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La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

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martedì 18 giugno 2013

Abracadabra


di Fabio Calabrese

Ripensando alle osservazioni che ho inserito in “I due volti della modernità”, un'ulteriore considerazione mi è venuta – viene – spontanea. Proviamo solo a immaginare che la frase di Ernst Haeckel che ho citato sia stata detta da qualche ricercatore della nostra epoca invece che del XIX secolo, che se le differenze che constatiamo fra bianchi e neri si trovassero fra due chiocciole nessuno avrebbe esitazioni a classificarle in due specie diverse. Che cosa succederebbe?

Non è difficile da capire: la censura democratica scatterebbe immediatamente: questa persona sarebbe aggredita da tutte le parti, lo si accuserebbe di essere un fascista e un razzista; se fosse un docente, gli si impedirebbe di tenere lezione, se osasse tenere una conferenza sarebbe aggredito e svillaneggiato, le riviste rifiuterebbero i suoi articoli, gli editori i suoi libri, in breve il suo posto di lavoro sarebbe a rischio, sarebbe ridotto al silenzio, forse alla fame, e potrebbero scattare per lui anche implicazioni penali, perché in democrazia certe opinioni sono un reato.

Io non vorrei adesso aprire un dibattito sulle differenze fra gli uomini, che esse esistano, comprese quelle razziali, mi pare che dovrebbe essere del tutto pacifico, se non si insistesse a imporci forzatamente il dogma democratico dell'uguaglianza. Vorrei adesso piuttosto porre l'attenzione sull'ampiezza, la capillarità, l'efficienza del sistema repressivo democratico, largamente basato sul fatto di trovare ampie e zelanti collaborazioni fra i campioni della democrazia stessa che, quanto più si pongono “a sinistra”, tanto più sono ostili a qualunque forma di pensiero che non ubbidisca ai dogmi di un rigido conformismo.

Lo stesso trattamento, infatti, viene riservato, ovviamente, a chi contesta una qualsiasi delle convinzioni che l'ideologia democratica vuole imporci a ogni costo: a chi avanza dubbi sull'entità dell'olocausto, a chi vorrebbe in qualsiasi modo riabilitare il fascismo, a chi osa avanzare il sospetto che alle differenze anatomiche tra uomo e donna possano corrispondere differenze psicologiche e comportamentali che non siano il prodotto dell'educazione, e da un po' di tempo anche a chi trova qualcosa di anomalo, di innaturale nel matrimonio fra persone dello stesso sesso. La libertà di pensiero concessa dalla democrazia si riduce ogni giorno di più, e i “compagni” sono i censori più zelanti, il loro fine sembra essere quello di rendere la gente incapace di pensare.

Sarà per questo che comportamenti e atteggiamenti che in altri tempi sarebbero sembrati irrazionali o francamente stupidi, oggi sono accettati come la normalità. Nel mio articolo precedente come in altri già comparsi su “Ereticamente” o in altre sedi, ho illustrato l'aspetto superstizioso e stregonesco del “pensiero” democratico, ma è un argomento sempre suscettibile di ulteriori approfondimenti, anzi si può dire che più si scava, meno se ne vede il fondo.

Prendiamo un campo che in apparenza dovrebbe essere quello quanto più razionale e oggettivo possibile, che riguarda più strettamente le condizioni reali di vita della gente: l'economia. Ho già evidenziato in altri miei scritti che questo terreno, che dovrebbe essere quello della massima razionalità, per come viene trattato dal pensiero dominante è a tutti gli effetti una pseudo-scienza che si basa su due presupposti impliciti, non dichiarati e assolutamente falsi, che esista qualcosa di definibile come l'interesse globale della società e che le vicissitudini economiche, l'andamento dei mercati, siano qualcosa di imprevedibile e indipendente dai comportamenti umani, come se parlassimo di meteorologia.

E' invece vero che all'interno di qualsiasi società esistono interessi in conflitto, che una ristretta minoranza di persone appartenenti allo strato più alto del capitalismo bancario e finanziario può agire e di fatto agisce per il proprio personale tornaconto a danno dell'interesse, del benessere, del futuro di tutti gli altri, e che le crisi sono provocate e manipolate allo scopo di impadronirsi delle risorse prodotte dalla società, di trasformare il lavoro di molti nella ricchezza di pochi.

Ad avviare la società italiana e quelle del resto dell'Europa sulla strada di quella che ormai dal 2008 non è più una crisi ma, a meno di radicali cambiamenti, un declino irreversibile, a creare le premesse di questo declino, i “compagni”, i marxisti, quella sinistra verso la quale per atavica abitudine una parte dei ceti lavoratori da ancora il proprio appoggio ignara del fatto che essa ha smesso di tutelare da gran tempo i loro interessi, ha dato e continua a dare un contributo non disprezzabile. Per decenni hanno fatto una guerra senza quartiere agli imprenditori, ignorando o facendo finta di ignorare che il tessuto produttivo italiano è composto principalmente di piccola industria, e che ogni ditta che fallisce significa decine o centinaia di lavoratori sul lastrico, permettendo così ai grossi gruppi industriali, alle grandi catene di distribuzione, alle banche, alla finanza di acquisire più facilmente le aziende, e oggi che il grande capitalismo bancario e finanziario mascherato dietro le istituzioni “europee” con cui sono sempre stati complici, sferra il suo attacco decisivo alla proprietà, al benessere al futuro di tutti, fanno finta di non vedere e proclamano per bocca del loro guru Walter Veltroni che “la lotta di classe non esiste”.   

Il dominio dell'economia che dovrebbe essere quello della massima razionalità, è invece dominato da componenti irrazionali, scaramantiche, superstiziose, stregonesche. Prendiamo quello che ha tutta l'apparenza di un dato oggettivo, il famoso (o famigerato) PIL. Oggi che siamo in recessione, il nostro PIL è regredito, è tornato – ci dicono – al livello di vent'anni fa. La nostra situazione economica è uguale a quella di allora? Ne siamo sicuri? La mia è – credo – una famiglia tipica: quattro persone e due redditi da lavoro. Venti-venticinque anni fa avevamo figli piccoli pagavamo la baby sitter e il mutuo e si riusciva a mettere qualcosa da parte. Oggi si stenta ad arrivare a fine mese. Io credo che chiunque abbia più di trent'anni non fatichi a ricordare situazioni dello stesso genere.

Il PIL di alcuni Paesi del Terzo Mondo come il Brasile o l'India registra – ci dicono – incrementi tra il 5 e il 10% l'anno. Se il dato fosse reale, costoro dovrebbero aver ormai raggiunto il livello di benessere dei Paesi industrializzati. Mah! Se andate a vedere alla periferia di Rio De Janeiro o a quella di Calcutta, trovate le stesse favelas, le stesse bidonville  miserabili che c'erano venti, cinquanta, settanta anni fa, dove vive un'umanità in condizioni di degrado ai limiti della sopravvivenza, e sia chiaro che – come nel passato – ci entrate a vostro rischio e pericolo.

Io ho l'impressione che questo famigerato PIL sia un indice fittizio o per meglio dire manipolato, la cui esistenza serve a veicolare l'essenza dell'ideologia progressista: sono possibili occasionali e temporanei ritorni all'indietro, come sta avvenendo in Europa dal 2008, ma la tendenza globale sul lungo periodo è ascendente: se le cose oggi non vanno meglio di ieri, vanno pur sempre meglio dell'altro ieri e domani saranno ancora migliori.

