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lunedì 3 giugno 2013
L’ era dei Proci
di Luigi Cardarelli
Nella sfida feroce che avviene all'interno del palazzo d' Itaca tra Ulisse ed i Proci maligni, il mitico Omero vede le avvisaglie del vecchio mondo che sta per cambiare con l'arrivo della democrazia. L'antica società nobile e patriarcale, tradizionale e guerriera di Laerte e Odisseo soccomberà di fronte ai nuovi ceti arroganti, mercantili e aguzzini. I discendenti dei Proci, la casta emergente dei signori liberi e ricchi. Ma non si tratterà affatto del "demos" trionfante come si favoleggiava in Atene, bensì dell'ascesa al potere di avidi e biechi oligarchi. La forma oligarchica è la più terribile forma di tirannide, perché non si basa su nessun principio morale, ma soltanto sulla forza delle armi, del denaro e della corruzione.
Il divino Platone accusava la democrazia medesima d'essere il propedeutico sistema che a posteriori conduce alle dittature. Non tutta la Grecia però, vale a dire il paese a quel tempo civile, seguirà la stessa strada. Già duemila anni e passa prima di Marx, il sommo Licurgo in quel di Sparta aveva reso tutti gli esseri umani uguali di fronte alla legge e riuniti sotto la comunità più insigne, lo Stato. Oramai da due secoli e più questa organizzazione democratica ci viene spacciata come il non plus ultra, dopo la vittoria ottenuta dal "terzo stato" borghese con la rivoluzione industriale e Francese.
Sembrerebbe che prima d'allora, l' homo non avesse neanche mangiato! Ma nei tempi recenti sono passati dal definirla il governo del popolo a quello della maggioranza ed infine or ora sic et simpliciter a quello della maggioranza relativa. Vale a dire che una minoranza ristretta decide e comanda sulla sacralità dello ius gentium. Gruppi organizzati di plutocrati, potenti e corrotti, decidono sul destino dei popoli, i quali quindi sentendosi esclusi e traditi disertano perfino le urne. Pare che nulla sia cambiato davvero rispetto a tremila anni addietro. E provateci pure a ribellarvi appena o protestare contro i demo-padroni, sentirete tosto quel che vi fanno assaggiare. Turchia docet.
I libri di storia narrano le malefatte epocali dei massimalisti e degli imperi del male, ma nessuno ricorda lo sterminio totale compiuto nelle praterie d'America o nell'Amazzonia ad opera della democrazia più moderna, contro gli indios nativi del luogo. Un secolo dopo questi "uomini di buona volontà", sganciano le letali atomiche sopra due inermi città del Giappone, neppure difese da uno sparuto cannone.
E 70 anni più tardi, non mostrano nemmeno rimorso.
mercoledì 24 aprile 2013
Più furbi di quel che si pensa
Ancora una volta sento un senso di profonda nausea all'idea di occuparmi di quell'immondezzaio che è “il teatrino della politica” italiana, un “teatrino” che tra l'altro non sembra presentare alcun collegamento con la situazione di un Paese in profonda sofferenza, che sta sempre più scendendo la china del declino e, mai come oggi, avrebbe bisogno di una “vera” guida politica, un teatrino che non è altro che la maschera nemmeno tanto difficile da penetrare, di interessi personali e di casta, ma qualcosa a proposito dell'elezione del “nuovo” Capo dello Stato, della riconferma di “Napo, orso capo”, bisognerà pur dire.
Noi ormai dovremmo essere abbastanza smaliziati per sapere che quando l'immagine di un certo evento o di una serie di eventi che ci forniscono i mass-media è del tutto in contrasto con quella che ne si può avere appena fatti due conti, i due conti che la gente comune quando ascolta i commentatori politici di solito non fa, allora abbiamo tutti i motivi per pensare che sotto ci sia un imbroglio ancora più grosso.
APPARENTEMENTE l'esito delle elezioni presidenziali sembra darci l'immagine di una classe politica goffa e un po' bambinesca che, incapace di porre fine ai propri litigi, fa appunto come i bambini costretti a ricorrere alla maestra o al vecchio nonno a fare da paciere. Bene, io credo che quest'immagine non sia per nulla credibile, e il fatto che tutti i mass-media cerchino con insistenza di accreditarla, è di per sé sospetto.
Per prima cosa occorre notare che una classe politica, una “casta” che, come la nostra, in un regime di sedicente democrazia e senza i mezzi coercitivi dei sistemi dittatoriali (o almeno facendone un uso molto discreto, perché poi la sostanza non cambia) è riuscita a moltiplicare i propri privilegi e a mettere le mani sulla ricchezza di un Paese in una misura che nelle altre “democrazie rappresentative” non trova riscontro, può essere composta da tutto meno che da ingenui.
