusta: l’ossessione antifascista si è acuita, e a tale fenomeno morboso, per constatarlo e chiarirlo, va solo applicato il folgorante canone aforistico di Gómez Dávila: “Chi ci tradisce non ci perdonerà mai il proprio tradimento”. E  a noi il ridire sempre le medesime cose. Eppure non lo capiscono, gli avversari  dei fascismi, che per vincere la propria battaglia non basta annientare e cacciare ai margini della società chi non ha un’opinione negativa del Duce e del Führer? O lo capiscono sì: ecco perché moltiplicano lo zelo. Oltre che dal rimorso, il livore è alimentato dal senso di smarrimento che provano di fronte alla  p r o f o n d i t à  delle radici della Weltanschauung  fascista. Perché né l’umore mussoliniano è nato nel  1922, né quello hitleriano nel 1933. Non c’erano già stati, forse, in tutt’altro tempo, Attilio Regolo e Cincinnato e Orazio Coclite? E l’antica Germania, senza la quale l’Europa poteva ben dirsi ‘amputata’?  E, sotto altre temperature e altri paesaggi umani, i trattati sul contegno del saggio dei discepoli di Confucio, che all’uomo indicavano i canoni della “forza virile”? E, sopra tutto, la perfetta compenetrazione dello yin e dello yang che vede da un lato Sparta, dove il maschio era scolpito, schietto e fiero, come una colonna dorica, dall’altro, il capolavoro di un vivere sovrano dei Sudisti?
    Maurice Bardèche, cognato di Robert Brasillach  -il poeta fascista giustiziato dalla vendetta dei vincitori-   era  di quell’universo ideale che si sentiva figlio ed erede, e dalla fine della seconda guerra mondiale viveva da scrittore clandestino  tra i suoi contemporanei. Coltivando un’istintiva repulsione per “la plastica, la pubblicità, la gomma da masticare”, per i compromessi e i calcoli furbastri. Respingendo energicamente le lusinghe del denaro: re di un mondo angusto, angosciato e angosciante.  Questa versione italiana del suo pamphlet  è stata curata con rispettosa attenzione da Franco G. Freda  per il cinquantennale delle Edizioni di Ar. [A.K.V.]    

martedì 26 giugno 2012

Il divino Giamblico - Pp. 184. Edizioni di Ar, 2012

Beniamino Massimo Di Dario
 Il divino Giamblico.
IV secolo dell’era volgare. Se la fine dell’ecumene imperiale è ormai più che un presagio, per la totalità della cultura greco-romana – oltre che per la filosofia – sembra consumarsi il declino estremo. È nell’appressarsi dell’eclissi che sorge dalla Siria un astro d’eccezionale fulgore: Giamblico, salutato da coevi ed epigoni come ‘divino’ e ‘salvatore del mondo ellenico’.

Ma come poteva un siriaco ‘salvare’ la sapienza greco-romana? La risposta – a prima vista paradossale – è da ricercare nella stessa filosofia greca, nel più genuino insegnamento di Platone, che aveva additato nell’allontanamento dall’Origine la causa del declino.
Se per il Siriaco il punto più prossimo all’Origine è proprio la sapienza egizia e caldaica, nella sintesi delle dottrine platoniche e pitagoriche – il corso delle quali è da Giamblico mutato in modo definitivo – va ricercato il fulcro per qualunque tentativo di rialzare il ‘gigante inclinato’ dell’Occidente.
Il platonismo «ieratico» di Giamblico da un lato legittima la religione tradizionale e le sue pratiche cultuali, dall’altro le dota di un solido apparato teoretico. Probabilmente per la prima volta la religione dei Gentili viene provvista di una organica e compiuta teologia speculativa, integrando l’elemento religioso (con la corrispondente pratica rituale) all’interno della tradizione platonica.
Grazie a questo poderoso tentativo, il lettore naufrago attraverso la modernità intuisce che solo costeggiando la scaturigine dell’originario è pensabile tracciare una via per il ritorno al Divino.
Una simile consapevolezza ci richiama alla meditazione degli scritti giamblichei oggi, in un’età che mostra non poche analogie con i tempi del Calcidese e con il Tardo-antico in generale.
Nella deriva caotica del presente, voci come quella di Giamblico possono ancora incontrare animi pre-disposti all’attenzione.
A coloro che si sentono vocati, la sua dottrina, se non può segnare – perché già ardua per l’uomo antico – una via, può almeno essere viatico.
 Pp. 184. Edizioni di Ar, 2012. Euro 20,00

lunedì 23 aprile 2012

Adolf Hitler, Il Regime Dell’arte. Discorsi Sull’arte Nazionalsocialista

Adolf Hitler, Il Regime Dell’arte. Discorsi Sull’arte Nazionalsocialista pp. 84 + 32 di illustrazioni - di cui numerose a colori su carta patinata - più altre inserite nel testo.
 Edizioni di Ar, euro 15,00