Io mi domando come sia possibile pensare che in un mondo che non aumenta certo di dimensioni, ma ogni giorno è come se si riducesse, sempre più sfruttato, inquinato, devastato, impoverito, e dove la specie umana continua la sua espansione demografica, sia possibile una crescita della disponibilità di risorse pro capite. La logica e il semplice buon senso ci dicono che se si deve dividere una torta fra più persone, aumentando il numero dei commensali, si ridurrà la fetta di ciascuno. Ma la logica e il buon senso non sembrano avere corso tra i “maghi” dell'economia.

Se qualcuno sostenesse di possedere una formula magica, un abracadabra pronunciando il quale si possono risolvere tutti i problemi, non credete che in altre epoche meno “evolute” e più sagge, costui sarebbe stato guardato con comprensibile scetticismo?

Nella nostra epoca “progredita” la gente sembra diventata più credula, TERRIBILMENTE più credula, ed ecco che qualcuno è venuto fuori con la formula magica, l'abracadabra per risolvere tutti i problemi economici e –  quel che è più tragico – è stato preso sul serio: la formula dell'abracadabra è semplice, di una semplicità sconcertante: privatizzare, privatizzare, privatizzare.

Di mezzo c'è senza dubbio il fallimento dello statalismo dirigistico, dell'economia di piano che caratterizzava il sistema sovietico e gli altri Paesi del “socialismo reale” dell'Europa dell'est. Poiché un eccesso non funziona, allora mettiamoci a giurare e spergiurare sull'eccesso opposto. Mi chiedo se davvero occorra essere laureati e avere un master in economia alla Bocconi per ragionare in maniera così rozza.

Su di un piano di pensiero appena leggermente superiore (come passare dallo scimpanzé al bonobo, ma siamo ancora molto lontani dall'homo sapiens), l'attuale tendenza neo-liberista viene giustificata così: l'offerta di beni e servizi da parte di una pluralità di imprenditori privati li pone in concorrenza fra loro, quindi ognuno di loro tenderà a offrire il servizio o il prodotto migliore possibile al prezzo più contenuto possibile. Questa concezione neo-liberista è oggi considerata talmente forte, talmente persuasiva, talmente vincente da essere stata proclamata dagli economisti il PENSIERO UNICO a cui tutti dovrebbero giocoforza adeguarsi, eppure tutte le volte che è stata applicata all'economia reale, non ha prodotto altro che disastri.

In realtà, le obiezioni che si possono sollevare contro di essa sono parecchie. Per prima cosa, siamo sicuri che in condizioni di sedicente libero mercato l'utente abbia davvero libertà di scelta? Un qualsiasi accordo fra i produttori di un settore che decidono di offrire lo stesso prodotto agli stessi prezzi può vanificare questa libertà, così come si è scoperto qualche anno fa essere accaduto fra le compagnie di assicurazione riguardo alle polizze automobilistiche, gioco in questo caso tanto più facile perché il cliente è legalmente obbligato all'acquisto, ma il discorso va ben oltre questo caso, e lo riprenderemo fra poco.

Un'altra rilevante obiezione, è che ci sono dei servizi per i quali l'esborso dell'utente può coprire soltanto una parte dei costi e che, se lasciati in mani private, avrebbero un costo che li renderebbe accessibili solo a una parte della comunità, quella più economicamente avvantaggiata. Gli esempi più rilevanti sono l'istruzione e la sanità: quando in questi comparti si lascia spazio all'iniziativa privata, si manifestano evidenti effetti distorsivi, così ad esempio abbiamo scuole private riservate ai figli di un' élite di privilegiati che nel tentativo – si suppone – di allargare la fascia di coloro che vi hanno accesso, godono di ingenti agevolazioni e finanziamenti pubblici, mentre la scuola pubblica presenta segni di degrado piuttosto evidenti. Per la sanità vale un discorso analogo, con la differenza – forse – che qui un maggior numero di persone è costretta almeno occasionalmente ad accedere obtorto collo alla fascia alta perché quando si tratta della salute non si bada a spese. Abbiamo il paradosso di medici che esercitano intra moenia, cioè che lavorano nelle strutture pubbliche e all'interno delle stesse possono esercitare attività professionale privata. Come tutti sappiamo, si può accedere alla stessa visita o allo stesso esame compiuto dallo stesso medico “in privato” o attraverso la struttura pubblica; nel primo caso, si paga considerevolmente di più, nel secondo i tempi di attesa diventano biblici, quasi infiniti.

In questi casi, scuola e sanità, l'iniziativa privata non migliora il servizio ma sottrae risorse, contribuisce a degradare il servizio pubblico, che è poi quello che resta accessibile alla maggior parte dei cittadini. Il meccanismo della sanità, poi, è particolarmente perverso, perché l'iniziativa privata si concentra sui settori più “interessanti” economicamente e lascia alle strutture pubbliche la gestione di quelli che lo sono di meno, e la sanità italiana, soprattutto nelle regioni meridionali, è diventata una voragine senza fondo che inghiotte denaro pubblico offrendo un servizio sempre più degradato.

Esistono poi settori nei quali l'intervento pubblico coincide con l'esercizio della sovranità e l'infiltrarsi dell'iniziativa privata significa la perdita dei residui diritti che rimangono ai cittadini: difesa nazionale, ordine pubblico, giustizia. Il giorno che una polizia mercenaria arresterà un cittadino per farlo comparire davanti a un tribunale privato a rispondere a un codice di giustizia privato, il sogno liberista si sarà trasformato nel più atroce incubo kafkiano. Noi ci siamo ancora lontani, sembra, ma negli Stati Uniti mica tanto.

Non occorre girarci attorno all'infinito, fino agli anni '40 del XX secolo si sono confrontati in Europa e nel mondo oltre alle società a economia di mercato capitalista, due modelli di socialismo, uno disfunzionale, che ha finito per essere il più gigantesco aborto della storia, l'altro invece che funzionava eccome, ed è proprio questo il motivo per il quale capitalismo e “socialismo deforme” con la falce e martello si sono coalizzati per distruggerlo scatenando la guerra più gigantesca della storia umana. Non è davvero possibile credere che queste forze non abbiano preparato e intenzionalmente provocato la seconda guerra mondiale attirando la Germania in una trappola, inducendo i Polacchi a rifiutare qualsiasi trattativa sulla questione di Danzica, esattamente come nel 1914 GLI STESSI REGISTI OCCULTI avevano approfittato della comprensibile reazione dell'Austria all' assassinio del proprio principe ereditario per provocare il primo conflitto mondiale.

Un discorso di questo genere ci porterebbe lontano. In questa sede, limitiamoci a notare che i cambiamenti economici e sociali non avvengono con la stessa rapidità dei mutamenti politici. Sia pure in maniera meno radicale ed efficiente del nazionalsocialismo tedesco, anche il fascismo italiano aveva creato un sistema di protezioni sociali a vantaggio delle fasce più deboli della popolazione e un sistema economico basato sull'integrazione fra pubblico e privato, e purtroppo non è arrivato a vedere i frutti di questo lavoro, perché il boom economico degli anni '60, l'ingresso a pieno titolo dell'Italia fra le nazioni a economia industriale, è stato una conseguenza del lavoro fatto precedentemente dal fascismo, i buoni semi piantati che sono infine germogliati nonostante la gelata della guerra.

Un dato fra tutti mi sembra di particolare rilievo: tutti gli indici economici mostrano che le differenze fra nord e sud della nostra Penisola fra 1920 e 1970 hanno cominciato a ridursi, ma dopo tale data “la forbice” ha ripreso ad allargarsi, visibile conseguenza del ritorno a politiche liberiste che arricchiscono i ricchi e impoveriscono ulteriormente i poveri.