In secondo luogo, Giorgio Napolitano che oggi succede a se stesso, a mio modesto parere può essere considerato tutto meno che una figura super partes. Forse qualcuno se l'è scordato, ma è un uomo che viene dai ranghi del PCI, è stato “magna pars” di questo partito dai tempi resistenziali, l'ha seguito nelle varie trasformazioni di facciata che si sono succedute dopo il 1991, e di esse si è perso solo l'ultima tappa, la confluenza nel bicefalo mostro PD assieme agli ex democristiani, in quanto all'epoca già inquilino del Colle.
Su quest’uomo che regge il Quirinale da sette anni, e dovrebbe ora continuare per altrettanti salvo interventi di Madre Natura, sarà forse il caso di farsi qualche domanda. Tutti noi ci ricordiamo di Sandro Pertini. Come per l’attuale inquilino del Colle, anche in questo caso l’aspetto di nonno saggio e bonario che incantava una parte dell’opinione pubblica nascondeva una realtà del tutto diversa.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, Pertini era stato uno dei capi partigiani più spietati, e durante il suo settennato diede il via a quella politica di concessioni verso la Jugoslavia che doveva culminare nella vergognosa capitolazione del trattato di Osimo.
Allo stesso modo, neppure oggi è il caso di fidarsi troppo dei presunti nonni bonari quando vengono dalle file della sinistra. Alcune domande sono perlomeno d’obbligo: come mai negli anni della Guerra Fredda, quando a qualsiasi leader comunista di qualsiasi parte del mondo era interdetto l’ingresso negli Stati Uniti, lui vi aveva invece libero accesso? Perché mai nel 2006 il centrodestra che aveva minacciato le barricate se alla presidenza della repubblica fosse stato eletto un ex comunista, ha invece fatto salti di gioia per l’elezione di Napolitano? Ci sono maligni che sospettano che quest’uomo fosse (sia, oggi il PCI non esiste più, ma c’è il PD) l’occulto trait d’union fra PCI e massoneria.
Non si comprende per quale motivo la rielezione di Napolitano dovrebbe essere vista come una vittoria di Berlusconi, tranne per il fatto di avere un pretesto per attribuire una volta di più la responsabilità per i guai dell'Italia a qualcun altro che non sia la sinistra, e l'uomo di Arcore che ha una stima di se stesso ben superiore alla realtà, compiacendosi di questa simbolica vittoria a tavolino che gli viene accordata, si presta una volta di più al gioco.
TUTTI i nomi emersi come papabili per la competizione al Colle (e ricordiamo che si tratta non solo della più alta, ma anche della più longeva carica dello stato italiano, destinata a ingombrare la scena politica per sette anni) sono stati di uomini di sinistra: Marini, D'Alema, Prodi, Amato, Rodotà, oltre ovviamente allo stesso Napolitano. Paradossalmente, la candidatura che avrebbe maggiormente “limitato i danni” sarebbe stata quella di Stefano Rodotà, uomo si di sinistra, ma non legato alla nomenklatura del PD (che infatti non l'ha minimamente preso in considerazione benché fosse forse il solo candidato a godere di un vasto consenso popolare), ma chiedere a quelli del PDL e in particolare all'uomo di Arcore di convergere sul nome proposto dal Movimento 5 Stelle nonostante la rispettabilità della persona, sarebbe stato veramente chiedere troppo alla limitata intelligenza politica di questo movimento e del suo leader.
Il fatto che il leader del centrodestra, di questa “armata Brancaleone” che ha dimostrato palesi sintomi di dissoluzione tutte le volte che ha accennato a farsi un po' da parte, sia sempre lui da un ventennio, tende a nascondercelo, ma andando a fare un paio di conti si scopre facilmente che questo “ventennio berlusconiano” ha conosciuto una presenza maggiore di governi di centrosinistra, eppure, costoro che hanno governato per più lungo tempo rispetto al “cavaliere” possono sempre lavarsene le mani e buttare per intero su di lui e sui suoi la responsabilità sia della gravissima crisi in cui oggi si dibatte l'Italia, sia dell'esteso sistema di corruzione e di malgoverno della cosa pubblica, due cose strettamente collegate e dalle quali i “compagni” non potrebbero obiettivamente chiamarsi fuori.
Pierluigi Bersani è un politico abile soprattutto nell’arte di farsi sottovalutare, di cucirsi addosso il ruolo di eterno perdente, questo gli consente – per usare un modo di dire proverbiale – di “fare lo scemo per non pagare il dazio”.
Si veda la “non vittoria” alle ultime elezioni politiche. Onestamente, è difficile immaginare cosa la sinistra potesse aspettarsi di più di questa “non vittoria”, poiché la maggioranza dell’opinione pubblica non è di sinistra. C’è stata l’immensa, quasi geniale, furbizia del M5S, dei grillini e del loro carismatico leader ex comico, che sono riusciti a portare a sinistra una protesta che voleva essere dichiaratamente anti-sistema ed esprimeva l’insoddisfazione soprattutto del ceto medio.