Per chiarire e diffondere l’indole del proprio regime, i fondamenti, il significato della battaglia del Movimento nazionalsocialista, Hitler intese affidarsi all’arte. Un’arte che non si risolvesse più nel binomio ‘genio e sregolatezza’ o in semipatologiche effusioni personali di malinconia, noia, sovreccitazione nervosa, ma che risultasse solida, netta, estroversa, liturgica, biologicamente corretta – regola e non eccezione, canone e non controcanto. L’architettura in primis, scheletro del paesaggio del Volk; ma pure il design, di cui il Führer stesso fu un pioniere, la pittura e la scultura, la musica e il teatro, la letteratura e la poesia. Nei vari registri in cui è dato all’uomo di incontrare le Muse e di indovinare il Divino, l’arte doveva esprimere, in “grande stile”, la “grande passione” dell’individuo forte, sano, bello, leale, fedele alla propria forma e al mistero delle origini (in summa: al proprio ethnos).



Nei discorsi qui raccolti, Hitler chiamava a sé gli arditi del pensiero e del pennello, della parola e della visione, della previsione e del ricordo – perché l’effusione estetica ritornasse improntata a ingenuità e schiettezza. Perché l’arte fosse nuovamente l’occasione in cui l’animo ben intonato esprima meraviglia e venerazione di fronte al miracolo extramorale e vero della bellezza: si manifestasse in un vaso di fiori alla finestra davanti a un cielo viennese, nell’idillica cura minuta dell’artigiano, nel demone di bragia del guerriero, nella felice grazia degli amanti, nella fertile generosità di una madre che allatta, nell’increspatura di un lago in cui sia appena disceso il candido ventre del cigno. L’arte poteva così incidere in opere immortali, e comunicare, anche al contemplatore distratto, l’identità di bellezza e potenza, e quanto la politica dovesse custodire quella per crescere in questa. Nel dominio estetico, il regimen dello Stato sarebbe giunto al capolavoro e alla sintesi più decisa, al punto di massima concentrazione, dando la prova del proprio rigore e della coesione e altezza delle aspirazioni che lo muovevano: ciò che non possono permettersi i falsari, gli imbonitori, i superficiali (i moderni), per cui l’arte sarà sempre una capricciosa fuga nell’irreale. Quasi vaticinante, magro e ascetico nella dizione, uomo di limpido cuore e di alate ragioni, il Führer dimostra in questi testi la sua estrema purezza e magnanimità (come una circolazione sanguigna intenta a portare la vita nel corpo delle parole), non disgiunta da una acuta capacità di diagnosi antropologica (si leggano le invettive contro i risentiti, gli invidiosi, i meschini). E, sopra tutto, quell’ambizione elevatissima “di volgere la realtà in figura, vale a dire in destino”.

Sommario
La sessione sulla cultura 9. Per la inaugurazione della Prima Grande Esposizione dell’Arte Tedesca 25. Per la inaugurazione della Seconda Grande Esposizione dell’Arte Tedesca 45.
Per la inaugurazione della Seconda Esposizione Tedesca di Architettura e Arte Applicata 53. Per la inaugurazione della Terza Grande Esposizione dell’Arte Tedesca 61.

Immagini

Corollario
Goebbels e l’espressionismo 71.

Tre tesi sull’arte nazionalsocialista 73.

Indice dei nomi 79.

Sulla copertina: Adolf Hitler, Portale di una Kulturhalle sormontato da scultura di Pallade Atena,1934.