L'efficiente sistema delle partecipazioni statali creato dal fascismo che aveva consentito la ripresa dopo i disastri della guerra e il boom economico degli anni '60, è stato progressivamente smantellato a partire dagli anni '80 e '90, e nella demolizione di questa “bieca” eredità del “bieco ventennio” si sono distinti i governi guidati da Giuliano Amato e da Carlo Azelio Ciampi e soprattutto Romano Prodi che è stato il grande demolitore dell'IRI, quell'Istituto per la Ricostruzione Industriale creato dal fascismo e che era stato il volano della nostra ripresa economica dopo il primo e dopo il secondo conflitto mondiale. Tutti e tre questi gentiluomini sono uomini di sinistra, il segno forse più evidente del fatto che alla sinistra delle condizioni di vita delle nostre classi lavoratrici, in ultima analisi non gliene importa un tubo.

Ai “maestri” dell'economia di solito manca qualcosa che dovrebbe essere invece a disposizione anche di chi non ha fatto la Bocconi, un po' di cultura storica. Per comprendere quali siano le conseguenze a lungo termine dell'attuale trend, basterebbe esaminare con un po' di attenzione la storia italiana dove troviamo un esempio di situazione economica che presenta fortissime analogie con la situazione europea attuale: anche in questo caso, vi fu un'estesa privatizzazione e il controllo delle dinamiche economiche passò nelle mani delle banche, cui lo stato affidò ogni cosa, compresa l'emissione di moneta.

Nel 1266 Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia fu invitato dal papa a invadere il regno di Sicilia che allora comprendeva tutta l'Italia meridionale, per toglierne la corona a Manfredi figlio dell'imperatore Federico II, poiché la Chiesa era decisa a distruggere la dinastia sveva. Poiché Carlo era praticamente un privato, ricorse a massicci prestiti dei banchieri genovesi e pisani, lasciando loro in cambio la gestione dell'economia del regno una volta ottenuta la corona siciliana.

Bisogna notare che fin allora, cosa che sicuramente è ignota a Bossi e Maroni, il meridione era la parte più avanzata della nostra Penisola, favorito dalla sua posizione di ponte naturale con Bisanzio e il Medio Oriente: i Normanni e poi gli Svevi vi avevano costruito uno stato efficiente e moderno, non permettendo all'anarchismo feudale o comunale di prendere piede. Con le tabulae melfitanae Federico II l'aveva dotato della prima costituzione moderna. Rimangono testimonianza di quel periodo le splendide cattedrali di Palermo e Monreale, la corte palermitana dove iniziò la letteratura italiana in lingua volgare, la scuola di medicina di Salerno e l'università di Napoli che ancora oggi porta il nome del grande imperatore svevo, le prime istituzioni europee di livello universitario, prima di Oxford e della Sorbona.

La conquista angioina segnò il passaggio delle attività economiche nelle mani di banchieri forestieri che non avevano alcun interesse a sviluppare l'economia del regno, ma solo a sfruttarla quanto più possibile. Questo, oltre al trapianto di un baronato parassitario di origine francese, provocò il crollo del nostro meridione che precipitò in un abisso di arretratezza dal quale si può dire non sia del tutto uscito nemmeno oggi a otto secoli di distanza, e ci dà l'esatta misura del destino che la BCE sta preparando per noi.

Quale considerazione abbiano i banchieri per la loro clientela, lo dimostrò il potentissimo banchiere e lobbista Enrico Cuccia definendo i piccoli risparmiatori “il parco buoi”. Questo siamo noi per loro: bestiame da sfruttare.

Ma c'è di più: torniamo al nostro argomento iniziale: tutto il pensiero liberista si basa sul presupposto che l'utente abbia una libertà di scelta fra operatori tra i quali esiste una concorrenza reale che tenderebbe a migliorare l'offerta di beni e servizi. E se questa libertà di scelta fosse totalmente falsa e apparente? In questo caso, tutto il PENSIERO UNICO crollerebbe come un arco cui sia stata tolta la chiave di volta. EBBENE, A QUANTO PARE, E' PROPRIO COSI'.

Qualche anno fa alcuni ricercatori economici hanno condotto una ricerca il cui esito importantissimo per tutti noi, è caduto sotto una pesante censura, e che sarebbe andato del tutto perduto se non fosse per l'incontrollabilità del web che sfugge alle intenzioni censorie che percorrono la democrazia.

Come sappiamo, la proprietà di qualunque cosa tranne i nostri effetti personali (ma anche delle nostre case gravate da mutui ipotecari) è legata a un gioco praticamente infinito di scatole cinesi; non esiste un'azienda che non sia partecipata da altre aziende le cui azioni sono controllate da banche e altre aziende, talvolta dalle banche statali che però a loro volta sono partecipate da privati, e via dicendo.

Questi ricercatori hanno cercato di ricostruire una mappa del potere economico mondiale risalendo le ingarbugliate catene delle partecipazioni e dell'azionariato, chi controlla che cosa, un'impresa simile a quella di costruire una mappa virtuale dell'intero pianeta, come è stato fatto con Google Earth. Alla fine si sono accorti con vera sorpresa che tutto converge verso un unico nucleo: una ventina di famiglie strettamente imparentate deterrebbe qualcosa come l'80% della ricchezza mondiale, e i loro nomi, Rotschild, Goldmann Sachs e via dicendo, fanno pensare molto più alla circoncisione che non al battesimo. Anche in questo nucleo ristretto alcuni sarebbero più importanti di altri, e la famiglia Rotschild possiederebbe da sola all'incirca metà della ricchezza dell'intero pianeta.

E' chiaro che cosa abbiamo di fronte: un potere con il quale gli stati nazionali stentano a competere, e se, in ossequio al dogma liberista, rinunciano a esercitare un controllo sull'economia, non possono che diventarne docili e ricattabili strumenti.

Alla fine tutto si tiene: anche il fenomeno dell'immigrazione non è, insieme alla crisi economica, altro che l'altra branca della tenaglia destinata a stritolarci, perché il progetto di dominazione mondiale di cui l'accaparramento della ricchezza planetaria è una parte, vuole un mondo ibridato e imbastardito, dove non vi siano popoli, nazioni e culture che possano opporre resistenza, un ibrido “mercato globale” planetario. Non è tempo di ubbie liberiste e democratiche, di abracadabra ma di lotta per la nostra sopravvivenza.

In campo economico, questo significa buttare a mare i dogmi liberisti, il sedicente pensiero unico, e ritornare a percorrere la via del socialismo nazionale.  

sabato 15 giugno 2013

Gli industriali e la crisi: "chi è causa del suo mal pianga sé stesso"

di Michele Rallo

L'allarme è venuto dall'assemblea dei giovani imprenditori: «senza prospettive per il futuro, l'unica prospettiva diventa la rivolta.» Subito dopo, anche il presidente dei "grandi" si è espresso con lodevole chiarezza: «c'è il rischio di esplosioni violente.» Gli industriali, dunque, sembrano essersi resi conto — almeno loro — che questa politica eurocratica e globalista stia precipitando l'Italia nel baratro. Meglio tardi che mai, perché la classe imprenditoriale è certamente corresponsabile dell'attuale crisi italiana. Due, almeno, i torti — gravissimi, imperdonabili — degli industriali.