Beppe Grillo del resto l’ha detto chiaramente più volte: se il Movimento 5 stelle esiste, è per catturare e portare a sinistra un malessere e una protesta che altrimenti potrebbero andare in direzioni “populiste” e “anti-europee” (avverse cioè a QUESTA Europa dei plutocrati che stanno riducendo i popoli europei alla fame), “di destra” sul modello dell’ellenica Alba Dorata. Ma se la gente le cose tanto meno le capisce, quanto più chiaramente le si spiegano, questo non lo si può imputare interamente a Grillo.
Da queste elezioni il PD è uscito il primo partito, con una netta maggioranza alla Camera (effetto dei meccanismi intricati della legge elettorale, il tanto contestato “porcellum”, che si capisce bene perché non si sognino minimamente di riformare, con il bonus ulteriore di avere, grazie a Grillo e all’artificioso M5S, due terzi complessivi del parlamento schierati “a sinistra”, cosa finora per l’Italia del tutto inedita.
Occorre tenere presente che finora tutte le volte che con l’aiuto dei “poteri forti” la sinistra è riuscita a ritagliarsi una maggioranza parlamentare, questo non è mai corrisposto a un reale mutamento dell’opinione pubblica, ma è avvenuto con escamotage al limite del colpo di stato, come dopo la fine del primo governo Berlusconi, quando una fetta di Forza Italia guidata da Lamberto Dini che ne ebbe come premio la presidenza del Consiglio, denominatasi “Rinnovamento italiano” transitò armi e bagagli nel centrosinistra, o quando nel 2006 una formazione aggregata al centrodestra passò al centrosinistra alla vigilia delle elezioni, dando a Romano Prodi una risicatissima maggioranza. Ora le cose sono cambiate e gli Italiani hanno fatto un altro passo verso il suicidio, grazie a Grillo.
Che aria tira, in realtà non occorreva essere dei geni dell’analisi politica per capirlo subito: il PD si è aggiudicato al primo colpo le presidenze delle Camere (compreso il senato con l’aiuto dei grillini) e alle elezioni presidenziali si è subito visto che dei possibili candidati non di sinistra di cui si è osato appena bisbigliare il nome (Gianni Letta, ad esempio) nessuno aveva la minima chance.
Apparentemente, la candidatura di Romano Prodi al Colle, finita come sappiamo, per Bersani è stata un clamoroso autogol, e lui stesso non ha fatto nulla per attenuare quest’impressione, l’ha anzi accentuata con dichiarazioni drammatiche:
“Uno su quattro (dei grandi elettori del PD) è un traditore”. Certo, il nostro livello etico è peggiorato, visto che duemila anni fa era un traditore uno su dodici.
E’ invece verosimile che questa candidatura sia stata da parte di Bersani una mossa estremamente abile, un vero match ball. Il segretario del PD non poteva non sapere che quella di Prodi era una candidatura impresentabile anche agli occhi del suo stesso partito: Romano Prodi è l’uomo che ha sfasciato l’IRI e svenduto le aziende di stato a Carlo De Benedetti, l’uomo legato alla Goldmann Sachs che ha pilotato la transizione dalla lira all’euro nella maniera peggiore per l’economia italiana, che dal 2006 al 2008 è stato alla guida del governo più incapace, paralitico e immobile della storia, fino a quando la maggioranza che lo sosteneva non è implosa, permettendoci così di anticipare di due anni quella crisi economica che nel resto del mondo è arrivata con lo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime negli USA, e nella quale ci stiamo ancora dibattendo.
Il fatto è che dopo quella per il Colle riprende la partita momentaneamente sospesa per palazzo Chigi. Il sollievo per la mancata elezione di Prodi e il fatto che i mass-media ne attribuiscano a Berlusconi il merito (lavorando, ovviamente, sulla vanità dell’uomo, incapace di rendersi conto di essere ormai tagliato fuori dai giochi VERI) dovrebbero indurre il PDL a sostenere un governo incentrato sul PD scambiandolo per quel governo “di larghe intese” di cui vanno delirando dall’inizio della legislatura.
Forse si arriverà a concedere al PDL qualche sottosegretario o un paio di ministri, in questo caso potranno condividere con Berlusconi la responsabilità dei disastri a venire per gli Italiani, o magari attribuirli all'influenza di quest'ultimo, anche se è un gioco pericoloso: le “larghe intese” potrebbero dare ai cittadini l'impressione di vedere tutta “la casta” schierata contro Grillo con ovvi benefici elettorali per quest'ultimo, ma un governo di “non larghe” intese potrebbe evitare un inconveniente del genere e “pescare” nel PDL quella decina o dozzina di voti che mancano al PD per avere la maggioranza anche al senato.