Sullacontrocopertina: Adolf Hitler, Viale alberato con casa d’angolo e monumento, 1925

venerdì 20 aprile 2012

Marco Ramperti. – Benito I imperatore


Va letto questo libro di Marco Ramperti, meravigliosa figura di scrittore e uomo libero, morto in povertà per non essere il servo di nessuno: nessun editore-mercante, direttore di giornale a sua volta diretto, committente e padrone che non fosse anche Signore. Va letto perché ci fa capire in che mondo viviamo. Di che razza sono fatti gli apologeti dell'oggi. Perché sui giornali che oggi ardono di pathos civile scopriamo ogni giorno quei giuggiolosi editoriali – e sui libri tante righe piene di artefatta bonomia, e sui testi scolastici. Montagne di zucchero, di melassa, di falsa modestia. E se invece, a Roma, comandasse Benito I imperatore? Se l'aborrito Duce del fascismo, grazie a un’atomica sganciata un giorno prima degli americani, avesse vinto la guerra? Li leggeremmo lo stesso quei giuggiolosi editoriali? Le ascolteremmo lo stesso quelle lezioni di vita e pace e bene da parte dei paladini dell'uguaglianza e della democrazia? Ve li immaginate i maître e le maîtresse à penser di oggi rischiare la vita per contraddire Benito I imperatore? Figuriamoci. Ma non ci penserebbero nemmeno.

Fondamentale questo romanzo per mantenersi appesi a quel filo, quel filino di decenza, evitando che l'immane ipocrisia globale ci travolga, inglobi, contamini del tutto.

sabato 26 novembre 2011

Il «Furor di popolo» che linciò Donato Caretta

Il processo al questore Caruso nelle giornate a Roma dopo Via Rasella e le Fosse Ardeatine
Michele De Feudis 11-12-2011, "Il Tempo"

Gli orrori vissuti a Roma tra regime in dissoluzione, occupazione tedesca e prime epurazioni: Zara Algardi scrisse nel 1944 "Il processo Caruso", eccezionale resoconto della vicenda giudiziaria conclusa con la fucilazione del questore fascista della Capitale, burocrate tetro e protagonista delle drammatiche giornate costellate dall’attentato terrorista a Via Rasella e dalla rappresaglia-eccidio delle Fosse Ardeatine. La casa editrice Ar (info@libreriaar.com) ne propone la ristampa anastatica con il titolo: «Furor di popolo» (pp.316, euro 23). Si tratta di un documento prezioso per comprendere il clima del tempo. Emergono così i profili degli imputati nel processo, Pietro Caruso e il suo collaboratore, Roberto Occhetto, la connivenza con le forze germaniche di Pietro Koch e della sua efferata banda, l'ignavia colpevole del ministro Guido Buffarini Guidi. Infine il martirio del direttore di Regina Coeli Donato Carretta, uomo probo, straziato dalla reazione della piazza che, nel tentativo di linciare il questore finì per ucciderne il principale teste dell’accusa.




Chi era Carretta? «La sua figura (…) è apparsa quella di un capace funzionario, onestissimo e umano, il quale nel periodo della dominazione nazista collaborò, prodigandosi con rischio gravissimo personale e della famiglia, col Comitato di Liberazione». Antonina Ficotti, che aveva appena perso il marito alle Fosse Ardeatine, scambiò Carretta per il fucilatore del consorte e scatenò la furia cieca dei presenti all’udienza del processo contro Caruso. Il direttore del penitenziario fu prima protetto dalle forze dell’ordine, poi condotto in un corridoio esterno all’aula di giustizia e linciato dalla folla. Gli aggressori lo volevano far investire da un tram, ma l’autista, Angelo Salvatori, si oppose alla «massa incandescente»: mostrò la sua tessera del Pci, bloccò i freni del mezzo e nascose la manovella che avrebbe potuto azionarne la corsa. Carretta allora fu lanciato nel Tevere dal Ponte Umberto e percosso a lungo con un remo da due uomini su una barca che lo raggiunsero e lo finirono. Il corpo senza vita fu appeso a testa in giù all’ingresso del carcere romano. Il "furore del popolo" quando crolla un sistema politico ripete sempre gli stessi barbari riti: a Regina Coeli per Carretta; a Piazzale Loreto con Mussolini e Claretta; solo qualche mese fa in una polverosa strada in Libia, sul cadavere di Gheddafi.