Il primo torto è stato quello di aver perorato — già da molto tempo prima della nascita dell'Unione Europea — la riforma delle pensioni, non rendendosi conto che questa, diminuendo drasticamente il numero delle nuove assunzioni, sarebbe stato il primo passo sulla strada della riduzione della platea dei consumatori; con ciò determinando una crisi progressiva del commercio e delle attività imprenditoriali — e sono la maggioranza — che producono per il mercato interno e non per l'esportazione. Questo semplice meccanismo gli imprenditori italiani non l'avevano e — temo — non l'hanno ancora capito. Sempre speranzosa che, riducendo le spese per la previdenza, lo Stato potesse liberare risorse da destinare all'ausilio alle attività produttive, la Confindustria è stata in primissima linea nel richiedere a gran voce la riforma delle pensioni e, con essa, "le riforme" (ma sarebbe più esatto dire "le controriforme") che avrebbero dovuto avvicinare il nostro Paese ai "paradisi" del liberismo, primo fra tutti gli Stati Uniti. Adesso, giunti alfine in un paradiso similstatunitense, gli industriali cominciano a sospettare di essere finiti all'inferno.

Il secondo grande torto è stato di aver accettato con malriposto entusiasmo la logica della globalizzazione e della mondializzazione dell'economia. Consci del loro valore (gli imprenditori italiani sono tra i migliori al mondo), i nostrani capitani d'industria si sono gettati con gagliardo entusiasmo nel "mercato globale", convinti che le loro qualità li avrebbero fatti spiccare, li avrebbero fatti emergere anche fuori dai confini nazionali. Non avevano considerato — gli ingenui — che la globalizzazione non funziona così. Nessuna piccola impresa italiana o di altro paese — per brillante che sia — può reggere la concorrenza di un grande complesso industriale (non importa se americano o cinese o brasiliano) che abbia costi di produzione notevolmente inferiori (e mi riferisco in primo luogo ai costi della manodopera) e, soprattutto, che abbia alle spalle un forte supporto finanziario. Questo vale soprattutto per le piccole imprese: chi può vendere a 1.000 euro, in Italia, un divano costruito con tutti i crismi dai nostri bravissimi maestri mobilieri della Brianza, quando un divano con le stesse caratteristiche (almeno apparentemente) viene prodotto in Cina e viene proposto sul mercato italiano a 200 euro?

Spero che la nostra imprenditoria prenda finalmente atto di questa realtà; spero che si decida a far pressione sulla politica non tanto per qualcuno dei soliti pannicelli caldi, bensì perché venga finalmente imboccata la strada difficile ma necessaria dell'uscita dalla globalizzazione. E dalla miseria.

Nota di Ereticamente


Ringraziamo l'Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani

mercoledì 12 giugno 2013

63 anni per la ripresa. Ma esploderà tutto prima



 di Michele Rallo

Ricordate "la luce in fondo al tunnel" che qualcuno intravedeva già all'indomani dell'arrivo di Monti a Palazzo Chigi? Si era nell'ultimo scorcio del 2011. Ma, qualche mese dopo, ci si pregò di portare pazienza: se ne sarebbe parlato — si disse — nel 2013. Qualche settimana ancora, e l'asticella venne alzata un pò: non una vera e propria luce, ma un barlume; e non nel 2013, ma nel 2014.


Poi, nello scorso aprile, alla vigilia dell'incarico a Letta, ci pensò lo stesso Monti a dire qualche parola di verità. Negli ultimi giorni del suo governo, ospite di Fabio Fazio nella popolare trasmissione televisiva "Che tempo che fa", il Genio della Bocconi ammise candidamente: «Credo che i prossimi sette anni saranno più difficili dei precedenti». E il riferimento — si badi bene — era ad un settennato non proprio felice: il primo di Giorgio Napolitano (maggio 2006 - maggio 2013), iniziato con la "crisi dei subprime" e con le sue ripercussioni in Europa e in Italia, e concluso con i macabri 17 mesi del gabinetto di flagellazione nazionale presieduto dal Torquemada della Bocconi. Altro che "luce in fondo al tunnel". Immaginate sette anni peggiori del settennio 2006-2013!

Prudentemente, però, il Nuovo Uomo della Provvidenza non si soffermava sugli anni successivi al secondo settennato di Napolitano. A questa pecca ha posto ora riparo la CGIL, che negli scorsi giorni ha reso pubblici i risultati di uno studio condotto dal suo Ufficio Economico sui tempi di una possibile "ripresa" italiana. Lo studio fissa come traguardo un ritorno della nostra economia nazionale ai livelli del 2007, immediatamente prima — cioè — della crisi economica mondiale. Si tratta — quindi — di un traguardo ben misero, considerato che nel 2007 l'Italia aveva già attraversato il quindicennio di dissesti economici e di massacri sociali seguito alla nascita — nel 1992 — dell'Unione Europea: l'attacco speculativo di Soros e compagni che aveva prodotto una svalutazione della lira del 30%, la dismissione di buona parte della nostra preziosa industria di Stato (ceduta agli stranieri a prezzi di saldo), l'entrata in circolazione dell'euro (che aveva dimezzato il potere d'acquisto dei nostri risparmi), l'avvìo della riforma delle pensioni, la "delocalizzazione" di molte industrie italiane in lidi più propizi, i licenziamenti di massa, la criminalizzazione del posto fisso ed il trionfo del precariato, l'invasione migratoria con le sue pesanti ripercussioni su un già dissestato mercato del lavoro, eccetera. Ebbene, per tornare ai livelli di quel miserabile 2007 — secondo lo studio della CGIL — dovremo aspettare ben 13 anni da oggi, cioè fino al 2026. Ma questo — si badi — solo per quanto riguarda il PIL e, naturalmente, a patto di "intercettare la ripresa". Per quanto riguarda l'occupazione, sempre se tutto va bene, gli italiani dovranno avere un pochino più di pazienza: altri 50 anni — e fanno 63 — fino al 2076. Questo — mi ripeto — per gli standard miserabili e da terzo mondo del 2007, con precariato, mobilità, blocco delle assunzioni e concorrenza degli immigrati.

Quello che lo studio della CGIL non dice, è che la nostra società non potrà reggere questi livelli di crisi per altri 63 anni. Si sfascerà tutto molto prima. Quando? quando non saremo più in grado di pagare le rate miliardarie dei nostri pazzeschi "impegni con l'Europa".


Nota di Ereticamente

Ringraziamo l'Autore per l’invio. L’articolo è stato pubblicato in cartaceo sul periodico Social di Trapani

sabato 27 aprile 2013

Euroscettici e populisti


di Fabio Calabrese



Io ho compiuto da poco sessant'anni, e non credo quindi di dovermi considerare decrepito, non in questa Italia di oggi che ha rieletto alla presidenza della repubblica un giovanotto ottantottenne, tuttavia in certi momenti mi capita di sentirmi un uomo di un'altra epoca.

In particolare, mi rendo conto che quello che è anacronistico, è il mio atteggiamento verso la politica: per me occuparmi (e preoccuparmi) di politica significa interessarmi delle sorti della comunità di cui tutti facciamo parte, un dovere civile e non, come avviene perlopiù oggi, un'occasione di profitti e interessi più o meno leciti.

Il precedente articolo che ho inviato a “Ereticamente” è stato dedicato a un fatto importante nella cronaca delle nostre disgrazie, la rielezione del presidente della repubblica, e adesso non vorrei tornarci su se non per un ultima osservazione: sarà stato prudente affidare la suprema carica dello stato a un giovanotto forse non abbastanza esperto, uno sbarbatello nemmeno novantenne?

Il teatrino della politica spicciola l'ho definito un immondezzaio, e – credetemi – è con ogni probabilità il termine più gentile che avrei potuto adoperare per questo vermicolante intreccio di giochi di potere, personalismi, interessi privati e inconfessabili che sta pesando sempre più su tutti noi e sta portando a fondo questa povera nazione.

Svolto ancora una volta questo increscioso compito, forse è il momento di concederci di tornare a considerare qualcosa di portata più vasta e meno immediata, di ripassare per così dire i fondamentali.