Sicuramente la mancata elezione di Prodi ha portato un po' di scompiglio all'interno del PD, e Bersani dovrà almeno per il momento passare la mano, ma non è un'eventualità a cui la dirigenza del PD non fosse preparata: si veda il sibillino incontro Monti – Renzi avvenuto ancora prima che Napolitano avviasse le prime consultazioni, che ha dato tutta l'impressione di un passaggio di consegne. Se Renzi, come è verosimile, succederà a Bersani alla guida del PD, sarà anche il successore di Monti a palazzo Chigi.
I giochi, come si vede, sono ampiamente fatti. Ricordiamo che il governo Monti, tuttora in carica anche se dimissionario da novembre, è a tutti gli effetti un “governo del presidente” voluto da Napolitano in ottemperanza ai diktat “europei” e che, se dopo un anno di disastri e macelleria sociale, il PDL ha deciso di dissociarsi, il PD gli ha testimoniato la propria lealtà fino all'ultimo minuto. L'avversario da battere, in Italia come altrove, è “il populismo” cioè la tendenza “anti-europeista” che si manifesta in coloro che non vogliono che i popoli europei siano spogliati di tutti i loro averi dagli usurai di Bruxelles.
Da dove viene questa alleanza fra il capitalismo usuraio e una sinistra che ha del tutto tradito le sue origini operaie e le classi lavoratrici, non è difficile da capire, l'ho spiegato più volte e ora non ci torniamo se non molto rapidamente: in parte si tratta di una coincidenza di status sociale: i lavoratori ci sono sempre, ma chi comanda non sono loro, ma gli apparatcik di partito, quelli che hanno fatto il '68, quasi tutti di estrazione alto-borghese che oggi si guardano bene dal mandare i figli alla scuola pubblica ma li mandano dalle suore o nei collegi svizzeri, che hanno studiato all'estero e sono più a loro agio con l'inglese che con l'italiano (un nome per tutti: Laura Boldrini), i professori bocconiani, gli intellettuali anticonformisti tutti uguali fatti con lo stampino, svezzati a “Espresso” e “Repubblica” (proprietà De Benedetti, toh guarda!), sono LE STESSE PERSONE o vengono dallo stesso ambiente umano (si fa per dire!) dell'alta borghesia finanziaria.
E non è difficile nemmeno capire i motivi per cui quella parte della sinistra che non è di questo tipo di estrazione, nutra un'attrazione suicida per un'ideologia che oggi è un'arma rivolta contro il nostro popolo, i motivi del mondialismo, delle ideologie universaliste presunte umanitarie che preludono all'estinzione degli europei nativi partendo dal mito illuminista del “citoyen du monde”, i motivi di chi crede di essere originale ripetendo l'aria fritta e rifritta di tutti gli utopisti.
I presidenti delle due Camere, la riconferma del capo dello Stato, probabilmente la guida del governo, a livello amministrativo il centrodestra messo al tappeto dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia, sono questi i risultati che la sinistra ha ottenuto PARENDO sconfitta, grazie all'apporto di Beppe Grillo e dei suoi “compagni di rincalzo”.
Un buon colpo o una serie di buoni colpi messi a segno con una furbizia che contrasta con il dilettantismo del centrodestra e con l'abnorme e grottesca autostima del suo leader.
Un altro passo avanti dell'Italia verso il baratro.
venerdì 29 marzo 2013
Political Correctness
di Fabio Calabrese
E' come una miniera: più si scava, più gemme si portano alla luce. Il miglior modo per comprendere cosa sta alla base della mentalità degli statunitensi, di coloro che oggi rappresentano dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica l'unica superpotenza di questo pianeta, è analizzare i “messaggi” del sistema mediatico, considerando inoltre il fatto che esso costituisce il principale veicolo per cancellare le differenze culturali e americanizzare il mondo intero.
Dopo tre articoli dedicati ad analizzare quel che il sistema mediatico ci rivela della mentalità americana sul piano del costume (la serie dei “Lugubri pagliacci”) è forse il caso di dire qualcosa sul terreno più propriamente e strettamente politico.
Un concetto elementare della psicologia ci spiega che ciò che è familiare, abituale, ciò che abbiamo sempre sotto gli occhi, viene per ciò stesso percepito come naturale. Della politica americana abbiamo costantemente sotto gli occhi la rappresentazione mediatica, al punto da sentircene direttamente coinvolti. Anni fa gli Europei si dividevano in pro o contro George W. Bush; oggi soprattutto gli intellettuali, talmente anticonformisti da essere indistinguibili l'uno dall'altro, da sembrare fatti a stampo, sono sostenitori sfegatati di Obama, con un consenso che difficilmente il “presidente nero” trova in casa propria. Peccato che non sia stato concesso loro il diritto di votare negli USA!