Zara Algardi. - Furor di popolo.
Nel 1944, Caruso, iscritto al Partito Fascista sin dal 1921, fu nominato questore a Verona rimanendo con questa carica nella città solo una quindicina di giorni, giusto il tempo necessario per dirigere l'ordine pubblico in occasione della fucilazione dei membri del Gran Consiglio condannati a morte dal tribunale speciale. Egli tuttavia non partecipò all'esecuzione anche se vi assistette in qualità di questore. Fu successivamente nominato Questore di Roma, dove rimase fino al giugno del '44, quindi anche durante i fatti di Via Rasella. Il processo sarà breve (20 e 21 settembre 1944) e Pietro Caruso venne condannato a morte per fucilazione. Dal preambolo editoriale di F.G. Freda: […] Narra diversi eventi questo libro che contiene il resoconto stenografico integrale del processo al questore nazifascista di Roma Pietro Caruso. L’indice delle pagine, che qui funge pure da sommario degli argomenti, li segnala con chiara semplicità. Diversi eventi rappresentati con la passione e annotati con il ressentiment antifascista: eccidio di via Rasella rappresaglia delle Fosse Ardeatine linciaggio di Donato Carretta processo e morte di Pietro Caruso scorrono in sequenza rapida e rapinosa.[…]
Pp. 346 con 21 riproduzioni fotografiche. Preambolo editoriale di F.G. Freda. Ristampa anastatica. Collezione Adel. 2011. Euro 23,00

domenica 30 ottobre 2011

ANTIBANCOR

“Gentile Lettore,

l’assenza di un ordine finanziario, e soprattutto di un assetto monetario, fa balenare all’orizzonte lampi di catastrofi economiche ben più distruttive di quelle provocate dal crac del 1929. Mentre accademici illustri e supertecnici degli istituti centrali di emissione – tutti ‘uomini rispettabili…’ – si ‘affannano’ […] nella ricerca di un parametro definitivo per determinare il valore reale delle monete, i vari espedienti escogitati […] crollano ingloriosamente, dopo aver permesso l’arricchimento di pochi individui a danno ora di questa, ora di quella Nazione. Crediamo quindi giusto affrontare i problemi finanziari e monetari secondo un’ottica totalmente diversa da quella classica […]: tanto puntuale nel proporre modelli econometrici, monografie brillanti e trattati monumentali, quando incapace di suggerire alle autorità politiche gli strumenti per impedire che la moneta – garanzia di sovranità nazionale – diventi un cappio intorno al collo del popolo.

Esistono nuove tecniche e nuove vie da esplorare, se si è capaci di distruggere le ‘gabbie’ nelle quali – in perfetta malafede – chi trae profitto da questo disordine vorrebbe continuare a tenerci chiusi. Per smantellarle, economisti e storici dell’economia hanno operato e continuano ad operare. Con il loro insegnamento e col contributo di quanti antepongono l’onestà intellettuale al proprio interesse economico e sociale, ci adopereremo affinché questo sistema, basato sull’enorme ‘bolla di sapone’ di denaro inesistente, acceleri il proprio collasso: si ripristinerà così l’economia reale – la sola adeguata al Bene della comunità nazionale.

Fronte Nazionale
 Questo volantino, a firma Fronte Nazionale, fu distribuito con il primo numero di “L’Antibancor. Rassegna periodica di economia e finanza”, anno 1 n. 1, 1992. L’Antibancor si proponeva di “segnalare e sottolineare gli aspetti erronei e nefasti dell’attuale sistema monetario del ‘mondo occidentale’, così come esso si manifesta nella pratica finanziari quotidiana: tanto degli istituti centrali di emissione, quanto della finanza internazionale che ne è la suggeritrice, il motore e la guida” (nella quarta di copertina, i ‘quattro punti fermi’ dell’Antibancor). Una capacità di preveggenza, vista l'assoluta centralità attuale del problema, che il Fronte dimostrò anche intorno alla sua stessa ragione costitutiva: la lotta alle ondate migratorie. Poi si sa com'è andata a finire: Freda in galera, Calderoli al governo.

La Rassegna fu recensita dal quotidiano ‘La Stampa’:
Fascismo & Finanza. All' armi, siamo economisti Freda vara una rivista ANTIPLUTOCRATI di tutto il mondo, unitevi. L' appello arriva dall' inesausta voce del Fronte nazionale di Franco Freda. Ora il Fronte Nazionale si lancia nei territori dell' alta finanza con una edita dalle Edizioni di Ar e intitolata con trasparente allusione L' Antibancor. era infatti lo pseudonimo usato dall' ex governatore della Banca d' Italia Guido Carli nei suoi articoli su L' Espresso e ripreso a sua volta dal nome della valuta universale proposta da John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods. […]

L’indice del primo numero mostra la natura degli studi della rassegna curata dalle Edizioni di Ar: Plutocrazia (a firma Fronte Nazionale); i grandi banchieri; dal capitalismo di Stato al capitalismo privato; credito e promesse di pagamento, un sistema monetario alla deriva secondo un’analisi di Maurice Allais; economia di carta e politica economica monetaria; il divorzio del Ministero del tesori dalla Banca d’Italia; usurocrazia; la ‘Salomon Brothers e le miniere di re Salomone; altro.