Un punto che io penso che emerga con molta chiarezza dalle cose che ho pubblicato finora su “Ereticamente”, è che mi potrei definire con ogni probabilità un patriota europeo. In quella parte di scritti in cui mi sono occupato in particolare di temi storici e archeologici (i quattro capitoli di “Ex oriente lux” in particolare, ma un po’ tutto lo spazio che ho dedicato a queste tematiche), ho perorato, lo ammetto non senza passionalità, la creatività e l’originalità del nostro continente in contrapposizione al mito di una derivazione della civiltà da oriente e dal Medio Oriente, la cui importanza siamo portati a sopravvalutare – a mio parere – in conseguenza della diffusione di una religione di origine mediorientale alle nostre latitudini.

La questione è POLITICA, e lo è in una misura maggiore di quanto non sembri, non solo perché ritrovare il senso e l’orgoglio della nostra identità di uomini europei, è il primo passo per l’autodifesa di questa identità oggi minacciata dal mondialismo e dal meticciato multietnico conseguente all’immigrazione, ma anche perché è proprio dall’enfatizzazione biblica che i nostri dominatori a stelle e strisce, il “nuovo Israele” d’oltre oceano, traggono la loro malriposta arroganza, e sarebbe importante essere consapevoli per prima cosa che noi figli d’Europa valiamo immensamente più di loro.

In altri miei scritti, e anche questo è molto chiaro, ho assunto apertamente quell’atteggiamento che viene oggi definito “euro-scettico” bollando in maniera pesante le istituzioni cosiddette europee come una macina al collo per noi e per gli altri popoli d’Europa, causa diretta della pesantissima crisi economica che stiamo vivendo oggi attraverso l’imposizione di politiche di bilancio e fiscali vessatorie, quelle stesse di cui da noi Mario Monti è finora stato il più eccellente interprete.

Dov’è la contraddizione, se c’è?

La contraddizione non si trova nei miei scritti ma nell’Europa o in ciò che oggi passa per tale perché occorre averlo ben chiaro: LA UE NON E’ L’EUROPA, non rappresenta affatto i popoli del nostro continente, non ne tutela gli interessi, non si preoccupa del loro futuro, al contrario, è un organismo la cui finalità è quella di togliere agli Europei ogni futuro.

Le istituzioni che compongono la cosiddetta “Unione Europea” sono di fatto inconsistenti ad eccezione della BCE, al punto che al posto di UE potremmo dire per l’appunto BCE e le cose non cambierebbero di una virgola nella sostanza. A sua volta, attraverso un meccanismo di scatole cinesi, la BCE la cui titolarità è condivisa da sedicenti banche centrali nazionali con quote sempre più rilevanti di capitale privato, la cosiddetta Banca Centrale Europea che attraverso la creazione dell’euro si è impadronita della sovranità monetaria e quindi dell’effettiva sovranità degli stati europei (non c’è niente da fare: “pecunia mundum administrat” dicevano certi nostri antenati più svegli di noi) è un organismo PRIVATO nelle mani del grande capitale finanziario internazionale che, grazie a una serie di diktat economici si sta impadronendo della ricchezza prodotta dal lavoro dei popoli europei, ci sta progressivamente DISSANGUANDO E STRANGOLANDO.

Proprio se vogliamo avere un futuro come italiani e come europei, dovremmo contrastare queste cosiddette istituzioni “europee” con ogni mezzo e cercare di recuperare innanzi tutto la sovranità monetaria uscendo dalla trappola euro, ma questa bugiarda democrazia fatta apposta per calpestare il popolo presunto “sovrano”, di mezzi per difenderci ce ne lascia ben pochi.

Non si può d’altra parte sottacere la piena sintonia fra questa oppressione economica verso i popoli del Vecchio Continente e l’oppressione politica e militare di cui essi sono oggetto da parte degli USA. Il depauperamento economico dell'Europa è solo una parte di un piano teso ad annientarla, l'altra parte riguarda la sostituzione dei popoli europei con un'ibrida accozzaglia multietnica a immagine e somiglianza degli “States” (dove oggi gli americani di stirpe bianca e di origine europea sono sul punto di diventare una minoranza) di cui l'Europa dovrebbe diventare una sorta di immensa periferia, nella logica dell'eliminazione di tutte quelle differenze storiche, culturali, antropologiche, politiche che potrebbero ostacolare la trasformazione del nostro mondo in un unico mercato planetario.

A questo riguardo, diciamolo ancora una volta in breve e con molta chiarezza nella speranza di sgombrare il campo dagli equivoci che ancora esistono nei nostri ambienti. Ai tempi della Guerra Fredda, quando esisteva l'Unione Sovietica, essere “atlantici”, “filo-occidentali” pareva una scelta quasi obbligata, e non ha senso stare ora a polemizzare postumi con leader storici che non sono più fra noi, come Giorgio Almirante e Pino Rauti, ma essere filo-americani OGGI, a più di vent'anni dalla scomparsa dell'Unione Sovietica ha ancora meno senso, e dimostra solo la vischiosità mentale di certe persone incapaci di capire che i tempi cambiano.

Si sente parlare spesso di mondialismo e globalizzazione e i due termini sono spesso usati in modo intercambiabile come sinonimi, ma in realtà le cose non sono esattamente così. Per globalizzazione si intende il fatto che ormai il nostro pianeta, a causa dello sviluppo dei mezzi di comunicazione, costituisce un sistema interdipendente in tutte le sue parti (anche se non pienamente integrato) dove nessuno può più permettersi il lusso di vivere in aree protette, ma è in diretta competizione con tutti gli altri.

Poiché sul mercato globale tocca comunque starci, il problema è se starci in una posizione di forza o di debolezza. Noi oggi abbiamo sotto gli occhi due esempi opposti, quello dei Paesi nord-europei che avendo investito nelle produzioni ad alta tecnologia, possono guardare al futuro con relativa tranquillità almeno sotto quest’aspetto, e quello dell’Italia che avendo investito nella bassa tecnologia, nel manifatturiero, nella piccola industria, nell’artigianato, non è in grado oggi di resistere alla concorrenza del Terzo Mondo dove i costi della manodopera sono bassissimi.

Se andiamo a vedere le cause dello svantaggio che ci troviamo oggi a patire, possiamo individuare abbastanza facilmente le responsabilità: lo sfascio della scuola prodotto dalla sinistra a partire dal ’68 che ci ha privati di quelle eccellenze intellettuali a partire dalle quali sarebbe dovuta venire l’innovazione, l’avversione per ogni forma di cultura “tecnocratica” come si diceva in anni non lontani, il famoso referendum sul nucleare che facendo lievitare i costi dell’energia, ci ha costretti a importare energia elettrica prodotta dai nostri vicini con centrali nucleari piazzate sui nostri confini, e ci possiamo mettere pure lo sfascio di un’azienda tecnologicamente di punta a livello internazionale come era la Olivetti di Ivrea operato (ma che strano!) da Carlo De Benedetti, il grande sponsor della sinistra. Se un giorno si cercherà di fare il conto dei danni che la sinistra ha arrecato all’Italia, stimarli sarà molto difficile, ma sopravvalutarli impossibile.

Oltre tutto, si tenga presente che essere contrari alla globalizzazione, voler mantenere delle aree economicamente separate, ma essere favorevoli al mondialismo, cioè alla società multietnica, non risponde a nessuna logica, è il massimo dell’assurdità; sarà per questo che la sinistra “no global” è subito diventata il ricettacolo del teppismo più violento e inconsulto, la cui dialettica e propositività arriva al massimo a sfasciare vetrine e incendiare cassonetti.