Se non fosse per questo, se avessimo la capacità di considerare queste cose con un minimo di distacco, probabilmente ci renderemmo conto che quella che negli USA passa per governo della cosa pubblica, per politica, E' UNA FOLLIA DELIRANTE. Non è che la nostra sia molto migliore: nessuno che abbia un minimo di realismo si aspetta che i cosiddetti rappresentanti del popolo siano lì per fare altro che I PROPRI interessi, alla faccia dei fessi che hanno perso tempo e si sono scomodati per andare a votarli, ma almeno questo squallido mercato delle vacche è basato su motivazioni realistiche anche da parte degli elettori che continuano a subire soprattutto perché non vedono alternative.
Quello che domina negli Stati Uniti è invece IL DELIRIO PURO, o meglio la rappresentazione mediatica che ha totalmente sostituito la percezione della realtà.
Basta pensare a una circostanza: l'opinione pubblica statunitense è divisa più o meno a metà fra democratici e repubblicani, con occasionali fluttuazioni a favore ora dell'uno ora dell'altro dei due gruppi. Bene, quel 50% all'incirca degli elettori che votano repubblicano, perseguono con ammirevole masochismo gli interessi di quel ceto alto-borghese la cui consistenza sarà forse l'1% della popolazione, ma probabilmente anche meno e che “The Greath Old Party” tutela con una sfacciataggine che nessuna destra europea si potrebbe permettere.
Se passiamo nel campo democratico, non è che la musica cambi di molto: i democratici sono la sinistra negli USA, ma una sinistra corrispondente al segmento meno socialeche si possa concepire fra le sinistre europee, quello radical o radical-chic, i cui cavalli di battaglia sono i temi che da noi talvolta con un eccesso di generosità sono definiti etici: legislazione quanto più permissiva possibile in campo sessuale, legalizzazione dell'aborto, accettazione degli omosessuali, matrimonio gay. I temi sociali sembrano proprio non esistere, eppure dal 2008 è in corso negli Stati Uniti una crisi economica galoppante, e anche quella che l'Europa sta attraversando è una conseguenza di quella americana, ma questo – oltre Atlantico – sembra non interessi nemmeno a coloro che vedono il loro posto di lavoro a rischio e il loro potere d'acquisto ridursi ogni giorno di più.
Non parliamo della politica estera dove, tra democratici e repubblicani non esiste, non è mai esistita alcuna differenza, una politica estera che, soprattutto dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica, sembra avere un unico leitmotiv: proteggere Israele, impedire alla comunità internazionale di esprimere giustificate proteste per le sopraffazioni dell'entità sionista contro il popolo palestinese, imbarcarsi nelle imprese più assurde e dispendiose per sventare possibili minacce all'entità sionista stessa, come sono state le occupazioni dell'Irak e dell'Afghanistan, trattare a ogni modo il mostriciattolo ebraico come se fosse chissà quale gioiello prezioso, al punto che se un americano non è disposto a prodigarsi in ogni modo a favore dell'entità sionista, si mette in dubbio la sua lealtà come suddito (scusate, volevo dire “cittadino”) statunitense.
Si chiama “Political Correctness” e la sua traduzione letterale, “correttezza politica”, rende ben poco l'idea: in pratica si tratta di una serie di paletti e interdizioni messi a ciò che “è bene” o “non è bene” dire e pensare, e funziona così bene che gli americani sono costantemente sottoposti a un lavaggio del cervello mediatico che fa loro assorbire quella che è a tutti gli effetti la propaganda di un'ideologia totalitaria, pur credendo – illudendosi – di essere liberi di pensare ciò che vogliono. Non solo, ma grazie al sistema mediatico, questa ideologia totalitaria, la “political Correctness” oggi tracima a livello planetario. Nella storia umana, finora non è mai successo che così grandi masse umane siano state inquadrate e plagiate sotto il segno totalitario di un'unica ideologia, e tutto questo sotto la maschera fasulla della “democrazia” e della “libertà”. Credo che strappare questa maschera e mostrare cosa c'è sotto, sia d'importanza vitale.
Cominciamo di nuovo con l'osservare il sistema mediatico, ed è incredibile quanti messaggi certamente non innocenti, certamente non neutrali passino sotto l'alibi dell'intrattenimento.
Un genere che qualcuno prevedeva sarebbe stato in serie difficoltà o sarebbe divenuto obsoleto dopo la caduta dell'Unione Sovietica, è il genere spionistico; invece, almeno nei telefilm e nelle serie televisive continua alla grande, semplicemente sostituendo Al Qaeda al KGB come avversario dei “bravi” ed “eroici” agenti americani. A tutti gli effetti, è peggio che ridicolo, perché l'opposizione agli Stati Uniti nei Paesi islamici, che sono Paesi poveri e culturalmente arretrati non ha certo dalla sua gli strumenti, le raffinate tecniche d'infiltrazione, di “intelligence”, di manipolazione, le conoscenze un tempo appannaggio del KGB e della STASI tedesco-orientale che erano effettivamente i migliori servizi segreti del mondo, che hanno spesso imposto alla CIA tremende figuracce.