Lo scritto ‘Plutocrazia’, si apriva con una citazione di Carlo Marx:
 “Poco dopo la sua nascita, la società moderna trascinò per i capelli Pluto fuori dalle viscere della terra, e salutò l’oro come il suo Santo Graal”.

La rivista fu pubblicata in cinque numeri (il primo fu, poi, ristampato; quindi i numeri sono tutti disponibili: www.edizionidiar.it – la collezione, euro 50,00). L’antibancor, divenne successivamente una collana editoriale delle Edizioni di Ar, nella quale sono stati inseriti i testi di studio sugli stessi argomenti della rivista:

- Francesco Avigliano - L’enigma sociale.

- Gertrude Coogan - I creatori di moneta. Chi crea la moneta? Chi dovrebbe crearla?
- Walter Beveraggi Allende – Teoria qualitativa della moneta. Contro il monetarismo, l’inflazione, la disoccupazione.

mercoledì 5 ottobre 2011

NOVITA’ EDITORIALE: K.! LA RISORGIVA DI SPARTA. Nazismo e società civile in tempo di guerra

NOVITA’. Ciro Poggiali. -  K.! LA RISORGIVA DI SPARTA. Nazismo e società civile in tempo di guerra. Edizioni di Ar. Euro 29,00
Impresso nel 1949, questo volume aveva come titolo IL CREPUSCOLO DEGLI DEI. Dieci anni dopo, il Freiherr M.P. ci convinse a leggerlo. Nonostante la nostra, giovanile e ostinata, inclinazione alla lettura di scritture ideologiche, il racconto storico-militare dell’Autore ci persuase, pur essendo, la sua, una ricognizione etno-eto-socio-eco-nomica e non una esposizione di stampo ideolo-gico. Ora, grazie all’amore per il lontano che ci ha disintossicato dall’attenzione per il vicino (lettura di giornali etc.), e al risparmio di tempo così ottenuto, abbiamo riletto il testo di Ciro Poggiali. Nessuna simpatia ideologica prova l’Autore per il Führer o per il nazismo. Entusiasmo e ‘grande passione’ egli invece prova per la germanicità e am-mirazione per le qualità che segnano (e circoscrivono) il temperamento germa-nico, dando a quel popolo la fisionomia sua propria.

‘Nullum crimen sine poena’: qui, senza fissarli gridando, vengono narrati ed esaminati i lineamenti di una società castrense incentrata su regole castrensi, dunque sulle sanzioni capitali che la giustizia castrense prevede per signifi-cative trasgressioni. Questo volume porta in epigrafe una nitida, semplice immagine di Esopo che non si rinveniva nemmeno sui testi scolastici d’antan: “La Verità è un’anfora a due manici; e chi la piglia per una mano sola o non la muove o la rompe.” (Dal preambolo editoriale)

martedì 6 settembre 2011

Le ‘nostre’ parole di Zarathustra

Le ‘nostre’ parole di Zarathustra

L’editio sincera di Nietzsche, la collezione “Alter ego” di Ar, che ospita i testi del grande filosofo tedesco con l’originale a fronte, è giunta alla prova decisiva: la versione dello Zarathustra. Opera da far tremare le vene e i polsi per la profondità teoretica, per la purezza stilistica, per il labirinto di echi e rimandi in essa contenuti (illuminati con sorprendente virtuosismo dal Curatore). Il volume (di 590 pagine) vedrà la luce tra qualche mese, ma, data la sua importanza, vi proponiamo di divenirne già sottoscrittori da ora. Chi comunicherà subito la sua prenotazione all’indirizzo info@libreriaar.com riceverà in omaggio tre testi della stessa collezione “Alter ego”. Il titolo dell’opera sarà, discostandosi dal calco, l’assertorio Queste le parole di Zarathustra. Queste le ‘nostre’ parole di Zarathustra.    

info@libreriaar.com

tel./fax: 0825 32239