Il mondialismo è un’altra cosa; perché si arrivi alla società multietnica non bastano i progressi dei mezzi di comunicazione, occorre che si creino forti disparità economiche fra le diverse aree del pianeta in modo da indurre grandi masse umane a migrare da un continente all’altro, ed è proprio questo, certamente voluto e pianificato, che oggi abbiamo sotto i nostri occhi, l’assalto delle masse “colorate” del Terzo Mondo contro il mondo prospero (non per dono del Cielo, ma grazie alla creatività e al lavoro dei suoi cittadini) “bianco”, europeo, lo stesso che Oswald Spengler aveva intuito ottant’anni fa si sarebbe potuto verificare se l’Europa avesse, come è successo, perso il controllo del proprio destino.

“Mondialismo” ha anche un’altra accezione, quella di vera e propria ideologia di quanti auspicano la scomparsa di popoli, etnie e culture nel mescolamento e imbastardimento mondiale, i “campioni” di questa ideologia sono in genere “sinistri” e cattolici. Forse costoro non si rendono conto che, essendo i popoli europei in declino demografico, essendo stati COSTRETTI al declino demografico, ed essendo i loro amichetti “colorati” buoni soprattutto a figliare, quel che costoro auspicano e aspettano con gioia, è la sparizione della loro gente.

Dai “compagni” “global” o “no global” che siano, che hanno cercato di propalare per “il paradiso dei lavoratori” le più atroci tirannidi della storia e a cui, a vent’anni di distanza la dissoluzione per implosione dell’Unione Sovietica, del crollo del sistema comunista sotto il suo stesso peso, vittima della propria incapacità di produrre altro che oppressione e miseria, non ha insegnato nulla, siamo abituati ad aspettarci di tutto tranne un pensiero intelligente, ma riguardo ai cristiani è probabilmente il caso di dire due parole di più. Io non credo che la spiccata vocazione terzomondista che oggi dimostra la Chiesa cattolica dipenda SOLO dal fatto che ormai essa è costretta sempre di più a reclutare gli appartenenti al clero nel Terzo Mondo, fra genti culturalmente deprivate, c’è di mezzo un atavico spirito antieuropeo rimasto per secoli e secoli sottotraccia e riemerso con quel ritorno alle origini che fu il Concilio Vaticano Secondo.

Le conseguenze del mondialismo o terzomondismo le abbiamo sotto gli occhi, e sono estremamente gravi:

Queste persone accordano a immigrati e rom, individui perlopiù parassitari, il cui campo di attività economica va dall'accattonaggio alla micro-criminalita, allo spaccio di stupefacenti, alla prostituzione, tutta una serie di privilegi che vanno dall'accesso agli alloggi popolari, al pagamento delle bollette da parte dei comuni, all'accesso privilegiato agli asili nido, e questo quando i nostri lavoratori perdono il lavoro e non trovano casa, quando i nostri pensionati dopo una vita di lavoro sono costretti a frugare nei bidoni delle immondizie.

Se si osa dire qualcosa, protestare contro questo scempio, si viene subito tacciati di razzismo ma, mettiamocelo bene in testa una volta per tutte: I RAZZISTI SONO LORO, i mondialisti, i terzomondisti che discriminano la popolazione italiana nativa.

Io dovrei fare ancora una volta il nome di una campionessa di diritti umani, cioè di una campionessa di violazione dei diritti umani, di discriminazione ai danni della popolazione italiana nativa, la grande amica di immigrati e rom, la presidente della Camera Laura Boldrini.

Ora, a proposito di questa signora(?) vorrei essere franco e schietto: nel mio precedente articolo mi è toccato nominarla due volte, come esempio di una persona che non deve la sua carriera politica a meriti personali ma al fatto di essere la figlia di uno dei più feroci capi partigiani, il non certo compianto Arrigo Boldrini, e come esempio di quei “compagni” radical-chic più a loro agio con l'inglese che con l'italiano (ma come sono coerenti queste famiglie di comunisti di piombo!). Questo potrebbe facilmente generare l'impressione che io ce l'abbia in maniera particolare con costei, il che non è. Ce l'ho con questa persona tanto quanto ce l'ho con la classe politica di cui fa parte e che degnamente rappresenta. Io non dirò, non voglio dire che questi dirigenti (sedicenti ex) comunisti abbiano lo stesso valore dello sterco, perché lo sterco almeno è utile per le concimazioni. 

Mario Monti, sedicente presidente del Consiglio e in realtà proconsole in Italia della BCE è un uomo che in altre epoche (meno civili? E’ questione di punti di vista) sarebbe stato impalato a furor di popolo per le persone che la sua politica ha ridotto sul lastrico e spinto al suicidio, ma un microscopico merito glielo riconosciamo, quello di aver riportato di attualità la parola “populismo”, una parola che offre lo spunto per un’interessante analisi che ci fa capire cosa ci sia realmente dietro quell’altra parola-totem che tutti si prosternano ad adorare: “democrazia”.

“Populista” nel lessico montiano è sinonimo di euroscettico, anti-europeista, cioè di coloro che si oppongono alla spoliazione dei popoli europei da parte degli usurai della BCE di cui lo stesso Monti è uno zelante servitore. E’, come vedremo, una terminologia non inappropriata.

I primi a essere chiamati populisti furono gli esponenti di un movimento russo della fine del XIX secolo che si proponevano di riformare l’impero zarista e prendevano le parti dei contadini (che costituivano l’immensa maggioranza del popolo russo) proponendosi di dare loro, oltre che libertà e diritti, la realizzazione del sogno atavico della proprietà della terra. I bolscevichi li combatterono ferocemente e dopo la rivoluzione d’ottobre, i contadini si trovarono, in luogo del feudalesimo, il sistema dei kolkhoz,  vedendo il loro antico sogno di essere proprietari della terra che coltivavano, rimandato a chissà quando.

A pensarci bene, il simbolo comunista della falce e martello nasconde un’ipocrisia mostruosa, perché i contadini, la gente delle campagne simbolizzata dalla falce, il comunismo li ha sempre combattuti, privati di diritti, emarginati, perseguitati. Stalin perseguitò la classe contadina al punto tale da far crollare quello che fino al 1917 era stato il granaio d’Europa al disotto del limite dell’autosufficienza alimentare.

Nel corso del XX secolo il termine è stato usato per designare vari movimenti sudamericani di socialismo non marxista, poco curante della democrazia formale e spesso con contenuti fortemente nazionalisti. Certamente in questo filone populista rientra il movimento giustizialista argentino di Juan Domingo Peron, parallelo ma non identico ai fascismi europei, e vi rientra anche il movimento venezuelano di Hugo Chavez.

La crisi economica o per meglio dire il saccheggio delle risorse degli Europei da parte degli usurai della BCE ha finito per re-importare questo termine in Europa per intendere in senso dispregiativo da parte dei commessi di questo regime sovranazionale coloro che, in spregio alle regole della democrazia, osano schierarsi dalla parte del popolo depredato e sofferente, ad esempio come populista è stato designato il movimento ellenico “Alba dorata”.

Con ogni probabilità, c’era bisogno di questo termine. A volte il linguaggio politico sembra seguire le regole di un'apparente casualità. Anni fa, un noto conduttore di programmi televisivi fu attaccato da un critico che definì una sua trasmissione nazional-popolare, intendendo con ciò quel genere di trasmissioni che incontrano il gradimento del pubblico ma fanno storcere il naso alla critica paludata.

“Vorrà dire”, rispose il conduttore piccato nel corso di una diretta televisiva, “Che d'ora in poi farò solo trasmissioni regionali e impopolari”.