Verrebbe da pensare a un semplice artificio narrativo per consentire la sopravvivenza di un genere diventato nei fatti anacronistico, ma se così fosse, non si capirebbe perché non compaiano ogni tanto ambientazioni di fantasia, futuristiche o basate su di un passato storico che in effetti è molto più recente della seconda guerra mondiale, ma ci debba essere questa persistente ossessione islamica che fa pensare all'elefante terrorizzato dai topi.
La realtà è semplice: il potere USA HA BISOGNO di questa ossessione, della convinzione che “l'Occidente giudeo-cristiano” sia assediato da nemici terribili, sia per plagiare la propria opinione pubblica interna, sia per tenere legati a sé “amici” e “alleati” che, in una condizione storica radicalmente mutata rispetto ai tempi della Guerra Fredda, devono rendersi conto il meno possibile di essere solo vassalli e servi.
Un elemento che almeno sul piano interno favorisce ottimamente tutto ciò, è che l'americano medio è totalmente ignorante circa il mondo che esiste fuori dai confini USA. Una recente ricerca ha dimostrato che ad esempio l'80% degli yankee è incapace di individuare la Francia su una carta geografica.
Piccolo particolare su quale ci si guarda bene dal fare chiarezza: CHE COSA E' Al Qaeda? Al Qaeda è un'organizzazione che è stata creata dalla CIA per raccogliere volontari nel mondo islamico da mandare a combattere in Afghanistan ai tempi dell'invasione sovietica, una specie di legione straniera dell'islam sotto l'egida della CIA che ha avuto il suo momento di splendore nei conflitti della ex Jugoslavia come strumento della canagliesca aggressione NATO-islam contro la Serbia, poi tra il fantoccio mezzalunato e il suo puparo a stelle e strisce deve essere sorto qualche dissapore e (non si butta via niente), è stato usato per coprire l'auto-attentato dell'11 settembre 2001.
Nella politica americana le operazioni di “false flag”, cioè condotte sotto una falsa bandiera per farne ricadere la responsabilità su altri, sono prassi ricorrente, e nemmeno sacrificare disinvoltamente la vita dei propri cittadini per ricavarne un vantaggio politico, è estraneo alle tradizioni yankee. Per tutti, basta ricordare Pearl Harbor, quando i comandi USA, perfettamente al corrente dell'imminente attacco giapponese, misero in salvo le portaerei necessarie per lo svolgimento del conflitto, lasciarono le obsolete corazzate a fare da bersaglio: quelle navi erano molto più utili sotto che sopra il mare, e quegli uomini molto più utili morti che vivi, per creare nell'opinione pubblica l'ondata d'indignazione che serviva all'amministrazione Roosevelt.
Dire che l'attentato del World Trade Center presenta una serie di stranezze inspiegabili se la dinamica degli eventi è quella raccontata dalla versione ufficiale, è un eufemismo. Per prima cosa, in un Paese dove c'è l'altissima sorveglianza dello spazio aereo che c'è negli USA è inconcepibile che quattro aerei di linea siano dirottati e che per ore nessuno si preoccupi di intercettarli. Poi osservate bene i filmati del crollo delle Twin Towers: tranne che per i piani più alti, non sembra proprio dovuto all'impatto degli aerei: le torri cadono IN VERTICALE. Sarebbe stato normale che le esplosioni si allargassero a imbuto, invece le torri cadono verticalmente, un piano dopo l'altro, un piano sull'altro fino a quando le rovine si ripiegano su di un'area non molto maggiore da quella occupata dagli edifici integri, ESATTAMENTE COME AVVIENE NELLE DEMOLIZIONI PER MEZZO DI ESPLOSIONI CONTROLLATE. Nei resti del World Trade Center sono state trovate tracce di termite, un esplosivo usato per demolizioni e che sicuramente non si trovava a bordo degli aerei.
Il giornalista Maurizio Blondet ha raccolto questi altri elementi in un libro, “Auto-attentato in USA” che è riuscito a vedere la luce solo sotto forma di file che è riuscito a girare un po' in internet superando gravi blocchi censori, e che in compenso gli è costato la perdita del posto di lavoro a “L'Avvenire”. Ora, teniamolo sempre presente e ricordiamocelo anche a proposito dei revisionisti dell'Olocausto: non si censurano e si perseguitano le farneticazioni, ma le verità scomode.
Come l'amministrazione Roosevelt ebbe bisogno di Pearl Harbor, così quella Bush Jr. ha avuto bisogno dell'11 settembre per ricreare la psicosi dello stato d'assedio messa in crisi dalla scomparsa dell'Unione Sovietica.