Comunque sia, questa espressione, “nazional-popolare” deve aver colpito la fantasia, è piaciuta ai nostri ambienti che l'hanno variamente utilizzata in un senso che è sostanzialmente lo stesso di quel che dopo le esternazioni montiane si definisce populismo.

Perché il populismo dovrebbe essere un pericolo per la democrazia? “Democrazia” non significa per l'appunto secondo l'etimologia greca della parola, “potere popolare”? I conti non tornano, c'è qualcuno che bara.

A barare sono appunto la democrazia e i democratici, perché se noi pensiamo che questo movimento, questa ideologia che forse sarebbe meglio chiamare “democraticismo” (così come parliamo di marxismo, liberismo, comunismo, ecc...) rappresenti davvero il potere e la sovranità popolare, siamo decisamente fuori strada. 

Questa constatazione ci permette di gettare uno sguardo in controluce su tre secoli di storia europea, nel corso dei quali una vasta cospirazione legata soprattutto alle associazioni segrete, in primis la massoneria, ha operato per strappare il potere alle antiche élite aristocratiche, non per creare il potere popolare ma per sostituirsi ad esse, servendosi del malcontento e delle rivolte popolari, ma considerando il popolo unicamente un'utile massa di manovra e pronta a reprimerlo brutalmente quando si facesse inutile o pericoloso. Anche il nostro risorgimento è passato attraverso queste forche caudine (vi rimanderei alla lettura del mio saggio “Il grande equivoco” pubblicato sul n. 70 de “L'uomo libero”) e difatti tutte le volte che il popolo non andava nella direzione voluta dalla cospirazione democratica-liberal-massonica, scattava la repressione più feroce: ne sono la repressione dell'insurrezione contadina di Bronte e soprattutto la spietata repressione della rivolta delle plebi meridionali pochi anni dopo l'unità italiana sbrigativamente etichettata come brigantaggio.

“Democrazia”, liberalismo e massoneria hanno avuto un peso determinante nel travolgere l'Europa nella tragedia delle due guerre mondiali, soprattutto in conseguenza del fatto che la Grande Guerra non portò loro quell'affermazione planetaria che costoro avevano sperato, ma all'emergere, per loro del tutto imprevisto, dei movimenti fascisti che hanno rappresentato la resistenza dell'Europa al destino di decadenza che le si voleva imporre.

Oggi i discendenti di costoro hanno costruito “la loro” Europa per finire di dissanguare i popoli europei. 

Io credo che non abbiamo alternative se non quella di resistere in ogni modo e con ogni mezzo. Euroscettici e populisti, di certo porteremo queste etichette senza vergogna.
     
    

venerdì 26 aprile 2013

Roger Bootle e la guida pratica per uscire dall’Euro


di Luca Cancelliere


Nel dibattito che dopo anni di silenzio e di conformismo, con il precipitare della crisi economica in Europa, ha cominciato a svilupparsi anche in Italia a partire dal 2011 sulle prospettive della valuta europea e sull’opportunità del suo mantenimento, i sostenitori dell’uscita dall’Euro hanno dovuto da subito affrontare tutta una serie di pregiudizi che, lungi dal poggiare su una solida base scientifica, hanno il loro fondamento soprattutto in paure irrazionali.  Queste paure, verosimilmente diffuse ad arte per ovvie ragioni politiche connesse alla nostra appartenenza (ma sarebbe più corretto dire: sudditanza) all’Unione Europea e all’area valutaria dell’Euro, sono state il cavallo di battaglia della propaganda governativa e dei mezzi d’informazione di massa. Politica, stampa e televisione hanno cercato di convincere gli Italiani da un lato dell’indispensabilità della politica di austerità portata avanti dal governo Monti dal novembre 2011 alle elezioni del 24-25 febbraio scorsi, nonostante l’evidente insuccesso di un governo che, deprimendo la domanda aggregata, ha peggiorato sensibilmente tutti i dati macroeconomici della nostro sistema economico, dal rapporto debito/PIL, all’indebitamento estero, alla produzione nazionale, alla bilancia dei pagamenti, alla crescita del tasso di disoccupazione. 


D’altro canto, con fanatismo irrazionale e misticheggiante e zelo degno di una setta pseudoreligiosa, i più accessi propagandisti dell’europeismo anti-italiano hanno sostenuto addirittura l’irreversibilità storica del processo di unificazione europea, concepito come “destino manifesto” e ineluttabile dei riluttanti popoli del vecchio Continente. Le principali forze politiche, non paghe del disastro prodotto dall’introduzione dell’Euro da una parte, dei vincoli e oneri derivanti da patto di stabilità, “fiscal compact” e meccanismo europeo di stabilità dall’altra, anche nella recente campagna elettorale per le elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013 si sono distinte per la pedissequa e conformista adesione a quello che ormai viene chiamato il “partito unico dell’Euro”.

Questo mentre la migliore dottrina economica italiana e internazionale (a cominciare dall’economista statunitense e premio Nobel Krugman) individua con sempre maggiore convinzione nella stessa esistenza dell’area valutaria “non ottimale” (secondo l’accezione data da Mundell) dell’Euro la causa ultima della crisi delle economie della periferia dell’unione monetaria, che nel suo svolgimento segue le fasi descritte in linea teorica da Frenkel nel suo “ciclo” (crescita del debito estero, crisi del settore finanziario privato, conseguente crisi del debito pubblico e infine collasso dei conti pubblici). Queste nozioni, che per segua le dichiarazioni dei maggiori economisti internazionali e la stampa dei paesi non appartenenti all’area dell’Euro (in particolare di lingua inglese), nonché la meritoria attività di studio e di divulgazione portata avanti dalla generazione  (Bagnai, Zezza, Borghi Aquilini, Fantacci, etc.) sono assolutamente pacifiche già dalla fine degli anni ’90.

Le recenti vicende di Cipro, della Polonia, del Belgio e dell’Irlanda sembrano confermare che la crisi dell’area Euro è ormai irreversibile. La miopia e il cinismo con cui, nonostante il catastrofico precedente greco, la Germania e i paesi satelliti dell’Unione Europea stanno proponendo un “piano di salvataggio” immancabilmente destinato a colpire i risparmiatori e a salvare gli speculatori, nonché a gettare Cipro in una crisi irreversibile, fa comprendere come l’Unione Europea sia ormai diventata estremamente pericolosa per la vita dei popoli che hanno la disgrazia di farne parte. Il governo polacco, come già in precedenza quello bulgaro, ha dichiarato che il processo con cui la Polonia avrebbe dovuto abbandonare la propria valuta  nazionale per entrare nell’unione monetaria europea è sospeso fino a nuovo ordine almeno per i prossimi due anni. Saggia decisione, soprattutto alla luce del fatto che nonostante la crisi degli ultimi anni, il debito pubblico e la capacità produttiva della Polonia sono perfettamente sotto controllo. Il governo belga ha aperto una procedura di infrazione contro la Germania per “dumping sociale”, ovvero ha denunciato le pratiche lesive della concorrenza con cui la Germania, approfittando dell’impossibilità per gli altri Stati dell’unione valutaria di riequilibrare la bilancia dei pagamenti mediante svalutazioni, cerca di incrementare la propria posizione di vantaggio mediante la riduzione del costo del lavoro interno, quindi a danno dei propri stessi lavoratori. Il governo irlandese, infine, ha annunciato che scambierà le cambiali possedute dalla Banca d’Irlanda con titoli del debito pubblico ultratrentennali, infischiandosene dell’art. 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che impedisce alle banche centrali dell’area Euro di finanziare i rispettivi governi. A ben vedere, è quello che accadeva anche in Italia fino al famoso divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro avvenuto nel 1981, che fu una delle scelte più sciagurate della politica economica della storia repubblicana. Giustamente Stefano D’Andrea, Professore della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Viterbo e presidente dell’A.R.S. (Associazione Riconquistare la Sovranità), ha osservato che è da un preventivabile stillicidio di prese di posizione unilaterali come queste, e non da procedure formali adottate secondo la lettera dei trattati europei, che è lecito attendersi  il graduale sgretolamento dell’area valutaria dell’Euro e più in generale dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea.