La psicosi dello stato d'assedio è forse il tratto che accomuna di più yankee e sionisti. E' noto che durante il loro secondo “bar mizvah” rappresentato dal pellegrinaggio nei luoghi del cosiddetto olocausto, ai giovani israeliani viene impedito in ogni modo di avere contatti di qualsiasi genere con le popolazioni locali. I loro accompagnatori lo ritengono diseducativo e potenzialmente in grado di mettere in crisi la convinzione loro sapientemente instillata di essere odiati da tutto il mondo, e dell'assoluta necessità che uno stato che ha all'incirca le dimensioni della regione Piemonte disponga del quarto esercito e della seconda forza nucleare su scala planetaria.
Si ascolti bene ciò che i personaggi dei media americani, e sempre tenendo presente che si tratta di concezioni elaborate anche (e forse soprattutto) ai fini dell'esportazione, ripetono con impressionante monotonia su queste due tematiche, l'11 settembre e l'olocausto: chi osa avanzare dubbi sulle versioni ufficiali di questi eventi, è necessariamente o un pazzo o un criminale. Che si possa magari dissentire in buona fede, non è un'ipotesi che possa essere nemmeno lontanamente presa in considerazione, certe opinioni sono GIA' DI PER SE' aberranti e criminali. Demonizzazione, criminalizzazione, psichiatrizzazione del dissenso; almeno in linea di principio è esattamente quel che accadeva nell'Unione Sovietica di Breznev, dove per i dissidenti c'era il manicomio criminale.
Che la democrazia sia, non solo negli USA, giunta alla negazione di tre secoli di tradizione liberale-libertaria, potrebbe anche non sconvolgerci troppo finché non pensiamo che insieme ad essa sono di fatto negati e cancellati due millenni e mezzo di pensiero dialettico europeo, da Platone in poi.
Noi vediamo che il “libero pensiero” made in USA, la democrazia che costoro cercano di esportare in tutto il mondo, è un imbuto sempre più stretto, dove non è consentito dubitare del diritto degli yankee a dominare il pianeta in conseguenza della vittoria nella seconda guerra mondiale, né delle minacce che assediano “l'Occidente giudeo-cristiano” nel quale siamo forzatamente arruolati, né della bontà del progetto teso a distruggere popoli, etnie e culture trasformando tutto in un'informe pappa multietnica, meticcia, dallo stile di vita americanizzato.
Questo è un altro aspetto della “political Correctness” su cui occorre soffermarsi. Che ciascuno vada trattato in base al suo comportamento e non in base alle sue origini o appartenenza etnica, su questo possiamo anche convenire (salvo il fatto, che si cerca in tutti i modi di negare, ma rimane chiaro come la luce del sole, che l'appartenenza etnica e razziale di ciascuno è un buon strumento predittivo del suo livello intellettivo e dei suoi comportamenti, uno strumento di cui ci si impone in tutti i modi di privarci), ma passare da questo alla conclusione che l'appartenenza etnica, razziale, culturale di ciascuno non abbia alcuna importanza, e che sarebbe magari auspicabile arrivare a una società multietnica e imbastardita su scala mondiale, ce ne corre parecchio.
A prescindere da quanto ciò sia artificioso, tuttavia non sfugge il fatto che “la regola” ha interessanti eccezioni, vi sono dei gruppi automaticamente esclusi dalla dottrina della political correctness, e il primo che tocca segnalare ci riguarda molto da vicino: gli Italiani.
Tanto per fare un esempio, non molti anni fa, le indignate proteste della comunità italo-americana contro un serial televisivo, “I Soprano” che ha rimesso in circolo i peggiori stereotipi sull'italiano mafioso e mandolinaro, sono cadute letteralmente nel vuoto.
Una volta tanto, però, sospetto che la colpa non sia degli yankee ma nostra.
Nel XIX secolo gli Italiani godevano all'estero di una generale stima e apprezzamento, la nostra lotta per recuperare dopo un lungo arco di secoli la libertà e dignità nazionali, godeva quasi universalmente di rispetto e simpatia. Il prestigio dell'Italia nel mondo ha raggiunto il suo massimo nel ventennio fra le due guerre mondiali, sotto il regime fascista. Tutto ciò è crollato in una volta sola, verticalmente, miseramente con il voltafaccia dell'8 settembre 1943; una macchia incancellata sul nostro onore di nazione che ci ha fatti diventare uno zimbello planetario.
Quello che ne è seguito, la cosiddetta resistenza, vera e propria gara di slealtà per saltare quanto più in fretta possibile sul carro del vincitore, credo che non abbia mai realmente ingannato nessuno. Ancora oggi, noi abbiamo la classe politica più corrotta d'Europa, e non c'è da stupirsene: sono i figli di quel tradimento. Ancora oggi noi celebriamo ogni anno il 25 aprile, la sconfitta nella seconda guerra mondiale, come se si fosse trattato di chissà che vittoria. E' abbastanza ovvio che sia così, perché da ciò, dalla sedicente resistenza la classe politica più screditata d'Europa trae la sua sempre meno credibile legittimità, ma immaginate quanto questo sia all'estero causa ricorrente di compatimento, di derisione, di disprezzo.