Purtroppo, si deve constatare che un numero ancora troppo consistente dei nostri connazionali, che non ha accesso alla letteratura specializzata in lingua inglese e deve accontentarsi della propaganda diffusa dai notiziari televisivi e dalle prime pagine dei quotidiani di maggiore diffusione, è convinta dell’inevitabilità di tutta una serie di fantomatici e improbabili inconvenienti (isolamento economico, inflazione galoppante,  rivalutazione del debito, difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime, etc.) che si manifesterebbero all’indomani dell’uscita dell’Italia dall’unione monetaria europea. Nell’estate 2012, l’economista britannico Roger Bootle ha vinto il “Wolfson Economic Prize”, competizione a cui hanno partecipato 425 economisti e il cui tema era la proposta di uno strategia sicura di uscita dall’Euro per i paesi in crisi, con il suo interessante studio, “Leaving the Euro: a practical guide”. In questo documento, è possibile reperire tutte le risposte scientifiche necessarie a fugare i timori irrazionali sull’uscita dall’Euro. Roger Bootle, britannico, classe 1952, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso è emerso come uno dei più convincenti  analisti economici contemporanei.  Dopo gli studi a Oxford ha intrapreso la carriera accademica, sempre nella prestigiosa città universitaria, presso il St. Anne’s College, per poi svolgere il ruolo di analista economico per vari gruppi bancari privati (Capel Cure Myers, Lloyd’s Merchant Bank, etc.) e infine capo della società di consulenza Capital Economics.

Nel suo studio Bootle prospetta che gli Stati interessati, a seguito di una decisione assunta in totale segretezza con un mese di anticipo dai propri governi, dovrebbero uscire dall’Euro dando all’Unione Europea e agli altri Stati membri, alla Banca Centrale Europea e alle istituzioni finanziarie internazionali un preavviso di soli tre giorni, possibilmente il venerdì in coincidenza con la chiusura delle Borse.  In nessun modo l’uscita dall’Euro comporterebbe la contestuale uscita dall’Unione Europea, anzi sarebbe sconsigliabile farlo in quel momento, a prescindere da ogni eventuale valutazione politica successiva. I flussi finanziari con l’estero dovrebbero essere immediatamente chiusi per evitare fughe di capitali. Mentre si provvederebbe a rifornire il sistema bancario della nuova valuta nazionale appena stampata dalla Zecca, nel brevissimo termine e solo per le piccole transazioni si potrebbe autorizzare l’uso provvisorio dell’Euro. La banca centrale, peraltro, dovrebbe immediatamente trasferire liquidità nel sistema bancario nazionale per garantire la funzionalità di tutte le transazioni economiche e l’effettività del corso legale della nuova valuta. Potrebbe presentarsi la necessità di nazionalizzare le banche, provvedimento che secondo chi scrive rivestirebbe non solo una funzione emergenziale, ma anche un’auspicabile svolta di lungo periodo nell’approccio stesso che lo Stato dovrebbe avere alla politica economica.

Il cambio tra la nuova valuta e l’Euro dovrebbe essere di uno a uno. Lo stesso debito pubblico dovrebbe essere ridenominato nella nuova moneta. Chiaramente la prospettiva di una svalutazione della nuova moneta, inizialmente emessa con parità uno a uno rispetto all’Euro, sarebbe più che probabile nell’immediatezza dell’uscita dall’Euro, in una misura che secondo  gli analisti potrebbe essere del 40% per Grecia e Portogallo, del 30% per Italia e Spagna e del 15% per l’Irlanda. E’ del tutto evidente che per i soggetti economici (famiglie e imprese) interni al sistema Italia, non ci sarebbe perdita di valore delle retribuzioni e dei cespiti, nella misura in cui le attività dei suddetti soggetti, svalutandosi tutte nella medesima misura, manterrebbero tra di loro lo stesso rapporto. Nei confronti dell’estero, invece, la svalutazione favorirebbe da un lato le esportazioni, dall’altra renderebbe meno convenienti le importazioni e più convenienti gli acquisti di beni e servizi interni, incentivando quindi la ripresa produttiva e occupazionale. Contestualmente, le maggiori esportazioni comporterebbero una maggiore richiesta della nuova valuta nazionale e una sua conseguente rivalutazione, secondo quel meccanismo naturale dell’economia che è stato inopinatamente abbandonato dagli Stati che hanno optato per tassi di cambio fissi o addirittura per una unione monetaria. Di conseguenza, dovrebbe essere accettata la libera fluttuazione dei cambi. Una stretta vigilanza sulle eventuali conseguenze di tipo inflattivo che potrebbero verificarsi, anche se il precedente della svalutazione della Lira nel 1992, che fu circa del 30% e produsse un incremento dell’inflazione assai contenuto, induce a un realistico ottimismo.

La svalutazione del tasso di cambio, è stato osservato, potrebbe aumentare il debito reale. E’ norma riconosciuta del diritto internazionale generale la c.d. “lex monetae”, in base alla quale ciascuno Stato ha la piena potestà di stabilire la valuta avente corso legale nel proprio territorio. Il Codice Civile italiano, ad esempio, stabilisce che ogni debito possa essere saldato nella valuta avente corso legale nello Stato alla data della scadenza del debito, al tasso di cambio vigente alla suddetta data. Chiaramente, in caso di svalutazione della nuova moneta nazionale rispetto all’Euro, potrebbe verificarsi un aggravio di spesa per il debitore, ma lo stesso Codice Civile richiama la possibilità che leggi speciali disciplinino diversamente la materia. Alberto Bagnai ha prospettato che lo Stato potrebbe stabilire che il tasso di cambio con cui saldare il debito, originariamente denominato in Euro, nella nuova valuta, sia quello della data di adozione della nuova valuta, cioè di uno a uno tra questa e l’Euro. E’ la soluzione politicamente più probabile e in ultima analisi conveniente per gli stessi creditori, che senz’altro dovrebbero arrendersi al “factum Principis”, ovvero alla decisione dello Stato, e contestualmente avrebbero comunque la garanzia di un rientro dal proprio debito in misura inferiore a quella preventivata, ma certa e sicura. Bootle, nel suo studio, raccomanda agli Stati eventualmente interessati all’uscita dall’Euro di onorare i propri debiti nella massima misura possibile – e la soluzione prospettata da Bagnai andrebbe in quella direzione – dall’altra anche di intavolare negoziati con gli altri Stati per dirimere amichevolmente eventuali controversie che potessero insorgere in merito.

In buona sostanza, ormai non solo è evidente “cosa” occorre fare per salvare l’Italia dalla crisi, cioè uscire dall’Euro, ma è anche stato chiarito “come” farlo, e non è detto che il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Banca d’Italia, nelle loro segrete stanze, non abbiano già pronto quel famoso “piano B” di cui parlava l’illustre economista cagliaritano Paolo Savona. E’ ora compito della politica trovare la volontà e l’energia per restituire al nostro Stato Nazionale l’indipendenza e la sovranità, in primo luogo monetaria, necessarie alla sua sopravvivenza.

(Rivista Excalibur, n. 73, Aprile 2013 - Cagliari)