Altre eccezioni sono rappresentate da popoli infinitamente meno responsabili (una responsabilità del resto che, dipendendo da eventi accaduti prima della nostra nascita, non ci tocca sul piano personale, e dalla quale potremmo liberarci una volta per tutte BUTTANDO NEL CESSO l'antifascismo). In cima alla lista, i superstiti dello sfortunato popolo amerindio, nativo americano che gli yankee hanno quasi completamente sterminato e soppiantato, con un genocidio del quale si parla molto poco, ma che per ampiezza, crudeltà, sistematicità, non fu per nulla inferiore al cosiddetto olocausto che pare invece tutto il mondo debba continuare a espiare per l'eternità. Ancora oggi i nativi americani sono gli ultimi, i più sfavoriti, i più discriminati, i più penalizzati nell'accesso ai servizi essenziali, all'istruzione, alla sanità, pare quasi che gli yankee vogliano rimuovere il senso di colpa nei loro confronti rimuovendoli definitivamente dall'esistenza.
Un altro popolo che non ha – ovviamente – il diritto di esistere, sono gli Arabi palestinesi, una presenza “ingombrante” che all' “amica” entità sionista è concesso il diritto di rimuovere con una sorta di genocidio al rallentatore di cui ogni tanto anche le amministrazioni americane fanno finta di scandalizzarsi, salvo tornare alla prima occasione a proclamare il legame indissolubile tra USA e Israele, e questo dimostra che i diritti umani per costoro sono solo un pretesto che fa comodo quando può essere invocato per dar fastidio a qualcuno sgradito ai governi statunitensi.
La political Correctness ha anche altre conseguenze che sotto un certo punto di vista appaiono ancora più perverse. Tra le “differenze immodificabili” ci sono quelle razziali, ma ovviamente anche quelle di sesso. Se un uomo e una donna vengono alle mani, è più probabile che sia l'uomo ad avere la meglio per una semplice questione di maggiore forza fisica muscolare. Il cinema e le serie televisive americane con un malinteso senso di correttezza hanno fatto il possibile per negare questo fatto esibendo una serie di virago che sopravanzano gli uomini sul terreno della forza fisica. Si arriva all'assurdo di una serie televisiva come “Buffy” dove vediamo una fanciulla dall'aria fragile e delicata sottomettere a calci e pugni addirittura mostruose entità soprannaturali. E' femminismo questo, e soprattutto è un buon servizio reso alle donne? Non credo proprio: non dobbiamo mai sottovalutare il potere della rappresentazione mediatica di sostituirsi alla percezione della realtà. Quando una ragazza convinta di poter tenere testa agli uomini sul piano della forza fisica va a cacciarsi in una situazione che una donna di altri tempi avrebbe attentamente evitato, e subisce uno stupro, chi la risarcisce, Buffy?
Parlando di sesso e di comportamenti sessuali, negli Stati Uniti negli ultimi decenni sono state spese cifre enormi e condotto un mucchio impressionante di ricerche allo scopo di trovare cause genetiche o comunque congenite all'omosessualità. Fatica sprecata, se esistesse un gene dell'omosessualità, per i suoi effetti negativi sulla riproduzione, la selezione naturale l'avrebbe eliminato da un pezzo. A cosa si deve questo costoso accanimento? Al fatto che se fosse possibile provare una base genetica per l'omosessualità, essa rientrerebbe fra le differenze immodificabili come l'appartenenza a un sesso o a una razza, e secondo la dottrina della political correctness dovrebbe quindi essere accettata come un comportamento normale. E' proprio ciò a cui si vuole arrivare, sebbene finora da ricerche scientifiche serie non sia emerso nulla che vada in questa direzione.
Le poche ricerche scientifiche serie sull'argomento mostrano che non è possibile identificare cause di tipo genetico né congenito né ormonale, ma è piuttosto a un'anomalia degli input educativi precoci che bisogna guardare, quando un bambino non trova un genitore del proprio sesso, o una figura di riferimento analoga, in grado di offrire un modello identificativo valido, e una circostanza di questo tipo è destinata a diventare sempre più frequente, da un lato e dall'altro dell'Atlantico in società che stanno crescendo generazioni di “fatherless”, di ragazzi senza padre.
Ciò che occorrerebbe davvero, sarebbe di ripensare seriamente i nostri modelli familiari, culturali, educativi non soltanto sotto questo riguardo. E tenere ben presente che la “Political Correctness”, come tutto ciò che ci arriva da oltre l'oceano Atlantico, non è altro che veleno.

















